STORIA DELLE RELIGIONI INTRODUZIONE

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1 STORIA DELLE RELIGIONI INTRODUZIONE Il bisogno di un senso esistenziale collega l uomo primitivo con l uomo moderno. Qual è il fine, lo scopo ultimo dell esistenza umana? Essere orientata ad uno scopo dà senso alla vita, in quanto permette di interpretare nascita, crescita, progetti, esperienze, dolore, morte, alla luce di un obiettivo finale da raggiungere. Più in generale, si parla di senso della storia, dell umanità, del cosmo. Dalla storia un ventaglio di risposte - LA RISPOSTA NEGATIVA Alcuni affermano che nasciamo, viviamo e moriamo per caso: non siamo altro che un infinitesimo elemento di un enorme ingranaggio che ci fa nascere e morire secondo le leggi biologiche. Altri affermano che siamo il risultato di un gioco di condizionamenti sociali, per cui, anche se crediamo di essere liberi, in realtà siamo il prodotto di meccanismi inconsci più grandi e più potenti di noi; siamo manipolati per tutta la nostra vita: essa, quindi, se non è libera, non può avere un senso. Per altri la vita è assurda, perché finisce con la morte. - LA RISPOSTA SCETTICA Alla domanda se la vita abbia un senso, alcuni preferiscono sospendere il giudizio o dare una risposta provvisoria, senza impegno. - LA RISPOSTA POSITIVA IMMANENTE E quella di chi afferma che la vita ha senso se ci si impegna a promuovere e a difendere i grandi valori umani (la fama, la saggezza, la felicità materiale, il progresso scientifico, l altruismo, ecc.). - LA RISPOSTA POSITIVA TRASCENDENTE E quella di chi trova il senso della vita al di là di se stesso, in una realtà che trascende la singola persona, il mondo, la storia. La ricerca di senso è all origine delle religioni. Come diceva Georg Simmel, uno dei padri della sociologia e grande studioso del fenomeno religioso "[ ] non è la religione a creare la religiosità, ma la religiosità a creare la religione". Vale a dire che la religione esiste ed è sempre esistita perché l'uomo in quanto tale è ed è sempre stato religioso. Ma che cosa vuol dire essere religioso, cos'è la religiosità? Essere religiosi non significa necessariamente essere credenti o appartenere a una determinata religione piuttosto che a un'altra. Questo è un momento successivo, che può esserci o non esserci. Si può anche non essere credenti senza cessare di essere religiosi. Sembra forse un paradosso, ma è questa la situazione in cui si trova la persona che si mette alla ricerca di un significato della vita che vada al di là delle cose del mondo, nella speranza di riuscire a trovarlo. Religiosità: ragione ed esperienza del limite Allora da dove nasce questo desiderio di trascendenza, di superamento della cose materiali che svaniscono con il tempo, non lasciando più alcuna traccia di sé? È un sentimento che matura dall'esperienza vissuta e dalla riflessione razionale, che mettono l'uomo di fronte alla oggettiva precarietà della propria condizione. Il sentimento religioso si esprime così inizialmente nella più semplice e più profonda delle domande che l'individuo può rivolgere a se stesso, quella sulla propria più intima identità: "chi sono?". Questo interrogativo rimanda ad altri due quesiti essenziali: quello sull'origine ("da dove vengo?") e quello sul proprio destino ("dove vado?", "che ne sarà di me?"). Quando si pone questi interrogativi con onestà intellettuale, egli si rende conto di non essersi fatto da sé (origine) e di non essere eterno (destino). In altre parole, con l'aiuto della ragione, matura la chiara consapevolezza di non essere affatto l'indiscusso padrone della propria vita: non ha deciso lui di nascere, come non ha deciso né il quando né il dove. La sua è essenzialmente una condizione di dipendenza da qualche cosa che è totalmente altro da lui, sia esso un'intelligenza creatrice oppure il mero caso. Sorgono allora sempre più pressanti altre domande totalizzanti: "qual è il significato ultimo dell'esistenza?", "perché ci sono il dolore, la morte, la sofferenza e l'ingiustizia?", "per che cosa, in fondo, vale la pena vivere?" Sono queste le domande religiose. Religiosa è già la stessa percezione della normale condizione umana come contemporaneamente naturale e limitante. La totalità delle domande va di pari passo con l'esigenza di totalità nelle risposte. Questa esigenza è la causa del senso di inadeguatezza e di sproporzione che l'uomo prova dinanzi ad esse: egli, che è stato l'origine della domanda totale, non riesce ad essere al tempo stesso l'origine della risposta totale. In questo modo la 1

2 religiosità, come esperienza religiosa fondamentale, rappresenta la condizione di possibilità per sperimentare l'incontro con il mistero in un modo oggettivo, cioè nella forma di una fede. È soltanto a questo punto che si deve cominciare a parlare di religione. Semplificando il discorso potremmo quindi dire che la religiosità è l'ambito da cui scaturiscono le domande totali, mentre la religione è quello da cui arrivano le risposte adeguate alla portata di quelle domande. Il termine latino "religio" discende dal verbo "religare". È un verbo che in qualche modo richiama un'appartenenza (essere legato). L'uomo veramente religioso è in effetti colui che riconosce di appartenere a un Altro e considera questa appartenenza come costitutiva della sua umanità. L esperienza religiosa L esperienza religiosa è quell insieme di sentimenti e di reazioni interiori che sorgono nell uomo quando entra in contatto con Qualcosa o Qualcuno immensamente più grande e più potente di lui. L esperienza religiosa non è ancora fede vera e propria, che è l adesione personale al Dio che salva; è invece un saper rimanere aperti di fronte a qualcosa di inatteso, di smisurato, di profondo, di straordinario, di indicibile, di infinito: di fronte cioè all Assoluto, al Trascendente, al Mistero, al Sacro. Parlare di esperienza religiosa significa parlare di una situazione in cui interagiscono due poli opposti: il polo dell immanenza (in quanto si parla di esperienza visiva, uditiva, tattile, ecc.) e il polo della trascendenza (in quanto si parla di religione, di un qualcosa che trascende l esperienza umana). La compresenza di immanenza e trascendenza, di umano e divino, è espressa nel racconto del roveto ardente (Esodo 3, 1 5): Ora Mosè stava pascolando il gregge di Ietro, suo suocero, sacerdote di Madian, e condusse il bestiame oltre il deserto e arrivò al monte di Dio, l'oreb. L'angelo del Signore gli apparve in una fiamma di fuoco in mezzo a un roveto. Egli guardò ed ecco: il roveto ardeva nel fuoco, ma quel roveto non si consumava. Mosè pensò: «Voglio avvicinarmi a vedere questo grande spettacolo: perché il roveto non brucia?». Il Signore vide che si era avvicinato per vedere e Dio lo chiamò dal roveto e disse: «Mosè, Mosè!». Rispose: «Eccomi!». Riprese: «Non avvicinarti! Togliti i sandali dai piedi, perché il luogo sul quale tu stai è una terra santa!». Una realtà divina, straordinaria e trascendente interrompe i fenomeni naturali e sorprende la vita quotidiana e ordinaria dell uomo. Il termine con cui si definisce l esperienza religiosa è il sacro, inteso come coesistenza di immanenza e trascendenza, come realtà, non accanto al mondo profano, ma che irrompe nel mondo profano e che stabilisce con esso una relazione di polarità. Un oggetto diventa sacro nella misura in cui rivela una cosa diversa da sé. Il sacro è la realtà assoluta che trascende questo mondo, in questo mondo si manifesta e perciò lo santifica e gli dà un senso. I DIVERSI TIPI DI RELIGIONE Religioni etniche o nazionali: si sviluppano all interno di una determinata civiltà o etnia, assumendone le specifiche prerogative culturali, come la struttura, l organizzazione sociale, la concezione del mondo, l etica della vita. Nelle religioni nazionali è presente la convinzione che il rapporto con la divinità è condizionato all appartenenza al proprio popolo e alla propria terra. Sono religioni nazionali, ad esempio, l induismo, l ebraismo, la religione dell antico Egitto. Religioni mondiali o universali: prescindono dai legami con la cultura e la storia nazionale, il loro messaggio è per la salvezza di tutta l umanità. Buddhismo, cristianesimo, islam sono le principali. Sono religioni fondate: hanno un fondatore storico, un corpus dottrinale ben preciso che fa da sicuro riferimento per i seguaci, e un attività missionaria come mezzo di divulgazione e proselitismo. Religioni statiche, come i politeismi dell antico Egitto, della Mesopotamia, della Grecia. Sono incentrate sul culto dei morti e interessate ai problemi vitali della pastorizia, dell agricoltura, del commercio, della guerra. 2

3 Religioni dinamiche non rivelate, come il buddhismo e l induismo, il cui dinamismo morale si basa sul presupposto che come c è una continuità tra i fenomeni del macrocosmo e quelli del microcosmo, così deve esserci anche un armonia tra i fenomeni fisici della natura e quelli psichici, spirituali ed etici della vita umana. Religioni dinamiche rivelate, come i tre monoteismi, l ebraismo, il cristianesimo e l islam, accomunate, oltre che dall autorivelazione del Dio unico, da un esplicito dinamismo morale: più intimo ed intracomunitario nell ebraismo, più missionario e socialmente diffusivo nel cristianesimo e nell islam. Religioni cosmiche o naturali: pongono la natura come sede degli dei o degli spiriti intermediari (animismo) o la identificano con Dio stesso (panteismo), o la ritengono una realtà trascendente indistinta dal divino (New Age). Religioni etiche: sistemi di pensiero morale e di saggezza umana (come le religioni cinesi). Religioni redentive, portatrici di una redenzione o liberazione dal male mediante l offerta di una salvezza proveniente da Dio. Nell induismo si tratta di liberarsi dal ciclo delle reincarnazioni, nel buddhismo dalla sofferenza e dal desiderio che ne è la causa, nel cristianesimo è l adesione a Cristo stesso. Religioni mistiche: l uomo cerca la pienezza di sé nella meditazione, nella preghiera a Dio, cercando di estraniarsi dal mondo materiale e anche dal proprio corpo (estasi). E l orientamento tipico delle religioni dell estremo Oriente, che hanno di Dio una concezione impersonale e tendono all estinzione dei conflitti, alla beatitudine del nirvana, alla pace interiore. Religioni profetiche: sono quelle che si radicano nella storia degli uomini e intendono trasformarla, aspirano a realizzare ideali e progetti di salvezza anche in questa vita e non solo nell aldilà. E l orientamento prevalente dell ebraismo (Dio chiama all alleanza), del cristianesimo (la fede non è disgiunta dalle opere), dell islam (la fede coinvolge la costruzione della comunità e dello stato). L EBRAISMO La storia La maggior parte delle informazioni relative all origine e alla storia degli ebrei derivano dal loro testo sacro, la Bibbia, che cominciò a essere composta verso l VIII secolo a.c., a grande distanza dalle vicende narrate. Secondo la tradizione confluita nella Bibbia, la storia degli ebrei ha inizio con Abramo, raccontata nel libro della Genesi (cap ). Dio chiama il pastore Abramo per stabilire con lui un alleanza. Abramo, su comando di Dio, uscì dalle città mesopotamiche di Ur e Haran, e guidò il suo popolo alla ricerca dell unico vero Dio, Jahvé. Abramo fu il primo ad abbandonare il politeismo e l'idolatria del proprio popolo per abbracciare la fede in un solo Dio. Gli ebrei si riconoscono discendenti e figli di Abramo, Isacco, suo figlio e Giacobbe, suo nipote (i tre Patriarchi). La successiva storia degli ebrei è rappresentata dalla Bibbia come una continua peregrinazione alla ricerca della Terra promessa (Palestina). Nella Bibbia si trova anche la storia di Giuseppe, uno dei dodici figli di Giacobbe, che fu venduto dai fratelli come schiavo agli egiziani. In seguito a una carestia, tutti i famigliari di Giuseppe si stabilirono in Egitto, dove essi e i loro discendenti vissero in pace per più generazioni. Tuttavia, all'incirca nel 1580 a.c., il faraone allora regnante si sentì minacciato dagli ebrei e da altre popolazioni che si erano insediate in Egitto, e li ridusse in schiavitù. La servitù egiziana si concluse, narra la Bibbia, quando Mosè, aiutato da Dio, liberò il popolo ebraico dalla schiavitù, guidandolo al di là del Mar Rosso, verso la Palestina. Durante il viaggio, Dio si sarebbe rivelato a Mosè sul monte Sinai, stringendo con il popolo di Israele un patto di alleanza. Mosè morì prima che gli ebrei raggiungessero la Terra Promessa di Israele. Dopo la morte di Mosè le dodici tribù d'israele (ciascuna discendente da uno dei dodici figli di 3

