Tullia Pasquali Coluzzi Claudio Falciano Il Viaggio

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2 Tullia Pasquali Coluzzi Claudio Falciano Il Viaggio Usi e riti della morte in Campania e altrove

3 O miserae frater adempte mihi tu mea tu moriens fregisti commoda frater A Peppino, e a tutti i nostri cari che ci sono stati solidali compagni per grande parte del nostro lungo viaggio. Dopo sì lunghi anni guizzati via come pesci nell acque appannate del cuore, che ci rimane di voi? L ombra usuale di un gesto, l eco di un lieve richiamo, la luce cara degli occhi che appare nel buio e si spegne.

4 Prefazione Questo modesto lavoro, come quelli precedenti sul matrimonio e sulla nascita, è stato dettato dall affetto per le tradizioni popolari e dal conseguente desiderio di tramandare le notizie sulle poche reliquie di esse a quelli che rimangono. Ci siamo serviti di scritti di sociologi quali Mircea Eliade, Ernesto De Martino, Adriano Prosperi ed altri che, con ben altra profondità e competenza, hanno affrontato l argomento. Tullia ha raccolto, senza pretese di dare al testo carattere scientifico, poche ma significative testimonianze di persone semplici attingendone qualcuna, che dimostra la continuità di rituali e credenze attraverso lunghissimi spazi, da testi del passato remoto e recente e da rari ricordi personali. Lo psicologo Claudio Falciano si è occupato dei risvolti psicologici degli eventi luttuosi all interno del capitolo IV (I modi di sepoltura. La relazione tra i vivi e i morti: dagli onori alle intercessioni) e nel capitolo V; inoltre ha riportato, commentandoli, nella sezione documentaria passi riguardanti i riti funebri nei poemi classici. 7

5 Introduzione La morte come frattura nel tessuto familiare e sociale Si ringraziano per il loro affettuoso sostegno alla nascita di questo libricino i professori Orazio Miglino e Franco Rubinacci; per il contributo alla revisione del testo la professoressa Irene Carloni e Silvia Coluzzi, per la foto in copertina il dott. Giovanni Carloni, per il contributo all impaginazione del testo, Giuseppe Madonna; inoltre la dottoressa Silvia Carloni, il signor Giuseppe Curatolo, il signor Salvatore Chiffi, la signora Angelina Falciano, il signor Michele Tramontano con la moglie Rosa, i signori Raffaele Alligrande di Pomigliano, Patrizio Cordela di Sarno, la signora Immacolata Esposito, la signora Immacolata Odierna, il maestro Alfonso Frezza, la maestra Laura Serra e altri per averci trasmesso preziosi ricordi di vecchie usanze. La morte con la nascita è l evento più importante nella vita dell uomo, che non ne può fare esperienza se non per ciò che riguarda gli altri. Fin dalle epoche preistoriche, come è stato notato, essa non è stata ritenuta sempre appartenente alla natura umana; secondo alcune religioni, essa sarebbe causata da comportamenti contrari alle leggi divine 1. La morte produce una frattura sia nel tessuto familiare sia in quello sociale, tanto più profonda quanto più importante è il ruolo che il morto vi riveste. Quindi la crisi angosciante da essa determinata deve essere frenata e superata da complessi riti di passaggio come le veglie, le lamentazioni, le esequie, le preci, le messe di suffragio, il colore nero del lutto, tutte manifestazioni che vanno perdendo la loro forza ma che, almeno in parte, persistono soprattutto nel mondo agrario. La necessità di esse viene avvertita già nel paleolitico a cui risalgono sepolture rituali: ossa cosparse di ocra, colore del sangue vivificatore e corredi funebri di oggetti diversificati, in tutte le culture, a seconda del sesso e usati in vita dal defunto affinché lo accompagnino nella seconda vita. Questa si svolge, per la concezione classica, in luoghi fisici ben definiti cui si accede attraverso fratture della terra nascoste 1 Cfr. Renzo Paternoster, La morte: riti, credenze e usanze per demonizzarla, win.storiain.net/arret/num180/artic1.asp. 9

6 Introduzione. La morte come frattura nel tessuto familiare e sociale ed accessibili solo ad esseri privilegiati quali Enea e la Sibilla, Orfeo per la sua Euridice. Platone divide le anime in tre categorie: anime giuste ammesse in una sede beata chiamata la vera terra, anime di malvagi irrecuperabili inabissate per sempre nel Tartaro mentre quelle colpevoli di peccati espiabili ne potranno uscire col permesso delle loro vittime; anime di uomini non del tutto buoni né del tutto cattivi che nella palude Acherusia dovranno purificarsi attraverso varie pene prima di accedere alla sede felice il concetto di questo luogo sembra anticipare quello cristiano del Purgatorio codificato nel XII secolo e proclamato come dogma nel Concilio di Trento. Dall uomo del medioevo la morte, compagna e protagonista assidua della sua vita a causa di pesti, carestie, pessime condizioni igieniche e rimedi completamenti inadeguati, viene accettata passivamente mentre viene angosciosamente temuta la fine improvvisa che impedisce la confessione e quindi la salvezza dell anima. Tanto ha a cuore la Chiesa quest ultima che, anche nei secoli successivi, si cerca di dare il battesimo che liberi dal peccato originale agli infanti in punto di morte talvolta estraendoli anche dal grembo della madre defunta. Ce lo spiega con puntualità e chiarezza Adriano Prosperi nel suo saggio Dare l anima in cui, prendendo spunto da un infanticidio perpetrato da una popolana nel 1700, analizza il problema postosi dalla Chiesa sulla sorte dei neonati morti senza il sacramento. Questi ultimi, con rigore inflessibile condiviso anche da Sant Agostino, sono condannati all Inferno e, in seguito, al limbo, da poco cancellato dalla Chiesa. Nel medioevo, all Inferno, luogo di pene senza fine, e al Paradiso, sede di eterna letizia verrà aggiunto dalla Chiesa un terzo regno, il Purgatorio, dove le anime di coloro che si sono pentiti e che vagano senza pace possano lavare le loro colpe riscattabili, oltre che dal fuoco purificatore, anche dalle preghiere e dalle messe di suffragio. 10 Da questo luogo di pene spesso esse tornano ai vivi in visione o in sogno per ammonirli e per invocare il loro pietoso ricordo e la loro intercessione. Fu così cristianizzata la credenza che gli spiriti delle persone private delle cerimonie funebri e della sepoltura vagassero tra i vivi disturbandoli finché non venissero pacificati dai riti dovuti. Sempre in età medievale viene istituita dai monaci cluniacensi la festa dei morti del 2 novembre e nasce la leggenda del viaggio dei defunti attraverso un lungo e periglioso cammino detto ponte di S. Giacomo (Santiago per gli spagnoli). Questo perché la zona del santuario di Compostela, meta ancora oggi di assidui pellegrinaggi, era ritenuta, prima della scoperta di Cristoforo Colombo, l estremo confine della terra da cui i morti si partivano per attraversare il mare e giungere all ultima dimora. Nel 1700, e in seguito, la morte è un dramma per i sopravvissuti che danno un grande valore di memoria e di esempio alle tombe (cfr. I sepolcri di Foscolo) e ai riti funebri che vengono contaminati con quelli pagani malgrado le ripetute proibizioni della Chiesa. Continuano così, privi di ogni riferimento cristiano, i rituali lussuosi con lodi del morto e lamentazioni che già nel mondo latino erano stati condannati dalle leggi delle XII Tavole. Superata la metà del secolo scorso, in una cultura che vede come fine principale il guadagno e il consumismo, la morte si riduce sempre di più ad un fatto individuale perdendo i connotati di coralità ma in paesi legati ancora in qualche modo ad un economia agraria, come quelli vesuviani, persiste una certa partecipazione all evento luttuoso tramite veglie, visite ai morti, doni alla sua famiglia di zucchero e caffè. Come sottolinea Renzo Paternoster nell opera citata a cui ci siamo richiamati, «rimuovendo il pensiero della morte, arrivando finanche a banalizzarla, innegabilmente svalutiamo il dono che è la vita». 11

