Michael Crichton. IL MONDO PERDUTO

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1 Michael Crichton. IL MONDO PERDUTO Titolo originale: The LostWorld. Traduzione dall'inglese di Maria Teresa Marenco by Michael Crichton. 1996, 1998, 2001 Garzanti Libri s.p.a., Milano. Edizione su licenza di Garzanti Libri s.p.a. Superpocket 2003 R.L. Libri s.r.l., Milano. ISBN

2 MICHAEL CRICHTON. E' nato a Chicago nel I suoi bestseller sono tutti pubblicati in Italia da Garzanti: Andromeda (1969), In caso di necessità (con lo pseudonimo Jeffery Hudson, 1970), Il terminale uomo (1972), La grande rapina al treno (1976), Mangiatori di morte (1977), Congo (1981), La vita elettronica (1984), Sfera (1987), Viaggi (1989), Jurassic Park (1990), Sol Levante (1992), Rivelazioni (1994), Casi di emergenza (1995), Il mondo perduto (1996), Tornado (Twister) (con Anne Martin, 1996), Punto critico (1997), Timeline (2000), Preda (2003). E' anche l'ideatore della serie televisiva "E.R. Medici in prima linea". Per Carolyn Conger. Quello che veramente mi interessa è sapere se Dio, quando ha creato il mondo, aveva qualche possibilità di scelta. ALBERT EINSTEIN. Nei domini del caos, piccole variazioni della struttura causano quasi sempre grandi modifiche del comportamento. Sembra impossibile controllare un comportamento complesso. STUART KAUFFMAN. INTRODUZIONE. I seguiti sono intrinsecamente imprevedibili. IAN MALCOLM. Estinzione al limite K-T. L'ultima parte del ventesimo secolo ha segnato un intensificarsi dell'interesse scientifico nei confronti dell'estinzione. Non è precisamente un argomento nuovo: già nel 1786, poco dopo la rivoluzione americana, il barone Georges Cuvier aveva per la prima volta dimostrato che le specie si estinguono. L'estinzione era quindi un fatto accettato dagli scienziati quasi tre quarti di secolo prima che Darwin elaborasse la sua teoria dell'evoluzione. E in seguito, nel proliferare delle controversie sollevate dalle sue teorie, di rado è stata contemplata la questione dell'estinzione. Anzi, l'estinzione veniva di norma considerata un evento banale, un po' come un'auto che resta senza benzina. Era semplicemente una prova di mancato adattamento. L'adattamento, in sé, era oggetto di intensi studi e accesi dibattiti. Ma il fatto che alcune specie si estinguessero non veniva preso in seria considerazione. Cos'altro c'era da dire sull'argomento? Tuttavia, due svolte verificatesi negli anni Settanta del nostro secolo fecero sì che si cominciasse a guardare all'estinzione in modo del tutto nuovo. Si riconobbe, in primo luogo, che l'enorme incremento della popolazione stava modificando rapidamente il pianeta, eliminando habitat tradizionali, riducendo l'estensione della foresta pluviale,

3 inquinando aria e acqua, e forse addirittura cambiando il clima della Terra. In questo processo si andavano estinguendo molte specie animali. Alcuni scienziati lanciarono grida d'allarme; altri furono meno espliciti ma non meno preoccupati. Quanto era fragile l'ecosistema? La specie umana aveva adottato un comportamento che l'avrebbe portata all'estinzione? Non vi erano certezze. Poiché nessuno si era mai impegnato a studiare in modo sistematico il problema dell'estinzione, scarseggiavano i dati relativi al ritmo di estinzione in altre ere geologiche. E a quel punto gli scienziati iniziarono ad esaminare il passato, con la speranza di trovarvi risposte alle angosce del presente. La seconda svolta fu rappresentata dalle nuove nozioni relative alla morte dei dinosauri. Da tempo si sapeva che tutte le specie di dinosauri si erano estinte in un arco di tempo relativamente breve del Cretaceo, circa sessantacinque milioni di anni fa. La rapidità di questa estinzione fu argomento di lunghe dispute: alcuni paleontologi ritenevano che si fosse verificata con catastrofica rapidità, altri erano convinti che i dinosauri fossero scomparsi più gradualmente, in un arco di diecimila-dieci milioni di anni... un evento tutt'altro che rapido. Poi, nel 1980, il fisico Luis Alvarez e tre suoi colleghi scoprirono un'alta concentrazione di iridio in rocce risalenti alla fine del Cretaceo e all'inizio del Terziario - il cosiddetto limite K- T. (Il Cretaceo venne abbreviato con "K" per evitare di confonderlo col Cambriano e altri periodi geologici.) L'iridio, raro sulla Terra, abbonda però nelle meteore. L'equipe di Alvarez sostenne che la presenza di una grande quantità di iridio nelle rocce del limite K-T faceva pensare che all'epoca una gigantesca meteorite, con un diametro di molti chilometri, fosse entrata in collisione con la Terra. Ipotizzarono che la conseguente ricaduta di polvere e detriti, oscurando i cieli, avesse interrotto la fotosintesi, ucciso piante e animali, e posto fine al regno dei dinosauri. Questa drammatica teoria colpì l'immaginazione dei media e del pubblico, dando luogo a una controversia protrattasi per molti anni. Dov'era il cratere di questa meteorite? Vennero indicati vari luoghi possibili. Nel passato si erano verificati cinque grandi periodi di estinzione: erano stati provocati tutti da meteoriti? Si potevano ipotizzare catastrofi cicliche ogni ventisei milioni di anni? Il pianeta poteva aspettarsi un altro impatto devastante? Per oltre un decennio queste domande restarono senza risposta. Il dibattito procedette fino all'agosto 1993, quando, nel corso di un seminario settimanale al Santa Fé Institute, un matematico iconoclasta di nome Ian Malcolm annunciò che nessuna di tali questioni aveva importanza, e che le dispute sull'impatto meteoritico erano "un congetturare futile e irrilevante". "Prendete in esame le cifre", disse Malcolm, protendendosi dal podio, gli occhi fissi sul pubblico. "Sul nostro pianeta vi sono, al momento, cinquanta milioni di specie di piante e animali. Quella che a noi può sembrare una notevole varietà, non è nulla a confronto di quanto è esistito prima. Si ritiene che, dal momento in cui ebbe inizio la vita su questo pianeta, vi siano state cinquanta miliardi di specie. Ciò significa che oggi ne resta solo una su mille. Quindi il 99,9 per cento delle specie che popolavano la Terra è estinto. E gli stermini di massa rappresentano solo il cinque per cento del totale. La stragrande maggioranza delle specie si è estinta una alla volta". La verità, disse Malcolm, è che la vita sulla Terra è stata caratterizzata da un ritmo costante e continuo di estinzione. In linea di massima, la durata media di una specie era quattro milioni di anni. Per i mammiferi, un milione di anni. Poi la specie scompariva. Quindi il vero schema era

4 questo: le specie compaiono, si affermano e poi muoiono nell'arco di alcuni milioni di anni. In media, nella storia della vita sulla Terra, si è estinta una specie al giorno. "Ma perché?" domandò Malcolm. "Che cosa porta all'ascesa e al declino delle specie in cicli di quattro milioni di anni? "Una risposta è da ricercarsi nel fatto che non teniamo in debito conto l'incessante attività del pianeta. Solo negli ultimi cinquantamila anni - un battito di ciglia, in termini geologici - le foreste pluviali si sono enormemente contratte per poi tornare ad espandersi. Le foreste pluviali non sono una caratteristica immutabile del pianeta: sono anzi relativamente recenti. Diecimila anni fa, quando sul continente americano vi erano uomini che vivevano di caccia, la calotta di ghiaccio si estendeva sino alla latitudine di New York. In quell'epoca molti animali si estinsero. "Gran parte della storia della Terra ci mostra quindi animali che vivono e muoiono in ambienti in grande trasformazione. Questo probabilmente spiega il novanta per cento delle estinzioni. Se i mari si prosciugano o se la loro concentrazione salina aumenta, naturalmente tutto il plancton si estinguerà. Ma gli animali complessi come i dinosauri sono tutt'altra faccenda, perché essi hanno trovato forme di isolamento - letteralmente e figurativamente - contro questi mutamenti. Perché spariscono gli animali complessi? Perché non si adattano? Fisicamente sembrano avere la capacità di sopravvivere. La loro estinzione appare immotivata e tuttavia si verifica. "Vorrei avanzare l'ipotesi che gli animali complessi si estinguono non a causa di mutamenti intervenuti nei loro meccanismi di adattamento fisico all'ambiente, bensì a causa del loro comportamento. Vorrei suggerire che gli ultimi sviluppi nella teoria del caos, o dinamica non lineare, offrono allettanti spunti circa le modalità con cui questo potrebbe avvenire. "Ci suggeriscono che il comportamento degli animali complessi può cambiare con molta rapidità, e non sempre per il meglio. Ci suggeriscono che il comportamento, nel momento in cui non si adegua più all'ambiente, porta al declino e alla morte. Ci suggeriscono che gli animali possono smettere di adattarsi. E' quello che è successo ai dinosauri? E' questa la vera ragione della loro scomparsa? Non lo sapremo mai con certezza. Ma non a caso gli esseri umani nutrono tanto interesse per l'estinzione dei dinosauri. Il loro declino permise ai mammiferi - noi inclusi - di prosperare. E questo ci spinge a chiederci se questa sparizione non potrebbe ripetersi, prima o poi, anche nel nostro caso. Se, a un livello più profondo, la colpa sia da ricercarsi non nel cieco fato - una tremenda meteorite piovuta dal cielo - bensì nel nostro comportamento. Per il momento, non abbiamo risposte". Poi sorrise. "Però qualche suggerimento lo avrei", disse.