4 Giacobbe) furono condotte da Giosuè fino alla Terra Promessa, a quel tempo abitata dai cananei. Siamo verso il 1200 a.c. (età dei Giudici). Dopo la presa di Gerico, gli israeliti conquistarono sistematicamente tutta la terra d'israele. Gli sforzi di cananei e filistei andarono a vuoto; questi ultimi furono sconfitti da Sansone. Verso la fine del XII secolo a.c. venne convocata a Sichem un adunanza di tutte le tribù, che sancì la nascita della nazione ebraica; l unica signoria era quella di Jahvé, che si esprimeva tramite i sacerdoti. Data la debolezza militare, Israele si mosse per creare istituzioni politiche più stabili. Gli israeliti, alla ricerca di un'alternativa a una guida di tipo teocratico, convinsero il loro capo religioso, il profeta Samuele, a eleggere un re. La monarchia venne introdotta verso il 1000 a.c., quando venne proclamato re Saul ( a.c.). Tuttavia Samuele fu assai deluso dal modo autocratico con cui Saul governò il paese. Invece di trasmettere il potere da Saul al figlio Gionata, il profeta consacrò segretamente come secondo re Davide, membro della tribù di Giuda. Davide si era guadagnato fama di grande guerriero uccidendo il gigante Golia, e partecipò a una lotta di potere che lo vide alla fine re di tutto Israele. Davide ( a.c.), creò un vasto regno: istituì un esercito permanente, portò a Gerusalemme, dopo averla conquistata, la sede del potere politico e religioso, realizzò un amministrazione centrale e periferica di funzionari. L opera di rafforzamento istituzionale del regno fu proseguita dal successore di David, Salomone ( a.c.). Il regno di Salomone ( a.c.) si svolse all'insegna della pace. Egli rimase celebre per i suoi progetti edilizi, tra cui quello del primo Tempio di Gerusalemme. Vi fu scontento fra le tribù insediate nel nord a causa dell'imposizione di tasse assai pesanti e di lavori forzati che il re ritenne necessari per costruire sontuosi palazzi ed edifici pubblici. Alla morte di Salomone seguì un periodo di forte crisi che portò alla lacerazione: il regno si divise fra i regni di Israele a nord, con capitale Samaria, e Giuda a sud, con capitale Gerusalemme. La società ebraica non fu più in grado di resistere all espansione delle potenze mediorientali: nel 721 a.c. il regno del nord fu conquistato dagli assiri, che deportarono in regioni lontane circa duecentocinquantamila ebrei. Il destino degli ebrei di Samaria ci è ignoto, e si parla di loro come delle "dieci tribù perdute d'israele". Solo il regno di Giuda e Gerusalemme riuscirono a resistere. In questo periodo venne promossa l idea di una identificazione tra Dio e il popolo ebraico (età dei profeti). Nel 598 a.c. la Giudea fu invasa da Nabucodonosor di Babilonia. La stessa Gerusalemme fu posta sotto assedio nel 586 a.c. e rasa al suolo. Le classi dirigenti furono deportate a Babilonia per privare il popolo di qualsiasi capacità di resistenza; conquiste e deportazioni diedero avvio al fenomeno della diaspora (dispersione). Con l occupazione persiana di Babilonia, venne concesso agli ebrei esiliati di ritornare in Palestina e di ricostruire il loro stato (538 a.c.). All'incirca ebrei tornarono in Giudea, mentre molti rimasero dov'erano, dal momento che si erano ormai radicati nel nuovo paese. I secoli seguenti videro il succedersi di diverse dominazioni. Sotto la dominazione romana (63 a.c.), in particolare, la Palestina, fiorente, acquistò una grande importanza strategica. Il re Erode (37 4 a.c.) la governò col beneplacito del Senato romano. Fu un grande costruttore ed edificò templi stupendi, opere pubbliche, porti e palazzi, le cui rovine, tra cui quelle del secondo tempio ricostruito, si possono ammirare ancora oggi. Gli ebrei si ribellarono ai romani nel 70 d.c. Dopo un assedio il secondo Tempio fu raso al suolo e la resistenza fu domata. Nello stesso anno l imperatore Tito fece distruggere definitivamente il tempio di Gerusalemme. Gerusalemme venne ricostruita dai romani come una città pagana. Dal 135 d.c., non esisterà più uno stato ebraico fino al Dopo la distruzione del secondo Tempio la vita culturale degli ebrei ebbe il suo centro a Yavneh. Gli studiosi vi si incontravano e, a cavallo tra il II e il III secolo d.c., posero le fondamenta di una legge orale giudaica a complemento della Torah. Questo corpus fu poi trascritto alla fine del II secolo d.c. da R. Giuda ha Nasi, ed è nota come la Mishnah. Anche il dibattito intorno alla Mishnah fu steso per iscritto e viene chiamato Gemara. La Mishnah e la Gemara nel loro complesso vengono chiamate Talmuda. Anche gli intellettuali residenti in Babilonia svilupparono un loro Talmud, il quale finì per soppiantare la versione palestinese ed è la suprema autorità in materia di giure ebraico. Nuovi centri di 4

5 cultura ebraica furono fondati con la diaspora, principalmente nell'africa settentrionale e nella Spagna musulmana intorno alla fine del X secolo. Dagli anni trenta del primo secolo d.c. si diffuse la religione cristiana, che ha nel profeta di Nazaret, identificato come Figlio di Dio, il suo punto di riferimento. Gli ebrei, rifiutando il riconoscimento della natura divina di Gesù, si trovarono a vivere in un contesto loro ostile. In particolare, l Editto di Milano del 313 e il Codice di Teodosio del 380, rendendo il cristianesimo religione di stato, rafforzarono l antiebraismo dei cristiani. La Palestina fu conquistata dagli arabi nel VII secolo. Molti ebrei servirono negli eserciti arabi che conquistarono la penisola iberica, e si stabilirono in Spagna. Per secoli gli ebrei vissero in prosperità in Spagna e nell'africa del Nord, e si distinsero in tutti i campi della cultura: nelle scienze, nella medicina, nella musica e nella filosofia. Nel Medioevo, e nel periodo immediatamente successivo, gli ebrei vissero invece in condizioni di isolamento economico e sociale, e subirono persecuzioni e massacri. Vivevano separati, fisicamente e non solo, dal tessuto sociale. Eppure avevano un ruolo assai importante. Secondo le leggi cristiane l'usura, ovvero il ricavare interesse da denaro dato in prestito, era illegale: agli ebrei fu permesso di riempire questo vuoto, prestando denaro e occupandosi di finanza. Nei primi tempi furono gli stessi ebrei della diaspora a voler vivere separati dal resto della comunità, in parte per la necessità di proteggersi, ma forse ancor più per il bisogno religioso di essere vicini alla sinagoga e ad altre istituzioni religiose. Il concetto di segregazione non volontaria dietro a vere e proprie mura (ghetto) è assai antico, ma non fu attuato sistematicamente fino al 1462, in Germania, a Francoforte. L'idea si propagò nel resto dell'europa e divenne norma nel Cinquecento. Diversamente da quel che sarebbe accaduto nei ghetti del nostro secolo, era possibile agli ebrei lasciare il ghetto di giorno per occuparsi dei propri affari. Se la permanenza all'interno di questi luoghi garantiva la sicurezza personale, le condizioni di vita erano però poco igieniche a causa dell'eccessivo affollamento. Inoltre l'isolamento ebbe l'effetto di evitare l'integrazione con le culture dei paesi ospiti, e diede modo alla cultura ebraica di conservarsi intatta. Gli Stati che non tolleravano la presenza degli ebrei nemmeno nei ghetti li cacciarono. In epoche diverse gli ebrei dovettero abbandonare in massa l'inghilterra (1290), la Francia (1306 e 1394), l'austria (1420) e la Spagna (1492), oltre a subire svariate espulsioni a livello locale in tutta Europa, compresa la Germania. Talvolta queste espulsioni venivano revocate quando i governi si accorgevano che gli ebrei assolvevano a una funzione preziosissima per il commercio e la finanza. Alla fine del XIX secolo cominciò a emergere il sogno di un nazionalismo ebraico. Questo movimento, noto col nome di sionismo, caldeggiava il ritorno di tutti gli ebrei della diaspora in un'unica patria. Intorno al 1880, alcuni ebrei orientali si diressero verso quella che allora si chiamava Palestina. Si trattava della prima ondata migratoria, o Aliyah, che aveva come scopo principale la fondazione di colonie agricole. La prima conferenza sionista fu tenuta a Basilea, in Svizzera, nel Ci vollero tuttavia ancora 51 anni e l'esperienza dell'olocausto per vedere avverarsi il sogno. In occasione del congresso, la Lega delle Nazioni sancì ufficialmente la necessità che gli ebrei avessero una loro patria e li incoraggiò a emigrare in Palestina. Gli arabi si opposero alla colonizzazione e questo diede luogo a molte rappresaglie a danno degli ebrei. Nel 1905 ci fu una seconda ondata migratoria proveniente dalla Russia. Tel Aviv, la prima città interamente abitata da ebrei, fu fondata nel Nel 1917 gli inglesi sconfissero l'impero ottomano e la Palestina cadde sotto il protettorato britannico. Fu a quel tempo che vennero fondati gli stati arabi che conosciamo oggi. Nel novembre del 1917, con la Dichiarazione di Balfour, il governo inglese annunciò la sua decisione di favorire "la fondazione in Palestina di una patria per il popolo ebraico". Nel 1922 la Gran Bretagna ricevette mandato dalla Lega delle Nazioni per portare a compimento l'operazione e facilitare l'immigrazione e l'insediamento dei coloni. La storia della diaspora ebraica è caratterizzata, però, anche da molte persecuzioni. Il momento più drammatico di questa difficile convivenza tra ebrei e stati che li ospitano è rappresentato dallo sterminio perpetrato dal regime nazista durante la seconda guerra mondiale: circa sei milioni di ebrei vennero 5

