TRIPS Dino Nicolia Book Trailer:

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1 TRIPS di Dino Nicolia Book Trailer: Ogni riferimento a fatti e/o persone reali è puramente casuale

2 2005 LA SETE 31 gennaio Mumbay "Prendi anche l'ultima scatola, Avanish", disse Ekta, rivolgendosi al figlio. Lui la guardò interdetto. Non sapeva dove la madre l'avesse riposta. Si diresse di nuovo verso casa, entrò e, spostando leggermente la tenda, poté scorgerla. Si piegò sulla scatola di cartone, che si trovava proprio dietro la porta di entrata e la afferrò con entrambe le mani. Era pesante e, per poco, non gli sfuggì. "Maledizione!" esclamò Avanish. Fece appena in tempo a spingerla contro il muro, utilizzando le ginocchia, per non farla cadere. Tentò di riprendere stabilità, ma non riuscì a sollevarla. "E ora come faccio?" chiese a se stesso, restando immobile in quella scomoda posizione. Ritenne, allora, di avere sbagliato la presa e decise di riporre nuovamente la scatola per terra. Si rese conto che non avrebbe mai potuto farcela se non l'avesse afferrata per bene. Pensò che il segreto fosse nel lasciare scorrere la mano destra sotto la scatola, in modo da sollevarla leggermente, poi infilare l'altra mano e quindi fare uno scatto, come aveva visto fare ai sollevatori di pesi in televisione. Lui non avrebbe avuto la pretesa di portarsela sulla testa, come facevano i sollevatori di pesi, ma quello scatto sarebbe stato sufficiente per avanzare e giungere fino al vecchio pulmino, parcheggiato di fronte alla casa dello zio. Ekta stava attendendo fuori, mentre Ishan e Bina avevano già preso posto. Si erano seduti sul sedile posteriore. A fatica erano riusciti a ritagliarsi uno spazio striminzito, in mezzo alla risma dei pacchi e degli abiti, sistemati alla rinfusa. In verità, Bina non era neanche riuscita 2

3 a trovare il posto per sedersi comodamente. Al lato aveva dei vestiti sdruciti, caduti da una vecchia valigia di plastica marrone che Ekta e il cognato avevano, inutilmente, provato a chiudere con uno spago. La pressione dei panni aveva allentato lo spago e alcune magliette colorate erano cadute sul sedile. A quel punto, Bina aveva deciso di sedersi sopra le magliette colorate, senza fare molto caso a dove mettesse i piedi. La madre fece finta di non vedere. Non la rimproverò e lei rimase seduta sopra i panni. Ekta non aveva l'energia per rimproverarla. Stanca e disillusa, accettava l'evolversi della propria vita. A nulla sarebbe valso combattere. Era come se nella sua mente si fosse spento il ritmo della quotidianità. Quando Avanish giunse con la scatola di cartone nei pressi del pulmino, Ekta lo aiutò meccanicamente a deporla nel cofano. Anche lì non c'era spazio e dovettero fare una fatica enorme per farla entrare. La spinsero più volte, dapprima, verso destra, poi, verso sinistra. Finalmente riuscirono a trovare il varco giusto per infilarcela. Alla guida del pulmino c'era Namdev, un vecchio amico del cognato di Ekta. Avrebbe condotto ciò che restava di quella famiglia maledetta dalla parte opposta della città, dove la madre e i suoi figli erano riusciti a trovare un buco che li ospitasse. Namdev non tradiva le origini del suo nome. Era un poeta ma non perché scrivesse poesie. Era un poeta per la filosofia di vita che aveva adottato, fin dai tempi in cui amava perdersi nei campi. "La vita é come una margherita, che va sfogliata petalo per petalo", diceva Namdev, quando parlava della sua esistenza. I petali della sua vita non gli avevano dato molto, ma a lui, in fondo, era andata bene così. Gli era bastato sfogliare la sua margherita un petalo alla volta, per provare ad assaporarne il profumo. Quelli che lo conoscevano lo avevano apprezzato per questo. Ekta non lo aveva mai visto prima ma il cognato l'aveva assicurata che del poeta si sarebbe potuta fidare. "Ti darà una mano e, se necessario, ti aiuterà anche a sistemare la tua nuova casa". "Sai bene che non si tratta di una casa", gli aveva risposto Ekta ma il cognato aveva fatto finta di non sentire. Si era voltato e se ne era 3

