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1 ARETÆUS news Centro Lucio Bini Newsletter Settembre 2007 Anno III, Numero 3 STELLE CADENTI La mattina del 10 agosto se n'è andato il Professor Paolo Pancheri, colpito da un infarto. Abbiamo pensato di dedicare a lui questo numero della rivista perché molti dei colleghi del Centro Bini lo hanno conosciuto e stimato, gli sono stati amici e hanno voluto condividere le loro memorie. Con Paolo Pancheri scompare un personaggio altamente rappresentativo della Psichiatria Italiana, si potrebbe dire, senza tema di smentita, che egli abbia contribuito a scriverne, in modo significativo, una pagina estremamente importante della sua storia recente. Gli anni della sua formazione erano gli anni nei quali la psichiatria italiana non aveva ancora una propria identità e veniva per questo definita "ancella" o "complemento" delle scienze neurologiche, anche se aveva comunque davanti a sé alcune potenziali linee di sviluppo, già intraprese in altri paesi del mondo occidentale. In quel periodo, conclusasi la parentesi importante del periodo dominato dalla figura di Ugo Cerletti, nel nostro paese in modo più accentuato rispetto al resto del mondo, si imposero le contraddizioni esplose sulla scia della contestazione al modello di assistenza manicomiale. Queste, a partire dai primi anni '60, condussero a una devastante deflagrazione dell'identità della psichiatria, che nei casi più estremi addirittura giunse a perdere la sua connotazione di disciplina clinica al servizio della cura dei pazienti. In questo clima storico Paolo Pancheri muoveva i suoi primi passi come psichiatra. Convinto fautore dell'importanza di aprire i manicomi, di diffondere l'assistenza sul territorio e di dare la priorità agli interventi di prevenzione, tutti capisaldi teorici alla base del modello d'assistenza proposto con la legge 180, già da allora egli era tuttavia nel contempo assertore altrettanto convinto della necessità di mantenere un rigore metodologico inoppugnabile nel metodo clinico, nella definizione dei fenomeni e nella quantificazione dell'efficacia degli interventi. Chi ha avuto il privilegio di leggere la sua tesi di specializzazione, in cui egli affrontò con rara accuratezza il tema dell'inquadramento nosologico delle "bouffées deliranti", ha avuto modo di osservare come, anche alla luce delle conoscenze di oggi, quei suoi primi scritti costituiscano un modello di riferimento per il rigore metodologico dell'analisi fenomenica, per il linguaggio scientifico asciutto, essenziale e conciso e per la lucidità nell'approfondimento dei contenuti esplorati. Già da allora, in quel periodo travagliato di passaggio, di non identità, si iniziava a delineare l'originalità del suo pensiero e la grande statura del personaggio che più avanti tanti colleghi avrebbero apprezzato e stimato. La sua grande intelligenza e profonda cultura, unitamente ad un'intolleranza per ogni forma di massificazione delle idee gli permisero, sullo slancio del suo pensiero progressista e liberale, di apprezzare in modo entusiasta quanto di nuovo la legge 180 portava con sé in termini di rispetto per il malato inteso come "persona umana", rifiutando tuttavia la possibilità che nel furore iconoclasta di quel periodo si rinunciasse al rigore metodologico, che egli invece ha insegnato a generazioni di psichiatri, e che dovrebbe sempre rimanere il pilastro fondante di ogni intervento clinico. Come tutti i veri ricercatori egli si avvicinava al paziente e al lavoro clinico come serbatoio di esperienza e materiale utilizzabile per la cura degli altri pazienti. Da questo stato d'animo nasce la stesura del primo Manuale di Psichiatria, concepito e immerso nella clinica, che porge una descrizione immediata quanto profonda della materia e degli strumenti disponibili, frutto di uno spirito di osservazione e di un'acuzie interpretativa non comuni. Per chi, giovane medico, entra oggi nel mondo della Psichiatria, ANDREA DOTTI Mentre questo numero di Aretaeus News, dedicato a Paolo Pancheri, va in stampa, ci giunge la tristissima notizia che un altro caro amico e collega, un altro di noi, Andrea Dotti è mancato. Ci sentiamo turbati. Era un uomo di grande gentilezza, con un suo humor spontaneo e intelligente. Aveva avuto molto dalla vita; intelligenza, spirito, classe, bontà d'animo, successo e soprattuto era un gran signore. Forse per questo non conosceva l'invidia nemmeno nell'ambito accademico dove nasce facilmente. Come psichiatra era bravissimo ed era forse l'unico che conosceva e usava ugualmente bene la psichiatria biologica e le sue cure farmacologiche e la psicoterapia. Gli volevamo tutti bene. Ci mancherà molto. Athanasios Koukopoulos ANCHE IN QUESTO NUMERO: l articolo (pagina 6) libri (pagina 7) appuntamenti (pagina 8) Copyright Centro Lucio Bini

