CNEL. Commissione VI Attività produttive e risorse ambientali

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1 CNEL Commissione VI Attività produttive e risorse ambientali Competitività e sostenibilità dei modelli di innovazione del sistema produttivo italiano L'innovazione nei settori di specializzazione. Il ruolo delle PMI e dei distretti. Il sistema-moda Roma, 25 giugno 2002

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3 Competitività e sostenibilità dei modelli di innovazione del sistema produttivo italiano L'innovazione nei settori di specializzazione. Il ruolo delle PMI e dei distretti. Il sistemamoda Rapporto realizzato per il CNEL da HERMES LAB (bozza) Sommario 1 PREMESSA A CURA DI MARCO RICCHETTI E LORENZO BIRINDELLI GUIDA ALLA LETTURA DEL RAPPORTO SINTESI DEI RISULTATI COMPETITIVITÀ E SOSTENIBILITÀ DEI MODELLI DI INNOVAZIONE DEL SISTEMA PRODUTTIVO ITALIANO: DATI DI BASE SPECIALIZZAZIONE DELL INDUSTRIA ITALIANA: MODELLI INTERPRETATIVI E DEFINIZIONI DI ATTILIO PASETTO Linee evolutive Modello di specializzazione e competitività EVOLUZIONE DELLA SPECIALIZZAZIONE ITALIANA NEL PERIODO SECONDO I DATI DI CONTABILITÀ NAZIONALE DI L. BIRINDELLI E C. TARTAGLIONE Conclusioni INDUSTRIA ITALIANA E DISTRETTI DI L. BIRINDELLI E C. TARTAGLIONE Geografia dei sistemi locali del lavoro: alcune evidenze dai dati di Censimento Occupazione nelle aree distrettuali per settore d attività Conclusioni INNOVAZIONE TECNOLOGICA NELLE IMPRESE MANIFATTURIERE ITALIANE SECONDO GLI INDICATORI TRADIZIONALI DI STEFANO SYLOS LABINI Posizione dell Italia nel contesto internazionale: confronti aggregati Innovazione nei settori di specializzazione Innovazione nei settori di specializzazione: un confronto internazionale Conclusioni Bibliografia COMPETITIVITÀ INTERNAZIONALE DEI SETTORI DI SPECIALIZZAZIONE ATTRAVERSO GLI INDICATORI DI COMMERCIO ESTERO DI DANIELA FEDERICI Introduzione: crescita economica, apertura commerciale e competitività Schema delle principali teorie del commercio internazionale... 66

4 2.5.3 Panel data analysis della struttura del commercio internazionale per settori manifatturieri tra Italia e Stati Uniti Definizione del modello di specializzazione italiano Il ruolo del commercio intra-industriale Frammentazione dei processi produttivi Conclusioni Bibliografia INNOVAZIONE, IMPRESE, POLITICHE DI INCENTIVO DI ATTILIO PASETTO Premessa Le principali leggi di agevolazione della ricerca e dell innovazione tecnologica Accesso alle leggi di agevolazione Profilo delle imprese agevolate Conclusioni COMPETITIVITÀ E SOSTENIBILITÀ DEI MODELLI DI INNOVAZIONE DEL SISTEMA PRODUTTIVO ITALIANO: RUOLO DELL ICT IL MERCATO ITALIANO DELL ICT DI S.IAMMARINO, C.JONA-LASINIO E S. MANTEGAZZA Introduzione Sviluppo e diffusione dell'ict: il contesto internazionale Sviluppo e diffusione delle ICT: il caso italiano Telecomunicazioni (Communication technology, CT) Informatica (Information technology, IT) Commercio elettronico Servizi finanziari Gli investimenti della new economy: offerta e domanda di beni di investimento ICT Produzione di beni ICT La spesa in ICT Conclusioni Appendice: classificazioni statistiche Riferimenti bibliografici TECNOLOGIE DI RETE E PROCESSO INNOVATIVO: ALCUNE INDICAZIONI DALLA LETTERATURA ECONOMICA - DI M.RICHIARDI E G.VITALI Introduzione Impatto delle ICT nelle diverse tipologie di innovazione Ruolo delle ICT nei modelli di conoscenza generica e di conoscenza localizzata Ruolo delle ICT nei modelli di produzione della conoscenza Produzione e diffusione della conoscenza nelle comunità virtuali di carattere scientifico Ruolo delle ICT nei modelli di diffusione della conoscenza Economie di rete e processo innovativo Ruolo dlle ICT nei processi di apprendimento dell innovazione Ruolo delle ICT nella creazione di economie esterne tecnologiche Alcune considerazioni conclusive: l intervento pubblico per favorire la produzione e la diffusione dell innovazione tramite le ICT Bibliografia COMPETITIVITÀ E SOSTENIBILITÀ DEI MODELLI DI INNOVAZIONE DEL SISTEMA PRODUTTIVO ITALIANO: IL SISTEMA-MODA L'INDUSTRIA ITALIANA DELLA MODA È COMPETITIVA? DI MARCO RICCHETTI Anni '90, torna alta la pressione della concorrenza nel sistema moda Posizione dell'italia nel commercio mondiale Sistema moda, qualità e differenziazione verticale dei prodotti Indicatori di qualità e sostituibilità dei prodotti Conclusioni

