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1 NOTIZIE EST - BALCANI (http://www.notizie-est.com) IL CASO TELEKOM SRBIJA tutti gli articoli, Notizie Est. Tutti i diritti riservati

2 Da "Notizie Est - Balcani" n. 16, 11 febbraio 1998: L'ENEL E IL KOSOVO L'espansione economica dell'italia verso i Balcani meridionali viene ulteriormente messa in luce da una notizia pubblicata dal quotidiano di Belgrado "Nasa Borba" lo scorso 29 gennaio relativamente a una conferenza stampa indetta dall'assemblea sindacale della EPS, la società statale jugoslava per l'energia elettrica, in merito alle imminenti privatizzazioni. Il presidente dell'assemblea sindacale, Radovan Perovic, ha affermato che sono in corso negoziati segreti per la privatizzazione del settore serbo dell'energia elettrica, ma ci ha tenuto tuttavia a sottolineare che in virtù degli accordi firmati con il governo riguardo alla privatizzazione "i sindacati dovranno essere informati di ogni contratto prima della firma e avranno il tempo di reagire", aggiungendo che "in tal modo, l'eps non verrà sicuramente venduta - il sindacato ha già in passato, prima della vendita della 'Telecom', impedito con le proprie lotte sindacali che la EPS venisse venduta". Il sindacalista ha continuato affermando che l'organizzazione sindacale mondiale ha fatto pervenire ai propri colleghi di Belgrado un elenco delle società estere che sarebbero interessate a comprare la EPS. Di fronte alle pressanti domande dei giornalisti, Perovic ha affermato che "si tratta di società greche, italiane, francesi e svedesi. L'italiana ENEL, in particolare è interessata agli impianti che la EPS possiede nel Kosovo e a tale proposito va notato che di recente sono stati raggiunti accordi per un cavo sottomarino tra la Grecia e l'italia, attraverso il quale sarebbe possibile trasportare in Italia energia elettrica anche dalla Serbia". Secondo Perovic, la stima del valore dell'eps (da 18 a 20 miliardi di dollari) ai fini della vendita è troppo bassa, perché si basa esclusivamente sui libri contabili, sui quali gravano i recenti passivi e il debito estero, mentre andrebbe invece applicato un metodo più redditizio che tenga conto delle reali potenzialità della società. Le mire dell'italiana ENEL sono in conflitto con quelle dei tedeschi, che secondo Perovic, si starebbero interessando anche loro alla EPS per il tramite della ceca Skoda, controllata dalla Volkswagen. Gli impianti dell'eps nel Kosovo hanno una grande importanza strategica, nel contesto balcanico, perché producono praticamente tutta l'elettricità che viene utilizzata non solo dalla Serbia, e quindi dal Kosovo stesso, ma anche dalla Macedonia. In un articolo pubblicato nello stesso giorno, "Nasa Borba" riporta informazioni pubblicate dal "Financial Times", secondo le quali il governo di Belgrado starebbe per prendere la decisione di vendere la quota di controllo della Telecom serba ancora in suo possesso, a causa delle difficoltà finanziarie nelle quali si trova. La Telecom serba, infatti, è a corto di fondi, tanto che ha dovuto chiedere in prestito 63 milioni di marchi da due dei suoi azionisti, la Telecom italiana e la greca OTE, che di recente avevano acquistato il 49% delle azioni della società telefonica serba. Con questi crediti nei confronti dell'azionista serbo, i greci e gli italiani si trovano in una posizione ideale per acquistare la quota che consegnerebbe loro il controllo definitivo delle telecomunicazioni jugoslave. Se questi progetti si dovessero realizzare, l'economia del Kosovo si troverebbe completamente sotto il controllo dei capitali stranieri. Il settore energetico, del quale la EPS attualmente possiede il monopolio, insieme a quello minerario-metallurgico, è il principale settore economico del Kosovo, e quello minerariometallurgico è incentrato sull'enorme complesso di Trepca (con tutto il suo indotto) che è stato recentemente concesso in uso a una società greca, la quale occupa quindi una posizione privilegiata in vista dell'imminente privatizzazione di questo complesso. Se a questo aggiungiamo un possibile controllo italiano e/o greco della Telecom serba, che in Kosovo controlla sia le comunicazioni telefoniche che le poste e i telegrafi, avremo una consegna pressoché completa dell'economia della regione ai capitali occidentali e in particolar modo italiani e greci. (fonte: "Nasa Borba") Da "Notizie Est - Balcani" n. 32, 19 marzo 1998: UN ASSE ROMA-BELGRADO? di Andrea Ferrario Il ministro degli esteri italiano Dini da un anno a questa parte non perde occasione per fornire il proprio appoggio al governo di Belgrado, come ha fatto anche di recente, quando sapevano ormai tutti cosa Milosevic stesse preparando per Drenica. Ma Dini non è solo: dietro a lui c'è tutto uno stuolo di grandi aziende italiane, dalla STET all'enel.

3 ****** Tra tutte le dichiarazioni rilasciate da uomini politici occidentali negli ultimi giorni in merito alla situazione nel Kosovo spicca in particolare quella del ministro degli esteri italiano, Lamberto Dini. Nessuno come Dini, pur nell'ambito del contorto linguaggio diplomatico, ha insistito tanto sulle responsabilità della parte albanese per la crisi attuale e sulla necessità che essa accetti "i segnali di disponibilità del governo serbo", pena un "rapido svanire delle simpatie internazionali". Parole abbastanza dure se si pensa ai massacri compiuti nei giorni scorsi dalle forze speciali del ministero degli interni serbo contro la popolazione albanese, ma che non sembrano così strane se si ripercorrono i passi della diplomazia italiana in Serbia (e dei rapporti economici tra i due paesi). Dini, a Belgrado, è di casa negli ultimi tempi e Italia e Serbia si sono di recente scambiate numerosi favori. Già nel dicembre 1996 Dini aveva fornito un importante aiuto al regime di Milosevic quando, in visita in una Belgrado nelle cui piazze ogni giorno decine di migliaia di persone protestavano accusando il regime di brogli, aveva preso una chiara posizione dichiarando che "la richiesta dell'opposizione di un riconoscimento dei risultati elettorali annullati dal governo non è realistica". Il sostegno politico dato in quell'occasione al governo serbo non ha mancato di dare ben presto i suoi frutti: nel corso del 1997 Dini ha visitato la Serbia ben tre volte e l'italia è riuscita a mettere le mani su una delle più importanti operazioni di privatizzazione dei Balcani, quella della Telecom serba, acquistata nel luglio da una cordata tra la STET italiana e la OTE greca, una vendita che ha consentito a Roma di occupare un'importante posizione strategica nell'economia jugoslava e ha fatto allo stesso tempo affluire nelle casse del governo di Milosevic ben 800 miliardi di lire. L'ultimo dei viaggi di Dini a Belgrado è stato quello del 16 dicembre scorso, quando il ministro ha compiuto una visita del tutto improvvisa durante la quale è stato a colloquio per alcune ore con il presidente jugoslavo Milosevic e il suo collega agli esteri Milutinovic. Una visita che assume contorni più precisi se se ne esaminano alcuni particolari: il viaggio è avvenuto poco meno di una settimana prima delle elezioni presidenziali nelle quali proprio Milutinovic era candidato per il Partito Socialista di Milosevic e Dini, pur avendo rifiutato di rispondere alle domande dei giornalisti, non si è risparmiato nel farsi fotografare accanto a Milosevic e a Milutinovic [come mostrano rispettivamente le due foto in questa pagina], un atteggiamento che è stato univocamente interpretato dalla stampa locale non legata al regime come uno spot elettorale per il candidato socialista (il cui slogan era appunto "la Serbia e il mondo"). Ma non è tutto, la visita è venuta meno di una settimana dopo che i rappresentanti di Belgrado, insieme a quelli di Banja Luka, avevano abbandonato la conferenza di pace a Bonn in segno di protesta contro un inserimento del problema del Kosovo all'ordine del giorno, con la conseguente condanna di tutti i partecipanti nei confronti dei serbi. L'improvvisa visita compiuta da Dini a Belgrado proprio in quel momento (e senza avere preso accordi con gli altri paesi europei), così come i toni amichevoli dei colloqui ("la collaborazione economica tra Jugoslavia e Italia è in continua crescita" e "i rapporti bilaterali tra i due paesi proseguono positivamente") sono stati interpretati negli ambienti diplomatici come una presa di distanza dalla condanna unanime da parte dell'unione Europea nei confronti dei serbi e un aperto sostegno al governo di Belgrado. Se si considera la visita in quest'ottica, poi, oggi non può che venire un brivido rileggendo i giornali di dicembre in cui si dice che durante i colloqui Dini ha auspicato, tra le altre cose, una "normalizzazione dei rapporti nel Kosovo". In quei giorni il quotidiano di Belgrado "Nasa Borba" scriveva che "Roma ci tiene moltissimo a mostrarsi come un fattore influente nella politica balcanica, soprattutto quando si tratta di rapporti con la Jugoslavia". Un'affermazione che gli sviluppi diplomatici degli ultimi mesi confermano: a metà febbraio, quando in tutti i Balcani si diceva ormai a chiare lettere che Milosevic stava organizzando per fine mese una vasta operazione repressiva nel Kosovo [si vedano "Notizie Est #19", 19 febbraio 1998 e praticamente tutti i giornali dell'area tra il 10 e il 20 di febbraio], Dini riceveva a Roma per due giorni il nuovo ministro degli esteri jugoslavo Jovanovic in una delle sue prime trasferte all'estero. "L'Italia appoggia gli sforzi del governo jugoslavo in direzione della democratizzazione del paese e della liberalizzazione dell'economia, perché consentiranno alla Jugoslavia di reintegrarsi nelle organizzazioni internazionali". Una liberalizzazione economica che decisamente continua a dare i suoi frutti anche per l'italia: alcuni giorni prima, infatti, l'agenzia serba per le privatizzazioni aveva ufficialmente inserito l'enel tra i quattro candidati esteri ufficiali all'acquisto della società di stato serba per l'energia elettrica, la EPS, di cui è imminente la privatizzazione [si veda "Notizie Est #16, 11 febbraio 1998]. I rappresentanti dei sindacati della EPS negli stessi giorni avevano denunciato pubblicamente che l'enel è interessata soprattutto a mettere le mani sulle centrali termoelettriche del Kosovo. Forse Milosevic, quando di lì a pochi giorni andava "in direzione della democratizzazione del paese" sparando con i cannoni su donne e bambini albanesi del Kosovo, stava tra le altre cose anche rendendo un favore a qualcuno... La Jugoslavia è ormai diventata una partner economico di primo piano dell'italia. Il volume degli scambi commerciali tra i due paesi, che vede l'italia al secondo posto, è stato l'anno scorso di 754 milioni di dollari, con un aumento di ben il 22% rispetto al 1996, ma secondo i dati relativi ai primi due mesi di

4 quest'anno l'italia è balzata addirittura al primo posto tra i partner commerciali della Federazione. Intanto la Telecom serba è a corto di fondi e pare che per reperire denaro sia intenzionata a vendere ulteriori quote al partner italiano, il quale potrebbe così acquisire definitivamente una posizione di controllo nella società. La posta in gioco in Jugoslavia, tra scambi commerciali e privatizzazioni, rimane sempre alta, così come rimane fondamentale per la Farnesina mantenere un ruolo diplomatico di primo piano in questo paese al centro dei Balcani. Chissà quindi che dietro lo pseudonimo di 'Serpicus', che firmava un articolo intitolato "Perché aiutiamo la Serbia" pubblicato l'ultimo numero di una testata vicina al governo come la rivista di geopolitica "Limes" e nel quale si formula a chiare lettere la necessità di aiutare la Serbia e di impedirne la frammentazione, non si nasconda qualche noto alto esponente della diplomazia italiana, di casa a Belgrado. (fonti: "Nasa Borba", dicembre 1997 e 16 febbraio 1998; TANJUG, 10 marzo 1998; "Limes", n. 1, 1998) Da "Notizie Est - Balcani" n. 92, 18 ottobre 1998: DOPO L'ACCORDO MILOSEVIC-HOLBROOKE Cominciamo questa rassegna di aggiornamenti in breve con un particolare che può sembrare folcloristico, ma che è pur sempre un indice di quale sia il ruolo dell'italia nella crisi del Kosovo. Tutti questi ultimi giorni il quotidiano di Belgrado "Politika", organo del Partito Socialista di Milosevic, è uscito con una vistosa reclame in prima pagina della Telekom serba, una società nella quale l'azienda pubblica italiana STET, come abbiamo più volte ricordato, detiene un'importante quota. L'Italia non si limita quindi al ruolo fondamentale svolto con il versamento, in occasione della privatizzazione della Telekom, di fondi senza i quali difficilmente Belgrado avrebbe potuto permettersi le operazioni militari degli ultimi mesi, ma prosegue anche ora contribuendo di fatto a finanziare la propaganda del regime (e questo mentre i quotidiani d'opposizione vengono chiusi con leggi degne del Minculpop). Non vi è quindi da meravigliarsi se il ministro Dini, a più riprese sponsor del regime serbo, si preoccupi sempre, oggi come all'indomani del massacro di Drenica, di indicare negli albanesi del Kosovo il principale problema: "E' stato compiuto un importante progresso verso la creazione di condizioni per la soluzione della situazione in Kosovo attraverso i mezzi politici sui quali l'italia ha insistito fin dall'inizio della crisi", ha affermato Dini in dichiarazioni riportate ieri dal quotidiano "Blic". "Sono tuttavia di grande ostacolo le proteste e l'insoddisfazione espressi dai rappresentanti della minoranza albanese rispetto all'accordo Milosevic- Holbrooke", ha proseguito Dini, il quale ha concluso affermando che "nessun rappresentante della comunità internazionale ha mai fatto alcuna promessa ai rappresentanti della minoranza nazionale albanese in merito all'indipendenza della provincia meridionale della Serbia". L'impiego del termine "minoranza nazionale albanese" e di quello "provincia meridionale della Serbia" dà una misura del completo sostegno di Dini alle posizioni serbe sul Kosovo. [...] Da "Notizie Est - Balcani" n. 154, 19 gennaio 1999: L'OCCIDENTE E BELGRADO, TRA CANNONATE E MILIARDI Mentre in Kosovo i cannoni sparano, il mondo continua a fare colossali affari con i boss del regime di Belgrado. Dopo l'italia con le telecomunicazioni è la volta della Francia che, con l'aiuto di "consulenti" inglesi e statunitensi, si assicura il monopolio del cemento. Si apre anche il capitolo delle concessioni autostradali per migliaia di miliardi, con l'italia nuovamente in prima fila. LA CEMENTIFICAZIONE DEL GOVERNO SERBO di Dimitrije Boarov Nel bel mezzo delle festività per il Nuovo Anno, il premier serbo Mirko Marjanovic ha trovato il tempo per ricevere Philippe Rollier, il vicepresidente dell'azienda francese Lafarge, confermando in tal modo le voci secondo le quali il governo francese ha dato il 22 dicembre scorso il via libera alla fusione tra il cementificio Beocin e l'importante azienda francese. Per essere precisi, la dichiarazione ufficiale dice solo