6 uccisi nei campi di sterminio (Shoah, olocausto). Dal 1941 al 1945 per il popolo ebreo sono stati gli anni del terrore. Adolf Hitler diceva: Gli ebrei sono indubbiamente un razza. Ma non sono umani. Sono gli anni della persecuzione: Voi ebrei non potete vivere in mezzo a noi. E il periodo di Auschwitz, dove gli ebrei erano uccisi nelle camere a gas. Al termine della seconda guerra mondiale, è nato lo Stato di Israele (1948), che ancora oggi è travagliato da contrasti interni tra ebrei e arabi. Il Paese, di ispirazione laica, è popolato da ebrei (circa 3 milioni) provenienti da tutto il mondo, che hanno ricominciato a vivere in uno stato unitario dopo diciotto secoli. Testi sacri BIBBIA EBRAICA. E composta da 24 libri ed è suddivisa in tre sezioni: o Torah (o Pentateuco, i primi cinque libri della Bibbia ebraica) o Nevi'im ( Profeti ) o Ketuvim ( Scritti o Agiografi ). Nella Bibbia sono narrate le vicende storiche del popolo ebraico, l'alleanza instaurata tra il popolo e il suo Dio, e i princìpi che gli ebrei devono seguire per non rompere l'alleanza. Tutti i libri della Bibbia ebraica sono scritti in ebraico salvo alcune brevi sezioni in aramaico. E' interessante notare che la parola Bibbia non ha un equivalente in ebraico: si usa il termine Tanakh, composto dalle iniziali delle parole: Torah, Neviim, Ketuvim (TaNaKh). Il numero totale dei libri è 36, tuttavia la tradizione ne conta solo 24 in quanto 12 libri profetici sono considerati come uno solo perché considerati profeti minori (Osea, Gioele, Amos, Abdia, Giona, Michea, Nahum, Abacuc, Sofonia, Aggeo, Zaccaria e Malachia). La Torah è la prima parte della Bibbia ebraica e corrisponde ai 5 libri di Mosè e proprio perché sono stati rivelati quali sono direttamente da Dio a Mosè sono considerati sacri. Per gli ebrei oggi vi è la consuetudine di completare la lettura della Torah in un anno e per questo scopo essa è stata suddivisa in 54 parashioth (plurale di parashà/porzione) quanti sono i sabati in un anno. Le parashioth prendono il nome dalla prima o da una delle prime parole con cui hanno inizio. La Tanakh è composta da: TORAH NEVIIM KETUVIM Genesi: Bereshit (In Principio)Giosuè: Yehoshua Salmi: Tehillim Esodo: Shemot (Nomi) Giudici: Shoftim Proverbi: Mishlei Levitico: Waiqra (E chiamò) Samuele: Smuel (due libri) Giobbe: Yov Numeri: Bamidbar (Nel I Re: Melakim (due libri) deserto) Deuteronomio: Devarim Isaia: Yeshayau (Parole) Geremia: Yirmiau Cantico dei Cantici: Shir Ha Shirim Rut: Rut Lamentazioni: Ekah 6

7 Ezechiele: Yehzekiel Osea: Hoshea Gioele: Yoel Amos: Amos Abdia: Ovadyah Giona: Yonah Ecclesiaste: Qohelet Ester: Ester Daniele: Daniel Esdra: Ezra Neemia: Nechemyah Cronache (due libri): Divre Ha Yamim Michea: Mikah Naum: Nachum Abacuc. Chabaquq Sofonia: Tzefaniah Aggeo: Chaggai Zaccaria: Zekarya Malachia: Malaki TALMUD (significa "insegnamento"): l ebraismo lo considera come la "Torah orale", rivelata sul Sinai a Mosè e trasmessa a voce, di generazione in generazione, fino alla conquista romana. Il Talmud fu fissato per iscritto solo quando, con la distruzione del secondo tempio, gli ebrei temettero che le basi religiose di Israele sparissero. Il Talmud consiste in una raccolta di discussioni avvenute tra i sapienti (hakhamim) e i maestri (rabbi) circa i significati e le applicazioni dei passi della Torah, e si articola in due livelli: la Mishnah (o "ripetizione") raccoglie le discussioni dei maestri più antichi, mentre la Ghemarah (o "completamento"), stilata tra il II e il V secolo, fornisce un commento analitico della Mishnah. Il Talmud ci è giunto in due versioni diverse: il Talmud di Gerusalemme (redatto tra il IV e il VI secolo nella Terra d'israele) e il Talmud di Babilonia (redatto tra il V e il VII secolo in Babilonia). A seconda del contenuto, il Talmud si suddivide in due generi di testo: una parte legislativa, chiamata Halakhah, in cui sono registrate le norme che regolano la vita quotidiana di ogni ebreo praticante (anche se non tutti gli ebrei, e non tutte le scuole, interpretano queste norme allo stesso modo), e una parte narrativa, chiamata Aggadah, in cui gli insegnamenti rabbinici assumono la forma di leggende e di racconti. MIDRASH: al Talmud si affianca il Midrash, anch'esso costituito da numerosi testi redatti in varie epoche. Mentre il Talmud si occupa principalmente di questioni etiche e di precetti religiosi, il Midrash riporta un enorme tesoro di tradizioni sui vari eventi biblici. Vengono descritti con un taglio decisamente leggendario e mitico tutti i grandi e piccoli episodi della Bibbia, ai quali viene aggiunta un'abbondanza di particolari e dettagli, a volte perfino in contraddizione con il senso letterale del testo biblico. I Midrashim hanno un'importanza fondamentale nel pensiero religioso ebraico, che non vuole separare in modo totale l'aspetto razionale da quello mitico e fantasioso. Midrash (plurale Midrashim) è un sostantivo derivante da darash che, nell'antico Testamento, significa soprattutto ricercare, scrutare, esaminare, studiare. Nella tradizione rabbinica, midrash designa anzitutto una attività e un metodo di interpretazione della Scrittura che, andando al di là del senso letterale (chiamato peshat, semplice, ovvio), scruta il testo in profondità (secondo regole e tecniche proprie) e sotto tutti gli aspetti, per attualizzarlo e adattarlo ai bisogni e alle concezioni delle comunità, e trarne applicazioni pratiche e significati nuovi che sono lontani dall'apparire a prima vista. Indica altresì il risultato di questa ricerca: applicata alle parti legislative per dedurne conseguenze giuridiche, questa elaborazione dà il midrash halakhah (da hlak, 7

8 camminare; da cui interpretazione normativa, regola di condotta); applicata alle sezioni narrative, dà il midrash haggadah (da higgîd, annunciare, raccontare) che comprende racconti storici o leggendari, sviluppi d'ordine morale o edificante. Il midrash parte sempre, in modo più o meno esplicito, dalla Scrittura, e può essere immesso in forme diverse secondo i generi letterari che lo trasmettono. Come tipo di attività esegetica e prodotto di questa attività, il midrash è già presente nella Bibbia (di cui chiarisce spesso il processo di formazione), nella letteratura intertestamentaria (Apocrifi e Qumrân), così come nel Nuovo Testamento. I risultati di secoli di ricerca biblica nelle scuole e nelle sinagoghe, dopo un lunghissimo periodo di trasmissione orale, furono progressivamente messi per scritto per formare le raccolte multiple chiamate midrashim. Queste si presentano sia come un commento continuo della Scrittura (midrash esegetici), sia come un'antologia di sermoni sulle letture fatte in occasione del sabato e delle feste (midrash omiletici). CABALA: la Cabala è la parte mistica ed esoterica dell'ebraismo, e si basa principalmente su tre testi. Il primo è lo Zohar ( Libro dello splendore ), un esteso commento ai cinque libri di Mosè. Poi abbiamo il Sefer ha Bahir, o Libro della luce chiara, e il Sefer Yetzirà, o Libro della formazione, più criptici e condensati. Da molti considerata come la parte esoterica degli insegnamenti ricevuti da Mosè sul Sinai, ebbe il suo massimo sviluppo nel Medioevo. La Cabala è un codice di interpretazione della Sacra Scrittura, che consente di percepirne il significato esoterico e segreto. È un sistema metafisico che spiega le varie fasi della creazione del mondo, lo scopo della vita umana e il rapporto con il Creatore. È una scala di valori che definisce l'autentica differenza tra bene e male, insieme al ruolo e al significato dell'uno e dell'altro, nella propria vita e nel mondo. È un sistema di insegnamenti sul come rendere più profonda, sincera ed efficace la nostra vita spirituale, la preghiera e la meditazione. E una guida capace di condurci all unione tra il lato maschile e quello femminile, sia all'interno di ciascuno di noi che nei rapporti tra uomo e donna. Partendo dall idea dell Essere Supremo che è di natura infinita, Dio è chiamato En Sof, cioè illimitato, infinito. In questa in finitezza Dio non può essere compreso dall intelletto, né descritto in parole. Non essendo oggetto di cognizione, manifestò la sua esistenza nella creazione del mondo per mezzo di attributi o intermediari, le dieci Sefirot, o intelligenze, radiazioni, emanazioni, che effluiscono dall En Sof e che nella loro totalità rappresentano e sono chiamate Albero della vita. Vengono associate a numeri e lettere. L Albero della vita è un'immagine dell'universo abitato da Dio e impregnato della sua essenza, è una rappresentazione della vita che circola attraverso tutta la creazione. L'insegnamento principale contenuto nella dottrina cabalistica dell'albero della vita è quello dell'integrazione delle componenti maschile e femminile, da effettuarsi sia all'interno della consapevolezza umana che nelle relazioni di coppia. Spiegano i cabalisti che il motivo principale per cui Adamo ed Eva si lasciarono ingannare dal serpente fu il fatto che il loro rapporto non era ancora perfetto. Il peccato d Adamo consisté nell'aver voluto conoscere in profondità la dualità senza aver prima fatto esperienza sufficiente dello stato d unità divina, e senza aver portato tale unità all'interno della sua relazione con Eva. Il serpente s insinuò nella frattura tra i due primi compagni della storia umana, e vi pose il suo veleno mortale. Dopo il peccato, l'albero della vita fu nascosto, per impedire che Adamo, con il male che aveva ormai assorbito, avesse accesso al segreto della vita eterna e, così facendo, rendesse assoluto il principio del male. Adamo ha dovuto far esperienza della morte e della distruzione, poiché lui stesso aveva così scelto. Tramite tali esperienze negative, il suo essere malato si sarebbe potuto liberare dal veleno del serpente, per ridiventare la creatura eterna che Dio aveva concepito. Analogamente, tutte le esperienze tragiche e dolorose, che purtroppo possono succedere durante la vita umana, sono tuttavia occasioni preziose per rendersi conto della distanza frappostasi tra lo stato ideale e lo stato attuale. Esiste però una via più facile, più piacevole, la quale, pur non eliminando completamente l'amaro della medicina, ci permette già da adesso di assaggiare la gioia e perfezione contenuta nell'albero della vita, in misura variabile secondo le capacità di ognuno. Essa consiste nello studio della sapienza esoterica: la Cabala. Dopo aver perso lo stato paradisiaco del giardino dell'eden, l'umanità non ha più accesso diretto all'albero della vita, che rimane l'unica vera risposta ai bisogni d infinità, di gioia e d eternità che ci portiamo dentro. Come dice la Bibbia, la via che conduce all'albero è guardata da una coppia di Cherubini, due angeli armati di una spada fiammeggiante. Ciò però non significa che la via sia del tutto inaccessibile. Secondo la tradizione orale, i due Cherubini possiedono l'uno un volto maschile e l'altro un volto femminile. Essi rappresentano le due polarità fondamentali dell'esistenza, così come si esprimono 8