4 tornato sull'uscio di casa. Dopo essere riuscita a trovare lo spazio per l'ultima scatola di cartone, per Ekta e i suoi figli non restava più niente da fare da quelle parti. Tra quelle mura avevano speso gli anni più belli della loro effimera esistenza, ma per loro non ci sarebbe stato più spazio. Avanish, che esattamente due mesi e due giorni prima aveva compiuto quattordici anni, appariva triste, mentre Ishan e Bina non lo erano. Ishan faceva le boccacce a Bina e Bina le faceva a Ishan. Entrambi facevano le boccacce e ridevano. Avanish, invece, era davvero triste. Nella sua giovane mente scorrevano i ricordi di quella breve vita. Il sorriso del padre, l'abbraccio della madre, la palla da tennis con cui giocava sul prato. Ekta se ne accorse e lo osservò. Aveva sempre avuto a che fare con i ragazzi e aveva imparato a leggerne i sentimenti. "Esiste nell'animo di un adolescente la percezione della fine?" Si chiese. "Non sarebbe logico e neanche coerente". Eppure, il viso di Avanish tradiva il senso della fine. Allora Ekta lo strinse a sé e gli diede un bacio sulla fronte. "Bisogna sempre sperare nel meglio, Avanish". Lo abbracciò ancora una volta e lo aiutò a salire sul pulmino. Avrebbe voluto sedersi davanti, ma Ekta non volle. Gli disse di sedersi dietro e Avanish lo fece. "Mi sembra che tutto sia stato caricato", osservò Namdev. "Si, si è tutto qui dentro", sospirò Ekta. La donna volse lo sguardo verso il cognato. Avrebbe voluto abbracciarlo, sebbene nutrisse un forte risentimento nei suoi confronti. "Allora, andiamo in marcia ", affermò Namdev, sorridendo. Avanish guardò Namdev, si girò dal lato delle mura, che stava abbandonando e poggiò la testa sul vetro. I capelli neri, schiacciati, ne ammorbidirono l'impatto. Tra quelli che partivano e quelli che restavano si apriva un baratro, che non sarebbe mai più stato colmato. Tutti ne avevano consapevolezza. Si scambiarono degli sguardi, poi si salutarono con la 4

5 mano, evitando qualsiasi contatto tra di loro. Ekta si sedette davanti, al lato di Namdev, che partì, facendo un cenno di saluto. Il vecchio amico fece qualche passo indietro, rinculando nuovamente sull'uscio. Vi rimase fin quando il pulmino di Namdev non sparì dal suo orizzonte visivo. Poi rientrò in casa, si sedette su una sedia nel piccolo cortile antistante e bevve. Faceva caldo e lui aveva sete. Bruxelles Erano da poco passate le quattro del pomeriggio ed Enzo Faramelli aveva sete. "Continuo a mozzicarmi la lingua. Invece, avrei bisogno di bagnarmi le labbra", sospirò. Aveva due opzioni possibili, una Coca-Cola al pian terreno oppure una birra al Wild Geese. Nel primo caso sarebbe dovuto uscire dall'ufficio, prendere l'ascensore, scendere tre piani, attraversare un lungo corridoio e giungere in caffetteria, dove avrebbe avuto la sua bibita preferita. Nel secondo caso, avrebbe dovuto attendere ancora un paio d'ore, fare parzialmente lo stesso percorso, uscire dall'edificio, attraversare Rue Joseph II ed entrare al Wild Geese. Rue Joseph II si snoda lungo noiosissimi palazzi di marmo, vetro e cemento, al centro di un quartiere senza anima, composto per l'ottanta per cento da uffici. Quando scende la notte, non resta nulla del vociare del giorno. E quando scende la nebbia sulla notte di Bruxelles, i noiosi palazzi di marmo si confondono nel grigio. Solo le luci del Wild Geese gli forniscono ossigeno per respirare. Non ci fosse il pub irlandese, si potrebbe perfino vedere il cappio al collo, che soffoca la strada e i suoi impavidi residenti. Enzo Faramelli, sorprendentemente, scelse la seconda opzione. Nonostante avesse sete, decise di attendere ancora due ore, prima di bere. Anzi, scelse di attendere due ore, proprio perché aveva sete. Il paradosso della scelta calzava a pennello sulla sua figura. Enzo associava la sete alla birra e quando aveva veramente sete non pensava ad altro che alla birra. Il Wild Geese, nel deserto di Rue Joseph II, lo 5

