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1 Documenti Jean Leclercq Liturgia 1 sommario: 1. Introduzione. 2. Liturgia e scienza liturgica. 3. Liturgia e storia. 4. Liturgia e teologia. 5. Liturgia e scienze umane. 6. Liturgia e linguistica. 7. Liturgia e missionologia. 8. Liturgia ed ecumenismo. 9. Liturgia e incontro delle religioni. 10. Liturgia e politica. 11. Liturgia e arte. 12. Liturgia e musica. 13. Secolarizzazione e celebrazione. Bibliografia. 1. Introduzione Nella storia della liturgia cristiana il XX secolo figurerà senza dubbio, e anzi già figura, come il più importante dopo il I: allora, infatti, la liturgia cominciò a esistere; nel nostro, invece, si trasforma in modo assai più profondo di quanto non abbia mai fatto nel passato, pur conservando i suoi caratteri essenziali e costitutivi. Come indica il termine stesso (derivato da una parola greca), la liturgia è un servizio' che la Chiesa rende a Dio sotto forma di culto; in un'epoca in cui la Chiesa e la società umana nella sua globalità sono soggette a mutamenti che non trovano precedenti nell'era in cui viviamo, anche se il mistero cristiano e la natura umana non hanno subito modifiche radicali, è naturale che la concezione e l'espressione di un culto, immutato nella sua essenza, assumano forme sino a quel momento sconosciute. Ne scaturisce una serie di problemi non soltanto nuovi, e numerosi, ma tra loro connessi: ormai ogni discorso sulla liturgia deve necessariamente richiamarsi a diverse discipline. Esse saranno dunque qui interrogate, una dopo l'altra, in merito ai problemi che la liturgia pone, oggi e per il futuro. 2. Liturgia e scienza liturgica Da quando la liturgia viene studiata con metodo scientifico, cioè soprattutto a partire dal sec. XVII, essa è stata essenzialmente oggetto di ricerche storiche. Così è stato fino agli 1 Voce enciclopedica in Enciclopedia del Novecento, Treccani (1978) 1

2 anni trenta. E indicativo che la più ampia enciclopedia allora pubblicata sull'argomento portasse il titolo Dictionnaire d'archéologie chrétienne et de liturgie: il concetto di liturgia era collegato a quello di passato. M. Audrieu, uno dei più eminenti eruditi in questa materia, evitava qualsiasi considerazione di carattere dottrinale; successivamente, sotto l'influenza di autori come A. Baumstark, studioso di liturgia comparata', e come R. Guardini, L. Bouyer, J. Daniélou o, fra gli anglicani, G. Dix, la scienza liturgica allargò il suo orizzonte fino a includervi tutto quello che, nella vita della Chiesa, ha rapporto con il culto: predicazione, pratica della vita cristiana, attività pastorale e, soprattutto, teologia della Chiesa stessa e dei misteri che essa celebra, in particolare l'eucaristia, gli altri sacramenti, e le feste. Tale disciplina è ormai costituita e viene largamente studiata. Essa assolve ora una funzione nella vita della Chiesa, svolge un ruolo nell'evoluzione stessa della liturgia. E tale funzione consiste nel formulare un giudizio critico su quel che la liturgia è, in una data epoca, e sul suo divenire. L'esercizio di questa funzione critica ha preparato la riforma attuata dal Concilio Vaticano II, che ne ha riconosciuto la legittimità: i liturgisti hanno posto in evidenza ciò che vi era di inadeguato nella precedente pratica del culto, hanno indicato le vie del rinnovamento; l'autorità ha fatto ricorso alla loro competenza. Essi, di concerto sia con la gerarchia ecclesiastica sia con il popolo cristiano, devono continuare a formulare giudizi su quel che viene realizzato al fine di migliorarlo incessantemente. Per essere in grado di assolvere il loro compito, essi debbono ricorrere in primo luogo alla teologia, che offre loro sicuri criteri di interpretazione; in secondo luogo alla storia che consente loro di collocare l'odierno indirizzo riformatore in rapporto alla tradizione; poi alla esegesi del Vecchio e del Nuovo Testamento e alla patristica, poiché il culto attinge largamente da queste fonti cristiane', cioè la