5 IL MONDO PERDUTO. PREFAZIONE. "La vita al margine del caos". Il Santa Fé Institute aveva sede in Canyon Road, in un complesso di edifici che erano stati un convento, e i seminari dell'istituto si svolgevano in una sala che un tempo fungeva da cappella. Sul podio, illuminato da un fascio di luce, Ian Malcolm fece una pausa teatrale prima di proseguire. Malcolm aveva quarant'anni, ed era un personaggio ben noto nell'ambito dell'istituto. Era stato uno dei pionieri della teoria del caos, ma la sua promettente carriera era stata sconvolta da gravissime lesioni riportate durante un viaggio in Costa Rica; diversi notiziari lo avevano addirittura dato per morto. "Mi è spiaciuto molto dover interrompere le celebrazioni nei dipartimenti di matematica delle università del paese", ebbe a dire in seguito, "ma risultò che ero solo leggermente morto. I chirurghi hanno fatto miracoli, come vi diranno loro per primi. E quindi eccomi qui... nella mia successiva ripetizione, per così dire...". Vestito completamente di nero, appoggiato a un bastone, Malcolm emanava un'aura di severità. Era noto nell'istituto per le sue analisi non convenzionali e per la sua tendenza al pessimismo. La conferenza da lui tenuta quell'agosto, dal titolo "La vita al margine del caos", era tipica del suo pensiero. In essa Malcolm presentava la propria analisi della teoria del caos applicata all'evoluzione. Non avrebbe potuto desiderare un pubblico più informato. Il Santa Fé Institute era stato creato a metà degli anni Ottanta da un gruppo di scienziati interessati ad analizzare le implicazioni della teoria del caos. Erano uomini di scienza operanti in molti campi diversi: fisica, economia, biologia, informatica. In comune avevano la convinzione che sotto la complessità del mondo si celasse un ordine precedentemente sfuggito alla scienza, ma che sarebbe stato svelato dalla teoria del caos, conosciuta adesso come teoria della complessità. Per citare uno dei membri dell'istituto, la teoria della complessità era "la scienza del xxi secolo". L'Istituto aveva studiato il comportamento di una grande varietà di sistemi - le grandi società per azioni, i neuroni nel cervello umano, le serie di reazioni catalizzate dagli enzimi nell'ambito di una singola cellula, il comportamento di gruppo degli uccelli migratori - talmente complessi che non era stato possibile analizzarli prima dell'avvento del computer. La ricerca era nuova e i risultati sorprendenti. Non ci volle molto prima che gli scienziati si accorgessero che i sistemi complessi mostrano alcuni comportamenti comuni. E così cominciarono a considerare tali comportamenti come tipici di tutti i sistemi complessi. Si resero conto che questi comportamenti non potevano essere spiegati analizzando le componenti dei sistemi. L'analisi dei singoli meccanismi semplici operanti durante i fenomeni - un metodo scientifico ben collaudato, l'equivalente dello smontare l'orologio per vedere come funziona - non dava risultati apprezzabili coi sistemi complessi, perché il comportamento degno di nota sembrava nascere dall'interazione spontanea delle componenti. Il comportamento non era né pianificato né pilotato: si verificava e basta. Questo comportamento venne quindi definito "autorganizzato". "Tra i comportamenti autorganizzati", disse Ian Malcolm, "ve ne sono due di particolare interesse per lo studio dell'evoluzione. Uno è l'adattamento. Lo vediamo ovunque. Le grandi società

6 per azioni si adattano al mercato, le cellule cerebrali si adattano alla trasmissione dei segnali, il sistema immunitario si adatta alle infezioni, gli animali si adattano alla disponibilità di cibo. Ci siamo convinti che la capacità di adattamento sia tipica dei sistemi complessi, e questa potrebbe essere una delle ragioni per cui l'evoluzione sembra portare a organismi sempre più complessi". Si scostò dal podio, appoggiando il proprio peso sul bastone. "Ma ancor più importante", continuò, "è il modo in cui i sistemi complessi sembrano trovare un equilibrio tra l'esigenza di ordine e l'imperativo che impone il mutamento. I sistemi complessi tendono a situarsi in un punto che definiremo "il margine del caos". Immaginiamo questo punto come un luogo in cui vi è sufficiente innovazione da dare vitalità a un sistema, e sufficiente stabilità da impedirgli di precipitare nell'anarchia. E' una zona di conflitto e di scompiglio, dove il vecchio e il nuovo si scontrano in continuazione. Trovare il punto di equilibrio è una faccenda delicatissima: se un sistema vivente si avvicina troppo al margine, rischia di precipitare nell'incoerenza e nella dissoluzione; ma se si ritrae troppo diventa rigido, immoto, totalitario. Entrambe queste evenienze portano all'estinzione. L'eccessivo cambiamento è letale quanto l'eccessivo immobilismo. I sistemi complessi prosperano solo al margine del caos". S'interruppe. "Ne consegue che l'estinzione è l'inevitabile risultato di una o dell'altra strategia... troppo mutamento o troppo poco". Tra il pubblico, molte teste assentirono. Questa linea di pensiero era familiare a gran parte dei ricercatori presenti. Anzi, il concetto del margine del caos era quasi un dogma al Santa Fé Institute. "Purtroppo", riprese Malcolm, "la distanza che separa quest'assunto teorico dalla realtà dell'estinzione è enorme. Non abbiamo modo di sapere se il nostro ragionamento sia corretto. I resti fossili possono dirci che un animale si è estinto in un dato momento, ma non perché. Le simulazioni al computer hanno un valore limitato. E non possiamo condurre esperimenti su organismi viventi. Siamo quindi costretti ad ammettere che l'estinzione - non potendo essere oggetto di prove ed esperimenti - potrebbe non essere affatto materia scientifica. E questo potrebbe anche spiegare come mai l'argomento abbia finito per essere al centro di un'accesissima controversia religiosa e politica. Vorrei ricordarvi che non vi è alcun dibattito di natura religiosa sul numero di Avogadro, né sulla costante di Planck, né sulle funzioni del pancreas. Ma in duecent'anni la controversia sull'estinzione non si è mai spenta. E mi chiedo come la si potrà risolvere se... Sì? Cosa c'è?" In fondo alla sala, una mano levata si agitava impaziente. Malcolm aggrottò la fronte, visibilmente seccato. Per tradizione all'istituto si aspettava la fine del discorso prima di porre le domande; interrompere un oratore veniva considerato un segno di maleducazione. "Voleva farmi una domanda?", chiese Malcolm. Un uomo sulla trentina si alzò. "In realtà si tratta di un'osservazione", disse. Il giovane era bruno e sottile, con modi pignoleschi, e indossava calzoncini e camicia color kaki. Malcolm lo riconobbe: era un paleontologo di Berkeley di nome Levine, che passava l'estate presso l'istituto. Non aveva mai parlato con lui, ma conosceva la sua reputazione: Levine era considerato da tutti il miglior paleobiologo della sua generazione, forse il migliore del mondo. Ma all'istituto godeva di un'antipatia quasi generale perché aveva fama di essere pomposo e arrogante. "Convengo", proseguì Levine, "sulla scarsa utilità dei dati relativi ai fossili al fine di spiegare l'estinzione. Specie se la si vuole attribuire a cause