6 avrebbe aiutato a compiere il paradosso della sua scelta. A mezzogiorno e mezzo aveva mangiato una pizza intera alla Riviera, insieme a Javier Gonzales e Damien Kudada. Durante il pranzo aveva bevuto dell'acqua liscia ma, alle quattro, la sete gli era tornata prepotente. Nessuno dei suoi colleghi avrebbe potuto sospettare che Enzo avesse tanta sete. Solo chi ne ha tanta riesce a percepire la sensazione della sete degli altri. E solo chi non riesce a soddisfarla ne teme la sensazione quando arriva. Non era il caso di Enzo. Non era neanche il caso dei suoi colleghi. Sapevano che avrebbero potuto soddisfare la sete come avrebbero voluto. Enzo continuò a lavorare tranquillamente nel suo ufficio, facendo crescere il desiderio. Lo fece ancora per due ore, come aveva previsto. Alle sei in punto spense il computer e si alzò dalla sedia ergonomica, che aveva fatto portare apposta per alleviare i maledetti dolori alla schiena, che lo tormentavano dall'età di venti anni. La accostò alla scrivania e si mise in cammino. Doveva prendere l'ascensore, scendere tre piani e imboccare la porta d'uscita. In ascensore incrociò Jean Marc Brunet. I due si conoscevano. L'ufficio di Jean Marc non era lontano dal suo. Li separavano due porte, che davano entrambe sulle scale che, nessuno aveva mai utilizzato per scendere da un piano all'altro. Una volta era capitato che avessero discusso della conferenza di Copenhagen su Competizione industriale e apertura di nuovi mercati. Avevano preso parte alle riunioni preparatorie e, giunti a Copenhagen, si erano confrontati sui paesi terzi. Jean Marc gli aveva chiesto cosa lui intendesse per paesi terzi. Enzo gli aveva risposto, senza cadere nell'ipocrisia del politically correct. "Sono gli stati sfigati che, purtroppo per loro, non fanno parte del circolo virtuoso degli eletti europei. Si trovano alle porte dell'europa, distanti lo spazio sufficiente per sentire l'odore del benessere". "Possono vedere ma non toccare". "Esattamente!" 6

7 Avevano parlato anche di concorrenza industriale e nuovi mercati, perché entrambi avrebbero dovuto preparare un briefing per il giorno successivo e avevano necessità di coordinare i loro input. Nonostante avessero avuto modo di parlare, quando Enzo entrò in ascensore e vide Jean Marc, non disse nulla. I due si ignorarono completamente. Enzo preferì fissare lo specchio, che aveva di fronte, mentre Jean Marc seguì la luce gialla posta sulla porta, che illuminò, dapprima il quattro, poi il tre, il due, l'uno e, infine, lo zero. Non si salutarono neanche di fronte alla porta d'uscita La varcarono continuando a ignorarsi, proprio come due perfetti sconosciuti. "Che strana sensazione quello specchio!" sospirò Enzo. Era abituato alle strade, alla polvere, alla puzza di gasolio, alle officine scalcinate. Si era sempre perso e ritrovato, senza mai guardarsi dentro. L'uomo amava fermarsi nelle bettole e nei piccoli alberghi, a ridosso delle frontiere e tra i faccendieri. Enzo amava tutto quello che il suo Mediterraneo rappresentava fuori dagli stereotipi e lontano dalle cartoline per i turisti. Il Mediterraneo lo aveva marchiato. Solo lui che c'era nato poteva averlo dentro. Il mare e il sole erano connaturati alla sua coscienza. La concezione della vita di Jean Marc non era tanto diversa da quella di Enzo ma nessuno dei due lo sapeva. Jean Marc era nato nel nord della Francia, quella che i niçoises neanche conoscono, immaginandola triste e piovosa, fredda e sconsolata. I francesi del sud la qualificano senza esserci mai stati. Eppure quella Francia è molto più mediterranea della Côte d'azur. La gente parla, sorride, sa riconoscere l'ora del tramonto senza restarne abbagliata. Sarebbe stato nella natura di entrambi salutarsi e discutere. Eppure non lo fecero, lasciando prevalere un misterioso senso di riservatezza, che solo Bruxelles è capace di trasmettere. Se Enzo avesse incontrato Jean Marc da qualche altra parte del mondo, avrebbe certamente chiacchierato con lui. A Bruxelles, invece, riuscì ad ignorarlo, pur trovandosi a pochi centimetri di distanza. In quegli attimi di silenzio, gli tornarono in mente i vicoli del Mediterraneo, dove conta ancora il tempo perso al tavolino e il non fare niente per percepire se stessi. La paura del vuoto non si avverte e non c'è la necessità di riempire tutti gli spazi. A Bruxelles, ogni attimo, 7

