Urla sul posto. di Marco Bisanti

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1 Vidi venire su dalla valle un aquilone, e lo seguii con gli occhi passare sopra a me nell'alta luce, mi chiesi perché, dopotutto, il mondo non fosse sempre, come a sette anni, Mille e una notte. Udivo le zampogne, le campane da capre e voci per la gradinata di tetti e per la valle, e fu molte volte che me lo chiesi mentre in quell'aria guardavo l'aquilone. Questo si chiama drago volante in Sicilia, ed è in qualche modo Cina o Persia per il cielo siciliano, zaffiro, opale e geometria, e io non potevo non chiedermi, guardandolo, perché davvero la fede dei sette anni non esistesse sempre, per l'uomo. O forse sarebbe pericolosa? Uno, a sette anni, ha miracoli in tutte le cose, e dalla nudità loro, dalla donna, ha la certezza di esse, come suppongo che lei, costola nostra, l'ha da noi. La morte c'è, ma non toglie nulla alla certezza; non reca mai offesa, allora, al mondo Mille e una notte dell'uomo. Ragazzo, uno non chiede che carta e vento, ha solo bisogno di lanciare un aquilone. Esce e lo lancia, ed è grido che si alza da lui, e il ragazzo lo porta per le sfere con filo lungo che non si vede, e così la sua fede consuma, celebra la certezza. Ma dopo che farebbe con la certezza? Dopo, uno conosce le offese recate al mondo, l'empietà, e la servitù, l'ingiustizia tra gli uomini, e la profanazione della vita terrena contro il genere umano e contro il mondo. Che farebbe allora se avesse pur sempre certezza? Che farebbe? uno si chiede. Che farei, che farei? mi chiesi. Urla sul posto di Marco Bisanti C è qualcosa che urla in questo posto, si sente distintamente. C è qualcosa che urla e fa sorgere un dubbio, ogni volta che urla: se sia la furia quotidiana del principe o la tormentosa resistenza dell onesto. Questo posto urla e i sordi sono più di quello che sembra. Ma io ora non sono più sordo. Qui il cielo si abbassa e, non fossi già vecchio, potrei anche allungarmi fino alla volta che domina il mare e un tempo era simbolo di libero arbitrio. Ora quell azzurro schiaccia, smussa e soffoca ogni prova di risveglio sgradita. E poi ci sarebbero le urla a distrarre il mio volo! Non fosse per il buio che pesa sulle orfane stelle, potremmo cambiare direzione in favore di un posto più calmo: altrove la luna impianta sentieri d argento. Ma, escluso chi parte, è qui che si resta e dorme il varo di un nuovo splendore. Riconosciuto da chi l abbandona come il posto soggettivamente più bello che esista, cresce in ogni persona che resta il desiderio d incidergli un passo e un impronta diversa. Ma il posto non vuole cambiare perch egli stesso è il primo a incantarsi, divorarsi e terrifica con lingua rasata ogni atto deviante, annega gli occhi, la vista efficiente. E chi vuole incidere ne esce anzi inciso. C è qualcosa che urla in questo posto. Riacquisti l udito solo fuori di qui. Poi, la prima volta che torni, lo senti come un sottofondo nell aria della città, nelle facce dei suoi abitanti, nei ruderi dei vecchi balconi, nei giardini d antiche delizie, nel sole che sveglia i mercati e ovunque appresso ai randagi negli arabi vichi. C è qualcosa che urla e fa sorgere un dubbio. Ma è sicuro che urla. E lio Vittorini, Conversazione in Sicilia 1

2 L isola e il fascino discreto dell editoria. Attese e novità di un anno che (s)finisce. di M.B. Cronache scarne dall ultima fiera della piccola e media editoria di Roma, con un sasso nella scarpa da levare subito. Qualcuno esorcizzi la bulimia statistica incombente. Anche quest anno bilancio record! La catalogazione numerica del mondo librario e la relativa promozione in termini di successo (affluenza alle fiere, aumento delle vendite, numero di eventi, premi conquistati) approssima il livello di esaltazione al mood di uno spot sull efficacia di un detersivo. Assodato il difficile ruolo mediano dell editore, sempre in bilico tra progetto e fatturato, non mi libero dall immagine di un crescente squilibrio che abbassa il piatto dalla parte del puro marketing paratestuale (molto para, poco testuale ). Come se l unico canale per legittimarsi fosse quello di mostrare ricavi crescenti, si applicano sondaggi alla messinscena di una nazione che si interessa di cultura. E par di vedere un settore che cerca credibilità sociale pensando di doversi cucire un ruolo nel sistema italiano dello sviluppo economico, rincorrendo l identikit dei grandi gruppi. In questo quadro, il modus operandi dell editoria siciliana predilige ancora la concretezza di un catalogo ben strutturato, lasciando in secondo piano (per scelta o per poca dimestichezza) eccessive operazioni d immagine, martellanti uffici stampa o appuntamenti cultural trendy. Pane al pane. In tema di entità rilevabili, secondo gli unici dati da me raccolti, la presenza della Sicilia si attenua leggermente rispetto all anno scorso. Ho visitato cinque case editrici su sette isolane presenti all evento babelico (409 stand, sovrapposizioni tra dibattiti, presentazioni, performance e code per autografi di scrittori noti). La maggior parte veniva da Palermo, che si conferma centro regionale del settore: Sellerio, :due punti, Flaccovio, Nuova Ipsa, la messinese Armando Siciliano, la catanese Bonanno e il Centro studi eoliano. Ognuno con la sua specializzazione, tutti abbastanza vaghi quando si parla dei propri vicini di casa. Sarà che il territorio non si misura in coordinate geografiche ma in contenuti del progetto editoriale. Però si percepisce al fondo scarso interesse reciproco o una sorta di meglio soli che mal accompagnati. C è poco da fare, siamo isolani. Per questo si va alle fiere: agganciare contatti con gli altri operatori e presentificarsi al pubblico dei lettori (di qualunque cosa). Un viagra per gli incassi