2 paolo pancheri (dalla pagina precedente) IN RICORDO DI PAOLO PANCHERI 16 giugno agosto 2007 La psichiatria italiana ha perso una grande figura. "È stata una figura di straordinario valore - ha affermato il preside della facoltà di Medicina di Roma - uno studioso di rilevanza internazionale nel mondo della psichiatria. Pancheri ha dato un contributo importante, essendo stato tra i primi in Italia a coniugare la psichiatria classica con la psichiatria di approccio biologico". Nacque a Milano nel Dal 1983 è stato Professore Ordinario di Psichiatria presso l'università degli Studi di Roma "La Sapienza". Autore di oltre 300 pubblicazioni scientifiche su argomenti di Psicometria, Psicologia clinica, Psicopatologia, Psicofarmacologia, Psiconeuro-endocrinologia. Inoltre, curatore di numerosi volumi sugli stessi argomenti, fra cui spicca il Trattato di Medicina Psicosomatica (Uses Editore). Insieme al Professor Cassano è stato coordinatore delle tre edizioni del "Trattato Italiano di Psichiatria" (Masson Editore). È stato Presidente della Fondazione Italiana per lo studio della Schizofrenia (FIS) e della Società Italiana di Psicopatologia (SOPSI), direttore della Rivista di Psichiatria (Pensiero Scientifico Editore) e del Giornale Italiano di Psicopatologia. l'identità ippocratica di questa disciplina e l'importanza del rigore metodologico nell'approccio clinico potrebbero essere elementi ovvi, evidenti e scontati. Ma per chi come noi si laureava negli anni '80, la psichiatra era in realtà una sorta di Babele di linguaggi, scarsamente comunicanti. Noi collaboratori stretti di Paolo Pancheri avevamo in quell'epoca la sensazione di essere dei fortunati, dei privilegiati, cui era concesso di muoversi in una piccola oasi. Esigeva infatti da noi che ogni cosa detta o ogni idea espressa fossero sostenute da un solido "razionale". In quel periodo identificavamo l'approccio di Paolo Pancheri alla clinica con quella domanda "dov'è il razionale?", domanda che ci poneva sempre quando esponevamo un'idea o proponevamo un modello, relativamente all'analisi di un caso clinico, o alla terapia prescritta a un paziente. Oggi siamo convinti che la componente più importante dell'eredità che ci ha lasciato, profondamente radicata nel nostro approccio clinico, sia proprio rappresentata da questa tendenza a interrogarci sempre sul "razionale" delle cose. Fine precipuo di tutta la mole del suo lavoro è stata sempre la cura dei pazienti e negli anni la clinica è sempre stata al centro del suo operare. Con non meno dedizione e passione egli ha sempre curato la didattica, si avvicinava all'insegnamento universitario quasi con solennità. Trasmetteva l'amore per la materia ogni anno, ad ogni lezione, quasi come lo riscoprisse dentro di sé. Ciò che catturava sempre tutti coloro che hanno avuto modo di ascoltare le sue lectures, ciò che faceva sì che nella sala si adagiasse un attento silenzio era il rigore metodologico con il quale egli affrontava qualsiasi argomento. La trattazione si snodava passo passo, con una coerenza generalmente inattaccabile, guidata dal principio organizzatore, scheletro portante da lui individuato, che colpiva per l'originalità e perché foriero di una gemmazione di riflessioni. Nel tempo diapositive sempre più raffinate sono divenute un pregevole supporto alla costruzione teorica. Anche in questo riceveva un grande aiuto dalla sua incredibile creatività, con cui selezionava una pletora di immagini simboliche, che inframmezzava con sapienza tra quelle tecniche. Anche in questo infaticabile, curava con perizia certosina la selezione di questo materiale, una ricerca costante di strumenti che facilitassero la comunicazione, l'individuazione ma anche la verifica dell'ipotesi e quindi la conferma. Vere maratone di scienza per noi collaboratori. Sempre alla ricerca di strumenti comunicativi che favorissero e migliorassero la comprensione intuitiva e non solo, ha introdotto l'utilizzazione delle pellicole cinematografiche come supporto didattico. Pioniere