8 ogni silenzio, ogni luogo deve essere riempito di azioni, di suoni o di merci da produrre e, poi, consumare. Uscì dall'ascensore subito dopo Jean Marc e si diresse verso l'uscita. Intravide il capo pelato dell'usciere calabrese. "Quando vai in Calabria?" gli chiese Enzo. "Purtroppo solo in estate, dottore", gli rispose l'usciere, che se ne stava seduto dietro il bancone dell'entrata, come se fosse al comando di una nave. "Dovresti dare più valore al riposo", gli fece notare Enzo, che, intanto, aveva appoggiato la mano destra sul bancone. "Non c'è tempo, dottore". "Ecco, la disponibilità del tempo " "Il tempo, ci manca il tempo, dottore". "Tempo, spazio, calma sono beni persi nel tempo, resi sempre più scarsi e che proprio per questo dovrebbero rappresentare i nuovi status symbol. Dovrebbero essere i nuovi beni di lusso ai quali dovrebbero accedere quelli che stanno bene. Ma avere più tempo libero è davvero qualcosa che ognuno di noi debba augurarsi?" chiese Enzo, sviluppando un monologo, che solo lui era capace di intendere. L'usciere rimase interdetto, non sapendo cosa avrebbe dovuto e potuto rispondere. "Sarebbe meglio non affidare questi interrogativi ai sociologi. Meglio affidarli a Pascal", aggiunse Enzo "Come dice, dottore?" domandò l'usciere, sempre più interdetto. "Che chi vuole riempire tutti i vuoti, spesso lo fa per evitare di restare solo con se stesso". "Io ci resterei volentieri. Solo con me stesso, intendo. Se potessi, ovviamente " "E perché non lo fai?" "Mia moglie, i bambini non è facile". "E, invece, dovresti trovare il tempo per te stesso". 8

9 " E poi il lavoro i soldi " "Ah, il lavoro Ti assicuro che molti si rifugiano nella medicina del lavoro per evitare di restare soli con loro stessi. Sono quelli che non avrebbero neanche bisogno di lavorare". "Beati loro", concluse l'usciere calabrese. Il tempo libero è soprattutto dialogo con se stessi, ma é come la libertà di parola. Una volta ottenuta occorre che sia utilizzata per dire qualcosa. La disponibilità di tempo è una benedizione per pochi e una maledizione per molti. In fondo, se Enzo avesse trovato il tempo di riflettere, avrebbe potuto scoprire, suo malgrado, che si trattava di una maledizione anche per lui. Aveva lasciato la quiete della provincia per il dinamismo di Bruxelles, temendo che il suo piccolo paese lo potesse costringere a pensare. A Bruxelles, invece, il tempo per pensare non lo aveva mai trovato. Si svegliava la mattina presto, si precipitava al lavoro, ingurgitava un caffè durante una pausa volante, sbocconcellava un panino davanti al video del suo computer, correva a casa, sudava un paio d'ore in palestra, faceva un salto al supermercato, preparava in fretta la cena e, poi, usciva di nuovo per una serata al cinema, a teatro oppure in discoteca. La sera crollava, esausto. "Perché non riscoprire il valore positivo dell'ozio e metterlo al centro di uno stile di vita più sostenibile?" chiese Enzo all'usciere, che non gli rispose. Enzo avrebbe dovuto porre quella domanda soprattutto a se stesso. Nel mondo che aveva scoperto a Bruxelles, dominato dall'etica del lavoro, dall'efficienza, dai martellanti messaggi che incitano a fare, produrre, guadagnare, consumare, il non atto dell'ozio veniva considerato quasi un atto sovversivo, rivoluzionario. Avrebbe dovuto porre quella domanda soprattutto a se stesso perché da tempo aveva iniziato ad avvertire l'esigenza di riappropriarsi del proprio tempo e di percepire il profumo della libertà di vivere la vita che si vuole fare. Liberi da capi, salari, pendolarismo, consumi e debiti. Perché allora porre quella domanda all'usciere di origini calabresi? Era l'unico che lo salutava, pur non conoscendone il nome. L'uomo nella cabina di comando della nave era diverso da Jean Marc 9

