1.1 La verità come corrispondenza

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1 Che cosa si intende per verità? Qual è il rapporto tra verità, realtà e conoscenza? Che tipi di verità ci sono e come ci si arriva? Quali sono i limiti delle nostre conoscenze? 1.1 La verità come corrispondenza Sin dall'epoca degli antichi filosofi - da Platone ( a.c.) in poi - si discute sulla natura della conoscenza. Come già specificava Platone nel dialogo Teeteto, la conoscenza implica, in generale, un certo dualismo tra il soggetto (inteso come "colui che pensa") e l'oggetto (intesto come "ciò che è pensato"). Per Tommaso d'aquino ( ) tale rapporto tra soggetto - o intellectus - e oggetto - o res - è di natura causale: la realtà conoscibile ha un ruolo attivo sul soggetto. L'oggetto influisce sul soggetto. A sua volta, il soggetto non è però passivo: esso crea, infatti, sia i concetti sia da questi conoscenze più complesse collegando o confrontando giudizi differenti attraverso il ragionamento. Dal semplice conoscere le note musicali (e il modo in cui esse vengono scritte), per esempio, è possibile, attraverso il ragionamento arrivare a conoscere il modo in cui le note sono collegate e la loro armonia in una composizione musicale. Definito, almeno per sommi capi, il concetto di conoscenza, ci interroghiamo ora sulle modalità che permettono di stabilire quando una conoscenza sia vera, chiedendoci, innanzitutto, che cosa sia la verità. Anche del problema della verità si sono occupati i filosofi di tutte le epoche. Il fatto di accorgersi che è possibile sbagliare in termini di conoscenze (giudizi e ragionamenti) ha spinto, infatti, l'uomo a ricercare un criterio che gli permetta di distinguere tra la verità e la falsità delle cose che egli pensa ed esprime con il linguaggio. Le risposte al problema date nel corso dei secoli - e che sono oggetto della disciplina nota come logica filosofica - sono molte e presentano non pochi aspetti enigmatici. Senza entrare nel merito della discussione viene qui presentato un possibile approccio al tema, semplice e intuitivo. Nel tentativo di accostarci al concetto di verità che qui vogliamo presentare, è bene partire da un brano di Battista Mondin che pone alcune osservazioni preliminari: Pagina 1 di 19

2 Scheda: Mondin, Logica, semantica, gnoselogia, p. 261 Vediamo anzitutto ciò che la verità non è. Verità non è sinonimo di certezza. Ci sono tante notizie, dottrine, fatti che ritenevamo certi, certissimi e che, poi, sono risultati non veri. Verità non è sinonimo di sincerità. Una persona può essere profondamente sincera e tuttavia dare un'informazione errata o aderire a dottrine non vere. Verità non è sinonimo di cultura: una persona può possedere moltissima cultura, ma una cultura zeppa di menzogne. La verità non designa una sostanza, neppure l'idea di una sostanza. Verità è un concetto assiologico e non un concetto empirico; non descrive un fatto ma prescrive un compito e propone un ideale. È un ideale, un dover essere, a cui sottostà il linguaggio, il pensiero e l'essere stesso... Dichiarare che qualche cosa è vero implica una differenza, una distinzione rispetto ad altre espressioni, modi di comportamento, situazioni, come, ad esempio, rispetto a opinioni soggettive, espressioni di sentimenti o di gusti soggettivi, o anche rispetto alla semplice apparenza, e via dicendo. Il filosofo che, per primo, ha risposto al problema della verità in una prospettiva vicina a quella da noi adottata è stato il filosofo greco Parmenide ( circa a.c). Parmenide è stato il primo a fondare la verità del pensiero sull'essere delle cose ovvero a comprendere che per decidere sulla verità o falsità dei nostri pensieri è necessario osservare la realtà aldilà del nostro pensiero. In questo senso, la verità risulta essere di tipo relazionale - una relazione tra realtà e pensiero. Da tale riflessione è successivamente scaturita l'idea della verità come conformità dei prodotti della nostra mente con la realtà. Tale idea è poi maturata profondamente durante il medioevo dando origine alla formula di Tommaso d'acquino secondo la quale la verità è "adequatio intellectus et rei" (La verità è adeguazione dell' intelletto e della cosa). Pagina 2 di 19