7 Capitolo I L ultima lotta. Il viaggio -Figlio mio quanti sassi stanno n ponta a sta scarpata che fatica a mette i passi, mo già vedo na vallata. Sto cerchenno a calatora Vaglio abballe a scivoglioni. Zeppi e radiche de fora che me sgareno i calzoni; tutte ste fratte de rovi nun m aresce da spassalle sento strilli annanzi e aretro; tengo da ssfontà n canneto. Ma è sto fuosso, figlio bello, che non pozzo attraversare; zompo a lungo ma n gn a faccio l acqua me jetta de quane -. -Patre mio, si te potria Dà na mano n pochettino Te se squassa sso torace Steso n cima a sso lettino 13

8 Capitolo I. L ultima lotta. Il viaggio Figlio, l acqua me trasporta Che paura tengo, Oddio -. -Padre mio, damme ssa mano Che t aiuto puro io. Zomba zomba n atra vota! -Ecco, figlio, so passato - Io te guardo e piagno piano. O torace s è fermato 2. L agonia del padre è vissuta dal figlio in forma drammatica tramite un affannoso dialogo con lui che sta percorrendo l impervio passaggio dalla vita alla morte. Passaggio le cui terribili fasi sono scolpite quasi visivamente dalla dinamica descrizione fatta dal moribondo a cui tenta di dare soccorso l amore del figlio. La via, intralciata da siepi e canneti, cosparsa di fossi e di sassi nel panorama consueto dei Castelli Romani fatto di vigne scoscese nelle quali si condensava il vissuto del protagonista sembra precorrere il viaggio che, secondo l immaginario, una volta morto, l uomo deve affrontare. Questa credenza si è propagata fino a noi dal mondo antico l itinerario del defunto è già scolpito in lamine d oro rinvenute in tombe dell Italia meridionale risalenti al IV- III secolo a. C. ed è simboleggiato dalla rappresentazione di un personaggio che si avvia verso l aldilà a piedi, a cavallo o in carrozza, talvolta verso una figura che l accoglie presso una porta semiaperta. A questo proposito ricordiamo il Ponte di San Giacomo creato dal mondo cristiano: sottile come un capello o come una lama, cosparso di punte aguzze e di chiodi, il defunto lo deve percorrere a piedi scalzi per giungere, se buono, in Paradiso o 2 Giulio Montagna, Il sapore della terra, Velletri per cadere, se malvagio, nel baratro. Compagno di viaggio con il compito di psicopompo assunto nel mondo classico da Ermes, il latino Mercurio 3, è San Giacomo Maggiore in abbigliamento da pellegrino 4. Se per l uomo medievale il cammino che il morente si accingeva a intraprendere era irto di difficoltà, il luogo di destinazione veniva posto nel mondo classico in recessi nascosti a cui nessun mortale poteva accedere in vita se non eroi dal destino glorioso, come Ulisse e Enea, o Orfeo per la sua Euridice 5. Per questo lungo e periglioso percorso si pensa che si debba munire il vacuo pellegrino del necessario: a Scafati, paese vesuviano, come riferisce Patrizio Cordella di Sarno, quando il morto è ancora in casa per l anima che, secondo la credenza, si accinge ad intraprendere il viaggio, si mettono vicino alla colonnetta (il comodino) acqua e pane. Se l ultima lotta (agoné) si protraeva, in Sardegna si ricorreva ad una crudele e nascosta eutanasia praticata da un esperta 3 Ermes, latino Mercurio, oltre ad essere araldo degli dei, protettore dei viandanti e dei mercanti, ha il compito, munito di una bacchetta magica, il caduceo, e di ali ai piedi, di guidare le anime nel mondo tenebroso dell Ade. Per questo il morituro, quando più tardi l aldilà comprese anche luoghi meno cupi, libava a lui pregandolo di condurlo nel luogo buono degli Inferi. Orazio in Carmi I 10, 17-20, con versi leggeri così si rivolge al dio: «Tu le anime pie restituisci alle sedi beate/e con la verga d oro la lieve turba sospingi/agli dei superni gradito e a quelli della terra profonda». Nell Iliade il dio accompagna anche Priamo che va a chiedere ad Achille il riscatto del corpo del figlio. 4 La leggenda medievale narra che a San Giacomo Maggiore che si lamentava del fatto che la sua tomba in Galizia non fosse visitata dai pellegrini, Dio rispose: «Chi non ti visita da vivo ti visiterà da morto». E infatti i defunti, prima di arrivare all ultima dimora, picchiano ad una porticina invisibile del luogo sacro per salutare il santo. Il luogo della sua sepoltura in Galizia è chiamato Compostela nome la cui etimologia potrebbe derivare o da Campus Stellae per il fatto che la tomba fu rivelata da una pioggia di stelle, o da Composita tellus Terra di sepolture. 5 In Calabria si credeva o ancora si crede che l inizio del viaggio avvenga nel silenzio generale, a mezzanotte, annunziato da un sinistro scricchiolio. 15

9 Capitolo I. L ultima lotta. Il viaggio anziana, la accabadora (l accoppatrice) con soffocamento 6. Nel mondo agrario della Sabina, ma anche di altre parti, in un tempo non molto lontano, si riteneva che l uscita dell anima fosse impedita dalla colpa commessa in vita di avere dolosamente spostato i termini dei campi 7 (le pietre di confine sacre ai Romani erano coronate il 23 febbraio, nella festa dei Terminalia con serti di fiori) o dal fatto di avere bruciato o distrutto o sottratto un aratro considerato sacro come il più importante strumento di lavoro; in tali casi si ponevano sotto il collo del morente delle pietre o si faceva passare sopra di lui, a cominciare dalle gambe fino a sotto la nuca, un aratro o un simulacro di esso in cera 8. Tutto questo era accompagnato da formule purificatorie 9. Aiutava la fine liberatrice adagiare il morituro con i piedi verso la porta quasi che, dopo la morte, alzandosi, egli potesse dirigersi verso l uscita 10. In questa posizione, alcuni anni fa, nei dintorni di Pomigliano, vedemmo esposto un cadavere nell ingresso di una casa il cui portale era addobbato con veli neri. Costume giunto da lontano se Plinio il Vecchio (Naturalis Historia VII 6 46) ci informa che già ai suoi tempi veniva praticato: «Ritus naturae hominem capite gigni, mos est 6 V. Sezione documentaria. 7 Mario Pollia-Fabiola Chavez Hualpa, Mio padre mi disse, ed. Il Cerchio, Rimini Questa usanza è testimoniata già nel 500 da un documento citato più sotto e riportato da Piero Camporesi (La terra e la luna, Milano 1995 p. 21): «si proibisce di mettere sotto il capo dell agonizzante due, tre o più pietre, quando egli abbia confessato di avere in vita sua levati o mossi due o tre o più termini dei confini». 9 V. Sezione documentaria. 10 In Irlanda, ce lo riferisce Philippe Ariés (La morte dal medioevo ad oggi), il defunto è portato con i piedi in avanti nel timore che, guardando verso l interno della casa, possa invitare qualcuno a seguirlo nell aldilà. Questo tipo di precauzione è adottato anche per il letto: ci si guarda bene dall orientare la sponda inferiore verso la porta. 16 pedibus efferri» ( Secondo natura l uomo si affaccia alla luce con il capo; alla sepoltura, invece, è costume portarlo con i piedi in avanti ). Su uno dei mezzi che si credeva potessero abbreviare l agonia del morente, si diffonde Adriano Prosperi citando alcune fonti, come Marcel Granet, il medico Scipione Mercurio e un vescovo veronese del Il primo aveva trovato in Cina analogie di un usanza praticata nell antica Roma, cioè quella di deporre il neonato in terra in attesa di essere riconosciuto dai cinesi il vecchio giunto alla fine della vita riceveva lo stesso trattamento ; il secondo «segnalò che in territorio veronese era diffusa l abitudine pagana di por la creatura in terra nuda subito nata. E continua Prosperi: Ebbene, proprio in quello stesso territorio (il veronese) un vescovo aveva segnalato e proibito qualche tempo prima un analogo rito di deposizione sulla terra che si praticava per i morenti. Il corpo posto sulla terra simboleggiava il legame con la natura. La vita veniva dalla terra e alla terra doveva tornare: per questo si praticava quel rito della deposizione al suolo 11. Ma la cultura cristiana ufficiale combatteva quelle rappresentazioni e quei rituali perché alla natura aveva sostituito la fede nella cura per gli esseri umani da parte di un Dio fatto a loro immagine 12. Il sunnominato Patrizio Cordella ricorda che i nonni morirono a pochi giorni di distanza l uno dall altro 13 e che alla sua 11 Il vescovo veronese, però, afferma che quest uso si praticava acciò l ammalato mora più presto. 12 Adriano Prosperi, Dare l anima, Torino 2005, pp Nel Sarnese si crede che, se nel vicinato muore una persona, essa venga seguita da una seconda e da una terza durante l anno secondo il detto «non c è uno senza due, non c è due senza tre». E poi, diceva nonna Olga, si ricomincia daccapo. 17