5 4.2 QUOTE DI MERCATO DEL SISTEMA-MODA ITALIANO. EFFETTO COMPETITIVITÀ, EFFETTO MERCATO, EFFETTO PRODOTTO: UNA APPLICAZIONE DELLA COSTANT MARKET SHARES ANALYSIS DI MASSIMO CILIO Sintesi del lavoro Disaggregazione per paesi Disaggregazione per prodotti Appendice A: la metodologia Appendice B: fonti e datii NOTA SULLE ICT NELL INDUSTRIA DEL TESSILE E DELL ABBIGLIAMENTO DI SIMONA IAMMARINO Bibliografia INNOVAZIONE E COMPETITIVITÀ DEL SISTEMA MODA DI MARCO RICCHETTI Da prodotto manifatturiero a prodotto moda Innovazione, varietà e rischio Moda deperibile Coordinamento della produzione e della distribuzione Il ciclo della moda Formule di riduzione del rischio Modelli organizzativi delle imprese della Moda, alcuni esempi Da imprese manifatturiere a imprese multifunzionali Reti manifatturiere dei distretti e la smaterializzazione della Moda Moda, innovazione tecnologia Conclusioni GLI AUTORI DEL RAPPORTO

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7 1 Premessa a cura di Marco Ricchetti e Lorenzo Birindelli 1.1 Guida alla lettura del rapporto Il giudizio sulle possibilità di tenuta nel lungo periodo del modello di specializzazione italiano e', fin dalle tesi sul dualismo di Vera Lutz, oggetto di un dibattito in cui, tendenzialmente, prevalgono toni pessimistici. Uno dei punti di forza delle tesi pessimistiche è il fatto che il nostro sistema produttivo fa rilevare, nei confronti con gli altri maggiori paesi a capitalismo avanzato, valori relativamente bassi degli indicatori standard di innovazione (ad iniziare dalle spese per R&S). A rafforzare le ragioni del pessimismo, vi è anche una minore, sempre nei confronti internazionali, incidenza delle produzioni classificate "ad alto contenuto tecnologico" in termini di quote di occupazione, di valore aggiunto e di export. Nel pessimismo circa la tenuta, in prospettiva, del modello di specializzazione italiano è implicito un giudizio negativo sulla competitività di settori "tradizionali" caratterizzati da una forte presenza di piccole e medie imprese, una concentrazione territoriale nelle aree distrettuali e in cui la attività di ricerca e sviluppo formalizzata e l'innovazione derivante dai settori più dinamici della ricerca scientifica hanno un ruolo secondario. Questo giudizio negativo contrasta però con le performance dei prodotti italiani sui mercati internazionali, negli oltre 30 anni in cui il dibattito si è dipanato. Il contrasto tra giudizio negativo e performances positive e' stato generalmente spiegato facendo ricorso a fattori di costo o ad elementi di protezione del mercato interno, spesso legati a situazioni contingenti o comunque destinate ad esaurirsi abbastanza rapidamente: basso costo del lavoro fino ai primi anni 70; successivamente, a più riprese, svalutazioni competitive; apprezzamento del Dollaro che ha favorito per buona parte degli anni '80 e '90 la penetrazione negli USA e negli altri paesi di quell'area valutaria; situazione analoga, sia pure di rilevanza minore, rispetto allo Yen e al Giappone; estensione dell'economia sommersa; protezione del mercato interno in alcuni settori (accordo multifibre dal '74 al 1996 e che concluderà i suoi effetti nel 2005 per il tessile, limitazione dell'import di auto e moto giapponesi, ecc.). Interpretazioni più sistematiche (e "sistemiche") delle ragioni della coesistenza di specializzazione in alcuni specifici settori "tradizionali" e persistenza delle performances sui mercati internazionali hanno invece cominciato ad emergere, in anni relativamente recenti, a partire da contributi di: studiosi di management (Michael Porter); economisti industriali (i filoni di ricerca dei distretti e dei sistemi locali che ha ricevuto significativi avanzamenti da parte di economisti italiani); studiosi di Political Science (come il gruppo del MIT formato da Ronald