7 comportamentali, come appare dalla sua tesi... perché le ossa non ci dicono molto sul comportamento. Ma dissento sulla indimostrabilità della sua tesi comportamentale. Anzi, in essa è già implicito il risultato. Anche se forse a lei non è ancora venuto in mente". Il silenzio regnava nella sala. Sul podio, Malcolm si accigliò. L'eminente matematico non era abituato a sentirsi dire di non aver elaborato sino in fondo le proprie idee. "Venga al punto", disse. Levine sembrava indifferente alla tensione creatasi in sala. "Ecco: durante il Cretàceo i Dinosauri avevano una grande diffusione nel pianeta. Abbiamo trovato resti in tutti i continenti, in tutte le zone climatiche... perfino nell'antartide. E allora, ammesso e non concesso che l'estinzione sia stata davvero il risultato del loro comportamento, e non la conseguenza di una catastrofe, o di una malattia, o di mutamenti della vegetazione, o di una qualsiasi delle tante spiegazioni ad ampio spettro che sono state proposte, ritengo estremamente improbabile che tutti quanti abbiano cambiato comportamento nello stesso tempo e in ogni luogo. Ne consegue che ancor oggi potrebbero esservi sulla Terra esemplari viventi di quegli animali. Perché non li cerca?" "Lo faccia lei, se la cosa la diverte", rispose Malcolm, gelido. "E se non ha altro di meglio da fare". "No, no", si affrettò a ribattere Levine. "Dico sul serio. E se i dinosauri non si fossero estinti? E se esistessero ancora? In qualche luogo isolato del pianeta". "Lei sta parlando di un Mondo Perduto", disse Malcolm, e molte teste annuirono in tacita intesa. Gli scienziati dell'istituto avevano messo a punto una sorta di linguaggio stenografico per indicare i più noti scenari evolutivi. Parlavano del Campo di Proiettili, della Rovina del Giocatore, del Gioco della Vita, del Mondo Perduto, della Regina Rossa e del Rumore Nero, indicando così modi molto precisi di considerare l'evoluzione. Ma erano tutti... "No", insistette Levine. "Sto parlando letteralmente". "E allora si sbaglia di grosso", rispose Malcolm, accantonando l'argomento con un cenno della mano. Diede le spalle al pubblico e lentamente si avvicinò alla lavagna. "Ora, se consideriamo le implicazioni del concetto di margine del caos, possiamo cominciare col chiederci: Qual è l'unità minima di vita? Gran parte delle definizioni correnti includerebbero la presenza del dna, ma vi sono due esempi che possono farci ritenere troppo limitata questa definizione. Se consideriamo i virus e i cosiddetti prioni, è chiaro che la vita può in effetti esistere senza DNA...". In fondo alla sala, Levine sbarrò gli occhi per un istante. Poi, controvoglia, si rimise a sedere e cominciò a prendere appunti.

8 L'IPOTESI DEL MONDO PERDUTO. Poco dopo mezzogiorno, finita la conferenza, Malcolm traversava zoppicando il cortile dell'istituto. Accanto a lui c'era Sarah Harding, una giovane bioioga in visita dall'africa, dove svolgeva le sue ricerche. Malcolm la conosceva da anni, da quando gli era stato chiesto di fare da relatore esterno per la sua tesi di dottorato a Berkeley. Sotto il caldo sole estivo che batteva sul cortile, il contrasto tra i due era ancor più evidente: Malcolm tutto in nero, curvo e ascetico, appoggiato al bastone; la Harding solida e muscolosa, sprizzante gioventù ed energia, in calzoncini e maglietta, i neri capelli corti tenuti indietro dagli occhiali da sole. Il suo campo di studio erano i carnivori africani, leoni e iene. Il giorno successivo sarebbe partita per Nairobi. I due erano diventati amici ai tempi in cui Malcolm aveva subito una lunga serie di interventi chirurgici. La Harding, a Austin per un anno sabbatico, aveva aiutato Malcolm a ristabilirsi dopo le numerose operazioni. Per un certo periodo sembrò che tra i due ci fosse del tenero, e che Malcolm, scapolo incallito, fosse sul punto di sposarsi. Ma poi lei era tornata in Africa e lui era andato a Santa Fé. Quale che fosse la natura del rapporto che li aveva uniti, adesso erano solo amici. Stavano discutendo le questioni emerse alla fine della conferenza. Secondo Malcolm, si era trattato solo di obiezioni prevedibili: le estinzioni in massa erano importanti; gli esseri umani dovevano la loro esistenza all'estinzione verificatasi nel Cretàceo, che aveva eliminato i dinosauri, consentendo l'affermarsi dei mammiferi. Per dirla nei termini pomposi di uno dei presenti: "Il Cretaceo ha consentito alla nostra consapevolezza senziente di sbocciare sul pianeta". La risposta di Malcolm era stata immediata: "Che cosa le fa pensare che gli esseri umani siano senzienti e consapevoli? Non ve n'è prova alcuna. Gli esseri umani non pensano mai con la loro testa: lo trovano troppo scomodo. Perlopiù i membri della nostra specie si limitano a ripetere ciò che viene loro detto... e quando si imbattono in punti di vista diversi dai loro, restano sconcertati. Il tratto caratteristico dell'uomo non è la consapevolezza bensì il conformismo, e il risultato sono le guerre di religione. Altri animali lottano per il territorio o per il cibo, mentre gli uomini, unici nel mondo animale, si scontrano per le loro "convinzioni". Ciò avviene perché sono le convinzioni a guidare il comportamento, che, per gli esseri umani, è importante sotto l'aspetto evolutivo. Ma in un momento in cui il nostro comportamento potrebbe portarci all'estinzione, non vedo ragione alcuna per credere nella nostra consapevolezza. Siamo dei conformisti cocciuti e autodistruttivi. Qualsiasi altra visione della nostra specie è un'illusione dettata dall'autocompiacimento. La prossima domanda, prego". Sarah Harding rise mentre attraversavano il cortile. "Questo non gli è piaciuto". "Ammetto che è scoraggiante", rispose lui. "Ma non possiamo farci nulla". Scosse il capo. "Benché qui siano riuniti alcuni tra i massimi scienziati del paese, non vengono fuori... idee interessanti. A proposito, che ne sai del tizio che mi ha interrotto?" "Richard Levine?" Sarah sorrise. "Irritante, vero? E' noto in tutto il mondo per essere un rompiscatole". Malcolm borbottò: "Ci credo". "E' ricco, questo è il problema", disse Sarah. "Sai cosa sono le bambole Becky?" "No", rispose Malcolm lanciandole un'occhiata. "Be', tutte le bambine d'america lo sanno. C'è tutta una serie: Becky e Sally e Frances, e tante altre. Sono le classiche bambole Vecchia America. Levine è l'erede dell'azienda che le

9 produce. E quindi è il tipico riccastro saccentone. Impulsivo, fa tutto quel che gli salta in mente". Malcolm annuì. "Hai tempo per il pranzo?""certo. Dovrei essere a...". "Dottor Malcolm! Aspetti! Per favore! Dottor Malcolm!" Il matematico si girò. La figura allampanata di Richard Levine stava avvicinandosi. "Oh cazzo", borbottò Malcolm. "Dottor Malcolm", disse Levine affiancandoli. "Mi stupisce che lei non abbia preso più seriamente la mia proposta". "E come avrei potuto?", ribatté Malcolm. "E' assurda". "Sì, ma...". "La signorina Harding ed io stavamo andando a pranzo", disse il matematico indicando Sarah. "Sì, ma secondo me lei farebbe bene a ripensarci", insistette Levine. "Perché ritengo che la mia ipotesi sia valida: è del tutto possibile, persino probabile, che i dinosauri esistano ancora. Come lei certamente saprà, circolano voci insistenti su certi animali in Costa Rica, dove, se non vado errato, lei ha soggiornato per un certo tempo". "Sì, e nel caso del Costa Rica le posso dire che...". "Anche nel Congo", continuò Levine. "Per anni i pigmei hanno segnalato la presenza di un grande sauropode, forse addirittura un apatosauro, nella foresta vicino a Bokambu. E nelle giungle della provincia di Irian Jaya è stata segnalata la presenza di un animale delle dimensioni di un rinoceronte, che forse è un ceratopside sopravvissuto...". "Fantasie", ribatté Malcolm. "Pure fantasie. Non è mai stato visto nulla. Nessuna foto. Nessuna prova concreta". "Può darsi", insistette Levine. "Ma l'assenza di prove non è una prova di inesistenza. Sono convinto che potrebbe benissimo esserci un luogo in cui sopravvivono questi animali del passato". Malcolm si strinse nelle spalle: "Tutto è possibile". "Ma la sopravvivenza è possibile", insistette Levine. "Continuo a ricevere segnalazioni di nuovi animali in Costa Rica. Resti, frammenti". Malcolm fece una pausa prima di chiedere: "Di recente?" "Non da qualche tempo". "Ehmm", esitò Malcolm. "Lo immaginavo". "L'ultima segnalazione l'ho avuta nove mesi fa", disse Levine. "Ero in Siberia alla ricerca di quel cucciolo di mammut congelato, e non sono riuscito a tornare in tempo. Ma mi è stato detto che si trattava di una sorta di enorme lucertolone, trovato morto nella giungla del Costa Rica". "E che ne è stato di quell'animale?" "I resti sono stati bruciati". "Quindi non ne rimane traccia?" "Appunto". "Nessuna foto? Nessuna prova?" "A quanto sembra, no". "E allora è solo una frottola", disse Malcolm. "Può darsi. Ma io credo valga la pena di organizzare una spedizione per fare una verifica". Malcolm lo fissò. "Una spedizione? Per trovare un ipotetico Mondo Perduto? Chi la finanzierebbe?" "Io", rispose Levine. "Ho già messo a punto i piani preliminari"."ma costerebbe una...". "Il costo non m'importa", rispose Levine. "Resta il fatto che la sopravvivenza è possibile, che si è verificata in una varietà di specie di altri generi, e quindi non si può escludere che esistano dei sopravvissuti del Cretaceo". "Fantasie", ripetè Malcolm, scuotendo il capo. Levine lo fissò a lungo prima di riprendere. "Dottor Malcolm, devo dire che il suo atteggiamento mi sorprende. Lei ha appena illustrato una tesi, e io le offro l'opportunità di provarla. Pensavo che avrebbe colto al volo la mia offerta". "Ho smesso di volare tempo fa", disse Malcolm. "Ma invece di prendermi sul serio, lei...". "I dinosauri non m'interessano", lo interruppe Malcolm. "Ma i dinosauri interessano a tutti". "Non a me". Si girò facendo perno sul bastone e fece per allontanarsi. "A proposito", disse Levine. "Cosa faceva in Costa Rica? Mi risulta che sia stato là quasi un anno". "Ero in un letto d'ospedale. Non hanno potuto spostarmi dal reparto cura intensiva per sei mesi. Neppure per caricarmi su un aereo". "Sì, so che ha avuto un

