di Repubblica Cinquant anni dopo, sulle tracce di Mario Soldati per scoprire se batte ancora il cuore del Grande Fiume

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1 Domenica La DOMENICA 23 SETTEMBRE 2007 di Repubblica il fatto In che lingua parla Dio? FRANCO CORDERO e GIOVANNI FILORAMO la memoria Il razzismo sconfitto a Little Rock BILL CLINTON e VITTORIO ZUCCONI VIAGGIO SUL PO Cinquant anni dopo, sulle tracce di Mario Soldati per scoprire se batte ancora il cuore del Grande Fiume PAOLO RUMIZ BRA (Cuneo) notte i pesci si misero a parlare, e nelle stalle anche le mucche presero la voce degli umani. Successe pure che dal fiume uscì una palli- «Una da regina, e nella nebbia i pescatori la videro che prendeva in braccio un uomo caduto nei gorghi. Per la festa di Antonio abate accadde poi che un maiale scappò dalle mani del norcino e vagò a lungo per le campagne, protetto dal Santo, con lo stiletto piantato nel cuore. Dicono che ci siano ancora, da quelle parti, notti d inverno in cui i bambini restano chiusi in casa, nel terrore che il Grande Mago si svegli, e le maschere escano dalla sua corrente per acquattarsi fra i canneti. Albe di primavera in cui senti arrivare dalla chiesa il mormorio delle rogazioni, col prete che elenca catastrofi e il popolo rivierasco che risponde, costruendo una litania bitonale: A flagello terremotus libera nos Domine / A fulgore et tempestate libera nos Domine / A spirito fornicationis. Rive del Volga? Ucraina profonda? Delta del Danubio? Macché: fiume Po, Italia. Padania di oggi, anno La voce antica del fiume, ancora miracolosamente udibile in fondo al pentolone avvelenato del Nord. Brandelli di Italia vera, non intontita di tv-spazzatura e telefonini; un Italia minore dove i vecchi quelli non consegnati agli ospizi possono ancora raccontare storie ai nipoti. Sono le memorie d acqua, i gesti e le parole che gli studenti dell Università di scienze gastronomiche di Pollenzo e Colorno, in Piemonte, hanno raccolto in questi mesi con una raffica di interviste dal Monviso all Adriatico. (segue nelle pagine successive) CARLO PETRINI è conoscere. Il modo più facile, più diretto di arrivare a conoscere un paese è praticare la cucina della gente che lo abita. Nei cibi e «Viaggiare nella maniera di cucinarli c è tutto». Con queste parole Mario Soldati intraprende il suo Viaggio nella Valle del Po, alla ricerca dei cibi genuini, andato in onda sulla Rai dal 3 dicembre Dodici puntate di cui soltanto nove ancora presenti negli archivi della televisione di Stato in cui Soldati realizza un raro documento di antropologia culturale, con incursioni nel mondo della letteratura e della cultura rurale. Lo scrittore ed eclettico intellettuale veste i panni del gentleman farmer come scrive Aldo Grasso, che usa da anni nei suoi corsi all Università cattolica il Viaggio come pezzo esemplare della storia della televisione e segue con le telecamere tutto il corso del fiume Po, alla ricerca di contadini, fiere, stalle, negozi, ristoranti, caseifici e fabbriche. È lo stesso viaggio che faranno in bicicletta e nave gli studenti dell Università di scienze gastronomiche di Pollenzo e Colorno a partire dal 26 settembre 2007 e fino al 20 ottobre, ovviamente alle prese con un contesto profondamente cambiato negli ultimi cinquant anni. Il Viaggio di Soldati ancora oggi è profondamente evocativo, ha una straordinaria valenza storica perché descrive con attenzione i mutamenti del comportamento alimentare e della produzione del cibo nel nostro Paese in quegli anni precedenti il boom economico. (segue nelle pagine successive) l immagine Piccoli ritratti del mondo dei piccoli CONCITA DE GREGORIO i luoghi La Spoon River ebraica di Ancona EMANUELA AUDISIO cultura La beffa del libertario Russell MICHELE SERRA le tendenze Va in mostra l età d oro della moda NATALIA ASPESI FOTO TECHE RAI/ALINARI

2 30 LA DOMENICA DI REPUBBLICA DOMENICA 23 SETTEMBRE 2007 la copertina Viaggio sul Po Le memorie d acqua, gli aneddoti, le parole che Mario Soldati trasformò mezzo secolo fa in una serie per la tv, tornano oggi d attualità grazie all avventura di Slow Food: un mese di tour in bicicletta lungo il fiume. Tutti insieme sulle strade già battute dallo scrittore per raccogliere testimonianze, per ricordare come eravamo. E rinnovare l antico patto con gli spiriti del Po Il Grande Padre mai dimenticato PAOLO RUMIZ (segue dalla copertina) Èun materiale audiovisivo unico, propedeutico al viaggio che gli stessi studenti compiranno (in bicicletta) dal 26 settembre al 20 ottobre, ripercorrendo mezzo secolo dopo le strade di Mario Soldati, autore di un grande serial padano per la Rai. Sequenze memorabili queste del Ecco cosa racconta Alberto Panciroli, sanguigno barbiere-libraio di Colorno, Parma. «C è uno scontro tra il parroco e la Lega dei braccianti che scende in sciopero. Lui dice: se non rinunciate allo sciopero io non battezzo più. Loro ribattono: le donne, se vogliono, che restino pure a casa. Quanto ai figli, se nascono, li battezziamo noi. Come sarebbe a dire che li battezzate voi, fa il prete. Certo, dicono quelli: se Gesù battezzò nel Giordano noi possiamo pur battezzare nel Po. E così fu! I braccianti battezzarono i neonati nel Po! Qui!». Era l acqua del fiume che faceva il battesimo, non il prete, perché il fiume veniva prima del prete. Per i rivieraschi il fiume era padre, dio e imperatore. Da millenni era signore assoluto di uno spazio che l uomo non comanda Lo spazio rivierasco è anche uno spazio mitologico, propizio alla narrazione, spiega l antropologo e poi avere accanto la corrente dà un altra dimensione e non controlla, padrone sempre pronto a riprendersi ciò che gli è stato tolto. «È miracoloso constatare quanta memoria si sia ancora conservata nella Grande Valle italiana», si entusiasma Carlo Petrini, patron di Slow Food e ideatore della pedalata sul Po. «È miracoloso perché tutto questo avviene nel fondo del territorio più adulterato del pianeta. Il Po conserva una verginità strepitosa nonostante gli insulti che ha subito. Sono scomparsi mestieri, suoni, canti, profumi, ma la memoria orale no; quella resiste, è la memoria dei figli e dei nipoti del mondo di ieri, che hanno ascoltato le storie e sono capaci ancora di raccontarle. È un patrimonio dell umanità che ha subito un genocidio e che abbiamo il dovere di raccogliere prima che il vento se lo porti. Siamo a un capolinea, e ora serve un operazione d emergenza come per i testimoni della Shoà. Il nostro lavoro di quest anno deve essere solo l inizio: le interviste devono diventare mille, duemila, diecimila. Anche la memoria italiana ha bisogno di uno Spielberg». Frammenti inestimabili. Come un pianto funebre registrato a Porto Tolle, simile a quelli del vecchio Sud o della Grecia di una volta. Consuetudini che nel grande spazio franco del Delta sono sopravvissute nonostante l opposizione della Chiesa e l incalzare della modernità. Renata Marangon da Scardovari, Rovigo, imita alla perfezione le comari che dialogano con i mariti defunti e spiega che accudire una tomba, in un mondo dove vivi e morti fanno ancora parte della stessa comunità, è un lavoro come un altro, «come rigovernare i piatti, cucinare o fare i letti». E poiché fino all altro ieri la biancheria in casa non si buttava, ma si riciclava per le pulizie dei vetri, ecco che sempre nel cimitero sul delta, una donna si ritrova a lustrare la foto del marito così commentando tra sé: «Caro ti, quante volte che t ma cavà ste mutande». E poi spiega a un amica: «Eh, fiola, el m le caveva, el m le sbregheva d - le volte, el fe anca mal col lastico». Ma perché proprio cominciare dal Po? Perché non dalle Alpi o dall Appennino? «Perché quello spazio rivierasco è anche uno spazio mitologico e comunitario superiore, straordinariamente propizio alla narrazione», risponde appassionatamente l antropologo Piercarlo Grimaldi, professore all università di Bra e coordinatore delle interviste. Le radici d acqua sono radici forti: «Avere accanto un fiume dà un altra dimensione alla vita, fornisce un formidabile collettore alle memorie e un quadro unitario alle storie degli individui». E poi il Po ha di speciale che lascia vedere tutta la stoltezza, la rapina e l immondizia con cui l abbiamo aggredito centrali energetiche, rifiuti industriali, pesticidi, idrovore e altro in stretta coabitazione con gli elementi tradizionali della vita padana. Gli stessi che Ermanno Olmi ha esaltato nel film Centochiodi, che celebra il primato dell oralità sul Libro. La cosa straordinaria è che il Fiume rompe gli argini, inonda e uccide, ma nessuno dei padani lo odia. «In mezzo a tante testimonianze raccolte, non ce n è alcuna che gli esprima ostilità», commenta Grimaldi. «Per il Po», e non per un ragazzo, racconta una donna del Polesine, «marinavo la scuola a primavera. Mi mettevo in un ansa vicino allo zuccherificio, dove c era sempre una lingua di sabbia, e stavo lì delle ore a guardare l acqua che passava. Poi tornavo a casa con viole e margherite». È il Po che mi ha generato, svela Francesco Aralda da Terranova, Alessandria, spingendo con una pertica il suo barchino nei bassi fondali; «Sono nato sul fiume, c era un profumo che era una meraviglia Oggi si respira una puzza da morire, ma non posso cambiare, se dovessi andare a vivere in un condominio in città non camperei dieci giorni». E così continua a pescare, anche se i pesci sono immangiabili ed è costretto a ributtarli in acqua. Li pesca per celebrare un rito, lo stesso di suo nonno. Per conservare la memoria. «Favoleggiava il nonno, sugli spiriti del fiume e sulle streghe, che per lui erano belle ragazze», racconta Giovanni Martinotti di Terranova, Alessandria. «Sul fiume secondo lui succedeva che i pesci parlassero, che ci fossero gli spiriti Era un narrante, non aveva conosciuto Omero, ma lo diventava lui stes- Cibo e identità la scoperta arrivò con la tv CARLO PETRINI (segue dalla copertina) Erano gli anni delle prime industrie alimentari: se si guarda al documento con sguardo onesto si possono senz altro riconoscere tutti gli aspetti positivi di questo nuovo modo di produrre, che tanto ha fatto per far uscire gli italiani dalla difficile sussistenza alimentare del dopoguerra. È un industria che comincia però già ad evidenziare i primi difetti della produzione massiva di cui oggi tanti si lamentano. Da questo punto di vista è sintomatica un affermazione di un allevatore di fagiani nell ottava puntata: «A questi fagiani, che sono da riproduzione, diamo da mangiare farine animali, olio di fegato merluzzo, farine di pesce e di carne. Con questa alimentazione non sono assolutamente buoni per il consumo umano. La carne non è buona!». Soldati poi, in un altra puntata, con un espressione del viso memorabile, sottolinea le frasi di un industriale del formaggio che dice: «Il latte oggi è diverso, a questi animali diamo alimenti nuovi, si figuri che alcuni vengono dal Giappone, come la soia». E Soldati, quasi arrabbiato: «Ecco, oggi alle nostre mucche diamo da mangiare la s-o-i-a!». L agroindustria era agli albori, per esempio si affrontava per la prima volta il tema dei fertilizzanti e dei pesticidi, e molti imprenditori rivelavano candidamente cose che oggi non si sognerebbero di dire neanche sotto tortura. La grande valenza del Viaggio però è anche dal punto di vista gastronomico: ci viene tramandata una gastronomia ancora molto popolare, contadina, oggi quasi estinta, senza pur tuttavia rinunciare a presentare le eccellenze di alcuni ristoranti. Rivediamo con emozione i coniugi Peppino e Mirella Cantarelli di Samboseto, la cui osteria nella Bassa Parmense fu premiata a quei tempi eroici con una stella Michelin; oppure ritroviamo piatti che non esistono più, come la Faraona alla Creta servita in un ristorante di San Martino in Beleseto. Il Viaggio è un pozzo di memorie che ci sembra infinito, con il suo stile, con la sua levità rivela anche una capacità didattica sorprendente. I processi di caseificazione, o il processo di spumantizzazione raccontato dal professor Menzio, restano degli esempi mai raggiunti negli altri documentari di questo tipo. È chiaro, semplice, insegna. È un vero peccato che la Rai nel centenario della nascita di Soldati che si è chiuso lo scorso anno, e nel 2007, in occasione del cinquantenario della trasmissione, non abbia voluto riproporlo in maniera completa. Siamo di fronte a uno dei capisaldi della tv italiana, ma anche della letteratura e del costume. Il Viaggio ci insegna che il cibo è il principio della nostra identità, e ci fa capire quanto siamo cambiati, quanto abbiamo dimenticato. Nel 57 Soldati aveva già un atteggiamento un po ostile nei confronti della modernità; il genuino per lui era legato esclusivamente alle produzioni artigianali. Per questo nella trasmissione si abbandonava spesso a scontri dialettici con gli artefici della produzione industriale, che lo accusavano testualmente «di voler far della poesia». Come accadde nella quarta puntata del Viaggio, quando un produttore di vino piemontese delle prime cantine sociali a una domanda di Soldati liquidò i metodi produttivi tradizionali dei contadini come antiquati e, per l appunto, poetici. È la stessa solfa che ci si sente rispondere ancora oggi, quando si lavora per una nuova qualità, per un cibo che sia più piacevole ed eco-sostenibile: l accusa di essere fuori dal tempo e dall economia. Per questo mi piace ricordare le parole che Soldati rivolse a quel produttore, in quella puntata numero quattro: «Che la poesia sia il cuore delle cose e sia nel cuore della verità. I poeti vedono la verità e la vedono in anticipo. Quasi la vedono come i profeti, e per questo credo che i poeti non sbaglino mai».