Bibbia e le opere dei Padri della Chiesa. Ma debbono anche richiamarsi a scienze la cui applicazione in questo campo è nuova: in particolare alla psicologia, alla sociologia e alla fenomenologia. Quest'ultima descrive l'essere dell'uomo nella sua concreta situazione storica, nel suo Dasein, come si dice in tedesco; cerca di trovargli un senso, un orientamento in base alle sue aspirazioni più profonde, a un livello in cui si colloca l'esperienza del sacro: il problema dei rapporti fra il profano e il sacro sottenderà tutto quello che d'ora in poi verrà detto a proposito della liturgia nel nostro secolo. 3. Liturgia e storia Allo studio di ciò che la liturgia è stata nel passato si è sempre lasciato, nella riflessione avente per oggetto il culto cristiano, un posto di primaria importanza (importanza che 2

3 talvolta fu anche eccessiva, nella misura in cui fu esclusiva, o quasi): la storia, in questo settore, ha fornito materia a innumerevoli studi di carattere generale e a numerosi lavori di tipo monografico. E qui necessario ricordare almeno brevemente un capitolo di questa lunga storia, perché esso chiarisce il modo in cui si pongono oggi i problemi di teologia della liturgia: è il capitolo che riguarda il sec. XX sin dai suoi inizi. Durante il Medioevo, il culto cristiano aveva assunto la forma di una liturgia clericale', nel senso che solo, o quasi, un'élite culturale, composta di chierici e monaci, era in grado di comprenderne il significato ed esercitava un ruolo nella sua evoluzione. I protestanti del sec. XVI avevano criticato questo stato di cose. La riforma cattolica, alla quale rimane legato il nome di san Pio V, aveva portato soprattutto a fissare e uniformare testi e riti che subivano continue variazioni a seconda dei tempi e dei paesi, senza tuttavia contribuire in misura notevole a un effettivo inserimento della pratica liturgica nella vita quotidiana del popolo cristiano: alcune devozioni' si erano quindi sviluppate al di fuori della liturgia. Nel sec. XIX dom Guéranger, abate del monastero benedettino di Solesmes, in Francia, dal 1837 al 1875, ebbe il merito di porre in evidenza con le sue opere il posto centrale che spettava al culto nella vita della Chiesa; ciò facendo egli si era prefisso di restaurare un passato, d'altronde ancora poco conosciuto, e di vedere nella liturgia di Roma l'unico modello di manifestazione della vita cultuale. Questo religioso e altri aprirono la via all'opera di san Pio X, che, in un famoso Motu proprio del 22 novembre 1903, dichiarò che la partecipazione attiva dei fedeli ai misteri cristiani" era la fonte primaria e indispensabile dello spirito cristiano". Sei anni dopo, un benedettino belga, dom L. Beaudouin, dichiarava: Bisognerebbe democratizzare la liturgia". Egli stesso e altri, in particolare I. Herwegen, dal 1913 abate di Maria Laach, I. Schuster, abate di San Paolo fuori le Mura, poi P. Parsh in Austria, O. Casel in Germania, realizzarono e promossero nella prima metà del sec. XX un vasto sforzo di ricerca in tre settori: quello della conoscenza storica, quello della riflessione teologica, e quello del contributo che la celebrazione del culto apporta alla funzione pastorale che la Chiesa esercita nei confronti dei fedeli. Nel 1943, su iniziativa del domenicano P. Duployé, veniva fondato in Francia un Centre de Pastorale Liturgique. Quello che allora si chiamava movimento liturgico' si andava intensificando e sviluppando in Spagna, in Italia, negli Stati Uniti, in Brasile e in molti altri paesi. Innumerevoli pubblicazioni, di carattere erudito o divulgativo, facevano conoscere i risultati di tutti questi lavori, i problemi e le soluzioni che si cercava di dare. Nel 1956 ebbe luogo ad Assisi il primo Congresso internazionale di pastorale liturgica. Già da parecchi anni la Santa Sede aveva cominciato a modificare talune pratiche desuete, rinnovando, per 3