Dore, Suzanne Berger, Michael Piore e Charles Sabel); economisti del territorio (come ad es. Michael Storper, o la scuola Franco-Italiana del GREMI (Groupement de Recherche Européen sur les Milieux Innovateurs); studiosi dell'innovazione (la scuola della Evolutionary Economics). Queste interpretazioni mettono l'accento, più che su vantaggio legati al costo del lavoro o alla protezione commerciale, a fattori di vantaggio legati alla rapidità di diffusione dell'innovazione e in generale al carattere cumulativo ed interdipendente dell'innovazione. Le linee essenziali del dibattito sul nostro modello di specializzazione insieme alla principali tendenze evolutive sono illustrate nel capitolo 2.1. Nel capitolo 2.2 tale analisi viene integrata con l esame dei recenti dati ISTAT di Contabilità Nazionale. Nel capitolo 2.3 affrontiamo la questione della concentrazione territoriale dalle attività manifatturiere 7

8 nel nostro paese nei distretti. Nel capitolo 2.5 si analizza la performance competitiva internazionale delle produzioni manifatturiere del nostro paese. Nel nostro lavoro abbiamo illustrato, con dati analitici ed aggiornati, i contorni della debolezza del sistema produttivo italiano così come sono disegnati dai più diffusi e tradizionali indicatori di contenuto tecnologico delle produzioni manifatturiere (2.4). Su questo punto, tuttavia, il consenso tra gli studiosi è ampio e l'evidenza empirica si conferma robusta. L'analisi del contenuto tecnologico, assieme ad una ricostruzione dei punti di forza e debolezza del modello di specializzazione italiano e dei suoi successi e insuccessi sui mercati internazionali ha rappresentato quindi soltanto il punto di partenza del percorso di ricerca. Per agevolare i processi di innovazione e consentire di far fronte alle nuove sfide competitive le politiche pubbliche per l'innovazione possono giocare un ruolo fondamentale, a patto che si adeguino ai nuovi scenari determinati anche dalla diffusione delle ICT. Una riflessione sugli strumenti utilizzati e sulle imprese che ne hanno beneficiato costituisce quindi una contributo importante nelle economia del lavoro (capitolo 2.6). Il punto focale del nostro lavoro sarà la verifica di come l'innovazione, in particolare quella legata alle tecnologie dell'informazione e delle comunicazioni (le ICT), possa avere un ruolo importante, forse centrale, anche nei settori cosiddetti tradizionali della specializzazione italiana, In particolare approfondiremo il caso del sistema-moda (la "vocazione" di Hermes Lab), dove la caratterizzazione "tradizionale" (con un indubbia connotazione negativa del termine) è particolarmente accentuata. Nel caso delle ICT (tema affrontato nella sezione 3) il cambiamento indotto è particolarmente "pervasivo", investendo non solo il core produttivo dell'impresa ma tutto l'insieme delle sue funzioni, da quelle amministrative a quelle attinenti la commercializzazione. Non solo, ma le ICT sono andate investendo moltissimi profili professionali, rendendo superate alcune distinzioni e probabilmente creandone di nuove. In ogni caso le ICT comportano un forte grado di flessibilità ed adattabilità, con un forte coinvolgimento di risorse umane presenti dentro l'impresa o in strutture specializzate di cui essa si serve. Le ICT possono rappresentare un "nuovo modo di fare innovazione", interessando anche settori non riconducibili all'alta tecnologia. Nel capitolo 3.1 si affronta la recente evoluzione del mercato dell ICT in Italia e nel capitolo 3.2 si affronta il tema di come la rivoluzione delle ICT interessi le forme con cui l'innovazione viene incorporata nelle attività delle imprese Il sistema-moda (analizzato nella sezione 4), con la sua esigenza di rapidissimo cambiamento dei prodotti, rappresenta un caso paradigmatico di settore tradizionale in cui l'innovazione (si veda in particolare il capitolo 4.4) gioca un ruolo di primo piano nel garantire spazi di differenziazione di prodotto (verticale ed orizzontale). Sulla ricerca sistematica di elementi di differenziazione e sulla rapidità con cui vengono introdotti sembra sostenersi la competitività del sistema moda italiano. La persistenza di una posizione comunque di grande rilievo sui mercati internazionali (si vedano i capitoli 4.1 e 4.2) contraddice infatti in modo netto la rappresentazione di questo settore come tradizionale, a bassa innovazione o maturo. Per le caratteristiche dei fattori di competitività e della struttura dell'offerta, inoltre la rivoluzione delle ICT (si veda il capitolo 4.3) può rappresentare un opportunità particolarmente importante, consentendo di ottimizzare al massimo i tempi di reazione ai cambiamenti della moda ad alle risposte del mercato. 8