5 che l'azienda francese è pronta a cooperare con la Beocin e a investire nell'economia serba. Marjanovic, da parte sua ha detto che entrambe le parti trarranno vantaggi dall'accordo e che altre aziende straniere stanno dimostrando un interesse crescente nell'effettuare investimenti in Serbia. La dichiarazione, naturalmente, non riflette nemmeno alla lontana i disperati tentativi dell'ultimo momento del governo serbo di vendere i cementifici del paese con un'operazione che dovrebbe generare tra i 350 e i 750 miliardi nel giro dei prossimi anni. Il problema è che vi è il bisogno immediato di 100 miliardi. Solo un giorno dopo l'incontro tra Marjanovic e Rollier, il consulente finanziario dell'azienda britannica RMC Group/Readymix, Slobodan Krunic, ha tenuto a Novi Sad una conferenza stampa per esprimere il proprio disappunto rispetto alla decisione del governo di portare a termine un accordo con la Lafarge. Krunic ha addirittura espresso l'opinione che si potrebbe trattare di una "falsificazione" dell'intero concorso, dovuta al fatto che la Lafarge ha promesso di fornire al governo della Serbia un credito immediato di 95 miliardi, nonostante il divieto di effettuare investimenti in Serbia approvato dall'ue nel maggio scorso. Dopo avere espresso la sua convinzione che la parte francese non sia in realtà disposta a violare le sanzioni economiche adottate tra gli altri anche dai rappresentanti francesi, Krunic ha affermato che la RMC avvierà una procedura legale e chiederà la revisione dell'intero processo solo nel caso in cui la Lafarge dovesse mancare di mantenere la propria promessa. La società britannica Readymix ha offerto al governo serbo un credito di 75 miliardi, con la riserva che l'intera operazione avverrebbe solo se e quando le sanzioni imposte contro la Jugoslavia verranno cancellate. Sembra che sia i britannici che i francesi intendano comprare la quota del governo serbo nel cementificio Beocin (BFC) mediante una soluzione con la quale il governo probabilmente "rimborserebbe" il credito con le azioni che possiede nella BFC. Tra l'altro, lo stabilimento è uno dei 75 che non possono essere privatizzati senza l'approvazione personale di Mirko Marjanovic. L'Istituto per le Scienze Sociali di Belgrado ha calcolato il valore della BFC come pari a 153 miliardi, mentre sia la Lafarge che la Readymix hanno promesso tra 100 e 150 miliardi per una ricapitalizzazione aggiuntiva. Sembra che le due società estere siano pronte a un acquisto mediante "rimborso" di una quota compresa tra un terzo e un quarto di questo appetitoso cementificio ubicato sulle rive del Danubio, il cui valore dovrebbe raddoppiare dopo la capitalizzazione aggiuntiva. Naturalmente bisognerebbe affrontare innanzitutto tutta una serie di aspetti poco chiari e non risolti. L'aspetto centrale è quello del controllo del prezzo del cemento sul mercato serbo. Le autorità serbe hanno approvato un prezzo "interno" di 60 marchi alla tonnellata, mentre sui mercati mondiali il prezzo di una tonnellata di cemento è di 110 marchi. Sarebbe quindi necessario valutare i problemi economici che si presenteranno nell'abisso creato dalla differenza di prezzo moltiplicata per circa 1,1 milioni di tonnellate di cemento, cioè la produzione annuale della BFC. A differenza di altri giganti serbi, la BFC non ha importanti debiti esteri. Pertanto, rimane non chiarito perché tra tutte le altre proprio questa doveva essere soggetta a una "capitalizzazione aggiuntiva", che è un altro modo per dire la vendita dei suoi diritti di gestione, e non la ricerca di crediti per avviare delle ristrutturazioni finanziarie senza l'interferenza di nessuno. [...] Un'azienda la cui potenziale produzione annua è superiore a mille miliardi non è forse in grado di trovare un credito a medio termine di 100 miliardi circa con un prezzo interno del cemento uguale a quelli mondiali? Ciò avrebbe risparmiato alla BFC la vergogna di chiedere un "prestito" per il governo di Marjanovic e di corteggiare i vari ministri del governo con o senza portafoglio, in particolare questi ultimi [una chiara allusione al miliardario Bogoljub Karic, da sempre vicino al regime, di recente nominato ministro senza portafoglio - a.f.]. Non è che c'è un gruppo selezionato di persone che conoscono vie segrete per violare tutte le sanzioni che hanno afflitto la Serbia nel corso dell'ultimo decennio? Questo gruppo di persone è forse in grado, con "società di filtraggio" all'estero (sono solo ipotesi), di ottenere gas per la Serbia con accordi sotterranei che implicano la vendita di impianti industriali nazionali? Il prezzo "controllato" del cemento in Serbia e i suoi effetti speculativi [...] ci portano alla conclusione che la politica economica della Serbia sia stata privatizzata da un gruppo di singoli che possono accumulare enormi ricchezze dopo essersi autonominati gli eroi della libertà e dell'eguaglianza. [...] A differenza della vendita di metà della Telekom avvenuta due anni fa [la nota operazione dell'italiana STET e della greca OTE - a.f.], un'operazione che si era svolta interamente all'interno della cerchia più stretta di Milosevic, la vendita della BFC ha riguardato un numero molto più ampio di politici di alto livello. Secondo varie voci, molti di essi hanno insistito per mediare in questo affare del secolo. Alcune fonti dicono che tra le persone chiave della vendita della BFC vi siano il ministro delle privatizzazioni Jorgovanka Tabakovic e il suo boss Vojislav Seselj, mentre altri dicono che a tenerne le fila siano stati il vice-primo ministro Dragan Tomic e il ministro senza portafoglio Bogoljub Karic. Con la vendita dei cementifici è cominciata anche un'aspra lotta tra le società internazionali di consulenza che operano nel nostro paese. L'inglese "Deloitte & Touche", in questo caso consulente della "Lafarge", a

6 quanto si può giudicare dall'affare BFC ha conservato la forte influenza di cui gode nei circoli governativi di Belgrado, nonostante gli imbarazzanti risultati delle perizie sul caso dell'anno, la vendita della "Dafiment Bank", e le dimissioni del ministro Danko Djunic, che in passato era stato rappresentante in Serbia proprio della "Deloitte & Touche". Fonti bene informate dicono che la consulente della Readymix sia stata la società Price-Cooper. Anche la statunitense KPMG, che nell'affare ha fatto da consulente per la BFC, sta aumentando la propria presenza nel paese, mentre nel settore del cemento ha già portato a termine in Europa Orientale operazioni di privatizzazione di colossi come per esempio la bulgara "Devnja" e la ceca "Hranice". Anche i partiti politici serbi stanno cercando di ottenere la loro fetta della torta delle privatizzazioni. I partiti al potere fanno affari in eleganti saloni, mentre i partiti di opposizione come il Partito Democratico e la Lega dei Socialdemocratici di Vojvodina emettono dichiarazioni sulla "vendita sfacciata di tesori nazionali". E' evidente che la vita politica della Serbia tornerà sul campo del denaro che le è proprio non appena il conflitto in Kosovo verrà in qualche modo risolto. Non vi è dubbio che assisteremo ad altri "thriller finanziari", probabilmente di gran lunga più interessanti di quello della BFC. (da "Vreme", 9 gennaio traduzione di A. Ferrario) Da "Notizie Est - Balcani" n. 205, 20 aprile 1999: SILENZIO. PARLA LA FARNESINA. STORIA DI UN'AMICIZIA FINITA MALE di Francesca Longo Silenzio. Parla la Farnesina. Storia di un'amicizia finita male. Dicembre 1996, dichiarazione di Lamberto Dini, in visita in una Belgrado 'occupata' da Zajedno e dagli studenti: 'La richiesta dell'opposizione di un riconoscimento dei risultati elettorali annullati dal governo non è realistica'. Seguono, nel '97 tre visite di Dini in Serbia, che 'agevolano', nel luglio dello stesso anno, la privatizzazione della Telecom serba, acquistata da una cordata della Stet italiana e della Ote greca, per complessivi 800 miliardi di lire. Il 15 dicembre (in piena campagna elettorale per la presidenza e pochi giorni dopo l'abbandono da parte jugoslava e serbo-bosniaca della conferenza di pace di Bonn, perchè contrari all'inserimento del 'caso Kosovo' nei temi da trattare) Dini incontra Milosevic e Milutinovic. Scrive l'ansa: 'Dini ha detto ai giornalisti che da parte jugoslava si auspica un 'intervento più massiccio del settore privato italiano industriale e bancario' in vista anche delle grandi nazionalizzazioni preannunciate dal governo. Grande soddisfazione è stata espressa per la partecipazione dell'eni alla realizzazione del progetto di gasdotto che dovrà collegare quello proveniente dal Mar Nero con quello che dalla Jugoslavia porta al Mediterraneo. Nel colloquio (...) sono stati messi a punto accordi per la promozione e la protezione degli investimenti'. Dini sostiene che 'la collaborazione economica tra Jugoslavia e Italia è in continua crescita', che 'i rapporti bilaterali tra i due paesi proseguono positivamente' e auspica 'una normalizzazione dei rapporti nel Kosovo'. Pochi giorni prima dell'esplodere della crisi kosovara e pochi giorni dopo che l'enel veniva inserita nel novero dei quattro candidati ufficiali per l'acquisto della società di stato serba per l'energia elettrica, l'eps, il ministro degli esteri jugoslavo, Zivadin Jovanovic, ricambia la visita a Roma. 'Il Ministro Dini ha espresso apprezzamento per l'opera di sensibilizzazione svolta dal Presidente Milosevic sui serbo-bosniaci per la costituzione del nuovo governo di Banja Luka e ha auspicato che Belgrado continui a svolgere un ruolo costruttivo in proposito, favorendo il regolare svolgimento delle prossime elezioni generali in autunno. Un'azione di Belgrado in tale direzione non potrà che avere ripercussioni positive sulla stabilità della Regione' (Ansa). Quanto al problema Kosovo, Dini auspica 'colloqui diretti tra Belgrado e Pristina a partire dall'accordo sulle scuole sponsorizzato dalla Comunità di Sant'Egidio'. Pochi giorni prima i sindacalisti dell'eps avevano denunciato all'informazione jugoslava le mire dell'enel sulle centrali termoelettriche del Kosovo. 9 marzo '98, primo pacchetto di sanzioni:embargo alle armi e sospensione delle interazioni finanziarie. 'Dini ha detto che l'italia rispetterà in toto queste misure e congelerà quindi gli investimenti diretti per le imprese pubbliche serbe in via di privatizzazione' (Ansa). 12 marzo '98: 'La pace però non dipende solo da Milosevic- sostiene Dini, riporta l'ansa-: se da un lato 'come auspichiamo ci saranno progressi con Belgrado' dall'altro 'ci rendiamo conto che il progressivo miglioramento della situazione dipende anche da un atteggiamento costruttivo dei kosovari, che potrebbe veder rapidamente calare la simpatia internazionale che li circonda, se non faranno la loro parte'. 9 maggio, congelamento dei fondi esteri della federazione jugoslava. Dini, laconico: 'Abbiamo riaffermato i principi e le misure del Gruppo di Contatto che ora sono condivise nel contesto più largo del G8'. 20 giugno '98. Ultimo appello di Dini a Belgrado 'è stata fermamente rinnovata la richiesta di ritirare le unità speciali di sicurezza (...) Dini è intervenuto ieri su questo specifico punto con un messaggio diretto al