dei meno visibili. Non è il caso dello stand Sellerio che invece conferma l annuale pienone. A cavallo dell ultimo Camilleri (La rizzagliata) si viaggia sull onda dell istant (post Nobel) book con Lo sguardo estraneo di Herta Muller che divide il secondo posto delle vendite con un ritrovato Danilo Dolci e i suoi Banditi a Partinico. Sul podio anche gli ultimi di Alicia Giménez-Bartlett. Nella prima metà del 2010 usciranno da Sellerio altri due lavori della Muller, di cui al momento in Italia sarebbero all incanto pure i diritti sugli scarabocchi. Potenza di scoperta delle piccole: oggi la Keller di Rovereto, l anno scorso la :due punti di Palermo. I detentori del Verbale di Le Clezio, quest anno hanno offerto agli avventori un alcol test in omaggio, onorando il loro nuovo Trattato sul buon uso del vino di Rabelais. Prossime uscite a febbraio, Rue de L Odeon e un volume con due romanzi del filosofo Giuseppe Vaccarino, Lo sporco e Il pulito. Nel primo, Adrienne Le Monnier (poetessa, libraia, prima editrice nel 1942 dell Ulisse di Joyce) racconta la vita di una libreria parigina che aveva per clienti gente come Benjamin, Hemingway, Beckett, Rilke, Valery, Proust e Breton (a voi il confronto con gli ipotermici moloch di oggi, Multicenter e Megastore). Il secondo, segue l evoluzione non lineare di un ricercatore, forse l ultimo illuminista, ossessionato dalla definizione scientifica dei concetti di sporco e pulito. A pieni giri continua l attività de La Nuova Ipsa che ha lanciato una nuova collana di storia dell Isola, gli Augustali/pocket, al suo esordio in fiera con L invenzione del regno di Pasquale Hamel sul periodo normanno. Solo da agosto a novembre ha sfornato ben quattro titoli, mantenendo la ricetta libro con Cd, tra cui Musica dai saloni, suoni e memorie dei barbieri di Sicilia: 45 rac- 2

3 conti e ricordi di veri e propri micro universi del passato redatti, fra gli altri, anche da Camilleri, Ferlita e Basile, ed eseguito dalla Compagnia di canto e musica popolare. Da segnalare anche il primo giallo omeopatico della storia: Omicidi infinitesimali, il decimo della collana Mistery, scritto da un anonimo ingegnere informatico. Allo stand Flaccovio, come da tradizione, non c era nessuno della casa editrice. C era invece il distributore per il Lazio, RDE, a pubblicizzare le numerose riedizioni dei libri di Luigi Natoli, autore di punta con i Beati Paoli, i Vespri siciliani, e varie storie e leggende dell isola. Fresco di stampa invece è l inedito Un mare di Telex, il meglio dei primi sette anni della rubrica satirica di Massimo Puleo sull inserto cittadino di Repubblica. Infine, Armando Siciliano, con la sua barba candida sempre in trincea, mi racconta della piazza messinese. Del degrado generale che addormenta qualunque iniziativa, dell indolente gioventù e mentalità pusillanime e della decisione di allargare il proprio interesse al recupero delle tradizioni marchigiane. L enorme e diversificato catalogo spalmato sui banchi del suo stand attira vari lettori e impedisce di attribuire la pole position al titolo più venduto. Epilogo che lascia un vuoto classificatorio in questo resoconto, almeno fino al prossimo anno. Ma avverto già il suono di record infranti. Tre gocce di zammù di Tonino Pintacuda La nonna ci tirava su ad acqua fresca e tre gocce di zammù, l anice che la ditta Tutone imbottigliava ininterrottamente dal 1813, da quando Bolivar s era preso Caracas e tutto il Venezuela, dove il nonno aveva due fratelli e tre cugini che erano andati a cercar fortuna lì, sognando di divenir ricchi tanto da farsi il pediluvio e il bidè col petrolio. Quando la fame rummuliava negli stomaci il beccuccio dell oliera d acciaio tracciava generose scie d oro sul pane appena scaldato sulla piastra della cucina economica che divorava ciocchi d ulivo e di limone. Dopo la merenda c era il riposino obbligatorio che durava sino all ora di Dallas da vedere in ossequioso silenzio che l alternativa era la mitragliata di sculacciate col battipanni di canapa intrecciata. Gli anni dello zammù e di Dallas sfumano tra quello che veramente ricordiamo e quello che le nostre madri ci hanno raccontato tra il dolce e il caffè in occasione delle sempre più rare rimpatriate familiari. Perché siamo andati tutti a cercar lavoro in mezzo al nulla, in quei posti dove la nebbia ti si appiccica addosso e non ti lascia più sorridere. La casa del Corso la sentivamo più nostra delle rispettive abitazioni, il collante di tutto era la nonna che si faceva il tuppo e poi incominciava la sua giornata inzuppando e facendoci inzuppare gli acitusi frolsi in tazzoni di latte intero che gli portava un vero vaccaro, gli altri lo fecero quando ci fu Chernobyl e l incubo radioattivo, la nonna l aveva sempre fatto e sempre lo fece sino a quando chiuse gli occhi all Ospedale Civico. Ricordavamo ancora ogni nicchia: ecco la scala da cui era ruzzolato per chiamare la nonna quando arrivò la notizia che il nonno era morto nell officina sotto un alfetta cercando inutilmente di avvitare l ultimo bullone della sua vita; e poi su, sino alla terrazza in cui la nonna teneva le galline a cui tirava il collo con le lacrime agli occhi per fare il brodo, quando erano troppo vecchie per le uova; ecco poi la poltrona di pelle in cui la nonna cuciva col ditale smaltato sul medio, punto dopo punto; e la zia Caterina che s asciuga i capelli nella terrazza in pieno sole, salutando gli amici che vede passare in strada negli abiti buoni della festa. Le caramelle alla carrubba erano sempre lì, sulla mensola più alta dove la nonna teneva la moka e lo zucchero di canna. La pendola del soggiorno segnava le ore con costanza e dal finestrone la luna sembrava una caciotta gonfia e madida, pronta per essere affettata e mangiata col pane buono di paese. L ultima immagine è di lei sulla sedie a rotelle una domenica di una ventina d anni fa, con i ca- 3