3 DOMENICA 23 SETTEMBRE 2007 DOCUMENTARIO In copertina e qui accanto, il Viaggio in Italia di Mario Soldati del 1957; a centro pagina, cartoline d epoca di luoghi e paesi sul corso del fiume; in basso l attestato al merito allo scrittore per aver salvato un ragazzo dal Po nel 1922 FOTO TECHE RAI/ALINARI Mario Soldati E rividi le onde tumultuose del Po giallo e marrone che si perdono nell immensità del mare. Così la rivedo anche adesso insieme ai rigagnoli e ai ruscelli, alle nevi e alle rocce del Po del Monviso, tutta la mia, la nostra esistenza che non è molto diversa, né meno misteriosa di quella dei fiumi, tra i monti e i mari Da EPOCA del 2 giugno 1984 LA DOMENICA DI REPUBBLICA 31 so Era un gran favoliere Una volta andando a pescare un compagno su un altra barca cadde nel fiume, il nonno non riuscì a raggiungerlo Lui andava sempre più a valle, ma poiché per il nonno nel fiume c era una regina, la si vide nella nebbia come se lo sollevasse E in effetti poi trovarono quel pescatore sull argine, ancora vivo». E poi le maschere cattive che abitavano la corrente nella notte, e le fate buone che avevano insegnato ai valligiani il segreto per liberarsi dalla fame trasformando il latte in formaggio. O i falò di San Giovanni alle sorgenti sotto il Monviso. Quando Mario Soldati, antropologo senza saperlo, passò a setaccio il Po con basco e mantello per raccontare di polente e stracotti, tortelli di zucca e formaggi di malga, si pensava che la memoria dei saperi padani fosse inesauribile. Oggi sappiamo che non è così. «Oggi serve una straordinaria mobilitazione etnologica perché tutto questo sapere sia archiviato» insiste Petrini, e sa di non parlare solo di ricette. Qui sono in gioco le radici. Non quelle finte, delle sacre ampolle e delle grigliate in camicia verde, ma quelle vere, che nemmeno l Umberto Bossi volle ascoltare, dieci anni fa, il giorno della clamorosa mobilitazione leghista sugli argini tra Chioggia e Pian del Re. In questi dieci anni nulla si è fatto: la memoria orale ha continuato a estinguersi e la Padania ha continuato a vomitare veleni nella pancia del dio-fiume che fingeva di celebrare. E Milano, capitale morale d Italia tutt ora senza depuratore, ha proseguito imperterrita il suo killeraggio ambientale attraverso cloache che ieri quando ancora si credeva ai pesci parlanti e alle fate delle acque erano ancora il Lambro e l Olona. Si sa che la memoria degli anziani s allunga, vede meglio il passato remoto di quello recente. Questo significa che, se abbiamo dei nonni capaci di ricordare le storie dei loro nonni, possiamo affacciarci fin sul Risorgimento: tempi senza corrente elettrica e automobili, di polenta e fame, in cui si partiva per la guerra di Crimea e ci si chiamava Armida e Chiaffredo, Teresio, Amanda e Zefirino. Una finestra irripetibile sul nostro passato, che resterà aperta ancora per poco. Racconta Bevilacqua: «Ho conosciuti dei quasi centenari che, interrogati, inizialmente mi dicevano di non ricordare nulla, ma poi, rimessa in moto la macchina della memoria, erano in grado di cantare decine di canzoni ottocentesche. Gente semianalfabeta che di punto in bianco prendeva carta e penna e si metteva a scrivere quaderni e quaderni di Ai tempi delle filande e delle mondine l Italia affamata cantava per tenersi su. Qui c era una fame da morire e si mangiava polenta con i gatti... storie, presa dall ansia di lasciare una traccia di sé». Tempi di filande e mondine, di lavoro femminile sfruttato, durati fino a cinquant anni fa. Racconta Armida Iseppato, di Terranova, Alessandria: «Nelle risaie era una vita di sacrificio, il mal di schiena che ho patito non glielo auguro neanche ai cani; le nostre mani si muovevano come mitragliatrici e la fronte era sempre piena di sudore Si cantava perché pareva che cantando andasse un po via la fatica e la stanchezza». Anche gli scariolanti cantavano, partendo a mezzanotte. E cantavano i portatori di sabbia, in fila con le loro barelle, schiavi del lungofiume. Si cantava, tutta l Italia affamata cantava per tenersi su. Oggi quei canti sono stati inghiottiti da una nube elettromagnetica di sms, , internet, onde di tv e chiamate via etere, un overdose di messaggi condannata a sua volta a scomparire nel nulla, ma senza aver dato nulla. Fame da morire. «Bella la polenta coi gatti, una cosa meravigliosa» gongola a ripensarci Alberto Panciroli, il barbierelibraio che ora fa il bibliotecario a Colorno. «Si prendevano i gatt, si tirava il col, si tirava via la pelle, e poi si metteva sotto la neve a frollare. Buon dio, gavem magnà di gatt Invece del latte, o ciucià i oss dei gatt, t et capì?». Le osterie erano per pochi, forestieri come il buon Guareschi, venuto a Polesine Parmense perché aveva sentito la storia di un prete e di un sindaco rosso che si azzuffavano. Amanda Bocelli ci lavorava in quella locanda, oggi ha 96 anni, ha un carattere al pepe, fuma ancora come un camino e ci apre il pentolone dei ricordi. «Guareschi amava la mia cucina, mangiava di tutto, ma preferiva sempre lo stracotto Usavamo lardo e strutto, quello che il mangiare viene più buono Trippa, stracotto e punta al forno, e poi cipolla e aglio, che è la ruffiana della cucina». Ma erano già gli anni della malora, come li definì Beppe Fenoglio, in cui i contadini obbligati a diventare operai bruciarono le madie dei padri per comprarsi la formica. Gli anni in cui le lucciole sparirono, il pollame fu chiuso in gabbia, nutrito di farina animale e soia americana; tempi dove le latterie diceva Soldati con ironia alla macchina da presa presero l aspetto di basi spaziali come Cape Canaveral. «Nel filmato del 1957», ghigna Petrini, «i padani di allora vantano candidamente cose che oggi non ammetterebbero neanche sotto tortura». Tempi in cui il nuovo e il vecchio si incontrano e vivono fianco a fianco. Oggi, dopo la sbronza da benessere, il Nord risente bisogno di radici e riattiva feste popolari che cinquant anni fa sembravano solo residui di superstizione. I musei di cultura contadina si moltiplicano, c è voglia di riappaesarsi dopo lo spaesamento da globalizzazione. La Padania ha paura. Teme che spariscano le ultime fate e i pesci parlanti. Sente che la modernità ha fallito e prega, per salvarsi, gli antichi spiriti del dio fiume. CARTOLINE FOTOTECA GILARDI Il 28 ottobre 1922 fu assegnata allo scrittore la medaglia d argento al valore civile Così Mario salvò un ragazzo tra le onde e divenne eroe M ariosoldati e quel fiume. Un duetto reso quasi fatale dall estrazione torinese del personaggio e dalla sua vicinanza agli ideali del Risorgimento (il Po come sinonimo d Italia: all epoca sembrava ovvio). Un duetto che fu, in origine, un duello. «Caro Po, a noi due», esclamò verosimilmente Mario quella mattina del 17 marzo 1922, quando, trovandosi a passeggiare in città lungo la riva del fiume, proprio dove si apriva la palazzina dei Canottieri Armida, vide due braccia minute che si agitavano fra le onde, cercando invano di aggrapparsi a una barca capovolta. Sul lungopò, più che grida, arrivavano rantoli. Sarà un bambino, Mario ebbe il tempo di pensare. Quasi un bambino, poco più che quindicenne, era anche lui, Soldati. «Mi bastò un attimo», avrebbe raccontato. «Mi tolsi la giacca, ma non le scarpe, e mi tuffai. Sapevo nuotare discretamente, passavo tutte le estati al mare di Viareggio. L acqua gelida mi diede una sferzata. Faticai alquanto. Ce NELLO AJELLO la feci. Il Po restituì la sua preda». Si trattava di Lello Richelmy, di tre anni minore di Mario, fratello di un suo amico inseparabile, Tino, (abitavano nello stesso stabile, in via Bogino). Lividi per il freddo, naufrago e salvatore raccolsero le carezze di pochi passanti. Perfino in occasioni eroiche la burocrazia osserva i suoi tempi. Come il lettore può constatare, l attestato con il quale venne notificata a Soldati l assegnazione della medaglia d argento al valore civile porta, sopra la firma del ministro degli Interni Carlo Taddei, una data memorabile: quella del 28 ottobre 1922, il giorno della marcia su Roma. La consegna dell onorificenza si svolse un una sala della Mole Antonelliana, dove aveva sede il Museo di Storia patria. Due giorni più tardi, La Domenica del Corriere pubblicò una foto del giovinetto Soldati vestito alla marinara con apposito cordone che reggeva la medaglia. Tutto in stile vecchio Piemonte. «De Amicis», chiosava assai più tardi il romanziere fra ironico e compiaciuto, «non avrebbe saputo fare di meglio».

4 32 LA DOMENICA DI REPUBBLICA DOMENICA 23 SETTEMBRE 2007 il fatto Ite, missa est La decisione di Benedetto XVI di reintrodurre la messa in latino, la disobbedienza di alcuni vescovi che temono un allontanamento dei fedeli. Dietro la questione liturgica gli antichi dilemmi di ogni religione: come comunicare il divino, esprimere l inesprimibile, con quale preghiera coinvolgere tutti senza perdere il messaggio originario Che aspetto ha Dio? CATTOLICI ROMANI MUSULMANI INDÙ PROTESTANTI Chi comanda qui sulla terra In cerca di una lingua per far parlare Dio GIOVANNI FILORAMO Oggi, in una società postcristiana e individualista, in cui le pratiche religiose comuni dei fedeli, dalla messa ai riti funebri, tendono a perdere in rilevanza sociale privatizzandosi, non è facile rendersi conto della centralità e dell importanza pubblica e comunitaria che per secoli la liturgia, con il suo corteo di riti, ha avuto nella storia delle differenti confessioni cristiane, per non dire di altre tradizioni religiose. La liturgia come insieme di riti, in genere fissati in un calendario che permette di articolare e strutturare il tempo sacro secondo un tipico criterio di ripetitività e circolarità, svolge infatti una serie complessa di funzioni, che contribuiscono in modo determinante a strutturare, mantenere e rinsaldare l identità di una tradizione religiosa: si pensi alla sua capacità di coordinare ed esprimere molteplici sfere d esperienza, al valore paradigmatico e all efficacia performativa dei suoi riti per la comunità dei credenti, alla rilevanza teologico-politica delle sue celebrazioni che mirano a legare, in un più generale piano salvifico, destino della comunità dei credenti e destino del cosmo e della città terrena. Questo è vero in particolare per una religione radicata nella storia come il cristianesimo, dove il cuore vivente della liturgia è costituito dalla riattualizzazione del sacrificio eucaristico compiuto dal Cristo, il Logos o Parola di Dio incarnata. In conseguenza di ciò, a differenza di altre liturgie, quella cristiana è portata a valorizzare in modo particolare il ruolo della parola e del linguaggio, dal momento che il soggetto e l oggetto principale del dramma liturgico è qui diventata la stessa Parola di Dio. «Come infatti la pioggia e la neve scendono dal cielo e non vi ritornano senza aver irrigato la terra, senza averla fecondata e fatta germogliare, perché dia il seme al seminatore e pane da mangiare, così sarà della parola uscita dalla mia bocca: non ritornerà a me senza effetto, senza aver operato ciò che desidero e senza aver compiuto ciò per cui l ho mandata» (Is. 55, 11). Questa affermazione del Signore attribuita al profeta Isaia contiene in sintesi il grande tema della Parola di Dio, che esprime la sua volontà e viene trasmessa agli uomini attraverso il suo profeta per essere realizzata. Essa pone il problema della stessa lingua di Dio, di cui è espressione. Le lingue del paradiso, che Adamo parlava prima di peccare, manifestano anche sul piano del linguaggio il fatto che l uomo è creato ad immagine di Dio e, dunque, in possesso di una lingua che è imitazione di quella divina. Gli angeli non ribelli ne conservano l eco, celebrando di fronte al Signore l eterna liturgia della sua lode. Quanto all uomo caduto, la liturgia, con la sua particolare lingua, diventa il luogo dove è possibile, sospendendo il tempo profano, ristabilire un contatto con la divinità anche sul piano della comunicazione. Certo, esistono altre vie per poter comunicare con Dio, grazie ai doni del suo spirito partecipando della sua lingua ineffabile: si pensi alla mistica, alle riflessioni esoteriche presenti nelle tradizioni gnostiche dei tre monoteismi sulla possibilità di conoscere il Nome segreto della divinità o, attraverso azioni teurgiche e decifrazioni di alfabeti mistici, di poter avere accesso al mistero di Dio attraverso un linguaggio particolare che altro non è che la stessa lingua di Dio, ricreando in sé il mistero dell atto creativo originario, come insegna il racconto genesiaco della creazione come un atto linguistico. Ma è la liturgia, culto pubblico e collettivo della comunità dei credenti riunita, ad avere costituito nei secoli il luogo privilegiato, accessibile a tutti, per comunicare con la divinità, offrendo i propri doni, compiendo il sacrificio eucaristico e chiedendo protezione e salvezza per i fedeli. Per giungere a questo scopo, le varie religioni usano spesso nel loro culto una lingua più o meno distante da quella comune, al punto da arrivare talora ad avere una lingua liturgica totalmente differente da quella parlata. Diverse sono le cause che possono portare a questa situazione, come la percezione dell inadeguatezza del linguaggio normale per la comunicazione del e col divino, l esigenza di sottrarsi all errore e a ogni forma di inquinamento del messaggio primitivo, il presentimento che soltanto quella lingua ha valore in ordine alla produzione di determinati effetti. Grazie a un processo di ritualizzazione a cui concorrono vari elementi, tali lingue hanno la tendenza a fissarsi e rendersi immutabili. A determinare questo fenomeno concorrono fattori come la preoccupazione di conservare nella trasmissione il messaggio originario, la concezione che solo essa sia in grado di trasmettere adeguatamente un tipico messaggio religioso o di produrre l effetto richiesto, non per ultimo una ve- Il linguaggio del rito tende a perpetuarsi nel tempo anche quando è diventato incomprensibile agli stessi officianti nerazione per quella lingua che si crede propria di Dio. Di qui, tra l altro, una attenzione particolare alla plasmabilità della parola, perché sia in grado di rendere quanto più possibile la ricchezza inesauribile della lingua divina. Al di là o al di sotto delle variazioni delle liturgie si ritrova, così, l idea che il suono ha qualità flessibili che possono essere manipolate per esprimere sfumature di potere e di sacralità in modi che vanno al di là del significato delle parole, dalla variazione nel tono e nella velocità all utilizzo di modelli sonori come il ritmo e la rima, all uso di toni diversi, dal più elevato al silenzio: culmine mistico e paradossale della liturgia perché soltanto nel silenzio, imitatore del silenzio divino, il linguaggio è in grado di esprimere l inesprimibile. Il linguaggio liturgico è, dunque, un vero e proprio linguaggio sacro, che tende a perpetuarsi nel tempo anche quando esso, per il variare delle circostanze storiche, è diventato incomprensibile agli stessi officianti. È quanto si è verificato più volte nella storia di importanti tradizioni religiose: si pensi alle preghiere (norito) pronunciate dai sacerdoti nei templi scintoisti, conservate nel loro giapponese originario del Decimo secolo; al fatto che per secoli i sacerdoti zoroastriani hanno trasmesso oralmente, a testimonianza del primato della tradizione orale su quella scritta, i loro testi sacri anche se a un certo punto non erano più in grado di comprenderli, così come avviene ai brahmani induisti che usano le espressioni sanscrite nei loro rituali o ai monaci buddisti che cantano le scritture pali (e oggi, c è da temere, ad alcuni sacerdoti cattolici che volessero cimentarsi nella messa in latino): a conferma che, in questo caso, il locutore, il messaggero e cioè il sacerdote e la casta sacerdotale rischia di diventare più importante del messaggio. Quante volte, per converso, dal buddismo delle origini alla Riforma di Lutero, la battaglia per un rinnovamento religioso ha trovato nella lotta al conservatorismo liturgico una spinta decisiva! Questi esempi ricordano una differenza profonda che caratterizza questa comprensione tradizionale del linguaggio sacro caratteristica della liturgia. Mentre oggi si tende a interpretare il senso in funzione di un rapporto convenzionale tra significante e significato, ciò non vale per il linguaggio sacro. Esso è tale perché permeato di una forza speciale. Di qui la renitenza a tradurre e l inclinazione a conservare la lingua originaria. Di qui soprattutto, nel caso della liturgia cristiana, la propensione a sottolineare la sua dimensione di mistero, di divina liturgia, di immagine della liturgia angelica. La testimonianza di ciò sta nella sua realtà pneumatologica. Quando Paolo, nella Lettera ai Romani, afferma che lo Spirito viene in aiuto alla debolezza del credente nella preghiera la linfa vitale a cui ogni liturgia, in quanto comunicazione con Dio, attinge «perché nemmeno sappiamo che cosa sia conveniente domandare, ma lo Spirito stesso intercede con insistenza per noi, con gemiti inesprimibili» (8, 26), egli esprime un idea di fondo che, idealmente, sta al cuore di ogni liturgia cristiana: soltanto nello Spirito, mediazione ed espressione dell azione divina nella comunità riunita dei credenti, la liturgia può aspirare a una piena efficacia.