9 1.2 Sintesi dei risultati Dalla analisi condotta nel capitolo 2.1 (Specializzazione dell industria italiana: modelli interpretativi e definizioni di Attilio Pasetto) risulta confermata la posizione becattiniana che legge il modello di specializzazione italiana come un modello forte. Forte, in quanto le connessioni che si formano tra comparti a monte (la meccanica) e comparti a valle (il made in Italy), si basano su uno scambio di informazioni e una diffusione delle conoscenze, che fanno sì che il vantaggio competitivo di entrambi i gruppi di settori si mantenga nel tempo, e spesso si rafforzi. Nello stesso tempo però la forza del modello si trasforma in un fattore di debolezza, nel momento in cui c è poco interesse ad uscire da esso e a cercare nuove specializzazioni in altri settori. Anche i critici del modello di specializzazione non ne negano in fondo gli elementi di validità; l esempio che essi portano è basato pur sempre su Paesi europei, come Francia e Germania, che più che specializzarsi nell alta tecnologia sono riusciti a specializzarsi in un ampio numero di settori produttivi, a media tecnologia e a medioalto valore aggiunto. La strada diventerebbe allora quella di ampliare il raggio delle nostre specializzazioni, senza abbandonare i punti di forza di partenza, che rappresentano comunque un retroterra molto importante. Se questa può costituire una sintesi accettabile del dibattito in corso, il discorso si sposta sul come realizzare l allargamento del modello Si dovrebbe quindi passare alla discussione delle policies che possono risultare utili nel perseguimento di tale obiettivo. Dall esame dei dati di Contabilità Nazionale condotto nel capitolo 2.2 (Evoluzione della specializzazione italiana nel periodo secondo i dati di Contabilità nazionale di L. Birindelli e C. Tartaglione) emerge in primo luogo che tra il 1996 ed il 2001 la struttura settoriale dell industria manifatturiera non ha conosciuto modifiche radicali. In termini occupazionali si è ridotto il peso dell industria tradizionale, che però ha visto crescere sia pur leggermente la propria quota relativa in termini di valore aggiunto. Guardando a questi ultimi trent anni ( ) l aggregato dei settori manifatturieri di scala arretra nel primi due decenni sia in termini di quota di occupazione sia di valore aggiunto per poi crescere negli anni più recenti; la somma dei settori di specializzazione e di alta tecnologia progredisce costantemente in termini di occupazione mentre in termini di valore aggiunto si registra un certo arretramento tra il 1981 ed il 1996; la quota di occupazione manifatturiera dei settori tradizionali, rimasta sostanzialmente stabile tra il 1981 ed il 1996 si riduce dalla seconda metà degli anni 90 mentre rimane sostanzialmente stabile, prossima ad un terzo del totale manifatturiero, la quota relativa sul valore aggiunto. L analisi delle dinamiche occupazionali a livello di Sistemi Locali del Lavoro condotta nel capitolo 2.3 (Industria italiana e distretti di L. Birindelli e C. Tartaglione) ci mostra che a livello aggregato tra il 1991 ed il 1996 la concentrazione dell occupazione manifatturiera nei distretti è cresciuta mentre nelle stesse aree distrettuali si riduceva il numero di imprese (numero invece in crescita nelle aree non distrettuali). Particolarmente notevole è stata la crescita dell occupazione dipendente nelle aree distrettuali, crescita che ha permesso di in larga misura compensare il calo dell occupazione indipendente. Un risultato notevole è anche quello che vede l occupazione complessiva nell industria e nei servizi crescere nelle aree distrettuali tra il 1991 ed il 1996, contro un sensibile calo nelle aree non distrettuali. Scendendo al confronto a livello settoriale, l occupazione nelle aree distrettuali per quanto riguarda il settore di specializzazione presenta un andamento migliore di quello medio di settore Nel distretti del sistema-moda (Tessile-Abbigliamento, Pelli cuoio e 9