3 Secondo questa interpretazione, la verità dei nostri pensieri e di ciò che diciamo dipende dal modo in cui le cose sono nel mondo; sul piano linguistico-comunicativo la verità è un problema di accuratezza delle nostre rappresentazioni linguistiche. Così, per esempio, gli enunciati (le frasi proferite in determinati contesti) "Linuccia e Adriano si sono sposati nel 1965", "Gianna abita a Torino" e "L'acqua è formata da due atomi di idrogeno e uno di ossigeno" sono veri solo se gli stati di cose a cui gli enunciati fanno riferimento sono veramente così. Di fatto diciamo che una certa cosa è vera perché vediamo che nel mondo le cose stanno così. È chiaro che se diciamo che la realtà è un adeguarsi alle cose, quel "cose" va interpretato in un senso ampio: la cosa a cui ci adeguiamo con l'intelletto non è solo un ente materiale (per esempio un albero, una persona, il mare) ma può anche essere un ente ideale (un'idea, un'opinione, un giudizio, una definizione): si tratta comunque sempre di un qualche cosa al di fuori della nostra mente e che noi riconosciamo con l'intelletto, adeguandoci a esso. Ora, come facciamo a stabilire la corrispondenza? Ovvero, quali sono gli elementi che ci permettono di stabilire che la realtà descritta dall'enunciato corrisponda effettivamente alla realtà del mondo? È chiaro, infatti, che l'intelletto non può avere fisicamente la stessa forma della cosa conosciuta. Per verificare la corrispondenza sono necessarie due cose: una conoscenza della lingua che ci permette di trovare le condizioni di verità degli enunciati (ovvero i parametri che noi possiamo verificare per vedere se le frasi sono vere) e un accesso al mondo da verificare. Così se Stefano dice "Ho la febbre", la conoscenza della lingua ci porta a capire che per decidere della veridicità dell'enunciato la temperatura di Stefano deve essere superiore a 37 gradi. In questo caso, possiamo prendere un termometro e misurare a Stefano la temperatura, oppure possiamo fidarci di ciò che dice Stefano e accettare l'enunciato per vero senza verificare. In base a tale prospettiva, risulta che la sede della verità è l'intelletto e che, come tale, la verità ha una serie di proprietà costitutive fondamentali che riportiamo di seguito, a conclusione del paragrafo, secondo le parole di Mondin: Pagina 3 di 19