4 esempio, la veglia pasquale. Gli studi eruditi del gesuita J.A. Jungmann, del benedettino B. Capelle e di altri, hanno fornito una guida illuminante su questo tema. Un'opera pubblicata per la prima volta in francese nel 1961, e da allora continuamente ristampata e tradotta in altre lingue, ha costituito una summa di questa scienza storica della liturgia. Il titolo dell'opera è L'Église en priére. Introduction à la liturgie. E stata redatta da un gruppo di eminenti studiosi, diretti da A. G. Martimort che doveva svolgere un ruolo fondamentale nella redazione della Costituzione del Concilio Vaticano II sul rinnovamento della liturgia. La convergenza di tutti questi sforzi portò, infatti, alla stesura di questo testo, promulgato nel Successivamente un comitato esecutivo, denominato Concilium, ricevette dalla Santa Sede l'incarico di preparare nuovi testi per tutte le manifestazioni della vita cultuale; in una decina d'anni l'opera è stata quasi interamente portata a termine. All'inizio degli anni settanta si potè cominciare ad apprezzarne gli aspetti positivi e i limiti. Il Concilio aveva riconosciuto la legittimità di riti diversi, l'esigenza di un certo decentramento, la necessità di una concezione teologica fondata sulla Scrittura e sulla tradizione. In realtà taluni lamentano che la parte affidata alle sperimentazioni' non abbia avuto spazio e tempo sufficienti. Come in tutti i periodi di transizione, i progressisti' si oppongono ai conservatori'. Ma la ricerca prosegue, e l'opera immensa già realizzata, nonostante le notevoli difficoltà, permette di discernere in quale direzione proseguirà l'evoluzione. 4. Liturgia e teologia Durante il sec. XX nell'elaborazione di una teologia della liturgia hanno fatto epoca tre opere che si sono sviluppate secondo una medesima direzione pur completandosi e perfezionandosi a vicenda. La prima fu quella del benedettino tedesco O. Casel, morto nel Egli pose l'accento sul fatto che il culto è un' azione' che rende presente' un mistero': un evento che ha realizzato la salvezza viene attualizzato in un rito; il culto cristiano è partecipe della storia della salvezza nel senso che la continua e rende la salvezza stessa realmente presente là dove il culto viene celebrato. Questi concetti fondamentali furono ulteriormente sviluppati e suffragati con argomentazioni di carattere filologico e dottrinale che diedero adito a discussioni. Ma, saldamente fondati sulla tradizione patristica, a poco a poco si imposero. Sta di fatto che se ne ritrova l'essenza nell'opera liturgica di Pio XII, e in modo particolare nella sua enciclica Mediator Dei, pubblicata nel Questo documento costituiva la prima sintesi dottrinale presentata dal magistero romano in merito alla liturgia. Malgrado le imperfezioni, che non si è mancato di rilevare, sul piano dell'informazione e sulla riflessione che ne derivava, esso impose all'attenzione il fatto che il culto deve essere 4

5 studiato da un punto di vista non giuridico o estetico, ma teologico. Esso dava questa definizione: La liturgia è il culto pubblico che il nostro Redentore, capo della Chiesa, rende al Padre Celeste, e che la comunità dei fedeli rende al suo fondatore, e, per suo tramite, al Padre". La liturgia viene presentata come la continuazione ininterrotta' del culto che Cristo ha reso al Padre durante la sua vita terrena: per mezzo della liturgia la Chiesa, comunità che ha per fine primo il culto, rende Cristo presente' fra gli uomini nei suoi misteri'. Nell'enciclica, così come nelle opere di Casel, viene posto l'accento sull' azione' cultuale nella quale il Corpo partecipa a questa salvezza realizzata dal Capo. Tuttavia, Pio XII insiste, in modo da molti ritenuto eccessivo, sul ruolo dei sacerdoti, degli altri ministri e dei religiosi deputati a questa funzione, che esercitano il culto in nome della Chiesa". L'ulteriore progresso da realizzare era quello di mostrare che tutti i membri del popolo di Dio partecipano in egual misura, anche se in maniera diversa, alla celebrazione del mistero liturgico. Doveva esser questo uno dei principali apporti del Concilio