7 presidente Milosevic. La parte kosovara -si sottolinea infine da parte italiana- deve 'evitare di assumere iniziative che possano offrire pretesti a Belgrado per nuove azioni di repressione' (Ansa). Da "Notizie Est - Balcani" n. 332, 13 giugno 2000: LA STRANA TEMPISTICA DEGLI INVESTIMENTI ITALIANI NEI BALCANI di Andrea Ferrario Sarà un caso, ma la scelta dei tempi di intervento da parte del grande capitale italiano nei Balcani sembra ricalcare un modello ben preciso che si ripete a più riprese: laddove c'è un regime autoritario o un'oligarchia in crisi, il più delle volte si trova anche un'azienda italiana pronta a riversare centinaia di miliardi nelle loro casse (beninteso, facendo molta attenzione ai propri interessi). E' avvenuto così con la privatizzazione della Telekom serba nel 1997, che ha visto l'italiana STET "finanziarie" indirettamente il bilancio del regime di Belgrado con centinaia di miliardi nel momento in cui le casse dello stato serbo erano vuote e gli oligarchi di Milosevic si preparavano alla resa dei conti in Kosovo. E' avvenuto così ancora una volta nel dicembre scorso, quando la Comit ha trattato e concluso con il ministro Skegro, uomo di Tudjman e corresponsabile con quest'ultimo della catastrofe economica del paese, un affare da centinaia di miliardi che ha nei fatti aiutato, non i croati, ma l'oligarchia politico-finanziaria del regime, a rendere più "indolore" il passaggio dei poteri dopo la morte di Tudjman, a scapito dei lavoratori del paese (si vedano nell'articolo di "Nacional" i costi del risanamento delle banche di svariate volte superiori agli introiti generati dalla loro successiva vendita) e questo al di fuori di ogni controllo democratico (l'affare è stato concluso quando il parlamento era sciolto, in attesa delle elezioni). Il modello si replica poi in buona parte, anche se in un contesto politico diverso, con il recente acquisto, sempre in Croazia, della Splitska Banka da parte della UniCredito. Anche la "variante bulgara", pur nella sua diversità contestuale, rimane analoga nella sostanza: l'offerta e il probabile accordo finale della UniCredito per l'acquisto della Bulbank arrivano nel momento in cui il regime di Sofia è in piena crisi, travagliato da violente lotte intestine e in preda a paranoici timori "golpisti", in un'atmosfera che ricorda quella che regnava nel regime di Tudjman mentre andava verso la disfatta (e anche qui, come scrive il settimanale "Kapital" [n. 22, giugno 2000] in edicola la settimana scorsa, si apre la possibilità che, grazie a una recente operazione della Bulbank ancora statale, la Bulbank "italianizzata" riesca in futuro a mettere le mani sugli attivi della Parva Castna Banka, la ex maggiore banca bulgara, fallita anni fa per malversazioni con esiti disastrosi per l'economia del paese). Anche gli affari che non sono andati bene, come il contratto della Marconi con il governo bulgaro, sono indicativi del contesto in cui si svolgono gli affari: l'accordo, siglato nell'inverno '98, è stato disdetto nei mesi scorsi, poco dopo un avvicendamento ai vertici del ministero della difesa bulgaro in seguito alla "purga" messa in atto dal premier Kostov e con la quale sono state emarginate importanti lobby politico-finanziarie (a vantaggio di altre). Quello che rimane più esemplare, tuttavia, di questo affare è il fatto che il governo bulgaro si sia impegnato a stanziare cento miliardi per la costruzione di un sistema di telecomunicazioni militari il cui unico scopo è quello di facilitare le operazioni NATO nell'area, mentre nel paese la disoccupazione continua a fare balzi in avanti e sono decine di migliaia i lavoratori che non ricevono lo stipendio da mesi e, in alcuni casi, anche da anni. Anche in questo caso, il capitale italiano è stato subito presente all'appello. LA STET, LA SDS E I FACCENDIERI BULGARI E RUSSI La Bulgaria è scossa da alcune settimane da un intricato scandalo, che ha portato alla luce gli stretti legami tra finanzieri russi legati alla mafia (Michael Corny e Grigorij Lucanski) e i loro "rappresentanti" locali (il pluriincriminato finanziere bulgaro Krasimir Stojcev, oltre all'imprenditore Vladimir Grasnov), i cui capitali, in questi anni, si sono concentrati soprattutto sulla "Mobiltel", la società che detiene il monopolio dei GSM in Bulgaria. Impossibile riassumere nei dettagli la dura e complessa resa dei conti tra il premier Kostov e tali ambienti, un tempo a lui vicini e ora diventati scomodi in conseguenza delle faide interne al partito al governo a Sofia, la SDS. L'ultimo sviluppo ha visto la moglie di Kostov dovere ammettere che la sua fondazione "caritatevole" ha ricevuto qualche giorno prima delle elezioni del '97 un lauto finanziamento da una società di Lucanski, che a sua volta sostiene di avere in passato finanziato il partito a suon di miliardi, in collaborazione con Stojcev, il quale in precedenza aveva già ammesso apertamente la cosa. Tra i fatti ritornati a galla dopo alcuni anni, ve ne è uno che riguarda direttamente l'italia. La "Mobiltel" è stata acquistata nell'estate del '96 da due società di Lucanski, che la hanno rilevata da Stojcev. La società, secondo le accuse avanzate ora, era il canale attraverso il quale passavano i "fondi neri" della SDS, che nel '96 era impegnata nella campagna presidenziale e puntava a elezioni anticipate, poi ottenute con pressioni di ogni tipo nella primavera '97. Nel febbraio del '97 Stojcev si è infine dimesso anche da ogni incarico nella "Mobiltel" per diventare direttamente consulente della SDS in

8 vista dell'imminente campagna elettorale (con la quale poi il partito ha conquistato la maggioranza assoluta, dopo una serie di manifestazioni e assalti al parlamento sapientemente orchestrati). Contemporaneamente al suo ritiro dagli affari, Stojcev annunciava l'imminenza della vendita della "Mobiltel" (da alcuni mesi comunque di proprietà di una società di Lucanski) all'italiana STET, società controllata dalla Telecom Italia e quindi indirettamente dal governo italiano. La STET avrebbe posto allora tuttavia come condizione che alla "Mobiltel", invece di una semplice licenza, venisse assegnata dallo stato una concessione. Il governo tecnico di transizione guidato da Sofijanski, nominato nel periodo di interregno dopo le elezioni, però, ha respinto la richiesta nella primavera inoltrata del '97, la STET si è quindi ritirata dall'affare e la "Mobiltel" è passata infine nelle mani di Corny, un protetto dello stesso Lucanski e anch'egli vicino alla SDS. Secondo la ricostruzione del settimanale "Kapital", a suggerire a Stojcev la vendita di quote di controllo alla STET sarebbe stato l'ente statale per le telecomunicazioni, il quale poi avrebbe accettato un preventivo passaggio della "Mobiltel" in mano al faccendiere Lucanski stante la garanzia che comunque alla fine sarebbe stata venduta alla STET. L'operazione non è andata in porto e la STET ha rivolto i suoi interessi altrove, andando a firmare da lì a pochi mesi con i burocrati del regime di Milosevic il noto accordo megamiliardario per l'acquisto di una quota della Telekom serba. Da un punto di vista tecnico, riguardo alle vicende bulgare della STET in Bulgaria non c'è nulla da eccepire, ma non si può non rimanere sconcertati dalla leggerezza con cui una società nei fatti controllata dallo stato italiano abbia condotto per mesi trattative di acquisto con faccendieri come il bulgaro Stojcev, la provenienza dei cui capitali non è mai stata chiara e che è stato costantemente al centro di scandali e incriminazioni, o peggio ancora con società del russo Lucanski, condannato negli anni '80 in Lettonia a sette anni di prigione per truffa, definito da un rapporto dei servizi segreti tedeschi "il capo della mafia russa", indicato dall'interpol come persona che si interessa del contrabbando di armi e il traffico di narcotici, definito dal "Time" il più astuto e inafferrabile criminale del mondo e, infine, dichiarato persona non grata in Canada, Gran Bretagna e negli USA. L'operazione mancata è uno dei tanti capitoli degli affari del capitale italiano, a controllo statale o privato, in Bulgaria, ultimo dei quali è stato quello della vendita della Bulbank all'unicredito, che ha sollevato una marea di critiche e di accuse. Chi scrive si ricorda ancora che nei primi mesi del '97, cioè proprio nel periodo in cui la STET puntava all'acquisto della "Mobiltel", una delegazione italiana formata da Casini, Mastella e Gawronski si era recata a Sofia per appoggiare le manifestazioni della SDS intenta nelle sue operazioni di conquista del potere. I tre erano stati immortalati anche dalla televisione italiana mentre in una di queste manifestazioni, mano nella mano con Kostov, saltavano sul palco al grido di "chi non salta un comunista è". Visto quanto emerso nel frattempo, lasciamo giudicare al lettore cosa sia chi, invece, salta. (da materiali pubblicati da "Sega", 8 settembre 2000 e "Kapital", 9-15 settembre 2000) Da "Notizie Est - Balcani" n. 357, 12 ottobre 2000: [...] Oggi sono in visita ufficiale a Belgrado il primo ministro italiano Giuliano Amato e il ministro degli esteri Lamberto Dini. Quest'ultimo, poco prima di partire, si è preoccupato di dichiarare all'ansa che "nonostante i forti aiuti dell'ue per la ricostruzione, tutti i leader albanesi continuano a invocare l'indipendenza del Kosovo, che non è prevista dalla risoluzione 1244 dell'onu". Chissà se Dini incontrerà il presidente serbo Milutinovic, uno dei suoi più importanti riferimenti in Serbia fin dall'affare Telekom e nel corso delle presidenziali serbe del '97. E a proposito di Telekom serba, proprio nei giorni della visita di Dini i sindacati indipendenti del settore poste e telecomunicazioni hanno chiesto le dimissioni del direttore generale delle poste e telegrafi (PTT), Aleksa Jokic, nonché di tutti gli altri alti dirigenti. Sono state chieste espressamente anche le dimissioni del direttore della Telekom serba (che dipende dalle PTT serbe, ma è a larga partecipazione italiana), Milos Nesovic, nonché dell'intero consiglio di amministrazione dell'azienda. Il sindacato accusa la direzione delle PTT di essere stata un canale per il lavaggio di denaro sporco e per la diversione di fondi verso le forze politiche che sostenevano Milosevic. L'accusa di avere trasferito fondi al SPS viene fatta anche al direttore generale della Telekom. Il sindacato chiede inoltre che le PTT e la Telekom presentino immediatamente un bilancio delle loro condizioni economiche attuali e che vengano reintegrati i lavoratori scacciati, trasferiti o licenziati dalle due aziende per le loro attività sindacali, dando un ultimatum per il 16 ottobre. (fonte: "Danas" del 12 ottobre 2000) Da "Notizie Est - Balcani" n. 364, 7 novembre 2000: SCHELETRI NELL'ARMADIO E CADAVERI "PULITI"