5 DOMENICA 23 SETTEMBRE 2007 LA DOMENICA DI REPUBBLICA 33 CATTOLICI ORTODOSSI PROTESTANTI EBREI ISLAM RITO ROMANO È il più diffuso nel mondo, codificato dal Concilio di Trento nel XVI secolo. La messa è officiata nella lingua del Paese in cui si celebra ALESSANDRINO Tradizione divisa in due rami, egiziano ed etiopico. I primi utilizzano il greco e l arabo, i secondi il ghéez (lingua ufficiale del V secolo) e l arabo ANTIOCHENO Diffuso in un area che va dal Libano (cristiani maroniti) alla Siria. Conserva nel rito alcune parti in siriaco, ha perso il greco ed è quasi per intero in arabo ARMENO Sviluppatosi da testi antiocheni e bizantini ha subito influssi latini ancora presenti. La lingua della messa è l armeno classico del Quinto secolo CALDEO Diffuso nella regione in cui si estendeva l Impero sassanide fino alla Cina conserva nella liturgia un siriaco diverso da quello ufficiale BIZANTINO La tradizione di rito greco nata nell Impero romano d Oriente Nel corso dei secoli i testi sono stati tradotti nelle lingue slave e arabe Dallo scisma del Undicesimo secolo la lingua liturgica è il greco Ma molte Chiese, compresa quella russa, utilizzano la lingua parlata dal popolo Seguendo la tradizione di Lutero che tradusse la Bibbia in volgare, utilizzano la lingua parlata da chi frequenta la comunità Durante la diaspora l ebraico biblico rimase per tutti la lingua sacra Nella liturgia venne adottata anche una variante più tarda È la lingua sacra nella quale è stato rivelato e scritto il Corano Il musulmano deve pregare in quella lingua anche se non la parla e non la comprende BUDDISTI ATEI FOLCLORE CINESE EBREI SCIAMANISTI La parola del Creatore che Adamo non capì FRANCO CORDERO Deus caelum et terram». Il secondo versetto contiene una congiunzione assente «Creavit nel testo greco: «terra autem erat inanis et vacua», massa inerte e buia, tenebroso caos liquido, alias abyssus; lo «spiritus Dei» plana «super aquas» (in una variante le cova). L opera seconda è emissione vocale: «dixit fiat lux ; et lux facta est», sebbene non esistano ancora corpi celesti. Immagine antropomorfa, avvertono i commentatori moderni, «la parole étant l expression de la volonté divine» (E. Mangenot, Dictionnaire de Théologie catholique, 6.2, 2347ss.), come fosse meno antropomorfico attribuirgli delle volizioni. L artista se ne compiace: «vidit quod esset bona et divisit lucem a tenebris», chiamando una «dies», l altra «nox»; il tutto avviene «vespere et mane»; era il dies natalis mundi, computato dalla sera. Il mondo è opera d arte. Anacronisticamente i teologi chiameranno l autore «Verbo» o «Logos», identificandoli nel Figlio. L affare cosmogonico richiede ancora cinque giornate. «Fiat firmamentum», e uno schermo a cupola (lo denomina «caelus») separa le acque alte dalle terrene, «dies secundus». Nella terza raccoglie le acque basse, chiamando «mari» i fluidi e «terra» il residuo secco, indi suscita i vegetali. Tali «distinctiones» individuano luoghi ancora vuoti. Li arreda un secondo triduo, inteso all «ornatus». Quartus dies, decora il firmamento con dei «luminaria» che scandiscano giorni e notti. Quinto, crea l intera fauna ittica «et omne volatile». Nel sesto estrae dalla terra «iumenta, reptilia et bestias», indi «faciamus hominem ad imaginem et similitudinem nostram», che governi i viventi: creati maschio e femmina, li benedice ed esorta a moltiplicarsi; ha basi bibliche l antropo-imperialismo. L esamerone finisce in gloria: l Artista riconsidera le creature; aveva qualificato buoni i singoli prodotti (meno la cupola divisoria delle acque, ma dev essere un lapsus); rinforzato dall avverbio «valde», «bonum» diventa superlativo assoluto; l universo gli appare perfetto. Teologie ortodosse sollevano seri dubbi. Anno Domini 1347 Clemente VI condanna Nicole d Autrécourt, i cui libri contengono «multa falsa, periculosa, praesumptuosa, suspecta, erronea, haeretica», quindi vanno al fuoco; secondo la 40a proposizione, viviamo nel migliore mondo possibile («quidquid est in universo, est melius ipsum quam non ipsum»); Leibniz e Pangloss ante litteram; erano 53 gli errori e Nicole li rinnega (Denzinger, 236, ed , 569). L opinione laica non risparmia ironie: ha l aria d un mondo uscito da mani infantili, incompiuto perché l autore se ne vergogna; o è Sfilano gli animali e il luogotenente del Signore in terra li nomina: non conia segni; guarda nella nomenclatura della creazione l opera senile d un dio poi morto (Hume, Dialogues concerning Natural Religion). Le vanterie con cui spaventa Giobbe, tradiscono una psicologia rudimentale. Nell Ecclesiaste, 18.1, «creavit omnia simul», d un colpo. Sant Agostino elabora l idea (F. Cordero, Fiabe d entropia, 86s.). Non che l universo erompa quale lo vediamo: l atto cosmogonico instaura i cicli d uno sviluppo; l «indistinta confusio terrae et aquae» contiene «rationes seminales»; ogni cosa era involuta nei «primordia rerum»; fissato un codice genetico, il séguito avviene naturalmente. Fine pensatore, nega la sequela cosmogonica perché, evocando ex nihilo l abisso, l Alieno entra nel mondo e vi cadono le operazioni seguenti, misurabili su calendari umani dalla quarta giornata. «Mondo» significa tempo: Lui sta fuori o meglio, starebbe se lo stare non implicasse riferimenti che l assioma teologale esclude; ogni tanto mette piede dentro, poi esce tornando nell eternità. L oratore fenicio, ora vescovo d Ippona, vuol ridurre i paradossi al minimo. La sintesi scolastica segna un regresso. San Tommaso postula atti realmente distinti. Augustin Calmet, insigne biblista, formula caute riserve sul senso letterale: poteva cavare dal nulla un mondo adulto, evitando «morosam illam circonvolutionem» d epoche geologiche; ma non postuliamo miracoli «sine necessitate» quando bastano «ordo et oeconomia» naturali. Senza saperlo, l abate benedettino adopera il rasoio d Occam: «frustra fit per plura quod potest fieri per pauciora» ovvero «pluralitas non est ponenda sine necessitate»; alla fine l ipotesi teista diventa quinta ruota del carro. Il primo versetto del capo secondo riepiloga gli eventi: l opera è compiuta; «perfecti sunt caeli et terra et omnis ornatus eorum». I due seguenti descrivono il riposo, donde la regola del sabato. Il quarto è formula vuota. Quinto e sesto richiamano la poussée verde della terza giornata: non preesistevano semi né «pluerat Dominus Deus» («piovere» diventa verbo personale: è Lui che piove); suolo incolto ma acque sorgive bagnano «universam superficiem terrae». Segue un secondo racconto, più antico, databile tra i secoli IX e X (evidenti i difetti d editing). Quattro consonanti indicano l autore: Yahweh, «nomen illud quadrilitterum, ineffabile, venerandum, sacrosanctissimum»; nel primo capitolo creava mediante emissioni verbali, stavolta plasma del fango; forma una figura, soffia sul viso, ecco l uomo vivo. Tre verbi descrivono l atto antropogenetico. I sette versetti seguenti raccontano come avesse allestito uno splendido orto botanico, «paradisum voluptatis» dove cresce «omne lignum», bello e commestibile; al centro due alberi forniscono vita e scienza arcana; il fiume che sgorga, ne alimenta quattro; Phison circonda la terra d Hevilath, piena d oro e gemme; Gehon, alias Nilo, scorre intorno all Etiopia; gli ultimi due hanno nomi moderni, Tigri ed Eufrate. Calmet colloca l Eden in Armenia, sotto Mar Nero e Caspio. Condottovi l uomo, Dominus gliel affida: roba sua, la custodisca; non è lavoro ma passatempo ludico; può mangiare ogni frutto meno quelli dell albero «scientiae boni et mali»; se li tocca, morrà. Discorso ambiguo, mancando una definizione del verbo: l ascoltatore non sa cosa significhi; e l equivoco risulta determinante nello sfondo psichico della catastrofe. S è accorto d avere omesso qualcosa: «non est bonum» lasciarlo solo; ha bisogno d aiuto e compagnia. Qui inscena una rivista della fauna chiamando tutti gli animali terrestri e volatili: li ha appena formati «de humo»; anche nel primo racconto «iumenta et reptilia» erano creature telluriche, ma pesci e uccelli risalivano alla quinta giornata; stavolta ogni specie appare dopo l uomo. Ha un nome la creatura eminente: dal capostipite passa al genus; l ebraico «adamo» è sinonimo d «antropos» e «homo». Sfilano gli animali e il luogotenente del Signore in terra li nomina: «appellavit nominibus suis cuncta animalia»; non conia segni; guarda nella nomenclatura della creazione, dove le cose attuano idee e hanno nomi, fissati dal Verbo. La rivista non era puro test d abilità percettiva e nomenclatoria: gl inoculava il desiderio d una compagna; vedendoli a coppie, scopre d essere solo. Dominus è psicologo, poi anestesista e chirurgo plastico: l addormenta; gli toglie una costola; riempie la cavità mettendo materia carnosa; manipola l osso, cava una donna; gliela presenta. Riaperti gli occhi, Adamo conferma d essere abile definitore: la guarda e comincia dal pronome neutro; «hoc» è carne e ossa sue; colta la differenza, passa al femminile; «haec vocabitur virago» perché «de viro sumpta est». «Mirabilis et genuina etimologia», esclama Thomas Malvenda. Questo testo è un frammento della Prolusione pronunciata da Franco Cordero il 25 agosto scorso a San Gimignano alla International Summer School on Religions in Europe, sul tema Babele e dintorni LIBERAMENTE TRATTO L immagine che illustra queste pagine è una libera rielaborazione di un opera di Tibor realizzata per Colors nel 1992

6 34 LA DOMENICA DI REPUBBLICA DOMENICA 23 SETTEMBRE 2007 la memoria Diritti civili Il 22 settembre di cinquant anni fa il presidente Eisenhower inviò la Guardia nazionale in una scuola superiore dell Arkansas per consentire l ingresso a un gruppo di studenti di colore che rivendicavano il diritto all istruzione dei bianchi. Grazie a quel gesto cadde un altra barriera della segregazione FOTO CORBIS Ike, l assedio a Little Rock e quei nove ragazzi del 57 VITTORIO ZUCCONI WASHINGTON Alla cerimonia di graduation il primo a diplomarsi notò nel parterre dei parenti un altra faccia nera. Apparteneva a un pastore ancora sconosciuto venuto apposta da Atlanta per assistere all evento. Il suo nome era Martin Luther King messi a scuola, la sommossa era scoppiata. Pietre, sprangate, vetri rotti, scazzottature, grida, cori e le sei ragazze, tutte vestite con gli abiti della domenica, occhiali a farfalla con montature nera, pianelle sulle calzette bianche, e i tre maschi vestiti dalle madri orgogliose con abiti scuri, camicia bianca e cravatta erano stati costretti a uscire, per evitare il peggio. Ma il vecchio generale seduto alla casa Bianca non ci era caduto. Troppo evidente, troppo studiata era la tattica, perché uno stratega che se l era vista con i Rommel, oltre che con i propri Montgomery e Patton, cadesse nella trappola. Utilizzando gli stessi poteri costituzionale che oggi Bush usa per mandare le Guardie nazionali a morire in Iraq, Ike mise la National Guard dell Arkansas sotto il comando del governo federale, dunque suo. Mobilitò una delle sue divisioni predilette, quei paracadutisti della 101esima che Il giorno più lungo raccontò come i primi a lanciarsi e a sacrificarsi facendo cliccare le rane di metallo per riconoscersi con John Wayne, e li mandò a Little Rock. Il governatore, il sindaco, il preside e i buoni cittadini bianchi non potevano opporre resistenza. All ombra delle carabine Garand dei soldati, i nove entrarono a testa alta ma con il cuore che gli scoppiava nel petto, come raccontò una di loro, Melba Beals, in quel liceo, fra ali di donne isteriche e di padri ululanti che profetizzavano a loro, all Arkansas, all America tutta «la fine della nostra civiltà» come scrisse l editoriale del quotidiano locale, la Democrat-Gazette. Di quei nove uscirono otto, dal liceo. Il primo a diplomarsi, l anno dopo la caduta di Little Rock, fu Ernest Green, che era il più grande. Green che oggi è, con una laurea e un master pagati da un anonimo benefattore, un dirigente della finanziaria Lehman Brothers, una delle maggiori del mondo, ricorda che alla cerimonia di graduation, quando lui fu l unico ragazzo di colore a salire sul palcoscenico in tocco e toga, notò nel parterre dei parenti e amici, un altra faccia nera. Apparteneva a un predicatore non ancora conosciuto nel mondo e in America, un pastore venuto apposta da una chiesa Battista di Atlanta, per assistere a quell evento storico. Il suo nome era Martin Luther King. Ma altre facce nere seguirono il diplomato sul palco e il pastore nascosto tra la folla. Dei nove che entrarono il 22 settembre del 1957 in quel Liceo, otto finirono gli studi e fecero eccellenti carriere. Elizabeth Eckford si arruolò nelsione statale per l istruzione l equivalente del nostro provveditorato che aveva respinto suo figlio, e altri dodici bambini di colore, dalle scuole pubbliche bianche, costringendoli a iscriverli a scuole riservate ai colored e molto più scadenti. Di ricorso in ricorso, il caso del saldatore contro l onnipotente board of education era arrivato fino a Washington, alla Corte suprema, che aveva rovesciato l apartheid di fatto costruito per negare nella sostanza la fine formale della schiavitù imposta da Lincoln. La Corte, che fu anche allora come sempre il vero motore e il vero collettore delle accelerazioni, delle svolte, delle controrivoluzioni nella storia americana, aveva sentenziato l ovvio. Sotto la guida del giudice Warren, aveva detto che mantenere due sistemi d istruzione, due categorie di scuole, una riservata ai bianchi, l altra ai non bianchi, «separate ma eguali», come voleva la formula ipocrita, rappresentava quella segregazione e discriminazione razziale che la costituzione, inascoltata per un secolo e mezzo, esplicitamente proibiva. Il trucco della separazione era stato escogitato nel Sud per aggirare, con le leggi cosiddette di Jim il Corvo, l integrazione e la sentenza aveva svelato l inganno. Ma tra una sentenza e la sua traduzione nella vita quotidiana, il passaggio non è né immediato né automatico, soprattutto in un sistema di autentiche autonomie locali. I buoni burgers, i devoti maggiorenti della buona borghesia bianca di Little Rock, e non solo di Little Rock, avevano immediatamente trovato l antidoto magico. L ordine pubblico. «Non vogliamo certamente opporci a una sentenza della Corte suprema aveva spiegato il governatore Orval Faubus ad Eisenhower che lo aveva chiamato a rapporto alla Casa Bianca per una sciacquata di testa, come convocava i suoi generali riottosi al fronte ma l ammissione di neri nello scuole bianche provocherà disordini e sommosse». Per proteggere l ordine pubblico, il governatore Faubus aveva mobilitato, il 4 settembre del 1957, la Guardia nazionale, la truppa territoriale che ogni stato arma, come complemento e surrogato interno all esercito federale. Schierata attorno alla Central High School, la guardia aveva impedito l ingresso a nove studenti, tre maschi e sei femmine, che si erano iscritti, forti della sentenza di Brown contro il Kansas. Eisenhower era intervenuto e il governatore aveva richiamato la Guardia, come ordinato. E quando i nove si erano ripresentati ed erano stati am- FOTO GETTY IMAGES Non suonarono le campane a stormo, come nei villaggi della Normandia, ma i ragazzi che arrivavano dal cielo avevano le stesse uniformi e gli stessi volti di quelli che erano piovuti sull Europa occupata. Quando i paracadutisti della 101esima divisione, le aquile urlanti, piombarono su Little Rock in Arkansas nel mese di settembre del 1957, come si erano lanciati su Sainte-Mère-Eglise e Cherbourg nel 1944, un altra guerra giusta sembrò vinta dall America buona e una macchia lavata definitivamente dalla sua storia e dalla storia del mondo. Senza sparare un colpo, senza prendere un prigioniero, gli uomini lanciati sull Arkansas da Dwight Ike Eisenhower, dallo stesso generale che aveva spedito i loro padri contro Hitler, conquistarono il centro della cittadina sudista ribelle alle tre del pomeriggio, circondarono il liceo pubblico, sfondarono il vallo dell apartheid razziale che sembrava imprendibile e aprirono la strada a nove studenti neri intimiditi e terrorizzati che il governatore dello stato non aveva voluto accettare fra i bianchi. Erano i giorni della paura, dell innocenza e delle speranze, dopo i secoli della colpa schiavista. La conquista di Little Rock, come poco prima la ribellione di Rosa Parks che in Alabama aveva rifiutato di sedere in fondo all autobus come avrebbe dovuto fare una rispettosa donna nera, parve la fine. E soltanto, proprio come l assalto al bastione della Normandia, la prima battaglia di una campagna che mezzo secolo dopo continua, che continuerà per generazioni e che non sarà necessariamente vinta. Little Rock, la città che più tardi avrebbe dato agli Stati Uniti «il primo presidente nero della sua storia», come la poetessa Maya Angelou battezzò Bill Clinton, figlio della stessa terra, fu uno scandalo, una vergogna, un trionfo. Era da quando Abramo Lincoln aveva mosso le truppe federali contro i ribelli in giubba grigia, nel 1861, che un presidente non aveva osato impiegare la US Army, l esercito degli Stati Uniti, entro i confini di casa, in un operazione militare contro altri americani. Ci fu chi gridò al colpo di stato, chi invitò il Sud a una seconda secessione, chi accusò il presidente generale, un repubblicano, un moderatissimo, di avere violentato la costituzione e calpestato la sacralità del federalismo, allora religione della destra. E incrinato il diritto divino alla segregazione, difeso allora dai dixiecrats, dai democratici del sud. Ma il vecchio Ike, trincerato dietro le proprie cinque stelle, la propria storia e la certezza di essere fuori dalla politica, dopo due elezioni vittoriose nel 52 e nel 56, aveva dalla propria parte l arma finale. La Corte suprema degli Stati Uniti. I parà della aquile urlanti sbarcarono sulla capitale dell Arkansas brandendo una sentenza emessa tre anni prima, quando un saldatore di binari ferroviari, il signor Oliver Brown del Kansas, aveva fatto causa alla commis-

7 DOMENICA 23 SETTEMBRE 2007 LA DOMENICA DI REPUBBLICA 35 l esercito, in quella stessa US Army che l aveva protetta, combattendo anche in Vietnam, come volesse saldare un debito con quei soldati che le avevano aperto le porte della giustizia. «Uno di loro ricorderà un sergente afroamericano, piangeva di orgoglio come un bambino mentre ci scortava all ingresso e mi strizzò un occhio sotto l elmetto». È la sola che sia tornata a vivere, con i due figli, a Little Rock. Jefferson Thomas è contabile presso il ministero della Difesa, il Pentagono. Terrance Roberts è psichiatra. Gloria Ray divenne una esperta internazionale di cibernetica, pubblicata in 39 lingue, e vive a Stoccolma con il marito, Johannes Karlmark. Thelma Mothershed è insegnante in pensione a Chicago. Melba Patillo Beals, il cui cuore batteva come un martello pneumatico ma resse benissimo, è stata per 30 anni giornalista per il settimanale People e ora collabora con la rete televisiva Nbc. Poi c è Minnijean Brown, la ragazzaccia, la ribelle. Fu l unica, tra i ragazzi del 57, a non diplomarsi e a essere espulsa. Fu cacciata perché perse le staffe con le compagne che la chiamavano «negra» e versò una scodella di chile, di carne trita al sugo bollente nella camicetta della più noiosa. La vittima coperta di ragù svenne. Ma la civiltà occidentale, miracolosamente, sopravvisse. HIGH SCHOOL Nella pagina accanto, i nove di Little Rock nell annuario scolastico; le copertine di Life e Time dedicate a quell episodio; in alto, ancora i nove studenti nel 57 La testimonianza Liberarono tutti noi dalle catene N el 1957 i polmoni di mio nonno finirono per cedere. Morì a soli cinquantasei anni nel relativamente nuovo Ouachita Hospital, dove lavorava la mamma. Una parte troppo grande della sua esistenza era stata segnata da preoccupazioni economiche, problemi di salute e dissapori familiari, eppure era sempre riuscito a trovare qualcosa di positivo anche nelle avversità. Amava la mamma e me più di se stesso. Il suo amore e le cose che mi ha insegnato, spesso con l esempio come apprezzare i doni della vita e saper comprendere i problemi degli altri mi hanno reso migliore di quello che sarei stato senza di lui. BILL CLINTON COPPIA Bill e Hillary Clinton a Little Rock Il 1957 fu anche l anno della crisi della Little Rock Central High School. A settembre nove ragazzini neri, sostenuti da Daisy Bates, direttore dell Arkansas State Press, il giornale dei neri di Little Rock, furono iscritti alla Little Rock Central High School. Il governatore Faubus, ansioso di interrompere la tradizione dell Arkansas di governatori eletti soltanto per due mandati, si allontanò dalla tradizione progressista della sua famiglia (il padre aveva votato per Eugene Debs, eterno candidato socialista alla presidenza) e chiamò la National Guard per impedire l integrazione. Il presidente Dwight Eisenhower mise le truppe sotto il potere federale per proteggere gli studenti, che raggiunsero la scuola passando in mezzo a una folla inferocita che urlava epiteti razzisti. I miei amici erano perlopiù contrari all integrazione o apparentemente indifferenti al problema. Io non ne parlai granché, forse perché la mia famiglia non era particolarmente politicizzata, ma trovai detestabile l iniziativa di Faubus. Pur causando un danno duraturo all immagine dello Stato, Faubus non si era assicurato soltanto un terzo mandato di due anni, ma un ulteriore mandato di tre. In seguito cercò di rimettersi in gioco contro Dale Bumpers, David Pryor e me, ma a quel punto lo Stato era cambiato. I nove di Little Rock diventarono un simbolo di coraggio nella conquista dell eguaglianza. Nel 1987, in occasione del trentesimo anniversario della crisi, in veste di governatore li invitai a tornare. Organizzai per loro un ricevimento nella residenza del governatore e li accompagnai nella stanza in cui Faubus aveva orchestrato la campagna per escluderli dalla scuola. Nel 1997, per commemorarne il quarantesimo anniversario, si svolse una solenne cerimonia sul prato della Central High School. Al termine del programma il governatore Mike Huckabee e io tenemmo aperte le porte della scuola mentre i nove entravano. Elizabeth Eckford, che all età di quindici anni era stata profondamente scossa a livello emotivo per le malvagie aggressioni verbali subite mentre camminava da sola attraverso una folla inferocita, si riconciliò con Hazel Massery, una delle ragazze che l avevano schernita quarant anni prima. Nel 2000, nel corso di una cerimonia sul South Lawn, conferii ai «nove di Little Rock» la medaglia d oro del Congresso, un onorificenza creata dal senatore Dale Bumpers. Verso la fine dell estate del 1957 i nove contribuirono a liberare noi tutti, bianchi e neri allo stesso modo, dalle oscure catene della segregazione e della discriminazione. Così fecero per me più di quanto io avrei mai potuto fare per loro. Ma spero che quello che feci negli anni successivi, per loro e per i diritti civili, abbia reso onore alle lezioni imparate più di cinquant anni fa nel negozio del nonno. (Il brano è tratto da My Life di Bill Clinton 2004 Arnoldo Mondadori Editore Spa)