9 sui piani più elevati della consapevolezza. Con il graduale ravvicinamento e riunificazione di tali principi, questi angeli cessano di essere i "Guardiani della soglia", il cui compito consiste nell'allontanare tutti coloro che non hanno il diritto di entrare, e diventano invece i pilastri che sostengono la porta che ci riconduce al giardino dell'eden. La loro stessa presenza serve da indicazione e da punto di riferimento per quanti stanno cercando di ritornare a casa. I testi elencati finora sono soltanto quelli base. Ad essi, nel corso dei secoli e dei millenni, si è aggiunta un'innumerevole serie di commenti e di approfondimenti, sia riguardanti la parte legale e razionale, sia quella leggendaria, sia quella mistica ed esoterica. La quasi totalità dei testi del Tanach è scritta in ebraico antico. Si tratta di una lingua ricca di termini letterari e profetici, ed espressioni a volte di difficile comprensione. Tuttavia, caso unico al mondo, l ebraico moderno è pressoché identico a quello antico, anche se meno ricco e vario. L attendibilità dei testi è dunque molto elevata, grazie anche all estrema attenzione, cura ed amore che gli ebrei hanno per la loro tradizione. È un popolo di natura molto conservatrice, ed è pressoché sicuro che i testi d oggi siano gli stessi di due o tre mila anni fa. È pur vero che, a livello di critica letteraria universitaria, alcuni studiosi laici hanno proposto delle teorie diverse, e sostengono che il canone, così come lo conosciamo adesso, sia un opera più recente. Si tratta però di sole teorie, e le prove che vengono fornite sono convincenti solo se s ignora completamente l aspetto sacro e mistico della Bibbia. L unico libro del Tanach che contiene ampie parti in una lingua diversa dall ebraico, è il libro del profeta Daniele, scritto quasi tutto in aramaico. L aramaico era diventata la lingua parlata nel periodo di compilazione del libro. L aramaico usa lo stesso alfabeto dell ebraico, e molti termini hanno radici simili. La maggior parte della cosiddetta Torah orale (il Talmud e lo Zohar), è scritta in aramaico che, come detto, era diventata la lingua parlata di allora. La tradizione ortodossa attribuisce valore rivelato a tutti i testi sacri del Tanach; in altri termini, si sostiene che essi, pur essendo opera umana, sono stati scritti in condizioni di particolare unione a Dio, e riportano un tipo di pensiero ben superiore a quello umano. Sono lo specchio di una consapevolezza perfetta. In particolare, la Cabala è molto impegnata a mostrare l aspetto luminoso e divino delle Scritture, sovente nascosto dietro racconti o descrizioni il cui aspetto letterale è quello di semplici fatti umani. Per capire l intera tradizione ebraica, è essenziale comprendere il duplice aspetto della Torah: scritta e orale. La Torah scritta è esclusivamente composta dai ventiquattro libri contenuti nel Tanach. La Torah orale è l intero corpo delle interpretazioni rabbiniche accumulatesi durante i secoli e i millenni. Sia chiaro, anche la Torah "orale" è oggi scritta e stampata. La si chiama così perché in passato (fino alla distruzione del secondo tempio) vigeva la proibizione assoluta di mettere per iscritto tali conoscenze ed insegnamenti. Essi venivano tramandati per via orale. Per tale motivo il nucleo essenziale del Talmud, la Mishna, significa letteralmente "ripetuta", poiché i suoi aforismi venivano ripetuti centinaia e centinaia di volte dagli studenti, onde impararli perfettamente a memoria. La Torah orale è enormemente più ampia di quella scritta, e contiene decine di migliaia di libri. Nelle loro interpretazioni del testo scritto, i rabbini sono sovente andati molto più in là del significato letterale. Alle regole sono state aggiunte altre regole, e altre regole ancora, guidati dal proposito di rendere più chiara e possibile l osservanza dei precetti. Secondo i rabbini, l origine della Torah orale è contemporanea a quella scritta, e Mosè, insieme al Decalogo, avrebbe anche ricevuto le chiavi principali della Torah orale (la Mishna). Ci sono tuttavia state correnti nell ebraismo che hanno cercato di allontanarsi da questi principi, senza peraltro andare molto lontano. IL CONCETTO EBRAICO DI DIO Rivelazione ed alleanza Il testo sacro fondamentale dell ebraismo, l Antico Testamento, redatto, in maniera definitiva, tra il VII ed il VI sec. a.c., testimonia dell elezione del popolo di Israele da parte di Dio e del patto stretto da Questi con gli Ebrei. Il fulcro della fede israelitica è la confessione monoteistica (Dt 6,4: Ascolta Israele, il Signore è il nostro Dio, il Signore è Uno... ). A sua volta, la fede monoteistica si incentra nella definizione che Dio medesimo offre di sé in Es 3,14: Io 9

10 sono Colui che sono. Se ci atteniamo alla lettera del testo biblico, questa affermazione (in ebraico Ehyèh ashèr èhyèh) è di fatto, intraducibile, poiché si dovrebbe disporre di un tempo verbale in grado di rendere, contemporaneamente, il presente, il passato ed il futuro. Infatti, Dio è colui che, pur non mutando nella sua essenza, accompagna il popolo ebraico in tutte le vicissitudini storiche. In questo senso, Dio è legato all uomo nel passato, nel presente e nel futuro. Una caratteristica propria dell ebraismo è l idea di un legame con Dio, che non ha nulla di mistico o di ascetico. Questo legame si instaura nella comunione dell alleanza, in cui il Creatore e la creatura mantengono separate le rispettive identità. E esattamente la categoria teologica dell alleanza ad essere costitutiva dell ebraismo: essa rappresenta il reciproco impegno, per cui all elezione e alla benevolenza di Dio deve corrispondere, da parte di Israele, l osservanza del Decalogo e di quei precetti (613 in tutto), che abbracciano ogni aspetto della vita del popolo. Alla base dell ebraismo sta il patto stabilito tra Dio e Abramo. Dio ordina ad Abramo di partire verso la Terra Promessa, promettendo la terra e la realizzazione di una discendenza sconfinata, dando se stesso come garanzia. Tale patto fu rinnovato, tramite Mosè, tra Dio e il popolo d Israele con la rivelazione sul Sinai e la promulgazione del Decalogo. Una funzione importantissima svolgono anche i Profeti, i quali richiamano all essenzialità e allo scopo ultimo della Legge, così come i Libri Sapienziali approfondiscono il significato dei precetti morali contenuti nella Torah. Essi confermano l unità unicità di Dio, la sua universalità, la santità del popolo d Israele, responsabile della diffusione di Dio tra gli uomini, la supremazia della morale sul culto e la fede nell era messianica e nella risurrezione dei morti. Il valore attribuito alla Parola divina (il Logos) e all elemento escatologico esercita una grande influenza sia sul cristianesimo primitivo (basti pensare al prologo del Vangelo di Giovanni) sia sulla prima speculazione dell età giudeo ellenistica (Filone d Alessandria è il primo pensatore a tentare una conciliazione fra le categorie filosofiche greche e la fede ebraica). Anche lo sviluppo dell apocalittica cristiana risente molto dell influsso ebraico e, in particolare, del Libro di Daniele. Il discorso del popolo eletto rappresenta dai tempi della Bibbia un mistero anche per l ebraismo stesso, dato che questa predestinazione non è attribuibile a qualche merito acquisito dal popolo d Israele, ma soltanto all imperscrutabile volontà di Dio. Chi è Jahvé? Per Israele la fede in Dio nasce anzitutto come esperienza degli interventi di salvezza di un Dio liberatore (esperienza della liberazione dalla schiavitù d'egitto). Jahvé (che significa "Io sono colui che fa essere") è colui che sceglie un popolo prediletto, Israele, con cui sigillare la sua alleanza. Questo Dio è sperimentato come unico, trascendente e santo. La sua sovranità è così grande, che il signore della storia è riconosciuto anche come il creatore del mondo (cf. Gn 1). Egli è il Signore di tutta la Terra. Ciò motiva il rifiuto ebraico nei confronti dell'idolatria: nessuna creatura può rappresentare il Creatore ed è dunque proibito farsene un'immagine materiale. Ma l'uomo è creato a immagine di Dio e ne è il rappresentante nei confronti del creato (cf. Gn 2). Questo Dio è vicino al suo popolo; alcune immagini lo mostrano che promette e minaccia, adirato e persino geloso, ma i suoi attributi specifici sono giustizia, misericordia, verità e fedeltà. È rappresentato come re, giudice, pastore, alleato del suo popolo, padre, sposo, difensore dei deboli. L'uomo non può percepire la reale essenza della divinità, come viene detto nell'esodo 33,20: Un uomo non può vedermi e vivere ; Dio è conoscibile soltanto dalle sue opere e dai suoi attributi, le sue middòt. I primi tre nomi divini sono Elohìm (Dio), Havayàh (Eterno, espressione utilizzata per evitare di scrivere o pronunciare il Tetragramma JHVH) e Adonài (Signore, Padrone). Il nome divino Elohìm sottolinea il ruolo di Dio come creatore del mondo; semanticamente denota onnipotenza, la fonte eterna di energia creatrice. Tale nome non indica tuttavia un legame diretto di Dio con la creazione, e compare come sua unica denominazione nel primo capitolo della Genesi. E con questo nome che nel terzo capitolo della Genesi lo chiama il serpente, per ingannare Eva: non Jahvé (il Dio del dialogo e della misericordia), ma Elohìm (il Dio forte, onnipotente, creatore). 10