10 incidente", disse Levine. "Ma cosa faceva da quelle parti? Stava per caso cercando dei dinosauri?" Malcolm socchiuse gli occhi nella vivida luce del sole e si appoggiò al bastone. "No, proprio per niente", rispose. Erano seduti intorno a un tavolino d'angolo del Guadalupe Cafè, sull'altra sponda del fiume. Sarah Harding beveva una birra Corona dalla bottiglia scrutando i due uomini davanti a lei. Levine sembrava contento di trovarsi lì con loro, come se essere a quel tavolo fosse una vittoria. Malcolm sembrava stanco, come un genitore che ha passato troppo tempo con un bambino iperattivo. "Vuol sapere che cosa ho sentito dire?" chiese Levine. "Ho saputo che un paio d'anni fa una società di nome InGen, avvalendosi delle tecniche dell'ingegneria genetica, ha prodotto dei dinosauri e li ha introdotti in un'isola del Costa Rica. Ma qualcosa è andato storto, un sacco di gente è stata uccisa e i dinosauri sono stati sterminati. E ora nessuno ne vuol più parlare, per via di certi inghippi legali. Un vincolo di riservatezza, o qualcosa del genere. E il governo del Costa Rica non vuole danneggiare il turismo. Quindi tutti tacciono. Ecco cosa ho sentito". Malcolm gli lanciò un'occhiata. "E lei ci crede?" "In un primo momento mi è parso impossibile", rispose Levine. "Però le voci hanno continuato a circolare con insistenza. Presumibilmente, nell'isola c'era lei, con Alan Grant e altre persone". "Ha chiesto conferma a Grant?" "Sì, l'anno scorso a una conferenza a Pechino. Mi ha detto che era un'assurdità". Malcolm fece un lento cenno d'assenso. "Anche lei è di quest'avviso?", chiese Levine sorseggiando la birra. "Lei conosce Grant, vero?" "No. Non ci siamo mai conosciuti". Levine teneva gli occhi fissi su di lui. "Quindi non è vero?"malcolm sospirò. "Ha presente il concetto di tecnomìto? La tesi di base, sviluppata da Geller a Princeton, è che, avendo perso tutti i vecchi miti - Orfeo ed Euridice, Perseo e Medusa -, abbiamo colmato questo vuoto con i tecnomìti moderni. Geller ne ha elencati circa una dozzina. Uno è quello dell'alieno che vive in un hangar nella base aeronautica di Wright-Patterson. Un altro è l'invenzione di un carburatore che fa duecentoquaranta chilometri con tre litri di benzina, che però non viene sfruttato dai fabbricanti di auto che ne hanno acquistato il brevetto. Poi c'è la storia dei bambini russi addestrati in tecniche extrasensoriali in una base segreta in Siberia, i quali sarebbero in grado di uccidere in qualunque parte del globo con la forza del pensiero. E la leggenda che vorrebbe vedere nei tracciati di Nazca, in Perù, un porto spaziale degli alieni. La CIA avrebbe diffuso il virus dell'aids per uccidere gli omosessuali. Nikola Tesla aveva scoperto un'incredibile fonte di energia, ma i suoi appunti sono andati perduti. A Istanbul c'è un disegno risalente al X secolo che mostra la Terra vista dallo spazio. Lo Stanford Research Institute ha trovato un tizio il cui corpo brilla nel buio. Rendo l'idea?" "Quindi, secondo lei, i dinosauri della InGen sono un mito", rispose Levine. "Ma certo. Per forza. Le pare che sia possibile ricreare un dinosauro con le tecniche dell'ingegneria genetica?" "Gli esperti sostengono che non è possibile". "E hanno ragione", concluse Malcolm. Lanciò un'occhiata a Sarah quasi a sollecitare una conferma. Lei non disse nulla e si limitò a sorseggiare la birra.in realtà, la Harding sapeva qualcosa di più su quei dinosauri. Una volta, dopo un intervento chirurgico, nel delirio indotto dall'anestesia e dagli analgesici, Malcolm aveva borbottato delle sciocchezze. E, rigirandosi nel letto apparentemente terrorizzato, aveva ripetuto i nomi di diversi tipi di dinosauro. Sarah aveva chiesto spiegazioni a un'infermiera, la quale le aveva detto che Malcolm si comportava così

11 dopo ogni operazione. In ospedale si riteneva che fosse un incubo indotto dai medicinali, anche se si aveva la netta impressione che il matematico stesse rivivendo una qualche terribile esperienza reale. Un'impressione rafforzata dai termini familiari con cui Malcolm parlava dei dinosauri, chiamandoli "raptor", "compi" e "trice". Sembrava temere in particolar modo i raptor. In seguito, quando lui era stato dimesso, lei gli aveva posto delle domande su quei deliri. Malcolm le aveva eluse con una pessima battuta: "Perlomeno non ho nominato altre donne, vero?" E poi aveva detto qualcosa sulla sua passione infantile per i dinosauri, e sulla regressione che si accompagna alle malattie. Si era mostrato studiatamente indifferente, come se la questione non avesse alcuna importanza, e Sarah aveva avuto la netta sensazione che volesse evitare l'argomento. Ma aveva preferito non insistere: all'epoca era innamorata di lui e voleva mostrarsi indulgente. Adesso, con quell'occhiata, sembrava curioso di sapere se lei lo avrebbe contraddetto. La Harding si limitò a sollevare un sopracciglio e a ricambiare lo sguardo. Malcolm doveva avere le sue buone ragioni. A lei non restava che attendere.levine si protese sul tavolo e disse: "Insomma, la storia della InGen è del tutto falsa?" "Assolutamente", confermò Malcolm con un severo cenno del capo. "Assolutamente". Da tre anni Malcolm continuava a smentire quelle voci. Ormai lo faceva con grande disinvoltura: non doveva più far finta di essere seccato, gli veniva spontaneo. Di fatto, nell'estate del 1989 era stato consulente della International Genetic Technologies di Palo Alto, per conto della quale si era recato in Costa Rica, un viaggio che si era rivelato un disastro. Dopo la catastrofe del parco, tutte le persone e le ditte coinvolte si erano impegnate a occultare la storia. La InGen voleva limitare per quanto possibile le proprie responsabilità. Il governo del Costa Rica aveva tutto l'interesse a conservare l'immagine del paese come paradiso turistico. E i singoli scienziati erano vincolati da un accordo di riservatezza, rafforzato in seguito da generosi contributi per chiudere loro la bocca. Nel caso di Malcolm, la ditta aveva pagato le parcelle mediche e i ricoveri ospedalieri per ben due anni. Nel frattempo, la InGen aveva demolito tutte le attrezzature dell'isola, sulla quale non c'era più alcuna creatura vivente. La ditta si era avvalsa dell'aiuto di George Baselton, un eminente biologo di Stanford, divenuto, grazie alla frequenza con cui compariva nei programmi televisivi, una autorità in questioni di scienza. Baselton aveva affermato di aver visitato l'isola, ed era stato instancabile nello smentire le voci relative alla presenza di animali estinti. Il suo ghignante: "Ci mancano solo le tigri dai denti a sciabola!", era stato particolarmente convincente. Col passare del tempo, l'interesse per quella vicenda si era affievolito. La InGen era da tempo fallita, e i principali investitori in Europa e in Asia avevano subito ingenti perdite. La ditta aveva venduto frazionatamente edifici e attrezzature da laboratorio, ma non la tecnologia messa a punto. In breve, il capitolo InGen era chiuso. Non c'era altro da aggiungere. "Quindi non c'è un briciolo di verità", disse Levine affondando i denti nel tamal di mais. "A essere sincero, dottor Malcolm, questo mi fa piacere". "Perché?", chiese Malcolm. "Perché vuol dire che i reperti che continuano a venire alla luce in Costa Rica devono essere veri. Veri dinosauri. Un mio collega, biologo a Yale, sostiene di averli visti. E io gli credo". Malcolm alzò le spalle. "Dubito che in Costa Rica si scopriranno altri animali". "E' vero che da quasi un anno non è stato trovato più niente. Ma qualora vi fossero altri ritrovamenti, mi precipiterò laggiù. E nel