10 Brunet. Era ormai un belga mediterraneo, benché lui si dichiarasse italiano ed Enzo avesse considerato come vera la sua dichiarazione. L'Italia l'aveva conosciuta attraverso il racconto della madre. Ci andava in vacanza d'estate, tre settimane in Calabria nel mese di agosto. Diceva di essere italiano perché durante il campionato europeo di calcio, aveva fatto il tifo per l'italia, anche quando la squadra italiana aveva incrociato sul suo cammino la Nazionale belga. Enzo lo aveva interpretato come un atto di fede e aveva pensato che la soffice morbidezza dell'essenza mediterranea si fosse ben conservata sotto la crosta nordica. Si sarebbe volentieri fermato a discutere più a lungo, se avesse potuto. Però, andava di fretta. Aveva sete e doveva soddisfare la sua percezione. Aveva trascinato la sua sete per due ore e non aveva più la forza fisica per aspettare di bagnarsi le labbra. Il Wild Geese era a portata di mano. Altri cinque minuti, compresi i tempi morti spesi tra l'ordinazione e la rimessa della birra direttamente al tavolo, e si sarebbe finalmente dissetato. Percorse il cammino che lo separava dalla birra, a passo svelto. Entrò al Wild Geese e si sedette al primo tavolo che trovò libero. "Can I help you?" Le chiese la cameriera irlandese. "Una birra, fredda e bionda come quella signora", rispose Enzo, indicandola con il dito. La cameriera irlandese gli portò la birra. Subito dopo avergliela versata nel bicchiere stretto e alto, gli mostrò lo scontrino. Enzo, prima ancora di tirare fuori le monete per pagare, bevve la birra e si sentì rinascere. La butto giù in due soli sorsi. Pensò che l'attesa fosse stata ricompensata. Qualche minuto dopo, poté abbandonare il Wild Geese per ritrovarsi di nuovo nella strada senza anima. Mumbay Nel pomeriggio, Avanish scese in strada. Non conosceva ancora nessuno nel suo nuovo quartiere. Tirò la palla contro il muro di pietre ma non rimbalzò. Provò ancora una volta ma l'effetto fu lo stesso. Rinunciò a tirare la palla e si sedette in un angolo, con le spalle 10

11 appoggiate al muro di pietre. Gli apparve strano, deforme, come se non avesse un'anima. Ebbe nostalgia della vecchia casa ma, soprattutto, ebbe nostalgia di suo padre che non c'era più. Era morto da quasi un mese e non c'era stato un solo giorno che non avesse pensato a lui. Lo ricordò come un uomo dolce, capace di trasmettergli il gusto per le cose che possono piacere agli altri. Ricordò che il primo giorno di scuola lo aveva tenuto per mano. Allora, si portò la mano destra su quella sinistra. La strinse per provare a rivivere le sensazioni di quel giorno. Chiuse gli occhi per renderle ancora più vere ma, pochi attimi dopo, l'effetto si dissolse. Avanish aprì gli occhi e riprese contatto con la realtà. Si alzò in piedi e scagliò nuovamente la palla con rabbia contro il muro. Anche Ekta aveva pensato ogni giorno al marito. Da giovane era stata una bellissima ragazza, con la carnagione scura, gli occhi neri grandi, i capelli lunghissimi, lisci e neri. Elegante e aggraziata. Quando studiava all'università era stata innamorata di un suo compagno di studi. Ora non ne ricordava più neanche il nome. Lo frequentò per quasi un anno, fin quando la madre, una sera di aprile, le disse che insieme a suo padre avevano scelto per lei un altro uomo. madre. "Perché?" domandò alla madre. "Perché non sei solo tu a sposarti". "Spero che mi piaccia". "Ti piacerà". Alla fine, accettò serenamente la scelta dei genitori. "Se piace a te, piacerà certamente anche a me", riferì alla Le due famiglie organizzarono il matrimonio. La nonna, madre di suo padre, decorò le partecipazioni due giorni prima. Appose un cordoncino dorato, legato in fondo da un fiocchetto rosso, simbolo di buon augurio. La prima facciata della partecipazione, che rappresentava una scena di matrimonio, era simile a una miniatura incisa in oro e polvere rossa. "Vai da tua madre", le consigliò la nonna, "non perdere tempo qui con me". 11