11 Il nome Havayàh, costituito dalle quattro lettere yod-heh-vav-heh (il Tetragramma), si collega invece alla stessa essenza divina, l'essere, e viene pronunciato dal Gran Sacerdote solamente nel giorno di Kippur; è anche definito «il Nome ineffabile», in quanto è proibito pronunciarlo in circostanze estranee alla procedura rituale. Havayàh denota l'essere eterno, la più pura essenza di Dio, costituendo l'abbreviazione dell'espressione hayàh, hovèh veyiheyèh (fu, è e sarà), che afferma come la sua esistenza comprenda insieme passato remoto, presente e futuro infinito. Il nome Adonài comprende i significati di signore e padrone ed afferma che Dio è il signore di tutto il creato. Lo Shemà Israel (Dt 6,4: Ascolta Israele: l Eterno è nostro Dio, l Eterno è unico ) vale nell ebraismo quale professione di fede e precetto fondamentale. Nell Ascolta Israele si manifesta anche il Dio dialogico dell alleanza, che comunica col suo popolo e lo obbliga ad ascoltarlo (non a vederlo). Vale il precetto di non farsi nessuna immagine di Dio. Questo aspetto, che all origine era una limitazione nei confronti del culto pagano delle immagini, aveva la funzione di proteggere dalla tentazione di volersi servire o addirittura impadronire di Dio attraverso le immagini, di voler partecipare alla potenza creativa esclusiva di Dio. Egli può essere invocato dall uomo, ma di fatto non nominato, poiché ogni citazione del nome è una determinazione, e come tale rappresenta una limitazione dell essenza assoluta di Dio. Perciò, per indicare Dio, già nella Bibbia si trovano, accanto al nome di Jahvé (JHWH), anche altri nomi, come Jehova (Signore), Adonài, El o Elohim. Mosé Maimonide (seconda metà del XII secolo) aveva cercato di presentare una sintesi dei contenuti fondamentali della fede ebraica: 1. Credo con fede assoluta che il Creatore, benedetto sia il suo nome, è il creatore e la guida di tutto ciò che è stato creato, e che Egli solo ha fatto, e farà tutte le cose. 2. Credo con fede assoluta che il Creatore, benedetto sia il suo nome, è una unità, e che non vi è altra unità simile alla sua, e che Egli solo è il nostro Dio che era, è e sarà. 3. Credo con fede assoluta che il Creatore, benedetto sia il suo nome, è incorporeo, che è libero da ogni accidente corporeo e che non ha nessuna forma. 4. Credo con fede assoluta che il Creatore, benedetto sia il suo nome, è il primo e l ultimo. 5. Credo con fede assoluta che il Creatore, benedetto sia il suo nome, e solo Lui, sia giusto pregare e che non è giusto pregare nessun altro all infuori di Lui. 6. Credo con fede assoluta che tutte le parole dei profeti sono vere. 7. Credo con fede assoluta che la profezia di Mosè, il nostro maestro, la pace sia su di lui, era vera e che egli era il capo dei profeti, sia di quelli che vennero prima di lui che di quelli che lo seguirono. 8. Credo con fede assoluta che l intera Torah ora nelle nostre mani è quella che fu affidata a Mosè, il nostro maestro, la pace sia su di lui. 9. Credo con fede assoluta che questa Torah non verrà cambiata e che mai ci sarà un altra Torah da parte del creatore, benedetto sia il suo nome. 10. Credo con fede assoluta che il Creatore, benedetto sia il suo nome, conosce tutte le azioni degli uomini e tutti i loro pensieri, come è detto: Egli plasma i loro cuori, capisce tutte le loro azioni (Sal 33,15). 11. Credo con fede assoluta che il Creatore, benedetto sia il suo nome, premia coloro che seguono i suoi comandamenti e punisce coloro che li violano. 12. Credo con fede assoluta nell avvento del Messia e, sebbene indugi, ciononostante, lo aspetterò ogni giorno che verrà. 13. Credo con fede assoluta che ci sarà la resurrezione dei morti quando lo vorrà il Creatore, 11

12 benedetto sia il suo nome e lodata sia la sua memoria nei secoli dei secoli. Si afferma quindi l esistenza e l unità di Dio creatore, la sua eternità ed incorporeità. La Torah ha origine divina ed è insopprimibile. Dio conosce le azioni di ogni uomo e darà un premio e un castigo al tempo della resurrezione dei morti. Gli uomini hanno il dovere di dare lode e culto a Dio nell attesa che Egli invii il suo Messia e Salvatore. Questa fede viene professata nella preghiera quotidiana dello Shemà Israel: Ascolta, Israele: il Signore è il nostro Dio, il Signore è uno solo. Tu amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore, con tutta l'anima e con tutte le forze. Questi precetti che oggi ti do, ti stiano fissi nel cuore; li ripeterai ai tuoi figli, ne parlerai quando sarai seduto in casa tua, quando camminerai per via, quando ti coricherai e quando ti alzerai. Te li legherai alla mano come un segno, ti saranno come un pendaglio tra gli occhi e li scriverai sugli stipiti della tua casa e sulle tue porte. (Dt 6, 4 9) Poiché Dio è l inizio e la fine, la storia si svolge fra il concetto di creazione e di fine. Dio ha condotto il popolo d Israele fuori dalla schiavitù, attraverso la storia, e lo porterà alla redenzione. L ebraismo è una religione storica per eccellenza che, sotto la guida di Dio, diventa storia della salvezza. Perciò nell ebraismo non esiste separazione fra storia profana e storia della salvezza. Dalla conoscenza di Dio come inizio deriva la speranza in quanto fine. La creazione Dio è altro dal mondo, altro da tutto il mondo sensibile, visibile e da tutto quello che contiene. La relazione tra Dio e il mondo è una relazione di creazione. Questa relazione di creazione è espressa in ebraico con il verbo barà, che è riservato in tutta la Bibbia all'azione creatrice di Dio. Non solo. Tutto l'antico Testamento ha pensato Dio, il creatore del cielo e della terra, come amante. L'Antico Testamento, in verità, non fa che esprimere questo amore di Dio, amore paterno, materno, amore dell'amante, questo amore che è espresso attraverso tutte le forme dell'amore umano. Questo amore non è sentimentale. È un amore creatore, un amore infinito, un amore esigente. Dio ha creato l'uomo perché sia a sua immagine e somiglianza. Che cosa significa questo, che cosa implica, cosa esige? Se Dio è creatore, anche l'uomo deve diventarlo. Occorrerà che l'uomo si appropri di questo dono di Dio che è la creazione, l'esistenza, in modo da farla sua. In altri termini, bisognerà che consenta alla sua propria creazione acconsentendo alla vita di Dio in lui, acconsentendo a una trasformazione che farà di lui, anima vivente, un essere spirituale. Il concetto di creazione quale dono, per generosità, è originario dell'ebraismo. Nessun'altra cultura antica sembra averlo partorito. Questa creazione è pensata ed espressa come un atto libero sovrano. La creazione è dunque pensata come un dono, come manifestazione e come espressione di bellezza e di eccellenza. L'uomo è eminentemente manifestazione dell'assoluto, perché unico, fra tutte le creature, ad essere stato creato "ad immagine e somiglianza" dell'assoluto. La ragione della creazione (poiché ciò non è né una mancanza, né un bisogno, né un divenire della divinità) è quello che in greco si chiama l'agape di Dio. Il pensiero ebraico distingue con cura tra l'essere assoluto e il mondo fisico, afferma la realtà del mondo fisico e la realtà dell'essere assoluto, distinto dal mondo fisico. Bisogna dunque distinguere nettamente due specie di esseri: l'essere increato e l'essere creato. È l'idea di creazione. Che cosa significa in particolare? Significa, in primo luogo, che il mondo fisico, con tutto quello che contiene, esiste obiettivamente. È proprio reale. Non è un sogno, né un'apparenza, né un'illusione (a differenza di quello che pensa molta parte del pensiero orientale). L'idea della creazione del mondo e degli esseri ha senso solamente se il mondo esiste realmente, esso e tutti gli esseri che racchiude. 12

13 In secondo luogo, significa che l'universo fisico non è l'essere assoluto e non è autosufficiente. L'universo fisico in questa tradizione è de divinizzato, desacralizzato. Esso è, ma non è l'essere assoluto. Non è sufficiente a se stesso e per esistere ha bisogno di ricevere l'essere da Colui che, solo, può darglielo: lo stesso essere assoluto, che gli ebrei chiamano Dio. In terzo luogo, l'idea della creazione, nella tradizione biblica, significa che Dio, per dare l'essere al mondo, non è partito da una materia preesistente, né da un caos originario. Questo mito del caos originario, i teologi ebrei lo conoscevano molto bene e l'hanno espressamente e totalmente respinto. L'espressione tohou wa bohou, dal secondo versetto del primo capitolo della Genesi, non significa per niente caos originario ma semplicemente: quando Dio ha creato il cielo e la terra (cioè l'universo intero), la terra, prima che egli la coprisse di piante e di animali, non aveva nulla, era deserta, era vuota. Tohou e bohou significano appunto il deserto e il vuoto e non il caos originario delle antiche mitologie egiziane e assiro babilonesi. L'idea della creazione significa che l'universo non è originato dalla sostanza divina. Non è fatto con la sostanza divina. Gli esseri del mondo iniziano ad esistere, assolutamente, perché sono stati creati. L'idea di creazione implica dunque un inizio dell'essere in maniera assoluta, senza nessuna preesistenza. Inoltre la creazione del mondo e degli esseri che lo popolano non determina, non implica nessuna trasformazione in Dio né implica alcuna modificazione in Dio. L'idea della creazione significa ancora che gli esseri che costituiscono il mondo sono creati quale dono benevolo di Dio, per un atto di generosità, di liberalità, in modo che Dio, il creatore, potrà essere chiamato "padre", poiché egli dà la vita liberamente e per bontà. Il mondo è stato creato non per una necessità e nemmeno per una successione di tragedie. Il Dio degli ebrei è invece pace in sé, shalom. Per questa ragione nella tradizione ebraica, la creazione fisica è sempre considerata eccellente, stupenda, meravigliosa. Al contrario nelle metafisiche dell'oriente e della Grecia antica l'accento è in genere messo sul carattere illusorio e desolante del mondo, la liberazione è vista come fuga dal mondo sensibile, la stessa esistenza sensibile è considerata come cattiva, colpevole, penosa. Nella tradizione ebraica, invece, l'esistenza cosmica, fisica, biologica, è considerata come giubilo. Tutti gli esseri creati esultano a causa della loro esistenza e lodano l'unico Creatore. L'esistenza è sempre considerata un bene e la non esistenza un male. L'esistenza è amata, approvata e non disprezzata. Ed è amata perché il Creatore stesso la ama e la vuole. L'esistenza degli esseri è dichiarata a più riprese molto bella e molto buona: tov in ebraico significa contemporaneamente bello e buono. Parlando di creazione non si può non parlare del tempo. Il pensiero ebraico biblico intende la temporalità come irreversibile. Essa rifiuta l'idea del ciclo cosmico continuo ed eterno, tipico di molte altre culture orientali. Sono gli ebrei che hanno inventato, se così può dirsi, l'idea a noi familiare del tempo suddiviso nelle tre dimensioni di passato, presente e futuro. La creazione è irreversibile e lo è, quindi, anche il tempo, poiché il tempo è solo una nozione astratta per indicare il progresso della creazione, irreversibile e diretta verso un termine definitivo. L IMMAGINE EBRAICA DELL UOMO L uomo riconosciuto da Dio Fondamento dell immagine ebraica dell uomo è l affermazione della Bibbia, secondo cui l uomo è creato a immagine di Dio (Gn 1, 2 7). E stato creato dalla polvere della terra (Gn 2, 7 8) e gli è stato infuso il respiro divino. L antropologia teologica dell ebraismo definisce gli uomini riconosciuti da Dio nella situazione dialogica e in correlazione con Dio. In Genesi 2,4 Dio è impegnato a plasmare l adam (ad = fumo, vapore; dam = sangue): l uomo è un miscuglio di vapore e sangue. Dentro l uomo c è qualcosa di sfuggente, non tangibile, e qualcosa di materiale. Dio soffia nelle narici di questo miscuglio la sua ruah (alito, respiro, vita). L uomo è quindi fatto da un Altro, non è padrone del suo essere. Nel secondo capitolo della Genesi troviamo i quattro diritti fondamentali dell uomo: Spazio ( Poi il Signore Dio piantò un giardino in Eden, a oriente, e vi collocò l uomo che aveva plasmato ): Dio dà all uomo uno spazio da abitare. 13