Vaticano II. Successivamente alla Mediator Dei, Pio XII promulgò alcuni altri documenti che diedero l'avvio alla riforma della liturgia romana in una prospettiva pastorale. Ma si dovette attendere il Concilio perché fosse intrapreso un rinnovamento coraggioso, prendendo le mosse da una teologia fondata ancora sul concetto, tradizionale ma approfondito, della presenza del Cristo operante'. Fin dalle prime pagine della Costituzione Sacrosanctum Concilium (SC) l'atto di culto è presentato come il momento della storia della salvezza" in cui viene attualizzata l'opera della nostra redenzione, in modo tale che attraverso essa il mistero di Cristo e la stessa autentica natura della Chiesa si esprimano nella vita e si manifestino agli altri" (SC2). La parte successiva del documento non fa altro che sviluppare questa definizione e trarne le conseguenze. In quanto azione di Dio fra gli uomini, la liturgia è un annunzio profetico dell'amore eterno che si comunica nella salvezza; costituisce anzi il momento ultimo, definitivo e, in tal senso, escatologico, di questa storia: insegna il senso di quel che fu predisposto sotto l'antica Alleanza e che si è compiuto nel Cristo, di quel che viene continuato nella Chiesa e si concluderà nella gloria del Regno. Essa realizza la santificazione degli uomini attraverso un insieme di segni e in virtù della proclamazione della parola di Dio. Per questo comporta essenzialmente letture tratte dalla Bibbia, il cui scopo non è solo quello di istruire i fedeli, ma di rendere presenti in mezzo a loro i misteri di cui quei testi parlano. Per lo stesso motivo l'omelia viene rivalorizzata come inerente al mistero eucaristico, come elemento necessario dell'azione liturgica, e deve consistere nel commento dei passi della Scrittura letti di volta in volta ai fedeli. In primo luogo è necessario che il testo venga 5

6 compreso: la sostituzione delle lingue viventi al latino è nella logica di questa riforma, e ha suscitato una nutrita corrente di riflessioni teologiche sul ruolo della predicazione e sul modo in cui deve essere tenuta. Dato che la redenzione è l'elemento centrale della salvezza, quindi della liturgia, al mistero pasquale viene nuovamente dato risalto, e il calendario deve essere modificato allo scopo di far meglio comprendere che tutto il ciclo della storia umana e dell'anno cristiano porta alla Pasqua e da questa è illuminato. Questo vale anche per tutti i testi che esplicitano il contenuto dei riti e dei sacramenti. E a questa manifestazione di amore proveniente da Dio deve corrispondere l'amore dell'uomo che, liberamente, accetta di credere al mistero, vi partecipa attivamente, consente che tutta la sua esistenza ne sia pervasa. La grande innovazione della costituzione conciliare è consistita in un ritorno all'ecclesiologia della tradizione antica ponendo in luce che l'azione liturgica non è soltanto opera di sacerdoti, di ministri o di persone delegate a tale compito in nome degli altri cristiani: Le celebrazioni liturgiche non sono azioni private, ma celebrazioni della Chiesa, che è sacramento di unità, cioè popolo santo radunato e ordinato sotto la guida dei vescovi. Perciò tali azioni appartengono all'intero corpo della Chiesa, lo manifestano e lo implicano; tutti i membri vi sono impegnati in diverso modo, secondo le diversità del loro stato, delle loro funzioni e della loro attiva partecipazione" (SC26). In realtà il sacerdozio comune dei fedeli e il sacerdozio ministeriale o gerarchico, quantunque differiscano, sono tuttavia ordinati l'uno all'altro, poiché entrambi, ognuno a suo modo, partecipano dell'unico sacerdozio di Cristo" (Costituzione Lumen Gentium sulla Chiesa, n. 10). Tutta l'ecclesiologia che era implicita nella Costituzione sulla liturgia, la prima promulgata dal Concilio, venne sviluppata dalla Costituzione dogmatica sulla Chiesa; la riforma globale della liturgia, che fece seguito al Concilio, ne costituì la realizzazione concreta. Non si è ancora finito di trarne tutte le conseguenze di ordine pratico e dottrinale: il Vaticano II ha provocato un profondo rinnovamento della teologia della liturgia. 