10 calzature) la differenza è notevole soprattutto per quanto riguarda i distretti di una certa dimensione. Per esigenze di confronto, l analisi della evoluzione dell occupazione nei singoli distretti tra il 1991 ed il 1996 si applica ai soli i distretti al di sopra di una dimensione minima (1000 dipendenti). La dinamiche occupazionali dei distretti risentono di quelle medie di settore del periodo: la proporzione di distretti che vedono accrescere l occupazione è prossima al 50% per i distretti meccanici, quelli dei Prodotti per l Arredamento e per quelli dell industria delle pelli e calzature. Relativamente bassa la frequenza dei casi in cui l occupazione cresce nel Tessile-Abbigliamento e nell Alimentare. Nelle aree distrettuali in cui l occupazione nel settore di specializzazione cresce, si approfondisce talvolta anche la specializzazione. Tuttavia, in alcuni casi l approfondirsi della specializzazione convive con un ridimensionamento dell occupazione nel settore di specializzazione, a fronte di una dinamica più accentuatamente negativa del resto del comparto manifatturiero. Dalla percorso di ricerca illustrato nel capitolo 2.4 (Innovazione tecnologica nelle imprese manifatturiere italiane secondo gli indicatori tradizionali di Stefano Sylos Labini) vengono messi in evidenza alcuni fenomeni che caratterizzano il sistema d innovazione dell Italia. A livello aggregato, si conferma la debolezza dell Italia, relativamente agli altri paesi avanzati, sia per quel che riguarda il numero dei nuovi laureati in scienza e in ingegneria e la quota di popolazione con istruzione post-secondaria sia per le spese in R&S, i brevetti e il finanziamento dei progetti d investimento innovativi. L Italia occupa, invece, una posizione di leadership nella percentuale dei prodotti nuovi immessi sul mercato ed ha anche una significativa quota di piccole e medie imprese che innovano in proprio. Inoltre, l Italia ha una quota di investimenti in macchine e attrezzature e di spesa pubblica per educazione del tutto in linea con gli altri paesi avanzati. A livello settoriale l analisi delle attività di innovazione che si realizzano attraverso la ricerca e sviluppo e, indirettamente, tramite la formazione e l aggiornamento professionale, può dare interessanti indicazioni sul settore del macchine non elettriche, che rappresenta il comparto di eccellenza della nostra industria manifatturiera. In questo settore anche una quota significativa di imprese di piccola dimensione tra 20 e 49 addetti tende ad impegnarsi in attività di ricerca e sviluppo (circa il 25% delle imprese meccaniche appartenenti a questa classe dimensionale) e la spesa in R&S complessiva raggiunge valori di rilievo sia in termini assoluti che in rapporto al totale manifatturiero. Diversamente, le basse spese in R&S e l esiguo numero di addetti alle attività di ricerca non spiegano le ottime performance che caratterizzano gli altri settori di punta della nostra industria manifatturiera: tessile e abbigliamento, pelli, cuoio e calzature e prodotti in metallo, a cui si aggiungono i settori dei minerali non metalliferi, del legno e mobilio e della gomma e plastica. Tali settori sono quelli che, insieme alle macchine non elettriche, conseguono gli attivi commerciali più ampi e impiegano oltre il 40% degli addetti dell industria manifatturiera. In tali settori la dimensione produttiva predominante è quella piccola, con un numero di addetti compreso tra 10 e 50, che tende a non effettuare rilevanti spese in R&S intra-muros. Tutto questo può indicare che le innovazioni dei settori tradizionali vengano realizzate non tanto attraverso le attività di R&S formalizzata, quanto durante le fasi di design, progettazione e produzione e tramite l introduzione di beni capitali. I dati sulle quote brevettuali settoriali dell Italia relativamente agli altri paesi avanzati consentono di comprendere meglio le performance dei settori del tessile 10