14 Lavoro: l uomo deve custodire e coltivare il giardino di Eden, per ottenerne frutto e goderne; senza il lavoro l uomo perde la consapevolezza e la stima di sé. Cibo ( Il Signore Dio diede questo comando all'uomo: «Tu potrai mangiare di tutti gli alberi del giardino, ma dell'albero della conoscenza del bene e del male non devi mangiare, perché, quando tu ne mangiassi, certamente moriresti ): bene e male sono i due poli opposti, indicano la conoscenza di tutto e non sono da intendere in chiave etica. L uomo non deve portare dentro di sé il frutto della conoscenza del bene e del male, altrimenti ne morirebbe. L albero della conoscenza è il luogo della possibilità di scelta. Se l uomo non mangia di quell albero, conosce la realtà attraverso Dio, la sua parola. Altrimenti sceglierà di conoscere tutto a partire dalla realtà finita (si destruttura e porta dentro di sé la morte). Scegliere l albero è scegliere il finito. Senza il peccato di Adamo ed Eva l uomo sarebbe stato mortale lo stesso, ma sarebbe entrato nell universo divino senza passare attraverso l angoscia e la sofferenza della morte, lo avrebbe fatto in modo naturale. Amore: appena pronunciata la parola morte, Dio dice: Non è bene che l uomo sia solo. L amore è l antidoto alla realtà tragica della morte. L amore è un morire liberamente dentro la vita dell altro, consegnarsi all altro. L io muore al tu, ma il tu lo riconsegna a se stesso; attraverso il tu l io risorge. Il rapporto dialogico tra Dio e l uomo è garantito dalla personalità sia di Dio, sia dell uomo; in tal modo la disponibilità interiore dell uomo all intervento divino ha un ruolo molto importante. L uomo, in quanto parte attiva del giusto ordine della creazione divina, deve dar prova della sua alleanza con Dio, comportandosi secondo le sue leggi morali. Nella vita l uomo è sottoposto a molte tentazioni del Maligno, e in molte situazioni storiche ha mostrato la sua cedevolezza; ma come immagine di Dio l uomo è fondamentalmente buono, è amato da Dio e deve essere salvato. L ebraismo non contempla il peccato originale, la cui visione è priva della componente di ereditarietà della colpa che invece viene evidenziata nell'interpretazione cattolica e protestante. Per l'ebraismo il peccato originale assume una duplice valenza: da una parte rappresenta un errore, causa della caduta e mortalità umane e testimonianza della debolezza e della fallibilità dell'uomo, dall'altra rappresenta il libero arbitrio dell'uomo, in grado di poter liberamente scegliere fra il bene (la volontà divina) o il male (la tentazione). Nonostante l onnipotenza e l onniscienza di Dio l uomo è responsabile delle sue azioni: egli ha la possibilità e la facoltà di compiere una scelta ed è quindi libero di fare o non fare qualcosa; ha anche l intelletto e la capacità di comprendere l ordine etico del mondo e di conformare il proprio operato alle sue regole. Poiché tutti gli uomini sono immagini e creature di Dio, i diritti del singolo incontrano i loro limiti nei diritti degli altri. Compito dell uomo è agire ed impostare attivamente il mondo secondo le leggi divine, in base alle quali il lavoro fisico assume grande valore. Sono, tuttavia, necessari anche i momenti dedicati al riposo alla riflessione (sabato, giorni festivi). Come regola comportamentale, si deve vivere secondo i precetti divini. Il peccato è ribellione a Dio e all ordine divino, uno svilimento della vera natura umana. Un castigo divino, quindi, non è un espressione di vendetta, ma vale a rammentare la vera natura dell uomo. Perciò la parola ebraica per indicare il pentimento è teshuwah, che significa propriamente ritorno dell uomo alla sua vera natura. Il dolore è la conseguenza della libertà etica dell uomo, ed è possibile in tre modi: come punizione, come esame e come atto d espiazione del giusto. Nella forma di punizione, esso è facilmente comprensibile a livello razionale. Come esame, è descritto chiaramente nel sacrificio (non compiuto) di Isacco (Gn 22). Il dolore, in quanto espiazione è, nell ebraismo, un interpretazione collettiva del destino del popolo d Israele; nell ebraismo moderno la domanda sul significato del dolore si ripropone drammaticamente, dopo le esperienze del XX secolo (sterminio degli ebrei, campi di concentramento, olocausto). Il terzo capitolo della Genesi parla della fenomenologia del peccato. In ebraico serpente vuol dire divinare, fare magie. Non c è lotta tra un Dio del bene e un Dio del male. Lo stesso Jahvé ha creato il serpente, la più astuta di tutte le bestie. Il serpente si rivolge alla donna (non all uomo e alla donna insieme, perché li deve dividere). E' vero che Dio ha detto: non dovete mangiare di nessun albero del giardino? (Gn 3, 1). Il serpente non parla di Jahvé (Dio dialogico), ma solo di Elhoim (Dio energico, forte, potente). Toglie e a Dio la sua caratteristica principale, cioè quelle del dialogo e della misericordia. Dio non ha detto (come dice il 14

15 serpente), ma ha dato un comando. La donna risponde a questa parola sconosciuta e tenta di difendere Dio: Dei frutti degli alberi del giardino noi possiamo mangiare, ma del frutto dell'albero che sta in mezzo al giardino Dio ha detto: non ne dovete mangiare e non lo dovete toccare, altrimenti morirete (Gn 3, 2). Non è vero, perché l albero in mezzo al giardino è quello della vita. La donna dice del suo, aggiunge cose che Dio non ha detto, distorce la parola divina e ragiona come il serpente. Lascia esplodere dentro di sé il fermento della soggettività. Mangia il frutto e ne dà ad Adamo: saltano anche i ruoli sessuali (la donna dà, l uomo riceve). Ma non è ancora finita. Poi udirono il Signore Dio che passeggiava nel giardino alla brezza del giorno e l'uomo con sua moglie si nascosero dal Signore Dio, in mezzo agli alberi del giardino. Ma il Signore Dio chiamò l'uomo e gli disse: «Dove sei?». Rispose: «Ho udito il tuo passo nel giardino: ho avuto paura, perché sono nudo, e mi sono nascosto». Riprese: «Chi ti ha fatto sapere che eri nudo? Hai forse mangiato dell'albero di cui ti avevo comandato di non mangiare?». Rispose l'uomo: «La donna che tu mi hai posta accanto mi ha dato dell'albero e io ne ho mangiato» (Gn 3, 8 12). Adamo dà tutta la colpa alla donna, tra loro è saltato il dialogo. Anima e corpo Per gli ebrei l'anima umana, nefesh, non è un frammento della sostanza divina perché essa è stata creata. Su questo punto il pensiero biblico si oppone ai temi, largamente diffusi in India e nella tradizione religiosa detta orfica, secondo i quali l'animo umano è una parte o una particella della divinità, particella esiliata, alienata, discesa nei corpi, nella materia. L'anima umana non è divina per natura, né per origine, non è eterna nel passato, non preesisteva nel passato, incomincia ad essere, è creata. Nelle tradizioni orientali vi è il problema della individuazione: per quale ragione le anime, che erano l'essere assoluto, sono diventate anime singolari, particolari, individuali? La risposta è: si sono staccate dall'essere assoluto; è stata una sorta di caduta, e l'individuazione si è effettuata per ensomatosi, cioè l'anima è discesa in un corpo particolare. Invece nel pensiero biblico il problema dell'individuazione non esiste, nel senso che le anime individuali sono create appunto individuali e singole: incominciano nel modo più assoluto ad esistere, nella loro singolarità, senza alcuna preesistenza. Gli esseri particolari sono creati e voluti individualmente e singolarmente, per loro stessi. Ogni essere, per quanto infimo sia, è a sé. Nella tradizione ebraica, poiché esiste la distinzione ontologica tra l'essere assoluto increato e noi, esseri molteplici creati, esiste anche una relazione di possibile dialogo e una relazione d'amore che va dal Creatore increato all'essere creato e dall'essere creato al Creatore increato. Così una metafisica dell'amore non è possibile che sulla base di una metafisica della creazione, la quale riconosce la realtà dell'esistenza molteplice degli esseri creati; la considera positiva, voluta per lei stessa. Da tutto ciò derivano delle conseguenze etiche. Secondo induismo e buddhismo, se l'esistenza individuale non è che un'illusione o una disgrazia, da cui è meglio liberarsi al più presto, sforzandosi di evitare il ciclo delle reincarnazioni, allora in fondo l'assassinio dell'uomo concreto e individuale, dell'uomo vivo, non avrebbe molta importanza. Nessuno uccide e nessuno è ucciso. L ebraismo è all opposto. L'esistenza non è un'illusione, né una disgrazia, né il risultato di una caduta, ma una creazione positiva. Di conseguenza uccidere un uomo significa andare contro la creazione, nella direzione opposta alla creazione, ed è proprio questo il male, secondo gli ebrei: la distruzione dell'essere. Per questa ragione uno dei primi comandamenti dell'etica ebraica è di non uccidere. Il rispetto dell'uomo vivo, singolare, concreto, esistente è la base dell'etica biblica. Il corpo è una funzione dell'anima, non è un essere diverso dall'anima. È del tutto normale che il popolo ebreo, composto da contadini, artigiani e pastori, uomini che lavorano la materia concreta e i suoi elementi, non abbia concepito un termine per designare ciò che non esiste, cioè un corpo senz'anima. Essi avevano un termine per designare il principio della vita, nefesh (che viene tradotta in greco psyché e in latino anima), poi un termine per designare il cadavere, ma nessuno per designare il corpo distinto dall'anima. C'è però in ebraico un altro termine, basar, che è stato tradotto in greco sarx e in latino caro (carne). Si badi: non corrisponde a ciò che intendiamo noi per carne. In modo più o meno confuso noi identifichiamo carne con corpo, per noi sono la stessa cosa. Invece per l'ebreo, giustamente, non è così; basar non è affatto il corpo distinto dall'anima. Basar è la totalità umana, la totalità psicofisiologica o psicosomatica. È il biologico e lo psicologico insieme. L'ebraico basar corrisponde quindi a ciò che noi chiamiamo il vivente tutto intero. Il corpo è l apparizione dell anima nello spazio e nel tempo, la densità dell anima. Il corpo non è qualcosa che ho, ma un qualcuno che sono. Ciò che l'ebreo chiama "carne" corrisponde all'uomo o agli uomini. In ebraico le funzioni o le passioni che in una antropologia dualistica vengono attribuite al corpo, sono invece attribuite a nefesh, all'anima: "Acqua fresca all'anima che arde di sete" (Proverbi 25,25); "Se la tua anima avrà voglia 15