10 Capitolo I. L ultima lotta. Il viaggio mente di bambino non riuscì, al momento, comprensibile il perché, a differenza dell uomo cui batteva forte il cuore durante la «pesante» e protratta agonia, la fine della moglie fosse stata istantanea e priva di sofferenza: infatti, fattasi portare su una sedia sulla soglia della camera, si spense «come una candela» mentre un fascio di raggi piovuti da un cielo coperto di nuvole, l avvolgeva. Patrizio, più tardi «vedette» la causa della «differenza tra l agonia breve e quella lunga»: la nonna aveva vissuto amando per tutta la vita il marito («Un solo Dio, un solo marito»); il nonno, invece, l aveva tradita. Di un amorevole invito a staccarsi dal corpo è stata testimone Mena di Napoli. Mentre si protraeva l agonia dello zio, la moglie, una calabrese trasferitasi bambina a Milano, china su di lui gli sussurrava: «Antonio, non vuoi andare? Tua sorella Laura ti aspetta». E, appena lui ebbe dato l ultimo respiro, spalancò le finestre affinché lo spirito fosse libero di volare via dal carcere corporeo 14. Peppe Curatolo di Caltanissetta rivede ancora (erano gli anni 40 e aveva allora circa quattro anni) la bisnonna Rosina che apriva con una canna una finestrella che, posta in alto, affacciava sul cortile, per dare libera entrata alle anime di parenti, amici e conoscenti venute a salutare il defunto e ad accompagnarlo all ultima destinazione. L antichità 14 Secondo un altra interpretazione le finestre si aprono affinché possano entrare gli spiriti dei trapassati a prelevare e accompagnare l anima del loro parente verso la dimora definitiva. Vi è anche la credenza che i parenti morti, nell attesa dell ultimo respiro del loro congiunto, si posizionino ai piedi del letto, luogo, quindi, che non deve essere occupato dai vivi. Nel mondo classico il divieto era giustificato dal fatto che la divinità greca che presiede alla sepoltura, Thanatos, attendeva proprio lì la fine mentre il fratello Hypnos, il sonno, stava al capezzale. Pina, la collaboratrice del parrucchiere, signor Tramontano, ricorda che la nonna moribonda esortava le persone a non mettersi sedute sul letto su cui dovevano stare i morti o gli angeli:«nun v assettat ncopp o liett, nu vedit ca stann e criature?». 18 di questa usanza è dimostrata da un documento uscito dalla curia del cardinale Gabriele Paleotti ( ) e pubblicato nell Episcopale bononiensis civitatis, in cui la Chiesa prese posizione nello spirito della nuova regolamentazione tridentina di abusi et superstitioni et indecenzie intorno ai funerali che si avevano a proibire al popolo dai curati». Una di queste severe proibizioni riguardava appunto l apertura di finestre o addirittura lo scoperchiamento parziale del tetto per fare uscire l anima dell agonizzante 15. Era, ed è ancora, usanza nell imminenza del trapasso o subito dopo, coprire gli specchi o voltarli verso la parete, e velare le statue e i quadri 16 : assistette a questa cerimonia Peppe Curatolo, sopra nominato, allora adolescente, forse in occasione della morte di nonna Rosina, quando ebbe modo anche di sentire le lamentazioni e le lodi della defunta da parte di donne prezzolate. E degli specchi vestiti del bianco delle lenzuola ha ancora viva l immagine una giovane donna, Teresa Fusco, che, bambina, se ne domandava il perché. Venuta dall Argentina, abitava a Napoli, in via Cappella Vecchia, nei pressi di Piazza dei Martiri, in un ex convento dove morivano con una certa frequenza, quando la vita non si era ancora paurosamente al- 15 Piero Camporesi, La terra e la luna, Milano 1995 pp Nelle valli dell Adda era consuetudine costruire una piccola apertura nella camera da letto, verso oriente, perché l anima dell agonizzante non fosse trattenuta all interno della casa e non disturbasse gli abitanti. In direzione dell Oriente era posizionato nel mondo vetero cristiano il giaciglio del moribondo o del morto come luogo da cui si aspettava che, alla fine del mondo, venisse Cristo a giudicare i vivi e i morti. Ce ne dà testimonianza anche Gregorio di Nissa (IV sec.) quando, parlando ne La vita di Macrina della morte della sorella dedita alla vita ascetica, ricorda che il letto di lei fu rivolto ad oriente. 16 Frazer ( Il ramo d oro vol. I p.301 sgg) afferma che l usanza è dovuta al fatto che «si teme che l anima proiettata fuori di una persona (di casa) sotto forma del suo riflesso possa essere portata via dallo spirito del defunto che comunemente si crede rimanga ancora per casa fino al suo funerale». 19

