IL FOGLIO. quotidiano ANNO XIX NUMERO 31 DIRETTORE GIULIANO FERRARA GIOVEDÌ 6 FEBBRAIO ,50

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1 IL FOGLIO quotidiano Redazione e Amministrazione: via Carroccio Milano. Tel 02/ Sped. in Abb. Postale - DL 353/2003 Conv. L.46/2004 Art. 1, c. 1, DBC MILANO ANNO XIX NUMERO 31 DIRETTORE GIULIANO FERRARA GIOVEDÌ 6 FEBBRAIO ,50 I POTENTI CHE SPINGONO RENZI A ROTTAMARE LETTA Stabilità chi? Banche, assicurazioni, fondazioni. Establishment in fermento. Voglia di cambiare verso. Così Matteo prepara il surf Roma. Stabilità chi? Se è vero che Matteo Renzi osserva il panorama politico con lo stesso sguardo di un surfista che non vede l ora di poggiare la tavoletta su un onda molto Primarie del lavoro I sindacati italiani si litigano la concertazione, i tedeschi la produttività I casi Electrolux e Fiat, lo scontro tra Camusso e Landini, uno studio tedesco sui sacrifici (di successo) dei lavoratori Contratti aziendali über alles Roma. I 550 mila lavoratori del settore chimico in Germania hanno raggiunto ieri un accordo collettivo con le controparti imprenditoriali (tra cui i colossi Basf e Bayer) che prevede un aumento del 3,7 per cento del salario nei prossimi 14 mesi. Meno del 5,5 per cento chiesto dai sindacati, ma sufficiente a far parlare gli analisti inglesi di Barclays di un segnale forte per gli altri settori: la certificazione del lento ma progressivo allontanamento dagli anni della robusta moderazione salariale in Germania. In Italia, invece, proprio ieri è stato sospeso l incontro tra Fiat e sindacati all Unione industriali di Torino: i rappresentanti dei lavoratori che accettarono i contratti aziendali à la Marchionne, ora non ritengono ammissibile la chiusura del Lingotto a ogni aumento di stipendio per gli 85 mila dipendenti del gruppo. Nel caso ancora differente dell Electrolux, la retromarcia dell azienda svedese e l impegno a conservare la produzione in Italia (anche nello stabilimento di Porcia) non ha convinto i sindacati a trattare su riduzione dei salari e rivisitazione delle modalità di lavoro. I settori e le aziende considerate sono in condizioni diverse, ben inteso, tuttavia mai come in queste ore si torna a registrare in maniera plastica la distanza tra il sindacalismo tedesco e quello italiano. In questi giorni, infatti, in Germania fa molto discutere uno studio accademico dalla tesi solo apparentemente ardita: dietro l impennata di produttività che ha trasformato Berlino da malato d Europa (alla fine degli anni 90) a locomotiva del continente (in questi anni di crisi globale), non ci sarebbero infatti le ormai note riforme dell èra Schröder, bensì l autonomia contrattuale di imprese e sindacati che avrebbe agevolato riorganizzazioni da parte della aziende e concessioni (dolorose) da parte dei lavoratori. Sui giornali italiani, invece, se si esclude il clamore dei tavoli di crisi aperti di volta in volta, prevalgono le schermaglie interne alla Cgil, tra il segretario generale Susanna Camusso e il rampante segretario generale della Fiom-Cgil Maurizio Landini, i dissapori tra i due e poi quelli con i sindacati cosiddetti riformisti, sul ruolo che la contrattazione nazionale e gli accordi aziendali debbano avere nel nostro paese. Il mito della concertazione, quindi della politica economica da concordare quanto più possibile assieme a Confindustria e governo, si è tutt altro che eclissato. Negli scorsi giorni il quotidiano online Pagina99 aveva parlato di processo a Landini intentato dalla Camusso in seno alla Cgil. Ieri il Fatto quotidiano, in un articolo a firma di Salvatore Cannavò (già deputato dissidente di Rifondazione comunista fino al 2008), ha pubblicato la lettera del segretario della Cgil indirizzata al Collegio statutario del sindacato, nella quale Camusso chiedeva se fosse coerente e consentito, ed eventualmente sanzionabile, l atteggiamento di Landini. Quest ultimo, contrario all intesa sulla rappresentanza aziendale siglata il 10 gennaio scorso con Confindustria e gli altri sindacati, si è detto pubblicamente non vincolato dalle scelte della Cgil, prima vuole consultarsi con i delegati Fiom. Nessun processo, ha risposto ieri la Cgil, visto che questo andrebbe fatto in sede di Commissione di garanzia, ma solo la ricerca di un chiarimento in base allo Statuto. Ma intanto Landini rilancia e vede Matteo Renzi. DI CLAUDIO CERASA alta che potrebbe travolgere, sì, alcuni bagnanti (ciao, Enrico) ma che potrebbe forse lanciare con rapidità il surfista verso un orizzonte di successo, se tutto questo è vero, si può dire che il vento che soffia con maggiore forza sulla superficie dell acqua, e che rischia appunto di travolgere da un momento all altro alcuni bagnanti (ciao, Enrico), è generato dallo scontro tra una serie di correnti che hanno un nome preciso e che si ritrovano sotto la categoria di una particolarissima massa d aria che ha improvvisamente cambiato direzione e che potremmo inquadrare con una definizione semplice: l establishment. L onda al momento è appena visibile ed è solo una increspatura che si intravede laggiù sul confine fra il cielo e il mare. Ma più passano i giorni, più il governo va avanti, più M. LANDINI (Boggero e Lo Prete seguono a pagina quattro) Renzi mostra la punta della sua tavoletta, è più i volti che compongono questa particolarissima massa d aria prendono coraggio, gonfiano le guance e iniziano a soffiare. E se mettete uno accanto all altro i volti che chi più, chi meno hanno cominciato a soffiare si può capire perché il vento in questione non è un vento come tutti gli altri. Prendete fiato: Mario Greco (numero uno di Generali), Diego Della Valle (capo della Tod s, azionista di Rcs e Generali), Alberto Nagel (ad di Mediobanca), Jacopo Mazzei (presidente del consiglio di sorveglianza di Intesa Sanpaolo), Gian Maria Gros-Pietro (presidente del consiglio di gestione di Intesa Sanpaolo), Giorgio Squinzi (presidente di Confindustria), Marco Tronchetti Provera (presidente di Pirelli, vicepresidente del cda di Mediobanca), Gianfelice Rocca (Assolombarda), Lorenzo Bini-Smaghi (presidente di Snam), Renato Pagliaro (presidente di Mediobanca), Francesco Gaetano Caltagirone (presidente del gruppo omonimo ed editore del Messaggero), Fabrizio Palenzona (vicepresidente di Unicredit), Andrea L isteria del bene democratico Parla Richard Millet, scrittore Gallimard e lettore scandaloso del caso Utoya: In Francia un narcisismo filisteo si fa oltraggio civile. Manif pour Tous è rivolta contro l intellighenzia. Escatologia sociale e repressione Roma. L ultimo romanzo di Richard Millet appena pubblicato da Gallimard, Une artiste du sexe, è quasi un manifesto contro il neomoralismo della gauche che ha DI GIULIO MEOTTI Sesso: come dimagrire divertendosi. Il sessuologo Marco Rossi ci informa su quante calorie si brucino con il sesso. 1) Salire sul letto: se ognuno dei due partner sale sul letto da solo, il consumo è di 2 calorie. 2) Togliersi i vestiti: il consumo si aggira intorno alle 12 calorie. 3) Coccole, baci e carezze per 20 minuti: 107 calorie circa per lui (pari a 300 ml di approvato una legge punitiva dei clienti delle prostitute. E in corso una rivolta in Francia, non della Francia cattolica, bianca e di destra, ma della Francia senza voce né intellighenzia, dice Millet al Foglio. Lo scrittore, premiato dall Académie française per i suoi studi sulla decadenza della lingua francese, è anche noto come la fabbrica di Goncourt perché, come editor della maison letteraria di Parigi, Millet ha scoperto i vincitori del premio letterario più blasonato di Francia, come Le benevole di Jonathan Littell e L arte francese della guerra di Alexis Jenni, che Millet ha portato negli scaffali di Gallimard a fianco di Marcel Proust e André Gide, Milan Kundera e Georges Simenon, Albert Camus e Jean Genet. Poi due anni fa, con un pamphlet di sole 18 pagine, Elogio letterario di Anders Breivik (che il Foglio tradusse il 30 agosto 2012), pubblicato in coda al suo libro Langue fantôme (presto in Italia per Liberilibri di Macerata), a una lettura del massacro di Utoya attraverso il prisma del multiculturalismo, Richard Millet è stato protagonista della guerra letteraria più intensa della recente storia francese. Scoppia l affaire Millet, dal titolo del saggio di Muriel de Rengervé, studiosa di Romain Gary, che altro non fu che una congiura di benpensanti (Editions Jacob-Duvernet). E questo, rivolta contro gli intellos e il loro potere, il movimento della Manif pour Tous, nonostante i tentativi del Monde di chiamarla Francia reazionaria, mettendo così sotto accusa ideologica metà del paese, ci dice Millet, che per le edizioni di Pierre-Guillaume de Roux ha appena pubblicato un libretto musicale sulla figura di Charlotte Salomon, la pittrice uccisa ad Auschwitz nel 1943, quando aspettava un bambino di cinque mesi. Questa Francia è viva e parla nelle strade, ci spiega Millet. Si rivolta contro la gnosi dei diritti umani e una gauche che, da buona moralista, vuole decostruire la famiglia e punire la prostituzione. Nelle manifestazioni della Manif pour Tous trovi cattolici, laici, repubblicani, ebrei, persino musulmani, e tante giovani ragazze che assomigliano alla Marianna, icona della Francia. Interi segmenti della popolazione si rivoltano contro quello che Millet chiama impero del bene e terrorismo decostruzionista. La Francia è vittima di una isteria del bene, il bene democratico, una alleanza fra snobismo e cattiva coscienza, un misto di intolleranza, inquisizione, ilotismo e falsificazione che va sotto il nome di correttezza politica. E il volto più cinico del libertarismo. E un ideologia straordinariamente potente travestita da oltraggio civile, un narcisismo filisteo, un masochismo quasi infantile nutrito di vigilanza, orizzontalità, condivisione, del culto delle minoranze religiose, femministe, etniche, del riciclaggio del cristianesimo sotto forma di illusioni umanitariste, quelli che in Francia chiamiamo catholiques de gauche. E una sorta di eresia transgenica, di escatologia sociale e sessuale, una idealizzazione infinita dell altro: lo straniero, il rifugiato, il disertore, la donna, l omosessuale, il pazzo, il bambino, l animale. Il destino dell ideologia democratica è realizzare la confusione tra vero e falso. E un restyling del secolo dei Lumi, ma senza il loro potere critico. Questo non è più lo spirito delle leggi, dell ironia, della mente europea, ma è la legge della tolleranza, della buona umanità. E qui Millet riprende la frase di Georges Bernanos, conspiration universelle contre toute espèce de vie intérieure. La decristianizzazione e la viltà In Francia oggi lo stesso concetto di conoscenza e di eredità è diventato sospetto. E sottoposto a una serie di revisioni infinite. Negli anni successivi al Maggio 1968 ci fu la volontà di dare la caccia alla ideologia dominante e distruggere tutte le forme di autorità, in particolare per liberare il bambino. Ho insegnato per circa vent anni e ho visto la contestazione del potere dei docenti, l eliminazione del contenuto letterario a favore della comunicazione, l ombra del sospetto gettata sulla storia francese, la lingua francese vista come uno strumento di dominazione, con la rinuncia alle radici greco-latine e cristiane. E la Cultura che ha ucciso la cultura. Le grandi costruzioni filosofiche, le grandi narrative, sono state abolite a favore della trasparenza, dell inclusione, del sociale. E la decristianizzazione, l oblio. E l ipocrisia della nostra intellighenzia che si pretende volterriana ma sogna la trasformazione in moschea della cattedrale di Notre Dame. Questo è uno dei volti della loro viltà. E anche una cultura della delazione, dice Millet. Coloro che rimangono fedeli alla vecchia legge, quella dei padri, oggi in Francia sono dichiarati politicamente sospetti e ostracizzati, assassinati in effigie, e in questa mania di mutilare le parole sono chiamati fascisti, reazionari, petanisti, maurrassiani, circondati da un cordone sanitario. La propaganda si è munita di un apparato di repressione, e viviamo in un sistema in cui ciò che è cool è l espressione di una nuova forma di totalitarismo, un totalitarismo morbido. Una sociologia della dolcezza che è il nuovo look del Realismo socialista. Gran parte di questo odio viene oggi da un neofemminismo che riversa sul paese un risentimento sinistro: Quando la donna odia, il suo odio è basso, vendicativo. Come la furia delle Menadi. birra), circa 87 per la donna. 4) Posizioni: 10 minuti di intimità classica (posizione del missionario), 250 calorie (come un cono gelato). 10 minuti di intimità dove la partner siede sopra, 300 calorie per lei, 130 per lui. 10 minuti di intimità in piedi, 600 calorie, quasi l equivalente di una pizza margherita. 5) Orgasmo: è il momento di maggiore attività aerobica, fino a 122 calorie. Forza Toti. Questo numero è stato chiuso in redazione alle 21 Guerra (ad di Luxottica) e ovviamente Carlo De Benedetti (editore del gruppo Espresso). E la ragione per cui i nomi qui elencati hanno deciso di gonfiare le guance è più o meno per tutti la stessa: questo governo non è il peggio che ci poteva capitare ma dato che Letta non riesce a far viaggiare il paese alla giusta velocità di crociera è arrivato il momento di cambiare aria e di puntare sull unico politico che potrebbe salire sul surf, prendere il timone e far cambiare rotta all Italia: Renzi. Con alcuni di questi nomi (Nagel, Pagliaro, Palenzona, Greco, Caltagirone, Rocca) Renzi ha un rapporto indiretto mediato dai filtri creati dagli amici Marco Carrai e Alberto Bianchi, entrambi punti di riferimento del Rottamatore nel mondo dell establishment (il primo, tra le tante cose, è consigliere dell Ente Cassa di Risparmio di Firenze, quarto azionista di Intesa Sanpaolo, il secondo è il tesoriere della fondazione Big Bang di Renzi, e fratello di Francesco Bianchi, capo del Maggio musicale, ex direttore responsabile dello sviluppo strategico in Banca Intesa, fino al 2011 consigliere nel cda di Banca Popolare di Milano). Con molti altri il rapporto è invece diretto e in diversi casi la richiesta di mettere un punto a questa esperienza di governo premi il tasto finish, Matteo il segretario l ha ricevuta personalmente. E andata così con Tronchetti Provera (con cui Renzi è andato a colazione la scorsa settimana). E andata così con De Benedetti (con cui Renzi ha costruito un rapporto cordiale). E andata così con Della Valle (che dopo un periodo di rapporti burrascosi con Renzi è diventato un sostenitore della linea della rottamazione del governo, e che ogni tanto a Milano, negli uffici della Tod s in Corso Venezia 30, organizza pranzi per il sindaco con alcuni osservatori stranieri). Ed è andata così, per esempio, anche con Mazzei (che prima di arrivare ai vertici di Intesa è stato presidente dell Ente Cassa di Risparmio di Firenze e che proprio a Firenze ha visto la figlia Violante sposare Bruno Scaroni, figlio di Paolo, ad dell Eni). Nella grande e intricata geografia dell establishment italiano dove anche OGGI NEL FOGLIO QUOTIDIANO BREVE STORIA DELL INSULTO POLITICO BOTTE IN PARLAMENTO. Il bivacco di manipoli in una cronaca di 150 anni (Capurso, inserto I, II, III, IV) Garantiti dai Dante bond Il Ft sbertuccia l economia poetica della Corte dei Conti Il patrimonio culturale non è un asset spendibile. I veri motivi del downgrade Il procuratore della Corte dei Conti del Lazio accusa le agenzie Standard & Poor s, Moody s e Fitch di avere abbassato impropriamente il rating del DI FRANCESCO FORTE debito pubblico dell Italia nel maggio, nel luglio, nel dicembre del 2011 e nel gennaio del 2012 con l argomento secondo il quale si sarebbero (forse volutamente) sbagliate, perché avrebbero sottovalutato l alto valore del patrimonio storico, culturale e artistico del nostro paese universalmente riconosciuto rappresenta la base della sua forza economica. Ciò ha puntualmente suscitato i sarcasmi del Financial Times, sempre alla ricerca di argomenti per screditarci come paese d operetta. ll patrimonio culturale non è un bene pubblico, ma un bene comune, che fa parte del capitale immateriale nazionale e non è cedibile né utilizzabile come collaterale a garanzia del debito. Vogliamo garantire i Btp con l Inferno di Dante o l Infinito di Leopardi? Quanto al nostro patrimonio storico e artistico pubblico, esso non è stato stimato nominativamente o per classi, nei lavori di Edoardo Reviglio per il ministero dell Economia, per mancanza di dati ad hoc. E le agenzie di rating non possono tenerne conto. Così la Corte dei Conti laziale se la dovrebbe prendere, semmai, con i ministeri competenti. Ma è ovvio che i beni pubblici che possono garantire concretamente il nostro debito sono altri. E con quale modalità il magistrato determina il nesso causale fra l abbassamento di rating e il danno ipoteticamente stimato in 234 miliardi di euro che all Italia ne sarebbe derivato? A suo parere quei declassamenti ingiustificati di rating avrebbero generato non solo la caduta del governo Berlusconi, per altro dovuta, come si sa, soprattutto al fatto che il presidente della Repubblica non volle firmare il cosiddetto decreto sviluppo. E prima del ribasso del rating era aumentato lo spread sul nostro debito pubblico in modo anomalo: da un lato l allora governatore della Banca centrale europea Jean-Claude Trichet, non aveva rassicurato i mercati sul fatto che l euro non sarebbe caduto, cosa che il suo successore Mario Draghi ha poi fatto. Dall altro lato, Deutsche Bank aveva venduto una grande quantità di titoli del debito italiano, con una mossa opinabilissima. (segue a pagina quattro) PARTE INCIVILE Pietro Grasso ha stabilito che il Senato si costituirà parte civile nel processo che vede il Cav. imputato per la presunta compravendita di laticlavii. C è stato un voto contrario dell ufficio di presidenza, ma Grasso sente il dovere morale di partecipare all accertamento della verità. E la sua frase preferita, l ornamento della sua inoperosa banalità, la sua insegna di parte poco civile e troppo vanitosa perché la verità si curi di lui. IL TAO DELLA CINA Pechino mette al bando la magia e la divinazione, ma tiene per sé due superstizioni: denaro e partito Forti di due superstizioni, il denaro e il partito, i cinesi muovono guerra alla magia. Xi Jinping, il leader della Repubblica popolare di Cina, ha messo al DI PIETRANGELO BUTTAFUOCO bando la notte in nome del giorno. Gli alberghi non dovranno più saltare il numero 4. E così nei posti sugli aerei. E negli ascensori. Il quattro sarà messo bene in vista, scriveva la Repubblica ieri. La tetrafobia, la paura del quattro, non è più ammessa nella Terra di Mezzo. Cancellato per decreto il significato di morte nell ideogramma che rappresenta il due più due perché, nell epoca del primato cinese nel globo, vale solo un principio: il profitto. La Cina, ciclicamente, si ritrova a lottare con se stessa. La Cina si specchia da sempre in quello che i poveri di spirito chiamano superstizione. I grattacieli avveniristici di Hong Kong sono costruiti tutti secondo i princìpi di locazione del Feng Shui, dottrina adesso proibita. Nel parco della stessa città, ancora adesso, i poliziotti tollerano una zona franca dove uomini e donne, nella laboriosa gestualità di esercizi ginnici, mascherano il culto del Falun Gong, la setta nemica per eccellenza. Ancora ieri, a Canton, presso il più importante tempio buddista di Cina, il rito di Six Banyan, all ombra del ficus, era affollato. E sempre meglio credere male che non credere in niente questo è il vantaggio del Drago e il codice di vita sociale è immerso nella divinazione, nella numerologia e nella ricerca dell armonia. Ogni esercizio fisico militare non è mero addestramento di muscoli ma riflesso di una celeste eufonia. I cinesi credono alla superstizione perché sono intelligenti. Oltrepassano la razionalità basica dei residenti d occidente e se oggi sono chiamati a obbedire al denaro e al partito lo fanno per affrontare un appuntamento rituale che è proprio della loro storia: strappare ciò che non si può estirpare. Come accadde al tempo della Rivoluzione culturale, quando le Guardie rosse di Mao misero a morte i maestri delle arti marziali, rasero al suolo le scuole, proibirono l insegnamento delle discipline per doverle recuperare dopo, giusto nella battaglia di egemonia in corso dove si avanza anche con le armi della conquista culturale. Ciò che storicamente non è stato mai estirpato dalla loro identità è quel mettere insieme il giorno l ordine quadrato di Confucio con la notte, ovvero la nebulosa di credenze, spiriti ed energia. Alchemicamente è inevitabile che il giorno cerchi la notte, così come poi, questa combatta quello, ed è impossibile che un cinese venga separato da se stesso perché perfino nella celebrazione della messa cattolica, in tutta la Cina, ogni fedele della Repubblica popolare fa il triplice inchino davanti all effigie dell antenato. Così come stabilito dall ordine confuciano. Così come accade nella tecnologia più avanzata che non rinuncia ai princìpi tradizionali. La Cina che lotta con se stessa è Confucio in guerra con Lao Tze. Quando il confucianesimo si ferma arriva il taoismo. E quando Confucio risorge si riprende lo spazio del Tao. L uomo, dice Confucio, non deve agire in base al profitto. I cinesi non pensano ad altro. Sono preda del materialismo. Nonostante ciò non riescono a separarsi da se stessi. Vanno dal barbiere per ogni santo capodanno lunare. La Cina di oggi è quella che è stata sempre. (segue a pagina quattro) la Confindustria di Squinzi, ieri a colloquio con Letta, ha mostrato segnali di insofferenza per il governo si può dire che gli ultimi pezzi da novanta rimasti a sostenere la tesi che cambiare verso a Palazzo Chigi potrebbe essere un azzardo sono influenti ma pochi. C è Federico Ghizzoni, ad di Unicredit, sostenitore di Letta. C è Giuseppe Guzzetti, classe 1943, presidente della Fondazione Cariplo, che anche per questioni anagrafiche non si può considerare un talebano della rottamazione. C è, seppur in modo più timido di un tempo, Giovanni Bazoli, capo di Intesa San- Paolo, nella cui banca però cominciano a essere molti i manager contrariati dall immobilismo lettiano. In Intesa, poi, negli ultimi tempi si sono gonfiate in modo inaspettato le guance di un nome di peso come Gros-Pietro, che oltre a essere presidente del consiglio di gestione della banca è anche consigliere Fiat. Al Lingotto però l avanzata di Renzi, seppure sponsorizzata e