16 di mangiare " (Deuteronomio 12,20). Al contrario, le funzioni o le passioni che in un'antropologia dualista sono attribuite ordinariamente all'anima, allo psichismo, nell'antropologia ebraica sono attribuite agli organi del corpo. "Le mie viscere trasalgono di gioia" (Proverbi 23,16); "I miei reni esultano" (Proverbi 23,16). "Anche durante la notte i miei reni mi ammoniscono" (Salmi 16,7). L uomo, in ebraico, è inteso come unità psicosomatica indissolubile. L'antropologia ebraica conosce inoltre una dimensione originale soprannaturale, la quale appartiene alla sfera della divinità ed è radicalmente diversa da qualunque cosa creata. Essa è indicata dal termine ruach, tradotto in greco con pneuma e in latino con spiritus (la parola ruach in ebraico designa tanto lo spirito di Dio quanto lo spirito dell'uomo). Lo spirito, nel linguaggio biblico, è ciò grazie al quale possiamo entrare in relazione con Dio, creatore del mondo e delle anime. L anima e il corpo sono la carne in senso biblico. Il nome "spirito" traduce il termine ebraico ruach che, nel suo senso primario significa "soffio", "aria", "vento". Gli si riconoscono alcune caratteristiche: 1) La funzione creante: «In principio Dio creò il cielo e la terra. Ora la terra era informe e deserta e le tenebre ricoprivano l'abisso e lo Spirito di Dio aleggiava sulle acque» (Gn 1,1). Sul mondo informe si posa «lo Spirito di Dio» e la sua discesa produce il miracolo della creazione: la trasformazione del "caos" in "cosmos", cioè del disordine in ordine. 2) La funzione generante: «Il Signore Dio plasmò l'essere umano con polvere del suolo e soffiò nelle sue narici uno spirito di vita e l'essere umano divenne uno spirito vivente» (Gn 2,7). Sull'essere umano polvere viene soffiato lo spirito di Dio e, in conseguenza di questo soffio, l'essere umano è trasformato in essere vivente: non più essere animale, ma figlio con il quale e al quale Dio parla e affida il dominio sul mondo. 3) La funzione conducente: «Su di lui si poserà lo Spirito del Signore, Spirito di sapienza, di intelligenza, Spirito di consiglio e di fortezza, Spirito di conoscenza e di timore del Signore» (Is 11,2). Lo Spirito di Dio scende su determinate persone (patriarchi, matriarche, giudici, re, profeti, sapienti, ecc.) e, dotandole di poteri particolari, le abilita alla funzione di guida e di maestri interpreti, nel mondo, della volontà di Dio. 4) La funzione rinnovante: «Vi darò un cuore nuovo, metterò dentro di voi uno Spirito nuovo... Porrò il mio Spirito dentro di voi e vi farò vivere secondo i miei statuti e vi farò osservare e mettere in pratica le mie leggi» (Ez 36,27). Entrando nell'essere umano, lo spirito lo rigenera e lo risana metafisicamente, vincendone il peccato e ricostituendolo figlio di Dio nell'alleanza e nell'osservanza della Torah. In realtà, la profezia di Ezechiele è da riferirsi al venturo Regno di Cristo, nel quale il suo spirito rinnova i cuori. L'immortalità dell'anima, nella prospettiva ebraica, non è pacifica. Le cose sono assai più complesse. Se infatti l'anima umana non è divina per natura, non è increata, se cominciò ad esistere venti, trenta, cinquant'anni fa, come possiamo sapere se continuerà ad esistere quando avrà finito d'informare una materia per costituire il corpo che io sono? In tal caso, se l'esistenza è per se stessa un dono, come sapere se continuerà allorché avremo cessato d'informare la materia che costituisce il corpo? In altri termini, se l'anima è creata, essa non è la propria esistenza, riceve perciò la vita. È ontologicamente dipendente. Dunque come potrebbe sopravvivere alla morte? La risposta ebraica è: l'immortalità non è né un diritto, né una proprietà naturale per l'anima; essa è e sarà un dono. I profeti I profeti sono i messaggeri scelti da Dio per riportare la sua parola. Il temine ebraico nabi indica il profeta del Verbo che chiama, su incarico di Jahvé, colui che deve trasmettere il messaggio di Dio al popolo; egli parla agli uomini in vece di Dio. Il dono profetico è una dimostrazione particolare della grazia divina; il profeta è perciò un illuminato dallo spirito di Dio, il che spiega anche la sua posizione di rilievo. Il profeta crea per la comunità sempre una situazione decisionale: alla sua comparsa si deve decidere a favore o contro il verbo di Dio ed assumersi la responsabilità delle possibili conseguenze. I contenuti dell annuncio profetico sono la richiesta del riconoscimento da parte d Israele di un unico Dio, il 16

17 consolidamento dell alleanza fra questo e gli uomini e la protesta contro la dissolutezza dei costumi e l idolatria. Molti profeti hanno visioni apocalittiche di un castigo incombente e si servono di un linguaggio minaccioso, intervengono in situazioni storiche concrete e richiedono un azione immediata della comunità. Anche in questo caso l ebraismo sottolinea la libertà dell uomo: se non avesse la possibilità di decidere a favore o contro la volontà divina, trasmessa dai profeti, la loro posizione in veste di ammonitori ed esortatori al cambiamento sarebbe superflua. Spesso le parole dei profeti sono associate alla storia della salvezza, in quanto formulano promesse quali il sorgere di una nuova era di salvezza (come Isaia e Geremia). Mosè Mosè ha un ruolo preminente nell ebraismo come portatore della legge e come condottiero del popolo d Israele liberato dalla schiavitù dell Egitto. Nessun profeta successivo ha apportato novità a ciò che era già contenuto nella Torah di Mosè. Egli è considerato il grande maestro dell ebraismo, portatore e messaggero dei precetti divini. Mosè è la figura carismatica per eccellenza. Profeta, messaggero, giudice, condottiero, capo del suo popolo nel deserto, liberatore e portatore delle leggi, diede ampia delega al fratello Aronne per quanto riguardava le funzioni di sacerdote e di predicatore. Il titolo ebraico dato a Mosè è in genere rabbejnu ( nostro maestro ). La successiva tradizione ebraica gli conferisce anche tratti da filosofo. Gli viene attribuito anche il divieto ebraico delle immagini. IL CULTO I riti Cinque le tappe fondamentali della vita del fedele: 1. Milah ( Circoncisione ). La circoncisione dei neonati maschi è il rito tramite il quale si entra a far parte dell alleanza che Dio stipulò con Abramo. Viene fatta l ottavo giorno dopo la nascita del bambino, può essere fatta in sinagoga, in ospedale oppure a casa. Durante questo rito il bambino viene portato in braccio dal padrino. La circoncisione è anche un antica norma igienica, che rende più semplice lavarsi. La cerimonia si conclude con un rinfresco con parenti e amici per festeggiare l ingresso del bambino nel patto che Dio ha fatto con Abramo. Alle neonate, invece, viene assegnato semplicemente il nome, generalmente nella sinagoga e solo di sabato. 2. Pidjon ( Consacrazione ). Il primo figlio è consacrato a Dio. Per questo il padre, un mese dopo la nascita, deve riscattarlo versando una somma di denaro, di solito simbolica perché molto piccola, ad un discendente della famiglia dei sacerdoti. Per festeggiare questo avvenimento la famiglia offre poi un pranzo agli invitati. 3. Bar miswa ( Figlio del comandamento ). Si chiama cosi il ragazzo che, compiuti 13 anni (12 per le femmine), è accolto come adulto nella comunità. Da quel momento assume i diritti e i doveri religiosi (tra cui lo studio della Bibbia) e deve osservare i comandamenti. 4. Kiddushin e Nissu im. Ci si fidanza e ci si sposa con un unica cerimonia che si svolge sotto una specie di baldacchino, chiamato chuppa, vale a dire cielo delle nozze, che simboleggia la casa degli sposi. Poi marito e moglie bevono il vino benedetto dal rabbino e rompono un bicchiere di cristallo alla fine del rito (per ricordare la distruzione del tempio di Gerusalemme). Infine si fa festa, si canta e si balla. 5. Aveluth ( Rito funebre ). Il funerale dovrebbe aver luogo il giorno stesso della morte o quello immediatamente successivo (Dt 21,23), usanza oggi parzialmente modificata. A seguito dei ritorno alla terra (Gn 3,19), da cui l uomo proviene, la stretta osservanza non accetta altro che la sepoltura in terra. La salma è rivestita con un abito di lino ed è completamente avvolta in un lenzuolo, poi accompagnata alla sepoltura. Tutti i presenti al rito strappano un pezzo dell abito (oggi generalmente un nastro simbolico) e depositano nel cumulo un sassolino, simboli del dolore che non passa. Poi 17