4 Scheda: Modin Logica, semantica, gnoselogia, p La nostra verità è una verità "mondana", perché l'oggetto proprio, immediato, diretto della nostra conoscenza sono le cose di questo mondo. Esistono indubbiamente anche verità trascendenti, verità eterne, ma non sono immediatamente alla nostra portata, sono più un traguardo da perseguire che un sicuro possesso (...). La nostra verità è prospettica: ci offre la realtà mediante profili parziali che sono quelli della nostra cultura, della religione, della tradizione, dell'ambiente, della professione. Non è mai una verità pienamente adeguata; però, generalmente ci offre delle rappresentazioni di profili reali, che si mantengono dentro l'orizzonte della conformità con le cose, e quindi della verità. Altrettanto vale per la storicità e la personalisticità, che circoscrivono la verità dentro determinati orizzonti temporali e personali. Nonostante tutti i suoi limiti anche la verità umana rimane sostanzialmente una: non ci sono molte verità che variano da individuo a individuo, da generazione a generazione, da cultura a cultura, da filosofo a filosofo. Infatti il rapporto tra l'intelletto e la res (cosa) non può essere che uno: di conformità nel giudizio affermativo, o di difformità nel giudizio negativo. L'uno esclude l'altro, perché due giudizi contraddittori non possono essere entrambi veri e entrambi falsi. Così, Cesare è stato assassinato oppure non è stato assassinato da Bruto (...) Non ci possono essere due o più verità diverse sulla stessa cosa, nel medesimo tempo e sotto il medesimo aspetto. Il fondamento e la motivazione di questa proprietà della verità è nel principio di non contraddizione, il quale suppone che ogni essere è e rimane se stesso (principio di identità). 1.2 Realismo, realtà e conoscenza Facciamo un passo avanti. L'accettazione del concetto di verità come corrispondenza presuppone l'accettazione di un altro punto fondamentale, ovvero l'esistenza di una realtà aldilà del nostro intelletto che funge da punto di riferimento per decidere della verità degli enunciati. Si tratta, cioè, di chiamare in causa la cosiddetta visione "realistica" del mondo secondo la quale se parlo, per esempio, del quadro che mi sta davanti, quel quadro esiste indipendentemente dal fatto che io lo veda. Per il realismo, l'essere delle cose è oltre il pensiero e non può essere ridotto ad esso. Per approfondire: Una nota su realismo vs idealismo Pagina 4 di 19

5 La definizione della verità come corrispondenza è condivisa da tutti coloro che hanno una concezione realistica della conoscenza secondo cui la conoscenza ha carattere rappresentativo, cioè rappresenta la realtà che sta al di fuori dell'io. Per i realisti un enunciato è vero quando corrisponde ai fatti o ai fenomeni. È questa la posizione di filosofi quali Platone, Agostino d Ippona ( ), Immanuel Kant ( ), Alfred Tarski ( ), Karl Popper ( ). Alla posizione del realismo si contrappone quella dell'idealismo che dichiara, invece, che la conoscenza abbia un carattere essenzialmente creativo. Così Friedrich Hegel ( ), il protagonista della soluzione idealistica del problema della conoscenza e verità, dice che il realismo è insensato. Per Hegel, non esiste una realtà indipendente dal pensiero perché la realtà è il pensiero stesso e al di fuori del pensiero c'è solo il nulla. In una tale prospettiva, la verità non è più corrispondenza ma, essendo confinata nei limiti del pensiero, è intesa come coerenza del pensiero con se stesso. Ma se la realtà è aldilà del nostro pensiero, non tutta la realtà è fatta allo stesso modo. Ed è questo un punto da tener ben presente per meglio capire e giudicare della natura delle nostre conoscenze. Affrontiamo brevemente il tema della costituzione della realtà con l aiuto del filosofo del linguaggio John Searle. Searle, nel libro La costruzione della realtà sociale spiega l importante distinzione tra fatti bruti, o naturali, e fatti istituzionali che dipendono dall esistenza di una società umana: Scheda: Searle, La costruzione della realtà sociale, p. 36 Senza implicare che questi siano il solo genere di fatti che esistono nel mondo, abbiamo bisogno di distinguere tra fatti bruti, come quello che il sole dista 93 milioni di miglia dalla Terra e i fatti istituzionali, come quello che Clinton è presidente degli stati Uniti. I fatti bruti esistono indipendentemente da ogni istituzione umana; i fatti istituzionali possono esistere solo all interno di istituzioni umane. I fatti bruti richiedono l istituzione del linguaggio affinché si possano stabilire i fatti, ma essi stessi esistono del tutto indipendentemente dal linguaggio o da ogni altra istituzione. Così l asserzione che il sole dista 93 milioni di miglia dalla Terra richiede l istituzione del linguaggio e l istituzione della misurazione delle distanze in miglia, ma il fatto asserito, il fatto che ci sia una certa distanza tra la Terra e il sole, esiste indipendentemente da ogni istituzione. I fatti istituzionali, dall altra parte, richiedono istituzioni umane speciali per la loro stessa esistenza. Inoltre, a complemento di quanto detto da Searle, va tenuto presente che la realtà in cui viviamo si presta a interpretazioni oggettive e soggettive, e gran parte della nostra visione della realtà e del nostro giudicare della verità di ciò che ascoltiamo da altri Pagina 5 di 19