4 pelli per la prima volta sciolti, ancora più grigi sotto il neon e lunghi sino alle spalle, con le ciabatte rosse come fichi d india appena sbucciati. Si mangiò ammucciune nella sala d aspetto una sfincia di San Giuseppe, se la mangiò di gusto sapendo che era davvero l ultima della sua vita. Al funerale ci andarono solo i cugini grandi, noi eravamo troppo piccoli per capire che ci portavano via la nonna per sempre. Restò la bisnonna e il suo Alzheimer a chiamar tutti indistintamente con il nome della figlia perduta. Nessuno ebbe il coraggio di dirlo alla bisnonna e lei, che aveva già seppellito un marito e un fratello, ci aiutò chiudendosi in quel mondo tutto suo e parlò per il resto della vita come un oracolo, piano piano come le foglie della vite nel vento. Chiamava e aspettava i suoi cari ogni sera sull uscio, sino a quando la zia le diceva che avevano appena chiamato e che restavano a Palermo dalla zia Ninicchia. Quando ci vedeva piangere diceva sempre che solo alla morti non c è rimedio. E giù lacrimoni peggio di prima. Sapevamo bene che uno da solo non è buono manco per mangiare e così passavamo ancora più tempo assieme per vincere quel lutto che si masticò la nostra infanzia e tutto quello di buono che c era stato nella casa del Corso. lungo e umido, il visitatore che varcasse le porte di Zancle non vedrebbe in esse alcuna frontiera, né mostrerebbe alcun documento alle sentinelle mezzo assopite nelle guardiole di marmo. Avanzerebbe incuriosito, inoltrandosi in un sentiero lussureggiante e umido, ancora raggiunto dallo stridore dei freni, da un cane, da un nome gridato. Poi, più nulla. Si guarderebbe intorno, accorgendosi di attimo in attimo che non nel quartiere, né in un giardino si trova. Si stupirebbe di vedere, sul ciglio dei viottoli, non case, né persone, ma lastre di marmo, e altissime sculture, capitelli, piccole statue, steli, basamenti, mezze colonne, o interi complessi monumentali. E inizierebbe allora a percorrere gli spazi con lo sguardo, a scoprire, in quella selva abbacinante, un nuovo centro, una periferia, delle diramazioni; per ultimo, si accorgerebbe dei nomi, innumerevoli nomi, incisi sui marmi che ovunque sbocciano sulle strade di Zancle. Stupendosene, ritroverebbe nome per nome tutta la sua città, in obelischi, in statue, in cappelle, in guglie, archi, semplici solidi, forme irragionevoli. A Zancle così la riconoscerebbe ancora, inequivocabilmente lei, ma, si direbbe, come trasformata, trasfigurata. Come pietrificata in una galleria di icone. Fino ad avere il sospetto di non esser più nella sua città, e, al contempo, di non averla mai lasciata. Le città e la memoria. Uno pseudo Calvino a Messina. di Silvia Geraci Di tutte le città che ti ho detto, nemmeno una è nascosta ai viaggiatori come Zancle, città tutta di marmo, città della memoria e del presagio. Le sue porte di ferro battuto, nere come caligine, potrebbero passare non viste: sbilenche, scrostate, esse danno su una strada di provincia di un altra città. Per questo, l improbabile visitatore che vi giungesse venendo dalla strada rumorosa, crederebbe, a tutta prima, di muoversi ancora dentro quell altra, la sua, dentro la città che ha lasciato un attimo prima luccicante di sole e lamiere, sommersa dal vapore che sale dal mare. Così, passando a fianco il mercato del pesce, sostando qualche minuto a comprare gerbere dal gambo Ad ogni passo, commosso come un migrante che ritorni dopo anni alla sua terra, riconoscerebbe ogni cosa e la farebbe risuonare in silenzio sulle labbra: un crocevia sulla strada di casa, il nome di un uomo illustre, un quartiere, perfino il nome di quelle ricorrenze care agli anziani e ai venditori ambulanti. Poiché ogni nome dell altra città trova a Zancle il suo monumento: le anse o le superfici in cui ogni nome è inciso, le forme nette o tortuose, i coni, i cilindri, le sfere, i fori, i merletti di pietra ne ricordano i tratti, ne rammemorano l atmosfera, il carattere, il gusto, i rumori. Pietre di nomi, bianchissime, infinite, che di nuovo formano vie, quartieri, zone; pietre in serie come villette, o erette come grattaceli solitari, avveniristiche come quartieri burocratici, o ancora oniriche, irregolari, gonfie e svettanti. Marmi singoli per un quartiere intero, o monticcioli misti a pietrisco per dire un punto solo della città, una scuola, l università, un bar, un oratorio, un tabac- 4

5 chino, una discarica sul mare. Il visitatore, allora, avanzerebbe ancora, infilando un viottolo che sale tortuoso tra filari di alberi alti, ritorti come fiammelle verdinere, godendo dell ombra. Finché entrerebbe in un pianoro sterrato, e lì troverebbe, stavolta, filari di nomi che non sa, non ha mai visto né sentito, nomi di caffè e fiere e passeggiate a mare, di consuetudini, di riti cittadini. Quasi udirebbe le risate ironiche che non ha sentito, le sfingi zuccherate che non ha mai mangiato, quasi gli parrebbe di aver avuto per compagni di classe quei nomi di famiglie che non sapeva appartenessero a quei luoghi, inghiottiti dal tempo dei senza progenie. Volgendo lo sguardo intorno, come a cercarne ancora, di quei ricordi mai avuti, incontrerebbe allora alle sue spalle, in cima ad un rialzo del terreno, la smisurata scena di un teatro greco, o l ingresso di un tempio; colonne, capitelli, archi protesi e lasciati a mezz aria si estendono lì a lungo, coprendo tutto l orizzonte a monte di Zancle. Riconoscerebbe nella luce, magari coprendosi un po gli occhi con la mano, una scalinata larga, bianchissima, che dalla terrazza risale fino a quelle quinte dirupate. Seguendola gradino dopo gradino, sovrastato dagli archi che diverrebbero intanto