18 recitano il Kaddish, una preghiera aramaica che invoca la salvezza del defunto. L ebraismo vieta l autopsia per rispetto reverenziale nei confronti del riposo dei morti e della loro integrità; tuttavia questa regola è diventata oggi meno rigida. Oggetti liturgici Tra gli oggetti liturgici e cultuali più importanti nella religione ebraica vi sono: Menoràh: candelabro a sette bracci, simbolo ebraico, presente in tutte le residenze degli ebrei e in tutte le sinagoghe. Mezzuzzà: piccolo contenitore dello Shemà (preghiera fondamentale dell ebraismo, da recitare ogni giorno al mattino e alla sera), affisso agli stipiti della propria casa. Tefillìm: conosciuti come filattèri, sono le cinghie di cuoio indossate sulle mani e intorno alla fronte, legate a piccole scatole nere contenenti preghiere. Kippà o Yarmùlke: il copricapo indossato obbligatoriamente in sinagoga dagli ebrei maschi. Tallìt: scialle da preghiera in tessuto bianco con fasce blu. Maghèn Davìd ("scudo di Davide"): è la stella a sei punte presente nella bandiera dello Stato di Israele insieme alle fasce blu del tallìt, simbolo dell ebraismo. Hannukkià: candelabro a nove bracci, utilizzato per accendere le candele durante la celebrazione della festa di Chanukka. I comandamenti Gli ebrei sono tenuti all osservanza dei 10 comandamenti: 1) Non avrai altro Dio all infuori di me 2) Non ti costruirai degli idoli, non ti prostrerai davanti a loro e non li adorerai 3) Non nominerai il nome del Signore Dio tuo invano 4) Ricordati di santificare il sabato 5) Onora tuo padre e tua madre 6) Non uccidere 7) Non commettere adulterio 8) Non rubare 9) Non mentire 10) Non desiderare la casa del tuo prossimo. Non desiderare la moglie del tuo prossimo, o il suo domestico o la sua domestica, il suo bue o il suo asino, o tutto quello che appartiene al tuo prossimo. Oltre ai 10 comandamenti, la Torah comprende altri 613 comandi, norme e leggi che regolano la vita quotidiana degli ebrei. Alcune di esse riguardano l onestà, o la generosità con i poveri, o ancora la salute e la pulizia. Altre riguardano le abitudini alimentari. Gli ebrei non mangiano certi cibi, quelli che derivano dal maiale, dal coniglio e dai crostacei, e preparano il loro cibo secondo quello che è scritto nella Bibbia. La preghiera Per l'israelita è molto importante la pratica religiosa all'interno della vita quotidiana. Essere israelita significa vivere diversamente da tutti gli altri popoli, poiché Dio ha scelto quel popolo e ha stretto un alleanza con lui. L'ebreo perciò pensa di essere sempre alla presenza di Dio. Per questo i maschi portono sul capo la kippah, che serve per proteggerli dal troppo sacro e dev'essere indossata appena si scende dal letto. Lo stesso senso ha il tallit, il mantello della preghiera (con quattro frange annodate ai quattro angoli) che ogni ebreo maschio si pone sul capo quando prega in sinagoga. Durante la preghiera si avvolge la fronte, il braccio sinistro (che è il braccio che conduce al cuore), la mano e alcune dita, con i filatteri o tefillim. I filatteri sono scatolette quadrate contenenti pergamene con passi delle Scritture. L'uso di indossarli deriva dall'interpretazione rabbinica di quattro passi scritturali (Esodo 13,1 10; 11 16; Deuteronomio 6, 4 9; 11, 13 21) in cui il Signore dice a Israele di legarsi le sue parole "alla mano come un segno" e "come un pendaglio tra gli occhi"; questo è inteso come ordine in senso letterale e i quattro passi sono scritti nella pergamena contenuta nelle scatole. I tefillim sono inutili in giorno di sabato e durante le festività. 18

19 L'ebreo è tenuto a pregare tre volte al giorno: al mattino, a mezzogiorno e alla sera. La preghiera può essere fatta in casa, può essere personale o familiare, mentre la preghiera in sinagoga è preghiera comunitaria. La giornata del pio israelita inizia con questa preghiera: "Ti ringrazio, Re vivente ed esistente, che mi hai restituito l'anima in segno di misericordia, perché grande è la tua fiducia". La preghiera del mattino poi comprende brani tratti dalla Torah, dai Profeti, del Talmud ecc. Le donne non sono tenute alla preghiera perché hanno la grande responsabilità di essere custodi della casa. La preghiera è un comandamento e perciò, quando non vi si adempie, l'israelita si sente in mancanza grave. Le altre due preghiere (pomeriggio e sera) vengono generalmente recitate insieme, verso il crepuscolo, e s'indossa il tallit. Prima di coricarsi l'israelita recita lo Shemà Israel. La sinagoga Il luogo di culto per gli ebrei è la sinagoga. Non è un semplice tempio, ma è luogo di culto, di studio e di servizio sociale. E la casa dell intera comunità e tra le sue mura si riuniscono tutti i fedeli nei momenti di gioia ma anche in quelli di dolore. Nella sinagoga non esistono raffigurazioni di Dio, vietate dalla religione ebraica. Vi è soltanto l arca santa e davanti una lampada che arde giorno e notte. Ogni ebreo dovrebbe recarsi nel tempio nei tre momenti della giornata riservati alla preghiera. Questa infatti viene recitata preferibilmente in gruppo, per sottolineare il carattere collettivo della devozione religiosa. Non esiste una figura paragonabile al sacerdote della messa cattolica. A guidare la preghiera è l'officiante. A volte è scelto tra i membri della comunità che, a turno, si occupano di questa attività. Per il culto si richiede la presenza di un minjan, cioè di un gruppo di dieci ebrei maschi adulti. Al centro dell'edificio c è l'almamar, il tavolo della lettura che ricorda l'altare del tempio. Tra i simboli più importanti dell'arredo l' arca santa : un vano ricavato nella parete dell'edificio. Qui sono custoditi i rotoli della Torah le cui estremità vengono fissate su stecche di legno. Davanti all'arca arde giorno e notte la lampada perpetua, per ricordare che in questo luogo sacro la luce non si deve mai spegnere. La Torah è scritta a mano su rotoli di pergamena avvolti in drappi di stoffe preziose ricamate e decorate con finissimi ornamenti. Nella sinagoga uomini e donne occupano spazi separati. LA VITA EBRAICA Le feste ebraiche Le feste ebraiche si svolgono al ritmo delle stagioni, specialmente in primavera e in autunno. Hanno un carattere storico, agricolo e religioso. Le più importanti sono quelle di origine biblica. La festa è il tempo durante il quale l ebreo ricorda con gioia tutto ciò che Dio ha fatto per il suo popolo. Rosh ha Shana ( Capodanno ): cade in autunno e ricorda la creazione e il giudizio di Dio sul mondo. Nella sinagoga, ove per l'occasione prevale il colore bianco, si suona un corno di montone (shofar), a ricordo del sacrificio di Isacco, che per gli ebrei è il massimo segno umano di dedizione alla divinità. E' usanza mangiare mele immerse nel miele e augurare un felice anno nuovo agli altri. I dieci giorni successivi vengono dedicati al silenzio, alla riflessione sul proprio passato e quindi al pentimento, fino al momento dello Yom Kippur. Yom Kippur ( Giorno dell espiazione ): è il giorno più sacro del calendario ebraico, in cui si celebra il perdono di Dio per il peccato del vitello d'oro. Coperto di una veste bianca, il fedele passa tutto il giorno nella sinagoga a confessare i propri peccati e a chiedere d'essere liberato dagli impegni o dai voti non rispettati l'anno precedente: normalmente resta a digiuno per almeno 25 ore. A volte, in quest'occasione, anche i meno praticanti si ritrovano in sinagoga. Sukkoth ( Festa dei tabernacoli ): ha inizio pochi giorni dopo lo Yom Kippur e dura sette giorni. Si chiama anche Festa delle capanne o Festa delle tende e si celebra in autunno. All inizio si offrivano a Dio i prodotti del suolo, era cioè una festa del raccolto, e c era l usanza di costruire capanne o ripari di 19

20 foglie in cui abitare per sette giorni. Si ricorda, infatti, la lunga marcia degli ebrei nel deserto, prima di arrivare nella Terra promessa, quando vivevano sotto le tende, oggi ricostruite, in ricordo, sui balconi delle case o nei cortili. Pesach ( Pasqua ): all origine era una festa della primavera (dall ebraico passach: saltare, agnelli che saltellano attorno). Si celebra tra marzo e aprile, nel plenilunio di primavera a ricordo della liberazione dalla schiavitù egiziana. Sulla tavola viene preparato un vassoio con tre pani azzimi, una zampa di agnello in ricordo del sacrificio pasquale, un uovo sodo, segno di vita nuova, erbe amare intinte nell'aceto, in memoria della vita di stenti sotto il faraone, la marmellata di frutta (charoset), che ricorda la paglia mescolata all'argilla per fare i mattoni. La cerimonia, che ha pure un valore didattico, in quanto i genitori rispondono alle domande rituali dei bambini sul significato di queste pietanze, incomincia con la benedizione del vino e si chiude con la recitazione di alcuni Salmi. E' tradizione lasciare un posto vuoto a tavola, la porta aperta e mettere da parte un bicchiere di vino per il profeta Elia, di cui si attende il ritorno in qualità di precursore del Messia. Hannukah ( Festa delle luci o Dedicazione ). Viene celebrata a dicembre, per ricordare sia della vittoria di Giuda Maccabeo sui siriani che la conseguente purificazione del Tempio di Gerusalemme nel 164 a.c. Si chiama Festa delle luci, perché in quell episodio la lampada posta nel tempio fece luce per otto giorni anche se l olio era pochissimo. Nella casa degli ebrei ogni sera si accende una candela su un candelabro con otto bracci. Tutti i bambini per l occasione ricevono dei regali. Purim ( Sorte ): cade in febbraio marzo e commemora il trionfo di Ester e Mardocheo su Aman. In sinagoga si legge il libro di Ester e ogni volta che ricorre il nome di Aman i ragazzi fanno rumore o giocano. Per i travestimenti usati la festa assomiglia al nostro carnevale. Vi si scambiano doni e si fanno elemosine ai poveri. Shavuot ( Pentecoste ). Si celebra 50 giorni dopo Pasqua. E la festa in cui si offrono a Dio le primizie del raccolto, si celebra la vita e si ricorda l alleanza di Dio con Mosè sul Sinai. Il sabato Il sabato è il giorno settimanale di festa per gli ebrei (in ebraico shabbat = cessare il lavoro, riposare). Gli ebrei riposano il sabato perché Dio, dopo il suo lavoro di creazione del mondo, ha riposato e ha santificato questo giorno, in pratica lo ha consacrato a Se stesso, nel senso che durante il sabato gli ebrei devono dedicare il loro tempo a Dio, con la preghiera e la lettura della Bibbia. Il venerdì sera, al tramonto, una tromba emette brevi segnali per indicare l inizio della festa. Tutte le famiglie si preparano a celebrare il giorno del Signore. La sera del venerdì si accendono le luci della festa e si mangia tutti insieme. Sulla tavola si possono trovare zuppa di legumi, pesce, formaggio, uova, pane e frutta. Si benedicono il vino e i pani rituali, che simboleggiano la manna del deserto Il capofamiglia benedice il sabato e durante il pasto si canta e vengono recitate delle preghiere. Inoltre si leggono parti della Bibbia che saranno lette e spiegate dal rabbino il giorno dopo nella sinagoga. Il sabato la famiglia va nella sinagoga ad ascoltare la Parola di Dio e poi trascorre tutta la giornata riunita, senza lavorare, viaggiare, cucinare; non si può neppure trasportare qualcosa o attivare circuiti elettrici. Verso sera, quando nel cielo compaiono le prime tre stelle, la famiglia celebra la fine del sabato chiedendo a Dio di benedire il lavoro della nuova settimana. Casa, abbigliamento e leggi sul cibo La casa ebraica prevede nel montante destro della porta d ingresso un piccolo contenitore con rotolini di pergamena, la mesusa, su cui è riportata l espressione Ascolta, Israele (Dt 6, 4 9 e 11, 13 21: questi due passi contengono il precetto Mitzvà: «E le scriverai sugli stipiti della tua casa e sulle porte della tua città»). La mesusa simboleggia la santità del focolare ebraico. Ricorda solennemente a chi entra e a chi esce che è una casa ebraica, che segue gli ideali enunciati nei passi delle Sacre Scritture riportati nella mesusa. Simboleggia pure la protezione divina sulla casa e sui suoi abitanti. Già all'entrata, essa ricorda alla famiglia ed ai visitatori: questa casa è un santuario dedicato all'onnipotente. L abbigliamento che viene adottato prevalentemente dagli ebrei strettamente ortodossi è costituito da un 20

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