11 lungata, persone di una certa età e lei con sua madre andava a porgere le condoglianze. L uso è ancora vivo nella città; ce lo ha confermato un tassista spiegandocene il motivo: può capitare che l anima corra il rischio, rimanendo catturata dalla superficie riflettente, di rimanere prigioniera in casa a scapito soprattutto dei vivi. In varie parti d Europa, e non solo, vigeva ma ancora resiste, il tabù dei nodi che si rifà alla magia simpatica: ogni nodo, ogni catenaccio o chiusura è di impedimento a determinate azioni o eventi: per questo, come si sciolgono tutti i legamenti che impediscano l unione matrimoniale o il parto, così essi vengono rimossi dagli abiti dei morituri e dei morti insieme con gli anelli e gli orecchini (ma forse quest ultima azione è dettata anche dal timore che oggetti di valore possano essere rubati). Ci capitava, non ricordo precisamente gli anni dato che ciò si è andato perdendo molto lentamente, di incontrare, preceduti da un suono triste di campanello, un prete con paramenti sacri e un chierichetto che lo copriva con un piccolo baldacchino, una specie di ombrello: andavano a portare l olio santo a un moribondo per l Estrema Unzione. A questo si fa risalire il tabù per il quale colui che inavvertitamente si avventuri ad entrare in un negozio o in una casa con l ombrello aperto, è invitato con parole rudi a chiuderlo. E viene con paura riprovato anche il gesto di posare il cappello sul letto: così, infatti, faceva il prete accingendosi a impartire l ultimo sacramento. Capitolo II La morte Preparazione al passaggio I cambiamenti della vita, come la morte di una persona cara, la perdita di un figlio o il suo dolore, la separazione dal coniuge, hanno bisogno, per essere elaborati e quindi accettati, di precisi rituali che con idea innovativa vengono individuati da A. Van Gennep come riti di passaggio. Per quanto riguarda la morte che determina una terribile frattura contaminante, si ricorre da tempi immemorabili a strategie per esorcizzarla, per placare gli spiriti e aiutarli nella conquista di un luogo di pace: nel mondo antico esse consistevano nel compianto, in sacrifici, in banchetti presso la tomba e offerte di cibo e di acqua, cerimonie che ancora persistono in qualche luogo; nel mondo cristiano in messe di suffragio e preghiere. Uno dei tanti rituali funebri, quello per il corpo di Miseno che, rimasto insepolto, contamina la flotta, viene descritto da Virgilio: Enea fa innalzare una pira con rami di pino e di quercia, e piantare davanti funerei cipressi, lavare il cadavere con acqua calda, cospargerlo con unguenti, adagiarlo sul rogo e gettarvi le vesti 17. «Altri si avvicinano all alto feretro / compito triste e, secondo l avito costume, / con il viso voltato appiccano il fuo- 17 L apologeta Tertulliano riprova questo uso pagano che andava perpetuandosi anche tra i cristiani

12 Capitolo II. La morte co». Spento il rogo, le ossa vengono lavate col vino e chiuse in un urna di bronzo. Uno degli amici purifica, con un ramoscello di ulivo immerso nell acqua lustrale, i compagni proprio come fa ora il sacerdote al momento della benedizione della salma. 18 In molte parti d Italia, specie nel sud, quando le azioni usuali giornaliere vengono interrotte dall evento luttuoso e il focolare deve rimanere spento, i parenti o i vicini portano alla famiglia il pranzo pronto, a base soprattutto di brodo corroborante. Il cibo è posto in un cesto o, come in Sabina, nella coppa, un recipiente di legno, unità di misura dei cereali da seminare in una data estensione di terreno. Questo uso attiene ad un arcaica cultura agraria in cui il mondo sotterraneo non appartiene solo ai morti ma anche alla vita che rampolla dal seme nascosto nel grembo della madre terra. Gli stipiti della porta della casa in cui giace il defunto vengono addobbati con drappi neri o viola 19 arricchiti un tempo da una collana di agli che, come si sa, con il loro odore acuto sono un ottimo repellente contro il diavolo, sostituto delle antiche streghe per la morte di un bimbo si appendevano fuori della casa anche ferri di cavallo o un crocefisso per impedire l entrata alle cattive presenze. In qualche parte del Sarnese lo ricorda una vecchia signora per tenere lontani dalla casa in 18 Virgilio, Aen. VI vv In tempi più lontani i paramenti erano costituiti da larghi nastri di velluto nero. Nell antica Roma la porta della casa del defunto era ornata di rami di cipresso e di pino, come ci riferisce Plinio il Vecchio: «alberi ferali posti vicino alla porta come segnale di morte, privi di frutti, poco generosi di ombra». Gaetano Amalfi (La culla, il talamo, la tomba Pompei 1892) ipotizza che queste strisce di tessuto siano «forse lontana reminiscenza del cipresso o pino romano conficcato in terra perché i pontefici si astenessero dall entrare e restare contaminati». Johann Bachofen (Il simbolismo funerario degli antichi Napoli 1989 p. 199) scrive che i nastri «sono associati alle divinità materne, proprio in quanto prodotto della tessitura e hanno un rapporto specifico con i sepolcri perché congiungono a ritmo alterno l apparire e lo sparire dei fili». 22 lutto e quindi più facile ad essere contaminata, gli spiriti maligni 20, si accendeva un fuocherello forse perpetuazione della suffitio fatta dai romani con un ramo di alloro passato sulla fiamma per impedire la contaminazione della morte 21. La credenza che il cadavere, soprattutto quello dei piccoli, potesse essere preda di esseri malefici, come le streghe, ha una autorevole conferma in un passo del Satyricon di Petronio in cui il corpo di un giovinetto, malgrado la presenza di un nerboruto custode, viene attaccato dalle strigi e ridotto ad un fantoccio di paglia, privo degli organi interni 22. La prima pietosa e spontanea azione nei confronti del morto, quella di chiudergli gli occhi, ha forse una valenza apotropaica perché il suo sguardo terribile, vacuo e privo ormai di luce, potrebbe attirare il vivo. Plinio il Vecchio tenta di darcene una spiegazione nella Naturalis Historia XI 150: «Secondo l usanza romana ai morenti si chiudono gli occhi e di nuovo li si riaprono quando il cadavere è sul rogo e perché non è lecito che essi siano visti da alcuno nel momento supremo e perché è empio non mostrarli al cielo». Nell Italia meridionale, a Potenza e a Cosenza, gli occhi del morto che rimangono aperti portano un terribile presagio: a quel lutto familiare presto ne seguirà a breve un altro. Passati i tempi in cui il morto veniva avvolto in un sudario, si ricorreva, dopo aver lavato il corpo, ad indumenti nuovi Che l aglio abbia avuto sempre una funzione apotropaica è documentato ampiamente. Esso ha una sua presenza autorevole anche contro Dracula, orribile personaggio del romanzo gotico dell irlandese Bram Stoker del 1897, passato poi ai fumetti. 21 I romani ponevano vicino al letto funebre le acerrae, cassette in cui bruciavano incensi e altre essenze profumate che, essendo volatili, si credeva potessero venire più facilmente in contatto col mondo superiore.. 22 Petronio, Satyricon 63.5 (cfr. Sezione documentaria). 23 In Calabria, se uomo, il defunto era (od è) lasciato con i piedi nudi, se 23