in Italia, anche a questa metodica si dedicava in prima persona, la sua passione per il cinema guidava la scelta dei film e la creatività, la preparazione dei montaggi. Subito dopo il Manuale di Psichiatria dette alle stampe il suo primo lavoro importante, "Stress, emozioni e malattie", lavoro originalissimo e ancora molto attuale, in cui introdusse per la prima volta il metodo scientifico nella psicosomatica italiana. Le idee divulgate in questo primo lavoro vennero presto estese e approfondite nel fortunatissimo "Manuale di Psicosomatica", ampia opera di taglio clinico in due volumi, che rappresenta ancora oggi dopo oltre vent'anni un punto di riferimento in questo settore della trattatistica medica. Mai pago, sempre pieno di entusiasmo, costantemente si poneva nuovi orizzonti da esplorare e nuove mete da raggiungere. Fu così che investì tutte le sue energie in un grande progetto, ancora più impegnativo, che rappresentava nello stesso tempo il tentativo di realizzare il punto di riferimento clinico-scientifico per lo psichiatra italiano, ma che aveva anche nel contempo l'ambizione di favorire la rinascita di questa disciplina, catalizzandone la riorganizzazione dopo lo tsumani delle contestazioni anti-psichiatriche degli anni '60 e '70 e coagulandola intorno ad un'identità in linea con gli standard nord-americani. Con queste grandi idee in mente, dal 1990 fino al 2

3 momento della sua scomparsa è stato l'anima e la forza trainante del comitato dei nove editor del Trattato Italiano di Psichiatria. Si tratta di opera in tre volumi, frutto degli sforzi di oltre 180 autori, coordinati in modo mirabile dal suo grande carisma e dalla sua carica di entusiasmo. È del 1992 l'uscita della prima edizione, seguita poi nel 1999 dalla seconda, completamente rinnovata. Successivamente, sempre per la serie del Trattato Italiano di Psichiatria, fu attivata una collana di opere monotematiche, che consentissero un più rapido aggiornamento, per la quale nel febbraio 2008 è prevista la pubblicazione del volume da lui coordinato sulla schizofrenia. Al di là del pregio scientifico di queste opere, riteniamo che il grande merito di Paolo Pancheri sia stato soprattutto questo, cioè quello di aver traghettato l'identità della Psichiatria, una volta accettato e metabolizzato il messaggio innovativo della legge 180, verso la sua forma attuale, in cui umanesimo e tecnologia coesistono in un approccio clinico, che viene di volta in volta calibrato su ogni singolo caso clinico, visto prima come persona e poi inquadrato nell'ambito di una diagnosi psichiatrica. Il suo interesse per la psicopatologia dimensionale, nasceva appunto da questo desiderio di superare la rigidità spersonalizzante che caratterizza l'inquadramento categoriale, per ottenere invece una definizione più particolareggiata di ogni presentazione fenomenica. Questi sforzi, per dare vita ad un nuovo modello di identità dello psichiatra italiano, necessitavano anche di una adeguata cornice, un luogo di incontro nel cui ambito organizzare meeting annuali, spazi per il confronto delle idee, per lo scambio delle opinioni e delle esperienze cliniche. Con la fondazione della Società Italiana di Psicopatologia (SOPSI), da lui pensata e voluta insieme agli Editor del Trattato Italiano di Psichiatria, egli ha voluto appunto creare questo contenitore, in cui fosse possibile lo scambio delle idee, al di fuori dei pregiudizi e delle rigidità di pensiero che spesso caratterizzano il mondo accademico. Con il Congresso Nazionale Annuale della SOPSI previsto nel febbraio 2008, Paolo Pancheri ne avrebbe celebrato la sua dodicesima edizione. Con la sua scomparsa tanto prematura quanto improvvisa, lascia un vuoto incolmabile dietro di sé. Noi che abbiamo avuto il privilegio di essere suoi allievi, ma anche coloro che lo hanno conosciuto a formazione ormai ultimata, lo ringraziamo per aver favorito la riorganizzazione dell'identità della psichiatria italiana dalla frammentazione da cui era uscita al termine del periodo della contestazione anti-manicomiale. Senza di lui la psichiatria italiana di oggi non sarebbe come siamo abituati a conoscerla. Per noi che siamo cresciuti con lui, che lo abbiamo avuto come maestro, il desiderio più grande è che ci resti dentro un po' di quella paolo pancheri (dalla pagina precedente) sua grande forza, quella che tutti colpiva e tutti ammiravano e che gli ha permesso