finanziata da vecchi campioni come Paolo Fresco, che nel 2013 ha versato 50 mila euro alla fondazione renziana Big Bang, viene osservata senza entusiasmi eccessivi, anche perché in questa fase alla casa torinese interessa soprattutto riorganizzare il gruppo (e un governo come quello guidato da Letta viene percepito da Elkann e Marchionne come non ostile all operazione Fiat-Chrysler). L onda descritta è dunque un onda lontana e per Renzi seducente che al momento si muove sulla linea dell orizzonte e che aspetta un gesto del surfista per avvicinarsi e tentare una qualche operazione spericolata (il voto, preferibilmente, o quanto meno un cambio al governo). Renzi è lì che aspetta. Aspetta di capire che fine farà la legge elettorale. Aspetta di capire che tempi ci saranno. Aspetta la propria tavoletta. Con la consapevolezza, però, che questa particolarissima massa d aria che ha cambiato direzione, e che se ne infischia della parola stabilità, potrebbe portare il Rottamatore dell establishment a vedere improvvisamente nell establishment un buon alleato per rottamare Letta. Chissà. (Scelte di sistema, Festa a pagina quattro) Icone popolari Perché il mondo ama la fase pop della chiesa che negozia senza opporsi Il vescovo di Lincoln spiega le astuzie dei fan mondani di Francesco. La guerra aperta e il logorìo da copertina Completare, non competere New York. James Conley, vescovo di Lincoln, in Nebraska, la chiama la nostra fase pop, e nella formula non c è sottotesto dispregiativo verso la pop culture né entusiasmo a priori per la salita trionfante della chiesa umile di Francesco sulle copertine patinate dell occidente secolarizzato. Il vescovo che tiene sul tavolino da caffè un libro con le copertine degli album di Who, Metallica, Nirvana e altri suoi idoli di gioventù regalo di un altro vescovo americano sa per esperienza quanto profondamente la cultura popolare informi il sentire comune: Le opinioni politiche e sociali nel nostro paese vengono più spesso dal mondo di Lorne Michaels e Jon Stewart che dalle pagine del New York Times o del Wall Street Journal. Quando parlo con i govani di matrimonio gay è più probabile che citino Macklemore che Maureen Dowd. L occasione dell intervento di Conley, apparso sulla rivista First Things, è l incoronazione di Francesco da parte di Rolling Stone apoteosi della nostra fase pop come epigono moderno e riformista dopo la fase oscura della chiesa incarnata da Benedetto XVI, che esce mostrificato dalla penna semplificatrice e pasticciona del giornalista Mark Binelli. Conley non si dilunga sul merito dell articolo in questione ( revisionismo standard ) ma ne osserva la rilevanza pubblica, finendo per formulare osservazioni sul rapporto fra chiesa e mondo che vanno al di là della circostanza giornalistica particolare. Il problema, scrive Conley, è che le lusinghe della cultura popolare sono in realtà assalti per dirottare il papato di un fedele, e spesso non convenzionale, figlio della chiesa. Spiega il vescovo: I libertini sociali e sessuali non hanno interesse a screditare il cristianesimo. Sono molto più interessati a rimodellarlo, arruolando Cristo, e il suo vicario, fra i loro sostenitori. L agenda sociale secolarizzata è più appetibile per i giovani se completa, invece di competere, il cristianesimo residuale delle loro famiglie. Il nemico non ha nessun interesse a sradicare il cristianesimo se può sublimarlo per i propri scopi. La più grande astuzia del diavolo non è convincere il mondo che lui non esiste, ma convincere il mondo che Gesù Cristo è un paladino della sua causa. La cultura pop semplifica, rimpicciolisce, piega, ricalca schemi ideologici familiari al pubblico per tentare la trasvalutazione secolarizzata degli elementi cristiani che sono rimasti impigliati nell occidente: questa è la sua forza persuasiva. La tensione descritta dal vescovo americano fra il completare e il competere è assai rilevante se si considerano le sfide su più fronti che la chiesa sta affrontando. L offensiva francese di una laïcité post giacobina, con le sue carte della lacità esplicitamente anticristiane e la criminalizzazione di tutto ciò che devia dalla convenzione secolarizzata vigente, si muove nell ordine della competizione fra modi di vita incompatibili. Lo stato sostituisce il vecchio paradigma con uno nuovo. Ma nella logica della pop culture tanta esibizione di livore è quasi preferibile alle lusinghe sudbole di una cultura che ambisce a completare la chiesa. (Ferraresi segue a pagina quattro) I tiepidi vanno all inferno, io vado a Marsiglia con padre Zanotti Langone a pagina due

2 ANNO XIX NUMERO 31 - PAG 2 IL FOGLIO QUOTIDIANO GIOVEDÌ 6 FEBBRAIO 2014 Pillola di falsità Così molti uomini di chiesa ingannarono se stessi (e la chiesa tutta) sulla contraccezione L e imprudenti dichiarazioni di alcuni uomini di chiesa, rilasciate alla stampa con fragore, in relazione all operato del confratello cardinal Müller e in favore di innovazioni sulla dottrina del matrimonio, non esplicitate e assai vaghe, riportano alla mente, almeno in parte, il grande dibattito nella chiesa sulla contraccezione degli anni Sessanta e Settanta. Quando vari uomini di chiesa cercarono di scardinare la dottrina attraverso il rilascio continuo e calcolato di interviste ai media, in cui si faceva capire che la chiesa cambierà idea sulla contraccezione, anzi, la sta già cambiando. Che fossero convinti o meno di ciò che dicevano, questi ecclesiastici giocavano la loro partita con molto senso della comunicazione e pochi scrupoli. Viene in mente questo parallelo leggendo l ultima, ponderosa fatica di Renzo Puccetti, medico e bioeticista di grande valore che a raccontare la verità sulla contraccezione si dedica da tempo, con le armi della scienza oltre che con gli strumenti della teologia morale. Il libro in questione si intitola I veleni della contraccezione (Esd), e potrebbe essere diviso in due parti: la prima, dedicata alla discussione sulla pillola al Concilio e nel post Concilio (ricostruzione storica dettagliata di tutto il dibattito teologico e scientifico interno alla chiesa), e la seconda intenta a raccontare la verità sugli effetti della contraccezione sul singolo, sul matrimonio e sulla società. Proprio nella prima parte Puccetti racconta di questi cattolici che ritenevano di agire in contrasto sì con l insegnamento della chiesa, ma con attenzione e premura per le coppie cattoliche e per il loro matrimonio. Credevano cioè che rendere lecita la contraccezione aiutasse la solidità del rapporto di coppia; che togliere al rapporto tra uomo e donna l autocontrollo della vita sessuale, non generasse una perdita di responsabilità e di rispetto reciproco, ma il contrario. Non capivano, come Chesterton, che nel momento in cui il sesso cessa di servire, diventa un tiranno. Basterebbe guardare la realtà di oggi per comprendere quanto fossero ingenui e in errore. Credevano, ancora, incentivando la pianificazione familiare, di dimostrarsi aperti. Ma cosa significa, per un credente, essere aperto, se non essere disponibile, docile, all agire di Dio nella storia dell individuo, della coppia, della società? Cosa sia diventata l apertura dei teologi alla moda, lo vediamo, spesso, oggi: chiusura al matrimonio come donazione reciproca; chiusura ai figli; chiusura alle circostanze della vita in cui ogni cristiano è chiamato a vivere la sua fede, cioè la sua fiducia (vedi medicalizzazione esasperata della gravidanza, aborti selettivi ). E la pianificazione delle nascite cosa ha portato? Paura. Paura di sposarsi, paura di avere figli, paura di avere figli non perfetti Perché quando vogliamo pianificare tutto noi, come gli antichi pagani, non viviamo più da protagonisti, nella realtà, ma finiamo vittime degli eventi che invano cerchiamo di dominare ( Ducunt volentem fata, nolentem trahunt, scriveva già Seneca). Quali i responsabili, allora, di una apertura che avrebbe dovuto salvare il matrimonio e che invece ha contribuito, più forse di ogni altra cosa, a distruggerlo? Puccetti indaga con scrupolo di storico e fa nomi e cognomi: i cardinali Suenens e Döpfner, i vescovi Reuss e Shannon e molti altri. E scrive, sulla Nuova Bussola: Vi furono sondaggi; quello dello psichiatra Cavanagh, quello dei coniugi Crowleys tra le coppie sposate, quello del cardinale Shehan tra i suoi sacerdoti della diocesi di Baltimora Dei sondaggi però si abusò per introdurre il criterio parlamentare nella dottrina. Due impetuosi fiumi provenienti da fuori e dall interno della chiesa si unirono e formarono un impressionante onda di pressione che si abbatté sul Papa, che però seppe resistere e promulgare, nel fatidico 1968, l enciclica Humanae vitae. Come contribuire all instabilità famigliare Nella seconda parte del suo studio Puccetti contesta, numeri alla mano, l idea secondo cui la diffusione della contraccezione ridurrebbe sensibilmente il ricorso all aborto; dimostra che la contraccezione (portando a una concezione di sesso light), elimina molte delle ragioni per un esercizio responsabile della sessualità all interno di un vero rapporto d amore, incrementa i rapporti prematrimoniali e diminuisce il numero dei matrimoni. Inoltre incrementa il numero dei bambini che nascono fuori dal matrimonio, favorisce il ricorso alla convivenza, con relativo aumento del tasso di dissoluzione del legame, e posticipa l età del matrimonio e la nascita del primo figlio, con rilevanti effetti demografici La cosiddetta mentalità contraccettiva finisce infine per ridurre il numero assoluto dei figli e contribuisce all instabilità famigliare (la curva dei divorzi in Inghilterra e America sale non tanto dopo la rivoluzione sessuale del 1968, ma nel periodo in cui la pillola contraccettiva raggiunge le donne di quei paesi). D altra parte non mancano gli studi che dimostrano la minore probabilità di divorzio e di aborto tra le donne che hanno adottato i metodi della pianificazione naturale, vuoi per i metodi stessi, vuoi per la mentalità, ben diversa da quella contraccettiva, di chi vi ricorre. Francesco Agnoli Strasburgo. La bolla europea è in gran movimento, gli oltre 200 mila tra commissari, eurodeputati, eurocrati, diplomatici e lobbisti presenti a Bruxelles sono tutti agitati per la nomina del successore del presidente della Commissione, José Manuel Barroso. L ex premier lussemburghese, Jean-Claude Juncker, è il favorito sul commissario francese, Michel Barnier, per strappare la nomination del Partito popolare europeo durante il congresso del 6 e 7 marzo prossimi e completare la rosa dei concorrenti per l incarico più prestigioso delle istituzioni comunitarie. Il Partito del socialismo europeo ha già scelto il socialdemocratico tedesco Martin Schulz. L Alleanza dei liberali e democratici, dopo una grande battaglia interna, ha preferito l ex premier belga Guy Verhofstadt al commissario simbolo dell austerità, Olli Rehn. La sinistra antieuropea ha proclamato come nuovo capofila il greco Alexis Tsipras, leader di Syriza e incarnazione della ribellione alla Troika. I Verdi hanno optato per due candidati il no global francese José Bové e la vegana tedesca Ska Keller dopo primarie aperte a tutti via internet. Questa volta è diverso è lo slogan dell Europarlamento per il voto del 25 maggio: per la prima volta, grazie al Trattato di Lisbona, i capi di stato e di governo dei 28 dovranno tenere conto dei risultati delle europee per nominare il presidente della Commissione. Il presidente del Consiglio europeo, Herman Van Rompuy, ha già convocato un Vertice straordinario per il 28 maggio per discutere del successore di Barroso. I capigruppo dell Europarlamento hanno deciso di riunirsi a pranzo lo stesso giorno per imporre le loro condizioni e il loro nome ai leader. La bolla europea è ancor più in agitazione per il fatto che, di qui alla fine dell anno, altri incarichi di prestigio si libereranno: l intero collegio dei commissari, l Alto rappresentante per la politica estera Catherine Ashton, lo stesso Van Rompuy, oltre al posto di segretario generale della Nato. Ma nel momento in cui la crisi continua a mordere, la disoccupazione non accenna a diminuire e le forze euroscettiche sono sulla cresta dell onda, il processo di selezione dei futuri leader dell Unione europea contrariamente a quanto dice l Europarlamento appare tanto autoreferenziale quanto in passato. Le primarie dei Verdi dimostrano il disinteresse dei cittadini per tutto ciò che aspira a essere politica europea. In Germania gli iscritti ai Verdi sono quasi 50 mila, in Francia superano i 10 mila, ma solo 22 mila persone hanno votato per i quattro candidati (due tedeschi, un francese e un italiana). Ci sono stati meno votanti che a primarie regionali, dice con preoccupazione una fonte dei Verdi. Il problema secondo il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano è che l unica cosa che resta maledettamente nazionale in Europa è la politica: Cos è l Unione politica di cui si parla, se non si fa vivere su scala europea il confronto politico democratico, la competizione tra le diverse correnti ideali e forze politiche organizzate?. Ma il problema è anche quello di un élite europea il cui unico minimo comune denominatore corrisponde sempre alla mediocrità, nonostante le sfide da fronteggiare. La rosa dei papabili segna il ritorno degli uomini di ieri, ha commentato ieri il Financial Times, sottolineando che la presidenza della Commissione ha bisogno di candidati migliori. Soprattutto nel momento in cui la pancia della gente è vuota e rigurgita versioni europee del Tea Party. Almeno, cinque anni fa, l ex premier britannico Tony Blair era in lizza per il posto di presidente del Consiglio europeo. Per evitare di confrontarsi con le idee forti, i capi di stato e di governo nominarono il grigio Van Rompuy, il cui unico merito era stato di presiedere per alcuni mesi lo stallo politico del Belgio senza disintegrare il paese. Per guidare la neonata politica estera europea fu scelta Lady who? (Ashton) solo perché donna e amica di Gordon Brown. Allo stesso modo, i candidati di oggi sono le cheerleader di una ristretta cerchia che si nutre di Financial Times e Monde, ma sconosciuti alla gente comune che si prepara a consegnare un franco successo all estrema destra del Front national di Marine Le Pen in Francia o agli eurofobi dell Ukip di Nigel Farage nel Regno Unito. Il socialista Schulz è ricordato soprattutto per il kapò che gli stampò addosso il Cav. nel luglio del I popolari ancora esitano tra Juncker, ex presidente dell Eurogruppo che si è inventato la Troika, e Barnier, il commissario ai Servizi finanziari che non ha visto la crisi bancaria europea, mentre hanno scartato personalità più controverse come il premier irlandese, Enda Kenny. La cancelliera tedesca, Angela Merkel, che rimane con i piedi per terra e si è letta i trattati, vorrebbe imporre un colpo di mano, scegliendo Christine Lagarde, la direttrice del Fondo monetario internazionale. Tanto, alla fine, nella bolla europea ogni posto è intercambiabile. Se Merkel gli dirà nein per la Commissione, Juncker potrebbe sempre andare al posto di Van Rompuy. David Carretta Bruxelles se la gode nella sua bolla di nomine (finché vogliono le ragazze) B isogna andare a Marsiglia. Non per il pastis, non per il sapone, non per la bouillabaisse, ma per un prete. Un prete così potentemente prete come padre Zanotti, così ardente e appassionato, così trascinatore, in Italia non riesco a trovarlo. Dicono un gran bene di don Fabio Rosini, a Roma, che non sarà un ipocredente ma pure lui nelle foto appare in maglione o in tenuta da pastore anglicano: come mai? Perché tanti preti, anche buoni preti, indossano il clergyman? Forse perché d accordo col pluriscomunicato e pluriuxoricida Enrico VIII? O perché ci tengono a somigliare ai signori delle pompe funebri? Padre Zanotti invece veste la talare siccome indossarla significa essere immediamente riconosciuti come operai di Dio, e subito interpellati per riparare anime. Mentre andando in giro in borghese sei sicuro di una cosa: che non succederà niente. Lo scrive in I tiepidi vanno all inferno (Mondadori), un libro ad alta temperatura religiosa però non solo mistico, anche parecchio pratico, e che dovrebbe essere portato nei seminari perché insegna a fare il prete e fuori dai seminari perché mette voglia di farsi prete. Padre Zanotti esorta il sacerdote a non essere uno tra gli altri, a non mimetizzarsi (cosa che a lui riuscirebbe comunque difficile, essendo alto e bello come un attore). Non lasciare che i fedeli ti diano del tu. E se lo fanno per lunga consuetudine con te, che premettano padre al tuo nome. Devono leggerlo i preti che, specie su internet, omettono il don, confondendosi nel mare magno e non offrendo nessuna luce, nessun punto di riferimento, a chi nel mare magno si è perso. Io ho un contatto Facebook che non sono riuscito a capire se è un frate oppure un laico: non usa il fra, non veste il saio, solo Dio sa qual è la sua vocazione, ammesso che una vocazione ci sia. Bisogna andare a Marsiglia per vedere in azione questo prete formidabile e si potrebbe anche fare, non è così distante. Inoltre padre Zanotti, come suggeriscono il cognome e la città di nascita, Nizza, ha sangue italiano nelle vene, e prima dell ordinazione ha studiato a Treviso, Padova, Roma (Angelicum) quindi la nostra lingua dovrebbe conoscerla. Non è solo un po italiano, è anche un po ebreo, almeno come origine, e all anagrafe e in copertina risulta Michel-Marie Zanotti-Sorkine: il secondo cognome ricorda il nonno materno, immigrato russo. Pertanto non è cresciuto in una famiglia molto cattolica, e in un ambiente ben poco cattolico ha vissuto quando, fino ai ventotto anni, cantava nei cabaret di Parigi e Montecarlo, e nemmeno oggi vive in un contesto così cattolico: a Marsiglia un quarto degli abitanti è maomettano e innumerevoli sono gli atei, i genderisti, gli omosessualisti, i cristiani arresi al mondo. Forse proprio per questo ha sviluppato una fisionomia cattolica nettissima fino a essere capace di scagliarsi contro l ecumenismo da due soldi, che consiste nel volere che i protestanti restino tali. Non accusa il contesto ostile ma la tiepidezza del clero: San Paolo ha forse beneficiato delle circostanze più favorevoli per annunciare il Regno? Andiamo, siamo onesti: non abbiamo più il sacro fuoco. Qualche anno fa l incendiario padre è diventato parroco di Saint-Vincent de Paul, gran tempio neogotico in fondo a la Canebière, pieno centro, che come molte chiese francesi e non solo francesi (a Firenze hanno appena chiuso San Marco, la chiesa del Beato Angelico, di Savonarola e La Pira) si stava spegnendo per mancanza di fedeli: adesso c è la fila. Miracolo di una fede fiammeggiante che ha fatto tornare le pecore all ovile con la predicazione (dal pulpito, l ho visto su YouTube, fa impressione), la bellezza (candele vere, organo vero, confessionali veri), il fervore ( solleva la mano per benedire le persone e le cose, credi nel potere dell acqua santa, sii soprannaturale! ) e l estrema disponibilità: chiesa sempre aperta e lui sempre pronto a confessare, a incontrare chiunque anche senza appuntamento, anche nei caffè e nelle case, padre spirituale di un popolo multicolore di madri senza mariti, di giovani incerti, di vecchi malati. En cas d urgence, de jour comme de nuit, vous pouvez contacter le père curé au Il viendra sans tarder, c è scritto sul sito: senza tardare e in abito talare, perché tutti sappiano chi l ha mandato. Camillo Langone I tiepidi vanno all inferno, io vado a Marsiglia in talare con padre Zanotti Roma. Il rinvio della nuova legge sulla famiglia in Francia, e le imbarazzate rassicurazioni governative sul fatto che comunque non si sarebbe occupata né di fecondazione assistita per coppie lesbiche né di utero in affitto per quelle di omosessuali maschi, non hanno impedito alla ministra Guardasigilli, Christiane Taubira ( madre della legge sulle nozze gay) di promettere su Europe 1, martedì mattina, che a quelle misure, prima o poi, ci si arriverà. La sua collega ai Diritti delle donne, Najat Vallaud- Belkacem, su Libération ha aggiunto che la responsabilità del governo è non solo di attuare riforme per far progredire la società, ma anche di farle accettare. Un po di pazienza e tutto si farà. Queste due voci dal sen del governo fuggite sono forse il miglior commento alle teorie governativo-gauchiste su una Francia reazionaria, paranoica e isterizzata rappresentata dalla Manif pour Tous, che si sarebbe semplicemente inventata il fantasma di un attacco senza precedenti alla famiglia e farneticherebbe di teoria del gender somministrata ai bambini nei programmi scolastici. Ma che la demonizzazione (visto che l abolizione non è possibile) della differenza sessuale sia la missione evidente dell Abcd de l égalité promosso dal ministero dei Diritti delle donne e da quello dell Educazione affidato a Vincent Peillon, appare evidente a una semplice lettura. Lettura suo modo esilarante, se non fosse che c è ben poco da ridere, all idea dei piccoli francesi esposti per legge a certe baggianate finto progressiste, come nemmeno la fantasia di Aldous Huxley e di George Orwell avrebbero potuto concepire. Lo stesso Ray Bradbury, che in Fahrenheit 451 parla di un mondo dove i libri sono proibiti, non avrebbe immaginato che nella douce France sotto la presidenza Hollande, grazie all Abcd dell uguaglianza al rogo sarebbero finite anche le favole dei fratelli Grimm e di Perrault. Esagerazioni? Sul sito del Centre National de Documentation Pédagogique, che dipende dal ministero dell Educazione, leggiamo quali sono gli strumenti pedagogici messi a disposizione degli insegnanti della scuola primaria, allo scopo di dotarsi di tutti i mezzi per decostruire, attraverso la conoscenza, i pregiudizi che si oppongono alla vera uguaglianza. Troviamo, per esempio, uno strumento in due puntate sulla figura della Bella nelle favole: disdicevole concentrato di stereotipi, con quel finale obbligato fatto di matrimonio e bambini, modello negativo di passività e di improduttività. Meglio, allora, prendere per mano i piccoli citoyens e condurli alla decostruzione di Cenerentola, della Bella Addormentata, di Raperonzolo, principesse sagge e convenzionali e modelli di futura sottomissione. Se non dovesse bastare, ecco la danza ispirata a Cappuccetto Rosso, nella quale i maschi devono essere incoraggiati a recitare la parte di Cappuccetto Rosso e le bambine quella del lupo, perché nelle classi primarie, la lotta contro gli