5. Liturgia e scienze umane Una fra le conquiste della teologia della liturgia durante il XX secolo, conquista che fu anche sancita dal Concilio Vaticano II, è stata la rivalutazione del fatto che il popolo di Dio deve partecipare attivamente alla celebrazione del culto. Ammesso questo principio, è compito delle scienze umane studiare come potrà esser tradotto in pratica: l'autorità, che aveva il potere di ribadirne la validità, non può imporne le applicazioni concrete senza tener conto dei criteri oggettivi che possono essere forniti dalle discipline che studiano il comportamento umano. Questo in particolare è compito della psicologia che cerca di far 6

7 conoscere l'uomo fin nei suoi strati psichici più profondi, e della sociologia che analizza i comportamenti collettivi: e ciò in quanto la celebrazione impegna totalmente l'individuo ed è anche un'attività di gruppo. Prima degli anni settanta, il problema dei rapporti tra psicologia e sociologia da un lato e liturgia dall'altro non era stato affrontato che raramente, anche se dal 1936 al 1938 era uscita negli Stati Uniti una rivista dal titolo 'Liturgy and sociology". Oggi tale problema costituisce oggetto di indagini dalle quali si possono ragionevolmente attendere molti risultati interessanti. La principale difficoltà consiste nel fatto che la liturgia coinvolge elementi di natura diversa: si tratta di stabilire dei rapporti con Dio e al tempo stesso con gli uomini; di celebrare un mistero ricevuto per via di rivelazione e comunicazione divine, e che un'istituzione, la Chiesa, deve trasmettere fedelmente, e tale celebrazione ha luogo in una comunità di esseri umani, tra i quali crea una forma di comunione religiosa e spirituale di ordine interamente diverso da quello dei normali rapporti che gli uomini possono intrattenere tra loro. Questa realtà si compie nel tempo e nello spazio pur trascendendoli; viene ricevuta attraverso una tradizione che si sviluppa nel corso della storia e che, tuttavia, non è unicamente il prodotto di una crescita dell'umanità. Vi è continuità del contenuto essenziale, ma anche evoluzione di forme esteriori che possono giungere non soltanto a non manifestare più il mistero, ma addirittura a nasconderlo agli occhi degli uomini, anche se credenti. Quel che era destinato a tutto il popolo dei fedeli può sia degradarsi fino a divenire null'altro che una manifestazione folcloristica più vicina alla superstizione e alla magia che a un culto autentico, sia limitarsi a soddisfare le aspirazioni dottrinali e intellettuali o le forme estetiche di una sorta di aristocrazia. Spetta dunque a una corretta applicazione dei metodi psicosociali stabilire come si possa celebrare il mistero cristiano in ciascun insieme di gruppi umani, conformemente al loro tipo di cultura. A questo riguardo, in molte parti del mondo d'oggi bisogna tener conto di parecchi elementi nuovi rispetto a tutti i secoli precedenti. La popolazione tende a concentrarsi nelle città; come assicurare contatti religiosi tra i singoli, in questa nostra vita di massa, in questa nostra società industriale? Contro la civiltà tecnocratica, generatrice di immensi complessi ove le macchine, soprattutto elettriche ed elettroniche, assolvono tante funzioni, si viene affermando una reazione che favorisce la formazione di gruppi primari', cioè ristretti, che non coincidono più necessariamente con quelli che costituivano, per esempio, la famiglia, la piccola parrocchia, la corporazione locale di coloro che esercitavano la medesima professione. Si realizza un livellamento sociale, mentre al tempo stesso si introducono nuove differenze, dovute più alla specializzazione delle occupazioni che 7