di portare avanti progetti così ambiziosi, ma che non scalfivano quella sua grande carica di umanità, quella con cui riusciva a far sentire sempre a proprio agio tutti i pazienti con cui entrava in contatto. Roberto Delle Chiaie e Maria Caredda SPDC DAI Salute Mentale Azienda Clinica Policlinico Umberto I Sapienza Università di Roma Vorrei ricordare qui Paolo negli anni di gioventù, gli anni '60 e '70, gli anni della specializzazione, della Belvedere Montello, del Centro di Via Crescenzio 4. Da quando non c'è più, penso a lui solo in quegli anni; forse perchè eravamo giovani ma sopratutto perchè ci legava una grande amicizia e un profondo affetto. Paolo era molto allegro, pieno di vita e di interessi. La sua intelligenza era brillante e acuta e spesso si esprimeva con ironia, cosa che lo ha caratterizzato per tutta la vita. Ma in quegli anni la sua ironia era allegra e senza quelle sfumature di scetticismo e di amarezza che ha avuto nei decenni successivi. Nel 1968, credo, venne a lavorare nella nostra clinica, la Belvedere Montello. Erano belle le nostre serate d'estate nel giardino. Parlavamo di tutto. Aveva una grande intelligenza clinica. Le cartelle della clinica sono piene della sua scrittura chiara con ogni tanto uno svolazzo espansivo, come il suo temperamento. E sono piene della sua intelligenza. Ora quelle cartelle mi sono preziosi ricordi e le conserveremo per sempre. La sera e fino a notte profonda su quel tavolo della Direzione scriveva il suo Manuale di Psichiatria, primo passo verso la cattedra, come, circa alla stessa età, aveva fatto Kraepelin. Nel 1970 Paolo, Andrea Dotti, Alberto Gaston, Nicola Lalli e io aprimmo il Centro di Via Crescenzio 4. Poco dopo si aggiunsero Antonio Bernabei, Benedetto Caliari, Paolo Girardi, Vittorio Guidano, anche lui ora una grande assenza, Gianni Liotti, Daniela Reginaldi e Leonardo Tondo. Nel 1976 Paolo si trasferì a Via Tacito e anche Dotti, Gaston e Lalli, seguendo le loro attività universitarie, lasciarono quello studio. Ma l'amicizia con Paolo non è mai diminuita anche se ci vedevamo molto meno. Varie volte mi sono venuti a dire che Paolo diceva che ero stato io il suo maestro. Non so se lo diceva perchè ne era convinto o se esagerasse solo per affetto. Proprio per questo affetto che ci ha sempre legato anche queste parole ora mi commuovono e sento profondamente la sua assenza. Athanasios Koukopoulos "La ricerca è prima di tutto ordine": Paolo Pancheri, amico brusco nei modi quanto sollecito nell'attenzione, significa nella mia memoria "il metodo". Di lavorare, di far ricerca, di raccontare. Sarebbe riduttivo ed errato dire che non c'è più: tante abitudini, talvolta anche riassunte in motto, sono diventate anche mie. Dopo poco più di due lustri di gomito a gomito anche nei contenuti, ci siamo ritrovati a percorrere rami diversi di quel delta che - nelle scienze 3

4 paolo pancheri (dalla pagina precedente) comportamentali - fa sfociare il fiume del desiderio di sapere nel mare di una provvisoria conoscenza. E per oltre trent'anni, nelle occasioni sempre più accidentali di incontro, potevamo parlarci e ascoltarci usando la lingua comune della sperimentazione, la sua lingua. Nessun limite apriori alle curiosità, anche ardite purché non gratuite; rigore intransigente nella definizione di obiettivi e metodi; sincera disponibilità ad accogliere qualsiasi risultato, anche indesiderato. Credo fosse qualcosa di più, di più personale, che non un habitus da ricercatore: gli stessi atteggiamenti hanno sempre informato i suoi rapporti con i collaboratori, con gli studenti specializzandi, con i colleghi di lavoro, e qualche volta anche irridenti serate conviviali. Fortemente attratto e stimolato dalla cultura psicologica e psichiatrica made in USA, tornava dai suoi frequentissimi viaggi oltre oceano con sempre nuovi progetti. Già, tornava con progetti e non con acquisizioni, perché si innamorava delle cose non chiarite, dei risultati non generalizzati, dei dati che non lo convincevano pienamente. E giù ricerche per saziare questo appetito di scoperta. Ma poi era curioso anche delle "scoperte" tue, che ti lasciava inseguire in totale autonomia, purché rispettassi il "metodo". Paolo "l'americano" che si divertiva a provocare con gesti surreali e scampoli di look texano da film americani di cassetta, o che vagheggiava di introdurre nel suo reparto esercitazioni antiincendio quali ammende del