11 abbigliamento, del legno e mobilio, della gomma e plastica. Questi settori detengono quote significative di brevetti a livello mondiale. Le più basse quote brevettuali dei comparti dei prodotti in metallo e delle macchine non elettriche possono suggerire, invece, che le imprese operanti in questi settori non tendano a brevettare in modo sistematico le innovazioni tecnologiche che sono alla base degli ottime performance a livello internazionale. Infine, i settori che hanno delle spese elevate in R&S ed un alto numero di ricercatori e tecnici, come i mezzi di trasporto, la chimica e la farmaceutica, il comparto degli apparecchi elettrici, radio TV e telecomunicazioni tipici settori ad alta intensità tecnologica dove predomina l unità produttiva con più di 100 addetti - conseguono risultati brevettuali, relativamente agli altri paesi, piuttosto deludenti (nei mezzi di trasporto fa eccezione il settore delle costruzioni navali che detiene delle quote brevettuali di tutto rispetto). Si tratta di settori che spesso presentano deficit commerciali con l estero oltre ad avere un tasso di rendimento del capitale investito nettamente inferiore rispetto a quello degli altri paesi avanzati. Evidentemente le spese in R&S e i ricercatori impiegati dalle imprese operanti in questi settori industriali non sono sufficienti a realizzare un numero elevato di innovazioni brevettabili. Ciò fa sì che la competitività tecnologica e quindi le performance commerciali e finanziarie delle imprese risultino insoddisfacenti sia se confrontate con quelle degli altri settori della nostra industria manifatturiera sia se confrontate con quelle dei settori omologhi degli altri paesi avanzati. Nel capitolo 2.5 (Competitività internazionale dei settori di specializzazione attraverso gli indicatori di commercio estero di Daniela Federici) si è cercato di fornire un contributo all'analisi del modello di specializzazione internazionale dell'italia attraverso i dati di commercio internazionale cercando di metterne in risalto le sue peculiarità. I cambiamenti intercorsi durante gli anni settanta come la crisi delle imprese di grandi dimensioni e progressiva affermazione sul mercato internazionale di imprese medio-piccole, hanno concorso alla creazione di un modello peculiare che sembra tuttora perdurare. Un modello caratterizzato da una certa debolezza nei settori con forti economie di scala e ad alta intensità di ricerca. I punti di forza rimangono una spiccata specializzazione nei settori tradizionali (labour intensive). Per analizzare i fattori che concorrono a determinare la performance di un'economia all'interno della struttura degli scambi internazionali non è sufficiente comunque analizzare la posizione del paese all'interno della gerarchia degli scambi. Lo studio della specializzazione internazionale va inserito in un contesto più ampio volto ad identificare la chiave di successo di un paese nel suo senso più lato. Il concetto di competitività va quindi inteso come la capacità di un sistema economico di creare i migliori risultati economici e può essere definito come quell'insieme dei fattori che concorrono a definire il potenziale di crescita di una economia: crescita del reddito e sua distribuzione, utilizzo pieno delle risorse disponibili, accumulazione di capitale fisico ed umano, dinamica del processo tecnico. I risultati emersi sono consistenti con un modello "demand-oriented" dove il ruolo dell'apertura commerciale e le esternalità indotte dalle esportazioni sono fattori centrali della crescita di lungo periodo. Ciò può essere spiegato dal fatto che un aumento delle esportazioni innesca un circolo virtuoso che si autoalimenta: le esportazioni promuovono la specializzazione, che a sua volta fa aumentare la produttività attraverso gli investimenti indotti, i fattori di learning by doing, learning by exporting), gli effetti di scala, gli spillovers positivi dal settore delle esportazioni ai settori dei beni non commerciati. Inoltre i risultati sono in linea con altri studi svolti nell'ambito di questo filone (effettuati soprattutto per i paesi industrializzati) e sono realistici per l'italia, un 11