6 dipende proprio dal contrasto tra l oggettivo e il soggettivo. Ma cosa si intende per oggettivo e soggettivo? Questi termini, nel modo in cui li usiamo qui, fanno riferimento al valore dei nostri giudizi sulla realtà: se un giudizio è soggettivo ciò significa che la sua verità o falsità non è semplicemente una questione di fatto, ma dipende da certi sentimenti o punti di vista di chi esprime tale giudizio. Così, se Chiara dice a Francesca Il vino rosso è più buono di quello bianco, Francesca potrà essere in disaccordo con tale giudizio, ma esso è pur sempre espressione di un punto di vista di Chiara. In altre parole, non esiste un criterio oggettivo per determinare una qualità che, nel caso del vino, dipende dal gusto personale di chi lo beve. Diverso è invece il caso di un giudizio quale Leonardo da Vinci è nato nel 1452 ad Anchiano. Per giudizi di questo tipo, i fatti del mondo che li rendono veri o falsi sono indipendenti dall atteggiamento o dai sentimenti delle persone. In questo caso vi sono fatti oggettivi che testimoniano a loro volta l oggettività dei giudizi che li esprimono. Di fronte a un giudizio (dato o ricevuto), dunque, è importante capire se sia oggettivo o soggettivo: solo così saremo infatti in grado di darne una valutazione qualitativa e, in ultima analisi, di accettarlo o rifiutarlo. 1.3 L'acquisizione di verità Dopo aver parlato di che cosa sia la verità in relazione alla realtà e al modo in cui quest ultima è costituita, vediamo ora di analizzare come si possa acquisire la verità attraverso la conoscenza. In generale, l acquisizione della verità avviene secondo modalità dirette (attive) o indirette. Nelle modalità dirette è l'intelletto che giunge a conoscere una certa verità. In questo caso, il riconoscimento di certe verità può avvenire in modo immediato (ricorrendo all'esperienza) oppure mediato (quando si utilizza il ragionamento). Vi sono poi verità che cogliamo in modo indiretto, per esempio attraverso la testimonianza altrui. Vediamo nello specifico ciascuna modalità di acquisizione Le verità immediatamente evidenti Pagina 6 di 19

7 Come il filosofo Gottfried Leibniz ( ) faceva notare, le verità a cui noi possiamo giungere in modo immediato si suddividono in due categorie fondamentali, verità di fatto e verità necessarie. Vediamo nel dettaglio come riconoscerle. Le "verità di fatto" sono quelle che: determinano la natura di una cosa esistente, per esempio "La macchina di Lucia è grigia" oppure affermano l'esistenza di qualche cosa, per esempio "Attilio esiste" Alle verità di fatto si arriva sulla base dell'esperienza. Così, dal vedere che l'oggetto che c'è sul tavolo in questo momento è una penna e che tale penna ha la caratteristica dell'essere verde, posso dire che "c'è una penna verde sul tavolo" e ciò corrisponderà al vero. Il filosofo Kant () chiamava tali espressioni giudizi sintetici a posteriori, sintetici perché in esse il predicato, nel nostro caso "l'essere verde", aggiunge qualche cosa alla nozione del soggetto, nel nostro caso "l'essere penna"; a posteriori perché tale aggiunta è per l'appunto compiuta sulla base di un dato di fatto o esperienza. Proprio perché legate all'esperienza e alla realtà empirica, le verità di fatto possono cambiare dall'oggi al domani: se Lucia decide di vendere la sua macchina grigia e di acquistare una Panda blu, l'enunciato "La macchina di Lucia è grigia" sarà falso. Per quanto riguarda poi le verità di fatto che stabiliscono l'esistenza di una certa realtà, del tipo "esiste una tal cosa", esse vengono pronunciate in riferimento a realtà di cui noi normalmente non abbiamo esperienza. Nel momento in cui abbiamo esperienza di un ente, infatti, è già implicito il giudizio di esistenza. Così ha senso dire "esiste la forza di gravità" (perché non si percepisce direttamente) ma non ha senso che Gianna mentre mangia un gelato con Giuseppina dica "esiste il gelato!). In generale, sugli oggetti che percepiamo nell'esperienza quotidiana non parliamo in termini di esistenza: la si dà per scontata. In questo senso, l'esistenza delle cose è sperimentata da noi immediatamente. Da lì, nota Sofia Vanni Rovighi ( ) "dall'esistente percepito concretamente astraiamo quel concetto di esistenza che applichiamo poi, coi giudizi di esistenza, a quegli enti che non percepiamo, ma dei quali dobbiamo ammettere che esistano come cause di altri enti da noi sperimentati." (169) Così, Pagina 7 di 19