9 I LAVORATORI DELLA TELEKOM IN SCIOPERO: VOGLIAMO VEDERE IL CONTRATTO DI VENDITA A STET E OTE di O.R. - ("Danas", 7 novembre 2000) Belgrado - "Non siamo entrati in sciopero per interrompere il sistema delle telecomunicazioni. In conformità al contratto collettivo rispetteremo il livello minimo di lavoro, ma se saremo costretti a interrompere completamente le attività, il pubblico ne verrà informato in tempo", è stato dichiarato ieri in una conferenza stampa comune del sindacato indipendente dei lavoratori delle Poste e Telecomunicazioni (PPT) della Serbia "Nezavisnost" e del Sindacato della Telekom Srbija. Leonard Bobisud, presidente del sindacato indipendente dei lavoratori delle PPT "Nezavisnost" ha comunicato ai giornalisti che, vista l'identicità delle rispettive richieste, i due sindacati coordineranno le loro azioni. "Nella seduta congiunta di ieri abbiamo formato un comitato di coordinazione formato da otto membri che lavoreranno attivamente affinché vengano accettate le richieste che i direttori generali delle PTT e della Telekom, Aleksa Jokic e Milos Nesovic, nonché i membri dei Consigli di Amministrazione di tali due imprese, vengano immediatamente rimossi dal loro incarico e che all'opinione pubblica e ai dipendenti venga reso accessibile il contratto di vendita della Telekom [si fa riferimento alle quote vendute alla STET e alla OTE nel N.d.T.]", ha detto Bobisud. Egli ha affermato che al governo della Serbia è stato dato un termine di quarantotto ore per soddisfare le richieste degli scioperanti. Dopo lo scadere del termine, è stato detto, "verrà effettuato un blocco delle direzioni di PPT e Telekom e forse dello stesso governo". Secondo le sue parole, i sindacati intraprenderanno "ogni msura legittima affinché dall'azienda vengano allontanate tutte le persone che la hanno portata alla rovina". "Se il governo non rimuoverà dal loro incarico le dirigenze, le costringeremo noi a firmare le dimissioni", ha concluso Bobisud. Secondo le parole di Zoran Mrvaljevic, presidente del Sindacato della Telekom Srbija, stanno scioperando circa tremila lavoratori. "Terremo duro sulle nostre richieste", ha affermato. Egli ha ricordato che lo sciopero dei lavoratori della Telekom è stato rimandato dopo le promesse del Governo di rimuovere dalle loro funzioni nel più breve tempo i dirigenti dell'azienda. Mrvaljevic ha fatto riferimento al contratto di vendita della Telekom, affermando che "ai cittadini deve essere reso conto di tale operazione. Sono stati promessi grandi stipendi ai lavoratori, ma tutto si è trasformato in un'operazione mafiosa", ha detto. Da "Notizie Est - Balcani" n. 366, 11 novembre 2000: TELEKOM: LA GALLINA DALLE UOVA D'ORO IN UN CORTILE STRANIERO di Jelica Putnikovic - ("Reporter", 8 novembre 2000) [Segue più sotto una "infornata" di notizie in breve sull'affare Telekom Srbija e, con l'occasione, sui rapporti Vaticano-Mira Markovic] Oltre che sulla vendita della Telekom Srbija [all'italiana STET, controllata dalla Telecom Italia, e alla greca OTE], i cui dettagli rimangono ancora oggi ignoti, vi sono dubbi anche sui profitti della società mista così formata (conseguiti effettivamente o fittiziamente), che un piccolo numero di eletti si è accaparrato per sé, lasciando, eventualmente, le briciole a un altro gruppo ristretto di privilegiati. Per cominciare dalla fine, in questi giorni si è fatta molto attuale la domanda del perché la Telekom ha ceduto i redditi generati dagli apparecchi automatici. Per quale importo e a chi? Marija Dancetovic, una dei leader sindacali della Telekom, ha affermato in una conversazione con "Reporter" che il Sindacato di tale azienda non dispone di alcun dato nero su bianco, ma che è un "segreto noto a tutti" che l'85% dei redditi di determinati apparecchi automatici (quelli più redditizi) vanno agli "acquirenti nascosti" e solo il 15 per cento rimane alla Telekom. Come "acquirenti" segreti vengono menzionati le società sportive Partizan e Crvena Zvezda (Stella Rossa), divenute tali grazie all'intermediazione della società privata di Milorad Jaksic, che è stato privato della sua poltrona di direttore in maniera estremamente affascinante un giorno prima della vendita della Telekom. LE CONCESSIONI L'impresa pubblica PTT Srbija (Poste e Telegrafi della Serbia) ha il diritto di assegnare concessioni sulla Telekom e Aleska Jokic, della JUL, lo ha fatto nella sua veste di direttore generale. L'ex direttore generale delle PTT Srbija Milorad Jaksic, che è stato rimosso dal suo incarico, sembra tuttavia essere rimasto in gioco. "Alla Telekom ogni cosa è un 'segreto d'affari', perfino quanti soldi arrivano effettivamente sul nostro conto corrente" afferma Marija Dancetovic. Il Sindacato Telekom, da parte sua, è stato formato il 9 luglio 1997, alcuni giorni dopo che è stato venduto il 49% delle azioni della telefonia delle PTT Srbija. Oltre a esso, nelle PTT Srbija esistono altre due organizzazioni sindacali. Critica nei confronti dei suoi colleghi del sindacato "Nezavisnost" i quali boriosamente e con arroganza hanno fatto irruzione nell'edificio delle poste nella Takovska ulica, Marija Dancetovic non risparmia le critiche nemmeno nei confronti dei colleghi del terzo sindacato, quello statale (SSS), e afferma che i suoi leader sono stati comprati affinché non facessero problemi. Come esempio, l'interlocutrice di "Reporter" racconta che

10 Srdjan Golubovic, ex presidente del Sindacato PTT, ha ottenuto dall'azienda un appartamento a Belgrado nella Ulica internacionalnih brigada (sotto la Biblioteca Nazionale) numero 20, di 200 metri quadri. Questo sindacalista di Leskovac recentemente ha dato le dimissioni e ha ottenuto un posto di lavoro alla Takovska 2 (la Direzione Centrale delle Poste). "Anche prima della vendita della Telekom avevamo avvertito che, con l'entrata del capitale estero sarebbero venuti anche dei datori di lavoro esteri. I lavoratori della Telekom non hanno i medesimi interessi dei lavoratori delle PTT Srbija. Per nostra sfortuna, al tempo della vendita della Telekom ministro del lavoro, della casa e delle questioni sociali era appena diventato Tomic Milenkovic, che dopo essere stato presidente dei sindacati statali SSS, e prima di diventare ministro, ha lavorato alle PTT, nella Unità di lavoro di Pancevo. La nostra rivolta non è servita a nulla. Abbiamo cercato, per mezzo dell'assemblea del Sindacato PTT, di fare capire ai funzionari sindacali delle PTT che saremmo stati venduti e non avremmo ottenuto nulla in cambio. Solo i dipendenti delle PTT non hanno potuto ottenere il diritto alle azioni dell'azienda nella quale lavorano, perché la Telekom è stata venduta prima della Legge sulla trasformazione delle imprese (che dà ai dipendenti il diritto di ottenere una quota del patrimonio dell'azienda). Ci hanno venduti dopo avere apportato modifiche e aggiune alla Legge sui sistemi di comunicazione e alla Legge sulle concessioni. Hanno trovato un modo di scorporare la Telekom dalle PTT e di venderci. E le telecomunicazioni sono una 'gallina d'oro' che produce 'uova d'oro'. E' una cosa nota in tutto il mondo. Ci ha venduti Milan Beko [fino al settembre scorso, direttore generale della Zastava, azienda a partecipazione dell'italiana IVECO - N.d.T.]. Ha fatto tutto quando era ministro delle privatizzazioni. I contratti di vendita e quelli azionari non li ha mai visti nessuno. Il loro contenuto è noto solo a Beko e, probabilmente, a Slobodan Milosevic", afferma questa lavoratrice del Servizio 988, ricordando che Milorad Jaksic "un giovedì prometteva ai lavoratori che sarebbero stati protetti e che avrebbero avuto delle buone condizioni" e il giovedì successivo veniva sostituito. I MILIARDI Il motivo di questa sostituzione, sempre secondo le voci che corrono, è che tale dirigente delle PTT, comunque capace, stava cercando di concludere un affare con la svedese "Ericsson" e la tedesca "Siemens" alle spalle di Beko. Così, a quanto sembra, ha cominciato a dare fastidio a persone con una posizione politica molto forte che volevano una fetta della torta per sé, e quindi è stato sostituito. L'affare sulla condivisione dei profitti dagli apparecchi automatici gli è stato quindi concesso come premio di consolazione. Dopo avere dichiarato che con la privatizzazione delle PTT, dopo la scorporazione delle poste dalle telecomunicazioni, ci si sarebbe potuti attendere l'afflusso di qualche miliardo di dollari, Milorad Jaksic è stato rimosso dal proprio incarico dal governo della Serbia, mentre si trovava in viaggio d'affari, il 28 gennaio Il suo successore Aleksa Jokic non si è opposto quando la Telekom, invece che per alcuni miliardi di dollari, è stata venduta per 1,568 miliardi di DEM. Va osservato che il valore di acquisto delle PTT era stato valutato da "Nat West Markets", consulente di queste ultime, come compreso tra 2,9 e 3,2 miliardi di DEM, mentre il consulente del partner straniero, la società svizzera UBC, aveva affermato che le PTT valgono 3,3 miliardi. Puntando il dito contro la cattiva gestione dell'azienda, i sindacalisti affermano che nel parco macchine del direttore generale della Telekom, Milos Nesovic, c'è una vettura di marca Audi del valore di DEM. Alla giustificazione di Nesovic che questa automobile di lusso, così come altre, non è di proprietà della Telekom, bensì delle PTT Srbija, e che la prendono in affitto dalle PTT per aiutare la società madre, Marija Dancetovic afferma: "Sarà anche delle PTT Srbija. Ma le PTT non hanno così tanti soldi come la Telekom. Nelle PTT le spese sono pari all'80% dei redditi complessivi, e quindi difficilmente con il rimanente 20 per cento possono comprarsi i modelli più recenti, blindati e con i vetri neri. Sono soldi presi da quel 51% della Telekom di proprietà della holding. L'azionista greco si prende la sua quota, quello italiano la sua e noi ci dividiamo il rimanente bottino. E nonostante tutto questo, i lavoratori nel 1997, al momento della vendita della Telekom, avevano uno stipendio di 400 DEM, mentre adesso ne prendono solo 150, in media. Anche se in occasione della vendita della Telekom è stata inserita una clausola secondo cui per i cinque anni successivi alla conclusione dell'affare, i dettagli del contratto non possono essere resi accessibili al pubblico, il sindacato chiede: 'Fate vedere il contratto, affinché possiamo sapere cosa ci aspetta'. RIQUADRO: COMMERCIO CON PICCOLI E GRANDI MEZZI [Riporto per completezza anche il seguente riquadro redazionale di "Reporter", che accompagna l'articolo di Jelica Putnikovic, segnalando tuttavia subito che i dubbi sulla vera identità degli acquirenti della Telekom Srbija sono del tutto infondati, come spiegato nei particolari nella mia successiva nota - A. Ferrario] La domanda a chi e a quali condizioni è stata venduta la Telekom è stata avanzata in questi giorni dal Fondo per lo sviluppo della democrazia. E' stato segnalato che esistono dubbi su chi siano i proprietari effettivi, perché: all'opinione pubblica (con un annuncio dato su "Politika" l'8 giugno dal consulente delle PTT, la società Net West Markets) è stato comunicato che il 20 per cento era stato acquistato dalla greca OTE e il 29 per cento dalla Telecom Italia S.p.A., mentre presso il Tribunale commerciale di Belgrado e nella Gazzetta ufficiale della Federazione jugoslava, accanto alla società greca OTE, quale acquirente di

11 una quota della Telekom Srbija viene citata la società olandese Stet International Netherlands N.V. Quindi la società italiana non viene nemmeno nominata e il Fondo per lo sviluppo della democrazia afferma che, secondo dati non ufficiali, non vi sono assolutamente rapporti tra la società olandese e quella italiana (con l'eccezione del fatto che negli organi dirigenziali della società di Amsterdam figurano anche degli italiani). E' interessante notare che, comunque, non sono noti gli azionisti di tale società olandese e quindi non si sa se tra di essi vi sono jugoslavi. Se il vero acquirente del 29 per cento della Telekom è una società olandese o italiana lo confermerà, tra gli altri, il nuovo governo della Serbia. Se i dubbi sugli azionisti effettivi, nonché sulle malversazioni e sulle provvigioni, verranno confermati, dovranno occuparsene i giudici. L'avvocato Milenko Radic, del Fondo per lo sviluppo della democrazia, sospetta anche dell'accordo stipulato con l'assistenza di Douglas Herd (che il 24 luglio si era incontrato con Slobodan Milosevic e Ljubisa Ristic proprio per la vendita della Telekom) e della Net West Markets da egli rappresentata, perché il prezzo reale era almeno tre volte maggiore di quello realizzato. Ricordando lo scenario in cui è avvenuta la vendita della Telekom, Radic afferma che cinque giorni prima della vendita il governo della Serbia aveva approvato un Decreto per l'impiego e lo sfruttamento dei fondi provenienti dalla vendita del capitale di imprese pubbliche, e che lo stesso giorno aveva dato il proprio accordo al programma del Fondo per lo sviluppo della Serbia, nel quale tale denaro è andato ad affluire. Inoltre, nel Consiglio di amministrazione del Fondo per lo sviluppo della Serbia il governo aveva praticamente nominato se stesso (il presidente del Consiglio di ammiknistrazione del fondo era il premier Mirko Marjanovic, e i membri erano Dragan Tomic, Dusan Matkovic, Borka Vucic...). Il 9 giugno è stato firmato il contratto e la Telekom è diventata una società per azioni con una partecipazione estera del 49%. E' interessante notare, tuttavia, che gli azionisti di minoranza hanno nei fatti il potere reale nella Telekom, perché su cinque membri del Consiglio Esecutivo dell'azienda tre sono stranieri e, secondo fonti non ufficiali, nella stessa azienda gode di maggiori poteri del direttore Nesovic il suo collega straniero, che ricopre l'incarico di vice-direttore generale. NOTA: I dubbi espressi dall'avvocato Milenko Radic del Fondo per lo sviluppo della democrazia in merito alla Stet International Netherlands sono del tutto infondati, come risulta anche solo da una rapida verifica su Internet. La Stet International Netherlands N.V infatti è una società interamente controllata dalla Telecom Italia S.p.A. e la cui funzione è quella di effettuare le acquisizioni estere della casa madre nel settore della telefonia fissa. La Stet International ha infatti acquistato quote di operatori telefonici in Spagna, Brasile, Argentina, Cile, Bolivia e Cuba, come riportato nei particolari da svariate fonti specializzate, e compare regolarmente nei bilanci delle società del gruppo Telecom Italia. Anche nell'ultimo numero del settimanale serbo "NIN" (9 novembre 2000) si avanzano dubbi infondati sui legati tra la Stet International Netherlands e la Telecom Italia. Nel relativo lungo articolo vengono tuttavia citate altre informazioni interessanti, sempre da leggere con la dovuta prudenza. Secondo il settimanale sarebbe stato Ivan Curkovic, noto ex calciatore serbo e attuale presidente del Partizan di Belgrado (del Partizan parla anche l'articolo di "Reporter" più sopra), nonché amico dell'ex premier federale Marjanovic (si veda sempre l'articolo di "Reporter"), ad aprire canali di contatto tra le autorità serbe e la Telecom Italia. In quegli anni Curkovic aveva numerosi contatti con importanti banche di tutto il mondo, poiché si occupava della compravendita di giocatori jugoslavi e dell'organizzazione delle partite all'estero delle squadre serbe. Il tutto, secondo quanto scrive "NIN", avveniva per il tramite di una società svizzera, la Radiotele, che allo scopo ha fondato in quegli anni una omonim consociata in Olanda, con filiale in Italia. Da qui probabilmente vengono i sospetti dei due settimanali serbi, visto tra l'altro che, causa l'embargo, il settore degli affari calcistici per centinaia di miliardi sembra essere stato uno dei canali per la diversione di fondi. L'altro particolare interessante rilevato da "NIN" è che nel consiglio di amministrazione del Partizan Belgrado ai tempi dell'affare Telekom sedevano il ministro delle telecomunicazioni della Serbia, Dojcilo Radojevic, e il già menzionato direttore della società telefonica Mobtel, Aleksa Jokic, oggi direttore delle PTT. Un articolo pubblicato dalla newsletter di settore "Telecommunications Online" nel luglio 1997 riguardo alla vendita della Telekom Srbija conferma invece quanto scrive "Reporter" in merito all'alto grado di controllo effettivo che la Stet (cioè Telecom Italia) ha della gestione degli affari correnti della società serba, pur essendo azionista di minoranza: "Il governo serbo passerà [ai partner stranieri] la gestione quotidiana della Telecom Serbia, ma tratterà per sé una 'golden share' che gli darà il diritto di veto sulle decisioni importanti. Stet ha affermato che deterrà quella che viene definita una 'sub-golden share', che le consentirà di avere il voto decisivo nel consiglio di amministrazione". Riguardo alla società di consulenza Net West Marktes le informazioni reperibili in Internet e negli archivi della stampa sono risultate, finora, molto scarne: la società era stata scelta nell'ottobre del '97, alcuni mesi dopo l'affare Telekom, come uno dei consulenti del governo macedone per la vendita della Telekom Makedonija (la società non è ancora stata venduta, anche se è oggetto di interesse da parte della greca OTE e della francese Alcatel). Il 9 marzo 1998 il quotidiano serbo "Nasa Borba" registrava una dichiarazione del direttore della Net West, John Crowley, secondo cui "con il contratto con la STET e la OTE è stato dato un segno di sicurezza e il paese si è confermato come un luogo in cui gli investitori esteri possono operare".