12 paese con un'attitudine "outward orientation". Alcuni autori hanno esaminato il legame tra esportazioni e produttività nei paesi sviluppati includendo l'italia nel campione e confermano l'esistenza di questa relazione. La problematica dell efficacia delle leggi di agevolazione, affrontata nel capitolo 2.6 (Innovazione, imprese, politiche di incentivo di Attilio Pasettoi), in particolare delle leggi di incentivazione della ricerca industriale e dell innovazione tecnologica, si conferma molto complessa. I non univoci risultati, anche utilizzando la stessa basedati, cui pervengono le verifiche empiriche costituiscono una riprova della difficoltà di dare risposte certe agli interrogativi che vengono sollevati. D altra parte, il metodo di partire da dati microeconomici, a livello cioè di singola impresa, appare comunque di indiscutibile significato. Le vere differenze vanno infatti ricercate fra le imprese, e non fra i settori. Anche la distinzione geografica, via via che lo sviluppo dell economia meridionale evidenzia tassi di crescita sempre più differenziati fra i sistemi produttivi del Mezzogiorno, tende a perdere di importanza rispetto al passato. La storia di cinquant anni di leggi di incentivazione dimostra che gli incentivi sono stati distribuiti a pioggia fra i settori industriali. In questo senso, si può dire che la politica industriale italiana, attraverso gli strumenti di agevolazione, ha sostenuto fortemente la persistenza del nostro modello di specializzazione, o, per meglio dire, non ha fatto nulla per dargli una direzione diversa. Il grado di accesso alle leggi muta però a seconda della dimensione d impresa, con le grandi imprese che ne hanno fatto un utilizzo molto superiore rispetto alle piccole. Era proprio questo l obiettivo che il legislatore voleva raggiungere? In secondo luogo, tutte le analisi sembrano convergere su un altro punto molto importante: non sono le imprese più giovani ad attingere ai sussidi, ma quelle più anziane. Più controverse appaiono le risposte ad altri interrogativi. Sono stati efficaci le leggi di incentivazione nel promuovere gli investimenti e la ricerca? Le imprese avrebbero investito ugualmente in assenza di sussidi? Il sussidio è stato determinante o no? Le verifiche empiriche non danno risposte univoche in un arco temporale sufficientemente lungo come gli anni 90. Una relazione fra investimenti, nel caso della legge Sabatini, e sussidi probabilmente esiste. Lo stesso vale, come dimostra la ricerca del Ministero dell Industria, fra i progetti di innovazione tecnologica e la legge 46 Se non si può dire con certezza che l agevolazione è stata necessaria per l investimento, si può con maggior cognizione di causa sostenere che gli obiettivi aziendali sono stati più rivolti all innovazione di processo che all innovazione di prodotto. Le conseguenze sono state quindi spesso negative per l occupazione. Anche in questo caso, la politica industriale sembra aver assecondato una tendenza spontanea del sistema industriale italiano, portato a risparmiare almeno fino a tempi recenti l impiego del fattore lavoro. Inoltre sono spesso mancati i grandi progetti, l innovazione di sistema, che consente l integrazione tra le diverse funzioni aziendali. L innovazione tecnologica è consistita più frequentemente nell incorporare il progresso tecnico realizzato da altri. Se questi elementi di riflessione alimentano i dubbi sull efficacia delle leggi di incentivazione, non bisogna però nemmeno esagerare nell eccesso di critica. Prima di affermare che l effetto dei sussidi sugli investimenti e la ricerca è stato distorsivo, occorrerebbe probabilmente avere maggiori prove in mano. Se si guarda infatti alla redditività delle imprese agevolate rispetto alle non agevolate, quanto meno non si può dire che le prime siano sistematicamente e significativamente meno redditizie delle seconde. Da questo punto di visto non appare azzardato sostenere che le imprese 12