streotipi passa prima di tutto attraverso la mescolanza dei ruoli lupo-cappuccetto Rosso (i pedagoghi dell Abcd de l égalité saranno dotati di mezzi di decostruzione ma non di senso del ridicolo). E che dire dell analisi del quadro Madame Charpentier et ses enfants di Auguste Renoir? L obiettivo del relativo strumento pedagogico è di condurre gli allievi a porsi la questione dell uguaglianza tra bambine e bambini, scoprendo che nel 1878 un maschietto di tre anni come quello rappresentato nel quadro era vestito come la sorellina maggiore. Ma poi, a sette-otto anni, ai maschi toccavano i pantaloni, mentre le femmine restavano ferme alla gonna Si arriva così all apologia dei pantaloni per le donne, cosa di cui effettivamente si sentiva l esigenza. Al pedagogo dell égalité di stato non sfugge un particolare inquietante: la signora Charpentier porta un abito nero con un merletto bianco e anche il grosso cane accovacciato ai piedi del gruppo famigliare è nero e bianco: Gli stessi colori del vestito di M.me Charpentier. No, da Renoir questo non ce l aspettavamo proprio. Nicoletta Tiliacos Egalité scolastica, fiabe unisex e scomparsa del senso del ridicolo Roma. Tra una discussione e l altra sulla riforma dello Statuto, l episcopato italiano torna a far sentire la sua voce negli ultimi mesi un po flebile rispetto alle battaglie dell ultimo ventennio in difesa della famiglia intesa come fondamento della società e sua prima forma naturale. A rompere il silenzio sono stati i vescovi del nordest che, all unanimità, hanno firmato e pubblicato una nota pastorale in cui prendono posizione su alcune urgenti questioni di carattere antropologico ed educativo. Nel dettaglio, i presuli si riferiscono al dibattito sugli stereotipi di genere e sul possibile inserimento dell ideologia del gender nei programmi educativi e formativi delle scuole e nella formazione degli insegnanti. A destare allarme si legge nel documento non sono solo discutibili ma fuorvianti orientamenti sull educazione sessuale ai bambini anche in tenera età, ma anche le richieste di accantonare gli stessi termini padre e madre in luogo di altri considerati meno discriminanti. Si tratta di elementi che portano al grave stravolgimento del valore e del concetto stesso di famiglia naturale fondato sul matrimonio tra un uomo e una donna. Uno stravolgimento che i vescovi del nordest definiscono potenziale e talora già in atto. La famiglia, aggiungono, non può essere altro che quella descritta da Francesco nell esortazione Evangelii Gaudium resa nota a novembre: Unione stabile dell uomo e della donna nel matrimonio che nasce dal riconoscimento e dall accettazione della bontà della differenza sessuale per cui i coniugi possono unirsi in una sola carne e sono capaci di generare una nuova vita. Concetti che il Papa aveva già espresso nel corso della visita ad Assisi, a inizio ottobre. La Nota pastorale ribadisce il rifiuto di un ideologia del gender che neghi il fondamento oggettivo della differenza e complementarietà dei sessi, divenendo anche fonte di confusione sul piano giuridico. L invito dell episcopato del Triveneto è a non avere paura e a non nutrire ingiustificati pudori o ritrosie nel continuare a utilizzare, anche nel contesto pubblico, le parole tra le più dolci e vere che sia mai dato di poter pronunciare, come marito, moglie, famiglia. Il presidente della Conferenza episcopale del nordest, il patriarca di Venezia Francesco Moraglia, spiegava a Radio Vaticana che la cosiddetta teologia del gender nega il fondamento oggettivo della differenza e complementarietà dei sessi. Il documento pubblicato non rappresenta (ancora) la posizione ufficiale della Conferenza episcopale italiana in vista del Sinodo del prossimo ottobre, ma è una traccia indicativa della linea che potrebbe essere seguita nella fase preparatoria. Finora aveva dominato la prudenza. Commentando i risultati del questionario inviato alcuni mesi fa alle diocesi, il neo segretario generale ad interim, monsignor Nunzio Galantino, si era limitato a notare che il questionario ha riscontrato una risposta pronta e capillare. Quanto alle indicazioni emerse, nessun commento. Scelta diversa da quella compiuta dai vescovi tedeschi e svizzeri, che hanno già pubblicato una sintesi dei risultati pervenuti. Se dalla Germania è stata sottolineata la confusione creata dalla dottrina dell Humanae Vitae, dalla Svizzera si nota come sia molto diffusa l incomprensione per l esclusione dei divorziati dai sacramenti. (ma.matz) I vescovi del nord-est danno la linea alla Cei: più famiglia, meno gender CONTRORIFORME Segni del cielo Da Orosio a Ossequente a noi, la lunga guerra tra cristiani e pagani (poi laici) sui miracoli A bbiamo tutti visto, sui giornali, l incredibile fotografia dell assalto in volo di un corvo e un gabbiano alla colombella bianca appena liberata dalla mano di un bambino, in piedi al fianco di Papa Francesco durante l Angelus domenicale. Sicuramente quella foto ha fatto il giro del mondo. Se ne è occupata spiritosamente, su queste pagine, Mariarosa Mancuso, evocando una serie di eventi cinematografici, in primo luogo Uccelli di Hitchcock Io ho visto più volte i falchi e i corvi piombare in picchiata sugli storni calati a migliaia, nelle tramontane novembrine, sui platani di Roma; e so anche che, ammirabili per l eleganza in volo, i gabbiani sono però animali crudeli; da sempre come piaceva a mia moglie tengo sulla terrazza di casa una piccola piattaforma di legno su cui getto minuzie: la frequentarono passeri e pettirossi, poi sono arrivati i merli e gli uccellini si sono dileguati; ma anche i merli sono spariti quando sui pini tutto intorno hanno nidificato le pesanti taccole, i corvidi cui appartiene uno degli aggressori della colomba. L aggressione alla bianca palombella è un evento, comunque, abbastanza naturale, osserva Mancuso. Ma, a far dell ironia, potrei vedervi un segnale provvidenziale, da interpretare come un divino, soprannaturale monito al Papa. L ottima Mancuso menziona anche la non meno celebre fotografia del fulmine che colpì la cupola di San Pietro la sera delle dimissioni di Benedetto XVI. Se sottolineassi questi due eventi come segni negativi e infausti, sarei irrispettoso e sacrilego? E perché mai? Non ci ha insegnato la dottrina cattolica che i miracoli avvengono e che la mano attenta e operosa di Dio è sempre presente e pronta a intervenire sulle vicende umane? Se è miracolo una guarigione altrimenti inspiegabile, perché non potrebbe aspirare ad avere una significazione celeste anche l evento orribile di cui sto parlando? Non si può scartarlo a priori solo perché non ci piace, magari perché come si dice non sta bene. Un evento così scioccante con la colomba accanto al Papa in un momento altamente simbolico, la sua liberazione che vuole esprimere tante cose belle e buone, l attacco dei rapaci, ecc. dovrebbe lasciare un po perplessi, almeno quanti ai miracoli credono. Il cristianesimo, che nella nascita virginale di Gesù o nell apparizione della croce a Costantino ha punti di altissima partecipazione alla cultura del prodigio, operò decisamente, soprattutto grazie all imperatore Teodosio ( ), per porre fine alle pratiche divinatorie e interpretative legate alla religio dei padri. Lo scontro tra la cristianità e il residuale mondo pagano fu pesante, su questo tema. E proprio a quel clima di guerre culturali appartiene il Prodigiorum liber di Giulio Ossequente, oscuro scrittore vissuto a cavallo tra il IV e il V secolo d. C. E una raccolta di brevi passi tratti dall opera di Tito Livio che narrano, appunto, di prodigi occorsi a marcare, spiegare fatti e vicende narrati dal grande storico. Tenuto a lungo per un modesto centone il libro vuole invece, sembra accertato, fornire alla pietas degli ultimi ambienti aristocratico-culturali paganeggianti uno strumento di interpretazione storica capace di contrastare la nuova storiografia e ideologia cristiana cui Paolo Orosio, sollecitato da sant Agostino, donava, più o meno in quel tempo, le sue Historiae, che piegavano a gloria del nuovo Dio perfino il saccheggio di Roma da parte dei Visigoti di Alarico (410): un evento certamente, per i coevi, più significativo e terrorizzante di quanto furono per noi le Twin Towers. E allora: un livido fulmine colpisce la basilica di San Pietro in un ora significativa e pesante per la chiesa? Secondo Ossequiente il tempio di Giunone Lucina fu colpito da un fulmine: vennero danneggiati il tetto e le porte. Nelle vicinanze molte cose furono colpite dal fulmine. Un corvo afferra al volo la colomba papale? Ancora Ossequiente ci viene in aiuto: A Stratopedo, dove il Senato era solito incontrarsi, i corvi uccisero un avvoltoio picchiandolo con i becchi. La stessa fondazione di Roma non venne segnalata a Romolo da un evento espresso da un volo di uccelli ma molto meno emblematico dell uccisione della colombella? Medjugorje e il cornetto di don Benedetto In questi giorni, apposite commissioni stanno esaminando la documentazione relativa ai fenomeni devozionali di Medjugorje fondati su presunte apparizioni della Madonna. In una trasmissione tv della Rai, uno degli invitati ha asserito con convinzione che Maria è apparsa qua e là migliaia di volte, ma il conduttore si è affrettato a ricordare che Papa Francesco, dinanzi a certe affermazioni, ha pazientemente replicato che la Madonna non è un postino impegnato a distribuire letterine a tutto il paese. Ci sono contraddizioni che pesano sull affabulazione cattolica circa i miracoli. Una delle imputazioni che lo spirito protestante e quello laico rovesciano sulla chiesa è questa facilità a dare spazio alla credulità della gente, del popolino, sull intervento miracoloso. Sì, anche per chi è simpatetico, certe cose mettono a disagio. Oddio, però anche don Benedetto credeva nei poteri del cornetto di corallo rosso. Angiolo Bandinelli RIFORME Il tema della comunicazione acquista in politica uno spazio sempre più dilatato. Si tende sempre più a discuterne, a interrogarsi sui canoni da adottare. Il fenomeno del resto è generale e ha prodotto perfino un corso di laurea, Scienza della comunicazione, su cui probabilmente Benedetto Croce avrebbe trovato da ridire. In politica comunque i risultati di tanta teoria sono contraddittori. Da un lato Casaleggio si rivolge a neuro linguisti, e pare che in passato anche qualcun altro l abbia fatto, mentre molti politici e perfino cariche istituzionali si scatenano su Twitter. Dall altro la comunicazione politica regredisce verso un linguaggio da anni Trenta. Per esempio i comunicati sui social network del M5s sono sempre preceduti da maiuscoli imperativi come Diffondere! o nei casi più gravi Massima diffusione! che fanno pensare a un ottuso burocrate del Minculpop o, per venire a tempi appena meno lontani, al mitico Organizzate l ascolto! che sull Unità concludeva l annuncio di una tribuna televisiva del segretario del partito. E ho citato il M5s non per preconcetta ostilità ma perché sono gli ultimi arrivati e si ritengono gli unici vivi in un mondo che simpaticamente definiscono popolato da morti. BORDIN LINE di Massimo Bordin Prova dell esistenza di Dio è l esistenza della chiesa, unica istituzione capace di sopravvivere al fuoco di duemila anni di storia. Prova dell esistenza del diavolo è l esistenza dell Onu. Satana in ebraico significa Accusatore e l Onu, ansioso di ricordare la propria esistenza, oggi accusa la chiesa delle peggiori malefatte. Il comitato Onu sui diritti dell infanzia usa i bambini violentati da alcuni preti che hanno tradito Cristo per violentare la chiesa di Cristo, intimandole di benedire aborto e sodomia. I comitati non prevarranno contro di essa, chiaro, purtroppo però i comitati e gli altri organismi onusiani prevalgono ogni anno sul contribuente italiano nella misura di 130 milioni di dollari e passa. Non capisco perché si parla di abolizione delle province, che comunque qualche strada la asfaltano, e non di questi comitati, che la strada la fanno perdere. Quindi prego per l istituzione di un comitato non-onu sui diritti del contribuente violati dai comitati Onu. PREGHIERA di Camillo Langone Alla notizia secondo cui la Corte dei Conti italiana avrebbe citato, o starebbe per citare, le maggiori agenzie di rating per non aver considerato il valore del patrimonio artistico e culturale italiano, vera risorsa economica e civile del paese, calcolato in 234 miliardi di euro, alzi la mano chi non ha immaginato un gruppetto di emiri o di gazpromisti che, fatti un po di conti, abbia discusso se non fosse il caso di prendersi tutto, Volterra e il Campidoglio e Ragusa Ibla. Anche Orvieto? Anche. Con la Cappella di San Brizio e tutto. Io vado pazzo per il Duomo di Orvieto e, benché uno dei più preziosi miei amici ritenga Signorelli uno sconclusionato culturista, ci trovo l unica rappresentazione della parola sovraffollamento, altrimenti stupida, come l eccesso di un eccesso: i beati del Paradiso vi si affollano infatti, sia pure in pose serene, ma uno il Paradiso lo vorrebbe più diradato; i dannati dell inferno si sovraffollano, convulsamente ammucchiati e tormentati, come in un cortile dell aria durante la perquisizione generale. Chissà se San Vittore e l Ucciardone sono state prese in conto dalla Corte dei Conti, e quanto valutate, al lordo e al netto del contenuto. 234 miliardi di euro. E consolante sapere quanto valiamo. Anche la Casa di Machiavelli, e il mosaico di Aquileia. E il Platano dei cento bersaglieri e il Castagno dei cento cavalli. E le mura, e gli archi. PICCOLA POSTA di Adriano Sofri

3 ANNO XIX NUMERO 31 - PAG 3 IL FOGLIO QUOTIDIANO GIOVEDÌ 6 FEBBRAIO 2014 EDITORIALI Finita la tregua tra mondo e Francesco L Onu muove all attacco della chiesa, deboluccia la risposta vaticana Dicono che il comitato Onu che ha sferrato un feroce attacco alla chiesa cattolica è composto di esperti indipendenti. Non esistono in queste materie affrontate dal comitato, pedofilia aborto contraccezione omosessualità, esperti indipendenti. L Onu è un pozzo di dipendenza ideologica, perfino tossica, dall ideologia del contemporaneo: le accuse indiscriminate di pedofilia e di protezione canonica della pedofilia del clero sono una bugia statistica, che converte in comportamenti pandemici le devianze sessuali abusive dei bambini di una infima frazione del medesimo. Sono sopra tutto l altra faccia del progetto di modificazione identitaria e strutturale del cattolicesimo, perseguita attraverso l aggressione al Vaticano come Santa Sede della chiesa, ai vertici della gerarchia episcopale in tutto il mondo. Gli esperti indipendenti Onu si riuniscono a Ginevra, magnifica e colta città ma per eccellenza anticattolica, o nella città più modernamente bella e moralmente corrotta del mondo, New York, e sermoneggiano corteggiando le paure e i pregiudizi anticattolici della bella gente che conta, in particolare nel nord americano ed europeo segnati dalla Riforma protestante, allo scopo di demolire ciò che è percepito, il cattolicesimo, come l ultimo ostacolo sulla via della redenzione dalla religione (che è una cosa diversa dallo spiritualismo new age). Perseguono l affermazione di un puritanesimo religioso che riscatta con le campagne antifumo e quelle antipedofili, parte integrante della ricca piattaforma politicamente corretta, il patto con il diavolo contratto in tema di aborto, divorzio, eutanasia, contraccezione come bandiera antinatalista invece che come prassi in certi casi obbligata, ed eugenetica dispiegata. Un ideologia di morte, affine alle pratiche naziste e totalitarie degli anni Trenta europei del Novecento (eutanasia dei deboli, superomismo come segno della libertà femminile riproduttiva), opportunamente targata Nazioni Unite, si fa premura per l incorruttibile identità dell infanzia, in un gioco a mentire, deformare, ingigantire, giuridicizzare che è in sé pericoloso, violento, invasivo e distruttivo del pluralismo dello spazio pubblico sociale. Quello spazio in cui i cattolici in quanto cattolici, e i preti e i vescovi nella loro funzione sacramentale e apostolica, hanno il diritto di vivere senza che gli esperti indipendenti allevati nel salotto di Kofi Annan e dei suoi compari della pseudo liberal society metropolitana si sentano autorizzati a dettare le regole del diritto canonico e dell umanità e paternità del sacerdozio agli eredi di Gesù Cristo, di san Paolo, sant Agostino, san Tommaso, Ignazio di Loyola e molti altri santi laici, razionalisti o mistici. La chiesa ha forgiato l individuo moderno come persona, ha emancipato il mondo dalla superstizione alimentando un legame sponsale tra fede e ragione, dando ragione della fede cristiana e allargando l orizzonte della ragione umana, ciò che è il suo patrimonio più prezioso, oggi a rischio di impoverimento per una serie di equivoci spiritualisti. Le pratiche degli esperti indipendenti hanno portato alla rinuncia di Ratzinger, altro che l attendente di camera e i leaks di quattro fregnacce finanziarie, e ora dopo una tregua determinata da verità ed equivoci nutriti dal nuovo Papa Francesco si rimettono all offensiva, scommettono sull emarginazione della chiesa da sé stessa, sulla sua remissiva incapacità di risposta, e rilanciano il loro progettino in vista del Vaticano III sinodale su famiglia, gender, sessualità, matrimonio e vita nell ambito comunionale cattolico e nel mondo laico esterno alla chiesa. La nostra speranza laica, razionale, di sostenitori gratuiti di una verità che riguarda il nostro modo liberale di vivere, che comprende la libertà della chiesa, è che il Vaticano di Francesco sappia dare risposte a tono. Vedremo per il futuro. Il primo passo è decisamente timido, ed è stato fatto ieri in serata. Si affida a un comunicato interno alla logica istituzionale del comitato che ha sferrato l attacco e a una dichiarazione di monsignor Silvano Maria Tomasi, con funzioni diplomatiche all Onu di Ginevra. Si attribuisce correttamente all organismo Onu la volontà di interferire con l insegnamento cattolico in materia di vita umana, ma senza l enfasi necessaria; si insinua che il testo, come da altre fonti è confermato al Foglio, era pronto già da moltissimo tempo e non è stato riscritto alla luce delle modificazioni che la chiesa stessa ha introdotto nelle procedure per la sanzione degli abusi da parte di chierici; e si suggerisce, infine, che l attacco è frutto delle pressioni lobbistiche di ong proabortiste, che scambiano volentieri la libertà della chiesa cattolica con la battaglia per il diritto di aborto. Ma sono proteste nella migliore tradizione diplomatica della Santa Sede, laddove secondo noi è improcrastinabile una risposta di cultura e di libertà imperniata su ciò che la libertà morale e religiosa dei cattolici significa nel mondo moderno. Qui siamo all intimazione onusiana di mollare sull aborto e sul resto del non negoziabile, in perfetta continuità con lo sventramento delle tombe dei padri del Concilio effettuato dalla polizia belga mentre i vescovi di quel paese erano ristretti nelle loro sedi. Non è tempo di reazioni solo diplomatiche. Privatizzare Saccomanni Il governo inglese aliena ai privati settori dei ministeri. Prendere nota Il governo Letta ha un merito, quello di aver scongelato un espressione a lungo impronunciabile in Italia: Privatizzazioni. E un demerito: aver usato questa espressione un po a sproposito, cedendo solo quote di minoranza di aziende, Poste ed Enav per ora, che comunque continueranno a godere di sussidi pubblici e di forme di monopolio garantito. Tra qualche anno analisti e consumatori potranno lamentarsi, a ragione, che si è privatizzato senza liberalizzare, concedendo rendite senza ottenere in cambio gli opportuni efficientamenti. Portandoci avanti con il lavoro, osserviamo che in altri paesi europei si privatizza nel vero senso della parola, e con qualche utilità. Il governo conservatore del Regno Unito, per esempio, ha appena privatizzato oltre il 52 per cento di Royal Mail. Adesso procede oltre, con coraggio e inventiva. Per la prima volta osservava ieri il Financial Times il governo ha privatizzato dei dipendenti pubblici atti a decidere sulle politiche statali. Sedici dipendenti del cosiddetto nudge team dell esecutivo, ispirato alle teorie di alcuni economisti che assegnano un ruolo preponderante alla psicologia (e non solo all egoismo dei singoli) per incentivare scelte ottimali da parte dei cittadini e generare risparmi nella Pubblica amministrazione, d ora in poi lavoreranno per una nuova società, per metà privata. Gli stessi dipendenti non peseranno più sulle finanze pubbliche inglesi e potranno offrire i loro servizi ad altri paesi per espandere le loro attività. Non si chiede al ministro dell Economia, Fabrizio Saccomanni, di cominciare privatizzando la vituperata Ragioneria di stato, ma di cominciare almeno sì. I gioielli di famiglia e i debiti Vendere gli 85 Miró di Lisbona non è liberismo sfrenato, è buon senso Cinquanta milioni di euro non sono una gran cifra quando c è da ripagare un debito pubblico di più di 200 miliardi, ma da qualche parte si dovrà iniziare, avranno pensato i funzionari portoghesi quando hanno deciso di mettere all asta da Christie s 85 quadri di Joan Miró ottenuti da una banca nazionalizzata nel 2008, quando scoppiò la crisi finanziaria. E una questione di economia domestica, quando le finanze di famiglia vanno male prima di ipotecare la casa si tenta di vendere quadri e gioielli. In tutto il mondo valgono 9 mila miliardi di dollari gli asset che gli stati potrebbero vendere o privatizzare, l Economist lo raccontava il mese scorso, e prendeva il Portogallo come esempio di una classe politica che frena con tutte le forze pur di non vendere le proprietà statali. Succede anche con gli 85 Miró, che in questi giorni sono diventati un caso internazionale. In Portogallo se ne parla da settimane, da quando il Partito socialista all opposizione ha chiesto a un tribunale di bloccare la loro vendita. Sono un patrimonio dei portoghesi, che hanno il diritto di vedere esposti i loro quadri, dicono i socialisti e le organizzazioni culturali, e poco importa se il paese è stremato e le casse dello stato sono vuote si troverà un altro modo per rimpinguarle, c è sempre stato un altro modo, un altro prestito. I Miró sono a Londra, martedì sarebbero dovuti andare all asta, ma davanti a una situazione giudiziaria confusa (lunedì a Lisbona una prima ordinanza ha vietato la vendita, ma poi è stata contraddetta da un altra) Christie s ha bloccato la