8 all'ineguaglianza delle condizioni. Come conciliare, nelle riunioni liturgiche che si svolgono in tali circostanze, l'anonimato di molti cristiani nei confronti della maggior parte degli altri con le comunicazioni interpersonali nelle quali si esprime la comunione in uno stesso mistero? Nuove rappresentazioni collettive della società non potranno mancare di esercitare un'influenza sulle comunità riunite in preghiera. I mezzi di comunicazione di massa possono offrire un valido contributo in questo campo. Inoltre la mentalità tecnica determina l'adozione di certi simboli, e di conseguenza la costituzione di certi riti. Il ruolo del ministro del culto ne risulta modificato. Già le messe di gruppo' o messe di comunità', così come altre assemblee ristrette dello stesso tipo, segnano un progresso nella ricerca di questo accordo tra psicologia di gruppo e celebrazione di gruppo. Altri esempi sono le messe dei ragazzi', le cerimonie riservate a una famiglia o a un gruppo di famiglie. Molti pensano che finora il modo in cui viene diretta e controllata l'applicazione dei principi enunciati dal Concilio Vaticano II non abbia ancora concesso alle indagini e agli esperimenti una sufficiente libertà, tale da consentire una riforma, adeguata ai bisogni del nostro tempo, e un autentico rinnovamento. Si devono intensificare gli sforzi in vista di un sano pluralismo, che non arrechi alcun pregiudizio all'unità della Chiesa, di una maggiore responsabilità lasciata alle comunità e ai loro pastori, di una maggiore armonia tra la vita reale e il culto che la santifica. 6. Liturgia e linguistica Lo studio della funzione del linguaggio nella liturgia è un nuovo settore aperto alla ricerca dai progressi della scienza liturgica e della linguistica. Quest'ultima, essendo una disciplina di formazione indubbiamente più recente della prima, ancora non offre risultati definitivi, tanto più che i suoi cultori l'affrontano secondo metodologie diverse e talvolta tra loro divergenti. Comunque è stata a poco a poco riconosciuta la necessità che i liturgisti la conoscano e ne utilizzino i risultati, anche se provvisori, e questo incontro tra le due discipline consente di formulare più chiaramente taluni quesiti, e di tentare, per darvi una risposta, degli esperimenti orientati utilmente allo scopo. Che cosa dicono' all'uomo d'oggi, cioè cosa significano' realmente per lui la Bibbia e i testi tradizionali nei quali si è espressa la fede cristiana? E pertanto quale uso se ne può fare nel culto, che celebra i misteri di cui parlano queste opere, in particolare in quest'epoca di ecumenismo, in cui chiese diverse si sforzano di capirsi per trasmettere un medesimo messaggio? La prima distinzione che bisogna fare in questo campo è tra lingua' e linguaggio': lingua' si riferisce all'impiego delle parole, linguaggio' ha un significato assai più ampio, comprendendo, oltre alla lingua parlata, il rituale, gli atti e i simboli che esprimono 8

9 l'esperienza umana nella sua globalità. L'analisi linguistica dell'una e dell'altra di queste due realtà mette in luce che sia la lingua che il linguaggio devono essere chiari e non ambigui, e al tempo stesso devono ammettere una certa elasticità che permetta loro di passare da una realtà all'altra, o di tradurre diversi aspetti apparentemente contraddittori di un medesimo dato complesso: così Dio è al tempo stesso trascendente e immanente, impassibile e amoroso, ineffabile e purtuttavia oggetto della parola umana. Ora nella liturgia, a prescindere dalla teologia o da altri settori dell'attività religiosa, il linguaggio deve essere concreto e non astratto, perché deve scaturire dall'esperienza vissuta dalle comunità, rispondere alle esigenze e possibilità dell'esperienza stessa: deve tradurre un' esperienza totale', non di individui ma di collettività raccolte in assemblee di preghiera. Inoltre, esso deve conservare integralmente la rivelazione trasmessa da Dio agli autori antichi, e tuttavia in modo che sia compreso dagli uomini di oggi, che vivono in culture diversificate, le quali hanno però in comune la caratteristica di essere assai lontane da quelle di un tempo. In una stessa società esso