13 Capitolo II. La morte spesso preparati per le donne già nel corredo di sposa. Erano contenuti nella mappatella fatta di biancheria da letto e intima; vi erano aggiunte e scuolle, triangoli di lino ricamati che, oltre che per il fine lugubre di tenere chiusa la bocca del morto, servivano anche, con pezzi di patata all interno, contro il mal di testa dei vivi 24. Anche la signora Filomena Di Napoli aveva indicato alla nipote Mena il posto segreto in cui aveva riposto la sua mappatella per conservare, anche da morta, un dignitoso pudore. Il vestiario vecchio e il materasso venivano bruciati affinché, a causa della magia simpatica, non richiamassero indietro l anima del morto. Ma, ci racconta la signora Angelina di Sarno, lei, come altri, mise nelle bare del padre e della madre gli ultimi indumenti da loro indossati dopo averli attorcigliati. Candele che sostituiscono le lampade ad olio degli antichi tempi sono accese ai lati del letto funebre nella camera che per questo viene chiamata camera ardente (questa usanza potrebbe riflettere inconsapevolmente l antica credenza, applicata anche alle culle dei neonati, della luce come custode contro le cattive presenze). La suddetta signora Angelina Falciano riferisce ancora che per la vestizione si chiude la porta che viene riaperta in seguito per dare libera entrata ai visitatori secondo altri, per permettere alle anime degli antenati di accompagnare agli estremi riti il caro parente. A mezzanotte, poi, si lascia nella stanza chiusa il morto da solo con tutte le luci accese, per lui ultime ormai, e le finestre aperte in modo che gli spiriti, buoni o cattivi, posdonna, viene abbigliata con una veste sciolta forse perché nodi di qualsiasi genere possono impedire la libera uscita dell anima. 24 Questo fatto ha dato origine al detto napoletano «nce vonne e scuolle n fronte» che allude, metaforicamente parlando, al male di testa provocato da qualche preoccupazione. 24 sano entrare e portare via l anima. Riaperta la porta, si ha cura di osservare con trepidazione i lineamenti del proprio caro: se sono distesi e sereni, danno il messaggio di un viaggio verso il mondo celeste, altrimenti la crudele notizia di una dolorosa discesa dell anima nel regno dell eterna pena. Vestito il defunto con abiti decorosi (la cravatta è senza il nodo che impedirebbe il distacco dell anima dal corpo), lo si pone nella cassa. Ma da qualche tempo ce lo riferiscono donne sarnesi si usa lasciare il defunto con il pigiama o con la camicia da notte prendendosi cura di riporre ben piegati vicino al corpo gli abiti buoni e le scarpe nuove da indossare nell aldilà in modo da non fare una brutta figura. E questo prolungarsi oltre la morte di una sorta di rispetto umano provinciale denota una radicata concezione inconsapevole di un oltretomba pagano. Un tempo, circa quaranta anni fa, l imbottitura interna della bara che non esisteva o era troppo costosa, era sostituita con foglie profumate di limone e di altri agrumi di cui si riempiva talvolta anche una federa. Si dava così seguito inconsapevolmente all usanza dei greci e dei latini di usare per i riti funebri piante mediterranee aromatiche, come il mirto, l alloro, l origano e il rosmarino 25. Ramoscelli di quest ultimo il nome significa rugiada marina ed è simbolo dell immortalità dell anima venivano posti dagli antichi tra le mani dei defunti o bruciati al posto dell incenso 26 mentre col rametto di origano immerso nell acqua catartica si aspergeva il cadavere; 25 Plinio (Nat. Hist. XXXV, 160) ci riferisce che lo scrittore latino Varrone fu sepolto nel 27 a. C. dentro un sarcofago di terracotta «secondo l uso pitagorico immerso in foglie di mirto, di pioppo nero e di olivo». 26 Ancora oggi accanto alla salma vengono deposti sulle braci foglie di ulivo e grani d incenso, aroma che nel mondo antico veniva ricollegato con la divinità a cui facilitava l accesso; in chiesa la bara viene incensata dal sacerdote. 25

14 Capitolo II. La morte il rosmarino, inoltre, fino alle soglie del XX secolo, adornava come pianta del ricordo, con altri fiori, i funerali. Il capo del defunto veniva appoggiato delicatamente su un piatto accopputo ce lo racconta sempre col suo linguaggio semplice Patrizio Cordella. Questo tipo rustico di poggiatesta ci richiama la tegola spezzata di cui l imago di Cinzia morta si lamenta con Properzio per averle ferito il capo (laesit et obiectum tegula curta caput) 27. Diverse modalità di riti venivano seguite a seconda dell età e della condizione del defunto: a Marigliano, quando moriva un prete, si bagnava la salma con acqua e sale, la si vestiva con la tunica e le si poneva vicino un calice di vino bianco e del pane, chiaro simbolismo del sacrificio eucaristico. Il corpo di una ragazza sposata da poco o vicina alle nozze veniva abbigliato col tanto desiderato abito bianco e le si poneva tra le mani o accanto una ciocca di capelli del fidanzato o marito. Al momento della sepoltura della giovane ce lo riferisce Raffaele Alligrande, alunno di Irene Carloni si gettavano nella fossa rose e gigli, segno di purezza. Dopo essere stato cosparso di acqua santa, anche il corpicino del bambino morto veniva abbigliato con vesti candide come la sua breve vita; vicino era posto un bicchiere d acqua, intorno e sul letto, si spandevano petali di rose bianche e confetti, nelle manine profumava una rosa bianca senza spine perché la piccola anima potesse uscire senza farsi male di questo particolare patetico ci informa il sunnominato Raffaele Alligrande di Pomigliano d Arco 28 che ci riferisce altre notizie sulle usanze funebri e sulle reliquie di esse. Di fiori e confetti sparsi sul cor- 27 Properzio, Elegia 4, Ma già alla fine dell Ottocento G. Amalfi nel suo libro più su citato, dice che nelle mani dell innocente era posto un mazzolino di fiori e nella bocca un garofano. Il funerale era seguito da coetanei vestiti da angioletti come avviene ora nelle processioni. 26 picino di un bimbo esposto in una chiesa di Capri si sofferma brevemente nella seconda metà dell ottocento Gregorovius: Era coperto da un velo bianco sul quale erano sparsi fiori e mandorle zuccherate; è difficile che il bambino in vita abbia assaggiato quei dolci; però quando sono morti si danno ai poveri bambini dei pescatori perché servano loro di gioco nella tomba. Il bambino fu portato senza alcuna cerimonia nella cripta della chiesa dove, secondo un antica usanza, tutti i defunti vengono tuttora seppelliti 29 In vaghi ricordi della mia infanzia nei Castelli Romani affiora la visione funerea di personaggi con tunica bianca, mantello e cappuccio nero; quest ultimo, a punta e con buchi per gli occhi e per la bocca 30, mi è rimasto impresso come segno triste e misterioso di morte. Non ricordo se vedevo questi incappucciati nelle processioni del Venerdì Santo o al seguito dei funerali o in ambedue le circostanze. La lettura di un libro di Maurizio Tiberi, Un tenore dall 800, mi ha confermato che, almeno in Lanuvio, esisteva, ancora agli inizi del 900, l usanza venuta dal medioevo di andare da parte di appartenenti ad una confraternita (in questo paese quella di S. Maria delle Grazie) a prelevare il defunto a casa per accompagnarlo in chiesa. Ce lo testimonia il protagonista del suddetto libro, il grande tenore lanuvino Giacomo Lauri Volpi, che con intensa commozione così rievoca la morte prematura della mamma: 29 Gregorovius, Passeggiate per l Italia, Bologna 1968 vol. IV p Costoro appartengono alle Confraternite laiche, le prime delle quali nacquero per dare ai propri membri morti degni funerali e suffragi e a quelli malati mutuo soccorso. Della continuità di questa usanza fino ai primi del secolo scorso ci dà testimonianza, attraverso il ricordo del padre, Simone, il maestro lanuvino Alfonso Frezza: il nonno di cui porta il nome venne trasportato all ospedale per un operazione dai membri della sua confraternita. Di sodalizi laici si hanno notizie a Napoli dove presero il nome di Staurite verso il