vendita. I socialisti portoghesi esultano, la battaglia antiliberista è vinta, ai debiti ci penseremo un altro giorno. Voilà, il miracolo del governo Letta DI PIERO BINI* Il tenente Alfani è costretto a ordinare ai suoi uomini, uno alla volta, di andare a raggiugere un posto di vedetta esposto al fuoco micidiale di un cecchino austriaco. Il quale, uno alla volta, li fa fuori. Il capitano Evangelisti racconta di come ha ricevuto la generosa ospitalità di una famiglia che ha poi scoperto essere quella di un disertore impenitente, alla cui fucilazione ha appena assistito. Il sergente maggiore Giambattista Frascalani racconta di quando è stato catturato da un plotone di austriaci ma poi li ha convinti di venire loro ad arrendersi, spiegando di quali manicaretti sia composto il rancio dei soldati italiani. Il capitano Tancredi, dopo aver contribuito al difficile recupero della salma dell eroico capitano Colombo, è mandato a comunicare la notizia alla vedova, e per avere sostegno nell ingrato compito si fa accompagnare da un vecchio conoscente che ha ritrovato imboscato al ministero. Dopo poche settimane apprenderà con amarezza del matrimonio tra la consolabilissima vedova e l imboscato. La paura, Rifugio, La retata e Ultimo voto sono i quattro racconti che l autore dei Viceré e dell Imperio pubblicò su giornali e riviste tra il 1919 e il 1923, e che vengono ora riproposti nell avvicinarsi del centenario dallo scoppio della Prima guerra mondiale. Per dirla alla Borges, sono quattro variazioni sul tema della scelta (o dell obbligo) di essere eroi. Il pluridecorato Morana La sua Finanziaria ha messo d accordo tutti gli economisti: non va è una frase che mi sembra riassuma C bene la vicenda della crisi dell euro nell esperienza italiana di questi ultimi anni. E stata pronunciata da Jean-Claude Junker, primo ministro lussemburghese: Sappiamo quali riforme fare per uscire dalla crisi dell euro, ma non sappiamo ancora come vincere le elezioni dopo averle fatte. Egli intendeva riferirsi alle riforme vere, quelle che cambiano gli assetti, le regole e i comportamenti, e non a quelle semiserie, talvolta solo nominalistiche, di cui in Italia abbiamo visto negli ultimi decenni una lunga sequenza. Ma perché, secondo Junker, gli uomini politici hanno timore delle riforme vere? Perché evidentemente esse hanno un costo politico espresso in termini di perdite di consensi che ne potrebbero derivare. Cosicché essi, gli uomini politici, preferiscono il metodo del rinvio, almeno, s intende, fino a quando ciò è consentito loro, attraverso ad esempio il ricorso all inflazione o all aumento del debito pubblico. Per i paesi appartenenti all Unione monetaria europea, l inflazione non è più praticabile già da un quindicennio, e ciò per indicazioni statutarie della Banca centrale europea. In Italia, si è allora continuato a utilizzare, sia pure tra alti e bassi, lo strumento del debito pubblico. Però, da circa due anni, anche la strada dell aumento del debito è stata in buona parte sbarrata, almeno ufficialmente, e ciò a seguito della perdita di fiducia e credibilità del nostro paese decretata dalla stessa Unione monetaria, dai mercati finanziari e, in generale, dai risparmiatori. Siamo così entrati in una fase di emergenza, e questa, a sua volta, ha reclamato l austerità, vale a dire una serie di provvedimenti di impatto immediato, antiemergenziali, come l aumento della pressione fiscale e la restrizione del credito. L austerità non è stata dunque una scelta consapevole e meditata. A rigore non è stata neppure l effetto di un diktat imposto da Bruxelles, sebbene abbia preso proprio questa forma. L austerità è piuttosto il risultato perverso e recessivo, e in certo senso obbligato, derivante dall aver rinviato la soluzione dei nostri problemi, complice un sistema istituzionale che non ha prodotto gli incentivi idonei affinché i governi prendessero le misure giuste al momento giusto. A seguito dell austerità che ha imperversato sul nostro sistema produttivo e sulla nostra società civile, il reddito è diminuito e la disoccupazione aumentata in modo drammatico. In questo passaggio d anno , sembra essere subentrato un periodo di bonaccia finanziaria, e qualche debolissimo segnale di rientro nella normalità è apparso all orizzonte dei dati congiunturali del nostro paese. In questo contesto, che complessivamente definirei di stallo, si colloca l esperienza del governo guidato da Enrico Letta, e il processo politico-parlamentare che ha portato all emanazione della Legge di stabilità Come è già stato osservato da molti commentatori, questa legge contempla un numero elevato di misure, ma quasi tutte di modestissimo rilievo. Scorrendo questo testo legislativo si ha la sensazione di un bricolage formato da tanti frammenti e minuzzoli, i quali configurano più che altro l esigenza di segnalare l esistenza di problemi aperti, piuttosto che quella di contribuire alla loro soluzione. L impressione finale che se ne ricava è che sia una legge che non cambia quasi nulla. Una sorta di legge invisibile. Si poteva osare di più? Si poteva fare meglio? Ognuno potrà dare la sua risposta personale a questa domanda. Gli economisti, peraltro, sono sempre in prima fila nel gioco un po intellettualistico di dire a posteriori ciò che si sarebbe dovuto fare e non si è fatto. Ciò che sicuramente si può dire di questa legge è che essa non produrrà alcuna scossa al sistema Italia. Ma possiamo chiederci: cosa avrebbero inserito in questa legge gli economisti se solo avessero avuto campo libero nel decidere il suo contenuto? ( ) I keynesiani. Comincerò col rappresentare il punto di vista, diciamo così, keynesiano standard il quale gode ancora tra gli economisti italiani un discreto favore. In generale, questo punto di vista enfatizza la necessità di superare le tendenze deflazionistiche in atto grazie a una politica espansiva di bilancio. Ora, questo può comportare l aumento del deficit di bilancio. Tuttavia, secondo questi economisti, il rischio che un maggior deficit dia nuova forza alla spirale perversa debito pubblico-interessi passividebito pubblico è poco avvertito. Per essi infatti l aumento della spesa pubblica, via incremento del reddito, crea di per sé lo spazio economico-finanziario necessario a garantire la sostenibilità del debito pubblico medesimo, per quanto esso possa aumentare. Sempre in questo contesto teorico, alcuni economisti rilevano che l aumento della domanda aggregata, in ipotesi di rendimenti crescenti, determina effetti positivi sulla produttività del lavoro (la legge di Kaldor-Verdoorn). Pertanto, anche per questa via si avrebbe un aumento del reddito, cioè LIBRI Federico De Roberto LA PAURA E ALTRI RACCONTI DELLA GRANDE GUERRA Edizioni e/o, 142 pp., 14 euro che di fronte al terrore provocato dal cecchino preferisce spararsi in testa col moschetto. Il disertore che si era raccontato eroe nelle lettere alla famiglia. Il soldato di Sussistenza che ha avuto due decorazioni per imprese militarmente eroiche, ma è diventato famoso per la sua esilarante retata di nemici affamati. L ufficiale che da morto è rimasto per mesi in piedi, mummificato su un reticolato a sfidare con la sua pistola in pugno il nemico, e che la vedova liquida come un idiota irresponsabile. Tutto per la Patria, naturalmente! Tutto per l Italia Come se non esistessero la famiglia, gl interessi, tanti altri doveri. La denuncia di menzogne e ipocrisie è la stessa delle grandi opere di De Roberto, ma non manca mai il rispetto per chi ha fatto il proprio dovere, in un difficile equilibrio che è poi quello dello stesso autore, passato dall anti interventismo a un interventismo del denominatore del famoso rapporto debito/pil. E questo è un altro argomento che gli economisti keynesiani portano a favore della sostenibilità del debito pubblico pur in presenza di deficit crescenti di bilancio. Ebbene, una caratteristica della Legge di stabilità 2014 è quella di soddisfare l Europa per il vincolo deficit/pil sotto il 3 per cento. Proprio a seguito del vincolo di austerità, gli economisti della linea keynesiana standard imputano al governo Letta di operare in continuità con il governo Monti, cioè con azioni per la crescita che risulteranno di scarsa o nulla efficacia. In sintesi, per essi, la Legge di stabilità 2014 stabilizza l austerità e con essa la depressione. I pragmatici. Passo a un secondo orientamento che comprende economisti che, analogamente a quelli visti sopra, ritengono che l austerità sia autodistruttiva. Al tempo stesso, però, essi si distinguono dai precedenti per il fatto di essere molto critici sia degli elevati livelli raggiunti dalla pressione fiscale e dalla spesa pubblica, che da quello raggiunto dal debito pubblico. Secondo questa linea, esiste un limite, un punto critico della finanza pubblica e della presenza dello stato in economia (peraltro non quantificabile in modo esatto) oltre il quale le relazioni del libero mercato subiscono un depotenziamento se non un vero e proprio snaturamento, non riuscendo più ad approssimare l allocazione efficiente delle risorse, né soprattutto a promuovere il ruolo centrale dell imprenditorialità privata, ritenuta garanzia di innovazioni e crescita economica. Gli economisti a cui ora mi sto riferendo sono inoltre particolarmente sensibili, oltre che all aspetto dell efficienza, anche ad altri risvolti di carattere generale derivanti dall esistenza di un ampio settore pubblico dell economia. Mi riferisco in particolare agli incentivi impropri che un elevato livello di spesa pubblica fornisce nell assecondare comportamenti burocratici e politici devianti. Da questo punto di vista, per loro, una significativa diminuzione della spesa pubblica avrebbe il grande merito di tagliare il cordone ombelicale che lega il bilancio pubblico alle inefficienze della Pubblica amministrazione, alla corruzione, agli incentivi sbagliati, al familismo, e alle rendite. ( ) L altro fattore di debolezza dell economia L austerità non è una scelta, né un diktat di Bruxelles, piuttosto il risultato dei troppi rinvii sulle riforme. La Legge di stabilità del governo Letta è un po bricolage, un po invisibile. Scontenta keynesiani, liberisti à la Giavazzi e pragmatici à la Savona. E avvicina l iceberg alla Nave Italia italiana individuato da questa linea di pensiero è l elevato debito pubblico: per diminuirlo in modo non deflazionistico, essi raccomandano che lo stato proceda alla cessione di quote significative del patrimonio e delle imprese pubbliche. Nella loro visione, queste due operazioni, sia in termini di minori interessi passivi da pagare sul debito, sia per la diminuzione della spesa pubblica, consentirebbero di recuperare risorse per circa miliardi in modo strutturale, da destinare principalmente alla detassazione dei redditi da lavoro e di impresa. In questo quadro, sono anche contemplati investimenti pubblici in settori come quello delle infrastrutture e della ricerca, con il vincolo però che l intervento pubblico in economia non debba complessivamente aumentare, bensì diminuire e, soprattutto, debba essere qualificato. Ebbene, secondo questi economisti, nella legge di stabilità 2014 non c è praticamente niente di tutto ciò. Cito da un economista di questo filone: La Legge di stabilità prevede oggi piccoli stimoli non risolutivi per la ripresa dell economia. Non prevede nessuna delle due cose da fare (diminuzione del debito pubblico e della spesa pubblica), anzi le complica, come testimonia il continuo aumento del rapporto debito/pil e della pressione fiscale complessiva: forse è la prima volta che si richiedono sacrifici ai cittadini per stare peggio (Paolo Savona, Come stare nell Euro e tagliare le tasse, sul Sole 24 Ore). La sinistra critica. Passo ora a un terzo gruppo di economisti, la cui principale caratteristica è quella di essere impegnati nella elaborazione di un paradigma alternativo a quello mainstream sulla base di un pensiero economico critico di sinistra. Come notazione di sintesi osservo che, anche quando le loro impostazioni riecheggiano le critiche al concetto di austerità svolte da autori di diverso orientamento dottrinario, in realtà le declinano in modo da far emergere un rapporto esplicito tra il contenuto tecnico delle decisioni di politica economica, e i suoi effetti valutati nei termini ideologici del conflitto di classe. Così è anche in relazione alla legge di stabilità Ad esempio, il fatto che in questa legge il provvedimento relativo alla diminuzione del cuneo salariale sia del tutto esiguo, è da loro valutato negativamente non solo per i suoi evanescenti effetti macroeconomici, ma anche come espressione della volontà di non incidere più di tanto sulla disuguaglianza degli attuali assetti distributivi, come risvolto insomma di un orientamento dipendente dalle classi egemoni. ( ) Inutile dire perciò che anche dal fronte del pensiero critico di sinistra, è venuta una sonora bocciatura della Legge di stabilità I liberisti. Vengo ora all ultimo indirizzo di pensiero. Nel dibattito internazionale ha avuto negli ultimi anni una vasta eco il punto di vista di economisti che pur essendo di nazionalità italiana, e in gran parte formatisi presso l Università Bocconi, hanno svolto o ancora svolgono le loro ricerche presso università americane. Mi riferisco a economisti che sono diventati noti per aver formulato la cosiddetta teoria dell austerità estremamente moderato. Così come è tipicamente derobertiana l alternanza tra l italiano e una miriade di dialetti, che segna uno stacco fortissimo tra il linguaggio degli ufficiali e quello dei subalterni, fino all estremo dell intero racconto che Frascalani fa alternando il romanesco all imitazione del tedesco dei nemici. E l inconfondibile cifra con cui un maestro del verismo continua a ritrarre in stile verista una realtà che proprio il grande rimescolamento provocato dal conflitto mondiale sta per superare. Nell introduzione, Antonio Di Grado spiega che De Roberto non sembra andar oltre l illusione di un recupero di un mandato sociale e di una funzione pedagogica: né pare voglia leggere gli eventi bellici altrimenti che dal punto di vista della classe dirigente e dei comandi. Ma proprio in questi racconti bellici il verismo si trasfigura. La tragica e primitiva ostinazione del vinto Morana è la stessa di Rosso Malpelo. Il cinismo della vedova di Colombo è lo stesso della razza padrona dei Viceré. Ma l eroe per caso Frascalani è sia il ricordo di Pulcinella sia l annuncio di Alberto Sordi. I soldati sono gli stessi di Lussu e Jahier. L orrore della guerra proclamato nell attacco del racconto che dà il titolo alla raccolta rimanda a Cuore di tenebra di Conrad o a Terra desolata di Eliot, mentre i cadaveri dissepolti dal gelo dell Ultimo voto potrebbero stare in Kaputt di Malaparte. espansiva che potrebbe essere sintetizzata così. Una operazione di aggiustamento fiscale basata sulla diminuzione della spesa pubblica e della tassazione, accompagnata da una politica monetaria espansiva e da riforme di struttura (come quella della Pubblica amministrazione, del mercato del lavoro, eccetera) crea le premesse della crescita. L idea di fondo è che una simile operazione determinerebbe il cambiamento delle aspettative degli individui, predisponendoli verso un maggiore ottimismo per il futuro, e quindi all aumento dei consumi, da cui, in breve, un aumento della domanda aggregata e il ritorno alla crescita. A dire il vero, il favore verso questa teoria dell austerità espansiva si è un po attenuato in questi due ultimi anni, ma non vi è dubbio che i suoi autori continuino a essere molto ascoltati. (Mi riferisco a economisti, come Alberto Alesina, Francesco Giavazzi, Silvia Ardagna, Roberto Perotti, Guido Tabellini e altri ancora). Ebbene, proprio di recente Alesina e Giavazzi sul Corriere della Sera del 5 gennaio hanno pubblicato un articolo intitolato La soluzione 3 per cento in cui entrano nel merito anche della Legge di stabilità. Partendo dalle premesse teoriche dell austerità espansiva, essi propongono una drastica diminuzione delle imposte sul lavoro per 23 miliardi, a cui dovrebbe accompagnarsi un taglio corrispondente di spesa pubblica da attuare sì gradualmente nel prossimo triennio, ma da deliberare subito in un unica soluzione. Si intendono con ciò ottenere due risultati virtuosi: uno stimolo espansivo della domanda, da una parte, e un effetto di credibilità della politica di risanamento del bilancio pubblico, dall altra. Un effetto credibilità del tutto simile a quello a cui mirò Hernán Cortés quando sbarcò nel centro America per iniziare la sua avventura contro gli Aztechi: per motivare al massimo i suoi uomini e per assicurarsi contro possibili diserzioni, egli decise di smantellare la flotta. Indietro non si torna. In definitiva, la proposta dei due autori mira alla realizzazione di una scossa accompagnata da misure collaterali che ne rafforzino l efficacia e la credibilità, da cui, come si diceva, il rovesciamento delle aspettative e l inizio di un nuovo ciclo economico e politico. Nel contrapporre esplicitamente le loro riforme coraggiose alla irritante vaghezza di Letta e Saccomanni, essi intendono dichiarare anche la grande distanza polemica che li separa nei confronti della Legge di stabilità Almeno due le conclusioni. La prima è che nel suggerire possibili vie di uscita dalla crisi, gli economisti italiani si dividono a seconda dei loro diversificati background metodologici, teorici, e ideologici. ( ) Nel paese dei santi, poeti, eroi, artisti e navigatori, non potevano mancare gli economisti, con le loro numerose articolazioni interne. La seconda conclusione che ci sembra degna di rilievo è che, nonostante i loro diversificati orientamenti scientifici e culturali, il giudizio espresso dagli economisti nei confronti della Legge di stabilità 2014, è del tutto univoco, cioè di totale inadeguatezza. All unanimità, gli economisti italiani ritengono che la Legge stabilità 2014, per i suoi contenuti minimali e frammentati, non riuscirà ad imprimere alcuna svolta nell economia del paese. Incredibile, qualcuno noterà. La Legge di stabilità 2014 è riuscita a realizzare ciò che mille convegni di economia non sono mai riusciti a fare, cioè raccogliere una volta tanto gli economisti in un fronte unico. Intanto, dal suo ponte di comando, Letta ha comunicato al paese che grazie a questa legge il governo ha cambiato rotta alla Nave Italia. Sarà così, dicono gli economisti, ma non è alla vista alcuna virata. Forse come il Titanic, anche la Nave Italia è lenta nel cambiare direzione. Intanto però gli iceberg si fanno sempre più vicini. * Professore di Economia politica e Storia del pensiero economico all Università di Roma Tre. Quelli che pubblichiamo sono stralci di una relazione al recente convegno Legge di stabilità e politica economica in Italia tenutosi sempre l Università di Roma Tre IL FOGLIO quotidiano Direttore Responsabile: Giuliano Ferrara Vicedirettore Esecutivo: Maurizio Crippa Vicedirettore: Alessandro Giuli Coordinamento: Claudio Cerasa Redazione: Annalena Benini, Stefano Di Michele, Mattia Ferraresi, Marco Valerio Lo Prete, Giulio Meotti, Salvatore Merlo, Paola Peduzzi, Daniele Raineri, Marianna Rizzini, Nicoletta Tiliacos, Piero Vietti, Vincino. Giuseppe Sottile (responsabile dell inserto del sabato) Editore: Il Foglio Quotidiano società cooperativa Via Carroccio Milano Tel. 02/ La testata beneficia di contributi diretti di cui alla legge n. 250/90 Presidente: Giuseppe Spinelli Direttore Generale: Michele Buracchio Redazione Roma: Lungotevere Raffaello Sanzio 8/c Roma - Tel Fax Registrazione Tribunale di Milano n. 611 del 7/12/1995 Tipografie Stampa quotidiana srl - Loc. colle Marcangeli Oricola (Aq) Qualiprinters srl - Via Enrico Mattei, 2 - Villasanta (Mb) Distribuzione: PRESS-DI S.r.l. Via Domenico Trentacoste Milano Pubblicità: Mondadori Pubblicità S.p.A. Via Mondadori Segrate (Mi) Tel Fax Pubblicità legale: Il Sole 24 Ore Spa System Via Monterosa Milano, Tel Copia Euro 1,50 Arretrati Euro 3,00+ Sped. Post. ISSN