sempre più grandi, egli giungerebbe col fiato corto su una terrazza completamente vuota, una balconata spoglia, in cui la luce del sole non incontra più colori da stagliare. E sporgendosi dall ampio davanzale incolore, avrebbe per certo gli occhi colmi di lacrime: poiché, dopo averla vista come in litografia e averla per l emozione creduta perduta o mero ricordo di giovinezza, egli la ritroverebbe di colpo, la rivedrebbe tutta, intera, la riavrebbe innanzi la sua città. Poiché da quel punto di Zancle d un tratto l altra città, la città che dicono vera, la città viva, prorompe, si squaderna incorniciata dal mare di turchese e di zaffiro agitato dal vento. si inseguono verso l alto, i parcheggi con le roulotte biancosporco affiancate, e dietro, nascoste, scorgerebbe ancora dormienti le colline sabbiose. Al centro della scena, vedrebbe dei panni stesi che sventolano, appesi al di là di una veranda opaca, e ancora al di là, contro il mare, enormi gru, una vicina, altre che si perdono in lontananza; infine, solo tratti verticali di matita che graffiano l aria. La città vive, la città cresce, la città sale, e il visitatore intuirebbe ormai confusamente che è proprio per questo che è necessaria Zancle, immota e sonante di silenzio, tra le vie di marmo. Egli distoglierebbe lo sguardo, abbasserebbe gli occhi, confuso, tornando all incolore immensa terrazza. E solo allora vedrebbe qualcosa sul suolo, leggerebbe l unica dicitura incisa sul pavimento dell immane spazio vuoto. Terremoto, dice, e c è una data. Nessun altro nome segna quello spazio, occupato solo dalle rovine del vuoto. Capirebbe forse solo allora, il visitatore, e d un tratto, che Zancle custodisce il segreto di quell altra città che sembra contenerla, la città che egli aveva visto fremere nel sole del mercato e del traffico un attimo prima, città che detestava o amava, che credeva sua o non sentiva sua. Capirebbe che a Zancle, come per pudore estremo, la sua città nasconde il fatto di non esser di nessuno, di non saper appartenere nemmeno a se stessa, ma solo al tempo che passa con furia senza criterio e protrae le sue rovine. E ancora a Zancle, comprenderebbe che in fondo la sua città di questo fa ammenda, meticolosamente, e caoticamente, avendo creato per sé un cimitero monumentale ch è un teatro di statue. E solo allora il visitatore vedrebbe con chiarezza perché Zancle non sia affatto dentro la città cui sembra appartenere, e come essa abbia luogo solo nella memoria e nell attesa della sua catastrofe. Eccola, egli si direbbe, eccola abbarbicata su tre colli, digradante verso il mare; e ormai, abbandonata la nostalgia, la vedrebbe come essa è nel suo presente: esplosa, tentacolare, asfittica, ubriacatura di cemento, parassita indolente. Seguirebbe le sue linee con carezze incerte tra la passione impudica e il rimprovero, frugherebbe tra i capannoni della zona industriale e i fumi delle officine, le zone residenziali con i piani che Un ponte di corde per saltare l'abisso di Maria Renda «La mia sorella maggiore ha interi regni dentro di sé, alcuni dei quali sono accessibili solo in determinate stagioni e con determinate condizioni meteorologiche. A uno in 5

6 particolare puoi accedere durante le piogge d estate, a mezzanotte, in quel verde alito di tempo che precede il sonno. Devi porre la domanda giusta, gettare il ponte di corde adatto e saltare l abisso che ti separa da lei prima che quel ponte crolli» Basterebbero queste parole per spiegare quale sensazione accompagna il lettore che si immerge nei racconti di Karen Russell, autrice americana piuttosto giovane ma dotata di una scrittura raffinata e potente, di uno stile personalissimo e coinvolgente. Il collegio di Santa Lucia per giovinette allevate dai lupi raccoglie dieci racconti, ciascuno dei quali si apre su un regno dove fantasia, magia e realtà coesistono senza stridere. Protagonisti sono ragazzini a metà tra l infanzia e l età adulta, eppure il loro non è mai uno sguardo ingenuo o sprovveduto, anzi attraverso la loro acutezza e la loro sensibilità sono gli adulti che ci appaiono succubi delle loro nevrosi, impegnati a fuggire piuttosto che a confrontarsi con il mondo, vittime di paure di fronte alle quali riescono solo a trovare un ristoro nella menzogna, che come ci suggerisce la protagonista del racconto che chiude e dà il titolo all antologia è propria dell uomo e, possiamo aggiungere, tra gli uomini è appannaggio soprattutto degli adulti, malgrado essi si illudano ancora una volta mentendo a sé stessi che non sia così. I protagonisti di Karen Russell non hanno timore di confrontarsi con una realtà per molti versi straordinaria, popolata di alligatori, fantasmi, uomini lupo, minotauri, conchiglie giganti, tuttavia i loro problemi, le loro ansie sono altre: nell eccezionalità del loro mondo i turbamenti che li animano sono normali e quotidiani : «Il nostro scherzo continua a schiudersi e ad avanzare ondeggiando in una processione nera e serpeggiante, che diventa più lunga e meno divertente ogni secondo che passa. E questa volta nessuno, nemmeno Raffy, ne conosce la battuta finale» I dubbi dell adolescenza, l angoscia per i tradimenti fatti e subiti, il rapporto con i fratelli e soprattutto il confronto con un universo adulto per lo più meschino e deludente impongono a questi ragazzi di affrontare la sfida difficilissima con sé stessi, con i propri demoni, i propri limiti, i propri sensi di colpa; come accade al protagonista de L ossessione di Olivia, impegnato insieme al fratello a cercare con una «maschera diabolica» il fantasma della sorella scomparsa in mare: «Cerco mia sorella, ma è un tentativo disperato. La maschera è completamente appannata. Tutti i pesci brillano come lanterne, e non riesco a distinguere i vivi dai