ritardo nella raccolta di dati. Ma Paolo "san Tommaso" che non credeva a nulla senza prove, e ci abituava a non credere a nulla senza prove, e si scopriva che cercar le prove a volte può essere un piacere in sé. Quante volte disegnare una ricerca è stato più emozionante della sua attuazione. E così, intorno e vicino a lui, era un continuo interrogarsi reciprocamente, mettere in discussione quasi tutto, sfidarsi a trovar punti deboli: con lui, ma anche senza. Un gruppo anarchico nei contenuti e con regole ferme nel metodo. Con Paolo "possessivo": o si stava dentro o si stava fuori, nessun "turista"; senza rancore. Le telefonate e gli sms che mi ripetevano che si era fermato il suo cuore, mi stavano dicendo che se avevo qualcosa di suo era tutto quello che ne restava. Mi sono guardato dentro: resta tantissimo. Ne ho le prove. E il metodo per leggerle. Roberto Mosticoni Psicologo Era il 1972 e frequentavo quello che allora era l'istituto di Psichiatria, "la Neuro", come studente volontario di psicologia, e gli psichiatri, già professori o didatti capogruppo mi sembravano idoli da emulare e da distruggere al tempo stesso, forte di quella ingenua e passionaria forza dei vent'anni e del vento della psichiatria democratica, che allora aleggiava violento fra gli studenti e non solo. E Paolo Pancheri, ammirato e stimato da papà Reda (così chiamavamo tra di noi, affettuosamente, il Professor Gian Carlo Reda allora direttore dell'istituto) era uno di quelli, da ammirare e temere, da emulare e combattere, con le sue doti al comando già evidenti unite ai suoi tratti e atteggiamenti spiritosi e originali che ricordavano la beat generation. Così il mio primo ricordo di Pancheri risale a quel periodo. All'anno della fondazione della rivista di Bio-Feedback e Terapia del Comportamento, da lui appena costituita e diretta, alla quale il mio maestro Vittorio Guidano, mi chiedeva, in accordo con Paolo Pancheri, di collaborare. Ero lusingata e preoccupata, obnubilata dalle passioni politiche e combattuta tra quelle per la scienza e la ricerca, incerta, non sapevo cosa scegliere. Decisi di dire di no, con l'ingenuità dei vent'anni! Ciò nonostante da quel momento Paolo Pancheri fu per me l'amico e il collega - ci siamo sempre dati del tu che si occupava di behaviour therapy in modo scientifico (il Bio-Feedback, i test e tutto il laboratorio di psicovalutazione), portando i metodi e le procedure americane più all'avanguardia, nel nostro Istituto ancora troppo italiano, ma anche il nemico psicofarmacologo, espressione di quella psichiatria biologica che non condividevo e contrastavo nelle prime fasi della mia formazione psicoterapeutica. Eppure fumava la pipa, una pipa con su stampata la bandiera americana, indossava giubbotti di pelle alla Easy Rider (ancora oggi a volte ne portava uno), scherzava mimando Peter Sellers, era trasgressivo ed anticonformista, cosa fare? Sicuramente volevo osservarlo e ascoltarlo attentamente, non certo per cogliere le contraddizioni della psichiatria biologica, ma per imparare comunque da lui la precisione metodologica e scientifica, l'esperienza clinica, l'acume del ricercatore e l'ironia della sua intelligenza. Voci più autorevoli della mia e di chi ha lavorato con Paolo a più stretto e quotidiano contatto, potrebbero dire quella che è stata per quarant'anni la sua carriera e la sua presenza prestigiosa nella psichiatria. A me rimangono in mente le occasioni più private degli ultimi anni. Alcuni momenti di colloquio e scambio di opinioni, come le riunioni della I Scuola di Specializzazione in Psichiatria da lui diretta (nella quale, per sua esplicita volontà e richiesta, ho avuto ed ho ancora l'onore di insegnare Psicoterapia Cognitiva, dopo Vittorio Guidano), oppure i convegni internazionali, come quelli della Società italiana di psicopatologia di cui era presidente, tutti gli anni a Roma. In ognuna di quelle occasioni Paolo ha mostrato un'apertura mentale ed un'attualità scientifica in cui coglieva nessi e intravvedeva legami tra la psichiatria biologica e la psicoterapia colta e scientifica, criticando molte delle angustie riduttive della psichiatria di cui lui stesso faceva parte. Era interessato alle promesse di integrazione che attualmente giungono dai settori più avanzati della ricerca scientifica e delle evidenze sperimentali di ambito biologico, neurobiologico, affettivo e neurologico, che superano la 4