4 Il nuovo establishment (che non si vede) e il coraggio delle scelte di sistema I l governino Letta è così in agonia che non solo non sa fare le cose ma neanche sa dirle: così il pasticcio della privatizzazione delle Poste o l afasia sullo strategico sistema delle telecomunicazioni o la rinuncia a difendere con l Ilva la siderurgia nazionale. Sulle linee aeree forse farà la cosa giusta l alleanza tra Alitalia ed emiri ma dopo avere detto la cosa sbagliata aprendo al nostro concorrente strutturale, Air France, che per fortuna non aveva abbastanza soldi. Anche sulla questione nazionale fondamentale la ristrutturazione della grande finanza senza la quale ogni discorso di politica industriale è solo vuoto chiacchiericcio, il governino fa una cosina furba (e forse utile) ma senza dirla e quindi pensarla strategicamente: così la rivalutazione delle quote di Bankitalia. Ma al di là dell attuale compagine governativa, ci sono fattori di fondo che determinano questo stato di cose. Concentrarsi solo sul ruolo dei governi prepara il terreno per nuove delusioni. E così se si pensa che automatismi di mercato incrementati da riforme generali su lavoro, ricerca, fisco, vincoli burocratici-giudiziari bastino per rimetterci in carreggiata. Naturalmente buon governo e buone riforme sono utilissimi ma non bastano. Le scelte sistemiche di cui c è bisogno non nascono solo dall azione politico-istituzionale o dal mercato così com è. Serve uno sforzo paracostituente come quello di Silvio Berlusconi e Matteo Renzi in difesa del bipolarismo ma sostenuto non tanto dalla politica quanto da un establishment che oggi non c è e va reinventato proprio a questo fine. Oggi si è in qualche modo esaurita l antica funzione di istituzioni come Mediobanca, Imi, Commerciale, Credito Italiano nel sostenere a pieno le nostre grandi imprese in Italia e all estero. E così le Cariplo, i Sanpaolo, i Monte dei Paschi e tante altre realtà territoriali nel sorreggere il diffuso mondo delle piccole imprese: in questo campo le pur rilevanti popolari e banche cooperative non bastano. L intreccio tra fondazioni bancarie e grandi istituti ha creato problemi strategici sia alle grandi come alle piccole imprese. Non è questione di qualità dei quadri delle fondazioni: spesso il meglio del personale politico-amministrativo dc che tanto ha dato nel campo del credito al nostro paese. Quando ad esempio a un Giuseppe Guzzetti si affidano ruoli adeguati al suo profilo come nella Cassa depositi e prestiti, offre ottime prestazioni. Ma il legame tra politica locale, ineludibile per una fondazione, e grande banca crea un impasse di fondo: o ci si invischia nei vari sistemi di potere come con Intesa o Monte dei Paschi, o si tende ad astrarsi dalle questioni strategiche industriali, cercando nella pura funzione tecnica riparo da commistioni altrimenti paralizzanti. Così con l Unicredito, poi con le Generali (legate al meccanismo fondazioni per via derivata dal rapporto con la a sua volta derivata Mediobanca), infine con la stessa piazzetta Cuccia che pure aveva nel suo Dna l occuparsi di grandi strategie industriali. Il guasto combinato da due responsabili della crisi del ventennio come Giuliano Amato e Carlo Azeglio Ciampi (ma l emergenza spinse anche il geniale Guido Carli a contribuire alla scelta delle fondazioni) fa sì che le grandi istituzioni finanziarie nostrane siano costrette o a un (relativo) intrigo o a una (relativa) impotenza sul piano strategico, con uno spiazzamento rispetto ai concorrenti francesi, inglesi, tedeschi e spagnoli. E chi prova a cambiare il sistema così Vincenzo Visco nel 2000, Giulio Tremonti nel 2001 e Antonio Fazio nel 2004 è brutalmente messo da parte. E anche grandi imprenditori come ad esempio Gaetano Caltagirone o Lorenzo Del Vecchio quando finiscono nel sistema si arrendono alla sua logica. Cambiare significa mettere mano a equilibri decisivi: si consideri quanto sia legata la vicenda Intesa ai destini degli Agnelli post Detroit e quindi a Rcs, quanto pesi Monte dei Paschi nella realtà toscana dei Letta e dei Renzi. Quanto minimi spostamenti in Generali provochino reazioni feroci. Eppure senza ristrutturare il sistema finanziario, senza separare beneficenza e attività bancaria, attività commerciale e investimenti a medio termine, e così via distinguendo, è difficile parlare di politiche industriali. Ma dove trovare la forza di un Mussolini che chiama i Beneduce e i Mattioli, di un De Gasperi che si accorda con gli Agnelli e i Mattioli? L energia dei Dell Amore a sostegno del boom economico? Sotto la pelle della realtà italiana si intravedono processi transnazionali come quello Fiat-Chrysler che riguardano i Berlusconi, i De Benedetti, di nuovo gli Agnelli, ma anche i tanti liquidi della nostra Italia: senza un nuovo sistema finanziario questi progetti saranno irrealizzabili o comunque svirilizzati, così come soffrirà la geniale piccola e media impresa senza adeguati capitali. Ma cambiare radicalmente significa modificare poteri tali che senza reinventarsi un establishment sarà impossibile. Lodovico Festa (segue dalla prima pagina) Ieri mattina il segretario generale della Fiom, volto duro e sempre più televisivo della Cgil (a partire dai referendum di fabbrica in Fiat del , persi), ha incontrato infatti Renzi. Il presunto asse tra i due è un altro dei fattori che agitano il sindacato di Corso Italia. Ieri Landini e Renzi hanno parlato del Jobs act del Pd per riformare il mercato del lavoro. Il segretario della Fiom dice che ci sono delle proposte e c è un confronto aperto, gradisce l intenzione di Renzi di legiferare sulla rappresentanza aziendale (quindi potenzialmente scavalcando l accordo raggiunto dalla Cgil con Confindustria e sindacati), apprezza l enfasi su investimenti e politica industriale, perciò apre perfino all allentamento dell articolo 18 dello Statuto dei lavoratori sui nuovi contratti. Landini, così, intende rottamare l attuale concertazione con Giorgio Squinzi e Susanna Camusso (tutt altro che nelle grazie del segretario del Pd). Non per cambiare del tutto metodo, ma quantomeno per guadagnare voce in capitolo. Rottamazione fuori dalla Cgil ma anche dentro, visto che si parla sempre più di una possibile corsa di Landini per succedere alla Camusso. Su questo punto, però, il parallelo tra i due rottamatori, Renzi e Landini, potrebbe essere fin troppo stretto. Infatti il primo è nel difficile e duplice ruolo di segretario del Pd, cui appartiene l attuale presidente del Consiglio, Enrico Letta, e di fustigatore esterno dell esecutivo. Landini, in maniera simile, vuole distanziarsi da Camusso, ma nello scorso novembre fanno notare fonti sindacali ha pur sempre firmato il documento Il lavoro decide il futuro, cioè quello di maggioranza di cui prima firmataria è la Camusso. E visto che il Congresso nei posti di lavoro è già cominciato, sarà anche tecnicamente difficile da qui fino alla conclusione di inizio maggio distanziarsi troppo e poi magari presentare una candidatura alternativa per la segreteria. Di tutt altro tipo sono le discussioni di questi giorni, sui media tedeschi, a proposito dei sindacati locali. L attenzione maggiore è per un paper pubblicato di recente sul Journal of Economic Perspectives da quattro economisti tedeschi: Christian Dustmann, Bernd Fitzenberger, Uta Schönberg e Alexandra Spitz-Oener. I quattro contestano l idea che all origine del miracolo economico tedesco degli ultimi anni ci siano state le riforme Hartz, approvate tra il 2003 e il 2005 durante il secondo governo del cancelliere socialdemocratico Schröder. Non la politica, bensì l autonomia contrattuale di imprese e sindacati avrebbe agevolato il fenomeno di moderazione salariale e i conseguenti recuperi di produttività. Gli autori partono dalla considerazione per la quale, sin dalla metà degli anni Novanta, un vasto numero di imprese tedesche, in particolare quelle manifatturiere, ha smesso di applicare i contratti collettivi di settore, spostando la contrattazione a livello decentrato e cioè sul piano aziendale o addirittura individuale. Secondo i dati dei quattro economisti, tra il 1995 e il 2008 la percentuale di imprese che applicano i contratti collettivi è passata dal 76 al 58 per cento. Stando a stime dell Institut der deutschen Wirtschaft di Colonia (IW), riportate dal Foglio già nel 2011, a oggi sarebbero circa metà le imprese dell Ovest e tre quarti le imprese dell Est a non applicare più il contratto collettivo di settore. Ma c è di più. Anche laddove il contratto collettivo di settore è rimasto in vigore, le parti sociali ne hanno aggirato i termini, concordando clausole di apertura che consentono la deroga dei contratti di settore a livello aziendale. Questa rivoluzione contrattuale dal basso è stata resa possibile innanzitutto dalla garanzia costituzionale che impone alla politica di non interferire nell autonomia contrattuale delle parti sociali (Tarifautonomie). In Francia e in Italia, spiegano gli autori, una simile rivoluzione sarebbe difficilmente replicabile su base spontanea, dal momento che spetterebbe innanzitutto al legislatore modificare le norme che vincolano le imprese all applicazione dei contratti collettivi nazionali di settore. In Germania, invece, è stato sufficiente che le parti sociali si accordassero. Resta da capire per quale ragione il sindacato abbia accettato condizioni non esattamente vantaggiose per molti lavoratori. Secondo i quattro studiosi, dopo la riunificazione tedesca, i costi per finanziare la ricostruzione dei Länder dell Est furono sopportati soprattutto dalle imprese dell Ovest. A un certo punto, complice l apertura dei mercati dell Est europeo e pena il rischio di una delocalizzazione di massa, i sindacati giunsero a un compromesso con gli imprenditori: maggiore flessibilità contrattuale (per orari di lavoro e paga) in cambio di una conservazione dei posti di lavoro. Il risultato è stato un forte recupero di produttività. Per imitare il successo tedesco, gli stati europei in difficoltà non dovrebbero insomma guardare tanto alle riforme Hartz, bensì al nuovo modello di relazioni industriali inaugurato negli anni 90. A patto che sindacati e imprenditori, prim ancora che la politica, si muovano in quella direzione. Giovanni Boggero e Marco Valerio Lo Prete ANNO XIX NUMERO 31 - PAG 4 IL FOGLIO QUOTIDIANO GIOVEDÌ 6 FEBBRAIO 2014 Al direttore - Ferrari è di Chrysler, Poltrona Frau va in America. Fortuna che per l italianità ci resta Italo. Maurizio Crippa Ho una vecchia Frau, che mi pagò Montanelli per una querela, ora è americana. E poi dicono che uno si butta sul Made in Italy. Al direttore - Lasciamo stare i calcoli astrusi, magistralmente irrisi da Francesco Forte sul Foglio di ieri, su quanto ci costa la corruzione domestica. Infatti, la società della bustarella è figlia di uno schieramento antimeritocratico e anticoncorrenziale egemone che è riuscito, in cambio del proprio consenso, a imporre l impotenza della politica. In fondo, imbroglioni e statalisti sono per così dire compagni di merende. Inoltre, mi sfugge quale sia la differenza da un punto di vista etico tra chi corrompe e chi si lascia corrompere, nella sfera pubblica come in quella degli affari. A meno che un rozzo machiavellismo, secondo cui il fine giustifica sempre i mezzi, non porti a concludere che rubare per il proprio tornaconto personale è più riprovevole che rubare per il proprio partito. Semmai è vero il contrario, perché nel secondo caso si traligna il fine e si perverte il mezzo. Mettiamo però da parte le questioni di filosofia morale. L intellettualità di sinistra in questi anni ci ha martellato con una lettura della corruttela vista come il frutto di un sovvertimento gerarchico tra democrazia e mercato. Se così fosse, resterebbe tuttavia ancora da spiegare come una società civile malata sia in grado di produrre una classe politica sana; oppure, come mai una società civile virtuosa non riesca ad affrancarsi da una classe politica disonesta. La verità è che nel nostro paese stato e società sono tra loro talmente intrecciati che spesso non è facile distinguerli. Forse dai professionisti del dàgli alla casta non sarà considerata esaltante, ma la prospettiva di un cambiamento è oggi legata a leggi e riforme che riducano ogni posizione di rendita e che si oppongano sul serio a ogni suggestione protezionista e dirigista. Michele Magno Al direttore - Per ben tre, evangeliche volte, Letta ha ripetuto pubblicamente che quella di Grillo è una corsa verso la barbaria. Con la a. E così ha dato un fulgido esempio di cosa sia quella con la e. Sergio Claudio Perroni Al direttore - Ma allora la civiltà occidentale esiste! I francesi scesi in piazza nella Manif pour Tous hanno bloccato la riforma del diritto di famiglia. Dal sonno della ragione al suo risveglio. Roberto Bellia Al direttore - Per me il dado è tratto. Mentre tutti i benpensanti di sinistra hanno detto che sarebbero andati via dall Italia per colpa di Berlusconi (senza mai farlo), io vado via perché non mi piacciono più tantissimi italiani. Quelli che credono di salvarsi l anima votando Grillo, mentre continuano a farsi gli affaracci loro (come scrive benissimo la Palombelli). Quelli che il posto di lavoro non si tocca, quelli che la pensione da 10 mila euro al mese non si tocca quelli, insomma, per i quali non vale la pena toccare nulla, perché loro in questa Italia ci stanno benissimo. Hanno il posto fisso e hanno loro amici i politici o i magistrati, ovverosia stanno meglio di una gran parte degli italiani, senza fare sforzi o fatica. Vi saluto, emigro, vado via, vado a lavorare altrove, dove innanzitutto è riconosciuto il merito, dove il posto fisso non esiste, ma si è ben pagati, dove le tasse sono a un livello ragionevole, dove non c è invidia sociale. Un posto dove ci sono problemi e difficoltà, dove nulla è dato per scontato, dove esistono privilegi e soprusi, ma dove, in ogni caso, si è rispettati per quello che si sa fare, non perché si è nati bene o si è amici di qualche personaggio importante. Ermes Montefiori Al direttore - La Pascale potrebbe esser la Evita di Perón? Silvio non ha intenzione di far sbranare le figlie nel tritacarne della cattiva politica, ma una outsider? Lei è un vecchio ed esperto lettore dei fondi di caffè della politica italica, può come altre volte anticipare le giravolte della politica italiana. Luigi Desa E un periodo che non bevo caffè, dunque non vedo il fondo. Mi spiace. Al direttore - Almeno gli ordini di grandezza: cinquecento milioni per rilanciare l Italia? Ma è molto meno di quanto Fininvest ha investito nella Cir di De Benedetti. Daniele Daverio Una vecchia Frau, che mi pagò Indro querelato, ora è USA Il dollaro guida le danze globali, ma il problema è il titubante Obama N on si sa che cosa si diranno i ministri finanziari e i banchieri centrali del G20 che si incontrano a fine mese a Sydney. Ma è molto probabile che il confronto non sarà propriamente amichevole. Dopo il terremoto che ha colpito le valute dei paesi emergenti a seguito della decisione della Fed statunitense di proseguire nel tapering la riduzione graduale degli stimoli monetari all interno del club sembra essere tornato in auge il vecchio binomio paesi ricchi-paesi poveri. Oggi però la ricchezza e la povertà non si misurano più secondo il parametro del pil, ma del potere di condizionamento dell economia globale. Secondo il Financial Times, lo choc causato dalla decisione della Fed conferma che quella americana resta la Banca centrale del mondo, con il dollaro a dettare le danze. Negli ultimi anni gli istituti centrali delle economie che contano Stati Uniti, Europa, Regno Unito e Giappone si sono mossi in modo simmetrico con politiche monetarie espansive per combattere la crisi. Adesso gli Stati Uniti escono dai ranghi e i mercati entrano in fibrillazione. Quello che preoccupa non è tanto il tapering, la cui conferma era largamente attesa, ma l aumento dei tassi d interesse che si profila, non si sa quando, dietro di esso. Da questo punto di vista non sono solo i paesi emergenti a doversi allarmare: anche l Europa dovrebbe stare in guardia. Perché è vero, come ha affermato il ministro dell Economia, Fabrizio Saccomanni, che siamo un isola di relativa tranquillità in questa fase, ma è anche vero che nell ipotesi di un inversione di rotta dei tassi d interesse americani è difficile che quelli europei non seguano data la integrazione dei mercati finanziari. E questo è qualcosa che l Europa non può permettersi in un contesto come l attuale di pressioni deflazionistiche e crescita molto debole. Da questo punto di vista la Banca centrale europea, che oggi riunisce il suo direttivo, rischia di ritrovarsi in una scomoda strettoia. Sarebbe sbagliato tuttavia dedurre da questi contraccolpi negativi delle mosse americane la forza di una leadership. La verità è che il sistema delle relazioni economico-finanziarie internazionali è in uno stato di caos fluido. Washington ha un peso economico tale che le sue decisioni interne hanno rilevanti effetti all esterno, ma non ha un peso politico sufficiente ad imporre la cooperazione che sarebbe necessaria per ridurre gli squilibri mondiali. Lo dimostra il fatto che la Germania non ha ceduto di un millimetro sull austerity nonostante le pressioni esercitate. Il 2014 insomma non si è aperto sotto i migliori auspici per l economia globale. Si viaggia in terre incognite. In questa prospettiva i fenomeni da tenere sotto osservazione sono due. Il primo riguarda la exit strategy dalle politiche monetarie ultraespansive seguite a partire dalla crisi. La Banca dei regolamenti internazionali (Bri) è preoccupata. Il capo del suo Dipartimento monetario, Claudio Borio, ha affermato che il rischio di un radicamento della instabilità finanziaria è reale a seguito delle prolungate politiche monetarie aggressive adottate per uscire dalla crisi. Secondo Borio, in assenza di un valido aggiustamento delle finanze pubbliche, si è chiesto alle Banche centrali di fare quello che non possono fare: ovvero, non solo intervenire inizialmente sulla liquidità per ripristinare la fiducia, ma sostenere l economia reale dando fondo a tutto l armamentario convenzionale e non convenzionale a disposizione, dal Quantitative easing alla forward guidance. Oggi le cose si sono spinte così avanti che non è facile trovare un punto di equilibrio. Se le Banche centrali stringono troppo i freni i mercati crollano, se adottano invece un approccio gradualista si rischia il formarsi di nuove bolle. Il secondo fenomeno da tenere sotto osservazione è il comportamento della Cina. Nelle scorse settimane il Congresso statunitense ha inflitto un doppio schiaffo ai paesi emergenti, bloccando l aumento di capitale del Fondo monetario internazionale, che avrebbe dovuto portare al 6 per cento la loro quota, e sospendendo, insieme a quelli transatlantici (Ttip), i negoziati commerciali per la liberalizzazione degli scambi nell area del Pacifico (Tpp). Per il presidente americano si tratta di una duplice sconfitta che lo indebolisce all interno e all esterno, oltretutto nell anno delle elezioni di mid-term. La bocciatura dell aumento di capitale del Fmi, frutto di un accordo del 2010, suona come un voltafaccia dell ultima ora destinato a inasprire i rapporti. I negoziati Tpp e Ttip rientravano in una manovra più ampia volta a contenere le mire espansionistiche, rispettivamente in Europa e Asia, di Russia e Cina e a recuperare il ruolo di pivot del vecchio blocco occidentale nel governo dell economia mondiale. Adesso lo stallo spinge gli emergenti a guardare sempre più, come punti di riferimento, a Cina e Russia. L inasprirsi dei rapporti tra Stati Uniti e paesi emergenti sta poi riportando in auge la questione del ruolo egemone del dollaro negli scambi internazionali. Questo è da tempo un punto chiave in particolare per Pechino. La Banca centrale cinese si è pronunciata di recente a favore di una nuova Bretton Woods e del potenziamento dei Diritti speciali di prelievo, la valuta del Fmi, come moneta di riserva internazionale da affiancare al biglietto verde. Analoghe posizioni sono state espresse dalla Banca centrale russa. La Bank of China, le cui riserve auree hanno superato quota mille tonnellate, non fa mistero di voler passare alla piena convertibilità del renmimbi nel 2015, quando si stima che un terzo degli scambi col resto del mondo sarà denominato in valuta nazionale. Per ora il dollaro resta, e resterà a lungo, saldamente al centro del sistema monetario internazionale, ma è iniziato un lavorìo ai fianchi da non sottovalutare. Del resto senza il biglietto verde in posizione dominante la Fed non avrebbe mai potuto portare avanti le politiche di monetizzazione del debito degli ultimi anni. Marco Cecchini (segue dalla prima pagina) L idea fondamentale del ministro dell Istruzione francese, Vincent Peillon, è quella di portare a termine il progetto sociale e morale che la rivoluzione ha lasciato a metà. Alla chiesa ha concesso di mantenere una ridotta nel campo cruciale dell educazione, sacca di resistenza che va spazzata via con un progetto competitivo, senza lusinghe né arruolamenti. Ma la logica opposta, quella espressa dalla cultura pop, consiste nell incoronare per meglio limare certi spigoli; vive di volontari fraintendimenti e semplificazioni fasulle ma rilevanti nella mentalità. Si esalta se un Francesco riportato a braccio o risputato con il taglia e incolla lascia intendere aperture al matrimonio gay o inneggia alla coscienza personale come ultimo tribunale dell agire morale. Francesco è uno di noi perché dice quello che abbiamo sempre detto senza bisogno di invocare Dio, questa è la sintesi della cultura pop ansiosa di unirsi alla cultura cristiana ma a condizione che siano gli avvocati della lacità a stabilire le condizioni prematrimoniali. Il ritratto di Rolling Stone è il precipitato grossolano di questa tensione, ma l intervento di Conley coglie il punto e calza perfettamente anche se applicato alle pulsioni riformatrici interne alla gerarchia. I turbolenti prodromi del Sinodo sulla famiglia di ottobre, tema su cui convergono questioni sacramentali come l accesso alla Comunione per i divorziati risposati o uniti a vario titolo in una nuova relazione, e questioni generali sulle quali il mondo è ansioso di negoziare con una chiesa finalmente dialogante e perciò innalzata sul podio della cultura popolare. Quello della compromissione, del negoziato amichevole su ciò che negoziabile non è, è il rischio al quale una parte della gerarchia americana è particolarmente sensibile. Il vescovo Raymond Leo Burke, da poco sollevato dalla Congregazione per i vescovi, ha esplicitamente messo in guardia dalle tentazioni revisioniste dottrinali e pastorali; lo stesso ha fatto l arcivescovo di Philadelphia, Charles Chaput, quello che quando era alla guida della diocesi di Denver ha ordinato Conley suo vescovo ausiliario. Il vescovo che si è convertito al cattolicesimo negli anni dell università, in Kansas, è espressione di quei conservatori aperti al mondo ben rappresentati dall arcivescovo di New York, il cardinale Timothy Dolan, e mentre mette in guardia dalle subdole lusinghe del mondo che vuole completarsi fagocitando l originalità della visione cristiana, elogia Papa Francesco perché non rifugge il dialogo, per quanto rischioso, con il mondo: La preferenza del Santo Padre, come la preferenza dello stesso Gesù Cristo, è quella di sfidare il mondo, anche a rischio di essere maliziosamente frainteso: Alla fine, possiamo correre dei rischi perché abbiamo fiducia nell eterna vittoria di Cristo. Mattia Ferraresi Hollywood, Montecarlo, Parigi, Londra, Milano, Roma: il fiorentino Michele Bonan è ora fra gli architetti d interni più ricercati. Gran gusto, stile inconfondibile, esprit florentin. Alta Società Sindacati tuoi Landini nello scomodo ruolo di Renzi. Il rischio delocalizzazione che svegliò i sindacati tedeschi (segue dalla prima pagina) La caduta del governo Berlusconi non dipese, dunque, dalle screditate agenzie di rating. Ed è debolissima la tesi secondo cui il downgrade del nostro debito da parte di S&P s, Moody s e Fitch avrebbe costretto il governo di Mario Monti a prendere misure maggiori del necessario, argomento con cui la procura della Corte dei Conti del Lazio pensa di irrobustire la sua indagine, che può preludere a una richiesta di danni. Monti ha sbagliato la sua manovra di finanza pubblica. L ex presidente del Consiglio ha soprattutto fatto male i calcoli sul peso dell Imu, che doveva dare 11 miliardi di nuovo gettito, ma ne ha dati 14: il 27 per cento in più. Monti ha poi aumentato le imposte invece che ridurre le spese. E così ha causato una depressione del pil maggiore di quanto avesse previsto. I sindacati, la Cgil in testa, hanno preteso che non si escludessero i licenziamenti disciplinari dalla protezione dell articolo 18 dello Statuto dei lavoratori. E il Partito democratico ha costretto Monti a non fare la