8 36 LA DOMENICA DI REPUBBLICA DOMENICA 23 SETTEMBRE 2007 l immagine Sguardi dal basso Full of Grace è un viaggio attraverso la storia dell infanzia dalla nascita della fotografia a oggi Dalla ragazzina in fuga dal napalm al piccolo John John Kennedy ai funerali del padre, ai cuccioli affamati delle favelas fino ai teenager figli della televisione Una carrellata sul lato tenero e feroce del nostro immaginario Piccoli ritratti del mondo dei piccoli CONCITA DE GREGORIO Degli appassionati di bambini, dice David Grossman, bisognerebbe diffidare. «Adoro i bambini» è una frase senza senso. Avete mai sentito qualcuno dire «adoro gli adulti?». «Quella persona piccola con la maglia rossa», protestava un furto di giocattoli l altro giorno al parco un treenne. Indicava al padre un coetaneo. Una definizione fantastica. Il bambino non sa di essere un bambino finché qualche adulto non glielo dice, finché non impara a inserirsi nella categoria sociale e anagrafica di appartenenza: fino a quel momento è una persona piccola, a volte minuscola. Una persona piccola con le trecce, una persona mediopiccola che prova a scrivere, una micropersona in culla che strilla. Le persone piccole possono anche essere, come ogni persona, sgradevoli. «Tenere e feroci», scriveva Montale, poiché «non sanno che differenza c è fra un corpo e la sua cenere». «Feroci e infernali», scriveva Jules Renard, il francese autore di Pel di Carota. Crudeli certi bambini di Gadda. Capriciosissimi certi altri di Meneghello. Alla voce bambini, dal Dizionario dei luoghi comuni di Flaubert: «Fingere una tenerezza lirica nei loro riguardi, quando c è gente». Giuseppe Pontremoli, il piccolo grande maestro che ci ha insegnato soprattutto ad ascoltare, ha scritto un libro che è in materia un antologia del sapere: Elogio delle azioni spregevoli, già il titolo non ammette ipocrisie, è una miniera di spunti di storie di poesie di musiche e di bambini. Bambini veri. Piccole persone a volte commoventi a volte cattive, belle e brutte, intelligenti e meno dotate, sane e malate, diritte, storte, tutte. Pontremoli era europeo, era italiano. Gli europei, cresciuti in un continente di una certa età piuttosto affaticato dalla storia, hanno si vede più confidenza con le contraddizioni, con la complessità, con le ombre nella luce. Riescono, non tutti ma alcuni con grande maestria, a nominare il dolore nel piacere e naturalmente viceversa. A non intenerirsi dei bambini come categoria, per esempio. Non è facilissimo, è anche impopolare rispetto alla cultura dominante e approvata dal grande I bambini suscitano davvero tenerezza, hanno una luce e una grazia speciale Qualcuno, però, no Si può dire? Si deve, si dovrebbe poter dire pubblico. «Fingere tenerezza lirica». Fingere, appunto. È un esagerazione anche questa, una licenza letteraria certo: non c è sempre bisogno di fingere, anzi. Nella maggior parte dei casi i bambini suscitano davvero tenerezza, hanno davvero una luce e una grazia speciale. Qualcuno, però, no. Si può dire? Si deve, si dovrebbe poter dire. È questa la parte che manca l ombra, l inquietudine ambigua che appartiene anche alle persone non adulte nelle quattrocento pagine patinate formato extra large, copertina rigida con foto in bianco e nero perfetta da esibire sul tavolo in salotto, del libro che si annuncia come «un viaggio attraverso la storia dell infanzia». L autore, Ray Merrit, filantropo e direttore di Unicef Usa, è americano. Energico, positivo, grande famiglia, bei cani in primo piano nelle foto. Presiede una quantità di fondazioni e di enti benefici. Devolve abitualmente i proventi, anche quelli di questo libro. È padre e nonno, è appassionato di fotografia. Il volume si intitola Full of grace e a noi che siamo cresciuti col Vaticano sotto casa e il crocifisso (forse, ancora) in classe fa pensare subito all Ave Maria. Piena di grazia il Signore è con te. Il titolo è invece, spiega Merritt, il frammento di una filastrocca per bambini del secolo scorso. Già da qui è chiaro che abitiamo continenti diversi. I bambini sono pieni di grazia, scrive l autore nell introduzione, perché «sono privi di preconcetti, non conoscono intolleranza, sono brutalmente onesti e incapaci di nascondere le proprie emozioni. Anche quelli rifiutati e in pericolo hanno la capacità di sopportare e di perdonare». Ne consegue un abbecedario di immagini meravigliose, bellissime anche quando sono terribili quelle di guerra, quelle di miseria e di abbandono perché inserite appunto in un contesto di armonia, di innocenza e di candore. La carrellata comincia centocinquant anni fa quando «è nata l infanzia come soggetto sociale», prima esistevano solo «i bambini»: questa la tesi dell autore alla quale moltissimo contribuisce, va detto, il fatto che nello stesso periodo nasceva anche la fotografia. Senza rappresentazione dei soggetti non avremmo avuto archivio d immagini né materiale per far sociologia. Da quando esistono le immagini esistono i simboli condivisi, le icone del tempo: il bambino del Ghetto di Varsavia che apre la fila dei deportati a braccia alzate, l Olocausto. La bambina nuda che fugge dal napalm, la Guerra. Il monello di Chaplin seduto sul marciapiedi, la povertà urbana alla vigilia della Grande depressione. Il bambino di Ladri di biciclette per mano al padre, da noi. John John Kennedy che gioca sotto la scriva-

9 DOMENICA 23 SETTEMBRE 2007 LA DOMENICA DI REPUBBLICA 37 ROSA SHOCK Nella pagina accanto, foto di Miguel Rio Branco, Amaù, 1999 (Per gentile concessione dell artista) STUDIO OVALE La prima foto in alto, John John Kennedy a 18 mesi gioca sotto la scrivania del padre poco prima della morte di Jfk IN STRADA A sinistra in basso, foto di Morris Humberland, New York, 1945 ((Per gentile concessione del Columbus Museum of Art, Photo League Collection) WONDERLAND Qui accanto, foto del 1863 di Lewis Carroll, l autore di Alice nel Paese delle meraviglie (Per gentile concessione della Library of Congress) MONELLI In alto a destra, foto di Jerome Liebling, New York, 1949 (Per gentile concessione dell artista e di Carol Ann Merritt) PULITZER In basso a destra, la foto storica di Nick Ut (Associated Press) del 1972: la ragazzina vietnamita Phan Thi Kim Phuc scappa nuda ustionata dal napalm lanciato dagli americani FOTO A P IL LIBRO Con 400 pagine e oltre 300 immagini raccolte in tutto il mondo in sei anni di lavoro, Full of Grace (Damiani Editore, 50 euro) racconta l infanzia dal 1850 a oggi. Un lungo viaggio percorso da Raymond W.Merritt, direttore del fondo Usa dell Unicef e dagli scatti storici di fotografi come Henri Cartier- Bresson, David La Chapelle, Robert Mapplethorpe, Sebastião Salgado e anche autori come Lewis Carroll Il volume (di grande formato) sarà in libreria dal 2 ottobre FOTO A P brandelli, quelle che dicono voglio stare qui, non voglio andare a scuola, voglio restare accanto a mia madre e lavorare con lei. Mancano i bambini che lavorano nei campi e nelle fabbriche dei paesi da cui arrivano nei nostri negozi merci sottocosto. E per quanto il capitolo Infanzia distrutta e la sezione Tragedia contengano tremende imnia del padre presidente, il nuovo corso della politica democratica. Jodie Foster bambina col cane che le scopre il sedere nella pubblicità di una crema solare, il benessere del nuovo boom economico. La piccola afgana con gli occhi di giada in copertina del National Geographic e poi in migliaia di quaderni, manifesti, locandine di convegni: il mistero e la bellezza dei popoli remoti e non ancora, in quel momento, minacciosi. Non tutte queste immagini sono nel libro di Merritt. Ce ne sono moltissime altre, naturalmente, ogni elenco è un libero arbitrio e si può anche decidere che per raccontare l illusione e la tragedia dell epoca Kennedy sia più adatta l immagine del piccolo John John che fa il saluto militare al funerale del padre, è un patrimonio del secolo anche quell immagine, o che per dire miseria basti uno scatto di Cartier-Bresson, meraviglioso naturalmente, di bambini fra le rovine della guerra civile a Valencia. Però ciascuno ha la sua galleria personale di fotogrammi in memoria. Accanto al bambino nudo della Plasmon, il bambino sovrano dei consumi e delle vite dal dopoguerra in qua, ci sono le gemelle sorridenti di Diane Arbus: identiche, stesso vestito di velluto stesso colletto bianco inamidato, cerchio di stoffa fra i capelli enormi occhi azzurri sgranati. Bellissime e terribili, hanno ispirato Shining. Accanto ai neonati seduti nel cavolo che tentano di allietare tutte le sale d aspetto di ospedale pediatrico c è la bambina con la bambola fotografata da Francesco Zizola in Angola, dietro di lei piccoli mutilati che giocano: anche quello era un progetto dell Unicef, uscì un libro intitolato Stati d infanzia, erano immagini che spiegavano del nostro tempo molto più di quanto non si riesca a dire. E dunque è bellissimo, sì, questo grande volume antologico di Merrit. È meritorio acquistarlo giacché si contribuisce con la spesa ad aiutare chi patisce sofferenze e privazioni. Però non ci si deve aspettare da questa carrellata di foto e dalle lunghe spiegazioni che le accompagnano niente che già non sia stato detto: nessuna associazione inedita, non uno sguardo dove il buio è più fitto. A noi che abbiamo visto le bambine del bordello di Calcutta nel documentario di Zana Brisky mancano le immagini delle piccole prostitute coi vestiti a Da quando esistono le immagini esistono le icone del tempo: il bimbo del Ghetto di Varsavia che apre la fila dei deportati, il monello di Chaplin sul marciapiedi magini di bambini mutilati, abbandonati, morti, nascosti in trincea, non c è mai un bambino che spara come molti se ne sono visti e se ne vedono, non un mini guerrigliero addestrato a mutilare i prigionieri, non un piccolo kamikaze vestito di bombe né un soldato decenne che imbraccia un fucile: non un bambino, insomma, reso cattivo dalla vita. Attore delle ferocia e non solo vittima della ferocia adulta, per quando poi si possa certo obiettare che quel bambino che tiene in mano la testa del suo nemico esibendola come un trofeo sia senz altro e sempre vittima, comunque vittima di un destino orrendo. Nella storia dei piccoli uomini pieni di grazia la ferocia dei bambini è bandita, non c è posto per spiegare che si tratta certo di ferocia indotta. Né un immagine di denutrizione (capitolo Fame, ancora Cartier-Bresson in Biafra) o di miseria (capitolo Povertà, il bambino asmatico nel celebre reportage sulle favelas di Rio pubblicato da Life nel 61) sono sufficienti a descrivere che cosa sia stata e sia oggi, nei bambini, la malattia. Lesley McIntyre, la fotografa inglese che in un altro libro fotografico ha raccontato la malattia di sua figlia, una bambina del tutto non autosufficiente, diceva che «il progresso della scienza ha reso enormemente più diffusa la malattia nell infanzia: sono milioni, attorno a noi, i bambini diversi». Anche questo è cambiato e anche questo nei centocinquant anni di storia delle piccole persone sarebbe importante documentare: una volta morivano prima di nascere o nascevano morti, morivano subito. Oggi i bambini che soffrono nelle loro sedie con le ruote, nei letti di ospedale a curarsi coi clown che provano a fargli dimenticare i capelli che cadono sono attorno a noi, sono milioni. Però certo che c è del buono nel progresso, è sempre un bene quel che di più si può avere e dunque persino la televisione, la cultura visiva della pubblicità, il lusso dei nuovi adolescenti americani che posano in costume da lolita o indifferentemente per un video di performance art sui teenager senza tetto di Seattle sono belli: dolorosamente belli, innocentemente belli. Indecentemente belli coi loro sguardi torvi e i loro piercing al naso e nella bocca. Vestiti di nero e coi teschi appesi al collo ma puliti, ben illuminati dai faretti del set, docili. Pieni di grazia, proprio.

10 38 LA DOMENICA DI REPUBBLICA DOMENICA 23 SETTEMBRE 2007 i luoghi Memorie di pietra Nella parte più alta e più antica di Ancona, vicino al forte Cardeto e al vecchio faro, c è il campo degli ebrei, la cui origine risale al Conta oltre mille lapidi e cippi, è una testimonianza unica nel nostro Paese. A lungo conteso, poi abbandonato, il cimitero è stato amorevolmente recuperato e viene adesso restituito alla vita della città Spoon River ebraica EMANUELA AUDISIO ANCONA Quattro secoli di tombe permettono di ricostruire la storia della diaspora attraverso l Europa e il Mediterraneo CANDORE Una veduta del campo degli ebrei di Ancona restaurato Ivivi e i morti. La collina, e sotto il mare. Il verde, il blu, la distesa del cielo, le onde che portano gli sguardi di chi arriva e di chi non è mai più partito. Altri, ermi, colli, sull infinito Adriatico. Terra, aria, libertà. Si passeggia tra quello che sei e quello che sei stato. Come un disegno di Pratt, come un oceano di Cemak, come un western di Ford. Perché i lutti del mondo sono una spina che ti porti dentro, non una cicatrice che devasta. Vegetazione bassa, cespugli e arbusti, fichi, cachi, meli, ginestre, e solo in lontananza un boschetto di olmi, forse perché si pensava agli alberi come un limite alla circolazione dell aria. La banalità del male, ma anche del bene: tutto insieme, mescolato da tempo, uomini, natura e religioni. I danni dell incuria, le carezze di chi vuol riparare, i ricordi spezzati. I su e giù della vita, le curve, le sconnessioni, le storture e le stratificazioni dal 7 novembre C era una volta e c è ancora, il campo degli ebrei, il più antico d Italia. Tutto in pendenza, con il vento che spazza e raccoglie le mareggiate della storia: la polveriera Castelfidardo, il forte Cardeto, il vecchio faro, il monastero di Santa Caterina, il baluardo di San Paolo, le fortificazioni monte Cappuccini, il cimitero ortodosso o degli inglesi. Il sedicesimo secolo mischiato con il diciannovesimo, ma anche l età del bronzo e le tombe di epoca picena. Ya aqov e Giuditta, moglie di Mordekay Cagli, morta nel 1604, Ysra el ben Šemu el Dawid Terni, uomo alieno dal male, Diamante Senigallia, figlia di Ester, deceduta nel 1750, Moseh Hayyin Foah, medico provetto, dipartito nel 1783, la signorina Rahel Simhah Malkah di appena sette anni, scomparsa nel 1846 e l anziano Yishaq Hayyim Yehi che se n è andato nel Un parco rettangolare di quindicimila metri quadrati, tra i più grandi d Europa, circa 1058 tra lapidi e cippi, solo 735 nella loro collocazione originale, anche se rovinate e sradicate dal terreno. Molte recuperate dal mare o sulla spiaggia, e conservate dai militari che avevano acquisito una parte del suolo. La storia di un cimitero che è in una zona di costa strategica, sopra Ancona appunto, dove i morti hanno dovuto convivere con altre esigenze e dove l ordine cronologico è dato dai differenti tipi di pietre tombali. Quelle cinquecentesche sono in genere delle lapidi molto semplici, con iscrizioni in ebraico, che in alcuni casi è stato possibile trascrivere e tradurre, identificando le generalità del sepolto. Del Cinquecento però sono anche due tombe importanti, una con stele a forma di tempietto e l altra che è in realtà un monumento funebre complesso, composto di tre elementi indipendenti. Solo verso il Settecento, mano a mano che la comunità ebraica anconetana cresce, le pietre funerarie diventano più elaborate, a forma di cippi cilindrici, con ampie iscrizioni. Nell Ottocento compaiono per la prima volta scritte bilingue, in ebraico e in italiano. Spesso anche sbagliate, perché ad incidere le lettere erano artigiani cristiani che non conoscevano il senso di quello che ricopiavano. E poi i nomi che appartengono ai morti, ma che sono tuttora dei vivi e dicono molto di viaggi, migrazioni, ghetti. Gli Alcostantini che venivano da Costantina, versione ebraica per Costantinopoli, ebrei sefarditi, provenienti dalle attuali Spagna e Portogallo, costretti alla fuga. Il prefisso Al testimonia l assimilazione con la lingua araba. Gli Algranati, perché originari di Granada in Andalusia. Gli Anau, cognome tra i più antichi, appartenente a quel primo gruppo di quattro famiglie deportate dall imperatore Tito a Roma. Azulay, di origine castigliana: i componenti di questa famiglia, dopo l espulsione dalla Spagna, si spostarono a Fez, a Hebron, fino a Gerusalemme. I Bellinfante, d origine portoghese, poi trasferitisi a Belgrado e ad Amsterdam come rabbini e dotti. Calef da Haleb, l attuale Aleppo in Siria, i Foah provenienti da Foix, nell Ariège, Francia, i Campos, in viaggio dalla cittadina spagnola di Campos, presso Murcia, i Cardoso, famiglia di ex marrani di origine sefardita, presenti soprattutto in Marocco dalla prima metà del Cinquecento come commercianti e finanzieri apprezzati dal sultano. E quelli il cui nome significa qualcosa: Benporat, che nella Bibbia vuol dire abbondanza, Cohen in ebraico sacerdote, Hay che sta per vita, Yonah per colomba, Malak per angelo, Musatti per Mosè, Ohev per amato, Sofer per scrittore, Soref per orefice, Sulhanì per banchiere. Intanto si cammina tra pezzi di Bibbia: Levi, nome del terzo figlio di Giacobbe e di Leah, Perez, figlio di Giuda e Tamar. Quelli che si chiamano come le città e sembrano un ripasso di geografia: Camerino, Ascoli, Fermo, Castelli, Cesani, Cingoli, Macerata, Mondoldo, Montefiore, Muggia, Osimo, Perugia, Pinto, Sonnino. E Terni, Volterra, Ottolenghi, Viterbo e Senigallia, di cui si è sempre detto «mezza ebrea, mezza canaglia». E quelli che mischiano origini e significati: Portaleone che deriva dalla porta (Šaar) sul cui architrave era scolpito un leone (Aryè) nel quartiere romano vicino al ghetto. Quando sul finire del XII secolo il papato si spostò ad Avignone, gli ebrei, che erano medici e banchieri, furono costretti ad emigrare in altre zone d Italia. È una terra combattuta quella del cimitero ebraico, perché dal Cardeto si domina mare e collina, perché la storia si è sovrapposta alla religione, e l anima alla materia. Nel 1428 l università israelitica acquista dal proprietario Giovanni Di Biagio Giannelli il diritto di seppellire i propri morti in un posto confinante con il «campo della mostra». L area è all ingresso sud della città. Nel 1438 c è la costruzione di un muro di recinzione a difesa del cimitero, nel 1462 il campo viene ampliato, comprando la terra di Francesco Giovanni di Buscaratti fuori Porta S. Pietro. Ancona cresce, arrivano molti ebrei dall Oriente. Nel 1698 viene acquisito un terreno con alberi da frutta dai frati minori del convento di San Francesco delle Scale. È un momento in cui il cimitero collettivo testimonia i cambiamenti della società, la pratica medievale delle sepolture nelle chiese viene abbandonata. Il pensiero illuminista cerca soluzioni ai problemi di ordine religioso, sanitario, urbano e sociale. FOTO DANIELE CIMINO Nel 1798, in epoca napoleonica, parte del campo viene confiscato per motivi strategici e inutilmente richiesto dai militari, che comunque vi si attestano con una serie di strutture e installazioni. È la posizione ideale per difendersi. C è una buona vista e si può dominare il pericolo. I morti tra i piedi sono solo impicci, amorevoli resti che danno fastidio, figurarsi il valore botanico dell area. Nel 1815, con la restaurazione pontificia, la proprietà viene restituita e nel 1919 è riconsegnato agli ebrei anche «il terreno assegnato al Genio militare». Ma si capisce, quel cimitero tra mare e cielo non è neutro. Nel 1841 si fanno ancora accertamenti, ma l inquisitore Fra Vincenzo Sallua ribadisce la proprietà israelitica, nel 1860 un progetto del Genio militare pontificio vuole costruire un muro che unisce forte Cardeto con forte dei Cappuccini. I morti non sono una buona difesa. Nel 1863 la comunità cede un pezzo di terreno per la realizzazione di un «pirotecnico», un polveriera insomma. Il 5 agosto il cimitero muore perché nasce Il Genio militare rivendicò per sé il terreno, dapprima a scopi difensivi e poi per costruirvi una polveriera quello di Tavernelle. Il campo degli ebrei finisce la sua vita, si concede l abbandono. I bombardamenti dell ultima guerra fanno il resto. Salta in aria con le lapidi anche il loro ricordo. Che male fanno i morti? Bè intanto stanno lì, non si muovono. Si perde invece la memoria, sulle tombe rimaste si va a fare un po di vandalismo quotidiano, anche il tiro a segno. Tanto non sono di nessuno, il campo è ridotto a una discarica, il passato non ha mai guardie del corpo in attività. Però nel 2002 basta, il degrado viene fermato, si recupera, si pulisce, torna l affetto per quell angolo di terra così straordinario. E domenica si festeggia il progetto che ha come slogan «dal museo della città al museo nella città», con uno spettacolo itinerante di narrazione collettiva, La pietra del tempo, del teatro Terra Terra. Perché il campo degli ebrei ora non è più solo, né terra di confine, ma fa parte di un primo nucleo della rete culturale urbana, che mette in relazione il museo della città, il Centro di documentazione storico comunale e l area del Cardeto. Tutti insieme appassionatamente non per un luogo di morte antica, ma di vita moderna. Grazie ai nuovi finanziamenti ottenuti recentemente dall assessorato alla Cultura e che si estenderà ad altri poli culturali urbani come la Pinacoteca Podesti, la Biblioteca Benincasa, la Mole Vanvitelliana, il Teatro delle Muse. E così si potrà al tramonto fare due passi sulla casa di Mosè Fermi, tomba 1053, che è andato in cielo nel 1789 e che ora è tornato sulla Terra con una nuova vita. Chissà prima dove l avevano gettato e dimenticato. Perché il parco del Cardeto è sentire che i morti vivono, è avere voglia di correre, urlare contro il vento, sfidare il mare. Di fare tutte quelle cose sbagliate che per una volta fanno sembrare giusto un museo. Perché prendersi cura del passato è sistemare il futuro, dandogli spazio nel presente. Niente amen, meglio quattro calci al pallone.