8 per esempio, con l'esperienza riusciamo a vedere i corpi che cadono, ma non la forza di gravità. L'esistenza di quest'ultima si astrae però dalla caduta dei corpi e viene ipotizzata al fine di spiegare la caduta stessa. "Necessarie" sono invece quelle verità che ineriscono alla metafisica, alla logica e alla geometria il cui contrario è necessariamente falso perché contraddittorio con la verità di quanto espresso dal soggetto. Si tratta, cioè, di verità dove viene predicato ciò che per definizione appartiene al soggetto. Nella nozione di triangolo, per esempio, è contenuto tutto ciò che del triangolo si può affermare, che ha tre lati, che la somma degli angoli interni è di 180 gradi e così via. Quindi, se diciamo che "Ogni triangolo ha gli angoli interni uguali a due retti", la verifica della verità di tale enunciato non ha bisogno di un confronto con l'esperienza, perché la negazione di essa è incompatibile con l'idea stessa di triangolo. Lo stesso se si dice "Le donne sono persone". Nelle verità necessarie si tratta, perlopiù, di mettere in gioco caratteristiche definitorie, che riguardano l'essenza, degli individui considerati e che, come tali, non possono essere rifiutate. Diverso è invece dire che "Cesare varcò il Rubicone per marciare contro i suoi nemici a Roma". Il passaggio del Rubicone non è una nozione necessariamente ricavabile dal soggetto Cesare. Cesare sarebbe stato pur sempre Cesare anche senza passare il Rubicone. Per verificare la verità di quest'ultima asserzione avremo bisogno di verificare le fonti storiche, o consultare un esperto di storia romana Le verità mediatamente evidenti Le verità che risultano immediatamente vere sono poche. Questo fa sì che spesso, per asserire che certe proposizioni sono vere, è necessario mostrare che esse derivano e sono connesse a proposizioni immediatamente evidenti o ad altre proposizioni la cui verità è già stata riconosciuta ed è nota. Si tratta cioè di attuare un processo di dimostrazione per provare la verità di certe conclusioni che, come tali, risulteranno poi mediatamente evidenti. Seguendo tale prospettiva, possiamo identificare almeno quattro gruppi di verità mediate fondamentali: Pagina 8 di 19