5 obsoleta e riduttiva separazione e diatriba fra psiche e soma, salendo così su un treno che molti suoi colleghi stentano a prendere. Con lui se ne va un grande psichiatra che sapeva pensare, senza di lui finisce un'era della psichiatria universitaria romana alla quale ho avuto la fortuna e l'onore di partecipare. Adele De Pascale Professore Aggregato di Psicologia Clinica Dipartimento Di Scienze Psichiatriche e Medicina Psicologica Facoltà di Medicina e Chirurgia - Polo Pontino Sapienza Università di Roma Paolo Pancheri's passing saddened both me and Kareen. He certainly was one of the most scholarly, broad and certainly the most colorful Italian psychiatrist. Unlike most psychiatrists, he was a great deal of fun. His yearly conferences in Rome really brought everybody together in a jovial and very comfortable atmosphere. I hope they will continue in his spirit as a memorial tribute to him. Italian psychiatry has lost a man who was on the national and European stage for several decades to represent the cause of a broader and more humanistic and intellectually stimulating psychiatry. Hagop S. Akiskal Sono sempre i peggiori che non se ne vanno. Qualcuno ha detto che se vai in Cina un giorno scrivi un libro, se stai una settimana scrivi un articolo e se stai un mese non scrivi niente. Per Paolo Pancheri ho lavorato vent'anni, quindi immaginate cosa ne posso sapere di lui: niente, appunto, come la maggior parte di voi. So solo che l'ambulatorio che ha impostato funziona bene, diversamente da quelli impostati da altri, so che ha fornito ad almeno una generazione di psichiatri un metodo che consente a professionisti di varia estrazione di fare un minimo di lavoro serio con il paziente. Il resto sono tutte chiacchiere. Come persona generatrice di idee, Pancheri era molto sopra la media, ma diversamente dalla maggior parte della plebe accademica, aveva anche la capacità di mettere le sue idee alla prova e anche la manualità necessaria per fare le cose completamente da solo. Si interessava poco di politicanteria; questo da molti di cui sopra può essere considerato uno svantaggio. Certo è che per trascurare la politicanteria ha dovuto trascurare del tutto la politica e alla fine ha lasciato un degno discepolo, ma forse una scuola non immediatamente apparente. Speriamo che qualcosa di simile a una scuola romana di psichiatria emerga in futuro; se succederà, il suo zampino in un modo o nell'altro ci sarà stato. Giorgio D. Kotzalidis I miei ricordi sono emersi la sera di agosto in cui mi chiamò Adele De Pascale per dirmi di voler scrivere qualcosa su di lui e di dedicargli un numero della newsletter. Non sapevo della sua morte e lei fu dispiaciuta di avermi comunicato la notizia; meglio averla avuta da lei che da altri. Tornai a tavola e gli dedicai un mio brindisi paolo pancheri (dalla pagina precedente) segreto. Non lo vedevo da molti anni, ma stimolato dalla voglia di scrivere su di lui, sono subito emersi vecchi ricordi. Lo rivedo vestito con giubbotto e pantaloni jeans, scarpe da ginnastica che arriva a bordo di un'auto sportiva azzurra. Non so come fossi arrivato nella sua Sezione di Psicologia Clinica che lui dirigeva presso l'istituto di Psichiatria di Roma, visto che il mio interesse per la psichiatria era iniziato con i seminari di psicanalisi. Deve essere stato un caso. Lui mi accolse sorridendo con una grande stretta di mano. L'ambiente, grazie a Paolo, era sicuramente quello più stimolante e divertente di tutto l'istituto. Mi insegnò nei tre o quattro anni che lavorammo insieme a somministrare test psicologici e a pensare alla ricerca psicologica in termini quantitativi. In altre parole a trasformare le esperienze e i comportamenti individuali in dati. Mi insegnò che esisteva la statistica. Lo detestai per questo e gliene sono stato molto grato negli anni. Un grande salto e un'esperienza stimolante, una di quelle che mandano avanti, se non la scienza, almeno la conoscenza. Fu naturale preparare la tesi di laurea con lui e, sulla scia dei suoi interessi, mi mise a lavorare a un progetto di elaborazione computerizzata del test di Rorschach. Parlare di computer negli anni '70 era scienza spaziale. Quello dell'università di Roma era unico per tutti gli utenti e collocato in un grande stanzone. La sua capacità era infinitamente inferiore a quella del portatile da cui scrivo ora. I computer funzionavano con schede perforate che dovevano