deve poter essere significante' sia per i fedeli abituati alle nuove forme delle scienze, delle tecniche, dell'economia, della politica, sia per i lavoratori dediti all'agricoltura o ad altre attività, che vi sono meno preparati. Pur essendo esatto, conforme ai dati della fede, il linguaggio liturgico deve evitare di essere teorico o speculativo, come può esserlo quello degli specialisti in teologia. Al fine di esprimere la partecipazione di una comunità a un mistero, esso deve far ricorso non soltanto a un vocabolario', ma anche a modi di espressione diversi dalle parole: a gesti, a segni, a canti, a simboli di vario tipo. Deve scaturire da quel che oggi si chiama una situazione di scambio' e offrire ad essa il suo contributo: ora questa situazione è sempre specifica, e circoscritta a un gruppo; ma nel culto cristiano questo gruppo partecipa a un mistero universale, è in intima e reale comunione con tutti coloro che egualmente vi partecipano. Il linguaggio liturgico può essere un misto di paradosso e di poesia corrispondente alle diverse esigenze che deve conciliare. Ma non può mai fare astrazione dal discorso o dal dialogo che intercorre tra Dio e degli esseri umani e da quello che intercorre tra questi ultimi. E poiché ciascuno è un essere di questo mondo', il suo modo di parlare a Dio e di Dio deve al tempo stesso rapportarsi al suo essere unico, al mondo di cui fa parte, e a Dio verso cui si impegna con tutto se stesso. I partecipanti non sono spettatori, ma attori; bisogna che vi sia tra loro un'autentica comunicazione', il che presuppone un condividere' la cui espressione sia accessibile a tutti coloro fra i quali esso si instaura. Bisogna che la partecipazione di tutti a una medesima esistenza totale' creata dallo Spirito di Gesù Cristo risorto traspaia dal loro discorso', e di conseguenza dal loro linguaggio'. 9

10 Bisogna che la Rivelazione abbia un significato per ogni comunità raccolta in un dato luogo e in un dato tempo. Bisogna che ognuno sia certo di ascoltare la parola di Dio, e non una parola umana, anche se espressa in versetti biblici, e che ogni fedele sia certo di rivolgersi a Dio, non solo a se stesso o ad altri uomini. In questa conversazione tra Dio e una comunità umana, il silenzio avrà un ruolo insostituibile: sarà il momento in cui verrà espresso l'inesprimibile, diventerà una forma necessaria di lode in conformità alla formula tradizionale: Tibi silentium laus. Non consisterà solo nell'astenersi dalla parola; sarà un atteggiamento totale di presenza al mistero e di rispetto per ciò che, in esso, trascende l'uomo. Quanto al linguaggio adottato, esso dovrà essere al tempo stesso quello della vita abituale e quello del culto: dovrà dire' qualcosa nella vita quotidiana, dare un significato all'esistenza secolare' di tutti i giorni, introdurvi una speranza. Dovrà dunque evitare ogni forma di esoterismo, e anche qualsiasi volgarità; dovrà avere piuttosto le caratteristiche della lingua parlata che quelle della letteratura, cioè della lingua scritta. Come si vede, la creazione di un linguaggio liturgico adatto al nostro tempo pone alla linguistica problemi nuovi per questa scienza, essa stessa ancor giovane. E necessario un periodo di ricerche, di discussioni, di sperimentazioni, dopo il quale si può prevedere che il culto sarà dotato di mezzi di espressione meno legati a una cultura intellettualistica, clericale, ereditata dal passato, e più vicini a una cultura popolare adeguata a ciascun paese, a ciascun complesso umano, nel mondo di oggi e di domani. 