12 frattempo organizzerò una spedizione. Ho riflettuto molto su come procedere. Penso che i veicoli speciali potrebbero essere pronti in un anno. Ne ho già parlato con Doc Thorne. Poi metterò insieme un'equipe che potrebbe includere anche lei, dottoressa Harding, o un altro biologo del suo valore e alcuni studenti candidati al dottorato di ricerca...". Malcolm lo ascoltava scuotendo il capo. "Secondo lei, è una perdita di tempo?", chiese Levine. "Sì". "Ma supponiamo che ricompaiano degli animali". "Non succederà". "Ma supponiamo che avvenga", insistette Levine. "A lei non interesserebbe aiutarmi a pianificare la spedizione?" Malcolm finì di mangiare e scostò il piatto. Alzò gli occhi su Levine. "Sì", disse infine. "Se ricomparissero degli animali, sarei disposto ad aiutarla". "Fantastico!", esclamò Levine. "E' proprio quello che volevo sentirle dire". Malcolm e Sarah procedevano sotto il sole lungo Guadalupe Street, diretti verso la malconcia Ford del matematico. Levine salì su una Ferrari rossa e schizzò via lanciando un allegro cenno di saluto. "Credi che possa succedere?", chiese Sarah. "Che... ehm... questi animali ricompaiano?" "No", rispose Malcolm. "Sono sicurissimo che non succederà mai". "Si direbbe che questa è una tua speranza". Lui scosse il capo e s'infilò maldestramente nell'auto spingendo la gamba infortunata sotto il volante. La Harding salì accanto a lui. Malcolm le lanciò un'occhiata prima di mettere in moto e ripartire alla volta dell'istituto.il giorno successivo, Sarah tornò in Africa. Nell'anno e mezzo che seguì, ebbe qualche vaga indicazione dei progressi di Levine, che ogni tanto la chiamava per porle qualche domanda relativa alle procedure della ricerca sul campo, o sui pneumatici dei veicoli, o sul migliore anestetico per gli animali allo stato selvaggio. Talvolta riceveva una chiamata da Doc Thorne, che stava costruendo le macchine. L'ingegnere aveva quasi sempre un tono afflitto. Da Malcolm nessuna nuova, tranne un biglietto d'auguri per il suo compleanno, pervenutole con un mese di ritardo. In fondo al biglietto lui aveva scribacchiato: "Buon compleanno. Rallegrati di non essere nel suo entourage immediato. Mi sta tirando scemo". PRIMA CONFIGURAZIONE. "Nella regione conservativa lontana dal margine del caos, i singoli elementi si fondono lentamente, senza mostrare uno schema preciso". IAN MALCOLM.

13 FORME ABERRANTI. Nella luce radente del pomeriggio, l'elicottero sorvolò a bassa quota la costa, lungo la linea in cui la folta giungla si congiungeva alla spiaggia. L'ultimo villaggio di pescatori era balenato sotto di loro dieci minuti prima. Adesso si scorgevano solo le masse compatte di verde, le mangrovie e l'orlo di sabbia che si stendeva a perdita d'occhio. Marty Gutierrez, seduto a fianco del pilota, guardava fuori del finestrino. In quella zona, a quanto si poteva vedere, non c'erano neppure strade. Gutierrez era un biologo americano di trentasei anni barbuto e taciturno che da otto anni viveva in Costa Rica. Vi si era recato originariamente per studiare la speciazione del tucano nella foresta pluviale, ma in seguito era rimasto lì in qualità di consulente della Reserva Biològica de Carara, il parco nazionale nella regione settentrionale del paese. Attivò il microfono della radio e chiese al pilota: "Ne abbiamo ancora per molto?" "Cinque minuti, senòr Gutierrez". Il biologo si voltò e disse: "Siamo quasi arrivati". L'uomo alto, rannicchiato sul sedile posteriore, non rispose né diede segno di aver sentito. Rimase immobile, la mano premuta sul mento, a guardare fuori del finestrino. Richard Levine indossava sahariana e bermuda sbiaditi e un informe cappello con la tesa calcato sul capo. Un binocolo malconcio gli pendeva sul petto. Ma la tenuta trasandata nulla toglieva alla sua aura assorta da studioso. Dietro gli occhiali con montatura di metallo, il suo sguardo era acuto, scrutatore e critico. "Cos'è questo posto?" "Si chiama Rojas". "Quindi siamo molto a sud?" "Sì. A circa ottanta chilometri dal confine col Panama". Levine scrutò la giungla. "Non vedo strade", osservò. "Come hanno fatto a trovare quella cosa?" "Un paio di campeggiatori", rispose Gutierrez. "Sono arrivati in barca e sono approdati sulla spiaggia". "Quando è successo?" "Ieri. Hanno dato un'occhiata a quel coso e sono scappati a gambe levate". Levine annuì. Con le lunghe gambe rannicchiate, il mento puntellato sui pugni, sembrava una mantide religiosa. Così l'avevano soprannominato quand'era studente all'università: in parte per via dell'aspetto... e in parte per via della sua tendenza a strappare con un morso la testa di chi dissentiva da lui. Gutierrez gli chiese: "Sei mai stato in Costa Rica?" "No. E' la prima volta", rispose Levine. Poi agitò la mano con fare irritato, quasi a respingere qualsiasi accenno di conversazione banale. Gutierrez sorrise. Levine non era cambiato per niente in tutti quegli anni. Continuava ad essere uno degli uomini più brillanti e più irritanti nel mondo delle scienze. I due erano stati compagni di corso a Yale sino al momento in cui Levine aveva deciso di cambiare indirizzo per fare un dottorato di ricerca in zoologia comparata. Levine aveva dichiarato di non nutrire alcun interesse per quel genere di ricerca sul campo che tanto piaceva a Gutierrez. Una volta, col suo tipico atteggiamento sprezzante, aveva definito il lavoro del collega come "la raccolta di escrementi di pappagalli intorno al mondo". La verità era che Levine - brillante e pignolo - era attratto dal passato, da un mondo ormai scomparso. E questo mondo lui lo studiava con un'intensità ossessiva. Era famoso per la sua memoria fotografica, la sua arroganza, la sua lingua tagliente e il manifesto piacere con cui faceva rilevare gli errori altrui. Per dirla con le parole di un suo collega: "Levine non dimentica mai un osso... e non permette neppure a te di dimenticarlo". I ricercatori che lavoravano sul campo avevano antipatia per lui, ed erano cordialmente ricambiati. Fondamentalmente era un uomo appassionato ai