12 Le voci corse sull'affare Telekom sono state davvero molte. Ne riprendiamo qui per la cronaca altre due che riguardano direttamente l'italia. In un articolo del settimanale montenegrino "Monitor" pubblicato il 4 febbraio 2000 e riguardante la revoca dal proprio incarico dell'ex ambasciatore jugoslavo in Italia Miodrag Lekic, si scrive che quest'ultimo era stato tenuto dalle autorità di Belgrado all'oscuro di tutti i più importanti rapporti tra Italia e Jugoslavia e tra le altre cose si cita a proposito "l'incontro segreto tra il presidente serbo Milutinovic e [il ministro degli esteri italiano] Dini (probabilmente in relazione al contratto di compravendita della Telekom Srbija) avvenuto in un appartamento privato di Roma", senza aggiungere ulteriori particolari. Il quotidiano "Danas" (7 aprile 2000) e il settimanale "Reporter (19 aprile 2000) hanno aperto un altro "fronte diplomatico", scrivendo che l'ex ambasciatore jugoslavo in Vaticano, Dojcilo Maslovaric, membro della JUL (come il direttore delle PPT, Jokic) e particolarmente vicino alla moglie di Milosevic, Mira Markovic, aveva guadagnato tra 2 e 5 milioni di marchi tedeschi come provvigioni per il suo ruolo chiave nell'affare Telekom. Maslovaric aveva buoni contatti anche con don Vincenzo Paglia, della comunità di Sant'Egidio e, secondo quanto scrive Pregrad Simic in "NIN" del 18 maggio 2000, l'iniziativa delle trattative tra Rugova e Milosevic per l'accordo sull'educazione, poi firmato nel settembre 1996 e mai applicato, sono partite dai due. Nello stesso periodo don Paglia premeva sul Vaticano affinché il Papa si recasse in visita in Serbia, un progetto, secondo Simic, fortemente caldeggiato da Mira Markovic. Ci permettiamo a proposito un'ulteriore digressione, rilevando due fatti che sono un chiaro segno delle buone relazioni tra Vaticano e la signora Markovic. Durante i bombardamenti NATO del 1999, RAI 1 aveva trasmesso una puntata della trasmissione "Porta a porta", condotta da Bruno Vespa, giornalista che notoriamente intrattiene ottimi rapporti con le gerarchie vaticane, durante la quale è stata intervistata in diretta Mira Markovic, mentre in studio c'era una profuga albanese del Kosovo che non aveva più notizie dei suoi famigliari. Grazie all'abile opera di Vespa in studio, alla Markovic è stata data l'occasione di mostrarsi "umana" raccomandando alla profuga di andare a chiedere notizie dei suoi cari alla... ambasciata jugoslava a Roma! (E' stata certamente una delle trasmissioni televisive più ciniche del periodo dei bombardamenti). La Markovic inoltre, è stata intervistata con grande risalto nell'ottobre del 1999 dal settimanale cattolico "Famiglia Cristiana". Imboccata ad arte dall'intervistatore, la Markovic ha affermato che la delegazione jugoslava a Rambouillet non aveva firmato il relativo trattato a causa del noto "Allegato B" - per la cronaca, si è trattata della prima affermazione in tal senso da parte di un personaggio ufficiale jugoslavo, visto che nessun rappresentante jugoslavo si era mai lamentato di tale Allegato, né a Rambouillet, né nei sei mesi successivi. Tra le altre notizie trovate negli archivi sull'affare Telekom Srbija va citato ancora un articolo di "Nasa Borba" (28 gennaio 1998) in cui, riprendendo materiali pubblicati dal "Financial Times", si scrive che l'azienda serba avrebbe presto venduto un ulteriore 20% delle azioni ai partner stranieri, per un totale di 500 milioni di dollari, e che nei mesi precedenti la Telekom Srbija aveva ottenuto crediti a breve termine dalla Stet e dalla OTE per 63 milioni di marchi. (a cura di Andrea Ferrario) Da "Notizie Est - Balcani" n. 369, 18 novembre 2000: AFFARI, BANCHE & CONDONI [Seguono, nell'ordine, brani di un'intervista concessa a "NIN" da Maslovaric, ex ambasciatore jugoslavo in Vaticano, sull'affare Telekom Srbija; un breve pezzo sulla ristrutturazione "balcanica" dell'italiana Mediobanca; un commento di "Danas" sulla recente amnistia dell'ue agli uomini del regime di Milosevic, con un elenco dei nomi più noti cancellati dall'elenco delle persone bandite dall'unione] CHI SI RIVEDE, DOJCILO MASLOVARIC Il settimanale di Belgrado "NIN" ha pubblicato nel suo numero del 16 novembre un'intervista a Dojcilo Maslovaric, l'ex ambasciatore jugoslavo in Vaticano al quale avevamo accennato nella serie di materiali riguardanti l'affare Telekom Srbija pubblicati in "Notizie Est" #366 dell'11 novembre scorso. Riportiamo più sotto i passi maggiormente interessanti di tale intervista (Maslovaric è stato contattato da "NIN" a Roma, dove ancora si trova). [...] NIN: Si dice che lei sia stata una delle persone chiave che hanno mediato per la firma del contratto relativo alla vendita della Telekom.

13 MASLOVARIC: Sono scemenze, idiozie, "tesi cospirative". Visto che mi trovavo in Italia da quattro anni, visto che conosco molte persone, avevo il fortissimo desiderio di aiutare ad arrivare alla conclusione di tale affare. Ho portato il presidente del Banco di Roma a Belgrado già il 13 giugno 1996, all'incirca quando sono venuto qui a Roma. Successivamente con il Banco di Roma ha lavorato Borka Vucic [direttrice generale della Beogradska Banka e comunemente definita la "banchiera privata di Milosevic" - N.d.T.]. E così si è arrivati alla Telekom. Io ero il tramite, mi contattavano per la mia conoscenza con il presidente. Ero io il contatto per fissare un incontro. NIN: Si ritiene che una persona coinvolta in tutto questo ne tragga dei vantaggi materiali, delle provvigioni, una percentuale? MASLOVARIC: Sì, ma come può ottenerne un ambasciatore? Penso che assolutamente non possa. A tutto ciò hanno lavorato persone del governo, persone delle Poste e della Telekom, da questa e dall'altra parte. Su queste cose vi può raccontare tutto Milan Beko, che vi ha partecipato direttamente, che è stato nominato dal presidente del governo e da quelli delle Poste che allora hanno lavorato. Naturalmente, è stato necessario allora sostituire alcune persone delle Poste. A quei tempi è stato sostituito Jaksic. Eh, si tratta di businessmen che possono trarre vantaggi, guadagnare. NIN: E' vero che l'affare ha avuto un valore di un miliardo e cento milioni di lire [si tratta della cifra ufficialmente comunicata - N.d.T.]? MASLOVARIC: Milan Beko ha tutti i relativi dati precisi. Oltre agli italiani, vi hanno preso parte anche i greci. E la cifra precisa è superiore a un miliardo e mezzo di marchi, vicina a un miliardo di dollari. Si tratta di una cifra molto alta rispetto al caso della Romania. Qui, nei giornali, gli italiani sono stati criticati per avere pagato troppo da noi. E Milan Beko ha detto che Nikola Sainovic e Jaksic volevano vendere per venti anni a fronte di una cifra minore, e lui è riuscito ad accordarsi per otto anni e per più soldi. NIN: Come è stato speso quel denaro? Per le pensioni prima delle elezioni del 1997? MASLOVARIC: Ero presente quando il presidente Milosevic ha detto apertamente a Marjanovic [l'allora premier] e a tutti gli alti funzionari: "E' una buona iniezione per la nostra economia, risponderete personalmente di fronte a me se quei soldi non verranno diretti come è necessario e dove è necessario". "E come no, presidente", gli hanno risposto. E sapete dove sono andati a finire? Piccole somme sono andate per le pensioni, mentre quelle grandi sono state spese nelle grandi imprese, nelle imprese "di successo". [...] [Tra gli altri particolari interessanti cui Maslovaric accenna nelle parti qui non riportate, vanno segnalate le sue affermazioni secondo cui uno dei motivi per cui egli non ha fatto ritorno in Serbia dopo la sua revoca nel febbraio scorso sono state le minacce provenienti da Marko Milosevic, figlio del più noto Slobodan, il quale sarebbe tra l'altro stato due volte a Roma alla fine del Maslovaric si lamenta anche della non professionalità di molti diplomatici jugoslavi, citando in particolare il caso del console a Milano, che era stato in precedenza direttore della "Zastava". Si conferma inoltre il particolare favore di cui Maslovaric godeva in Vaticano, visto che l'ex ambasciatore afferma di essere stato insignito, dopo soli due anni e due mesi che era a Roma, dell'ordine "Pio IX" conferito dal Papa, secondo Maslovaric un fatto senza precedenti per un ambasciatore. "NIN" riporta anche un breve profilo biografico di Maslovaric: è nato a Istok, in Kosovo, nel 1953, ha studiato legge a Belgrado e dal 1976 lavora al ministero degli esteri. E' stato console a Roma dal 1986 al 1990, vicesegretario nel governo di Milan Panic, segretario agli esteri della Serbia dal 1994, ed è infine diventato ambasciatore in Vaticano nel 1996, fino alla sua rimozione nel febbraio 2000] MEDIOBANCA O MEDIOBALCANICA? di Andrea Ferrario In Italia i Balcani sono purtroppo diventati nel senso comune, grazie anche all'opera dei media, sinonimo di loschi traffici, regimi autoritari e, soprattutto, immigrazione criminale. Nelle sfere della grande finanza, tuttavia, il termine ha un'accezione molto meno sgradevole, come è facilmente comprensibile a chi segua i grandi affari che il capitale italiano ha realizzato nei Balcani. Lo dimostra tra le altre cose la recente ristrutturazione dei vertici di Mediobanca, la grande banca d'affari che è sempre stata il salotto buono in cui si riunisce la "crème" del capitale italiano. Il 28 ottobre (ironicamente, l'anniversario della marcia su Roma di Mussolini, un altro "appassionato" di Balcani) nel consiglio di amministrazione di Mediobanca sono entrati a fare parte rappresentanti di Banca di Roma (Giorgio Brambilla) e di UniCredito (Paolo