passare attraverso il cervellone e quando tutto andava bene era motivo di una certa soddisfazione. Non ricordo quante volte feci passare il nostro programma con centinaia di schede, ma alla fine arrivai alla laurea. Se siamo in ogni momento della nostra vita il risultato di tutti i momenti precedenti, lavorare con Pancheri ha poi messo in moto un ingranaggio che, attraverso altre conoscenze iniziate attorno a lui, sono arrivato al mio momento attuale, nel bene e nel male, più bene che male. Negli ultimi tempi mi aveva ripetutamente invitato a presentare simposi al congresso della Società Italiana di Psicopatologia che lui tradizionalmente organizzava a Roma. In quelle occasioni, forse ci siamo incontrati e salutati di sfuggita. Avrei voluto fermarlo, ringraziarlo, chiedergli cosa pensasse di me e del mio lavoro, ma poi non l'ho mai fatto ed è un peccato che possiamo avere bei pensieri sugli altri e finisce che loro non lo sapranno mai. Leonardo Tondo È meglio morire in piedi che vivere in ginocchio. -Dolores Ibarruri 5

6 l articolo appunti sul suicidio fra passato e presente Nessuno sa chi sia stato il primo uomo, o la prima donna a togliersi la vita. Attraverso i miti, gli scritti, le leggi e la religione si ricostruisce l'evoluzione dell'atteggiamento delle società nei confronti del suicidio. Si è passati dal ritenerlo un gesto accettato e degno di ammirazione, a volte addirittura sacro, al trattarlo come uno tra i più gravi peccati mortali e come un crimine. Indubbiamente, lo scarso interesse per la vita in generale indirizzava le convinzioni della popolazione e di conseguenza i miti. Nella mitologia nordica antica, Wotan accoglie nel Walhalla soltanto coloro che sono morti violentemente: i guerrieri e i suicidi. Lui stesso, morto suicida, viene anche chiamato il Signore degli Impiccati dalla tradizione dell'havannah. Presso i Maya Ixtab, la "Signora della Corda" era la Dea dei suicidi e questi andavano in paradiso proprio in quanto erano considerati alla stregua di uomini sacri. Molte culture, quella degli eschimesi, degli antichi scandinavi, dei samoani e degli indiani Crow, ammettevano e incoraggiavano il suicido altruistico da parte dei membri vecchi e malati della comunità. Nell'Antico Egitto veniva concesso di suicidarsi al colpevole di alto rango che così poteva fuggire una morte ignominiosa. Vi è, inoltre, il primo celebre suicidio effettuato da una donna: nel 30 a.c. Cleopatra si toglie la vita per sottrarsi alla prigionia di Ottaviano. Pieno di passione l'altro celebre suicidio leggendario di donna dell'antichità, quello di Didone descritto da Virgilio (I sec a.c.). Nell'Antica Grecia vi sono state molteplici visioni del suicidio. Si può affermare che ogni scuola filosofica avesse la sua propria idea a riguardo. Gli Stoici e gli Epicurei credevano fortemente nel diritto dell'individuo di scegliere come e quando morire; altri erano meno disposti ad accettare l'idea. Ad Atene e Tebe il suicidio non costituiva violazione della legge, ma a chi si uccideva erano negati i riti funebri e la mano che aveva compiuto l'atto veniva amputata. Aristotele riteneva che il suicidio, oltre ad essere un gesto contro la legge, era anche un atto di codardia. Un'opinione analoga era di Pitagora. Tutte le dissertazioni sul suicidio erano improntate sull'equilibrio e la sobrietà: il togliersi la vita era scelta personale, anche se grave, ma in nessun modo tale gesto doveva essere un'offesa agli dei. L'impulso stesso alla morte doveva, inoltre, essere nobile e glorioso, tanto che a Mileto il Senato si oppose a un'epidemia di suicidi di fanciulle e adolescenti perché ritenuti immotivati. Per contro a Massilia, se un cittadino riusciva a giustificare la sua scelta di morte gli veniva dato modo di eseguirla a spese dello stato. In tal modo si comincia ad analizzare il problema del suicidio da una diversa prospettiva: non più la condanna o l'accettazione dell'atto in sé, bensì l'analisi e la valutazioni della ragioni che spingono al gesto suicidarlo. Se vogliamo è la prima analisi sulle cause del problema. Il diritto romano proibiva in modo esplicito il suicidio, se non conseguenza di disturbo mentale e, nel tardo Impero, negava addirittura il passaggio ai legittimi eredi dei possedimenti e delle proprietà dei suicidi. Nonostante ciò, il suicidio era da molti considerato un atto eroico ed espressione massima di dignità, di libertà e di