morti. Ovunque vedo una luce indistinta, spalmata, come se ci fossero delle impronte celesti su tutte le rocce, sulla scogliera e sui rifiuti affondati. Olivia potrebbe essere ovunque» In ciascuno di questi racconti, i personaggi cui la scrittrice dà voce sono chiamati a guardare nello sconcertante abisso della loro interiorità, nell incubo e nei paradossi della loro diversità, che può essere chiara e lampante, come per le giovinette di Santa Lucia, o può essere imposta dal giudizio altrui, come per un altra ragazzina, Grossa Rossa, o, ancora, vissuta nel proprio cuore con senso di rabbia e di colpa, nonostante il mondo cerchi di farla dimenticare, come per il giovane protagonista di Verbale d incidente, caso 00/422, amato dal padre adottivo ma tormentato dall abbandono del padre naturale. L età dei suoi personaggi non deve ingannare, nell universo fantastico creato da Karen Russell tutti siamo chiamati a ricordarci della peculiarità e della sfida che è insita nel nostro essere al mondo, tutti siamo portati a considerare la nostra diversità, l amarezza e il conforto che ci viene dal gettare sugli altri uno sguardo unico e irripetibile. Il senso di questa raccolta e il suo valore stanno nella capacità della sua autrice di creare un confine impalpabile e osmotico tra ciò che è reale e ciò che è irreale, tra ciò che è credibile e ciò che non lo è: spingendoci ad attraversare continuamente questa linea, conducendoci ora al di qua e ora al di là di essa Karen Russell ci induce a dubitare, a riformulare i nostri giudizi su che cosa è normale, rilevandoci, pur in un atmosfera assolutamente straniata, che cosa è, invece, senza dubbio anormale e inaccettabile, quale è il fondo delle nostre tensioni. Procedendo si è conquistati dal desiderio della scoperta, dal piacere della lettura, dalla sensazio- 6

7 ne di non andare incontro a soluzioni e finali lieti e convenzionali ma a dubbi irrisolti, proprio perché confrontarsi con essi non può essere che parte di una vicenda intima, che possiamo scegliere di vivere nella nostra mostruosa e incredibile singolarità, ponendo le domande giuste e gettando il nostro ponte di corde per saltare l abisso, o decidere di scansare, chiudendoci in comode bugie. Marx nel salotto di Maria De Filippi di Giulia Merlino Cosa avranno in comune Uomini e donne di Maria De Filippi e il saggio di Marx La questione ebraica è quasi impossibile da immaginare. Eppure, in uno di quei pomeriggi annoiati oscillanti tra studio e tv che seguono ai 250 grammi di pasta panna e prosciutto cucinati da mia madre, i due si sono confusi in una sorta di miscela esplosiva alla quale non era facile sopravvivere. Grazie a Dio però sono ancora qui, dunque posso propinarvi qualche sparso pensiero superstite sull'argomento. Che Uomini e donne sia un abominio, una fiera fin troppo fiera del cattivo gusto e dell'ignoranza, questo sono in molti a pensarlo. Evidentemente non troppi, visto l'ininterrotto successo del programma; ma certo non ho scomodato Karl Marx per esprimere quest'ovvia considerazione di costume. Il problema che più mi preme, e che esula dall'ambito del gusto che in ultima istanza rimane soggettivo è quello della decaduta differenza tra la sfera del pubblico e la sfera del privato. Nello scritto del filosofo tedesco il problema si poneva a partire dal problema opposto, cioè dalla separazione troppo netta delle due sfere e dagli effetti che essa implicava sia nella partecipazione politica del cittadino che nell'effettualità dei suoi diritti civici. Si trattava, cioè, della separazione tra l'uomo inteso come borghese e l'uomo inteso come cittadino. Se infatti la rivoluzione francese aveva sancito l'emancipazione politica di tutti gli uomini, la loro uguaglianza davanti alla legge e nell'esercizio della sovranità, questo traguardo, secondo Marx, non riguardava in realtà l'uomo incarnato, cioè il borghese che ha lavoro e famiglia, ma solo l'uomo inteso come concetto astratto. L'universalità del diritto e l'emancipazione politica, infatti, si traducevano concretamente solo nell'assicurazione e nella conservazione di ciò che nella vita dell'uomo è privato, sicché scriveva : «si è ben lontani dal concepire l'uomo come un membro della collettività e la vita collettiva stessa, la società, sembra piuttosto una cornice esterna agli individui, una limitazione della loro autonomia originaria. L'unico legame che li tiene insieme è la necessità naturale, il bisogno e l'interesse privato, la conservation delle loro proprietà e della loro egoistica persona» (La questione ebraica). Nella separazione netta tra l'universalità del diritto e l'individualismo dell'esistenza concreta del cittadino, dunque, poteva nascondersi una grave insidia che la rendeva di fatto fittizia, ovvero che solo una delle due sfere fosse poi effettivamente reale, poiché quella pubblica, quella del cittadino, si rivelava conti fatti come puramente astratta. Ma da Marx a noi il problema è tutt'altro che risolto. Ancora oggi la questione è quella di un mondo in cui la dimensione del privato, acquietata (cioè non più disposta in alcun modo alla possibilità della rivoluzione) nella perfezione suoi diritti acquisiti, ha sostituito la 'cosa pubblica' con la somma e la visibilità dei suoi affari. Dove il luogo del pubblico, insomma, è stato sostanzialmente cancellato. Anche per Hegel, la cui filosofia politica come tutti sanno è ben diversa da quella di Marx, si poneva la stessa questione, cioè quella del possibile appiattimento della sfera pubblica su quella privata, e dunque della sua completa trasfigurazione. «Se lo Stato vien confuso con la società civile» scriveva infatti Hegel - «e la destinazione di esso vien posta nella sicurezza e nella protezione della proprietà e della libertà personale, allora l'interesse degli individui come tali è lo scopo ultimo 7