15 Capitolo II. La morte E la morte liberatrice sopravvenne: la bella morte che non altera i lineamenti e compone le sembianze nella dolcezza di gradevole sogno Io vedevo fantasmi in ogni ombra della terrazza e della Torre, rifugio di colombe, civette e barbagianni. Il sangue mi si agghiacciava dallo spavento. I fantasmi vennero il giorno seguente sotto le spoglie di fratelli incappucciati e intonacati di nero e me la portarono via, mia madre. A sette anni certe visioni non si cancellano più nella memoria. Credetti che gli incappucciati mi avessero rapito la mamma che poco prima mi era apparsa rosea, sorridente come viva nella bara coperta di fiori 31 In Campania chi ne aveva la possibilità faceva trasportare il feretro da un tiro di sei cavalli bianchi seguito da una lunga fila di orfanelli o orfanelle 32 con i ceri accesi mentre da finestre e balconi le persone facevano cadere una pioggia di fiori e di riso sulla bara, in silenzio, senza gli applausi di cui oggi si fa grande uso, inopportuni dal momento che l evento è triste e il morto non può sentire. Anni orsono assistemmo proprio noi, a Sant Agata dei Goti, al funerale di un bambino e al fitto getto di confetti bianchi durante il percorso. Di un tipo di trasporto funebre di un piccino ci dà testimonianza Goethe nel suo Viaggio in Italia scritto sullo scorcio del 1700: colori vivaci dei paramenti, fregi d oro e d argento sulla piccola bara in cui, quasi soffocato tra i nastri rosa, giace il morticino vestito del bianco della sua innocenza; ai lati quattro angeli con mazzi di fiori che, attaccati a fili di ferro, dondolano Maurizio Tiberi, Un tenore dall 800 S.R.M.A.R. p Nonna Olga che a Potenza, piccolissima, viveva in un triste orfanotrofio, raccontava che le pessime suore costrinsero in un giorno invernale una bimba malata a seguire con le altre il feretro per non perdere il cero donato dai parenti; la piccina morì sottraendosi così ad ulteriori torture. 33 Cfr. sezione documentaria. Prima ancora, durante la notte che precede il trasporto, il defunto, non viene lasciato solo ma lo si veglia recitando il rosario inframmezzato da ricordi di lui. 34 In segno di lutto, in molti luoghi del mondo e d Italia, specie nelle campagne, almeno fino ai primi anni del secolo scorso, nella casa colpita dal lutto venivano sospesi i lavori casalinghi: il fuoco era spento, la panificazione interrotta, non si spazzava né si spolverava nel timore che così potesse essere espulsa anche l anima ancora indugiante all interno. Da quando e dove si è andata spegnendo l usanza venuta da tempi remoti quella forma gridata di epicedio intonata da familiari o donne prezzolate chiamate nel mondo latino praeficae? 35 Oltre che dal libro famoso di E. de Martino, ce ne viene notizia da un libricino di Gaetano Amalfi, sopra citato. Erano manifestazioni di rimpianto per avere perduto, con la morte del proprio caro, le cure di lui (ma si parla non si sa quanto affettuosamente anche di botte). Quei lamenti si chiamavano riepeto cioè rammento ripetuto delle azioni del defunto e contenevano formule fisse: «Ah, quanno me regalaje chillo bello moccaturo! / Ah quanno me dava tante mazzate!» 36. Spesso il riepeto era accompagnato da un furioso schiaffeggiarsi, graffiarsi e strapparsi i capelli; era il riepeto vattuto tutto al femminile fin dal tempo antico perché il principio della natura che domina sulla vita e la morte è femminile Dopo la morte, solo la madre resta accanto al cadavere, 34 Una simile, ma più moderna, commemorazione è stata vissuta recentemente a Roma dalla famiglia di John Benda che, riunitasi nella casa del nonno, morto da poco, lo ha ricordato con filmini sulla vita con lui condivisa. 35 Il termine proviene dal latino praeficere e significa colei che presiede alle lamentazioni o, come scrive lo storico latino Festo quella che dà il ritmo del lamento. 36 G. Amalfi, op. cit. p

16 Capitolo II. La morte che si tratti della Madre Terra o di una donna terrena che prenda il suo posto; in ogni momento, nella nascita e nella morte, la madre appare davvero come Gea ( Terra ), Gyné ( Donna ) Sono le donne Le amanti del lamento (φιλόϑρηνοι γυναικες) che eseguono il lamento funebre 37». Questi rituali, come si è detto, sono simili in molte età e in molti luoghi e testimoniati largamente dalle arti figurative, anche le più primitive, e dalle letterature, specie quelle del mondo classico come i poemi omerici e i drammi. Nella parodo dell Alcesti di Euripide 38 il coro che avanza si meraviglia del silenzio che regna nella dimora di Admeto e una parte di esso teme che la sposa di lui sia morta, una parte spera che sia ancora viva dal momento che non vede segni di lutto né sente il battere delle mani: Non vedo davanti alle porte / l acqua lustrale come è d uso / presso le porte dei morti / né chioma recisa nell atrio / segni di lutto per i defunti; / non risuona il batter di mani di giovani donne 39. In luoghi della costiera al lamento di una singola persona faceva eco la riconferma del coro:«ier overo, ier overo». Per l Aldilà le più care cose Nella cassa vengono con amorosa cura deposti gli oggetti usati in vita, i più cari: occhiali, forbicine e, a fianco al corpo, le 37 Johann Jacob Bachofen, op. cit. pp. 268 e Alcesti si offre di morire al posto del marito Admeto ma Eracle in compenso della benevola accoglienza fattagli malgrado il grave lutto della casa, scende agli Inferi e la riporta tra i vivi. 39 Euripide, Alcesti vv scarpe affinché il defunto si presenti in forma perfetta nell aldilà. Vicino al corpo del nonno di Patrizio vennero deposti una bottiglia di vino, noci, nocciole e una busta della terra della campagna che aveva coltivato. Durante l alluvione del 1998 a Sarno, Immacolata Esposito trovò nel fango da cui era stata sepolta tutta la famiglia del fratello, un borsellino con il denaro. Lo mise nella bara accanto alla salma della cognata perché era cosa sua. Il signor Michele Tramontano, parrucchiere di Mariglianella, testimonia che la cugina fornì il papà defunto di occhiali per lettura, penna e settimana enigmistica perché «Lui amava tantissimo cruciverba e rebus». Una sua zia, invece, depose nella bara del marito la protesi della gamba e il bastone «per poterlo far camminare nell altra dimensione». Già E. de Martino, attraverso il lamento di una vedova lucana, testimonia questa usanza pagana per cui «lo stesso Aldilà si configura come un mondo che continua in forma larvale e evanescente quello nel quale viviamo». Dopo avere esaltato le virtù attive del marito defunto, la donna elenca le cose deposte nella bara: due camicie, una nuova, una rattoppata, bene della tua donna; la tovaglia per pulirti la faccia all altro mondo ; due paia di mutande, uno nuovo e uno con la toppa sul sedere; e poi ti ho messo la pipa ché eri appassionato del fumo E ora per chi debbo mandarti il sigaro all altro mondo, bene della tua donna? 40 Pasquale che ha la bancarella in via S. Chiara, a Napoli, ci riferisce che, quando morì un conosciuto pizzaiolo del quartiere, i figli gli deposero ai fianchi e ai piedi molte monete, come si fa o si faceva in Calabria per pagare il diritto di accesso all altro mondo; si perpetuava così l usanza antica, non però sistematica, 40 E. De Martino, Morte e pianto rituale, Torino 1975 p