riforma del mercato del lavoro richiesta dalla Bce, né quella immaginata dall ex ministro Elsa Fornero e tanto meno quella richiesta dall ad di Fiat, Sergio Marchionne. Che senso ha sostenere che Monti è stato costretto dalle agenzie di rating a fare questi errori? Forse che il presidente del Consiglio e il ministro dell Economia non sono capaci di valutare da sé la finanza pubblica e la politica economica? Dovevano rispondere a richieste di Bruxelless e della Bce o a quelle delle agenzie di rating? La Corte dei Conti, poi, a essere puntuali, può chiedere solo i danni per l erario che possono consistere in perdite di valore dei titoli del nostro debito e in rincaro dei costi di emissione del nuovo debito pubblico. Qui ha titolo per agire. E più complicato, ma di questo si dovrebbe occupare, affiancando la procura di Trani che ha in corso un processo contro le agenzie di rating per turbativa dei mercati. Ofelè fa el to mesté pasticcere, fa il tuo mestiere. Traduco dal dialetto pavese, che ho imparato quando ero al Collegio Ghislieri per studiare all università e diventare l assistente del professor Griziotti alla celebre cattedra, presso cui si era formato anche Ezio Vanoni, di cui seguivo le orme. Francesco Forte (segue dalla prima pagina) La stessa che ebbe modo di conoscere Matteo Ricci che quando provò a vestirsi da bonzo incontrò il disprezzo per poi essere accolto subito dopo, forte di furbizia gesuitica, addobbandosi al modo dei letterati confuciani. Era pur sempre un rito civile quello di Confucio e perciò compatibile con Cristo. E l istinto di mettere ordine alla magia che muove Xi Jinping in questa sua battaglia contro la superstizione perché, se le vicende più profonde sono competenza del Tao, l amministrazione dello stato mettiamola così è sempre materia di Confucio. Fino al 1911, i mandarini impegnati nelle scuole dell Impero mandavano a memoria i libri di Confucio per poi andare ad amministrare la giustizia o la regolazione delle acque, considerate alla stregua di tutti gli altri campi della gestione dello stato tecnicismi secondari. Il confucianesimo, per come ha spiegato René Guénon, è solo l aspetto essoterico del taoismo. Alchemicamente inevitabili. L uno per l altro. A costo di reprimere ciò che è impossibile reprimere. Pietrangelo Buttafuoco Dante bond Gli strani conti della Corte dei Conti sulle agenzie di rating e le mosse sbagliate dei governi E così anche la Poltrona Frau non è più italiana. E stata venduta agli americani. E così anche il gioiello del patrimonio di Luca di Montezemolo va ad aggiungersi all ormai lungo elenco di prodotti nazionali trasferiti altrove, come Parmalat, Gancia, Bertolli, Perugina, Buitoni, Stock, San Pellegrino, Invernizzi, Peroni e l olio Sasso perfino, quello col grande Mulè che nel Carosello ballonzolava felice tanto era leggero e dietetico. Tutta una vetrina di eccellenze nazionali è ormai sotto trasloco, quasi ad avvalorare un idea, quella della dismissione. Tutto, ormai, è fuori dai confini e una malizia, tutta malinconica, sorge qui spontanea: la stessa Italia è rimasta mai Italia? IL RIEMPITIVO di Pietrangelo Buttafuoco L icona pop di Francesco è l altra faccia dello scontro chiesa-mondo COMUNE DI SCALEA (CS) AVVISO ESITO GARA CIG Comune di Scalea (CS)- SettoreTecnico - Servizio SalvaguardiaAmbientale Via Plinio il Vecchio, 1. Procedura aperta - Servizio di Igiene ambientale del Comune di Scalea. Importo a base di gara canone annuo di ,00 soggetto a ribasso d asta oltre ,00 quali oneri sulla sicurezza per anni cinque. (totali ,00 canone ,00 oneri sulla sicurezza. Offerte Ricevute: n. 1. Aggiudicatario: Società VITA AMBIENTE S.r.l. da Campobasso, che ha offerto il prezzo di ,00 ribasso dell 1,1% sul canone annuo. Il Presente avviso è pubblicato sulla GURI n. 12 del 31/01/2014 nonché all Albo Pretorio on-line Ente, sito internet della Regione Calabria; R.U.P.: Geom. Francesco Chemi. Il Responsabile del Settore Ing. Pasquale Latella CITTA DI CASTEL MAGGIORE (Bo) ESTRATTO PROCEDURA APERTA affidamento in concessione della gestione della Farmacia comunale periodo aggiudicazione ai sensi dell art.83 del D.Lgs.163/06 offerta economicamente più vantaggiosa. CIG BOE. IMPORTO a base d asta : ,00. TERMINE PRESENTAZIONE OFFERTE : 17/12/2013 ore APERTURA BUSTE: 18/12/2013 ore Castel Maggiore, 23/10/2013. Il Coordinatore del Settore Servizi Finanziari, Licia Crescimbeni CITTA DI CASTEL MAGGIORE (Bo) ESTRATTO PROCEDURA APERTA affidamento in concessione del servizio di tesoreria periodo aggiudicazione ai sensi dell art.83 del D.Lgs.163/06 offerta economicamente più vantaggiosa. CIG : C..IMPORTO a base d asta : non determinabile. TERMINE PRESENTAZIONE OFFERTE : 17/12/2013 ore APERTURA BU- STE: 18/12/2013 ore 9.00.Castel Maggiore, 23/10/2013. Il Coordinatore del Settore Servizi Finanziari, Licia Crescimbeni Nell eterna dialettica asiatica tra giorno e notte, il confucianesimo è solo il lato essoterico di Lao Tze Il Tao della Cina Anche questo curioso assunto che una persona è dove è il suo telefonino non sta in piedi. Il telefonino non è un appendice inscindibile dal corpo umano. Io per esempio a volte lascio il telefonino in auto per dei giorni a 26 chilometri da casa mia in un parcheggio. Se tu intercetti i telefonini di quella villa vicino al parcheggio risulta che ero lì? Ma siete matti? No! E che fate apposta. Motivo? Per vantarvi. INNAMORATO FISSO di Maurizio Milani

5 ANNO XIX NUMERO 31 - PAG I IL FOGLIO QUOTIDIANO GIOVEDÌ 6 FEBBRAIO anni da bivacco di manipoli LE BOTTE IN di Antonello Capurso Prime insolenze. Dall esclamazione piove governo ladro, diventata di gran moda nel 1861 per sfottere i mazziniani sempre scontenti, fino al Napolitano boia, la storia politica italiana ha una singolare costante che Giacomo Leopardi aveva già delineato nella prima metà dell Ottocento: Gli uomini si vergognano, non delle ingiurie che fanno, ma di quelle che ricevono. Però ad ottenere che gli ingiuriatori si vergognino, non v è altra via, che di rendere loro il cambio. Eppure in centocinquanta anni insolenze e vituperi sono mutati radicalmente. Nel Regno cavouriano era impensabile chiedere: Cosa succederebbe se ti trovassi la regina in carrozza?. Non che alle élite politiche che reggono le nuove sorti unitarie manchi il sentimento del disprezzo, ma l ingiuria fa parte di un eccezione, risolta quasi con stile all interno del ceto alto che si occupa delle sorti del paese. La Camera Durante il Regno cavouriano la Camera è formata da un élite di nobili, cauta nel linguaggio e formale nei comportamenti che si forma dopo i Mille è un élite di nobili, possidenti terrieri e borghesi benestanti: interpreti dello spirito della giovane nazione che aspirano a portare nella politica il proprio modo di essere, cauto nel linguaggio e formale nei comportamenti. Quando alla Camera ci si affronta, l insultatore resta nel recinto etico della contrapposizione tra onestà e disonestà, verità e bugia, che corrispondono sul piano personale alla necessità di conservare l onore e allontanare il disonore. Ne è testimonianza la più tempestosa seduta del secolo, che il 18 aprile 1861 contrappone gli storici nemici, Garibaldi e Cavour. Il presidente del Consiglio ha deciso di affrontare la questione dell esercito garibaldino, stabilendone con poche eccezioni lo scioglimento. Garibaldi, che vede il segno tangibile di un irriconoscente insolenza, lascia l isolamento in cui si era ritirato dopo Teano e piomba a Torino, entrando teatralmente alla Camera in costume stranissimo, poncho grigio e camicia rossa, tra gli applausi scroscianti della sinistra e i mormorii preoccupati della destra: Presidente: La parola è al deputato Garibaldi. (Movimento generale di attenzione). Garibaldi: Risponderò ora alcune parole al signor ministro della Guerra. Egli mi obbligò a scendere nel campo della individualità. Il ministro della Guerra disse che per patriottismo andò nell Italia centrale a sedare l anarchia. Fanti: Non ho detto tal cosa. Presidente: Non mi pare che abbia detto questo. Voci: No! No! No! Altre voci: Sì! Sì! Garibaldi: Questo è un fatto; io non rispondo che alle parole del ministro della Una formalità dimostrata dalla cronaca di una delle più tempestose sedute del secolo, che contrappose Garibaldi e Cavour PARLAMENTO. BREVE STORIA DELL INSULTO POLITICO Tutto cominciò con Garibaldi e Cavour a contesa sul progetto di smobilitare l esercito dei Mille. Ma allora il massimo dell offesa era dare di bugiardo all avversario. Presto sarebbero sopraggiunti vituperii e schiaffoni Guerra. Presidente: Perdoni l onorevole Garibaldi, non ha ben udito Garibaldi: Me ne appello a quelli che reggevano il governo, se v era dell anarchia nell Italia centrale. Presidente: Non sono state dette precisamente queste parole dal signor ministro. Del resto il suo discorso è scritto e si può verificare. Ha detto, credo, che si temeva l anarchia. Garibaldi: Non c era nessunissimo pericolo di anarchia. Io chiedo permesso alla Camera di annunciarle che veramente con dolore io sono sceso a personalità, ma doveva rispondere a qualche cosa che attaccava il mio decoro, la mia dignità di uomo, la mia dignità di comandante delle forze dell Italia centrale, che si trovavano in quell epoca a Modena. Adesso, se mi permettono, io dirò alcune parole sul principale oggetto che mi portò oggi alla presenza della Camera, che è l esercito meridionale. Dovendo parlare dell armata meridionale, io dovrei anzi tutto narrare dei fatti ben gloriosi; i prodigi da essa operati furono offuscati solamente quando la fredda e nemica mano di questo ministero faceva sentire i suoi effetti malefici. (Rumori e agitazione) Quando per l amore della concordia, l orrore di una guerra fratricida, provocata da questo stesso ministero (Vivissimi richiami dal banco dei ministri. Violenta interruzione nella Camera). Molte voci a destra e al centro: All ordine! All ordine! Presidente: Prego l onorevole generale Garibaldi (I rumori coprono la voce). Cavour: (Con impeto) Non è permesso d insultarci a questo modo! Noi protestiamo! Noi non abbiamo mai avuto queste intenzioni. (Applausi dai banchi dei deputati e dalle tribune) Signor presidente, faccia rispettare il governo e i rappresentanti della nazione! Si chiami all ordine! (Interruzioni e rumori). Presidente: Domando silenzio. Al presidente solo spetta il mantenere l ordine e Garibaldi: Quando l orrore di una guerra fratricida, provocata da questo stesso ministero regolare la discussione. Nessuno la disturbi con richiami! Garibaldi: Credevo di aver ottenuto, in trent anni di servizi resi alla mia patria, il diritto di dire la verità davanti ai rappresentanti del popolo. Presidente: Prego l onorevole generale Garibaldi di esprimere la sua opinione in termini da non offendere alcun membro di questa Camera e le persone dei ministri. Cavour: Ha detto che abbiamo provocato una guerra fratricida. Questo è ben altro che l espressione di un opinione! (Interruzioni e voci diverse da tutti i banchi). Garibaldi: Sì, una guerra fratricida! (Tumulto vivissimo nella Camera e nelle tribune). Molte voci: All ordine! All ordine! E un insulto replicato! E un insulto alla nazione! E una provocazione scritta! Voci a sinistra: No! No! Si lasci libertà della parola! (Molti deputati abbandonano i loro stalli. Rumori da tutte le parti della Camera. Il presidente si copre il capo. Gran numero di deputati è sceso nell emiciclo, dove si disputa vivamente. La seduta rimane sospesa per un quarto d ora. Cessata la più dolorosa agitazione, la seduta è ripresa alle ore quattro in profondo silenzio). Presidente: Sono costretto, con dispiacere, di disapprovare altamente le parole testé sfuggite all onorevole generale Garibaldi, colle quali egli faceva censura ingiusta e non parlamentare al ministero, d aver voluto promuovere una guerra fratricida. Io prego l onorevole generale Garibaldi a volersi astenere da siffatte censure nel suo discorso, perché mi costringerebbe, quando proseguisse in questo modo, a togliergli la parola. Ora intanto gli accordo nuovamente la facoltà di parlare per proseguire. Presidente: Sono costretto, con dispiacere, di disapprovare altamente le parole testé sfuggite all onorevole generale Garibaldi Garibaldi: (Movimento di attenzione) Dunque non parlerò dell azione ministeriale nell Italia meridionale. Il nostro Re guerriero e galantuomo dichiarò più volte benemerito della patria quell esercito meridionale. La Camera, spero, non mi lascerà solo ad affermare che esso fece il suo dovere. (Segni di assenso). Molte voci: E vero! Garibaldi: La storia imparziale dirà il resto. Ma domando: che cosa ne ha fatto di quelle schiere il ministro della Guerra? (Applausi, e una voce forte dalle gallerie: E vero! E vero!) (Vivi richiami dalla Camera). Presidente: (Con forza) Invito di nuovo le tribune al silenzio Voci dal centro e dalla destra: Le faccia sgombrare! Le faccia sgombrare! Presidente: Al più lieve segno di approvazione o disapprovazione che parta dalle tribune, io le farò inesorabilmente sgombrare! (segue nell inserto II)

6 ANNO XIX NUMERO 31 - PAG II IL FOGLIO QUOTIDIANO GIOVEDÌ 6 FEBBRAIO 2014 DA PALAMIDONE A BOIA, SENZA Con Giolitti, mortadella e jettatore o schiattamuorte, s inaugura la demonizzazione a (segue dall inserto I) Nuove voci: Le faccia sgombrare subito! Lo scandalo è ripetuto! Garibaldi prende ancora la parola: il governo ha agito con perfidia e slealtà, ha osteggiato prima l impresa dei Mille e poi ha fatto a lui una lotta accanita. Quindi parla Nino Bixio: Per l amor di Dio, queste discussioni ci pregiudicano nell opinione dell estero. Il conte di Cavour è certamente un uomo generoso; la seduta d oggi nella sua prima parte deve essere dimenticata; è una disgrazia che sia accaduta, ma vuole essere cancellata dalla nostra mente. Al termine la Camera approva la politica del governo. Il vituperio garibaldino consiste qui nell addossare all avversario, senza l utilizzo di alcun termine interdetto, fatti ritenuti non trasparenti, comportamenti riprovevoli perché doppi e, quindi, disonesti. Attraverso il comportamento etico dell individuo si giudica la politica dell avversario, e se lo si condanna, in questo senso, lo si insulta. La prima polemica anticasta Nel 1862, si afferma sulle scene ancora acerbe dell insulto nazionale, il primo grande insolente : Ferdinando Petruccelli della Gattina, ex deputato della Sini- per un nuovo termine: l antigiolittismo. Inizia un periodo di insulti feroci che segna un vero e proprio salto di quantità e di qualità lessicale, e accompagnerà il percorso dell Italia verso la Prima guerra mondiale. Si forma il telaio di un fenomeno del tutto nuovo: un indignazione permanente non più legata a fatti specifici bensì alla persona, catalizzatrice di tutti i mali e di ogni insolenza. Chi insulta Giolitti in nome della rivoluzione socialista, chi in nome della nazione oppure dell autorità. Nella lunga sequela si distinguono le voci più autorevoli. Giuseppe Prezzolini lo definisce la canaglia di Dronero, da avversare perché egli è la sovrana apparizione della prosa nel campo della politica italiana. Piero Gobetti vede nella nullità politica Giolitti il malgoverno esitante, pericolante, sulla base dei compromessi di una minoranza di inetti che vive alle spalle dello Stato, cioè del popolo italiano. I giornali di provincia lo chiamano Giolitti commendator Giovanni per accentuare con la designazione da bollettino burocratico, il carattere di grigio funzionario. Il direttore del Mattino, Edoardo Scarfoglio, dopo aver appoggiato il governo nel 1903, ne rimane deluso e, urlandogli contro il suo napoletano schiattamuorte, gli invia l accusa di jettatore: Ne I moribondi del Palazzo Carignano Petruccelli sdogana l insulto personale, diretto, anche diffamante se occorra Giolitti questo tragico burocrate, il cui occhio nero cinereo ha un misterioso potere devastatore (Scarfoglio) stra, inventore del colore nel giornalismo italiano, autore di un volumetto scandaloso, I moribondi del Palazzo Carignano. Uscì allora scrive lo storico ottocentesco Giacinto de Sivo un Ferdinando Petruccelli, uomo di sconvolto ingegno e animo astioso; il quale s era fatto nominare qualche anno prima scrivendo male di tutti gli scrittori d una strenna letteraria. Egli tolsevi il carico di calunniare; inventava dispacci, dava l allarme, e spingeva tutto a ribellione. I moribondi del Palazzo Carignano è l archetipo delle odierne polemiche anticasta. Vi si raccontano fatti e retroscena della politica del nuovo regno, con un affresco a tutto tondo del primo Parlamento, dove vi è di tutto, il popolo eccetto. Una casta, insomma, i cui privilegi sono messi alla berlina. Nella galleria finiscono il letterato Francesco De Sanctis, che sa di politica quanto gli uscieri della Camera ; il combattente risorgimentale Carlo Poerio, che è una reliquia. Lo si imbandisce nelle tavole ministeriali, come un oggetto di curiosità egiziana e di appetito ben conservato perché la poca forza che resta a questo gran martire si è concentrata nelle mascelle, mascelle potenti ; e le farfalline, di incerta stabilità, che sostengono ora gli uni ora gli altri, come il deputato siciliano Alessandro Paternostro: Poi vi sono le farfalline. Sfido chi possa assicurare a qual nuance della destra appartengono Broglio, Alfieri, Scialoia ed oggi Minghetti ed altri parecchi. Nelle prime settimane videsi anche qualche cosa di più curioso. Un deputato siciliano, il signor Paternostro, andarsene alla destra per attaccare qualche deputato dell estrema sinistra, onde esser sostenuto e sedere nondimeno alla sinistra, a lato di Lafarina, suo capo di fila. Petruccelli inaugura un sistema libellistico che avrà grande fortuna, e sdogana l insulto personale, diretto, anche diffamante se occorra, lanciato a freddo e concepito per essere scritto e diffuso. Questo tragico burocrate, il cui occhio nero cinereo ha un misterioso potere devastatore. Come variante, gli rimproverano perfino l aspetto esteriore e le piccole abitudini quotidiane, perché il contegno riservato e l aspetto severo stanno lì a testimoniare una gelidità di sentimenti, e Ugo Ojetti, futuro direttore del Corriere della Sera e prossimo firmatario del Manifesto degli intellettuali fascisti, gli imputa nel 1904 di non saper sorridere: con il soprabito nero e l impassibile volto ci fa sfigurare al confronto dell affabile presidente americano Howard Taft. La sua passione per le passeggiate finisce sotto il riflettore del socialista Paolo Valera, che sentenzia: L uomo nazionale che va a piedi fa ridere. E si ride con Renato Simoni e Giovacchino Forzano, che lo mettono in scena nelle riviste comico-satiriche Turlupineide e Monopoleone, sempre ritratto nei panni del cinico trafficante di voti, così come si ride sui giornali umoristici, che partecipano alla gara contro Palamidone. Il più noto dei caricaturisti dell epoca, Gabriele Galantara, si scatena su L Asino, raffigurando Giolitti nero e lugubre, con una estremizzazione dei caratteri fino ad allora inusuale: un nano intento a un esercizio d equilibrio circense tra la destra e la sinistra, un caprone cocciuto e stupido, un difensore dei capitalisti intento a intascare mazzette. Solo Pio X merita una pari ferocia da parte di Galantara, e solo Cavour, nella storia d Italia, aveva avuto dalla satira pari attenzione per numero di vignette pubblicate. Infine, dopo che è stata messa in giro a bella posta la voce, ripetuta e avvalorata da un infinità di barzellette, che Giolitti sia un grande ignorante, ci si domanda nei salotti intellettuali come sia possibile che un uomo di così sommaria preparazione letteraria possa governare un paese colto e generoso come l Italia. In questa selva esce nel 1910 Il ministro della mala vita, un pamphlet di clamoroso successo opera di un giovane professore pugliese, Gaetano Salvemini, esponente del meridionalismo socialista. Salvemini vede un giolittismo corruttore e violentatore, alimentato da una maggioranza parlamentare di delinquenti. La posizione neutralista di Giolitti, tra il 1914 e il 1915, porta l antigiolittismo al culmine. L insulto, che ora aderisce al suo stretto significato etimologico, saltare addosso, è utilizzato senza più remore. Serve a comunicare disprezzo e anche incutere timore. Lo scrittore Ardengo Soffici, sulla futurista Lacerba, lo attacca: L ignobile, losco, vomitativo, mentre nelle radiose giornate di maggio e nell asprezza dello scontro tra neutralisti e interventisti, Gabriele D Annunzio guida il più vasto e immaginifico vituperio, prima dalle finestre dell albergo Regina in via Veneto, poi dal proscenio del Teatro Costanzi, con parole che anche Antonio Salandra, interventista e avversario di Giolitti, si rifiuterà più tardi di riportare. D Annunzio incita la folla a invadere l abitazione del mestatore di Dronero, intruglio osceno, per uccidere chi strangola la Patria con un capestro prussiano, quel boia labbrone per il quale la lapidazione, l arsione, subito dedolo, e Silvio Spaventa, nel prenderne le difese dalle ricorrenti accuse di corruzione, non trova di meglio che paragonarlo a un cesso, che resta pulito, sebbene ogni immondezza vi passi. Francesco Crispi e Giovanni Giolitti sono i due protagonisti successivi. Giolitti è il primo capo del governo che non può invocare come titolo né battaglie né congiure risorgimentali, il primo che non può dirsi fondatore della Patria. Secondo la penna satirica di Gandolin, quale apparisce, e quale è nel fondo dell animo, è sovrattutto un funzionario. E in questa direzione inizialmente vanno tutti gli insulti: Freddo, lento, onesto, solenne come un capodivisione, laborioso come un impiegato pagato a cottimo, un travet senza anima, un ciabattino. Casimiro Teja, principe dei caricaturisti piemontesi, inventa su L Asino il Casimiro Teja, principe dei caricaturisti piemontesi, inventa su L Asino il soprannome che resterà a Giolitti per tutta la vita soprannome che resterà attaccato a Giolitti per tutta la vita: Palamidone, cioè la lunga e ampia palandrana, scura, sempre abbottonata e un po fuori moda con cui andava vestito, e diventato nella denigrazione sinonimo di uomo di alta statura e di scarsa intelligenza; spilungone, zoticone. Ma quando esplode lo scandalo della Banca Romana il salto di qualità è immediato. Giolitti viene aggredito con un impeto che pare epico ai suoi stessi contemporanei, eccitati di poter spregiare e sentire spregiati tutti coloro che siedono nelle istituzioni. Critica sociale, rivista quindicinale del