9 a. Le verità per deduzione e induzione b. Le verità morali c. Le verità storiche d. Il senso comune a. Le verità dimostrate attraverso la deduzione o l' induzione. La natura della scienza Nel capitolo terzo illustreremo in modo specifico cosa siano deduzione o induzione. Qui è sufficiente sottolineare che per mezzo della deduzione possiamo concludere che una certa conclusione è vera, per esempio che la figura che Adriano ha disegnato è un triangolo mostrando che essa deriva da proposizioni o premesse la cui verità è nota, ovvero: 1. Se una figura ha gli angoli interni uguali a 180 gradi, allora è un triangolo e 2. La figura disegnata sul foglio di Adriano ha gli angoli di 180 gradi. È chiaro che la conclusione del sillogismo varrà tanto quanto valgono le premesse: se le premesse sono evidenti anche la conclusione sarà evidente. Ma se una delle premesse è solo probabile, anche la conclusione sarà tale. Se diciamo, per esempio, "il cioccolato bianco è buono, il Galak è un cioccolato bianco, il Galak è buono", la conclusione avrà una probabilità molto discutibile (soprattutto da parte delle persone a cui il cioccolato bianco non piace!). Se invece mostriamo che una certa conclusione generale è vera perché supportata da una serie di fatti singolari - per esempio che "i cani abbaiano", perché Fufi è un cane e abbaia, Laika è un cane e abbaia, Lilli è un cane e abbaia, Lord è un cane e abbia ecc., abbiamo ottenuto una verità mediata per induzione. Come mostreremo più diffusamente successivamente, per giungere a una verità mediata attraverso l'induzione bisogna verificare che i singoli casi siano sufficienti o appropriati per giustificare la verità della conclusione. Deduzione e induzione, in generale, sono strumenti che permettono di giungere a conclusioni dimostrate, la cui conoscenza può dirsi costitutiva della scienza. Ma data la rilevanza storica e attuale del tema "verità e scienza" è opportuno fare, di seguito, un approfondimento. Pagina 9 di 19

10 Come è noto, il compito della scienza è di scoprire delle verità generali attraverso l'analisi di fatti particolari. Se, infatti, attraverso l'osservazione diretta di fatti particolari, per esempio l'osservazione del moto di una palla su un piano inclinato, gli scienziati possono conoscere e descrivere determinati fenomeni, al fine della scienza questo non basta. Agli scienziati interessa comprendere un fenomeno cercando di determinare le leggi generali che lo regolano e le sue relazioni con altri fenomeni relativi. Essi creano, così, delle teorie che spiegano i fenomeni stessi. Seguendo la definizione di Irvin Copi (p. 528), per spiegazione s' intende " un gruppo di proposizioni o una storia da cui può essere logicamente inferito il fatto da spiegare e la cui accettazione elimina o diminuisce il carattere problematico o enigmatico del fatto stesso". A scopo di illustrazione proponiamo un esempio che il filosofo della scienza Karl Popper definisce un po' repellente (!): Scheda: Karl Popper, Reference E' stato trovato un ratto morto e desideriamo sapere cosa gli sia capitato. L'explicamdum (un'asserzione della cosa da spiegare) può essere stabilito così: "Questo ratto qui è morto di recente". Questo explicandum ci è certamente noto. Il fatto sta davanti a noi in tutta evidenza. Se vogliamo spiegarlo, dobbiamo inventare qualche spiegazione ipotetica o congetturale (come fanno gli autori di racconti polizieschi), cioè a dire, spiegazioni che introducano qualcosa di ignoto, o in ogni caso molto meno noto, a noi. Tale ipotesi può essere per esempio che il ratto è morto per una forte dose di veleno per topi. Questa è utile come ipotesi nella misura in cui, in primo luogo, ci aiuta a formulare un explicans (un'asserzione delle leggi e delle condizioni esplicative) da cui può essere dedotto l'explicandum; in secondo luogo, ci suggerisce una quantità di controlli indipendenti - controlli dell'explicans che sono del tutto indipendenti dal fatto che l'explicandum sia vero o meno. Ora l'explicans - che è la nostra ipotesi - non consiste solo della proposizione "questo ratto ha mangiato un'esca che conteneva una forte dose di veleno per topi", poiché soltanto da questa proposizione non si può dedurre validamente l'explicandum. Piuttosto, dovremmo usare come explicans due tipi di premesse differenti - leggi universali e condizioni iniziali. Nel nostro caso, la legge universale potrebbe essere posta in questi termini: "Se un ratto mangia almeno otto grammi di veleno per topi, morirà entro cinque minuti". La condizione iniziale (singolare), cioè una proposizione singolare, potrebbe essere: "Questo ratto ha ingerito almeno diciotto grammi di veleno per topi, più di cinque minuti fa". Da queste due premesse insieme possiamo ora effettivamente dedurre che questo ratto è morto di recente. Pagina 10 di 19