17 Capitolo II. La morte attestata dal V secolo a. C., di porre nella bocca del morto o sul petto o nella mano o ai suoi fianchi, l obolo per il burbero traghettatore delle anime, Caronte 41. Questa usanza non attestata nel Vecchio Testamento viene alquanto sporadicamente testimoniata da ritrovamenti di sepolcri ebraici del I secolo e proviene probabilmente dalla cultura dei romani dominatori. La moneta come viatico per un mondo ultramondano 42 fu sostituita dai primi cristiani provenienti dall Africa e dall Asia con l Ostia consacrata che, in seguito, perché non fosse contaminata dal disfacimento del corpo, veniva chiusa in una teca con la scritta Christus est hic; l usanza si spense verso il 1200 quando, al posto dell Ostia, accompagnò il defunto il Crocifisso e poi il rosario. Dell uso di porre denaro vicino al morto, parlando del viaggio che dobbiamo intraprendere dopo la fine, ci fa uno sfizioso quadretto Pietrangelo Buttafuoco in un articolo de Il Giornale del12 giugno 2013: Tra la vita e la morte c è quindi l andare, il dovere andare. È il cammino oltre il quale, prima della destinazione, c è il pedaggio. Mi ricordo della morte di zio Peppino. Sua figlia, Concettina, gli mise una banconota da mille lire in tasca. È un retaggio questo di sana sensibilità pagana. Serve a pagare il debito con Caronte. Qualcuno, 41 A Napoli, nella necropoli rinvenuta in via Santa Teresa degli Scalzi, dietro il Museo, furono trovate monete di bronzo, risalenti ad un periodo che va dagli ultimi anni del IV secolo a. C. al III, nella bocca dei morti ad esclusione dei bambini si ipotizza che la ragione di ciò possa essere il fatto che i piccoli per la loro innocenza non devono pagare pena. Secondo l ipotesi di qualche studioso, la moneta, per il materiale metallico e per la forma rotonda, avrebbe potuto avere anche una valenza apotropaica con l impedire alle malefiche presenze di introdursi nel corpo del defunto e di funestare così il mondo dei vivi. Ma altri pensano che il denaro messo nella bara costituisca una forma di risarcimento per il morto che ha dovuto lasciare quanto ha accumulato. 42 In Abruzzo la moneta sarebbe dovuta servire per pagare il traghetto del Giordano, in Sardegna per darla all Angelo nocchiero. il solito moderno, s infastidì del gesto: «I soldi?». Fu Santina Lo Gioco, spiritosa sempre, a rendere chiaro il tutto ai parvenü della laicità obbligata convenuti al consòlo. Parlò con estrema serietà, Santina: «Nessuna meraviglia. E così, quando arriva, con i soldi che gli restano, zio Peppino si compra il gelato». Nel quando si arriva c è il senso tra la vita e la morte, il cominciare a esistere oltre la vita e la morte è il pedaggio, ovvero, anche l eventualità di comprarsi un gelato. Ma non basta: qualche vicina di casa che abbia perduto precedentemente uno stretto parente, consegna degli oggetti di lui da mettere nella bara per essergli consegnati, soprattutto pacchetti di sigarette che intanto non lo possono più danneggiare. L uso è attestato in alcuni luoghi come Avigliano, in provincia di Potenza, secondo quanto ci dice la signora Marinella e addirittura in Romania dove E. De Martino poté prendere visione e servirsene per la sua opera, di schede di osservazione redatte da alcuni etnografi e conservate nell archivio dell Istituto del folklore di Bucarest. Riguardano le lunghe e complesse fasi del rito funebre per un pastore, Lazzaro Boia, morto negli anni cinquanta del secolo scorso. Ad un certo punto della cerimonia una lamentatrice pone nella bara due mele: se ti sarà possibile girare nell aldilà, se troverai la possibilità di parlare, stasera quando vi arriverai, se ti verrà incontro, il mio dolce fratello, ti ho portato due mele perché tu le dia a lui Ernesto de Martino, Morte e pianto rituale, op. cit., p

18 Capitolo II. La morte Simbolismo del cibo Avvenuta la morte, si provvedeva al banchetto funebre, come usava nell antica Roma. Si iniziava dall impastare e far lievitare la pasta per il pane che, sfornato, veniva offerto ai parenti e ai partecipanti alle esequie; talvolta veniva preparato addirittura sulla bara perché avesse un contatto più diretto col defunto. Interessante a questo proposito l articolo apparso nel luglio-agosto del 2002 nel periodico Oltre : dopo la morte della persona, donne estranee alla famiglia preparavano il pane e il tempo di lievitazione e dell impasto corrispondeva al tempo in cui il morto doveva rimanere nella casa. Osserva Andrea Romanazzi 44 che vi è un rapporto di magia simpatica tra il morto e il frumento il cui seme messo nella terra morirà per dare vita alla pianta; allo stesso modo il defunto passerà dalla morte alla rigenerazione. E Piero Camporesi, sempre a proposito del simbolismo dei cibi, scrive: come la minestra e i dolci a base di uova nel pranzo battesimale indicavano l analogia fra vita nuova, rinascita e trionfo sulla morte la stessa funzione aveva il pane funebre; e come la luna segno di morte e di rinascita, di crescita e di decrescita il pane assumeva le forme tonde, allo stesso modo della piada sulla quale venivano stilizzati quei simboli solari che nel mondo precristiano non erano rari anche sui coperchi delle urne cinerarie, emblemi della fecondità e della rigenerazione 45. La socializzazione simbolica del fatto nutritivo, correlata al senso arcaico della continuità biologica 44 Cfr. www. habanera.it / A. Romanazzi, cultura popolare, tradizioni dimenticate 45 Tanto intensa era la sacralità del pane che, al tempo lontano in cui eravamo bambini, ci esortavano a non sprecare il pane altrimenti in Purgatorio saremmo stati condannati a raccoglierne le briciole con un cestino bucato. 34 e della fondamentale presenza larvale degli antenati (il ritorno dei trapassati nella notte del 1 novembre, la finestra aperta, nello stesso giorno per far entrare gli spiriti incarnatisi in volatili) non si può intendere compiutamente se non rapportata a tutto il complesso e impressionante cerimoniale della morte che ci è stato tramandato non dalla cultura contadina (puramente orale) ma da quella scritta e, nel nostro caso, dagli uomini di chiesa istituzionalmente avversi a una cultura profondamente diversa dalla loro 46. A Sarno, come ci riferisce ancora Patrizio, dopo il triste evento, il focolare rimaneva spento, simbolo di frattura tra il prima e il dopo e di sospensione della normalità della vita; non si cucinava per otto lunghi giorni ma i vicini di casa preparavano per i parenti del defunto pasta e fagioli e baccalà, cibo, in quel tempo, dei poveri che ora non possono più permetterselo. L usanza di mangiare questo saporito piatto è rimasta nel Sarnese per la festa dei morti. Un diffuso simbolismo ctonio dai tempi più antichi fino ai nostri hanno le fave, specie quelle nere che venivano deposte nel mondo antico nelle sepolture 47 o sparse sul feretro o mangiate durante i banchetti funebri (ma Pitagora proibiva questo cibo il cui baccello, secondo lui, rappresentava la porta dell Ade, i semi un possibile luogo di trasmigrazione delle anime) P. Camporesi, La terra e la luna cit., pp Fave sono state trovate in villaggi neolitici e in tombe egizie risalenti a migliaia di anni fa. Esse venivano offerte anche a Bacco e a Mercurio, il greco Ermes, guida delle anime verso gli inferi. Plinio il Vecchio ci informa che questi funerei legumi venivano usati nei sacrifici per i defunti dal momento che erano sede delle loro anime. 48 Non so se abbia qualche attinenza con quanto detto il nome Campo di fave, luogo situato sulle lagune del lago Menzaleh in Egitto; su di esso regnava Osiride, signore dei morti il cui corpo smembrato dai nemici, venne ricomposto e rianimato da Iside, sua moglie e sorella. 35