13 agevolate, in base alle leggi di incentivazione alla ricerca e agli investimenti, siano, tutto sommato, imprese sane. Inoltre, anche quando le imprese agevolate appaiono più indebitate delle non agevolate e poco propense ad aprirsi al capitale di rischio, presentano un indebitamento meglio distribuito tra breve e medio termine. Essa hanno anche una maggiore capacità di finanziare gli investimenti non ricorrendo in maniera così massiccia, come fanno le imprese non agevolate, all autofinanziamento, ma servendosi di strumenti come le agevolazioni fiscali e il leasing, oltre naturalmente al credito bancario a medio-lungo termine. Rimane infine aperta la questione degli incentivi fiscali. Se questi siano cioè da preferire agli incentivi finanziari e creditizi. Anche questa è materia di riflessione. Di due elementi occorre comunque tener conto. Il primo è che non abbiamo ancora sufficiente verifiche empiriche in materia. Il secondo che con gli incentivi fiscali si va verso forme di automatismo in contrapposizione implicita con una ricerca di selettività degli incentivi. Proprio la scelta tra una politica industriale snella e semplice dal punto di vista delle procedure da un lato, in cui gli incentivi vengono erogati in maniera automatica con uso prevalente degli sgravi fiscali, ed una politica industriale fortemente selettiva potrebbe rivelarsi la questione centrale. Dietro a queste due impostazioni ci sono, ovviamente, due diversi modi di immaginare lo sviluppo dell economia e di concepire il ruolo del policy maker. La scelta, benché di natura politica, non può però cadere nel vacuum dell analisi. Da questo punto di vista, l approccio metodologico fondato sullo studio del profilo delle singole imprese appare promettente e meritevole di essere affinato. Dal lavoro presentato nel capitolo 3.1 (Il mercato italiano dell ICT di S.Iammarino, C.Jona-Lasinio e S. Mantegazza) si delinea una definizione della new economy come associazione di tre fenomeni economici: la tecnologia, la globalizzazione e la competitività crescente. Nei paesi in cui l interazione di tali fenomeni ha caratterizzato la fine degli anni novanta, è stato registrato un aumento del tasso di crescita della produttività, e una riduzione dei tassi di inflazione e disoccupazione. In tale contesto, è ormai evidente il ruolo giocato dall Information and Communication Technology (ICT) nel propagare la crescita nel complesso del sistema economico. La produzione e l utilizzo dei beni ICT tendono a far lievitare la produttività totale dei fattori della produzione. In particolare, l evoluzione del progresso tecnico favorisce l aumento della produttività nei settori che producono beni ad alto contenuto tecnologico, determinando allo stesso tempo un incremento della produttività al livello macroeconomico. Parallelamente nei settori che utilizzano beni ICT si registra un aumento del rapporto capitale-lavoro (capital deepening) favorito dai maggiori investimenti in tali tipi di beni. Nel capitolo si propone un analisi dell evoluzione e della diffusione dell ICT in Italia fornendo una panoramica del peso e dello sviluppo dei settori maggiormente coinvolti in tale processo. I risultati dell analisi mostrano chiaramente che in Italia la fase di transizione dalla old alla new economy è ormai più che avviata. Dalla metà degli anni novanta, le imprese italiane hanno via via consolidato il processo di adattamento alle nuove condizioni tecnologiche e di mercato create dallo sviluppo e dalla diffusione dell ICT. Sebbene le imprese del nostro paese siano ancora in ritardo rispetto agli altri partner europei nella trasformazione dei prodotti e dei processi industriali, esse hanno comunque effettuato scelte di investimento diversificate rispetto al decennio precedente che hanno consentito un passaggio più agevole alla nuova realtà tecnologica. 13

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