11 Il lettore concorderà sul fatto che non tutte le spiegazioni proposte come "scientifiche" sono buone. Ve ne sono alcune migliori di altre. Così, un lettore potrebbe chiedere "come sapete che questo ratto ha mangiato veleno?". In questo caso bisognerebbe analizzare il contenuto dello stomaco e, se non vi fosse del veleno, la spiegazione crollerebbe. Oppure, un altro lettore scettico mettere in dubbio il fatto che "il mangiare una certa sostanza chimica sia causa di morte". Anche in questo caso, tale legge dovrebbe essere provata sulla base di osservazioni empiriche e se si scoprisse che la sostanza ingerita dal povero roditore non fosse mortale, bisognerebbe cambiare la spiegazione. Questi esempi ci fanno capire che quanto viene proposto come vero, nel senso di generalizzabile, dalla scienza in un determinato contesto o periodo storico può essere, in seguito, soggetto a critiche che ne stimolano una revisione. E questo, senza togliere alcuno dei benefici che la scienza ha apportato e continua ad apportare all'umanità, deriva da ciò che Popper definisce come il carattere di falsificabilità della scienza. Per approfondire: Karl Popper, Ref., p. 50 Non vi è una via, regia o di altro tipo, che porti necessariamente da un insieme "dato" di fatti specifici a una legge universale. Ciò che chiamiamo "leggi" sono ipotesi o congetture che formano sempre una parte di qualche sistema più ampio di teorie e che, perciò, non possono essere mai controllate isolatamente. Il progresso della scienza consiste in tentativi, nell'eliminazione di errori e in ulteriori tentativi guidati dall'esperienza acquisita nel corso di precedenti tentativi ed errori. Nessuna teoria particolare può mai essere considerata assolutamente certa: ogni teoria può diventare problematica, non importa quanto possa sembrare ora ben corroborata. Nessuna teoria scientifica è sacrosanta o al di là della critica. Indipendentemente dall'essere criticabile - che, si è appena visto, è una qualità intrinseca della verità scientifica - vi sono, comunque, cinque criteri generalmente usati per giudicare il valore o l'accettabilità delle ipotesi scientifiche (Copi 535): Pagina 11 di 19

12 1. La rilevanza: nel creare un'ipotesi bisogna mostrare che essa può essere una spiegazione di qualche fatto (per esempio, l'avere mangiato una sostanza mortale può essere una spiegazione della morte recente del ratto) 2. La controllabilità: ogni ipotesi deve avere un legame con fatti empirici che siano osservabili (per esempio, è possibile verificare ciò che lo stomaco del ratto contiene) 3. La compatibilità con ipotesi precedentemente ben stabilite (per esempio, il fatto che la sostanza X provochi effettivamente una morte quasi istantanea) 4. Il potere di previsione o spiegazione: un'ipotesi è controllabile se è possibile dedurre qualche fatto osservabile (per esempio, è possibile mostrare - per sfortuna delle cavie! - che i ratti effettivamente muoiono appena ingeriscono la sostanza X) 5. La semplicità: nella vita comune, come nella scienza, siamo portati ad accettare la teoria più semplice e la semplicità di una teoria rispetto a un'altra è un criterio per preferirla. Così, scrive l'astronomo contemporaneo Robert Naeye: Per approfondire: Robert Naeye, Ref. (Copi 538) Quando gli scienziati si trovano di fronte a più di una spiegazione per un fenomeno, essi di solito applicano il "rasoio di Occam": accettare la spiegazione più semplice con il minor numero di assunzioni e rifiutare quelle che sono più fantasiose e arzigogolate. Forse la nostra galassia è un fermentare di vita e civiltà, ma la spiegazione più semplice (del fallimento di tutte le precedenti ricerche di extra-terrestri), data l'evidenza disponibile, è quella che noi condividiamo la galassia con pochi, o addirittura con nessun altro. Pagina 12 di 19