12 Stava arrivando il futuro sposo e Ekta e la madre lo avrebbero accolto sulla porta. Prima, però, avrebbero dovuto preparare i dolci di benvenuto. "Cucina quelli con il miele, il burro fuso, le banane e il riso per accoglierlo nel migliore dei modi", gli suggerì la nonna. lei". "Non sono facili da fare", commentò Ekta. "Per questo ti ho detto di andare da tua madre. Fatti aiutare da Ekta fece una smorfia di disappunto. La nonna la rassicurò. "Anche tua madre non sapeva prepararli. Le ho fatto vedere io come si fa e ora lei lo farà vedere a te". Il futuro sposo giunse a casa di Ekta a cavallo. Erano le quattro del pomeriggio. Lei aveva cucinato i dolci con il miele, il burro fuso, le banane e il riso per accoglierlo nel migliore dei modi, così come le aveva proposto la nonna. Non era stato facile ma sua madre l'aveva aiutata. Il futuro sposo, dopo essere sceso da cavallo, salutò la madre, il padre e la nonna di Ekta. Finalmente si avvicinò alla sua futura moglie e le prese la mano. La sera prima delle nozze, Ekta si ritrovò con le amiche. "Scommetto che la prima cosa che ti chiederà sarà di fare un lungo viaggio in Europa", affermò Amita. "Non credo me lo chiederà. In Europa ci va per lavoro". "Lui ci andrà per lavoro e tu per piacere", la interruppe Amita, provocando l ilarità delle altre ragazze. Anche Ekta sorrise. Poi aggiunse: "Non è importante. A me non interessa tanto l Europa". "Però ti piacerebbe viaggiare?" Domandò Kusuma. "Non lo so", replicò Ekta. "Sarebbe un modo per conoscervi. Io ritengo di avere veramente conosciuto mio marito durante il viaggio in Rajasthan. La gente si svela completamente quando viaggia", aggiunse Rama, che era la meno giovane tra tutte. 12

13 "Vuoi dire che chi non viaggia non conoscerà mai suo marito?" "No, non sono tanto sciocca". "Vuole dire che chi viaggia conosce meglio", provò a spiegare Kusuma. "Chi viaggia si libera della maschera che indossa e mostra se stesso". "Un marito che resta a casa e non viaggia indosserà sempre una maschera", esclamò provocatoriamente Amita. "Non lo so, non lo so", rispose Rama, "mi state imbarazzando con le vostre osservazioni. Io volevo semplicemente dire che il viaggio svela la vera natura degli uomini". Smisero di parlare di viaggi e di uomini e ripresero a mangiare. L aria calda della sera inteneriva il pane e ammorbidiva il riso. Il giorno successivo Ekta e il suo sposo celebrarono il matrimonio sotto una tettoia. Faceva molto caldo e non avrebbero resistito se si fossero esposti direttamente al sole. Lo sposo indossava un vestito bianco, al collo alcune ghirlande di fiori. Dai capelli gli scendeva sulla fronte un ornamento d'argento, che si andava a posare tra le due sopracciglia. Ekta vestiva un sahari bianco, finissimo, di toussour di seta con bordi in oro. Dalla madre, era stata ricoperta di monili di oro, parte della sua dote. Ghirlande di fiori e ornamenti in oro sulla fronte. Gli sposi vennero unti con unguenti profumati e polvere di zafferano. Fu ovviamente acceso il fuoco sacro, simbolo del Dio Honi, vicino al quale erano stati posti un vaso d'acqua e una pietra. Ekta e suo marito fecero un giro intorno al fuoco, compiendo il rito dei sette passi. Il marito, infine, toccò il cuore di Ekta, legandole il mangala subrabandhana al collo. La cerimonia fu molto lunga. Alla fine, entrambi gli sposi non desiderarono altro che riposare. Da quel matrimonio nacquero tre figli. Dapprima Avanish e, dopo qualche anno, Ishan e Bina. Ekta, in particolare, li aveva tanto desiderati e avrebbe voluto 13