14 particolari, un catalogatore della vita animale, e amava soprattutto esaminare le raccolte nei musei, riclassificare le specie, risistemare gli scheletri messi in mostra. Detestava la polvere e la scomodità della vita dei ricercatori sul campo. Se fosse dipeso da lui, non avrebbe mai messo il naso fuori dai musei. Ma la sorte aveva voluto che vivesse in un periodo segnato dalle massime scoperte paleontologiche. Negli ultimi vent'anni, il numero delle specie di dinosauri era raddoppiato, e nuove specie venivano descritte al ritmo di una ogni sette settimane. La sua fama mondiale lo aveva quindi costretto a viaggiare in continuazione in tutto il mondo per esaminare nuovi reperti e dare il suo parere di esperto a ricercatori che, pur con riluttanza, dovevano ammettere di non poterne fare a meno. "Da dove arrivi?", gli chiese Gutierrez. "Dalla Mongolia", rispose Levine. "Ero nelle Montagne di Fuoco, nel deserto di Gobi, a tre ore da Ulan Bator". "Ah sì? Cosa c'era da quelle parti?" "John Roxton sta facendo degli scavi e ha trovato uno scheletro incompleto che secondo lui potrebbe appartenere a una nuova specie di Velociraptor, e voleva che io gli dessi un'occhiata". "E allora?" Levine si strinse nelle spalle. "Roxton di anatomia non ne ha mai saputo niente. E' bravo nel raccogliere finanziamenti, ma se poi trova davvero qualcosa non sa a che santo votarsi". "Glielo hai detto?" "Perché no? E' la verità"."e lo scheletro?" "Lo scheletro non era affatto quello di un raptor", disse Levine. "I metatarsi erano del tutto diversi, il pube era troppo ventrale, nell'osso liaco non vi era un vero e proprio forame otturato e le ossa lunghe erano troppo leggere. Quanto al cranio...". Roteò gli occhi. "Il palato osseo era troppo spesso, le finestre anteorbitali troppo rostrali, la carena distale troppo piccola... e via dicendo. E quello che dovrebbe essere l'artiglio a falcetto è appena accennato. Questo è quanto. Chissà cos'aveva in mente Roxton. Sospetto che si tratti di una sottospecie di Stenonychosaurus, ma non ne sono ancora sicuro". "Stenonychosaurus?", chiese Gutierrez. "Un carnivoro del Cretaceo... due metri con la coda completamente distesa. Di fatto, un teropode piuttosto comune. E il ritrovamento di Roxton non era un esempio particolarmente interessante. Sebbene vi fosse un dettaglio curioso: un'impronta della pelle del dinosauro. Di per sé, non sarebbe una cosa rara. Al momento esiste almeno una dozzina di impronte ben visibili, perlopiù appartenenti a Hadrosauridae. Ma niente di paragonabile a questa. Ho capito subito che la pelle di quell'animale aveva caratteristiche insolite, mai in precedenza sospettate nei dinosauri... "Seflores", li interruppe il pilota, "davanti a noi c'è la baia Juan Fernàndez". "Ci faccia un giro sopra, se è possibile", disse Levine, lasciando perdere la conversazione per guardare fuori del finestrino con la massima concentrazione. Stavano sorvolando la giungla che si stendeva per chilometri e chilometri, a perdita d'occhio, sul pendio della collina. L'elicottero virò descrivendo un cerchio sopra la spiaggia. "Eccoci", disse Gutierrez indicando fuori del finestrino. La spiaggia era una perfetta falce di luna bianca, completamente deserta nella luce pomeridiana. A sud, era visibile sulla sabbia una massa scura e isolata. Dall'alto sembrava un masso, o magari un grosso cumulo di alghe. Era una cosa informe, larga circa un metro e mezzo, circondata da molte orme. "Chi è stato qui?", chiese Levine, con un sospiro. "Stamattina sono venuti quelli dell'ufficio Igiene". "Hanno fatto qualcosa? L'hanno toccato o sono intervenuti in qualche modo?" "Non ho idea", rispose Gutierrez. "L'Ufficio Igiene", ripetè Levine scuotendo il capo. "Che ne sanno quelli? Non

15 dovevi permettergli di avvicinarsi, Marty". "Ehi", rispose l'altro. "Non sono mica io che comando qui. Ho fatto del mio meglio. Volevano distruggerlo prima ancora che tu arrivassi. Quanto meno, sono riuscito a tenerlo intatto fino a ora. Però non so quanto saranno disposti ad aspettare". "E allora è meglio metterci subito all'opera", disse Levine. Azionò il microfono. "Perché stiamo ancora girando intorno? Lo stiamo perdendo di vista. Adesso può atterrare. Voglio vedere questa cosa da vicino". Richard Levine corse sulla sabbia verso la massa informe, il binocolo rimbalzante sul petto. L'odore della putrefazione era avvertibile anche a quella distanza. Il paleontologo stava già prendendo mentalmente nota delle prime impressioni. La carcassa era semisepolta nella sabbia, circondata da una fitta nube di mosche. La pelle era gonfiata dal gas, il che rendeva difficile l'identificazione. Levine si fermò a qualche metro dall'animale e tirò fuori la macchina fotografica. Immediatamente il pilota corse al suo fianco facendogli abbassare le mani. "No permitido". "Cosa?" "Spiacente, senòr. Non è permesso scattare foto". "Diavolo, perché no?", ribattè Levine, girandosi verso Gutierrez che trottava verso di loro. "Marty, perché non si possono fare foto? Questo potrebbe essere un importante...". "Niente foto", ripetè il pilota strappando la macchina fotografica dalle mani di Levine. "Marty, questa è una follia". "Procedi con l'esame, tanto per cominciare", gli consigliò Gutierrez, prima di rivolgersi in spagnolo al pilota, il quale gli rispose con tono reciso e arrabbiato, agitando le mani. Levine rimase a guardarli per un istante, poi si girò. Lasciamo perdere, pensò. Sarebbero stati capaci di litigare per un'eternità. Si precipitò in avanti, respirando con la bocca. Il tanfo si intensificò. Nonostante le dimensioni della carcassa, notò che intorno ad essa non c'erano uccelli né ratti, né altri necrofagi. Solo mosche... e in uno sciame così fitto da coprire la pelle nascondendo la sagoma dell'animale. Ciononostante era chiaro che era stata una bestia di ragguardevoli dimensioni, più o meno come quelle di un cavallo o una mucca, prima che il gonfiore la facesse dilatare ulteriormente. La pelle secca si era fessurata nel sole e si stava slabbrando, mettendo in mostra lo strato di grasso sottocutaneo, giallastro e colante. Accidenti, che tanfo! Levine si ritrasse, poi s'impose di avvicinarsi ancor di più, concentrando l'attenzione sull'animale. Benché avesse le dimensioni di una vacca, chiaramente non si trattava di un mammifero. La pelle, priva di peli, doveva essere stata verde, con accenni di striature più scure. La superficie epidermica era cosparsa da tubercoli poligonali di varie dimensioni, la cui disposizione ricordava quella della lucertola. Il rilievo dei tubercoli variava a seconda delle parti del corpo, e si faceva meno accentuato sulla pancia. Sul collo, sulle spalle e sulle articolazioni vi erano grandi pliche... un'altra analogia con le lucertole. Ma la carogna era grande. Levine calcolò che l'animale doveva pesare un centinaio di chili. Al mondo non c'erano lucertoloni di quelle dimensioni, con l'eccezione del "drago" dell'isola di Komodo. Varanus komodoensis è un rettile che supera i tre metri e mezzo, un carnivoro della taglia di un coccodrillo che mangia capre e maiali, e talvolta anche l'uomo. Ma nel Nuovo Mondo non c'erano varani. Naturalmente si poteva ipotizzare che quell'animale fosse ascrivibile alla famiglia Iguanidae. Le iguane sono diffuse in tutto il Sudamerica, e le varietà marine raggiungono notevoli dimensioni. Ma anche in quel caso si sarebbe trattato di un animale di dimensioni eccezionali. Levine si spostò lentamente intorno alla carogna, verso il davanti. No, pensò, non era un lucertolone.