13 Sulla base di queste premesse, il modello generale della ricerca di verità scientifiche si articola in sette passi, o stadi, che proponiamo di seguito, a conclusione di questo paragrafo, seguendo la terminologia del Copi: 1. Identificazione del problema 2. Selezione di ipotesi preliminari 3. Raccolta di fatti addizionali 4. Formulazione di un'ipotesi esplicativa 5. Deduzione di ulteriori conseguenze 6. Verifica delle conseguenze dedotte 7. Applicazione della teoria I sette stadi spesso s' intersecano e si sovrappongono, ma possono essere identificati retrospettivamente in ogni ricerca che si proponga come scientifica. b. L'evidenza morale Molte volte ci capita di fondare i nostri ragionamenti su punti di vista la cui verità non è né immediatamente né, in senso stretto, mediatamente evidente. Si tratta di affermazioni riguardanti la vita e gli usi e costumi umani che si riconoscono come probabilmente veri perché rispecchiamo ciò che per lo più succede o dovrebbe succedere nella società. Così, per esempio, siamo certi che il cibo che stiamo per prendere nella mensa dell'università non è avvelenato perché, normalmente, i gestori di una mensa, se non impazziscono e non sono mossi da istinti criminali, non hanno per fine quello di avvelenare i loro clienti! Oppure siamo sicuri che se Letizia piange perché le stanno spuntando i primi denti, sua mamma non la maltratterà perché normalmente Pagina 13 di 19

14 una mamma non maltratta la sua bambina e tanto meno perché le stanno spuntando i primi dentini. Come, dunque, sottolinea Vanni Rovighi: Tali premesse che riguardano i costumi umani, il modo normale di comportarsi degli uomini, non possono essere conosciute se non per induzione; ma è un'induzione, questa, che non può fondarsi sul determinismo, poiché l'uomo non è necessariamente determinato ad agire in un modo o in un altro, quindi potrebbe, anche senza esser pazzo, operare in modo opposto a quello normale. c. L'evidenza storica L'evidenza storica riguarda principalmente fatti la cui verità non può essere constatata direttamente, ma è attestata da altri, per esempio, l'esistenza del famoso oratore romano Cicerone, la rivoluzione francese o la prima guerra mondiale. In termini più generali, tale categoria include tutti i fatti che riteniamo veri perché qualcuno li ha attestati o riportati come tali, per esempio, le notizie del telegiornale o i fatti che apprendiamo dai giornali. Chiaramente di fronte a ciò che viene presentato come evidenza storica si richiede al destinatario uno sguardo critico: non tutto va preso come oro colato! Così, spiega Vanni Rovighi: Scheda: Sofia Vanni Rovighi, Logica e Teoria della conoscenza, pp : Un fatto storico può essere evidente quando: 1. sia un fatto possibile e facilmente conoscibile 2. i testimoni abbiano: a) conoscenza del fatto e b) siano veraci. La conoscenza del fatto da parte dei testimoni ci è assicurata quando essi siano in condizioni tali di luogo e di tempo da poter avere esperienza del fatto o almeno da poter essere informati da chi ne ebbe esperienza. Circa la veracità va tenuto presente che nemo gratis mendax (nessuno mente per niente); quindi la veracità del teste va presupposta quando positivamente non risulti un motivo che può aver indotto il teste a mentire. Si può esser certi della veracità del teste quando questi riferisce cose che non gli tornano a onore o non gli sono utili. Pagina 14 di 19

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