11 DOMENICA 23 SETTEMBRE 2007 LA DOMENICA DI REPUBBLICA 39 ISAY PINTO, 1552 «Pietra sepolcrale del signor Isay Pinto, su di lui sia pace, scomparso il 3 Adar II dell anno 5312» Le lapidi più antiche sono anche le più semplici, tanto nelle decorazioni che nelle iscrizioni. Tutte riportano comunque l anno del calendario ebraico VITTORIA MOGLIE DI YISHAQ SIPPEL, 1645 «Pietra sepolcrale dell onorata signora Vittoria, moglie del rabbino Yishaq Sippel, lo protegga la sua Roccia e il suo Redentore, scomparsa lunedì 8 Av 5405». La lapide che ricorda il marito di Vittoria è quella subito qui accanto a destra YISHAQ SIPPEL, 1662 «Pietra sepolcrale del rabbino maggiore Yishaq, figlio del nostro maestro il signor Moseh Sippel, scomparso la notte dell uscita del santo sabato e fine di Kippur 11 Tisri 5423». La maggior parte delle lapidi ricordano figure eminenti della comunità YOSEF YEHUDAH BEN SIMSON MORPURGO, 1786 «Lapide tombale del vecchio ed elevato signor Yosef Yehudah, il suo riposo sia nell Eden, figlio del rabbino maggiore il provetto medico Simson Morpurgo. Il ricordo del giusto sia in benedizione, la cui anima è passata alla vita eterna...» YA AQOV SELOMOH TERNI, 1813 «Qui giace un uomo. Pietra sepolcrale del venerando Ya aqov Selomoh Terni, il suo riposo sia nell Eden, dipartito per l eterna dimora la notte del sabato santo, capomese di Nisan dell anno » SARAH PERUGIA, 1845 «Mia cara moglie, chi mi consolerà della tua perdita Segno della tomba della distinta e onorata Sarah, moglie di Moseh Perugia, il suo riposo sia nell Eden, dipartita per l eterna dimora il giorno [...] dell anno 5605 della creazione del mondo» BENVENIDA QORQOS, 1584 «Pietra sepolcrale della signora Benvenida moglie di Semuel Qorqos scomparsa martedì 18 di Sevat dell anno 5544». Si tratta di una tra le lapidi più antiche, ma anche relativamente più semplici da decifrare, in virtù della sua semplicità. Le difficoltà di interpretazione delle iscrizioni in ebraico derivano non solo dalle ingiurie del tempo, ma anche dal fatto che gli scalpellini cristiani commettevano spesso errori usando un alfabeto che non conoscevano e il cui significato gli era oscuro FOTO DANIELE CIMINO SENZA NOME Questa lapide, severamente danneggiata, non è stata ancora trascritta e tradotta Il progetto di restauro dell antico cimitero ebraico di Ancona è stato curato dall architetto Giovanna Salmoni dello studio Salmoni Architetti Associati YISHAQ HAYYM YEHI EL LEVI, 1856 (5615) «Dopo gli anni di fatica che ho vissuto in mezzo a questo mondo, qui ho atteso di trovare nella mia quiete riposo alla mia anima. Sofferenze amare in abbondanza ho patito [...] Il peccato della colpa della mia anima sia perdonato...»

12 40 LA DOMENICA DI REPUBBLICA DOMENICA 23 SETTEMBRE 2007 CULTURA* Ormai ottantenne il premio Nobel per la letteratura scrisse un piccolo dizionario in cui racchiudeva decenni di battaglie civili. Solo ventisei voci, da Asinino a Zelo : definizioni e illustrazioni all insegna dell autoironia. Ora viene pubblicato in Italia per la prima volta questo antidoto contro ogni fanatismo I DISEGNI Le illustrazioni di queste pagine sono tratte dall Alfabeto del buon cittadino e comparivano anche nell edizione originale del 53. Sono di Franciszka Themerson, pittrice, illustratrice e moglie del regista Stefan Themerson, entrambi molto amici di Bertrand Russell Virtù: Sottomissione al governo. Assurdo: Sgradito alla polizia Libertà: Il diritto di obbedire alla polizia Da quando Adamo ed Eva mangiarono la mela, l uomo non si è mai astenuto da nessuna follia di cui fosse capace

13 DOMENICA 23 SETTEMBRE 2007 LA DOMENICA DI REPUBBLICA 41 Russell Alfabeto La beffa del libertario ingenuo MICHELE SERRA gratitudine che proviamo per gli intellettuali e i pensatori aumenterebbe di molto se costoro provassero, almeno ogni tanto, a «La semplificare le cose complicate piuttosto che a complicare le cose semplici. È uno dei più celebri aforismi di lord Bertrand Russell ( ). No, non è vero, vi sto imbrogliando. La frase è mia. Diciamo che è l omaggio di un lettore tardivo. Un apocrifo (uno scherzo, ma anche un ringraziamento) scaturito dalla breve lettura di un minuscolo librino di Russell, appena pubblicato in Italia dalla casa editrice Nutrimenti, a cura di Simone Barillari. Il libro ha un titolo quasi più lungo dell intero testo: L alfabeto del buon cittadino e Compendio di storia del mondo (a uso delle scuole elementari di Marte), e venne concepito da Russell nel 1953, in combutta con una coppia di amici polacchi, lui regista lei disegnatrice. Russell, che tre anni prima aveva ricevuto il Nobel per la letteratura ed era un divulgatore politico e filosofico tra i più conosciuti del pianeta, fece omaggio del testo ai suoi due compari di chiacchiera e di movimento, i coniugi Themerson, già editori-tipografi di artisti come Queneau e Jarry. La donna, Franciszka Themerson, provvide a illustrarlo, molto efficacemente, con fulminei schizzi satirici, qualcosa a metà tra Grosz e Steinberg. Una pomposa edizione in brossura dell Alfabeto, con copie numerate e firmate dall autore, venne spedita in libreria il primo di aprile, quasi l autoparodia di uno scrittore allora circondato da una quasi monumentale fama di vate del pacifismo, della non violenza, del pragmatismo laico e democratico. Un venerabile e venerato Grande vecchio (considerandone il calibro internazionale, diciamo un Bobbio al cubo, per capirci) che, a ottant anni suonati, trovava del tutto esilarante riassumere il suo ingombrante carisma intellettuale in uno scherzetto editoriale piuttosto ben concepito: titolo enciclopedico (l alfabeto, il compendio della storia del mondo), svolgimento miniaturizzato. Come aprire un forziere e trovarci dentro una pillola. Per capire il genere: il Compendio di storia del mondo (parte seconda dell Opera, potremmo dire stando allo scherzo) è lungo una riga e mezzo, e così recita: «Da quando Adamo ed Eva mangiarono la mela, l uomo non si è mai astenuto da nessuna follia di cui fosse capace». Fine. Effettivamente, è un compendio di qualche efficacia. Anche se decisamente incompleto. Oggi potrebbe apparirci come dire? moralista nella sconsolata attribuzione di tutti i mali dell umanità (guerre, violenza, ingiustizia, strapotere) alla follia, dunque al tradimento della logica e del buon senso nei quali il matematico Russell faceva risiedere i soli fondamenti di un pensiero «utile e buono». Ma a più di mezzo secolo di distanza, e soprattutto leggendo alcune voci dell alfabeto russelliano di cui dirò subito dopo, questa estrema semplificazione, seppure usata anche per esorcizzare umoristicamente la propria fama di intellettuale, non ci fa solo tenerezza. Ci desta anche invidia. La tenerezza liquidiamola subito sta nel ritrovare in Russell tutta la fondamentale ingenuità dell Utopia (in questo caso, non dimentichiamolo, l utopia democratica, pacifista e ugualitaria, non la palingenesi comunista). L invidia è subito accanto: quell ingenuità, dieci anni dopo la fine della guerra e del nazismo, dieci anni prima la nascita dei movimenti libertari più imponenti del secolo, era anche integrità. Come se quasi ogni idea fosse ancora spendibile, ogni speranza lecita, ogni drastico giudizio anti-gerarchico fosse Giu- sto! (maiuscolo e con il punto esclamativo). Così, nell alfabeto di Lord Russell, vige la sistematica e gioiosa intenzione di farsi beffe di quello che, di lì a poco, si chiamerà conformismo borghese e/o potere costituito, quelle opinioni di maggioranza che allora erano ancora tutte ben schierate e solide, anche loro in fin dei conti ingenue e intatte. Vedasi la definizione russelliana di Virtù: «Sottomissione al governo». E all opposto quella di Assurdo: «Sgradito alla polizia». O quella di Libertà: «Il diritto di obbedire alla polizia». Per capire quanto si siano rimescolate le carte, in questo ultimo mezzo secolo, potremmo limitarci alla nota considerazione arbasiniana secondo la quale, a furia di trasgressione e trasgredire, non hanno più senso alcuno né la norma né la trasgressione. Oggi neppure il più ottuso dei no global penserebbe che la sola libertà concessa è «obbedire alla polizia», e neppure il più legalitario dei conformisti (ma i conformisti sono legalitari, oggi?) penserebbe che sia assurdo quanto è sgradito alla polizia. Quanto al Potere, ci pare sempre più evidente che la tutela e il mantenimento dei suoi meccanismi siano affidati piuttosto ai supermercati che alla polizia, al ciclo dei consumi e dei bisogni indotti piuttosto che a obbedire al governo, attività, quest ultima, che francamente non sembra di particolare attualità. (L obbedienza non solo non è più imposta. Non è neanche richiesta). E dunque, politicamente parlando, ci verrebbe voglia di rileggere Herbert IL LIBRO Sarà in libreria da domani per la prima volta in Italia l abbecedario satirico illustrato che Bertrand Russell pubblicò nel Si intitola L alfabeto del buon cittadino e Compendio di storia del mondo (a uso delle scuole elementari di Marte) (Nutrimenti, 80 pagine, 7 euro). Il volume è a cura di Simone Barillari Marcuse piuttosto che Bertrand Russell. Diciamo, allora, che la freschezza, il vigore e la pulizia di questo libriccino non stanno nella sua forza politica. Non nella sua attualità rispetto all odierno senso della legge o della libertà o della democrazia. (Anche se il recentissimo caso del G8 genovese ci fa capire che essere sgraditi alla polizia non è così indolore, nonostante tutto ). La freschezza, il vigore e la pulizia di questo libriccino stanno nella sua capacità di rievocare, così in breve e così spiritosamente, i fondamenti del pensiero antiautoritario di tutte le epoche, speriamo anche delle prossime. A partire dalla prima definizione (Asinino: «Quello che pensi tu»), lo spirito di Lord Bertrand è pervaso dal disprezzo per l arroganza, per le asserzioni indimostrate, per l Assoluto, per ciò che è dogmatico e per ciò che è fanatico. La stessa icona russelliana, quella del flemmatico e ironico aristocratico inglese con pipa e sguardo sornione, rimanda alla riflessione razionale, al senso del limite come baluardo della ragione (mai come in Russell il buon senso è rivoluzionario), alla misura e all ironia come antidoti alla vanagloria e alla violenza. Russell era anti-ideologico perché anti-idealista, anti-romantico perché anti-emotivo, ma proprio per questo solido ancoraggio alla ragionevolezza di ogni possibile assunto, il suo alfabeto contiene ancora oggi punte molto acuminate. La beffarda definizione di Saggezza, per esempio, è «le opinioni dei nostri avi», illustrata da due scimmie appese per la coda. Ne si apprezza (almeno, ne ho apprezzato assai) la potenza liquidatoria rispetto al fardello della tradizione e delle radici che tanto ci tormentano e forse ci offuscano, oggi che in così tanti considerano saggio difendersi dal mondo tornando ai Lari e ai Penati. Che goduria, scusate l espressione un po da bar, scoprire che un vecchio laico e scientista del secolo scorso si sentiva allegramente in diritto di pensare ai nostri avi come a scimmioni retrogradi, le cui vetuste convinzioni e superstizioni andrebbero spazzate via una per una per avere qualche possibilità di migliorare davvero il mondo. E che dire di Sacro, la cui definizione russelliana è «sostenuto per secoli da schiere di pazzi»? O di Cristiano, quasi sadicamente definito «contrario ai Vangeli»? E chi lo spiega a Berlusconi che già cinquant anni fa il giochino paranoico di chiamare comunista a vanvera chiunque non lo assecondi era perfettamente noto a Russell, vedi la definizione Bolscevico: «Chiunque abbia opinioni che non condivido»? Quello che voglio dire, rileggendo Russell, è che dentro l ingenuità libertaria si ritrova anche la radicalità, e che se butti via la prima non sei sicuro di poterti tenere la seconda. Noi occidentali viventi abbiamo rinunciato alla radicalità in parte per ragioni nobilissime (ci pareva rozza e pericolosa, fonte di fanatismo), in parte per ragioni assai meno confortanti (il mondo ci sembra troppo complicato e confuso per sperare di ritrovarne il vero bandolo ). Ma in Russell, il principio di radicalità torna a essere qualcosa di semplice, di schietto e di utile, è la convenzione secolare da contraddire e smascherare, è la verità empirica, umile e faticosa, che fa a pezzi la Verità dogmatica, è l allegria antigerarchica, è il no luminoso e sereno che si deve contrapporre all arbitrio o al conformismo. È la disobbedienza disarmata. Bertrand Russell, che pure, come leader di pensiero, venne offuscato di lì a pochi anni da intellettuali molto più giovani di lui e quasi tutti marxisti, ebbe grande popolarità e fortuna editoriale nel dopoguerra e fino all ondata anti-autoritaria dei Sessanta, per la quale riuscì a simpatizzare nel crepuscolo della sua vita. Durante la Prima guerra mondiale era stato sei mesi in galera per propaganda antimilitarista, e dunque era un militante pacifista di lungo corso, e già molto temprato. Oggi il suo humour, il suo anticlericalismo, il suo razionalismo autoironico ma fiero ci rimandano, come dire, alle sorgenti di tante delle cose accadute di lì in poi, e guastatesi da lì in poi. Ci fanno decisamente riflettere sulla piega grevemente ideologica che i vari movimenti presero dai Settanta in giù: per Russell radicale significava antiassolutista, rivoluzionario voleva dire anti-dogmatico, e possiamo facilmente capire perché tra i ragazzi barbuti e molto rivoluzionari degli anni seguenti il matematico e filosofo non fosse più letto né amato, non potendo fornire nessuna lettura palingenetica della Storia. Nel frattempo la Storia si è un po riavvoltolata su se stessa, e molti dei rivoluzionari di allora si sono riavvoltolati pure loro, come tarme di quel tappeto costrette a seguirne le sorti. Il vecchio democratico non-rivoluzionario Russell si vendica allegramente, venendo a ricordarci cinquant anni dopo, e a giochi ormai fermi, che comunque sia, rivoluzione o non rivoluzione, socialismo o non socialismo, almeno una cosa è molto chiara: discendiamo dalla scimmia, crediamo in un sacco di scempiaggini superstiziose e solo l umile esercizio della ragione può salvarci. E se il solo vero assunto rivoluzionario fosse questo? PS Troppo divertente per essere omessa la definizione di Xenofobia: «L opinione andorrana che gli abitanti di Andorra sono i migliori».