8 per il quale essi sono uniti, e ne segue parimenti che esser membro dello stato è qualcosa che dipende dal proprio piacimento. - Ma lo stato ha un rapporto del tutto diverso con l'individuo; giacché lo stato è spirito oggettivo» (Lineamenti di filosofia del diritto). In altri termini, se come si dice il tutto è più della somma delle sue parti, c'è una irriducibilità della dimensione pubblica alla più o meno equa somma delle istanze individuali, peraltro anch'esse altrettanto essenzialmente irriducibili al tutto. Nel caso della riduzione del pubblico al privato, infatti, si tratterebbe di una deriva della fisionomia del politico in direzione di una concezione del pubblico come associazione privata industriale o commerciale (come scriveva Alexandre Kojève), la quale «non costituisce più un' unità sociale, allo stesso modo come non costituiscono unità sociale gli abitanti di un casamento o gli utenti del gas di una medesima fabbrica o i viaggiatori del medesimo autobus» (Lettera di Kojève a Schmitt). Nel caso della riduzione del privato al pubblico si tratterebbe invece come si è trattato in passato di totalitarismo. Nessuna delle due soluzioni, si direbbe allora, bensì un dialogo necessario e ininterrotto nel quale si possa scongiurare l'eliminazione o la riduzione di una delle due sfere all'altra. Ma se il rischio di totalitarismo, pur lontano dall'essere definitivamente scongiurato, sembra in questo momento un rischio secondario e tutt'al più indiretto; in questo momento, e soprattutto in Italia, è più che altro l'appiattimento della dimensione pubblica su quella privata a costituire, più che un rischio, una realtà effettiva. Da un po' di tempo a questa parte leggi, decreti, persino la Costituzione nella persona del suo garante, vengono infatti scomodati per interessi privati; vicende pubbliche che coinvolgono codice, destinazione e denaro pubblico si intrecciano con vicende che concernono strettamente la sfera del privato, persino del genitale, cose insomma che dovrebbero rintanarsi nel pudore di ciò che è riservato, nascosto, della cosiddetta privacy. E invece non solo diventa pubblico, ma diventa cosa pubblica, res publica. Ci si chiede: dov'è allora il cittadino, quello che più di due secoli fa ha guadagnato la sovranità e il diritto alla partecipazione politica? E a questo si potrebbe rispondere che il cittadino, di pubblico, ha solo il fatto di esser pubblico, spettatore come nei programmi tv di ciò che accade, con briciole di apparizioni, interventi, sprazzi della sua voce frammentata nella votazione, quando capita, e, se audace, in qualche intervento più o meno urlante che spesso rischia di apparire simile a quello della tifoseria da stadio (anche per l'assenza di spirito autocritico). Esattamente come ad Amici, o a Uomini e donne di Maria De Filippi. D'altra parte, la stessa cosa può essere detta dello spettacolo. Inizialmente concepito come rappresentazione o performance, lo spettacolo appartiene per definizione, se non necessariamente a ciò che è artistico, per lo meno a ciò che è pubblico, e implica dunque una mediazione tra l'individuale e l'universale, perché se vero che è l'individuo a fare arte e spettacolo, è pur sempre l'individuo che si è innalzato al di sopra della sua individualità in direzione di quella forma di universalità che è l'opera (e che, tra l'altro, prevede una certa competenza, un saper fare). Il concetto di reality invece salta questo passaggio. È l'immediata pubblicazione e pubblicizzazione della vita privata così per com'è. Programmi quali Uomini e donne e Il Grande Fratello, infatti, non assomigliano neanche a quello sguardo che scorge e, se vogliamo, spia il privato, come molte celebri fotografie che sbirciano con l'obiettivo un istante di storia individuale e ne fanno, attraverso una violazione mediata dalla competenza tecnica e da un'ideale di bellezza, un'opera d'arte. Così come non assomigliano a quelle individualità o evenemenzialità che hanno il ruolo di documento storico o di testimonianza. Né, infine, hanno nulla a che vedere con quello sguardo privato che ciascuno di noi ha agito sulla privacy altrui, attraverso le tende scostate della finestra del vicino di casa, o la serratura di una stanza, o un semplice pettegolezzo durante l'ora del tè. Perché questo sguardo conserva ancora il pudore dell'ombra, di ciò che è detto sottovoce e fatto di nascosto, mentre in questi programmi ciò che è pubblico e ciò che è privato non sono che semplicemente, e volgarmente, traditi. 8

9 Amorosi sensi di Giovanni Canzoneri Il camposanto resterà aperto nelle jornate feriali dalle ore 7.00 alle ore e nelle jornate di festa dalle ore 7.00 alle ore I riti funebri verranno cilibrati sclusivamenti di matina, a ccezioni di casi straordinari. Nelle ore pomeridiane il camposanto resterà chiuso, a ccezioni di eventuali aperture per bruricazioni. Accussì diceva, na vecchia tabella ngiallita dal tempo, affissa fuori del cimitero comunale, di un piccolo paesino scordato da Dio delle alture siciliane. Cilò, u beccamortu, il camposanto l accanosceva come le sue sacchette. Sapeva i loculi liberi e quelli occupati, i nomi e le date dei dimoranti, provvedeva se ammancava acqua nei ciuri o alla sostituzione di qualche lampadina fulminata. Puliziava accuratamente le viuzze da carte o buttigghie d acqua vacanti lasciate dai visitatori incivili e rimuoveva con pignoleria il pruvulazzo giacente sulle foto. Un picciottazzo beddu comu u suli, avutu, biunnu e possente, ma taciturno e malinconico colpa delle male lingue che ci avevanu datu la nomina di malasorti, e per non creare difficoltà durante le visite ai defunti, stava in disparte continuando a fare i suoi travaggheddi. Capitava, a