14 Biasi). Le due banche avranno fra breve loro uomini anche ai posti dei due vicepresidenti di Mediobanca. E' stato rinviato solo di poco l'ingresso di Roberto Colaninno, numero uno di Telecom Italia. Dei vertici di Mediobanca fa tradizionalmente parte anche la Fiat, mentre il 28 ottobre ha visto l'uscita della Comit. Tutte queste banche e aziende hanno svolto un grande (e chiaccherato) ruolo nei Balcani: la Banca di Roma ha grossi interessi in Albania e, secondo quanto racconta qui sopra Maslovaric, avrebbe avuto un ruolo nel mega-affare Telekom Srbija, tramite i suoi contatti con Borka Vucic, importante esponente di regime; la UniCredito ha realizzato affari megamiliardari, oggetto di una valanga di accuse da parte dei media locali, in Croazia e in Bulgaria (Splitska Banka e Bulbank rispettivamente); il Gruppo Fiat ha da anni interessi nella jugoslava Zastava, fino a poco tempo fa una delle roccaforti dei socialisti di Milosevic; la Telecom Italia è nota a tutti per l'acquisto della Telekom Srbija nel 1997, affare tornato alla ribalta sulla stampa serba nelle ultime settimane. La Comit da parte sua abbandona Mediobanca, ma ne faceva parte nel momento in cui, l'anno scorso, trattava e realizzava con gli uomini del regime di Tudjman l'affare per l'acquisto della Privredna Banka. Insomma, Mediobanca balcanizzata, ma con stile e, soprattutto, con profitto. (i dati sui cambiamenti ai vertici di Mediobanca sono tratti da "Corriere della Sera" e "Repubblica" del 29 ottobre 2000) Da "Notizie Est - Balcani" n. 381, 24 dicembre 2000: LINEE BOLLENTI di Nikola Vrzic - ("NIN", 21 dicembre 2000) [Nota: La stampa serba continua a seguire con attenzione gli sviluppi relativi alla vendita di quote della Telekom Srbija a italiani e greci, a differenza di quella italiana che sull'argomento, a quanto ci risulta, tace completamente] L'ex presidente ha guardato negli occhi Miodrag Miki Vujovic, nel corso di un'intervista per la TV Palma, ha pensato all'intero popolo e lo ha messo in guardia: il nuovo governo svenderà agli stranieri tutte le imprese serbe strategiche a prezzo derisorio, a differenza di quello precedente, cioè il suo governo, quello del popolo. Nella discussione sulle vendite e le svendite, tuttavia, dopo l'ex presidente ha preso la parola anche un potenziale futuro candidato a presidente del governo della DOS, Zoran Djindjic - ha ricordato la vendita di quote della Telekom Srbija agli italiani e ai greci nel giugno del 1997, definendo il relativo accordo estremamente dannoso per lo stato, il più dannoso mai stipulato, e ha dichiarato che sarà oggetto di una revisione. All'inizio del giugno 1997 lo stato della Serbia ha trasformato quella che fino ad allora era l'impresa pubblica PTT Srbija (Poste e Telegrafi della Serbia), scorporando dalle Poste la Telekom e vendendo il 49% delle sue azioni a due aziende estere, l'italiana STET, o più precisamente l'impresa STET International Netherlands N.V. (SIN) con sede ad Amsterdam, e la greca OTE. Gli italiani hanno acquistato il 29% delle azioni, i greci il 20%. Complessivamente, il pacchetto di azioni è stato collocato a 1 miliardo e 568 milioni di marchi tedeschi - secondo quanto allora è stato comunicato al pubblico dai più alti vertici, la quota della STET è costata 893 milioni di marchi, mentre i rimanenti 675 milioni sono giunti allo stato della Serbia dalla greca OTE. IL REGISTA LJUBISA RISTIC Tuttavia: "L'OTE ha pagato la sua quota 650 milioni di marchi", afferma per NIN Aris Heretis, rappresentante della OTE nella Telekom serba e consigliere speciale di tale impresa. Una "nutrita" differenza, quindi, pari a 25 milioni di DEM, rispetto alla versione ufficiale, una differenza uguale alla somma che la OTE ha dato in prestito alla Telekom (con gli interessi, si tratta ora di una somma che supera i 30 milioni). Ad ogni modo, afferma il signor Heretis, la OTE non ha acquistato la sua quota dal Governo della Serbia, bensì dalla STET, che ha anche offerto loro le azioni. Ma questa è soltanto la punta dell'iceberg della vendita della Telekom, un iceberg che solo ora comincia a sciogliersi. Le stesse modalità di reperimento dei partner stranieri aveva già allora sollevato dubbi, poiché non vi è stata traccia di alcuna asta pubblica. "Non si sa ancora esattamente come sono stati trovati i partner stranieri", ha dichiarato a NIN il ministro federale delle telecomunicazioni Boris Tadic. "Invece di un'asta pubblica abbiamo organizzato una gara di vendita su invito", con queste parole laconiche ai tempi aveva dissipato i dubbi il ministro per la trasformazione delle proprietà, Milan Beko, direttamente incaricato da Slobodan Milosevic di portare a termine la fase conclusiva delle trattative. Secondo quanto rivela il ministro Tadic, nella prima fase delle trattative la parola principale la ha avuta il leader universale della Sinistra jugoslava (JUL) Ljubisa Ristic, politico, esperto di economia e di teatro. "Ristic ha condotto negoziati relativi alla stima del valore della Telekom insieme all'ex ministro britannico degli esteri Douglas Hurd, rappresentante della società di consulenza Net West", afferma Tadic e prosegue: "Nello stimare il valore della Telekom, Ristic lo ha in un primo momento sopravvalutato di svariate volte, fino a quando successivamente è accaduto qualcosa che lo ha spinto a modificare drasticamente l'offerta e a proporre

15 un prezzo che è decisamente inferiore a quello reale e a quello originale. Alla fine, comunque, la seconda offerta di Ristic è aumentata in una certa misura e il 49% della Telekom è stato venduto (ufficialmente) per un miliardo e 568 milioni di marchi tedeschi". Qui si riscontra un altro problema: "Le azioni della società sono state vendute per molto meno denaro di quanto se ne sarebbe potuto ricavare. Secondo alcune valutazioni, la Telekom valeva addirittura quattro miliardi di marchi", afferma il ministro Tadic, "mentre il valore delle intere PTT di allora era di circa otto miliardi". Il direttore generale incaricato della Telekom, Drasko Petrovic, ha espresso di fronte a NIN un'opinione analoga e afferma che "la somma per la quale è stata venduta parte della Telekom è lontana dal suo valore reale". Quei quattro miliardi, è chiaro, non potevano essere ottenuti in alcun modo nel 1997, sia per l'instabile situazione politica all'interno del paese, sia per il muro esterno di sanzioni e per l'imminente guerra in Kosovo... Se la vendita della Telekom fosse stata rimandata a tempi più pacifici e fortunati probabilmente si sarebbe ottenuto molto di più, ma non è andata così. Alla domanda perché non è stato così si possono dare due risposte e quale sia quella giusta è una cosa del tutto lampante. Una spiegazione, in particolare, potrebbe essere che tutto ciò è stato fatto per il bene della società telefonica nazionale, l'altra, invece, è che le quote della Telekom sono state vendute per altri motivi nazionali. L'ACCORDO SEGRETO "DISSOTTERRATO" Quale delle due risposte sia più vicina alla verità lo si intuisce dalle parole di Drasko Petrovic, il quale ai tempi della vendita di tale impresa era deputato nel Parlamento della Serbia e membro del Comitato per i Trasporti e le Comunicazioni: "Tutto quello che so con sicurezza è che del denaro ottenuto nemmeno un marco è entrato nella Telekom o nelle PTT". Alle parole di Petrovic si affiancano quelle del ministro Boris Tadic: "Non abbiamo ancora un'idea precisa di dove sia andato a finire il denaro, ma sappiamo che una parte è andata a tappare i buchi del bilancio". Gli stipendi e le pensioni, quindi, hanno portato via una parte del denaro (Petrovic ritiene che varrebbe la pena di "andare a frugare" anche nel Fondo per lo sviluppo della Serbia), mentre crediti rilevanti e "singole" imprese e persone si sono portati via l'altra parte - c'era bisogno tra le altre cose di aiutare la campagna elettorale dei partiti di governo... Le vie prese dal denaro ottenuto sono sorprendenti, indipendentemente da quanto esso sia stato, anche se tutto finora rimane nella sfera delle ipotesi - un quadro preciso verrà tracciato solo dall'indagine che verrà avviata, dichiara il ministro Tadic. Per quanto riguarda il denaro, non è tutto; la realtà è molto più distorta: non solo la Telekom non ha ottenuto nemmeno un marco dalla vendita della metà delle sue quote, ma si è addirittura, come veniamo a sapere dal direttore Petrovic, maggiormente indebitata, tanto che entro il 2005 dovrà restituire oltre duecento milioni di marchi tedeschi. E' interessante, altrimenti, anche la domanda del perché i partner stranieri abbiano deciso di entrare in tale affare proprio in quel momento. Tre anni fa "NIN" ha scritto che nella notte della firma del contratto è atterrato a Belgrado in incognito il ministro degli esteri italiano Lamberto Dini e Boris Tadic giunge alla conclusione che la vendita delle quote della Telekom sia stata "un'iniezione finanziaria al regime di Milosevic", che sia stata "una prova che l'occidente in quel momento non desiderava cambiamenti democratici nel nostro paese". Comunque sia, il contratto è stato firmato e direttore generale della Telekom Srbija è diventato Milos Nesovic, presidente dell'assemblea degli azionisti Radmil Andjelkovic e del Consiglio di Amministrazione Milorad Vucelic. Lo stesso contratto è stato tenuto lontano da occhi indiscreti e ha ottenuto lo status del segreto di stato più gelosamente custodito, accessibile solo a pochissimi intimi. Fino a che punto si sia arrivati in ciò lo dimostra tra le altre cose che nemmeno il ministro per la trasformazione delle proprietà nel governo di unità nazionale di socialisti-julisti-radicali, la funzionaria del Partito Radicale Serbo Jorgovanka Tabakovic, è riuscita, nonostante i tentativi, a vedere l'accordo. Nemmeno Aris Heretis, secondo quanto afferma, ha visto il contratto, i cui firmatari, in realtà, sono stati solo la STET, ovvero la SIN, e il governo della Serbia, mentre la OTE ha firmato unicamente un accordo con la società italiana. Di conseguenza le nuove autorità si sono dimostrate più ingegnose; il contratto per la vendita di quote della Telekom agli italiani di Amsterdam è stato "dissotterrato" e, afferma Boris Tadic, la sua analisi è in corso, motivo per cui può riferire solo alcuni dettagli. E le domande che "NIN" aveva da porre erano molte; quali sono, per esempio, gli obblighi che il contratto prevede per i partner stranieri, ovvero, diciamo, in quale modo vengono suddivisi i profitti... Finora, infatti, il pubblico è stato informato di tali questioni unicamente dal precedente direttore della Telekom, Milos Nesovic: "Con l'accordo con gli azionisti greci e italiani è stato stabilito che le telecomunicazioni verranno sviluppate in maniera equa sull'intero territorio della Serbia e l'obiettivo è quello di avere entro il 2005 un numero di 40 linee telefoniche ogni 100 persone", nonché dal precedente presidente dell'impresa pubblica PTT Srbija, Aleksa Jokic: "Per quello che riguarda le due società straniere che entrano nelle nostre telecomunicazioni, il contratto precisa in maniera chiara che ogni parte alla fine dell'anno, dopo la chiusura del bilancio, ha diritto a una propria quota dei dividendi. Quale ne sarà l'entità, dipenderà dal successo della gestione e del funzionamento della Telekom Srbija". "Fin dal primo sguardo è chiaro che l'accordo è stato scritto all'estero e quello di cui noi disponiamo qui costituisce una sua traduzione incomprensibile in lingua serba", questa è la descrizione fatta dal ministro Tadic. Aggiunge che finora non può parlare delle modalità di divisione dei profitti e per quanto riguarda gli obblighi dei partner stranieri afferma laconicamente che l'accordo parla di investimenti nell'infrastruttura, nella telefonia fissa e in quella mobile; in breve, di investimenti nello sviluppo della società telefonica nazionale. Ma la realtà ha fatto del contratto semplicemente parola morta sulla carta: "La politica di sviluppo della Telekom è stata direttamente una politica antisviluppo. E lo