16 L'animale era disteso su un fianco, il lato sinistro della gabbia toracica rivolto verso l'alto. Era sepolto quasi per metà; i processi spinosi della colonna vertebrale sporgevano di pochi centimetri dalla sabbia. Il lungo collo era curvo, il capo nascosto sotto la massa del corpo come la testa di un'anatra sotto le piume. Levine vide un arto anteriore che appariva piccolo e debole. L'estremità era sepolta nella sabbia. L'avrebbe dissotterrata per guardarla, ma prima di spostare l'esemplare in situ voleva scattare qualche foto. In effetti, più guardava la carogna, più si convinceva di dover procedere con la massima cautela. Perché una cosa era certa: quello era un animale molto raro, forse sconosciuto. Levine si sentì nel contempo eccitato e prudente. Se questa scoperta era significativa quanto lui cominciava a sospettare, allora era essenziale che venisse documentata a dovere. Più oltre, sulla spiaggia, Gutierrez stava ancora sbraitando col pilota, il quale continuava a scuotere il capo, ostinato. Ah, questi burocrati da repubblica delle banane, pensò Levine. Perché mai non poteva scattare foto? Non avrebbe arrecato alcun danno. Ed era essenziale documentare le transizioni dello stato di quella creatura. Sentì un martellamento sordo e, levando gli occhi, vide un secondo elicottero sorvolare la spiaggia, proiettando una scura ombra sgusciarne sulla sabbia. Quest'elicottero era bianco, con una scritta rossa su un fianco. Il sole negli occhi gli impedì di decifrarla. Si girò di nuovo verso la carcassa notando che l'arto posteriore aveva una possente muscolatura, ben diversa da quella dell'arto anteriore. Il che faceva pensare che quest'animale camminasse eretto, reggendosi sulle robuste gambe. Molti lucertoloni avevano una postura eretta, naturalmente, ma nessuno di essi era di questa taglia. Anzi, più guardava quella carcassa nel suo insieme, più si convinceva che non era affatto un lucertolone. Adesso Levine procedeva di gran carriera perché c'era molto da fare e il giorno si stava spegnendo. Di fronte a qualsiasi reperto bisognava porsi due domande fondamentali e di pari importanza. Primo: di che animale si trattava? Secondo: perché era morto? Fermandosi accanto alla coscia, Levine vide che l'epidermide si era spaccata, senza dubbio per effetto dell'aumento del gas sottocutaneo. Ma osservando meglio, si accorse che la fessurazione in realtà era una profonda lacerazione lungo la zona femoro-tibiale sotto la quale si vedevano il muscolo e l'osso. Ignorò il puzzo e i vermi biancastri che si torcevano sul tessuto esposto della lacerazione perché si rese conto che... "Spiacente, ma il pilota è irremovibile", disse Gutierrez avvicinandosi a lui. Il pilota, innervosito, aveva raggiunto il biologo e gli stava a fianco, sul chi vive. "Marty", disse Levine. "Ho veramente bisogno di prendere delle foto". "Temo che non sia possibile", ribattè Gutierrez alzando le spalle. "Ma è importante, Marty". "Mi spiace. Ho fatto del mio meglio". Il rombo diminuì e l'altro elicottero atterrò un po' oltre, lungo la spiaggia. Ne uscirono uomini in uniforme. "Marty, secondo te che animale è questo?" "Be', posso solo tirare a indovinare", rispose Gutierrez. "Dalla taglia direi che si tratta di un'iguana non ancora identificata. E molto grossa, e chiaramente non indigena della Costa Rica. Direi che quest'animale è arrivato dalle Galapagos, o da una delle...". "No, Marty", lo interruppe Levine. "Non è un'iguana". "Prima che tu aggiunga altro", disse Gutierrez lanciando un'occhiata al pilota, "devi sapere che in questa zona sono state viste diverse specie di lucertoloni prima sconosciute. Nessuno sa esattamente perché. Forse è dovuto al taglio della foresta pluviale, o a qualche altra ragione. Ma resta il fatto che stanno comparendo nuove

17 specie. Alcuni anni fa, ho cominciato a vedere specie ignote di...". "Marty, non è un dannato lucertolone". Gutierrez battè le palpebre. "Ma cosa dici? Certo che è un lucertolone". "Non credo proprio", insistette Levine. "Forse ti confondi per via della taglia. Ma in effetti qui, in Costa Rica, ogni tanto troviamo queste forme aberranti...". "Marty", replicò gelido Levine. "Io non mi confondo mai". "Be', certo, non intendevo dire che...". "E ti dico che questo non è un lucertolone", dichiarò Levine. "Scusa, ma non posso darti ragione", disse Gutierrez scuotendo il capo. Gli uomini scesi dal secondo elicottero, riuniti in gruppo, stavano indossando mascherine bianche da chirurgo."non ti chiedo di darmi ragione", disse Levine girandosi verso la carcassa. "La questione sarà presto risolta: basterà dissotterrare la testa, o anche solo uno degli arti, per esempio questa coscia, che secondo me...". S'interruppe protendendosi in avanti per scrutare il dietro della coscia. "Cosa c'è?", chiese Gutierrez. "Dammi il tuo coltello". "Perché?" "Dammelo, e basta". Gutierrez trasse di tasca il coltello e posò il manico sul palmo teso del collega. Levine fissò intensamente la carogna. "Questo lo troverai interessante". "Cosa?" "Proprio lungo la linea cutanea posteriore c'è un...". All'improvviso udirono delle grida levarsi dalla spiaggia e, voltandosi, videro gli uomini dell'elicottero correre verso di loro. Portavano in spalla delle taniche e sbraitavano in spagnolo. "Cosa dicono?", chiese Levine accigliandosi. Gutierrez sospirò. "Ci ordinano di allontanarci". "Digli che abbiamo da fare", borbottò Levine chinandosi sulla carcassa. Ma gli uomini continuarono a gridare, poi, all'improvviso, si udì un forte sibilo e Levine, alzando il capo, vide la luce del crepuscolo illuminarsi di grandi lingue di fuoco sputate dai lanciafiamme. Girò attorno alla carogna e corse verso gli uomini gridando: "No! No!" Ma nessuno gli badò. Lui urlò: "No, è un eccezionale...". Uno degli uomini in uniforme lo afferrò e lo scaraventò sulla sabbia. "Che diavolo fa?", strillò Levine rimettendosi in piedi. Ma nell'istante in cui apriva bocca, capì che era troppo tardi: le prime fiamme avevano già raggiunto la carcassa, annerendo la pelle, dando fuoco alle sacche di gas di putrefazione che scoppiarono in lampi azzurrognoli. Nel cielo si levò una densa colonna di fumo. "Smettetela, smettetela!" Levine si rivolse a Gutierrez. "Fermali!" Ma Gutierrez, immobile, fissava la carogna. Divorato dalle fiamme, il torso si raggrinzì e il grasso sfrigolò, e mentre la pelle bruciava emersero le coste annerite; poi una rotazione del tronco fece scattare verso l'alto il collo dell'animale che tra le fiamme si mosse spinto dalla contrazione della pelle. E tra le lingue di fuoco, Levine vide un muso appuntito, e file di denti aguzzi da predatore, e vuote cavità orbitali... un drago medievale che tra le fiamme si ergeva verso il cielo.

18 SAN JOSE' Nel bar dell'aeroporto di San José, Levine sorseggiava una birra in attesa del volo per gli Stati Uniti. Gutierrez, seduto accanto a lui al tavolino, non era in gran vena di parlare. Negli ultimi minuti era caduto un silenzio imbarazzante. Gutierrez guardò lo zaino di Levine posato a terra. Era un modello speciale in gore-tex verde scuro, con tasche extra all'esterno per l'attrezzatura elettronica. "Bello zaino", disse Gutierrez. "Dove l'hai preso? Sembra uno zaino Thorne". Levine bevve un sorso di birra. "Lo è"."proprio bello", disse Gutierrez. "Cos'hai nella tasca in alto, un telefono satellitare? E un GPS per il rilevamento di posizione mediante satellite? Accidenti, non sanno più cosa inventare. Che sciccheria. Ti deve essere costato una...". "Marty", sbottò Levine, esasperato. "Piantala con le stronzate. Me lo dici o no?" "Cosa?" "Voglio sapere cosa diavolo succede qui". "Senti, Richard, mi spiace che tu...". "No", lo interruppe Levine. "Su quella spiaggia c'era un esemplare di grande importanza, ed è andato distrutto. Non capisco come hai potuto permetterlo". Gutierrez sospirò. Diede un'occhiata ai turisti seduti ai tavolini circostanti e disse: "Deve restare tra noi, d'accordo?" "D'accordo". "Qui c'è un grosso problema". "Di che si tratta?" "Lungo la costa ogni tanto compaiono... ehm... forme aberranti. Ormai succede da anni". "Forme aberranti?", ripetè Levine, scuotendo il capo poco convinto. "E' il termine ufficiale per questi esemplari", spiegò Gutierrez. "Nessuno, nel governo, è disposto a essere più preciso. Tutto è cominciato circa cinque anni fa. Sulle montagne, vicino a una remota stazione agricola dove coltivavano varietà sperimentali di soia, sono stati scoperti alcuni animali". "Soia", ripetè Levine. Gutierrez annuì, "A quanto sembra, questi animali sono attratti dai fagioli di soia e da certe erbe. Si ritiene che la loro dieta richieda una grande quantità di lisina. Ma nessuno lo sa con certezza. Forse si tratta solo di una preferenza per certi vegetali...". "Marty, non me ne frega niente se hanno una predilezione per la birra o i salatini. Il solo interrogativo rilevante è: da dove vengono questi animali?" "Nessuno lo sa", rispose Gutierrez. Per il momento, Levine lasciò correre. "Che ne è stato di tutti gli altri?" "Sono stati distrutti. E, a quanto mi risulta, per anni non ne sono ricomparsi. Ma adesso sembra che ci risiamo. L'anno scorso abbiamo trovato i resti di altri quattro animali, incluso quello che hai visto oggi". "E cosa è stato fatto?" "Le... forme aberranti sono state tutte distrutte. Nel modo che hai visto tu stesso: sin dall'inizio il governo ha preso tutte le misure possibili per nascondere la faccenda. Qualche anno fa, alcuni giornalisti americani diffusero la notizia che nell'isla Nublar c'era qualcosa che non andava. Menéndez invitò una delegazione della stampa... e li spedì in un'altra isola. Non si accorsero neppure che non era quella giusta. Roba del genere. Insomma, il governo fa sul serio a questo proposito". "Perché?" "Sono preoccupati". "Preoccupati? E perché dovrebbero preoccuparsi di...". Gutierrez alzò una mano, si agitò sulla sedia e si avvicinò al suo interlocutore. "Per le malattie, Richard". "Malattie?" "Sì. Il Costa Rica ha una delle migliori strutture sanitarie del mondo", spiegò Gutierrez. "Gli epidemiologi hanno individuato una strana forma di encefalite che sembra essere in aumento, specie lungo la costa". "Encefalite? Di che origine? Virale?" Gutierrez scosse il capo. "L'eziologia è ignota". "Marty...". "Richard, ti assicuro che nessuno lo sa. Non è un virus, perché la produzione di anticorpi non aumenta, e non vi è alcuna