volte, che qualcuno lo incontrasse, involontariamente o volontariamente per spiargli qualcosa, l accoglienza era la seguente, per il sesso femminino un continuo segnarsi con la croce per quello mascolino una energica strinciuta di cabbasisi. Ah! Maledetta superstizione. Ma lui non ci faceva caso, doveva andare così. Le tombe, accussì diceva il Foscolo nei sepolcri, serbono ai vivi, per quell illusione consolatrice di poter parrare con i morti. E in questo Cilò in parte ci cridiva, perché per lui non si trattava di sola illusione, i morti con lui ci parravanu pì davveru. Ci parrava u zù Tanu della sua partecipazione alla guerra dal 39 al 45. Delle tre pallottole che ci tolsero dalla jamma destra e dell amputazione del brazzo mancino colto da un male insanabile. E di quella morte assurda che fece, alla veneranda età di ottantacinque anni, quando, misu u peri mali scinnennu nu scaluneddu di appena dieci centimetri, sciddicò battendo violentemente la testa ntò ncimintatu. Ci parrava a zà Mela di sò maritu, senza rancore, e delle forti legnate ca ci detti causandogli la morte, terminando sempre con quella frase che ci faceva arrizzari u pilu a Cilò, «ma io lo perdono!». Ci parrava a signora Maria delusa e amareggiata per il comportamento irrispettoso dei suoi figli, «Cilò» diceva «passaru oramai deci anni dall urtima vota ca mi vinniru a truvari». Cilò, dandole speranza «Macari hanno problemi oppure su migrati ncontinenti». Lei, sorridendo malinconicamente, rispondeva «Hai raggiuni figghiu miu, hai raggiuni». Sulu cu Ninetto Bagnasco non arrinisciva. Chianceva sempri, «Forsi» pinsava Cilò «non ha avuto il tempo di ricevere il dono della parola» vistu ca u stessu jornu ca nasciu, muriu. Nell ossario, in certi momenti faceva da paciere per le discussioni che nascevano in quanto si sintivanu stritti, terminando sempre con la solita battuta«l avissivu nparaddisu stu largu», che calmava gli animi degli abitatori strappandogli sempre un sorriso. Questo parrari con i trapassati fu un carrico da novanta, che apportò un distacco maggiore da parte dei paesani. In fondo, quei quattro amici gli abbastavano «chiù picca semu» ripeteva 9

10 sempri «chiossà manciamu». Il primo cittadino Nardo Ciaccia, il parrino don Masino Ribisi, il tenente dei carrabbineri Mauro Orlandini, il ciuraro Peppe Scaccia e sua figlia Pia. Quattro, esattamente, picchì Pia era qualcosa di chiù. Quant era bedda Pia. I capelli rossi e ondulati pettinati con cura cadevano delicatamente sulle gentili spalle. Dal visino roseo risaltano i due grandi occhi cerulei, il nasino all insù e na vucca nica, duci e zuccarata. Quando i paesani seppero della storia d amore dei due picciotti, stunarunu i cabbasisi a don Peppe, «Accussì cunnannasti a tò figghia» ripetevano «pensaci bonu Peppe, malasorti malasorti». Iddu arrispunneva, sempre sorridente «chi c è di malu, si i picciotti si vonnu beni», oppuru sinni nisceva poeticamente «Amor ogni cosa vince», ma se la persona, masculu o fimmina che sia, cominciava ad essere irritante troncava subito e nsiccu arrispunneva «Un sunnu cazzi ca v appartennu». A jurnata du sposalizio, era scura comu i facci dei paesani che s appostarono attorno alla scalinata della chiesa, dicendo il rosario e cantannu litanie. Don Masino, per non far sentire ai picciotti quelle quarquarazze nivure, s appizzò al microfono e isannu al massimo il tono della voce, cu fatica e soddisfazione, arrinisciu a sopraffarli. Tanto che gli invitati alla fine della missa si sintevanu nturdunuti. Usciti gli sposi, si c appresentò uno scenario cupo. Alcune fimmine isannusi ntesta u scialle nivuru ncuminciavanu a chianciri, in segno di lutto, avutri dicevano cospirative «malasorti, malasorti tè parenti a tià la morti, tè parenti assai vicina, è la morti nira nira» i masculi stringendo a curuncina du rosariu ncuminciavanu a priari. La goccia che fece trabboccare il vaso e scaldare gli animi degli invitati fu il Requiem Æternam recitato in coro da quell insulsa marmaglia. Don Masino,con quel filo di voce soffocata che gli era avanzata, ncuminciò a curnutialli tutti, Nardo Ciaccia l assicutò a corpi di vastuni, il padre di Pia dava cavuci e pugna all urbigna e il tenente, uscita l arma d ordinanza dalla fondina, per disperdere il parapiglia che si era creato, ncuminciò a sparare in cielo alla dispirata. Il cielo, come per risposta, mannò acqua a cati corredata di trona e lampi. Questo successe mentre gli sposi salivano sul carretto che li avrebbe portati a casa per celebrare il rito culinario dello sposalizio. Ahimè, questo non avvenne. U sonu nsiccu di nu tronu smosse nervosamente il cavallo che era ncucciatu al carretto, facendo balzare Cilò e Pia sulla trazzera. Cilò, arripigghiatusi soccorse di prescia sò muggheri. Gli altri, non accortisi di nulla continuavano a vastunarisi comu pazzi. Il tumulto si placò sulamenti al grido acuto di Cilò che, chiancennu stringeva tra le braccia la sua sposa senza vita. Lo scongiuro di quegli uccellacci del malaugurio era arrivato. La sala sepolcrale era talmente illuminata ca pareva fussi jornu. Le mura di essa, erano rivestite di marmo pure il pavimento lo era.in un angolo vi era un lavabo di acqua corrente che abbisognava per puliziare il locale dopo ogni deposto delle salme. Nelle pareti laterali vi erano due grandi finestre aperte direttamente verso l alto, adoperate per il canciamento dell aria. Posta al centro stava Pia, attorniata da cannistri chini di ciura bianchi, comu la vesti candida chi purtava. Alle sue spalle una scultura ritraeva la pietà di Michelangelo illuminata da due candelabri d ottone posti ai lati, mentre ai piedi stava don Peppe Scaccia immobile, addinucchiuni. Il primo cittadino proclamò tri jorni di luttu cittadinu. Il tenente organizzò un picchetto