16 stesso funzionamento dell'azienda è stato messo in causa dalla mancanza di finanziamenti", ricorda il ministro Tadic. CINQUE DETTAGLI CONTROVERSI Questo, in pratica, potrebbe significare che ai partner stranieri (al partner straniero?) è stato consentito di non adempiere i propri obblighi per quanto riguarda l'effettuazione di investimenti per lo sviluppo e si tratta di una cosa chiara a ogni cittadino di questo paese che, per ottenere una linea telefonica o qualche servizio telefonico aggiuntivo come l'isdn, per esempio, ha dovuto, al fine di togliersi lo sfizio, mettere mano al proprio portafoglio. Complessivamente, secondo le parole di Tadic, i punti più controversi sono cinque. Tra di essi vi è quello che assegna alla Telekom un diritto di monopolio fino al 2004, un monopolio non solo su quello che ora esiste nel paese per quanto riguarda la telefonia, ma anche su tutti gli altri servizi telefonici che potrebbero essere introdotti fino a tale data. "E' qualcosa che va contro non solo alle stesse norme europee che vietano il monopolio, ma anche alle nostre leggi e alla nostra Costituzione", afferma il ministro delle telecomunicazioni. Tra gli altri vari problemi che derivano dall'accordo vi è anche il fatto che esso vincola il prezzo degli scatti al corso del marco tedesco, riferisce Drasko Petrovic. "Il dinaro recentemente è stato svalutato. Se si dovesse mettere in atto tale clausola degli accordi, quali sarebbero le conseguenze per i cittadini?", si chiede il nostro interlocutore. A "NIN" sono state consegnate quattro pagine di uno degli allegati al contratto, "Accordo sull'assistenza tecnica", firmato da SIN e Telekom Srbija, il quale prevede che alla SIN, oltre ai dividendi dall'ammontare finora ignoto, la nostra azienda dovrà pagare anche "il tre per cento del reddito lordo" per il trasferimento di conoscenze ed esperienze, vale a dire quello che in inglese si chiama "know-how". "Per reddito lordo si intenderanno (nel testo dell'accordo - N.d.A.) tutti i redditi mensili della Telekom Srbija che vengono riportati nel rendiconto finanziario mensile della Telekom Srbija, espressi nella valuta nazionale convertita in marchi tedeschi secondo il corso medio ufficiale mensile, escludendo le imposte dirette e indirette e le imposte sul valore aggiunto che il Governo della Serbia o la Repubblica Federale Jugoslavia possono approvare in futuro", scrive in tale documento. LA FIRMA DI RATKO MARKOVIC Il calcolo del reddito lordo secondo il corso ufficiale ha avuto, come conseguenza pratica, il fatto che il tre per cento della SIN sia stato davvero molto più alto di quanto non sarebbe stato se si fosse tenuto conto dello stato reale delle cose e del corso del cambio sulla strada. Vale a dire, in termini più pratici, che per il trasferimento del know-how la SIN ha guadagnato mensilmente tra tre milioni e tre milioni e mezzo di marchi. Tuttavia, come siamo venuti a sapere, la Telekom ha cessato di pagare tale denaro già nel corso del 1998 e, rendendo il tutto ancora più interessante, Aris Heretis afferma di "non sapere niente" e che "nessuno sa niente" di cosa effettivamente ci sia dietro la provvigione del tre per cento. Questa parte dell'accordo dell'azienda serba con il partner straniero è stato definito dal ministro Tadic "un elemento incredibile del contratto" e perché è tale lo si riscontra con chiarezza dalla lettera di 282 ingegneri dipendenti della Telekom, inviata al governo della Serbia, nella quale essi affermano di essere "sorpresi dalla recente notizia secondo cui ai partner stranieri viene pagata una determinata percentuale per il know-how". "Noi dichiariamo in tutta responsabilità che i partner stranieri non ci hanno apportato alcuna tecnica e miglioramento o progresso tecnologico, ma ci hanno solo reso il lavoro più difficile e ci hanno ostacolati, a cominciare dalla nuova organizzazione che i direttori serbi affermano direttamente essere stata proposta dal partner straniero", si afferma prima della chiusura della lettera, dopo la quale seguono le firme degli ingegneri. Ma non è ancora tutto; come rivela a "NIN" il ministro Tadic, con la firma di Ratko Markovic sotto una delle clausole del contratto, lo stato serbo ha rinunciato ai propri diritti di sporgere querela, e ottenere eventuali risarcimenti, a fronte di danni che gli azionisti della Telekom potrebbero causare all'azienda e allo stato con la loro gestione degli affari! Torniamo per un attimo alla commissione del tre per cento, ovvero ai redditi lordi della Telekom in rapporto ai quali essa viene calcolata - la maggior parte dei redditi proviene dal pagamento delle bollette telefoniche ed è un segreto pubblico che a molte imprese statali viene consentito da mesi, se non da anni, di non pagare tali conti. Oltre a ciò, ai "meritevoli" viene assegnato un gran numero di schede Telekom per i cellulari con conto illimitato (e gratuito, s'intende). E' per questo che i partner stranieri sono stati privati dei loro introiti? Oppure i relativi ammanchi sono stati riempiti "pompando" le bollette dei normali cittadini, che nella maggior parte dei casi non hanno modo di controllare i loro addebiti mensili? Un anno fa "NIN" ha cercato di indagare su questo problema, ma dall'ufficio dell'allora direttore generale Milos Nesovic è stata data la risposta che non esistono le possibilità tecniche di effettuare una cosa del genere. Il successore di Nesovic, Drasko Petrovic, non ci ha potuto dire nulla di più sull'argomento - ha solo confermato, per rincarare la dose, che invece esistono le possibilità tecniche per "pompare" le bollette. Comunque, non sono solo i cittadini a essere insoddisfatti del modo in cui fino a oggi ha funzionato la Telekom. Che qualcosa non abbia funzionato lo pensano anche gli ingegneri, Aris Heretis e Drasko Petrovic. "Quando sono arrivato al posto di direttore ho trovato una coordinazione molto cattiva nell'azienda, nell'ambito della quale non venivano rispettati nel modo migliore i rapporti tra i partner", afferma Petrovic. Sulle carenze di comunicazione e di una chiara suddivisione dei compiti e dei debiti si è diffuso più a lungo con noi, negli stessi termini, anche il signor Heretis, e i retroscena, così come il significato, di tali critiche si riduce, come veniamo a sapere dai vertici della Telekom, al fatto che "la JUL e gli italiani hanno messo in

17 un angolo i greci". TENERE A FRENO I MONELLI Come ha effettivamente lavorato l'azienda lo descrive in maniera eloquente con ancora un altro dettaglio il direttore Petrovic: il Consiglio di Amministrazione della Telekom dalla fondazione fino a oggi non ha approvato nemmeno una revisione finanziaria della gestione dell'impresa telefonica nazionale! Tuttavia, non tutto alla Telekom Srbija è andato poi così male. Per esempio, non si può davvero considerare come "cattivo" lo stipendio dell'ex direttore Milos Nesovic, che riceveva mensilmente la cifra incredibile di (tredicimilacinquecento) marchi al mese. "Ho rifiutato un tale stipendio, perché per me è impensabile potere ricevere una cifra che i dipendenti dell'azienda riescono a mettere insieme solo nel giro di svariati anni", spiega Drasko Petrovic e aggiunge che il Consiglio di Amministrazione dell'impresa ha detto che egli lavorerà per dinari al mese - una cifra alla quale è giunto prendendo in considerazione gli stipendi dei dirigenti delle PTT. Cosa succederà ora e come si andrà avanti? Il leader del Partito Democratico Zoran Djindjic ha già annunciato una revisione del contratto, sperando in tal modo di salvare il salvabile. La revisione, naturalmente, sarà preceduta da un completo esame del contratto e della situazione nella Telekom che le nuove autorità hanno ereditato da quelle precedenti, e del quale hanno parlato sia Boris Tadic che Drasko Petrovic. Si dà per sottinteso che tutto questo dovrà essere accompagnato anche da un'indagine sulle responsabilità di coloro che hanno partecipato alla stipula del contratto e, speriamo, da una rivelazione trasparente dei flussi del denaro ottenuto. E tutto questo come pegno per il futuro, affinché non si realizzino le fosche previsioni dell'ex presidente, forte della propria esperienza di capo che, ecco, non ha avuto forze sufficienti per tenere a freno i monelli tra le proprie fila. Da "Notizie Est - Balcani" n. 406, 22 febbraio 2001: TELEKOM SRBIJA: GIOCHI DIETRO LE QUINTE di Petar Cvijic - ("Vreme", 15 febbraio 2001) [Questo articolo di "Vreme" è stato scritto appena prima che in Italia scoppiasse lo scandalo Telekom. Seguono più sotto una breve nota sugli affari della Ericsson nei Balcani, un editoriale del quotidiano "Danas" che riguarda anche lo scandalo Telekom, alcune informazioni sullo sciopero dei lavoratori della Telekom Srbija, ancora in corso] E' in corso un forte scontro riguardo alle aziende e intorno a esse. In particolare quelle che non sono completamente in bancarotta, oppure hanno qualche prospettiva. I leader della DOS hanno cominciato a installare "propri" uomini in posti chiave all'interno di tali imprese, dal direttore ai membri del consiglio di amministrazione. In maniera in una certa misura casuale, cioè più che altro in conseguenza dei disaccordi tra i nuovi poteri, alla guida della Telekom Srbija è arrivato Drasko Petrovic, che formalmente non fa parte di nessuno dei partiti democratici chiave, ma in passato, nonostante la sua giovane età, è stato membro noto di almeno tre tali partiti. Gli hanno aperto la strada i sindacati e nemmeno i partner stranieri (italiani e greci, partner del governo serbo nella Telekom) hanno avuto qualcosa in contrario. Zoran Djindjic, a quanto pare, non è stato contento di tale incarico e ha affermato che "un dilettante non può guidare una 'Formula 1'". I suoi uomini fidati a livello federale e della repubblica, Boris Tadic e Marija Raseta-Vukosavljevic, aiutati dal presidente del governo cittadino di Belgrado, Nenad Bogdanovic, hanno cominciato a fare sentire il fiato sulle spalle al nuovo direttore generale. E ben presto hanno avuto una buona occasione - il direttore nominato dal partner italiano (Cristofoli) ha richiesto una fornitura urgente di "un certo numero di stazioni di base e altre apparecchiature specifiche", perché la rete di telefonia mobile attualmente esistente è talmente sovraffollata che viene "messo in questione il proseguimento del suo funzionamento e in generale l'esistenza del sistema nel suo complesso". Contemporaneamente, l'italiano ha subito ottenuto un'offerta dalla Ericsson italiana, il cui valore su due fatture è di 48 milioni di marchi tedeschi. Petrovic, quale dirigente nuovo, giovane e ambizioso, ha scritto alla Ericsson svedese chiedendo un'offerta per le stesse apparecchiature citate nell'offerta della società affiliata italiana. L'offerta della sede centrale arriva e afferma: per le stesse apparecchiature 23 milioni di marchi. La Ericsson italiana - un successivo controllo porterà alla luce che tutte le sue offerte, alcune delle quali anche realizzatesi, avevano prezzi più alti di almeno il 40% rispetto a quelli reali - invia in tutta fretta e alla bell'e meglio un'altra offerta, sensibilmente più bassa, ma ancora superiore del 40%. Come direbbe il nostro popolo, qualcuno in tutto questo gioco ci è rimasto pienamente incastrato. Ma il ministro della repubblica Marija Raseta-Vukosavljevic ha inviato al direttore Petrovic un fax per un incontro immediato e tale fax comincia con le parole: "Egregio signor Draskovic". Per un tale errore perfino Freud si sarebbe rivoltato nella tomba almeno due volte. Il ministro, che altrimenti è anche quadro del CIP, vale a dire che è stata collaboratrice del grande edificatore della Serbia, Milutin Mrkonjic [nel 1999 direttore della Direzione per la ricostruzione del paese, nell'ambito della quale ha collaborato con Borka Vucic,

18 "banchiere personale" di Milosevic - N.d.T.], fa pervenire a Petrovic, ormai in perfetto stile thriller, l'avvertimento "da parte del capo, che egli verrà arrestato se non sarà ubbidiente". Petrovic le risponde che c'è un solo capo e "sta in cielo" e che non accetta una terminologia che è propria della mafia siciliana. Lo scontro nella DOS si infiamma, viene messo in circolazione anche il nome di Nenad Bogdanovic come nuovo primo uomo della Telekom, ma anche quello di Andrija Bendarik come soluzione transitoria. L'intero garbuglio, nel quale vengono utilizzati gli argomenti più pesanti del tipo di "rapina", "contratto dannoso", "abuso di facoltà di ufficio", "firma senza firma depositata", "acconto del 30% in contanti", sono stati lanciati al fine di giustificare una rapida sostituzione di Drasko Petrovic. L'intero caso è giunto anche fino al presidente della Jugoslavia, Vojislav Kostunica, il quale commenta il tutto affermando con la parola "criminale" e successivamente il punto all'ordine del giorno con il quale Petrovic doveva diventare un bersaglio da colpire di fronte al governo della repubblica è stato ritirato e questo su insistenza di alcuni ministri che ne sapevano di più sul'intero problema. E quindi si è spenta la luce nell'osteria balcanica - sono partiti da più parti gli attacchi orchestrati nei confronti di Petrovic, alcuni media che anche durante il passato regime non esitavano a svolgere un tale ruolo hanno dato il loro completo contributo e ormai si può dire fin da ora che il direttore generale della Telekom Srbija è già un ex, solo che non lo si sa ancora. Oppure non si arrenderà. Senza alcun desiderio e intenzione di fare da arbitro o di schierarsi da qualsiasi parte in questa disputa, una persona, se è onesta, deve comunque porsi qualche domanda legittima: a chi conviene la modernizzazione della Telekom, cosa sottintende l'ampliamento delle capacità, l'introduzione del roaming, la sostituzione delle vecchie apparecchiature? Forse ne traggono un rendiconto coloro che sono a favore dell'introduzione di un terzo operatore di telefonia mobile, visto che con una Telekom sempre più disastrata ci saranno maggiori occasioni d'affari per questo terzo operatore e quindi anche un prezzo maggiore? [Il settimanale "Vreme" ha pubblicato, accanto all'articolo, anche il testo integrale della lettera di Drasko Petrovic al premier Djindjic in cui si denuncia l'enorme differenza di prezzo tra l'offerta della Ericsson italiana, richiesta dal direttore nominato dall'azionista italiano, e quella della centrale svedese] LA ERICSSON E I BALCANI: La società svedese ha firmato solo pochi mesi prima dei bombardamenti NATO sulla Jugoslavia, a fine dicembre 1998, un contratto da 350 miliardi di lire con la società serba Mobtel per lo sviluppo della rete GSM nel paese e il relativo credito è arrivato a Belgrado attraverso la "Progres" del premier Marjanovic (AFP, 22 dicembre 1998; AIM Podgorica, 23 dicembre 1998). Nello stesso mese la Ericsson è stata scelta dal governo greco per l'acquisto di quattro sistemi radar volanti per usi militari: la commessa ammontava a un totale di 570 milioni di dollari ("Nova Makedonija", 21 dicembre 1998). In Montenegro, la filiale croata della Ericsson ha finanziato la creazione di un secondo operatore di telefonia mobile con un apporto di 25 miliardi di lire ("Monitor", 16 giugno 2000). QUANDO L'INDAGINE RITARDA editoriale di "Danas", 21 febbraio 2001 Il governo della Serbia e il ministero proporranno al parlamento di approvare con procedura d'urgenza una legge sulla corruzione, ha dichiarato il ministro della giustizia Vladan Batic a una conferenza stampa del suo partito. Come ha spiegato ai giornalisti, "si tratterà di una specie di 'lex specialis' rispetto alle attuali leggi penali esistenti, perché l'escalation della corruzione minaccia le basi dello stato". La magistratura di Torino ha aperto l'altroieri un'indagine sull'acquisto di quote della Telekom Srbija da parte dell'impresa italiana per le telecomunicazioni STET, in conseguenza delle notizie secondo cui tale impresa avrebbe ricevuto una tangente per entrare nell'affare. Lo stesso giornale ha affermato venerdì che nel 1997 la STET ha pagato 900 milioni di marchi tedeschi per il 29% delle quote della Telekom Srbija, di cui il tre per cento sarebbe stato pagato come tangente. Il giudice del Tribunale Centrale di Atene, Yanis Sakelakos, ha avviato l'altroieri un'indagine preliminare riguardo alle affermazioni di "La Repubblica", secondo cui la OTE, impresa statale greca per le telecomunicazioni, e la STET hanno preso una tangente per comprare il 49% della Telekom Srbija nel La magistratura jugoslava e serba non hanno ancora avviato un'indagine. E' vero che il ministro Batic, annunciando la lex specialis, ha detto che presto comincerà un'indagine anche sulla vendita della Telekom. Il parlamento serbo ha nominato la settimana scorsa nuovi giudici e magistrati. L'imbarazzante coincidenza della circostanze porta al dubbio che il loro primo compito sarà quello di portare in tutta fretta dietro le sbarre, sfruttando la lex specialis, i sospettati dell'ex regime. Senza grandi indagini e senza pompa, con testimoni protetti e altre categorie simili. E' un fatto che la lex specialis non sia una forma gradita in Serbia, visto i ricordi ancora freschi dell'intervento di Milosevic nel 1997, quando proprio attraverso l'applicazione di una tale legge è riuscito a sfuggire alla responsabilità per i brogli elettorali. [...] L'ex presidente serbo e jugoslavo era ai massimi vertici del paese, eppure, a differenza di Torino e Atene, non ci sono ancora indagini. Le importanti notizie evidentemente non costituiscono una traccia sufficientemente degna di fede per le nostre autorità,