19 Capitolo II. La morte Contraddice decisamente questo tabù un luogo dei Fasti in cui Ovidio, parlando della festa della dea Carnia 49 celebrata il primo giugno sul Celio con offerta di fave (Kalendae fabariae), reputa questi legumi, contrapponendoli alle ricercate vivande (ascitae dapes), cibo salutare gustato con farro caldo e lardo (mixta cum calido faba farre). Soggiunge che chiunque si fosse nutrito in quell occasione di farro e di fave sarebbe stato preservato dai mali delle viscere (Quae duo mixta simul sextis quicumque Kalendis ederit, huic laedi viscer posse negant Dicono che chiunque abbia mangiato una miscela di questi due cibi nelle calende di giugno non possa avere male di viscere ). Questo legume, ritenuto insieme con i ceci, fin dalla più antica età, connesso con la sfera ctonia 50 faceva parte di molti riti funebri. Nel medioevo i monaci lo consideravano cibo di precetto durante la festa dei morti e lo distribuivano con i ceci nelle strade ai poveri, usanza perpetuata nelle regioni italiane, e non solo. Abbiamo assistito a questo tipo di distribuzione molti anni fa in un paesino affacciato sulla valle dell Amaseno, Pisterzo. Per la festa di San Michele Arcangelo, anticipata ad agosto, la sera, alcuni addetti all operazione, dopo avere acceso grandi fuochi vicino alla chiesa, mettono a cuocere i ceci in sei enormi calderoni mentre uno, pieno di acqua bollente, serve a rimboccare gli altri. L operazione di cottura dura tutta la notte; all alba, dopo un segnale emesso da tromba o tamburo, alcuni ragazzi con un orcio di coccio pieno dei legumi vanno per le 49 Carnia era la divinità protettrice delle funzioni vitali; teneva, inoltre, lontane dalle culle dei neonati di cui succhiavano il sangue, le strigi, specie di uccelli dalla duplice natura. 50 Secondo alcuni filosofi collegava la fava all oltretomba il fatto che lo stelo fosse privo di nodi e che le radici affondassero profondamente nella terra; secondo altre credenze il fatto che sul fiore apparisse una sorta di theta, iniziale del nome Thanatos morte. Si ricordi, anche che nei ceci e nelle fave si suole vedere una forte simbologia sessuale. 36 case a distribuirli. Questa usanza potrebbe essere collegata con la volontà di alleviare le carestie che affliggevano nel passato le popolazioni. Ma non dobbiamo dimenticare che l Arcangelo Michele, venerato sul Gargano, essendo legato in certo qual modo all oltretomba come colui che pesa le anime prima del Giudizio, viene invocato per una buona morte. In Calabria non sappiamo se ancora esiste questa usanza le fave secche venivano cucinate con cotiche di maiale a consolazione di coloro che tornavano da un funerale 51 mentre in Sicilia, durante il Venerdì Santo, esse intrecciate in forma di ghirlanda, venivano (o vengono?) prima offerte alla statua di Gesù che legato alla colonna viene portato in processione e poi distribuite e mangiate. I segni del lutto, i simboli della morte Parlando dell antica tradizione secondo cui Romolo aveva distribuito l anno in dieci mesi a iniziare da marzo, Ovidio informa che «per altrettanti mesi dopo il funerale la vedova indossava i tristi segni del lutto per il coniuge» 52. I tristia signa sono le sordidae vestes di colore nero che appartiene alla sfera dei morti 53 (ma presso gli Spartani le donne indossavano in tali occasioni abiti bianchi e le stele funebri erano avvolte da lun- 51 Nei santuari mediterranei, durante le Pianepsie (pyanos fava e epsein cuocere ), feste in onore di Apollo ed Atena, si portavano come offerta alle divinità le fave e le si mangiavano in ricordo di Teseo che se ne era nutrito al suo ritorno dall impresa contro il Minotauro. 52 Le leggi delle XII tavole proibivano spese sontuose per l abbigliamento: in caso di lutto esso doveva limitarsi a tre indumenti e a una piccola tunica scura per le donne che, inoltre, non dovevano fare lamentazioni né graffiarsi le guance. 53 Ovidio, I Fasti I Torino

20 Capitolo II. La morte ghi nastri neri e bianchi simboleggianti l alternarsi della vita e della morte). Questo luttuoso abbigliamento continuò ad essere usato per secoli fino a che le nuove generazioni, insensibili alle usanze, le hanno semplicemente ignorate senza che nessuno più le sollecitasse. Nella nostra Italia, solo in pochi paesi conservatori, qualche anziano ancora sente il bisogno di manifestare materialmente il proprio dolore. A Sarno Angelina Falciano ha portato il lutto per sei mesi per la mamma e il doppio del tempo per il papà che ci teneva assai. Le vedove, come ai tempi della Roma antica, indossavano le vesti nere per cinque lunghi anni: una nostra cameriera di quando abitavamo a Pomigliano D Arco aveva perfino fasciato di stoffa nera gli orecchini e si recava ogni giorno al cimitero in un momento di sfogo sincero, però, confessò che lo faceva per gli occhi della gente dato che la morte del coniuge l aveva liberata da prolungate violenze e botte. Il lutto doveva essere manifestato anche da parenti acquisiti, come nuore e generi, attraverso segni attutiti quali cravatta o maglioncino o bottone neri. Nel 1943 nostra madre aveva messo alla mia sorellina Grazia e a me, per nostro padre, scomparso nel bombardamento di Roma, un nastro nero tra i capelli mentre i miei cari fratelli avevano una striscia dello stesso colore sul risvolto della giacca allora erano in molti a portarla; su di essa erano cucite una, due o più stellette a seconda del numero dei propri cari uccisi dalla guerra. Ricchissimo e molto complesso il simbolismo della morte, attraversando i tempi, arriva dalle lontananze del mondo antico fino a noi perdurando nell età moderna, soprattutto nell Ottocento. Le tombe di quelle epoche, quasi immensa galleria di quadri o biblioteca, ci danno ricche informazioni sulla storia civile e sociale, ma anche su singole vite, attraverso ritratti, statue, epigrafi densi di significato. Genietti alati, dormienti 38 o piangenti, con fiaccole rovesciate e con piedi accavallati in posizione di riposo, piccole colonne spezzate, porte dell oltretomba semiaperte, animali mostruosi come grifoni ctoni 54, ci richiamano alla mente rappresentazioni del lutto espresse già dalle culture più antiche. Lentamente questa memoria così ricca, si è andata, ai nostri tempi, sempre più banalizzando rattrappendosi in povere esposizioni di foto sulle tombe, in patetici, frettolosi commenti e promesse di un ricordo che presto, con la fine dei congiunti più stretti, si attenuerà fino a sparire. Non compete a questo lavoro dilungarsi sugli infiniti esempi di raffigurazioni e iscrizioni su sepolcri e sarcofagi antichi come quelle che, specie negli anni dell Impero romano, illustravano le virtù private dei defunti attraverso miti esaltanti la concordia familiare e l amore coniugale o esaltavano le virtù civiche e belliche attraverso scene di oratoria e di battaglia o ricordavano la gioia della vita perduta con cortei bacchici e marini. Ai miti sulla eterna fedeltà degli sposi appartiene quello di Protesilao e Laodamia 55 rappresentato su un sarcofago vaticano e su quello di Santa Chiara a Napoli 56. Quest ultimo, di raffinata fattura greca (III-II sec. a. C.) fu reimpiegato nel seicento come tomba di Giovan Battista Sanfelice. La storia dei 54 Il grifone dalla duplice forma di uccello e di leone, ha valenza apotropaica o simboleggia la resurrezione. Nel I e II secolo a. C. al simbolismo dei fiori è avvicinato quello degli uccelli che li beccano quasi a rappresentare l anima che si nutre della loro energia. 55 Laodamia ( Domatrice del popolo ) per non avere adempiuto ai giusti rituali durante il matrimonio con Protesilao (protos primo laòs esercito ), viene punita dagli dei con la morte del marito che, nella spedizione greca contro Troia, sbarcato per primo, viene ucciso da Ettore. Le divinità infere, da lui pregate, gli concedono un breve spazio di tempo per tornare dalla sposa, trascorso il quale, Laodamia si suicida per seguirlo tra i morti 56 V. Sezione documentaria. 39

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