d onore in grande uniforme speciale, composto da quattro uomini dell arma, che si alteravano di ora in ora nei momenti di visita, tenendo d'occhio quel via vai di gente addolorata, rea tutta di quell atroce delitto che commisero per colpa di quell assurda credenza popolare. Cilò era arristatu, in solitudine, attangatu dintra a sò casa affogando nel suo dolore. Spinti dalla compassione e dalla prioccupazioni pensando ad un gesto estremo, don Masino e Nardo Ciaccia, tuppuliaru ripetutamente alla sua porta, ma ebbero risposta negativa. Appresso ci provò don Peppe. Le parole dette da quel povero padre, che in un passato sventurato la tetra signora gli aveva tolto la donna amata mentre dava alla luce quell angelo di figlia, commossero Cilò che aprendo la porta si lanciò chiancennu dritto don Peppe che lo strinse in un abbraccio paterno. Quasi confortato da quella morsa amurusa accennò un sorriso e distogliendosi, s asciucò l occhi con il dorso della mano manca, rivolgendo lo 10

11 sguardo, ancora appannato, oltre il sentiero alberato. Gli acchianò u sangu ntesta nel vedere quelle infide facce che solcavano il tempio sacro della sua adorata. L occhi c addivintaru russi da raggia e con uno scatto fulmineo afferrò la doppietta ncucciata nel gancio fora dalla porta, che a volte usava per scacciare quei senza Dio ca di notti tentavano di disonorare il sonno eterno delle povere anime, e prendendo la mira vuciò «Muriti nvilinati». Nardo riuscì in extremis a fermare il colpo inserendo la sicura e strappandogli di netto l arma «Che ti passa per la testa Cilò?». Cilò, reso impotente in quel gesto che credeva fosse liberatorio, emise un grido soffocato prima di isolarsi novamenti ntà so casa. Ci riprovarono qualche ora chiù tardi, ma la risposta fu novamenti negativa. Sulu na richiesta roca e cortese uscì da quella bocca secca e amara, se terminato l orario delle visite potevano serrare il cancello, quelli, demoralizzati, accolsero la sua supplica. Nisciu fora sulamenti qualche ora dopo la chiusura e assicuratosi che non v era nessuno nei paraggi s incamminò verso la sua amata. Aveva il passo pesante, l occhi affussati, aridi di lacrimi, la facci scavata si l avia ciunnata da raggia e u mussu, muzzicannulu, l avia purtatu a sangu. Trasiu, avvicinatosi scostò il velo che copriva il volto di Pia e calannusi le baciò la vuccuzza ncirasata. Appresso taliandola «Nzoccu dissi don Masino?» parlandole sottovoce «Ciò che Dio unisce, l omo un av a spartiri» poi sospirando «manco la morte vita mia». A pigghiò mbrazza e strincennula forti forti a purtò in quello che doveva essere il loro nido d amore. Cu na pedata rapiu a porta avanzando verso la camera da letto, appresso scostò le lenzuola di seta che aveva ricoperto di gelsomini facendoli volteggiare nell aria impregnando tutt intorno della loro delicata fragranza e poggiandola delicatamente sul letto cominciò a liberarla della veste candida che portava. Poi toccò a lui e distesosi a lato ncuminciò a vasarla dolcemente, prima l ucchiuzzi e u nasiddu, doppu a vucca e le guance. Appresso le carezzò i capelli, doppu le sfiorò i seni e pure quelli vasò. La pelle ciavurava di vaniglia, quant era bedda, pareva ca durmiva, di colpo un pinseru lo pigghiò «E si senti friddu?» e adagiandosi sopra l ammantò con la sua possente corporatura. Sentì un caldo intenso su tutto il corpo e sorridendogli si unì a lei donandole la linfa della vita. Restò ancora qualche minuto su di lei prima di afferrare il coltellaccio, che si era preparato precedentemente sotto il guanciale, volgendoselo in direzione della gola, e guardandola un ultima volta «Uniti nella vita e ancora di più lo saremo nella morte». Un grido terrificante, come di liberazione e quegli occhi sbarrachiati fecero balzare Cilò, e sedutasi sul letto Pia spiò cunfusa «Cilò, che successe?». Pigliato da un misto meraviglia e scanto, Cilò cadde longu longu nterra svinutu. S arruspigghiò allo spitale attorniato dagli amici e dall amata Pia ancora affaticata da quella che il dottore GianLuigi Basile aveva riconosciuto come un caso di morte in apparenza. L amore cavalca trionfante, sull oscura morte che sfinita e sconfitta si ritira, rimuovendo le catene alla vita rendendola libera. Le cose, da quella sera, canciarono. Da quell unione sbocciò un bel fiore che portava il nome di Fortunata. Una notte, Cilò sussultò nel sentire a nutrica chianciri e susennusi di prescia a pigghiò mbrazza cominciandola a cullare ma, l annacamento non rasserenò a picciridda che nfurzava u so chiantu. Allora Pia, la prese e scoprendosi un seno l avvicinò, Fortunata appizzannusi o capicchiu ncuminciò a sucari e quietatasi ripigghiò a dormiri. Rasserenatosi, Cilò, tornò sotto le coperte, stava per riprendere sonno quando di colpo piombò giù dal letto avviandosi verso la cucina. Pia scantata «Chi c è, Cilò?», lui tranquillizzandola «Nenti non ti pigghiari pinseri». Aperto il frigo pigghiò na buttigghia di latti di vacca, riempì u biberon sino all orlo pì pigghiari a misura, appresso lo verso ntò un tianeddu e lo quariò. Immerse l indice per rendersi conto della temperatura, era tiepido e versandolo novamenti nel biberon s avviò alla porta. Pia sintennu u tracchiggiu, presa dalla preoccupazione si susiu e andò in contro a Cilò. Stava per uscire, quando Pia «Cilò, unni vai?», Cilò avvicinatosi la carezzò e chinu di cuntintizza «Po tu cuntu» e vasannula ncuminciò a curriri. Arrivò cu ciatuni davanti la tomba del piccolo Ninetto, e sfiorando delicatamente la foto «Talè, Ninè talè chi ti purtò Cilò» pruennuci u biberon lo mise o latu i ciuri. Questo lo ripeté a notti appressu, e l avutra ancora picchì di ddà notti Ninetto lintò di chianciri e ncuminciò a ridiri. 11

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