socialismo scientifico, cavalca l istinto del pubblico e nel 1893, citando un terribile bandito maremmano, pubblica La triplice incarnazione di Tiburzi, ovvero Tiburzi finto birro, finto politico e finto magistrato: episodi del brigantaggio in Italia dedicati all on. comm. Giolitti, presidente del Consiglio dei ministri, firmato da Filippo Turati con lo pseudonimo di Pupillo Fratti. Gli avversari prendono spunto dalle morti di quattro ministri nel solo 1893, ricorrendo al supremo argomento dell insolenza politica: Giolitti porta sfortuna. E il suo maggiore nemico, Crispi, a lanciare la campagna sulla fama di jettatore: quando si alza a parlare contro il governo, cosa che mette in pratica ad ogni seduta, non dimentica mai di trarre dal taschino del gilè, un corno rosso e di agitarlo in aria suscitando l ilarità generale. Giolitti lascia il governo nel dicembre 1893, dopo mesi di tempesta intorno alla Banca Romana e di insulti che piovono da ogni parte. Mentre parla alla Camera, ricordando che lascia per riacquistare la libertà di Il cesso Depretis, la mortadella Giolitti, il rudere Crispi Quando al termine del primo decennio unitario si tirano le somme, a tutti appare evidente che in due soli lustri il sentire comune e ideale che ha accomunato i partiti risorgimentali è dissolto. La contrapposizione tra destra e sinistra man mano diventa più esasperata, e paradossalmente la presa di Roma nel 1870 e il pareggio di bilancio nel 1876, gli ultimi due grandi obiettivi, determinano la caduta della Destra, che soccombe soprafatta dalla violenza polemica degli avversari. Il nuovo tempo vede affermarsi al governo, in successione, tre grandi personalità, che proprio in quanto dominatori della scena politica, attirano su di loro tutto il discredito precedentemente riservato al Parlamento. Agostino Depretis è ignobile e sinistro, nato malfattore politico, come si nasce poeta o ladro, amico delle spie e dei ladri, Giano bifronte, Caino, clown, volpone, il mago, l affondatore. Non si tratta di veri e propri insulti, ma l intento è screditare con costanza il destinatario, ridicolizzanparola e meglio difendersi dalle accuse che gli sono mosse, viene interrotto dal coro Ladri! Ladri!, In galera! Brigante!, Tiburzi!, Meritate Regina Coeli!. In tribuna compare un grande corno antijettatorio, e Felice Cavallotti, il bardo della democrazia, leader dell Estrema radicale, esplode nella sua altisonante eloquenza: Non vi darò mai più la mano! Mai più, mai più! La mia è una mano di galantuomo!. Giolitti risponde: Oh, me la darete ancora! Me la darete!, poi si alza di scatto e esce dall Aula, inseguito dall urlo di Cavallotti: Il governo scappa! Il governo scappa!. Nei salotti echeggiano ora le parole del duca di Sermoneta, Onorato Caetani, per il quale Giolitti è come una mortadella di Bologna: mezzo asino e mezzo porco. Fa così il suo ingresso nella storia dell insulto postunitario la degradazione ad animale e ad oggetto del destinatario. Giolitti viene svalutato attraverso un espediente retorico che lo demitizza e ne veicola l irrisione e il disprezzo, abbassandone la figura ad una dimensione inferiore, bestiale, vegetale o oggettuale che sia. Lo scandalo della Banca Romana coinvolge presto anche il dittatore megalomane Crispi, tornato al governo nel 1893, eletto da Cavallotti a bersaglio quotidiano di invettive di ogni sorta. Crispi rimane al potere fino al disastro di Adua, del marzo 1896, poi la rapida china discendente, tra le polemiche e le grida di chi lo rinnega dopo averlo sostenuto nel momento della massima potenza. Tra le eccezioni Giosuè Carducci, che lo difende dalle offese tuttodì crescenti di polimorfi e d amorfi che Dio confonda. Caro ed immutabile amico risponde Crispi a Carducci gli insulti plebei, cosparsi di maligne menzogne, mi onorano, perché attestano che nulla possono i miei nemici dire contro di me, che sia vero. E in una lettera inviata alla moglie Lina, Crispi scrive: Non avrei immaginato che i miei concittadini mi avrebbero abbeverato d ingiurie e di calunnie. Eppure è così e ciò avviene dopo aver distrutto il patrimonio paterno ed i risparmi della professione, ed esser caduto in una posizione economica che rasenta la miseria. Crispi muore malandato e quasi cieco, nel Un giovanissimo Giovanni Amendola, che fu uno degli ultimi a vederlo, lo ricorderà non si sa se con un insolenza definitiva o con un grande omaggio, forse ambedue: Era un rudere gigantesco. Il concetto di onore è ormai al tramonto: non è più la qualità primaria dell uomo politico che tutti gli schieramenti da destra a sinistra avevano tenuto in massima evidenza, ma solo una delle qualità possibili, affiancata presto dalle rivisitazioni dello spirito umano che il nazionalismo, il socialismo, le ideologie, stanno per portare nella contesa politica, trasformando nello stesso tempo l idea di verità in qualcosa di sempre più relativo. Les Italiens se traitent de canaille Nel paese che si trasforma e diventa industriale i gruppi politicamente organizzati secondo lo schema ottocentesco cedono il passo. Gli ideali risorgimentali sono lontani. Le lotte operaie, le rivolte contadine, l ampliarsi degli spazi democratici, la richiesta di condizioni di vita migliori, portano alla ribalta folle inedite. Il linguaggio, insieme al sentire politico, inevitabilmente cambia, non si sposa più alle involuzioni auliche delle classi dominanti: grandi masse a scarsa alfabetizzazione ne diffondono un uso più basso, facile e sanguigno, immediatamente comprensibile a tutti. La nuova scena popolare porta con sé un modo di comunicare diretto, concreto, carnale, che fa presa e si diffonde rapidamente, con la conseguenza che la stessa abitudine oratoria contratta nei comizi di piazza entra a Montecitorio, mutando forma e intensità al vituperio parlamentare. Les Italiens se traitent de canaille beaucoup trop facilement, gli italiani si danno della canaglia troppo facilmente, commenta il corrispondente da Roma del giornale francese Le Temps. Ora l ingiuria si sposta sul piano categoriale, di classe, che la magistratura cerca di contenere: Gridare: abbasso i preti, i nobili, gli ebrei, i protestanti, i fornai, i cattolici, dev essere colpito dalla disposizione legale. Finiscono in ambito penale espressioni ritenute ingiuriose come il gridare: abbasso il municipio, abbasso le tasse, viva la Sicilia e il socialismo, abbasso la monarchia e il Parlamento, ma anche chi canta l Inno dei lavoratori del Turati, e perfino chi fischia la marcia Reale. Intanto in Parlamento, dove risuonano sempre più spesso gli epiteti buffone e pagliaccio, i socialisti iniziano una storia di scissioni, insulti ed espulsioni, che sarà loro marchio costante per l avvenire. I nuovi protagonisti della vita politica, Filippo Turati, Leonida Bissolati, Enrico Ferri, uniti dalla lotta di classe, si attaccano additandosi l un l altro al biasimo delle masse, che ognuno ritiene di rappresentare al meglio. Il teatrale e facondo istrione Ferri accusa Turati di far parte di un nucleo di serpi, mala genia di gesuiti e di camorristi. Turati, a sua volta, se la prende con il gran cialtrone, questi anarchici travestiti da socialisti, ideologi dell età della pietra, e inutilmente mette in guardia i compagni dallo sconclusionato e gigionesco sbraitare per i tetti di Ferri, un Nettuno da tempeste in una pozzanghera di lì a poco destinato a coronare la sua carriera politica con l esaltazione del regime fascista. Ma pur accapigliandosi tra di loro, i socialisti cambiano il modo stesso di essere in Parlamento, più violento e spregiudicato, spesso provocatorio, come nella seduta della Camera del 22 dicembre 1906, quando Ferri provoca prima il deputato della maggioranza Felice Santini e poi Giolitti: Ferri (a Santini): Lei è un prete! Santini: Vigliacco! Ferri: Lei un affarista! Santini: Incosciente! Ferri: Difensore di concussionari! Santini: Farabutto! Ferri: Carogna! Santini: Carogna foderata di farabutto! Ferri: Le sputo sul viso! Giolitti (facendo mostra d intervenire): Signori! Ferri (fissando in così dire Giolitti): Taccia, Lei! Banca Romana! A questo punto Giolitti, solitamente compassato, perde le staffe e fa atto di slanciarsi contro Ferri, ma al termine del banco del governo, il ministro Angelo Majorana-Calatabiano e vari deputati gli si stringono intorno per impedirgli l atto: E un pazzo, lasci andare, gli dicono. Finiscono in ambito penale espressioni ritenute ingiuriose come abbasso il municipio, abbasso le tasse, viva la Sicilia Tutt intorno l Aula è una sola invettiva e altri deputati giolittiani tentano l assalto ai banchi socialisti, in mezzo ai quali troneggia Ferri, mentre il presidente Giuseppe Biancheri fa sgomberare le tribune e sospende la seduta. Scrive il giorno seguente Luigi Albertini sul Corriere della Sera: E qualche tempo che alla Camera italiana la virulenza del linguaggio e l uso dell ingiuria grossolana vanno prendendo il sopravvento su ogni sistema di discussione alta e serena. Pare che all affermazione delle idee la vigoria composta del linguaggio non basti più; e si ricorre ad un altra vigoria, molto più facile e clamorosa, ma che conviene meglio ad un circo che a un Parlamento civile. La politica è lotta, ma non deve essere lotta di selvaggi. Come può il regime parlamentare imporsi al rispetto del paese, se si riveste di simili forme di platealità disgustosa? Certo sarebbe desiderabile che la presidenza della Camera potesse spiegare più efficace autorità per impedire tali manifestazioni contenendo le discussioni nei giusti limiti sempre, soffocando le violenze sin dal primo inizio, avanti che l eccesso dell uno determini l eccesso dell altro. L indignazione permanente: il mezzo porco Giolitti Tornato alla ribalta, nel 1903 Giolitti riconquista la guida dell esecutivo. Il suo è un liberalismo inclusivo delle istanze che si levano nel paese, in totale discontinuità con i repressivi governi dei vari Rudinì e Pelloux, ma questo non è sufficiente a evitare che il protagonista delle prime aperture sociali e del primo programma di modernizzazione del paese divenga lo spunto

7 ANNO XIX NUMERO 31 - PAG III IL FOGLIO QUOTIDIANO GIOVEDÌ 6 FEBBRAIO 2014 MAI RISPARMIARE SUL MAIALE prescindere. Badoglio diventò una cupa figura retorica dopo la caduta di Mussolini liberate e attuate, sarebbero assai lieve castigo. D Annunzio esalta la metafora scoccata venti anni prima da Caetani, che aveva paragonato Giolitti a una mortadella di Bologna: mezzo asino e mezzo porco, definendola di giustezza e profondità meravigliose, ma irripetibile per tema di offendere i bolognesi e due bestie innocenti. Ora il neutralista Giolitti è il massimo disertore, il boia traditore per antonomasia, e al tradimento si riconducono tutti gli improperi. A Roma vengono affissi manifesti che riproducono una vignetta di Efisio Oppo, appena pubblicata con grandissimo successo su L idea nazionale, con il titolo Fuoco! : Giolitti è ritratto di spalle, come disertore, legato a una sedia al momento della fucilazione. Le matite rievocherà più tardi il socialista Valera malconciavano Giolitti in tutte le guise. Lo si vestiva da brigante. Gli si mettevano in mano sacchetti d oro. Lo si cercava dappertutto per vilipenderlo, appenderlo, linciarlo, scuoiarlo, affogarlo in un intestino di materie fecali. Senza la protezione militare sarebbe stato appeso ai cancelli di Villa Borghese. La sua testa serviva per foot-ball generale. Essa serviva per tutti i piedi. Si compie così il fenomeno dell indignazione permanente, alimentato e cavalcato da nazionalisti e fascisti per avviare un loso avversario del regime: At ore 21 nella trattoria Italia da comitiva otto giovani che stava nel locale veniva lanciato tozzo di pane quadro Duce frantumandone vetro. Inviato Ps sul posto per maggiori accertamenti et identificazione responsabili. Riservomi. Il 2 agosto 1941 i Carabinieri di Ortisei disquisiscono sul senso della parola animale trovata scritta su un busto del Duce: Le indagini molto riservate esperite da quest Arma non hanno dato finoggi alcun risultato. Si ritiene che l autore di tale manifestazione sovversiva sia stato qualche villegiante italiano, perché dall elemento allogeno la parola animale non viene usata come offensiva ed anche perché non si ritiene capace di manifestazione del genere. Indagini altrettanto serrate quanto inutili sono disposte per rintracciare chi invia cartoline anonime all indirizzo del governo o per scoprire gli autori delle scritte negli orinatoi pubblici. Ma come sapere chi ha rielaborato su un pubblico vespasiano il grido Duce a noi! nel più prosastico Duce annoi!? Indagini serrate anche dei Regi Carabinieri di Termini Imerese, il 20 aprile 1943: Oggetto: Oltraggio al Capo del Governo. Locali dopolavoro G. Lo Faso Via Mazzini, veniva rinvenuto calendario recante effigie Duce tenuta volo deturpata da baffi et barba nonché da corna tipo cervo fatti matita. In- Si compie così il fenomeno dell indignazione permanente, alimentato e cavalcato da nazionalisti e fascisti Il termine fascista, da definizione politica, caduto il regime si sposta nella categoria dell ignominia generalizzata processo di delegittimazione dello Stato, ma che, per altri, ha dimostrato di non essere privo di controindicazioni. Socialisti, liberali, democratici vengono travolti dalla loro stessa coazione a ripetere, avendo posto compulsivamente al centro dell attenzione e della discussione politica il destinatario stesso dell indignazione. L indignazione permanente, moto nutrito di irrazionalismo, contribuisce, fattivamente, ad impedire alle migliori personalità, concentrate altrove, di cogliere lucidamente la specifica natura del fenomeno che avanza, mutando rapidamente forma e le cui definitive fattezze saranno quelle del regime fascista. A forza di parlare del dittatore parlamentare Giolitti non si vedeva la dittatura in arrivo di Mussolini, al punto che ancora nel 1924 Gobetti dichiarerà come privo di senso il combattere il Duce solo per sostituirgli di nuovo Giolitti. Guerra e insulti Al di là dell antigiolittismo, con l avvicinarsi dell entrata italiana nel conflitto bellico mondiale, l irrefrenabile necessità di insultarsi degli italiani compie un vero e proprio salto di qualità. La posta in gioco è enorme. Le passioni rompono gli argini, anche lessicali, che resistevano dall ottocento. Nel maggio 1915 i comizi politici, un tempo ristretti e conviviali, diventano una zona franca, in cui strappare l applauso, l attenzione, l adesione viscerale. Il sindacalista rivoluzionario Filippo Corridoni, annuncia: La neutralità è dei castrati. D Annunzio e Mussolini, accompagnati da Corridoni e dal nazionalismo di Enrico Corradini, esprimono la massima combinazione di forze, da cui uscirà più tardi una impensabile sintesi di dottrine e di programmi: una combinazione funzionale di linguaggi e aggressività che utilizza contro gli avversari non il banale vituperio ma una sintesi immaginifica, fino ad allora inedita, dell insulto e dell ingiuria. Ecco comparire la peste giolittiana, la scrofola socialista, la scabbia clericale. Mussolini e il pacifista Claudio Treves danno vita a uno scambio di contumelie senza precedenti: disertore, triplice coniglio, perfido, malvagio, volgare, schifoso, lercio, sordido, spilorcio, opportunista, ributtante. Una volta si chiamava Claudio Tremens, d ora in poi lo chiameremo Palanca Greca, titolo dotale, scrive Mussolini sul Popolo il 24 marzo 1915, alludendo a un presunto attaccamento al soldi di Treves, che era stato suggerito a Mussolini dalla sua amante Margherita Sarfatti: è lei, veneziana, a sostenere che Treves solo per denaro aveva sposato la ricchissima concittadina Olga Levi. Treves risponde per le rime dando a Mussolini del pidocchio: Livido, sterile, vanesio come una prostituta, voglioso di lodi, nato fatto per essere cortigiano della folla e per tradirla, bramoso di salire rapido, a ogni costo, credette il voltafaccia la via più rapida. Si illuse. Egli fu tosto rigettato dal partito, come cosa laida. E io debbo occuparmi di questo cencio invidioso, di questa spazzola da lustrascarpe. Sul Popolo Mussolini replica con un furibondo attacco, corredato di una vignetta in cui la faccia di Treves viene raffigurata al posto dei Mussolini e Treves si provocano fino al duello. Per D Annunzio, Nitti diventerà Sua indecenza e Cagoja testicoli pendenti da un tronco umano ventruto e medagliettato : Io sono riuscito pungendolo e mordendolo nella viva carne a mostrare il Treves intimo, il Treves ignoto, il Treves perfido, malvagio, volgare, schifoso, il Treves che non potendo rispondere con fatti ed argomenti ai miei fatti ed ai miei argomenti, scende al rigagnolo, diguazza nel fango, ruba il linguaggio agli straccioni del ghetto e crede di potermi in qualche modo offendere, e crede di potersi in qualche modo salvare dalla gogna morale in cui l ho solidamente inchiodato. Ci resterai alla gogna!. La misura è colma. Alle tre e mezza del pomeriggio del 29 marzo, i due contendenti si battono alla sciabola. Un duello violentissimo, durato venticinque minuti, finché i padrini decidono di porre termine alle lame, constatando che gli sfidanti erano feriti ma anche irremovibili nel rifiutare ogni conciliazione. Orlando bastardo e deficiente Trascorsa la guerra, lo spirito nazionale che ha unito tutti dopo Caporetto viene rapidamente accantonato. Il nuovo malcontento esplode nel 1919 quando naufragano le richieste italiane alla Conferenza di pace di Parigi. Mussolini ha buon gioco nel riprendere le sue invettive sul Popolo contro il governo Orlando: Quel gruppo di uomini, appestati e sifilizzati di parlamentarismo, molti dei quali appartengono per temperamento e per idee alla malfamata tribù giolittiana, e che oggi hanno nelle mani arteriosclerotizzate i destini d Italia, quel gruppo di uomini che si chiamano ministri, non meritano altra definizione se non questa: di bastardi, di deficienti, di mistificatori e tutto ciò al superlativo per quel che riguarda il loro capo che si diverte a Parigi, in quel covo di damazze equivoche, di funzionari perditempo e di giornalisti sbafatori che è l Eduardo VII. E destino triste che la dignità d Italia sia andata a naufragare in un albergo dei boulevards. L uomo che ebbe gran parte di responsabilità nella Caporetto militare, sta preparando, incoscientemente perché si tratta di un rammollito che si tira innanzi a furia di zabaglioni concentrati, la Caporetto diplomatica per l Italia. E D Annunzio rincara vedendo nel governo uomini vili e servili, balbettanti e inchinati che hanno mutato in sconfìtta la vittoria, trasformato gli italiani in piccola gente importuna da elemosine, botoli da tozzi e da ossi. L 11 luglio si scatenano i futuristi. Filippo Tommaso Marinetti e Ferruccio Vecchi si presentano a Montecitorio, ottenendo due biglietti per la tribuna del pubblico. Lì, Marinetti si sporge dall alto e grida all emiciclo sotto di lui: Io vi urlo con tutta la forza dei miei polmoni: abbasso Nitti! Morte al giolittismo! II vostro Ministero è un Ministero di schiaffeggiatori d ufficiali, di sabotatori della vittoria, di speculatori!. Poi è la volta di Vecchi: Sono il capitano Vecchi, e in nome degli Arditi d Italia dichiaro che a noi veri combattenti voi fate schifo, schifo, schifo. Vi dirò ciò che pensa di voi il fante della trincea. Egli non vi considera i rappresentanti della nazione. Egli vi considera il vomito della nazione!. Mentre i parlamentari iniziano a lasciare l Aula, molti temendo il lancio di qualche ordigno, i due sono sopraffatti dai carabinieri accorsi, ma molti deputati iniziano a salire sulle tribune del pubblico per complimentarsi proprio con Marinetti e Vecchi. Dopo mezz ora di indecisioni, la presidenza della Camera decreta: nessun arresto, i disturbatori siano accompagnati al portone. Di lì Marinetti corre alla redazione di Roma Futurista per raccontare cosa hanno combinato al cospetto di quell ammuffita accademia, davanti a quelle facce d intensificata cretineria. Nitti ministro della fogna Da Vittorio Emanuele Orlando a Francesco Saverio Nitti l offensiva antiparlamentare non cambia. Per D Annunzio, Nitti è Sua indecenza la Degenerazione adiposa, oppure Cagoja, soprannome di un rivoltoso triestino che, una volta arrestato, era diventato particolarmente docile e sottomesso. Per Mussolini, è un ministro della fogna, ciccioso nell anima come nella carne, con mentalità da parassita e schiena da servitore, un profanatore delle tombe dei caduti, un porco. Il 30 ottobre 1919 Nitti replica a suo modo, sottotono, chiedendo di dimenticare i vecchi odii, riprendere il lavoro operoso, e distendere i nervi troppo lungamente tesi. Invece si ascoltano ancora parole di odio e di violenza e la stampa, che dovrebbe essere moderatrice, eccita spesso tutte le passioni. La concordia e la disciplina, che fino a ieri erano un dovere morale, sono oggi anche una necessità economica. La guerra, che ha eccitato gli spiriti e formato nobili passioni, ha anche risvegliato cupidigie e intenebrato molte coscienze, alle quali la violenza per il bene è parsa giustificare anche la violenza per il male. A tutto ciò bisogna reagire. Chiacchiere inconcludenti del ministro borbonico, risponde su sei colonne il Popolo d Italia. Nitti non comprende che l ingiuria e la diffamazione a danno suo e del suo governo fanno parte di una sceneggiatura molto più ampia, molto più funzionale in questo momento che non la pacificazione. Anzi, per protestare contro il Trattato di Rapallo, che dichiara Fiume città indipendente, D Annunzio spedisce a Roma l amico e spericolato aviatore, Guido Keller. Dal velivolo cadono sul Vaticano una rosa bianca con la dedica a Frate Francesco e sul Quirinale sette rose rosse, offerte in dono alla Regina e al popolo d Italia, poi Keller vira verso Montecitorio, sul quale scaglia un pitale in ferro smaltato al quale sono legate un mazzo di rape e di carote, e la scritta: Guido Keller dona al Parlamento e al governo che si reggono da tempo con la menzogna e con la paura, la tangibilità allegorica del loro valore. L impresa lo rende celebre in tutto il mondo e gli guadagna l eterna ammirazione del Comandante. Ingiuria fascista Nel 1922 il campo del vituperio che contrappone nuovo ordine a vecchio disordine appartiene ormai a Mussolini. Il 2 luglio la Camera è apostrofata con echi futuristi: Quando si chiede che cosa fa la Camera italiana, una sola risposta balza irrefrenabile: la Camera italiana fa schifo, ma tanto schifo, e i deputati altro non sono