19 nonostante il fatto che, secondo quanto afferma "La Repubblica", la somma pagata abbia consentito a Milosevic di vincere le elezioni del "Con l'aiuto di tale denaro ha potuto pagare stipendi e pensioni e rianimare le riserve in valuta, ridotte a soli 200 milioni di dollari. Quello che è ancora più importante, è che Milosevic ha potuto armare l'esercito in Kosovo", ha affermato il quotidiano di Roma. La precedente "vittoria", ricordiamo, è stata ufficializzata da Milosevic con una lex specialis, con la quale ha dato una dimostrazione di potere ai rappresentanti del popolo e al popolo stesso. La lex specialis che si annuncia ora, tuttavia, sembra più una conferma dell'impotenza delle nuove autorità a fare i conti con i criminali ricorrendo a mezzi legali e a procedure regolari. E in particolare con i grandi criminali. SCIOPERO ALLA TELEKOM Ieri è stato il terzo giorno di sciopero dei lavoratori della Telekom Srbija, che si recano sul posto di lavoro ma hanno ridotto le loro attività. I lavoratori chiedono tra le altre cose il pagamento degli stipendi dell'ultimo trimestre, non ancora arrivati. Nonostante l'afflusso di capitale estero nel 1997, come avevamo già notato, gli stipendi medi dei dipendenti della Telekom sono diminuiti da 400 marchi in quell'anno ai 150 odierni. I sindacati chiedono trattative dirette con il premier Djindjic. Una delle loro richieste principali rimane ancora quella che venga resa pubblica la versione integrale dell'accordo di vendita del Zoran Mrvaljevic, presidente del Sindacato della Telekom Srbija ha affermato di "sospettare che il partner italiano impedisca volutamente il lavoro del Consiglio di amministrazione", visto che i suoi cinque rappresentanti non vi partecipano e sono irreperibili. Ieri i lavoratori hanno parlato con due direttori italiani, Giovanni Garau e Renzo Fiarini, i quali tuttavia non avendo alcun potere di firma, non sono in grado di prendere impegni. Infine, il sindacato indipendente delle PTT Srbije ha svolto un'indagine che ha portato alla denuncia pubblica del fatto che dal 1996 al 2000 la Telekom ha assegnato ben 126 appartamenti con crediti a tasso agevolato, in molti casi senza che il rimborso delle somme fornite sia mai nemmeno cominciato. Il tutto, secondo il sindacato, per un valore di 7 miliardi. (da "Danas", 21 e 22 febbraio 2001) Da "Notizie Est - Balcani" n. 408, 24 febbraio 2001: DAL PIEMONTE AL PIEMONTE, PASSANDO PER DEDINJE [Seguono due pezzi: 1) un aggiornamento sugli ultimi sviluppi del caso Telekom in Serbia; 2) un articolo del 1999, tratto dal settimanale montenegrino "Monitor", sulla traettoria della lobby favorevole alla "causa serba" in Italia - il settimanale parte dall'800 e dal ruolo del Piemonte, regione in cui tutto infine ritorna... con l'apertura dell'inchiesta da parte della magistratura torinese] 1) TELEKOM SERBA: IL MAGGIORE E (O) IL PEGGIORE INVESTIMENTO IN SERBIA di Rade Repija - ("Danas", 24 febbraio 2001) [...] Dopo la firma del Contratto, al posto di direttore della Telekom è arrivato Milan Nesovic, al quale è stato affiancato un vice nominato dalla italiana STET. Secondo il contratto, il vice ha poteri quasi identici a quelli del direttore generale, mentre la parte italiana ha il diritto di veto su tutte le transazioni (cosa che non vale per la parte greca). Inoltre, secondo alcune informazioni, il governo serbo ha rinunciato con il contratto anche a sporgere causa per ottenere il pagamento dei danni in caso di cattiva gestione. Il dato forse più eloquente sulla qualità della gestione è il fatto che i debiti della Telekom siano pari a 200 milioni di dollari, mentre attualmente il reddito mensile della società è di milioni di marchi. Il contratto, secondo quanto afferma il ministro Tadic, è attualmente oggetto di esame e ha cinque particolari controversi, dei quali il maggiore è quello del monopolio su tutti i servizi telefonici fino al In un allegato particolare viene regolato anche il pagamento del 3% del reddito lordo alla Stet International Netherlands per il trasferimento di know-how, che viene calcolato al corso ufficiale (vale a dire molto più alto), ma del quale nessuno sa cosa rappresenti. Le modalità di gestione della società vengono illustrate eloquentemente anche dal fatto che il consiglio di amministrazione non ha mai approvato nemmeno un rapporto finanziario dal momento della sua formazione. Il motivo della cattiva gestione della Telekom può essere individuato soprattutto nella funzione sociale, attraverso il mantenimento di un basso prezzo dei servizi, nonché nel fatto che attraverso l'acquisto di spazi e il pagamento di servizi alle poste è stata fatta defluire una buona parte dei fondi, ma lo si riscontra in particolare nella cattiva organizzazione della società. Il modello applicato alla Telekom, che prevede 16 direttori, è una copia di quello della STET, ma oltre al fatto che le direzioni più importanti sono in mano agli italiani, per molte decisioni è necessario l'assenso di più direttori. Il partner greco nella Telekom è anch'egli altrettanto insoddisfatto del modello organizzativo, ma la sua proposta di riorganizzazione non riceve risposta ormai da due anni. Il vecchio

20 sistema organizzativo della Telekom era in alcuni casi di gran lunga migliore, afferma una fonte di "Danas" in tale azienda. "La politica di sviluppo della Telekom è stata direttamente antisviluppo. Lo stesso funzionamento dell'azienda è stato messo in dubbio dalla mancanza di investimenti", afferma Tadic. Come affermano alla Telekom, nonostante la cattiva gestione dell'azienda, con il miglioramento del sistema tariffario, la cancellazione della zavorra delle PTT (i cui debiti sono stati assunti in occasione della divisione della precedente impresa pubblica), nonché convincendo i partner stranieri della necessità di effettuare maggiori investimenti, per esempio tramite la rinuncia al diritto per il know-how, la Telekom potrebbe essere un'azienda redditizia, e potrebbe anche darsi da fare per il terzo operatore di telefonia mobile, che secondo quanto annunciato presto dovrebbe essere introdotto in Serbia. UN POSSIBILE COMPROMESSO "E' sbagliata la politica di procedere a una revisione del contratto, perché ciò costituirebbe, innanzitutto, una soluzione controproducente e costosa", affermano alla Telekom. Sarebbe molto meglio giungere a compromessi attraverso trattative, perché un arbitrato internazionale potrebbe erodere il valore dell'azienda, come è avvenuto nel caso della Telecom russa. L'entrata in scena di un terzo operatore potrebbe in questo momento mettere in ginocchio la Telekom, e in particolare il suo settore di telefonia mobile, il cui sviluppo si trova a metà strada. Soprattutto perché attualmente il mercato della telefonia mobile rappresenta una torta piuttosto limitata per potere essere divisa in tre fette, mentre gli altri due operatori sarebbero comunque in una posizione di partenza migliore - liberi dalle zavorre delle poste e della telefonia fissa. Tuttavia, si prevede un futuro migliore per gli utenti della telefonia mobile in Serbia, poiché riviste americane prevedono che nel 2005 in Serbia ci saranno 5 milioni di utenti, i quali avranno uno stipendio medio di 500 DEM. Queste previsioni, e il fatto che la richiesta di tale tipo di servizio sia alta (è sufficiente guardare le code per acquistare le schede), giustificano forse l'introduzione di un terzo operatore e le trattative con le aziende interessate in gran parte continuano. Tra gli interessati vi sono la Deutsche Telekom, la France Telecom, la norvegese Telenor, l'ungherese Matel, la Siemens Austria, la Hermann (tedesca) e la stessa OTE. Un fattore chiave è tuttavia quello del tempo, perché anche i dipendenti della Telekom chiedono il rinvio di circa un anno, un periodo di tempo che secondo le valutazioni degli esperti dovrebbe consentire a questa azienda di riprendersi. Da parte delle autorità provengono affermazioni secondo cui non è compito dei dipendenti occuparsi di queste cose. Che il caso Telekom (come d'altronde anche in Italia e in Grecia) abbia un rilevante retroscena politico, lo si constata dal fatto che recentemente nel governo serbo è stata sollevata la questione dell'acquisto di moderne apparecchiature della Ericsson per la telefonia mobile, che miglioreranno di molto questo tipo di servizi. In relazione a tutto ciò, è stata presa in considerazione anche la sostituzione di Drasko Petrovic, direttore generale della Telekom, la cui elezione era stata approvata anche dai partner stranieri e da tutti e tre i sindacati. Non molto tempo dopo, questa nomina è sta messa in questione, ma si è rinunciato a una sostituzione, per motivi che non sono noti. Indipendentemente dai cambiamenti ai vertici del potere, il destino della Telekom continuerà anche in futuro a dipendere dai rapporti tra i due maggiori partiti della coalizione governativa, e gli utenti dei servizi risentiranno positivamente o negativamente del successo (insuccesso) della consolidazione dell'azienda solo in un secondo tempo. DAL PIEMONTE A DEDINJE di Gordana Borovic - ("Monitor" [Podgorica], 15 ottobre 1999) [Il settimanale montenegrino "Monitor" uscito ieri, pubblica in copertina una fotografia di Dini e Milosevic in sorridente conversazione, con il titolo a tutta pagina: "Come è stato finanziato Milosevic: la Italian Connection". L'articolo principale è un ampio sunto delle inchieste di "Repubblica" e pertanto non lo riprendiamo perché i fatti sono ampiamente noti ai lettori italiani. Sotto l'articolo, tuttavia, "Monitor" segnala un suo pezzo pubblicato nell'ottobre 1999 sui rapporti tra Italia e Serbia. Lo riportiamo qui sotto, insieme al riquadro che l'ultimo numero di "Monitor" pubblica sulle reazioni formulate rispetto a tale pezzo dall'allora ambasciatore italiano Riccardo Sessa, e ad alcune brevi dichiarazioni rilasciate al settimanale dal giornalista di "Repubblica" Guido Rampoldi. Riguardo alla parte conclusiva dell'articolo di "Monitor", relativa all'appoggio alla "causa serba" dato da settori politici e giornalistici italiani, osserviamo che il settimanale va "a rullo compressore" e che andrebbero fatti precisi distinguo - ad esempio, è senz'altro assolutamente fuori luogo e ingiusto affiancare a tale proposito i Verdi e Luigi Manconi ad Armando Cossutta e Gianfranco Fini. Nonostante le numerose riserve, pubblichiamo integralmente l'articolo che dà comunque una panoramica interessante sul tema (le posizioni della Lega Nord, per esempio) ed è un esempio di come spesso da oltre Adriatico si guardi all'italia - a.f.] SERBIA-ITALIA: C'E' QUALCHE LEGAME SEGRETO **Mentre gli aerei NATO decollavano dagli aeroporti italiani, i rapporti tra Roma e Belgrado sono rimasti quasi intatti. Perché gli affari segreti e pubblici tra i due paesi sono cominciati tanto tempo fa**

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