14 42 LA DOMENICA DI REPUBBLICA DOMENICA 23 SETTEMBRE 2007 SPETTACOLI Una giornata negli studios dove nascono (e si moltiplicano) le creature fantastiche che popolano i film più amati dai ragazzini di tutto il mondo. Qui si sforna una pellicola di successo all anno grazie alla straordinaria combinazione di intuizione, tecnologia e umorismo. Qui è stato partorito anche Ratatouille che ha già incassato duecento milioni di dollari negli Stati Uniti e che promette di sbancare il botteghino in Italia CARS Distribuito dalla Walt Disney Company, il sesto film Pixar ha per protagoniste le automobili È uscito nel 2006 Skateboard e pastelli così lavorano gli inventori dei sogni TOY STORY 1995: ecco il primo lungometraggio sviluppato in computer grafica dalla Pixar A BUG S LIFE Uscito nel 1998, stupì i bimbi raccontando la vita di una colonia di formiche vessata dalle cavallette Protagonista-eroe la formichina Flik che salverà la colonia ANTONIO MONDA EMERYVILLE (Stati Uniti) Iviali del quartiere in cui è situata la Pixar non hanno nulla di spettacolare o di attraente e se si ha la sventura di sbagliare strada ci si trova improvvisamente nel mezzo di una zona povera e rischiosa. Il nome del viale principale, intitolato a Martin Luther King, testimonia l orgoglio di una popolazione che vive a pochi passi da quella che è riuscita a realizzare i propri sogni ed è invece costretta a lottare ogni giorno per dimostrare che l America è una promessa che prima o poi verrà mantenuta. Quando Steve Jobs, John Lasseter ed Ed Catmull fondarono la Pixar, oltre vent anni fa, avevano in mente un idea di sogno molto diversa da quella del reverendo King, ma la loro intuizione e la loro caparbietà hanno incontrato il successo. Quella straordinaria combinazione di intelligenza, fantasia e umorismo che è possibile ammirare nei film che la Pixar produce ormai con cadenza annuale, si riflette anche nel luogo di lavoro: un esempio più che un eccezione nel quartiere di Emeryville, agglomerato urbano della zona industriale della baia di San Francisco. Sin dall inizio i film della Pixar hanno avuto l ambizione di parlare a tutti, sia negli Stati Uniti che nel resto del mondo, e GENIO ALL OPERA Un creativo Pixar al lavoro e a destra una serie di schizzi per il film Alla ricerca di Nemo del 2003 RATATOUILLE Il nuovo film della Walt Disney-Pixar (nelle sale dal 17 ottobre) racconta la storia di Remy, un topolino francese che sogna di diventare un grande chef Edizioni Dedalo una delle prime cose che mi dice con entusiasmo una giovane addetta alla pubblicità, è che l ultimo film di animazione, Ratatouille (la divertentissima storia di un topo che vuole diventare chef a Parigi), ha incassato duecento milioni di dollari sul mercato americano e si prevede che ne incasserà trecento nel resto del mondo. Stiamo parlando di incassi al botteghino, ormai solo una frazione del profitto complessivo generato da merchandising, videogiochi, dvd e diritti televisivi. Per accedere agli studios si oltrepassa un piccolo passaggio a livello dove vengono controllati i documenti e si attraversa un viale interno che costeggia un campo di calcio in erba dove giocano a fine giornata o durante le pause gli impiegati. È il primo segnale della diversità dell ambiente e si capisce il rammarico di chi racconta che sul luogo dove si trova il campo presto verrà costruito un nuovo padiglione della Pixar: l edificio originale, destinato a seicento impiegati, ne contiene già mille. L impressione è di trovarsi all interno di un campus universitario di lusso e la sensazione è raffaorzata dal campo di beach volley, da una piscina esterna riscaldata e da una palestra degna di un club esclusivo di Manhattan. Ma è solo entrando nell edificio che ci si rende conto della peculiarità del luogo. All ingresso due enormi pupazzi che raffigurano i protagonisti di Monster & Co e l enorme bancone del portiere pieno di giocattoli e gadget. L edificio, disegnato dallo studio Colin Masters Il DNA e il nostro corpo Cosa dobbiamo sapere sulle biotecnologie Uno sguardo sulle più moderne tecniche della biotecnologia, i princìpi fondamentali che governano la vita e gli strumenti utilizzati dagli scienziati per indagare e intervenire sul nostro corpo. La crisi energetica nel mondo e in Italia Da Enrico Fermi ed Edoardo Amaldi a oggi a cura di Carlo Bernardini e Giorgio Salvini Il problema delle risorse energetiche assilla ormai tutto il mondo. Enrico Fermi ed Edoardo Amaldi hanno dato origine a nuove opportunità. Tra queste, l energia nucleare: possiamo ignorarla? Bohlin, Cwinski & Jackson, vuole assomigliare a un gigantesco magazzino svuotato. La struttura è in vetro, legno e mattoni (pochi i dettagli in ferro, relegati soprattutto a delle enormi architravi) ed è sviluppata intorno a un enorme atrio vuoto nel quale c è il ristorante self service, qualche divano sparso per riunioni estemporanee, un tavolo da ping pong, un biliardo e un biliardino. Sui muri campeggiano grandi quadri, esposti con l autorevolezza che si attribuisce all arte autentica: ritraggono scene e personaggi delle ultime produzioni e in questo periodo il trionfatore è Remi, il protagonista di Ratatouille. All ingresso degli uffici mi vengono incontro due disegnatori in skateboard. Girano l angolo e si avviano verso due casupole coloratissime. Gran parte dei dipendenti si aggira in quel modo anche all interno della Pixar. Da una terza casetta fuoriesce un bambino, anch egli in skateboard, che si limita a girare intorno al piccolo edificio e a dirigersi al bagno. La mia guida spiega che gli impiegati portano spesso i loro bambini, i quali si divertono molto. «Gli animatori hanno a disposizione un budget per costruirsi il loro ufficio con totale libertà», continua, «e molti si sono costruiti una piccola casa all interno della struttura». Ce n è una rosa piena di poster cinematografici, un altro ha optato per il verde con mappe geografiche e poster francesi. Un terzo ha sfondato il proprio muro per farvi entrare, minacciosamente, uno squalo. All esterno delle case sono appoggiati oggetti di modernariato: c è un disegnatore che ha acquistato su ebay l enorme lettera D originale della Disneyland e un altro che ha arredato tutto il suo spazio come se fosse il salotto della nonna: mobili polverosi, divani sgualciti, un pianoforte ed una televisione anni Sessanta. Le case formano un piccolo viale che ogni tanto si allarga in una piazzola, dove ci sono angoli per sedersi, una specie di salotto, un bar, e persino un campo da minigolf. Nello spiazzo interno centrale, una batteria e degli strumenti musicali. «Ogni venerdì sera c è una festa: si suona

15 DOMENICA 23 SETTEMBRE 2007 LA DOMENICA DI REPUBBLICA 43 I RIVALI DREAMWORKS Fondata nel 94 da Steven Spielberg e altri due soci, con il contributo del cofondatore della Microsoft Paul Allen, ha ottenuto il successo planetario con la saga dell orco Shrek di cui è nelle sale il terzo episodio BLUE SKY STUDIOS Fondata nel 1987 da ex creativi Disney fu incorporata dieci anni dopo dalla 20th Century Fox I loro film di animazione più famosi sono i due episodi del ciclo dell Era glaciale e Robots SONY PICTURES La divisione Animation del colosso dell entertainment fondata nel 2002 ha raggiunto il successo l anno scorso con Open Season, noto in Italia come Boog & Elliot a caccia di amici RAINBOW CGI Miracolo italiano esportato nel mondo Lo studio di animazione romano nato l anno scorso ha lanciato le Winx che fatturano in tutto il pianeta 1,5 miliardi di dollari soltanto di merchandising STUDIO GHIBLI Fondato nel 1985 da Hayao Miyazaki, il più grande disegnatore di anime, ha sfornato alcuni dei capolavori del cinema di animazione come Principessa Mononoke e La città incantata ALLA RICERCA DI NEMO Nemo, pesce con una pinna atrofica, è il protagonista del successo del 2003 Oscar 2004 come miglior film d'animazione MONSTERS & CO. È il quarto film nato dalla collaborazione tra Disney e Pixar, è uscito nelle sale nel Un altro successo GLI INCREDIBILI Diretto nel 2004 da Brad Bird, è il sesto lungometraggio della Pixar. Il primo in cui i protagonisti sono esseri umani e si beve proprio qui dentro. Sono gli stessi dipendenti a esibirsi e a servire al bancone e sono in molti a rimanere qui sino a tardi». Ci sono poi le feste a sorpresa, come quella organizzata per i sessant anni di Ed Catmull, innamorato delle Hawaii: i mille impiegati sono scesi in pista al suono del più grande virtuoso mondiale di ukulele. L intera struttura è stata progettata con l intento di valorizzare al massimo la produttività degli animatori e degli impiegati, offrendo un luogo di lavoro che abbia ogni tipo di comfort e la seduzione di una libertà apparentemente assoluta. Ma non c è nessuno all orizzonte che non dia l impressione di sollievo e relax. «Negli ultimi giorni prima della consegna del film lavoriamo sino a cento ore la settimana», mi racconta Guido Quaroni, che insieme al programmatore Luca Fascione e allo story artist Enrico Casarosa è uno dei tre italiani che hanno raggiunto un ruolo di rilievo alla Pixar. È di Monza e fino al 1994 lavorava da precario per una ditta informatica di Vicenza. Un giorno, un software che aveva disegnato arrivò miracolosamente sotto gli occhi di un dirigente della Pixar, che ne è rimasto impressionato. Nel giro di poche settimane Quaroni ha cominciato a lavorare a Emeryville. Ora è il responsabile del lavoro e della creatività di cento persone e sta seguendo la preparazione di Toy Story 3, il film che la Pixar distribuirà nel 2010 dopo Wall-E(la storia d amore tra due robot ambientata in un pianeta Terra abbandonato dagli esseri umani) e Up. Mi spiega che la libertà espressiva che viene garantita ai registi più noti si riflette nella totale libertà in cui viene gestito il lavoro. «L importante è rispettare con precisione le consegne e gli impegni: questa azienda riflette la filosofia di un Paese che esalta il principio di responsabilità e di merito. In questo periodo lavoro sei-sette ore al giorno, ma so che le ultime settimane sarà completamente diverso e capisco perché all interno della Pixar c è la possibilità di pranzare, cenare e anche di lavare la biancheria». Nel cuore dell edificio c è un cinema ipertecnologico che può contenere sino a 235 spettatori. La funzione primaria è la proiezione dei film nelle diverse fasi dell animazione, ma anche condividere la visione di classici dai quali imparare. Spesso si tratta di film d animazione reinventati in maniera inaspettata: l atmosfera della Parigi di Ratatouille, nella quale la Torre Eiffel è stata spostata in Alle pareti le scene e i personaggi delle produzioni C osa c è di meglio di una bella fogna e di tanti sacchi di rifuti a portata di olfatto per un topo? Come tutti i padri amorevoli, Django fa ogni sforzo perché suo figlio Remy impari ad apprezzare il loro vivere sotterraneo, lontano dall ostilità degli umani, nemici ma abbastanza stupidi da buttare via tutti quei preziosi avanzi di cibo, delizie per il palato di qualunque ratto. Ma Remy non è un ratto qualunque, lui detesta i cattivi odori del marcio, sente il pericolo di sostanze velenose, si esalta al profumo dello zafferano e del basilico, adora la freschezza delle verdure. E quando le circostanze lo portano dalla campagna a Parigi, sotto il più raffinato dei ristoranti della città dove un tempo lavorava il re dei cuochi Auguste Gusteau, Remy capisce il suo destino: sarà uno chef, il migliore degli chef. Un idea del genere non poteva che balenare nella testa di disegnatori e animatori dalla fantasia senza limiti, pronti a sfidare impunemente buon senso e luoghi comuni, in questo caso a rovesciare l eterna lotta uomini e topi. E mentre il regista Brad Bird, premio Oscar per Gli incredibili, sviluppava la storia di Remy inventandogli un amico umano Alfredo Linguini, il nipote del grande Gusteau, ma così timido e imbranato che al ristorante è solo lo sguattero una cinquantina di tecnici, tra scenografi e disegnatori, seguivano un corso di cucina per imparare forme e colore di 273 portate da riprodurre in immagini. Il risultato è Ratatouille, il film della Disney-Pixar che l estate scorsa ha conquistato gli americani. Adulti e bambini. modo da trovarsi di fronte al ristorante dove è ambientato il film, nasce da quella della Londra della Carica dei 101. Accanto al cinema ci sono altre sale di proiezione e missaggio e uno studio di registrazione dove i più grandi divi di Hollywood si alternano agli impiegati della Pixar che offrono la propria voce come test provvisorio, finendo tuttavia spesso La novità sarà nelle sale il 17 ottobre, ma il topo-chef ha già conquistato tutti L ultima fantasia: l eroe uscito dalla fogna MARIA PIA FUSCO Il titolo, i nomi, la somiglianza fisica del fantasma di Gusteau (che offre i suoi consigli a Remy) al leggendario Paul Bocuse, le grottesche sentenze del personaggio del lugubre critico culinario si chiama Anton Ego sono il segno di un ironia puntata in particolare sul mito della cucina francese. Ma il timore che i parigini si sentissero offesi è sfumato subito. Il film (in Italia dal 17 ottobre) è uscito in Francia ad agosto, ha sedotto gli spettatori e i critici si sono lanciati in gustose dissertazioni sulla genuinità degli ingredienti dei piatti di Ratatouille e sul legame tra Remy e Linguini, avvicinato a Don Chisciotte e Sancho Panza. E sulle riviste di cucina sono apparse le ricette del topo, con tanto di dosi e tempi di cottura. Il segreto di tanto successo? Secondo Brad Bird, che come garanzia di politicamente scorretto ha una lunga esperienza di sceneggiatore dei Simpson, è molto semplice: «Gli umani sono umani e i topi restano topi. In genere il cinema di animazione tende a dare agli animali una psicologia simile a quella degli uomini, noi abbiamo cercato di rispettare le differenze. Anche fisicamente Remy è un topo delle fogne e dell uomo assume solo quello che gli serve, ad esempio si erge sulle zampe posteriori solo per controllare meglio le salse. E la morale del film non è solo per bambini: lottiamo per realizzare i nostri sogni». Né manca il messaggio della tolleranza nei confronti del diverso: basta una ratatouille, un piatto di verdure ben cucinate, per mettere d accordo uomini e topi. Chi ha paura di un topo in cucina? nella versione definitiva (è quello che è successo a Quaroni in Cars, con il personaggio italiano che porta il suo nome). Tra gli aspetti peculiari della lavorazione di un film Pixar c è la specializzazione creativa. Esistono animatori per ogni singola emozione: c è chi viene convocato per una sequenza perché eccelle nei momenti ironici, chi in quelli farseschi, chi in quelli commoventi e chi sa aggiungere pepe alle scene d azione. La lavorazione di un film dura mediamente quattro anni e vede un passaggio intermedio di almeno novantamila disegni e un infinità di schizzi, storyboard e sculture che prevedono ogni dettaglio e sfumatura del film. Sin dalla fondazione Lassiter e soci hanno impostato il lavoro sull idea della leadership condivisa: i registi e tutti coloro che hanno responsabilità creative sono chiamati a condividere i risultati in corso d opera e a suggerire i miglioramenti possibili riguardo a ogni produzione. Ma il fine ultimo, assoluto e imprescindibile è la qualità del film. Ne sa qualcosa Jan Pinkava, premio Oscar con Jerry s Song, il quale a metà della lavorazione di Ratatouille si è visto sostituire senza troppi complimenti da Brad Bird, regista degli Incredibili. Il lavoro che stava realizzando Pinkava era considerato soltanto buono e alla Pixar si pretende l eccellenza. Bird è riuscito a dare un ritmo molto più elevato e ha lavorato a fondo per rendere amabile un protagonista che non è altro che un ratto. Dopo un lungo periodo di partnership l azienda è stata acquistata nel 2006 dalla Disney, ma finora non si sono visti cambiamenti che ne mettano a rischio la filosofia di partenza. Ancora oggi John Lassiter, Ed Catmull e, quando è in città, persino Steve Jobs, mangiano alla mensa insieme agli impiegati. Fanno la fila alla cassa come tutti gli altri, prima di convocare le riunioni dove verificano che il lavoro svolto obbedisca in maniera religiosa ai requisiti di efficienza ed eccellenza. I loro uffici si differenziano da quelli dei dipendenti solo per il fatto di avere due finestre anziché una.