14 goderseli a lungo. Invece, le cose non andarono come avrebbe sperato. Scoprì la malattia del marito ancora prima che il marito stesso ne venisse a conoscenza. I risultati delle analisi le furono comunicati dal medico dell'ospedale. "In questi casi preferisco parlarne dapprima con un congiunto e, solo nel caso venga esplicitamente autorizzato, ne parlo direttamente con il diretto interessato", affermò il medico. "Ne parli prima con me", confermò Ekta. "I risultati delle analisi sono inequivocabili. Suo marito ha contratto il virus". Ekta scoppiò in lacrime. "Non si deve disperare. Proveremo a curarlo", tentò di rassicurarla il medico. Ekta, invece, continuò a piangere. Era consapevole che le parole del medico rappresentavano una sentenza di morte. "Sarò io a parlarne con mio marito", propose Ekta. Non lo fece. Pensò che sarebbe stato come farlo morire prima del giorno che il destino gli aveva dato in sorte. Sapeva che non sarebbe stato possibile curarlo. Non in India. Forse da qualche altra parte del mondo. Quando fece ritorno a casa, nascose gli esiti delle analisi al marito ma, quando la situazione iniziò chiaramente a degenerare, non poté non confidargli il suo terribile segreto. "Dovrai lottare con tutte le tue forze, perché il male che è in te proverà a sopraffarti". "Non so quante forze mi siano rimaste". "Non importa quante te ne siano rimaste. E importante lottare". "Si deve lottare quando c è una speranza di vincere. Tu pensi che io abbia una speranza?" "Si deve lottare sempre e comunque. Non conta il risultato della battaglia quanto la tensione che ci metti. Il giorno in cui esalerai l ultimo respiro non dovrai rimproverarti di non avere lottato". 14

15 Il giorno dell ultimo respiro giunse puntuale. Il marito di Ekta morì non senza potere dire di avere lottato fino alla fine. Anche Avanish sapeva che suo padre aveva lottato. Promise a se stesso che avrebbe ricordato per sempre quella lezione. Nel quartiere, tutti sapevano e tutti aspettavano il giorno della sua morte. Anche suo fratello attendeva il giorno della morte. Si trattava di un fatto ineluttabile, che non si sarebbe potuto evitare. Non si conosceva il giorno e l ora, ma prima sarebbe accaduto e meglio sarebbe stato per tutti. Per la precisione, Avanish seppe che suo padre sarebbe morto il diciotto aprile Aveva solo dodici anni. Ekta, sua madre, lo prese in disparte e gli disse: "Ormai sei grande. È giusto che tu sappia". Avanish ascoltava le parole della madre benché non ne comprendesse le ragioni. Non capiva perché gli stesse dicendo che fosse grande, ma si sentì fiero di esserlo. Di fronte allo sguardo smarrito di Avanish, Ekta non seppe fare altro che prenderlo tra le braccia. "Tuo padre ci lascerà tra qualche tempo. Sarai tu l'uomo della famiglia". Avanish si sentì ancora più fiero. Non pensò che suo padre non ci sarebbe più stato ma che avrebbe fatto l'uomo di casa. Quando la madre lo abbracciò forte, avvertì il suo cuore pulsare più rapidamente. "Perché vuoi che io sia l'uomo della famiglia?" "Non sono io che lo voglio. Così è stato stabilito e così sarà". "E nostro padre?" "Tuo padre ci lascerà". "Per sempre?" "Per sempre!" A partire da quel momento Avanish si sentì più forte e anche il giorno in cui suo padre morì, non pianse. Era stato stabilito che dovesse essere l'uomo della famiglia e iniziò ad esserlo. 15

16 "Il pianto mi farebbe debole agli occhi degli altri". Avvertì, comunque, una tristezza che non lo avrebbe mai più abbandonato. In quegli istanti, a nulla valse pensare che suo padre avesse lottato fino all ultimo respiro. Neanche Ekta pianse. La notte prima della morte, rimase accanto al marito, in attesa che gli ultimi attimi della loro unione si consumassero. "Voglio che tu sappia che percepisco tutti i tuoi brividi, di dolore e di sofferenza", gli confidò. "Prova a condividerli con me, per quanto questi brividi appartengano solo ed esclusivamente al mio corpo", le propose il marito. "Sono accanto a te proprio per condividere. La sofferenza e il dolore appartengono a tutti, benché i brividi siano solo tuoi". L'attimo in cui il moribondo esalò l'ultimo respiro non fu diverso da quelli precedenti. Ekta non riuscì a notare la differenza. "Non è facile vedere la morte nel momento in cui arriva. Sfugge, svanisce dopo avere preso quello che stava cercando". L'attimo in cui la morte prese il corpo del marito, Ekta rimase impassibile. Invece, Ishan e Bina piansero, ma solo perché avevano fame. Fu pura casualità. Avanish rimase freddo, come la madre. Sentì il sangue gelarsi dentro le vene. Si sedette per terra in un angolo e rimase immobile per quasi dieci minuti. Poi si alzò e si mise a guardare in strada dalla finestra, a destra della porta di entrata. Gli ricordarono che non doveva essere triste. "La morte non é un evento tragico, ma un momento di lode in cui l'anima si muove per incontrare il Supremo", precisò lo zio. Benché quelle parole fossero state accompagnate da un sorriso rassicurante, non suscitarono affatto sicurezza nell animo di Avanish. Il rito funebre durò ben tredici giorni. Come era stato stabilito, nessuno pianse e nessuno si disperò. Il corpo del defunto venne lavato e rivestito con abiti nuovi. Venne deposto nel grande atrio di entrata per essere visibile a tutti. Accanto vennero lasciati un coltello, 16