7. Liturgia e missionologia Uno dei settori nei quali più sensibile è stata la trasformazione della liturgia cristiana a partire dalla metà del sec. XX è stato quello dell'esercizio del culto nei paesi detti di missione', cioè nei luoghi in cui la fede è stata introdotta, quando ancora non vi era conosciuta, da missionari, inviati da Chiese già esistenti in altre parti del mondo. Vi sono state missioni di questo tipo tra i cattolici, gli ortodossi, gli anglicani, i riformati di diverse denominazioni. Quasi ovunque furono semplicemente importate le forme che il culto aveva assunto negli antichi paesi cristiani d'europa e nelle loro propaggini occidentali, quali i paesi del Nordamerica. Queste forme erano strettamente connesse alle culture del mondo mediterraneo e delle regioni limitrofe. Come fare, ci si è finalmente chiesti, per rendere ovunque presenti il messaggio e il culto cristiani adattandoli alla particolare cultura di ciascuna parte del mondo? Si è delineato un processo evolutivo che comportò due fasi, entrambe necessarie. All'inizio si parlò di adattamento' della liturgia alle diverse culture, e tale processo assunse sia il nome generico di indigenizzazione' sia quelli più specifici di africanizzazione', malgascizzazione', induizzazione', ecc. Ma un simile 10

11 procedimento implicava la permanenza di forme cultuali che ci si contentava di adattare' alle nuove situazioni. In un secondo tempo si è giunti a pensare che si trattava piuttosto di creare nuove forme cultuali muovendo da quelle già esistenti in ciascun tipo di civiltà, con il partire, ad esempio, dalla natura specifica della cultura africana ( africanità'), al fine di innestarvi la celebrazione del mistero cristiano: questa realtà di carattere universale doveva assumere espressioni differenti nelle diverse culture. Tale sforzo inventivo, che continua tuttora, ha già dato dei risultati. Una data di estrema importanza, in questo processo evolutivo, è stata quella della Settimana internazionale di studi sulla liturgia e le missioni, che si è tenuta a Nimega nel 1959, e i cui atti sono stati pubblicati in un volume che ebbe una profonda eco fra i missionologi e i liturgisti. Ventotto conferenzieri cattolici, provenienti da ogni parte del mondo, affrontarono in quell'occasione tutti gli aspetti del problema ora formulato. Le conclusioni cui pervennero e le proposte ivi presentate sono state successivamente superate, specialmente per l'azione stimolante esercitata dal Concilio Vaticano II. Comunque gli orientamenti che essi avevano formulato si rivelarono determinanti. Non potendoli riportare tutti in questa sede sarà sufficiente ricordare i principali. Taluni problemi sono di carattere generale e si pongono ovunque. Il primo consiste nel restituire all'eucaristia il posto assolutamente centrale che le compete, mentre spesso e stata attribuita a devozioni o a pratiche secondarie importanza maggiore di quanta ne meritino. Si tratta di dare alle forme della celebrazione di questo mistero, come di tutti gli atti del culto, delle radici che si accordino all'ambiente, alle tradizioni, alle consuetudini della vita sociale e politica di ogni popolo. Almeno nella stessa misura che per le iniziative di sviluppo' (le quali richiedono costruzioni, opere di assistenza e altre attività umanitarie di cui ugualmente si occupano altri organismi), bisogna rendere manifesta la presenza di Gesù Cristo e l'efficacia, a volte umile e nascosta, della salvezza che egli ha portato e che il culto annuncia e realizza in modo eminente. E indubbio che all'interno di una stessa unità di fede è sempre esistita una diversità di osservanze, di riti e di linguaggi. Tuttavia bisogna riconoscere che l'uso del latino nel culto ha costituito in tutti i paesi un serio ostacolo alla comprensione della liturgia, e pertanto all'annuncio del messaggio cristiano. Questo ostacolo è ormai rimosso. In tutto questo lavoro di creazione di liturgie conformi allo spirito dei diversi popoli, la gerarchia locale deve esercitare un ruolo preminente; ma i vescovi devono essere aiutati da esperti e da rappresentanti della popolazione cristiana. Altri problemi riguardano sia le diverse parti del mondo, sia aspetti particolari del rinnovamento. Tra i primi, ad esempio, ve ne sono alcuni che assumono speciale rilievo nell'america Latina, ove sembra davvero che non sia stata attribuita sufficiente 11

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