che una banda di idioti e postulanti, un bubbone pestifero che avvelena il sangue della Nazione. Poco dopo, il 16 novembre, Mussolini presenta il suo governo a Montecitorio mettendo in chiaro che in quell aula sorda e grigia si compie un atto di deferenza solo formale. Al termine un fascista si avvicina a Turati, che ha annunciato voto contrario al governo, e lo apostrofa: Vecchia baldracca del socialismo!. Ora germogliano i semi sparsi negli anni precedenti, mentre nel suo inoltrarsi dentro il fascismo l insulto conosce modalità del tutto nuove. Per la prima volta è il potere istituzionale e chi lo segue che insulta l opposizione, e non viceversa, in un atmosfera di minacce e intimidazioni ispirate dai messaggi che Mussolini invia pubblicamente. Così il 3 maggio 1923: Se le pecore rognose, la cui malvagia opera quotidiana contro il fascismo abbiamo avuto più volte occasione di rilevare, vanno veramente in cerca di dispiaceri, non è escluso che possano averne di molto gravi. Quanto al Matteotti volgare mistificatore, notissimo vigliacco e spregevolissimo ruffiano sarà bene che egli si guardi. Che se dovesse capitargli di trovarsi, un giorno o l altro, con la testa rotta, ma proprio rotta, non sarà certo in diritto di dolersi dopo tanta ignobiltà scritta e sottoscritta. Poi ancora, il 23 maggio: Al deputato Amendola, questo signore che gira ancora indisturbato per Roma, rispondiamo che la milizia non è rivolta contro il popolo, ma sibbene contro una minoranza sparuta e screditata di canaglie che hanno sempre tradito l Italia. Il nuovo Cagoja Amendola che invoca la libertà, quasi che tutti i fossati d Italia fossero pieni di carogne antinazionali, ha finora avuto troppo larga licenza. E il 13 luglio: Uomini nefasti come Nitti, Treves, Turati, Modigliani, Serrati e Albertini dovevano essere consegnati ad un tribunale di difesa nazionale. Le vipere velenose non si scaldano e non si lasciano libere. Ogni insolenza costituisce un arma puntata contro l avversario, e in sostanza un via libera per le azioni punitive della Milizia fascista, guardia armata della rivoluzione. Nel dicembre 1925 si istituisce il nuovo reato di offesa all onore del capo del governo, che coincide con l offesa al Duce Duce con baffi e corna tipo cervo A partire dal 1925, anno d inizio della fascistizzazione dello stato, l ingiuria di regola non scandisce più i tempi delle azioni politiche, relegata esclusivamente a storiche rivalità interne al fascismo, come quella tra Achille Starace e Leandro Arpinati, che si danno reciprocamente del mentitore, vile, fesso. Eppure mentre i gerarchi si disprezzano l un l altro, nel paese, anche durante gli anni del consenso, resta un rumore di fondo, di insoddisfazione, di recriminazione. Un rumore che la capillare rete di controllo del regime registra minuziosamente, avendo a disposizione dal dicembre 1925 il nuovo reato di offesa all onore del capo del governo, che nella prassi amministrativa e giudiziaria coincide con l offesa al Duce con parole o atti. La pena prevista è la reclusione, che può arrivare fino a trenta mesi. Complessivamente sono circa cinquemila i denunciati per offese al Duce nel periodo : per lo più contadini analfabeti, operai disoccupati, ubriachi, che, sotto la spinta della fame e dei disagi materiali, si sono lasciati andare a commenti e battute. Osterie, trattorie e sedi del Dopolavoro sembrano il luogo prediletto. Grazie al ritratto esposto ovunque accanto a quello del re, l insulto popolare è stimolato. L onnipresenza dell effigie, legata alla costruzione del mito ne è allo stesso tempo causa di ludibrio ed esecrazione, di rivalsa. Gli appellativi sono di ogni genere: Ladro e cornuto, innanzitutto, ma anche disertore, pagliaccio, farabutto, mascalzone, porco, maiale, cane, bestia, faccia da fagioli e da patate, birbaccione, canaglia, testa d asino, testa di vitella, testa pelata. Mussolini si trasforma in oggetto, in attributo sessuale e scatologico, in vegetale, in animale. I termini scurrili e osceni hanno il fine di degradare alla peggiore bassezza la figura superiore che l iconografia ufficiale del regime propaganda. Ma chi lo appella testa di rapa si fa due mesi di carcere, e un bambino di dodici anni che esclama in classe: Sto beccamorto di Mussolini! finisce in istituto di correzione. Anche un tozzo di pane diventa un perico- dagasi per scoprire autore. Nuovi insulti: fascista! Badoglio! Molte ingiurie nascono e restano in funzione di un determinato periodo storico, che convoglia le preferenze degli offensori verso epiteti particolarmente intonati alla congiuntura politica. Nel 1943 si sente spesso dire: Borsanerista, collaborazionista, contrabbandiere. E quando il maresciallo Pietro Badoglio sostituisce Mussolini alla guida del governo, l epiteto badoglio! si afferma subito come qualifica dispregiativa, che i fascisti dedicano ai traditori. Insulto che nel tempo non conosce mai una vera e propria fortuna, al contrario di fascista, che, da definizione politica e qualità irrinunciabile dell uomo nuovo, caduto il regime si sposta nella categoria dell ignominia. Molto più duttile dell insulto badoglio, l insulto fascista si adatta ai cambiamenti, e, cessando di essere correlata ai nostalgici del ventennio, inizia presto a essere indirizzata dal Pci verso qualunque avversario politico, anche con fantasiose varianti, come quella coniata per Giuseppe Saragat, il socialfascista, o per Bettino Craxi, ribattezzato Benito Craxi. Nel sentire comune, fascista resta in ogni caso ben più insultante del corrispettivo comunista, e la Corte di Cassazione deve chiarire che è lecito usare la parola quando si esprime un opinione politica su qualcuno ( secondo me il premier è un fascista, per esempio, si può dire), mentre è un insulto ingiustificato quando per motivi futili si dà ad altri del fascista, per esempio a un vicino di casa, perché maleducato e prepotente durante le riunioni di condominio. Dopoguerra: l insulto democratico Il ritorno alla politica dopo il fascismo, il riconquistato ruolo del Parlamento, nel quale siedono personalità di grandissimo valore, smorzano in parte, tra i partiti tradizionali, il ricorso all ingiuria verso l avversario. Ma non ci vuole molto perché torni a prevalere la contrapposizione ideologica, riflesso della divisione tra blocco atlantico e blocco sovietico. Ognuno torna a vedere nell altra parte un nemico che vuole trascinarlo nel male di convinzioni con cui è impossibile venire a compromessi, o, semplicemente, dialogare. L ingiuria riprende quota. Nelle elezioni del 1948 lo scontro tra i due mondi, comunista e democristiano, è fortissimo. La Dc accusa il segretario del Pci di avere il piede biforcuto come il demonio e il Pci di rimando conia uno slogan/filastrocca: Vattene, vattene, schifoso cancelliere / se non ti squagli subito / son calci nel sedere. Un idea che Togliatti riprende in una celebre invettiva: Mi tengo le scarpe ai piedi. Anzi, gli ho fatto mettere due file di chiodi e ho deciso di applicarle a De Gasperi dopo il 18 aprile in una parte del corpo che non voglio nominare. Durante la campagna elettorale si distingue per forza evocativa il settimanale Candido, sul quale Giovannino Guareschi inventa slogan ed espressioni ferocemente anticomuniste, guadagnandosi la replica di Togliatti, che dà a Guareschi tre volte dell idiota moltiplicato per tre. (segue nell inserto IV)

8 ANNO XIX NUMERO 31 - PAG IV IL FOGLIO QUOTIDIANO GIOVEDÌ 6 FEBBRAIO 2014 CLAMORI, URLA E CALAMAI (segue dall inserto III) Ad aprile il risultato elettorale premia la Democrazia cristiana, il Pci passa definitivamente all opposizione, e scompare l Uomo qualunque, che aveva raccolto dal 1944 il sentimento di rifiuto dei partiti, derivato dallo sbandamento della nazione e da venti anni di pesante intromissione della politica nella vita privata dei cittadini. Il giornale dell Uomo Qualunque è un foglio che secondo Indro Montanelli il turpiloquio del commediografo e giornalista Guglielmo Giannini trasforma in una bandiera. Giannini vuole rappresentare un popolino di reduci esausto dalla guerra, dal fascismo, dalla retorica della resistenza, della politica Quando il comunista Pajetta si lanciò a catapulta contro un collega dando vita a uno spettacolo da facchini di piazza tutta e insomma il popolino stufo di tutti, il cui solo ardente desiderio è che nessuno gli rompa più le scatole. Con tale programma cavalca gli istinti più bassi, la storpiatura dei nomi diventa un marchio di fabbrica: il Cln diventa Comitato Lavativo Nequitoso, il Pci è il Partito Concimista Italiano, i democratici cristiani sono i demofradici cristiani. Ferruccio Parri e Pietro Calamandrei diventano, in un delirio che produce inizialmente un consenso, Fessuccio Parri e Pietro Caccamandrei, e se Togliatti non si presta ad alcuna storpiatura lo si può pur sempre definire verme, farabutto e falsario. Il qualunquismo, isolato e improduttivo, rozzo e incapace di proposte, nel giro di pochi anni si trasforma da successo politico in aggettivo che nessuno vorrebbe vedersi intestare: gli insultatori diventano insulto, in una nemesi che fa scomparire il partito, ma lascia la parola. De Gasperi buffone e chierichetto Il 18 marzo 1949, massima tensione tra le forze politiche: si vota l adesione dell Italia alla Nato. De Gasperi prende la parola in un arena da circo e viene interrotto trentadue volte, apostrofato come buffone da Togliatti, traditore da Amendola, bugiardo da Antonio Giolitti, servo da Giancarlo Pajetta, chierichetto da Lelio Basso. Al termine del discorso i rispettivi schieramenti cantano L internazionale e l Inno di Mameli. Dopo cinquantuno ore ininterrotte di insulti, che i resoconti sintetizzano come tumulti, oppure violenti scontri per descrivere un cassetto che vola da una parte all altra dell emiciclo, il dibattito si conclude. Quando la presidenza proclama l esito favorevole alla Dc del voto, il comunista Giuliano Pajetta si lancia a catapulta, così è scritto nel resoconto, contro un collega, dando inizio a un gigantesco parapiglia che il presidente dell aula Giovanni Gronchi definisce uno spettacolo da competizioni di facchini di piazza. Il resoconto della Gazzetta del Mezzogiorno: Venerdì 18 marzo. Da tre giorni, ininterrottamente, si discute, a Montecitorio, il testo del trattato di adesione dell Italia al Patto Atlantico. Sono tutti sfiniti. Ad un certo punto poiché Malvestiti gesticolava con animazione, qualcuno ha creduto che volesse lanciarsi contro Santo Filippo Neri Semeraro. I comunisti si sono gettati in massa nell emiciclo, mentre i democristiani tentavano di arginare l attacco. Semeraro, nella furibonda rissa, trova i compagni al suo fianco, mentre Giancarlo Pajetta inveisce, ormai afono, contro il centro. Ad un tratto, l altro Pajetta, Giuliano, con un salto acrobatico piomba disteso sulla massa. Pugni gli piovono addosso. Rimettendosi in piedi, Giuliano Pajetta attacca a sua volta. Ma non basta. Da sinistra, uno dei cassetti degli scanni lanciato da un comunista va a cadere sulla massa umana che si aggroviglia sempre più fra urla e grida altissime, invano trattenuta dagli atletici commessi e questori, travolti essi stessi dalla spinta che incalza da tutte le parti. Da destra si sostiene la pressione. Le crescenti tensioni sono lo spunto, il 5 agosto 1950, di un insolito editoriale del Corriere della Sera, firmato dal vaticanista Silvio Negro, Ieri come oggi in Parlamento : C è giustificato scontento in giro per il modo in cui funzionano gli istituti parlamentari, per il contegno ed il frasario di certi rappresentanti del popolo, per gli incidenti che si verificano ogni tanto ed obbligano la presidenza a far sgomberare le tribune. Può essere di parziale conforto constatare che volgarità di linguaggio, scambi di ingiurie, tentativi di venire alle VOLANTI Nel 63, uscì un manifesto con una bella e giovane ragazza che sorride felice e sotto la scritta: La Dc ha vent anni. I missini si armarono subito di vernice: E ora di fotterla! mani, sgombero di tribune, aule deserte mentre si discutevano leggi importanti, leggi importanti approvate a tamburo battente, non sono una novità dei nostri tempi di suffragio universale, ma si verificavano anche in passato. Ma purtroppo i tumulti in aula dei nostri tempi hanno una violenza e una cattiveria, una cruda tendenza per i fatti di mano che in passato non c erano; di più, possono essere freddamente predisposti. Ma c è oggi qualcosa ch è anche peggio delle ingiurie e dei tumulti, ed è l uso, tra le parti, di un linguaggio così diverso per cui le parole perdono il loro senso ed ogni dialogo diventa impossibile. Questo è il dato più attuale e, per chi abbia fede nella libera discussione, questo è un sintomo inquietante. La grande rissa del 53 Si afferma negli anni Cinquanta una figura nuova: il peone da rissa, poiché i leader, come i generali, di regola preferiscono osservare da un altura, il dispiegarsi delle sorti della battaglia. In questa montante schiuma di irosi peones si distingue, durante una tumultuosa seduta del febbraio 1950, il deputato comunista Luigi Di Mauro, piccolo e scattante rappresentante dei minatori siciliani, che addenta il dito del democristiano Achille Marazza, colpevole di sbarrargli la strada del cimento fisico verso De Gasperi. Il ministro, esclamato nell originario idioma soc mel!, corre ai soccorsi dei medici della Camera, che, secondo la leggenda, gli avrebbero fatto una tempestiva iniezione di siero antirabbico, giacché, scriveva il poeta secentesco Francesco Redi: Come il dente della capra è velenoso alla vite, così lo dente dell uomo adirato è velenoso all uomo. Gli incidenti in aula assumono intanto una costante frequenza. Maggio 1951: il ministro dell Industria Giuseppe Togni (Dc) a Vannuccio Faralli (Psi): Ella dice delle fandonie!. Faralli a Togni: Io non ho detto nessuna fandonia!. Eugenio Spiazzi (Dc) a Faralli: Non dica fregnacce!. Faralli a Spiazzi: Salame!. Spiazzi: Macaco. Esci fuori!. Faralli: Esco, sì, e attento ai connotati!. Marzo 1952: Gioacchino Quarello (Dc) attacca il collega Ettore Viola, che ha lasciato il gruppo Dc per il Partito monarchico, osservando che ha continuato a far parte della Camera perché tutti si inchinano al distintivo che porta all occhiello (Viola è Medaglia d Oro al valore): Penserà il corpo elettorale a dargli la lezione che merita, ed egli non tornerà in quest aula. Certo è che non troverà più liste democristiane disposte ad accoglierlo; se mai troverà qualcuno in cerca di rifiuti che lo sfrutterà per quel che vale, e lo butterà poi nel letamaio che merita ; On. Viola: Io so che il signor Quarello non è in condizioni di battersi a duello, altrimenti lo schiaffeggerei come mentalmente lo schiaffeggio. Egli però deve raccogliere la sfida, se non è un vigliacco. Se questo non fa esigo da lui una precisa riparazione ; Quarello scende minaccioso verso il seggio di Viola, mentre due file sotto Arnaldo Fabriani (Dc) si alza iniziando a insultare Viola, il quale risponde tirandogli una busta di cuoio. Questa, dopo aver colpito il bersaglio, rimbalza sul viso di un altro Dc, Albino Ottavio Stella, che, inferocito, muove contro Viola e gli sferra due formidabili pugni al viso facendolo stramazzare. Rialzatosi, Viola afferra un microfono e grida ai democristiani: Traditori! Assassini!. Il presidente Fernando Targetti sospende la seduta, mentre, tra clamori e apostrofi, Viola viene accompagnato in infermeria, dove ottiene il valoroso referto medico: Ferita lacero-contusa alla regione parotidea destra, stato di choc; giudicato guaribile in dieci giorni, salvo complicazioni. Gennaio 1953: Lionello Matteucci (Psi) a Saragat: Esci fuori, tu, che hai portato il Socialismo nel letamaio!. Ivan Matteo Lombardo (Psdi) a Matteucci: Sta zitto, pezzo di. Giorgio Amendola (Pci) a Lombardo: Sta zitto tu, sacco di merda!. Quest ultima seduta, con l inedito e clamoroso insulto finale, costituisce una sorta di spartiacque nel costume politico. Il 15 gennaio la rivista Oggi commenta: Alla Costituente si era cominciato a gridare buffone e a replicare pagliaccio, oppure fascisti e di rimando fascisti rossi! Poi, quelli di Nenni urlarono traditori del socialismo a quelli di Saragat, e una volta Pajetta apostrofò Genua, che ha una bella barba alla Cavour, con l epiteto di barbagianni. Genua, a sua volta, interruppe Moscatelli gridandogli: Finiscila, colonnello dei miei cosacchi. Togliatti, che ha la battuta piuttosto pesante, chiamò De Gasperi Cancelliere di carta. Un successo senza precedente l ottenne il democristiano Saggin quando, alludendo all azionista Cianca, disse: Beh sentiamo che cosa ci racconta Ciancia!. Fin qui, cose da poco. Poi si arrivò, con i pugilati, a gridare Mascalzone, farabutto, venduto, melma eccetera, per terminare con sacco di m. E un crescendo che impressiona, osserva al termine sconsolato il più anziano tra i deputati, il settantasettenne socialdemocratico Mario Longhena, che ancora ignora tuttavia cosa sarebbe successo di lì a poco, in quella che la stampa definirà: La più sguaiata e selvaggia battaglia parlamentare della nostra storia. Ruini sudicione Il 7 giugno 1953 sono in programma le elezioni: le tensioni toccano il culmine quando la Dc cerca di far approvare la cosiddetta legge-truffa che assegna un consistente premio di maggioranza, il 65 per cento dei seggi, al gruppo di partiti collegati che avessero raggiunto insieme la maggioranza assoluta dei voti. Dopo innumerevoli scaramucce con scambi di ingiurie, minacce e ceffoni, nella seduta del 4 dicembre, si verifica una prima rissa, che i prudenti resocontisti della Camera riassumono con il termine agitazione : si dice e si lancia di tutto, dalle sedie ai tagliacarte; i due fratelli Pajetta usano i braccioli delle sedie rotte come arma contro altri colleghi, deputati e commessi restano contusi o feriti. Nei giorni successivi continuano le polemiche che, nel giorno del voto finale, in Senato, diventano guerra. Il ministro Randolfo Pacciardi rimane ferito da un calamaio volante, il comunista Giuseppe Alberganti si fa medicare in infermeria numerosi graffi al volto, il Approvata la legge-truffa, Umberto Terracini tirò una manciata di monetine al presidente dell Aula: Giuda! comandante partigiano del Pci Cino Moscatelli e il socialista Mario Berlinguer riescono a balzare sul banco della presidenza, mentre i senatori della sinistra iniziano a sbattere con violenza le tavolette dei leggii e dei cassetti in un frastuono assordante. L altrimenti signorile Celeste Negarville, deputato togliattiano detto il marchese per la sua classe ed eleganza, si arrampica su per una colonnina che regge il banco della presidenza, ma viene tirato giù dai commessi che lo afferrano per i calzoni, e resta letteralmente in mutande. Il partigiano comunista Girolamo Li Causi scandisce con voce baritonale, che sovrasta ogni clamore: Por-co! Por-co! Por-co! all indirizzo del settantaseienne Meuccio Ruini, che presiede. Un giornalista in tribuna stampa si prende la briga di constatare che Li Causi grida por-co, in stato di trance e senza mai fermarsi per quattordici minuti filati. Da una parte e dall altra dell emiciclo, chi non partecipa direttamente alla rissa si scambia gli epiteti più coloriti: Venduto, carogna putrida, mascalzone, brigante, assassino, iena. La senatrice del Pci Adele Bei grida, eccitatissima: sudicione!, poi, a sua volta aggredita, mena sberle a chiunque gli capiti a tiro, compreso per equivoco il povero socialdemocratico Nino Mazzoni, corso invece in suo aiuto. Un altra comunista, Giuseppina Palumbo, urla al senatore e costituzionalista Giambattista Rizzo: Siciliano mafioso! ; Rizzo, fingendosi scandalizzato, si tappa le orecchie esclamando: Che dice mai, gentile signora?!. Ugo La Malfa, ex azionista della maggioranza, guarda dall alto dei banchi, disgustato con un sorriso amaro di scherno; Emilio Lussu, ex azionista dell opposizione, gli va incontro e lo schiaffeggia, guadagnandosi una sfida a duello. Il 29 marzo 1953, al termine di una seduta continuata di 78 ore, la legge è approvata. Il nuovo e mite presidente del Senato, Meuccio Ruini, sta per lasciare l aula, sorretto da Giorgio Tupini, quando un pezzo di tavoletta, divelta dalle iraconde mani del comunista Giuseppe Menotti, vola e lo colpisce alla nuca. Un attimo, e gli arriva addosso anche una manciata di monetine, lanciate da Pietro Secchia, che gli urla: Eccoti i trenta denari, Giuda, venduto!, mentre Umberto Terracini specifica: Lei è un brigante, non un presidente!, e Sandro Pertini conclude: Lei non è un presidente, è una carogna, un porco!. Ruini, raggiunti i suoi uffici si accascia piangente su una poltrona: Sono un vecchio democratico. Ho voluto salvare il Parlamento. Alla fine, secondo la sintesi del Borghese, centodieci senatori, in sessanta minuti di gazzarra, si sono resi responsabili dei seguenti reati: ingiuria, diffamazione, violenza privata, minacce, percosse, lesioni, tumulti, distruzione di pubblici documenti; istigazione a delinquere, vilipendio al governo, oltraggio al Parlamento e attentato contro gli organi costituzionali. Se invece di centodieci senatori si fosse trattato di centodieci cittadini qualunque, sarebbero stati condannati, complessivamente, a centocinquant anni di galera. I mitici anni Sessanta Il nuovo decennio si apre con la caduta del governo Tambroni ma per la storia dell insulto la pietra miliare è un altra: la rivoluzione mediatica dell 11 ottobre 1960, quando va in onda la prima Tribuna elettorale e nascono gli scontri in diretta tv. Sfilano nel nuovo elettrodomestico di massa Moro e Saragat, Reale e Togliatti. Il segretario comunista di fronte a quindici milioni di telespettatori è costretto a rispondere al giornalista socialdemocratico Romolo Mangione che, estraendo una copia dell Unità, legge un articolo immaginario chiedendo se ne conferma le tesi. L avvento del centrosinistra intanto appare come aria nuova e dunque richiede nuove soluzioni anche per gli insultatori: in occasione della campagna elettorale per le elezioni del 1963, la Dc intende celebrare la sua capacità di rinnovamento approntando un manifesto in cui si vede una bella e giovane ragazza che sorride felice con un mazzo di fiori in mano, e sotto la scritta: La Dc ha vent anni. E un assist per i militanti del Movimento sociale, che si danno da fare con pennello e vernice per sovrascrivere ovunque, manifesto per manifesto: E ora di fotterla!. (1. continua)

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