16 44 LA DOMENICA DI REPUBBLICA DOMENICA 23 SETTEMBRE 2007 i sapori Prodotti d eccellenza Pregiatissimi balsamici dal gusto di caramello, aromatici dai sentori di frutta, derivati agrodolci di mele o miele hanno cambiato il modo di condire e cucinare. E adesso si mettono in mostra a Modena, in occasione di Gusto balsamico, per raccontare le loro infinite possibilità e offrirsi al piacere della grande degustazione Aceto LE TIPOLOGIE VINO Si ottiene grazie agli acetobacter, che in presenza di ossigeno trasformano l etanolo in acido acetico Bianco o rosso, va da un acido concentrato di chimica ai meravigliosi, soavi aceti di Barolo, Champagne, Sherry TRADIZIONALE BALSAMICO Una storia lunga mezzo millennio per il mosto cotto di uve emiliane invecchiato in botticelle di dimensioni differenti e legni pregiati La doppia dop protegge le bottigliette-culto di Modena e Reggio Emilia, invecchiate anche più di 25 anni AROMATIZZATO Il sapore dell aceto diventa più elegante grazie all infusione di erbe e frutta Aggiunti e lasciati riposare dopo la filtrazione lamponi e mango, dragoncello e origano caratterizzano vinaigrette, marinature e cotture MELE Colore dorato e profumo fragrante, è condimento delicato e alimento ricco di principi benefici Nelle produzioni migliori biologiche si pressano i frutti interi con la buccia In altri casi vengono utilizzati gli scarti di lavorazione di succhi e confetture BALSAMICO DI MODENA L iscrizione recente all Igp Indicazione geografica protetta certifica la qualità del fratellino del balsamico. Ottenuto con almeno il 20 per cento di mosto cotto, viene assemblato con aceto di vino. Il disciplinare permette l uso di caramello al 2 per cento Un tesoro in cantina che migliora con l età Il momento del riscatto. Duemila anni di fuga dalla colpa la maledetta spugna imbevuta a bagnare le labbra del Cristo in croce per approdare a Modena, dove finalmente ai primi di ottobre l aceto sarà celebrato come gli conviene: alimento difficile, particolare, pencolante tra estremi mai conciliabili, pessimo o celestiale, aromatico per definizione, incapace di passare su un piatto senza lasciar traccia. Si fa presto a dire aceto, come la parola bastasse a definire l universo di bottiglie dalle forme vecchiotte o uscite dalla penna creativa di Giugiaro, grandi, spoglie, piene di un liquido insignificante o piccole, istoriate, colme di un ambrosia densa, opalescente, sensuale, da trovare sugli scaffali a pochi centesimi o a decine di euro. Perché si può acetificare quasi tutto, dal miele alla frutta, dai cereali alle rose. Che si parli di aceto dal latino acere, inacidire o di vinaigre, vinegar, vinagre da vinum acre il risultato ha variabili così ampie da non prevedere limiti di sorta: ci si può pulire la casa in maniera ecologica o firmare la più preziosa delle ricette. Basta scegliere. Quando il gusto caramelloso del balsamico è diventato di moda, per esempio, la magica bottiglietta è diventata padrona di tutte le tavole e di tutte le insalate, sbaragliando un secolare equilibrio di sapore: l acido dell aceto di vino (o di mele) a sgrassare l untuosità del condimento. Al contrario, la morbidezza del mosto cotto concentrato e affinato serve ad aggiungere morbidezza a morbidezza, in scala con qualità e invecchiamento, dalle frittate alla crema pasticcera. Grande, purtroppo, è la confusione sotto il cielo del balsamico. Due disciplinari di produzione simili per i tradizionali di Modena e Reggio Emilia, entrambi protetti dalla dop, ma con vestiti diversi: mentre a Reggio hanno scelto il sistema dei bollini (aragosta per il 12 anni, argento fino a 25, oro dai 25 in su), a Modena vale il LICIA GRANELLO 750 mila Gli ettolitri di aceto balsamico di Modena 6 % La media di acido acetico nell aceto di vino 1046 La data del primo documento sull aceto balsamico da mosto emiliano colore delle capsule: bianca per gli over 12, oro sopra i 25. Orgogliosi e fortemente identitari, i produttori, ma solo nella rivalità di campanile, se è vero che all interno dei rispettivi consorzi di tutela i gruppi si frammentano e le associazioni si contrappongono, tanto da giudicare in maniera difforme anche gli ultimi casi di contraffazione scoperti dai Nas. Tra chi compra i mosti fuori dall area prescritta e chi aggiunge solforosa scorciatoie per lucrare sulla materia prima c è perfino chi chiede l allargamento dei comandamenti del tradizionale virtuoso. Il balsamico dei grandi numeri, invece, è a un passo dall Igp, che diventerà operativa a inizio 2008: ma i produttori chiedono una tutela supplementare che l Ue è lungi da accreditare alle produzioni industriali. E intanto, c è spazio per i furbetti dell aceto, che vendono a pochi euro un balsamico industriale capsula oro, a uso e consumo dei compratori più sprovveduti. Ma non di sole insalate vivono gli altri aceti, insostituibili rifinitori di piatti meravigliosi e di conserve stuzzicanti. Guai a dimenticare la raffinata, puntuta eleganza di certi condimenti agri, o la carnale aromaticità dei mosti d uva, come la saba sarda, capaci di trasformare una cena in esperienza mistica. La strada della conoscenza balsamica parte sabato 6 ottobre a Castelvetro, dove Massimo Bottura preparerà il celebre Kir (vino bianco e liquore di ribes) in versione modenese, utilizzando Lambrusco Gasparossa con un emulsione di tradizionale ed estratto di amarene. Due giorni dopo, nella cena di chiusura di Gusto Balsamico, Bottura duetterà con Michel Troisgros coppia da cinque stelle Michelin! per uno strepitoso menù didattico: croccantini di foie gras con mandorle, nocciole e cuore di aceto di mele, gamberi avvolti nel lardo e aceto di Jerez, carrè di Mora romagnola con Saba e concia alla modenese, crema bruciata di parmigiano con aceto di ciliegie, parfait di fondente al balsamico tradizionale. E poi dicono che l aceto è solo vino andato a male.

17 DOMENICA 23 SETTEMBRE 2007 LA DOMENICA DI REPUBBLICA 45 itinerari Kamal Mouzawak è il creatore del Suq El Tayeb, il primo mercato contadino del Libano Cuoco, giornalista, divulgatore, porterà a Gusto Balsamico diverse qualità di aceto di melagrana, il debs el remenn, condimento base della cucina libanese Trento Reggio Emilia Modena Appoggiata tra Mezzolombardo, Rovereto e la Valsugana, è un importante oasi agricola. Eccellente la produzione di uve e di vini La coltivazione della mela determina anche le sue trasformazioni, a partire da quella in aceto DOVE DORMIRE SAN GIORGIO ALLA SCALA Via Brescia 133 Tel Camera doppia da 85 euro, colazione inclusa DOVE MANGIARE OSTERIA IL CAPPELLO Piazzetta Bruno Lunelli 5 Tel Chiuso domenica sera e lunedì, menù da 30 euro DOVE COMPRARE BIOMELA Via Rancon, Sporminore Tel La città dov è nata la bandiera tricolore, prima sede del parlamento italiano, è considerata da tempo tra le più vivibili e a misura d uomo. Rispetto alla vicina-rivale Modena vanta una storia balsamica meno celebre ma di qualità DOVE DORMIRE LA CASA DEGLI ACERI Via Sottili 38/1 Tel Camera doppia da 70 euro, colazione inclusa DOVE MANGIARE TRATTORIA DELLA GHIARA Vicolo Folletto 1/C Tel Chiuso domenica, menù da 30 euro DOVE COMPRARE DROGHERIA MONTANARI Via Roma 51 Tel Negozi, ristoranti, ma anche acetaie familiari tramandano la cultura dell oro nero gastronomico Nella città-madre degli aceti da mosto cotto la tradizione utilizza le dense gocce preziose per rendere fragranti risotti, filetti e anche le fragole DOVE DORMIRE LOCANDA ACETAIA MALPIGHI (con cucina) Via Vignolese 1487 Tel Camera doppia da 95 euro, colazione inclusa DOVE MANGIARE LA FRANCESCHETTA Strada Vignolese 58 Tel Chiuso sabato a pranzo e lunedì, menù da 25 euro DOVE COMPRARE MERCATO COPERTO ALBINELLI Via Albinelli (lato piazza Grande) LA RASSEGNA Gusto Balsamico, prima rassegna degli aceti dal mondo e dell agrodolce, è in programma alla Fiera di Modena dal 5 all 8 ottobre, in collaborazione con Slow Food. Tra laboratori del gusto e master didattici diretti agli aspiranti degustatori (mercato contadino e guida alle produzioni casalinghe non commercializzate) ci sarà spazio anche per un asta benefica a cura di Sotheby s, i cui proventi andranno a supportare le comunità del cibo africane LE PREPARAZIONI IN GOCCE Utilizzato come un profumo prezioso, il balsamico tradizionale battezza ricette cotte e crude, a seconda dell invecchiamento: giovane per crostacei e carpacci, di medio affinamento su risotti e maionese. Over 25 per esaltare parmigiano e creme al cucchiaio MARINATURA Usato da solo e mischiato al limone, l aceto di vino cuoce gli alimenti che vi sono immersi. Ammorbidisce le fibre delle carni regalando profumo e un pizzico di acidità. È anche un buon battericida (ma nulla può contro l anisakis del pesce crudo) AGRODOLCE Esaltata nel De re conquinaria di Apicio la commistione di dolce e aromatico aceto con miele o zucchero, succo di melagrana o uva passa nel Medioevo sposava i gusti forti della selvaggina Ottimo l abbinamento con zucca e verdure Così per secoli sulle tavole hanno trionfato le salse magre con molteplici differenziazioni di gusto Carattere acido, nel Medioevo era una virtù è un aggettivo che nell uso comune non significa molto di buono. Acida è una persona sgradevole, con cui è difficile instaurare rapporti positivi. Acido è un cibo andato a male, o che incomincia a deteriorarsi. Acido è un sapore che mette in guardia, insospettisce, rende diffidenti. Acido In altre culture l attitudine nei confronti dell acido è radicalmente diversa. In certe regioni dell Est, europee e asiatiche, vi è un vero gusto per l acido la panna acida, non dolce, suscita golosità ed è inclusa nell universo dei sapori desiderati, noti, rassicuranti. In un volume da poco pubblicato ho letto le interviste fatte a immigrati di diversa nazionalità, per verificare il loro rapporto con la cucina italiana: fra le altre mi ha colpito la testimonianza di uno slavo a cui piace aggiungere panna acida agli spaghetti alla carbonara, per ritrovare, nella mutata identità gastronomica, un sapore familiare alla sua memoria gustativa. Questo gusto per l acido era diffuso, un tempo, anche da noi. L aceto era per i romani antichi il condimento per eccellenza di tutte le insalate, che appunto per ciò erano chiamate acetaria. Nel Medioevo, la maggior parte delle salse (inevitabile accompagnamento delle carni e di ogni vivanda cucinata) aveva un gusto acido, del tutto diverso da quello dolce e morbido indotto dall olio o dal burro, protagonisti delle nuove salse entrate in uso nell Età moderna. Prima, per secoli, le salse erano magre e comprendevano normalmente aceto, agrumi, vino, agresto (succo d uva acerba). L acido piaceva, mescolato magari al dolce o al piccante: l agro-piccante della mostarda cremonese è un significativo fossile di quella cultura, mentre l agro-dolce della cucina cinese può ancora oggi suggerire quali fossero i gusti nel nostro Medioevo. MASSIMO MONTANARI L acido era anche utile: poteva servire per conservare i cibi. I sottaceti, divenuti col tempo protagonisti della nostra storia gastronomica e dell ampio patrimonio dei prodotti tradizionali, nascono da un esigenza di conservazione ma esprimono anche un gusto ampiamente condiviso per quel tipo di sapore. Friggere e conservare in aceto (o viceversa) era un modo tradizionale per offrire cibo pronto agli avventori di un osteria: il pesce in carpione, o in scapece, termine medievale di origine araba, è registrato in un ricettario del Trecento come vivanda «da taverniere». C è stato insomma un tempo (e in parte c è ancora) in cui acido non era sinonimo di sgradevole. Un tempo in cui il gusto era fortemente orientato ad apprezzare questo sapore, e perciò a distinguerne le varie gradazioni. Quando i testi scientifici medievali si occupano dei sapori e della loro classificazione, l acido non è quasi mai inteso come un sapore unico, ma viene declinato in molteplici varianti: acido, acerbo, acre, agro, aspro Ora, noi sappiamo che sul piano chimico questi sapori sono varianti di un unica tipologia gustativa, il cui grado di acidità varia, per così dire, in modo quantitativo. Ma sul piano culturale è significativo che certe culture, piuttosto che altre, siano attente a distinguere questi diversi gradi e a dare un nome a ciascuno di essi. La diversificazione linguistica esprime una particolare attenzione a ciò di cui si parla. Un po come accade nella lingua eschimese, dove non esiste la parola bianco perché in un mondo tutto bianco il concetto di bianco, di per sé, non significa nulla, e deve essere qualificato in tanti modi diversi (lucido, opaco, brillante, scuro, chiaro ). Allo stesso modo, la differenziazione dei sapori acidi(al plurale) significò, nel Medioevo, una percezione positiva di tali sensazioni, una tendenza a valorizzare questo genere di gusto. SCAPECE L aggiunta di aceto aiuta a conservare, aromatizzare e sgrassare le preparazioni L escabeche spagnolo detto anche carpione aceto, acqua e odori bolliti brevemente con due cucchiai d olio di cottura regala gusto ai cibi fritti, meglio se dopo riposo SAOR Il sapore di alcune storiche ricette venete gode del passaggio in una salsa a base di aceto. Si parte dalla cipolla tagliata sottile a fatta sudare in extravergine. Aceto, pinoli e uvetta completano la preparazione, da alternare ai pesciolini fritti

18 46 LA DOMENICA DI REPUBBLICA DOMENICA 23 SETTEMBRE 2007 le tendenze Come erano Tessuti preziosi, tagli di alta sartoria, modelli che ridisegnano il corpo delle donne provate dall austerità bellica. I vestiti della haute couture parigina e inglese del decennio , in mostra al Victoria & Albert Museum di Londra, sono lo specchio di un glamour ormai scomparso. Uno stile lontano dalle proposte delle sfilate milanesi di questi giorni LA MOSTRA È Richard Avedon a fotografare per Harpers Bazaar di settembre 1953 Georgia Hamilton fasciata in un tailleur nero di Balenciaga corredato da cappellino bianco Sopra, il catalogo della mostra The Golden Age of Couture da ieri al Victoria & Albert Museum di Londra (fino al 6 gennaio) dedicata all alta moda nel decennio GRAN GALA È da gran gala l abito in chiffon fasciante disegnato da Jean Dessès nel 1953 Il grande sarto aveva aperto un atelier a Parigi già nel 1937, due anni prima che la Francia entrasse in guerra