19 variazione nel numero dei leucociti. Non è un'infezione batterica, perché non è stato possibile fare colture. E' un mistero totale. Gli epidemiologi sanno solo che colpisce in prevalenza i contadini, la gente che è a contatto con bestiame da allevamento e altri animali. Ed è una vera encefalite, che provoca tremendi mal di testa, confusione mentale, febbre, delirio". "Mortalità?" "Per il momento pare di no. Il decorso della malattia è di circa tre settimane. Ma il governo è comunque preoccupato. Questo paese ha bisogno del turismo, Richard. Nessuno vuol sentir parlare di malattie ignote". "Sicché pensano che l'encefalite sia legata a queste... forme aberranti?" "I lucertoloni sono notoriamente portatori di molte malattie virali", rispose Gutierrez alzando le spalle. "Quindi non è irragionevole pensare che vi possa essere un rapporto". "Ma mi hai appena detto che non è una malattia virale". "Chissà cos'è. In ogni modo, loro ritengono che un rapporto ci sia". Levine disse: "Una ragione di più per scoprire da dove vengono questi lucertoloni. Senza dubbio avranno fatto delle ricerche...". "Ricerche?", rise Gutierrez. "Ma certo. Hanno perlustrato ogni centimetro quadrato del paese, e più volte. Hanno organizzato dozzine di ispezioni... alcune le ho guidate io stesso. Hanno fatto rilevamenti aerei. Hanno sorvolato la giungla. Hanno sorvolato le isole. Un'impresa non indifferente. Ci sono parecchie isole, specie lungo la costa occidentale. Diavolo, hanno persino svolto ricerche in quelle di proprietà privata". "Ci sono isole di proprietà privata?", chiese Levine. "Alcune. Tre o quattro. Come l'isla Nublar, che per anni è stata data in concessione a una ditta americana, la InGen". "Ma mi hai detto che quell'isola è stata perlustrata...". "Accuratamente. Non c'è nulla". "E le altre?" "Be', vediamo", disse Gutierrez contando sulle dita. "C'è l'isla Talamanca, al largo della costa orientale, dove hanno un Club Med. Lungo la costa occidentale c'è Sorna, in concessione a una società mineraria tedesca. Su a nord c'è Morazan, di proprietà di una ricca famiglia del Costa Rica. E poi potrebbe essercene un'altra che non mi viene in mente". "E cosa è stato trovato?" "Niente", rispose Gutierrez. "Non hanno trovato niente di niente. Si suppone quindi che gli animali provengano dalla giungla. Per questo non siamo ancora riusciti a trovarli". Levine tossicchiò. "In tal caso, buona fortuna". "Lo so", disse Gutierrez. "La foresta pluviale è un nascondiglio ideale. Una squadra di perlustratori potrebbe passare a dieci metri da un grosso animale senza vederlo. E neppure le tecnologie più avanzate di individuazione a distanza sono di grande utilità perché dovrebbero penetrare attraverso strati multipli... le nubi, la chioma degli alberi, la flora più bassa. Non c'è soluzione: nella foresta pluviale potrebbe nascondersi di tutto. Insomma, il governo si sente frustrato. E naturalmente non è il solo a essere interessato alla cosa". Levine gli lanciò un'occhiata penetrante. "Prego?" "Sì. Per qualche ragione, questi animali hanno suscitato molto interesse". "Che tipo di interesse?", chiese Levine con tutta la disinvoltura di cui fu capace. "L'autunno scorso il governo ha permesso a un'equipe di botanici di Berkeley di fare un rilievo aereo sulla giungla delle montagne centrali. Il rilievo era in corso da un mese quando sorse una disputa... su un conto per il carburante, o qualcosa di simile. Insomma, un burocrate di San José si lamentò presso l'università di Berkeley, che rispose di non aver mai sentito nominare quell'equipe. Nel frattempo, il gruppo era scappato dal paese". "Quindi nessuno sa chi fossero in realtà?" "No. Poi l'inverno scorso un paio di geologi svizzeri si è presentato per raccogliere campioni di gas dalle isole, nel quadro di uno studio sull'attività dei

20 vulcani nell'america centrale. Le isole qui sono quasi tutte vulcaniche e in gran parte tuttora in attività, in qualche misura, perciò la richiesta sembrò ragionevole. Ma saltò fuori che i "geologi" in realtà lavoravano per una ditta americana di ingegneria genetica chiamata Biosyn, e che cercavano... ehm... grossi animali". "E perché mai questi animali dovrebbero interessare a una azienda biotecnologica?", chiese Levine. "Non ha senso". "Forse non ai nostri occhi", disse Gutierrez, "ma la Biosyn non ha una gran bella reputazione. Il direttore della sezione ricerca è un certo Lewis Dodgson". "Ah sì. So chi è. E' il tizio che qualche anno fa ha sperimentato un vaccino antirabbico in Cile, esponendo alla rabbia gruppi di contadini senza preavviso". "Proprio lui. Ha anche cominciato a fare dei test di mercato distribuendo una patata geneticamente alterata nei supermercati senza avvertire nessuno. Ha dato un po' di diarrea a qualche bambino, e un paio sono finiti in ospedale. Dopo di che l'azienda ha dovuto ricorrere a George Baselton per rifarsi l'immagine". "A quanto sembra, tutti ricorrono a Baselton", commentò Levine. Gutierrez si strinse nelle spalle. "Di questi tempi i grossi accademici si prestano a questo tipo di consulenze. Fa parte del gioco. E Baselton è un illustre professore di biologia. La ditta ha avuto bisogno di lui per darsi una ripulita, visto che Dodgson ha l'abitudine di infrangere la legge. Dodgson distribuisce bustarelle in tutto il mondo. Ruba il risultato delle ricerche altrui, ne fa di tutti i colori. Si dice che la Biosyn sia la sola azienda biotecnologica che impiega più avvocati che scienziati". "E perché si interessavano al Costa Rica?", chiese Levine. Gutierrez alzò le spalle. "Non so, ma l'atteggiamento verso la ricerca è del tutto mutato, Richard. E qui lo si nota in particolar modo. Il Costa Rica è un paese di estremo interesse da un punto di vista ecologico. Mezzo milione di specie in dodici habitat distinti. Il cinque per cento delle specie del pianeta è presente qui. Questo paese è stato per anni un centro di ricerca biologica, e ti dico che le cose sono cambiate. Ai vecchi tempi, qui venivano scienziati impegnati, mossi solo dalla passione di studiare qualcosa per se stessa... aluatte, o polistini, o la pianta sombrilla. Era gente che aveva scelto un certo campo di studi perché lo amava. Non si sarebbero di certo arricchiti. Ma adesso tutto, nella biosfera, è potenzialmente prezioso. Nessuno sa da dove si ricaverà il prossimo medicinale, e così le società farmaceutiche finanziano ricerche d'ogni genere. Magari l'uovo di un certo uccello contiene una proteina che lo rende impermeabile. Magari un ragno produce un peptide che inibisce la coagulazione del sangue. Magari la superficie cerosa di una felce contiene un analgesico. Questo si verifica con sufficiente frequenza da aver fatto cambiare l'atteggiamento verso la ricerca. Non si studia più il mondo della natura, ma lo si sfrutta. Vige una mentalità da saccheggiatori. Tutto ciò che è nuovo o sconosciuto diventa automaticamente interessante per quello che potrebbe rendere. Perché potrebbe valere una fortuna". Gutierrez finì la birra. "Il mondo", disse, "è capovolto. E il fatto è che molti vogliono scoprire che cosa rappresentano questi animali aberranti... e da dove vengono". L'altoparlante annunciò il volo di Levine. I due si alzarono. Gutierrez disse: "Lo terrai per te, vero? Quello che hai visto oggi, intendo". "A essere sincero", rispose Levine, "non so cosa ho visto oggi. Avrebbe potuto essere qualsiasi cosa". Gutierrez sorrise. "Buon viaggio, Richard", "Stammi bene, Marty".

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