virilità. Seneca afferma: "Come sceglierei la nave sulla quale viaggiare e la casa in cui abitare, farò lo stesso con la morte quando vorrò uscire dalla vita La legge eterna non ha fatto niente di meglio di questo: ci ha dato un solo modo per entrare nella vita, ma molte possibilità di uscirne" (Lettere a Lucilio, Lib VIII, Lettera 70). Nella Bibbia si narrano alcuni episodi di suicidio. Nell'Antico Testamento sono cinque (Abimelech Gdc 9, 50-57, Sansone Gdc 16, 22-31, Saul 1 Sam 31, 1-13, Achitofel 2 Sam 17,23, Zimri 1 Re 16, 15-18, Razis 2 Mac 14, 37-46). Mentre l'unico suicidio riportato nel nuovo testamento è quello, peraltro dubbio, di Giuda Iscariota (Mt 27, 3-5, At 1, 15-20). Non si leggono mai parole di condanna. Potremmo anzi dire che i suicidi sono descritti o come gesti eroici che meritano rispetto, o come gesti ridicoli di personaggi grotteschi o, infine, come espiazione massima per una colpa commessa. Tanto più che l'evento fondatore del cristianesimo è il sacrificio volontario (leggi suicidio altruistico) di Gesù Cristo. Sull'esempio di Cristo sono numerosi i martiri dei primi secoli della cristianità, tanto che i Padri della Chiesa cominciarono ad interrogarsi sulla questione. Sant'Attanasio, pur condannando il principio per cui i cristiani si toglievano la vita, non riesce a biasimarli al pensiero dell'esempio dato da Cristo. San Gregorio di Nissa esprime apprezzamenti per la morte volontaria del martire Teodoro. San Gerolamo non risolve la contraddizione: egli condanna i cristiani che si tolgono la vita e loda le fanciulle vedove pagane che si danno la morte invece di risposarsi. San Clemente d'alessandria è pressoché il solo a condannare senza ambiguità il suicidio dei cristiani: "coloro che si uccidono hanno una visione falsa del martirio e oltraggiano la volontà divina". Come molto spesso accade, la lotta contro alcune correnti eretiche ha condotto a un indurimento delle posizioni dottrinali e disciplinari. Nel 348, il concilio di Cartagine condanna la ricerca della morte volontaria, come reazione contro il Donatismo, che esaltava tale pratica. Nel 381, il Vescovo di Alessandria, Timoteo, decide che non ci sarà più pietà per i suicidi. L'indurimento dottrinale è ancora più netto con Sant'Agostino ( ). Nel De Civitate Dei annuncia la rigorosa dottrina che diverrà, da quel momento, la posizione ufficiale della Chiesa: "Chi uccide se stesso, uccide un uomo". Un'interessante curiosità: Sant'Agostino era detto il "martello dei donatisti". Diventato vescovo di Ippona (oggi in Algeria) nel 395, si impegnò, infatti, a combattere contro i donatisti per parecchi decenni. Agostino fu il trionfatore della disputa di Cartagine del 411 (un dibattito tra cattolici e donatisti) e domandò pubblicamente che il potere dello stato venisse usato contro i donatisti. Death of Socrates (Jacques-Louis D Nel VI e nel VII secolo la chiesa codificò la propria posizione scomunicando chi si dava la morte e negandogli i riti funebri. La condanna cristiana del suicidio ha, ovviamente, avuto una grande influenza per molti secoli. Dante ( ) condanna i suicidi senza esitazione, seppur con grande umanità, relegandoli nel XIII girone dell'inferno con le sembianze di alberi secchi grondanti sangue. Le cronache riportano, in verità, pochi casi di suicidio per tutto il Medio Evo. In più di Mille anni non si conosce neanche un suicidio celebre. In parte ha sicuramente influito la condanna della Chiesa, in un periodo in cui questa deteneva un enorme potere. Ma la vita stessa dell'aristocrazia guerriera dell'epoca (tornei, guerre) presentava delle condotte sostitutive al suicidio che sono state interpretate come "suicidi indiretti". I contadini e gli artigiani si suicidavano per fuggire la miseria e la sofferenza; i cavalieri e il clero si uccidevano per sfuggire alle umiliazioni. Profanare i cadaveri dei suicidi era prassi comune. La Chiesa, attraverso la condanna del suicidio e la minaccia della dannazione eterna, aveva trovato un metodo assai efficace per controllare la vita degli uomini. Non è un caso che il termine stesso di suicidio sia stato usato per la prima volta soltanto nel 1737 da l'abate Desfontaines, scrivendo uno degli articoli per la Grande Enciclopédie. Solo molto lentamente l'atteggiamento di condanna contro il suicidio andò attenuandosi, se non nella Chiesa, almeno nella società 6

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