19 DOMENICA 23 SETTEMBRE 2007 LA DOMENICA DI REPUBBLICA 47 PRIMAVERA 1951 L edizione inglese di Vogue (aprile 1951) annuncia alle lettrici quale sarà il look della primavera AUTUNNO 1952 Abito di Jacques Fath fotografato da Blumenfeld per la copertina di Vogue Usa (ottobre 1952) INVERNO 1955 Cappotto rosso lacca e berretto sulla cover Vogue di gennaio 1955 Foto di Erwin Blumenfeld Abiti pensati come opere d arte così Eva rinasce dopo la guerra NATALIA ASPESI NEW LOOK Il tailleur Bar disegnato da Christian Dior nel 1947 inaugurò con il giacchino corto dalla vita segnata e la gonna ampia appena sotto il ginocchio, il così detto New Look A destra, la modella Renée fotografata da Willy Maywald con il tailleur Dior LONDRA Sono settimane durissime per chi si affanna attorno allo strepitare instancabile della moda: iniziate con le sfilate a New York, subito dopo a Londra, e da ieri a Milano, poi a Parigi. Centinaia e centinaia di marchi, stilisti, passerelle, con migliaia di invitati da tutto il mondo e distrazioni varie, compresa la cultura (non si sa più dove sbattere per farsi notare). Il paesaggio inondato ovunque da gigantesche pubblicità di moda, a cominciare dal Canal Grande su cui nella quiete meravigliosa della notte, rifulge più imponente di Palazzo Ducale l immenso cartellone di una marca di occhiali, un martellare indigesto da parte degli affannati addetti alle celebrity sempre più incostanti ed esose, su chi indosserà cosa, nelle occasioni di fasto o televisive (Valentino e Gianfranco Ferrè per L Isola dei famosi, chi l avrebbe mai detto!). Se oggi la moda reclama la massima visibilità e grancassa, non era così al tempo in cui si chiamava haute couture, era soprattutto parigina e vestiva in profumata segretezza signore di grande nobiltà se non addirittura regine, e rarissime dive, del tipo almeno apparentemente aristocratico. Si intitola The golden age of couture la grandiosa mostra che si è aperta ieri al Victoria & Albert Museum, (il catalogo di 224 pagine costa 35.00) dedicata agli anni di splendore dopo la tragedia e la miseria della guerra, a quel decennio, dal 1947 al 1957, che coincise con l immensa fortuna creativa e finanziaria di Christian Dior (dal New Look alla morte, appunto nel 1957, a 52 anni), con l imporsi dei grandi fotografi di moda, come Irving Penn e Richard Avedon, e il trionfo di una femminilità, oggi scomparsa, di imperiosa, preziosa, costosa, intangibile seduzione. Per spirito di patriottismo commerciale, con i tesori dell archeologia creativa parigina, ci sono anche esemplari di più robusta eleganza inglese d epoca, accanto cioè ai reperti restaurati di creazioni che anche i massimi zucconi conoscono tanto vengono spesso riesumati in mostre o anniversari o memorie, di Balenciaga, Dior, Lanvin, Fath, Givenchy, Balmain, Dessès, ce ne sono di sarti inglesi di gran classe, quindi più portati al tweed che ai chiffon. Li capeggia il più celebre, Norman Hartnell, l addobbatore reale, che aveva vestito la ventunenne principessa Elisabetta nel 1947 per il suo matrimonio con Philip Mountbatten, nel 1953 per la sua incoronazione e nel 1957 per la sua visita di Stato in Francia, con una toilette-costume che doveva essere un omaggio alla nazione amica e infatti era intitolata Fiori di campo di Francia, quindi ricamata a papaveri, spighe di grano, fleurs-de-lys, e api (simbolo napoleonico dell industria). Neppure un guantino, o un busto, o una foto, che accenni alla haute couture italiana, pure allora rigogliosa, che in quei nostri anni di disastro postbellico e di speranze democratiche, presentandosi compatta a Firenze dal 1951, aveva già scoperto una nuova doviziosa cliente, non più l aristocratica ma erano aristocratiche molte sarte, le principesse Giovanna Caracciolo (Carosa), Lola Giovannelli, Irene Galitzine, e Simonetta Colonna di Cesarò (Simonetta) ma la diva, soprattutto americana. Roma era diventata Hollywood sul Tevere, le star vi giravano film, si innamoravano, ingrassavano, si sposavano, vestivano, lì o a Milano, dalla sorelle Fontana, da Marucelli, da Biki, da Schuberth: Linda Christian e Ava Gardner, Myrna Loy, Barbara Stanwyck, Ingrid Bergman, ma anche Audrey Hepburn prima di preferire Givenchy, poi anche Elizabeth Taylor, e Evita Peron e Narriman moglie di re Faruk e Margaret Truman figlia dell ex presidente degli Stati Uniti, e naturalmente la grandissima Maria Callas. Più di cento abiti meravigliosi, resi celebri da celeberrime foto, sono esposti in tutta la loro fragile pomposità, adombrati da quell alone mortuario che circonda sempre i vestiti del passato; i giovani aspiranti stilisti che già invadono la mostra restano folgorati dal famoso Zemire di Dior, 1954, un invenzione adatta forse a una dama di epoca edoardiana, di pesante seta rosso fiamma, con ampia gonna a crinolina lunga sino ai piedi e giacca dai fianchi imbottiti e dalla vita stretta: di questo monumento della haute couture pareva fosse rimasta solo la testimonianza di una foto di Regina Relang che l aveva immortalato addosso alla modella Renée. Invece, miracolo da tombaroli, il modello originale è stato ritrovato in mezzo a un mucchio di stracci in un umida cantina vicino alla Senna e, acquistato dal museo, ci sono voluti sei mesi per restaurarlo e ridargli l antico regale splendore. Ci sono gli abiti indimenticabili creati da Givenchy per Audrey Hepburn in Cenerentola a Parigi e in Sabrina, mentre vicino scorrono le immagini dei film, Balenciaga intimorisce con tutta la sua severa perfezione di cappe dagli inimitabili drappeggi che Irving Penn fotografava addosso a Lisa Fonssagrieves, bellezza di spietata alterigia, con lunghi guanti neri da dominatrix e lucente capeline da mamma della sposa. Biancheria preziosa ma non spudorata, certi busti rigidi tremendi ma necessari a dare al corpo della donna le curve estreme volute dai grandi creatori nascostamente (allora) gay. Cinegiornali inglesi d epoca in cui il ministro del commercio tuonava contro i danni economici derivanti dall eccesso di tessuto necessario agli abiti a corolla del New Look; cinegiornali francesi anni Cinquanta girati negli atelier più famosi, salottini profumati rococò, dove le modelle si muovevano tra le poltroncine dorate e le aspiranti clienti erano ammesse solo dietro una rigorosa presentazione di altre fidate clienti. La gran parte del materiale esposto appartiene al V&A che nel 1970 ne affidò il difficile rastrellamento al più raffinato dei mondani, Cecil Beaton, fotografo, costumista, disegnatore; con il suo fascino dittatoriale, riuscì a far donare al museo, dietro sua severa selezione, tanti di quei tesori che l anno dopo una parte divenne il soggetto di una mostra imponente, Fashion: an anthology, curata da lui stesso. Molti di quegli abiti sono stati tolti dagli imballaggi di carta velina, preziosamente esposti nella nuova mostra (sino al 6 gennaio) e già ammirati in anteprima durante un fastoso ricevimento di gala, riservato alla moltitudine dei mondani di attuale haute couture virtuale. E si capisce che il fascino di quelle testimonianze di un mondo finito, nasce più che dal nome pur celebre dei couturier, da quello delle signore che quelle raffinatezze indossarono in palazzi meravigliosi, per occasioni epocali, ambascerie, balli in costume, matrimoni principeschi, innamoramenti funesti poi passati alla storia. I donors, infatti, si chiamano regina Elisabetta, Lady Diana Cooper, Contessa Bismarck, Baronessa Alain de Rothschild, Madame Agnelli, Duchessa di Windsor, Mrs Gloria Vanderbilt Sono quelle signore che Quirino Conti nelle sue ineguagliabili conversazioni sulla moda (Mai il mondo saprà, Feltrinelli, 370 pagine, euro) chiama bête-demode, donne uniche per classe e bellezza che al sarto prediletto sapevano suggerire con la loro stessa raffinatezza e disciplina come rivestire di perfezione il loro impareggiabile stile di vita. Sulle abitudini ed esigenze di questo lussuoso esemplare femminile, scrive Conti, «La couture stese il proprio decalogo e la propria regola. Sulle sue caviglie, i suoi polsi, le sue ginocchia, come sulle sue intemperanze, i suoi estremismi ma anche la sua grazia, la sua perfetta coltivata sensibilità, come i suoi gioielli, i suoi antichi merletti di famiglia, i ricami di un piccolo prezioso tabouret o di un lit de parade settecentesco in un suo qualche castello». Oggi qualche sarto insiste generoso a perdersi nella haute couture, qualche stilista ambizioso si dedica a piccole collezioni sontuose su misura, di costo iperbolico: ma l unica possibile cliente, la bête-de-mode, è scomparsa assieme ai tendaggi di broccato, ai servizi di Maissen per centoventi commensali e ai camerieri in polpe. E non pare proprio che le nuove bête-de-gossipabbiano bisogno di qualcosa di più laborioso di una luccicante sottoveste.

20 48 LA DOMENICA DI REPUBBLICA DOMENICA 23 SETTEMBRE 2007 l incontro Maestri Arnaldo Pomodoro A 81 anni l artista, noto in tutto il mondo per le sue grandi sculture sferiche di bronzo, è in piena attività E ha appena realizzato un antico desiderio: una scenografia per la Scala. Pensavo di meritarmelo, ammette, ma non mi avevano mai chiamato È un sogno che si avvera. Dice di aspettare la morte con serenità e nega di provare rimpianto per non avere avuto figli: Ne ho tantissimi Sono le mie opere ARMANDO BESIO MILANO Sorride del suo cognome, che oggi è un marchio doc, garanzia di grande arte italiana nel mondo, ma l altro ieri, quand era bambino, suonava come una condanna e un incubo. «Non solo mi chiamavo Pomodoro ma avevo i capelli rossi e le lentiggini. Lo sport preferito dei miei compagni di scuola era prendermi in giro». Ricorda che da ragazzino era introverso, per niente dotato e comunque insensibile al fascino agonistico del pallone. «Preferivo lunghe escursioni solitarie in bicicletta. E mi piaceva chiacchierare con la nonna. Mi raccontava che Pomodoro veniva da pomo d oro, lo scettro impugnato da un nostro antenato che aveva combattuto nientemeno che alle Crociate. Ma ho sempre sospettato che fosse una bella favola». Una bella favola come la sua carriera, scandita da successi crescenti come la dimensione delle sue sculture. E a dispetto dell età, tutt altro che conclusa. Ottantuno anni, fisico asciutto, pantaloni e camicia casual sportivi, bel viso sereno (ma chi gli sta vicino avverte che quando si innervosisce esplode, e allora sono guai), l anziano maestro conserva l energia e coltiva la fantasia di un ragazzo. Nel suo laboratorio di Porta Ticinese un antica stazione di posta per naviganti e carrettieri, sorvegliata da un platano centenario, tra una vecchia casa di ringhiera e il Naviglio, restaurata trent anni fa dal suo amico architetto Vittorio Gregotti sta lavorando contemporaneamente a quattro progetti. Una scenografia per la Scala: «La prima per questo teatro, quasi non ci speravo più, sono emozionatissimo». Una mostra della sua collezione privata. Un arco per una piazza di Tivoli: non distante e questo è il bello della sfida dalle rovine romane di Villa Adriana. E una cantina in Umbria, per una famiglia di amici: i Lunelli, produttori dello spumante Ferrari. «Vedo tanti amici che vanno in pensione e si spengono, io resto vivo grazie al lavoro. Non ho bisogno della palestra per tenermi in forma. Il mio lavoro coinvolge tutta la persona, allena la mente e il fisico. Uso la testa per farmi venire le idee, le mani per lavorare la materia, gli occhi per controllare le mani. E i piedi, sì anche i piedi, per andare in fonderia, dove le mie sculture prendono forma». La prima fonte della mia immaginazione artistica, racconta, è stato il paesaggio dell infanzia. Arnaldo Pomodoro è nato il 23 giugno del 1926 a Morciano di Romagna, nove chilometri dal confine con le Marche. Né romagnolo né marchigiano, si battezza piuttosto montefeltrino. «Una terra aspra e selvaggia, il Montefeltro, così distante dalla leziosa perfezione della vicina Toscana, e solcata da severe architetture rinascimentali. Quel paesaggi e quelle rocche sono vivi nella mia memoria e hanno lasciato un segno in tante mie opere». Che sarebbe diventato un artista lo capì quando approdò a Milano, nel Era partito geometra, da Pesaro, dove lavorava per il Genio civile. «Per sette anni sono stato impegnato nella ricostruzione di edifici pubblici distrutti dalla guerra. Un esperienza appassionante, che mi ha fatto crescere dal punto di vista professionale e umano». Lo ha vaccinato, tra l altro, contro il virus della depressione esistenzialista che contagiò tanti giovani artisti di quel tempo. Lui, Pomodoro, introverso e depresso non lo è mai stato. «La mia arte, anche se astratta e informale, ha sempre un valore etico. E anche quando suggerisce dubbi e produce inquietudine, è aperta alla speranza». Milano per lui è l effervescente libertà della metropoli contro l immobile prigionia della provincia. È anche la sfida di un figlio ai genitori che gli vogliono bene ma dubitano del suo talento e temono la sua vocazione. «Mia madre apparteneva a una tipica famiglia romagnola: proletaria e socialista. Ricordo quando i fascisti la costrinsero a bere l olio di ricino. Mio padre, invece, era di famiglia borghese. Tra i miei parenti c erano medici e magistrati. Come mia cugina Livia, che oggi è presidente del Tribunale di Milano. Avevano un grande senso dello Stato. E un culto laico per l impiego pubblico. Entrambi, papà e mamma, erano sinceramente spaventati dall idea di un figlio bohémien». Partito da Pesaro con il fratello Giò, di quattro anni più giovane, che sarà scultore come lui (è mancato nel 2002), cerca uno studio a poco prezzo e lo trova in uno scantinato. Nel palazzo di fronte lavora Lucio Fontana. «Fu il primo di tanti incontri fortunati della mia vita. Fontana, che era già famoso, oltre che un artista geniale era un uomo fantastico. Generoso come pochi: di consigli e anche di denari. Non so quante volte ho mangiato a sue spese alla trattoria Bagutta, e come me, tutti suoi ospiti, tanti giovani artisti che non riuscivano a mettere insieme il pranzo con la cena». Il 1954 è l anno del debutto, alla Triennale. Dove, curiosamente, espone nella sezione merceologica. Pomodoro, che un giorno riscatterà e rilancerà in chiave moderna la tradizione classica della scultura monumentale, comincia la sua avventura dalle piccolissime dimensioni: inventa e fabbrica gioielli. «Con una tecnica molto originale, la fusione con gli ossi di seppia, che mi aveva insegnato un orefice di Pesaro». La mostra va bene, capisce che può farcela. Si licenzia dal Genio civile e scommette sull arte. Negli anni Sessanta inventa le sfere, d ora in poi il suo marchio di fabbrica. Dapprima piatte, a due dimensioni. Poi a tutto tondo, alla conquista dello spazio. E sempre più grandi. Tutte caratterizzate dal singolare contrasto tra esterno e interno. L involucro solare, liscio, luminoso, è aperto da improvvisi squarci che rivelano un anima ferita. «Ero affascinato dalle forme pure, essenziali della geometria euclidea: sfere, colonne, piramidi. Ma un giorno che al MoMA di New York vidi la sala di Brancusi, restai sconvolto. Io resto vivo grazie al lavoro Non ho bisogno della palestra per tenermi in forma Il mio lavoro coinvolge tutta la persona, la mente e il fisico FOTO GIORGIO LOTTI/CONTRASTO La perfezione della forma l aveva già raggiunta lui. Io dovevo battere un altra strada. Quella perfezione dovevo romperla, corroderla. Svelare un altro mondo oltre la superficie. I grovigli che agitano il sottosuolo della nostra anima e della nostra Terra. E fu così che inventai il mio stile». Uno stile che conquista subito i critici, il pubblico, e i collezionisti. Con una sfera vince, nel 1964, il Premio nazionale di scultura alla Biennale di Venezia. Con un altra sfera partecipa, nel 67, all Expò di Montréal: «Ricordo che Time la pubblicò in fotografia accanto a una scultura di Calder, lodandole come le due opere più belle». Era la Sfera Grandeche Fanfani, ministro degli Esteri, vorrà esposta di fronte alla Farnesina. «Qui la vide Boutros-Ghali, il segretario generale dell Onu, che nel 1996, per il cinquantenario delle Nazioni Unite, mi invitò a realizzarne una per il Palazzo di Vetro di New York». Un altra sfera campeggia in Vaticano, nel Cortile della Pigna. E un altra ancora a Dublino, di fronte al Trinity College dell Università. Sono tutte uguali, sostiene qualche critico maligno. «Tutte diverse», replica il maestro. Se in Italia c è chi ne contesta la ripetitività, in America, dove lo hanno invitato le più prestigiose università, tutti sono innamorati di lui. «Sono sicuro», ha scritto Pepe Karmel sul New York Times, «che è stato Pomodoro, con le sue sfere lucenti che si aprono in un gioco di sorprese, il primo ispiratore di tanti film di fantascienza: dai paesaggi di Guerre Stellari all astronave di Independence Day». Passa in studio un allievo e avverte che lo aspettano alla Scala. Ci sono le prove dell opera per cui ha realizzato le scenografie. «Un opera nuova, si intitola Teneke (è stata rappresentata ieri in prima assoluta, ndr). Un impresa affascinante che ha coinvolto un gruppo di amici. Fabio Vacchi, l autore delle musiche. Roberto Abbado, che dirigerà l orchestra. Franco Marcoaldi, che ha scritto il libretto, tratto da un racconto dello scrittore turco Yashar Kemal. E Ermanno Olmi, il regista che mi ha voluto al suo fianco». La scenografia, racconta, è stata una delle sue primissime passioni. «Avevo 26 anni quando partecipai a un concorso a Pesaro. Presentai un bozzetto per la Santa Giovanna dei Macellidi Brecht. Ottenni una menzione onorevole da una giuria presieduta dal leggendario Anton Giulio Bragaglia, che mi regalò un suo libro di memorie. Ricordo la dedica: Al geniale scenografo Pomodoro, cordialmente. Ne ho fatto tante di scenografie, per Ronconi e altri. Pensavo di meritarmi la Scala, ma non mi avevano mai chiamato. È un sogno che si realizza». Come la Fondazione Pomodoro, inaugurata due anni fa, magnifico regalo del maestro alla sua città di adozione. «Cercavo un capannone più grande del mio laboratorio dove montare l obelisco Novecento che mi era stato commissionato dal sindaco di Roma Rutelli per il Giubileo, e che oggi svetta all Eur. Mi fecero vedere una fabbrica abbandonata. Capii subito che era il luogo ideale per il progetto che avevo in mente da tempo. Non un museo ma uno spazio vivo, come mi aveva raccomandato Argan, al quale destinare le mie opere, e nel quale ospitare le mostre dei miei vecchi amici e dei giovani talenti che hanno bisogno di aiuto per farsi conoscere. Uno spazio che non esisterebbe, ci tengo a dirlo, senza il fondamentale contributo di mia sorella Teresa, che della Fondazione è il segretario generale». Qui, nella ex Riva e Calzoni del quartiere Solari riconvertita da Pierluigi Cerri, dove negli anni Trenta furono costruite le turbine per la centrale idroelettrica della cascate del Niagara, Pomodoro inaugurerà il 28 settembre una mostra di 120 opere, sue e degli amici artisti che più ha amato: da Fontana a Baj, da Martini a Smith, da Novelli a Boetti. Con il decollo della Fondazione (sostenuta da Unicredit e dagli enti locali) e con il debutto alla Scala, i sogni che coltivava sono realizzati. Tutti tranne uno. Il progetto del nuovo cimitero di Urbino, una città giardino dei morti scavata nella collina. «È il mio unico rimpianto, la mia unica ferita aperta. In quel progetto, che risale agli anni Settanta, c era tutto me stesso: l architettura, la scenografia, la scultura. Ma putroppo non fu capito». L assistente lo incalza. Resta il tempo per le domande ultime. Sul pensiero della morte. Sul figlio che non ha mai avuto. La morte, confida il maestro, non gli fa più paura: «Fino a qualche anno fa mi angosciava. Ora la aspetto con serenità. Forse perché tanti miei amici se ne sono andati, e io mi sento un superstite». Il figlio non gli manca: «Ne ho tantissimi. Sono le mie opere, che concepisco, faccio nascere e crescere e poi affido ai collezionisti, non senza raccomandargli come vanno trattate. E sono i tanti giovani che lavorano con me. L altro giorno ne hanno intervistato uno. Gli hanno chiesto se mi considerasse un maestro. No, ha risposto: Arnaldo per me è come un padre». Repubblica Nazionale

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