17 un bracciale in acciaio inossidabile, un intimo, un piccolo pettine e dei capelli integri. I parenti si sedettero vicino alla bara. Avanish, invece, rimase dietro la finestra. Furono recitate le scritture senza sosta, per due giorni interi, notte e giorno. Anche nei dieci giorni successivi si recitarono le scritture per infondere consolazione e coraggio. Il tredicesimo giorno la salma venne condotta verso il crematorio. Lungo il cammino, si intonarono canti per favorire il distacco dell'anima dal corpo e anche prima della cremazione si recitarono le preghiere, invocando la benedizione per la partenza dell'anima. Avanish fu incaricato di infiammare la pira funebre, mentre tutti gli altri si sedettero poco lontano. Il ragazzo indossava un velo nero e anche tutti gli uomini che erano presenti al rito indossavano un velo nero. Ekta, invece, indossava un velo di colore bianco come tutte le altre donne. Mentre la salma bruciava, Avanish raggiunse la madre. Si abbracciarono. Le ceneri vennero raccolte per poi essere disperse nel mare. Dopo la cremazione, la famiglia rientrò a casa. Prima di entrare, tutti si lavarono come segno di purificazione, mentre una candela di ghee e cotone venne accesa per purificare la casa. Un buon odore si disperse dappertutto. I giorni seguenti li trascorsero a leggere e cantare. Ginevra Non ce la faceva più ad aspettare. Avvertiva uno strano odore di caffè, che proveniva dalla stanza vicina. Non riusciva a comprendere se fosse realtà oppure una strana illusione olfattiva. Quel pomeriggio Antoine aveva davvero voglia di dormire ed era sufficiente l illusione del caffè a tenerlo sveglio. Si era alzato all'alba, anzi, molto prima del sorgere del sole. Il padre lo aveva caricato sulla sua vecchia Citroen a forma di squalo e lo aveva condotto velocemente alla stazione. Era in ritardo e, se ci fosse stato traffico, non sarebbe mai arrivato in tempo. Fortunatamente, a quell ora, di macchine in giro ce n erano pochissime ed era riuscito a 17

18 saltare, appena in tempo, sul treno delle cinque e trenta per Lione. Si sedette a fianco di una donna sulla quarantina che non lo degnò neanche di uno sguardo. Lui ne approfittò per sonnecchiare. Il viaggio non era lungo ma sarebbe bastato a ricaricarlo di quelle poche energie necessarie per affrontare il volo dall aeroporto di Lione a Ginevra. Come il tragitto in treno, anche il volo non fu particolarmente significativo. Qualche turbolenza appena entrato nello spazio aereo svizzero ma non successe nulla che lo potesse rendere davvero indimenticabile. Non parlò con nessuno, neanche con i due uomini, ben vestiti, che gli erano a fianco. Giunse a Ginevra esattamente alle due e quattordici. Dopo avere ritirato il bagaglio, bevve un caffè. Alle quattro e mezzo lo attendeva Monsieur Herbert. All'appuntamento giunse puntuale, anzi con qualche minuto d'anticipo rispetto all'orario concordato. Il suo anticipo, tuttavia, non valse a niente. Monsieur Herbert era occupato e, non solo non avrebbe potuto riceverlo alle quattro e mezzo, come concordato, ma avrebbe dovuto attendere altri dieci minuti. Infatti, subito dopo essersi fatto annunciare, gli fu stato chiesto di pazientare. "Non c è problema", rispose prontamente. "Bene!" Esclamò Mademoiselle Henriette, una giovane con il caschetto biondo, che Antoine non poté fare a meno di notare. Indossava un jeans sdrucito e un maglione a collo alto. "Se vuole, le faccio portare un caffè", aggiunse. "Molto volentieri. Ne ho davvero bisogno", le rispose Antoine. Stava per dirle che lui si era alzato presto e che il caffè lo avrebbe aiutato a tenersi sveglio ma non fece in tempo. La giovane con il caschetto biondo e il maglione a collo alto, non appena ebbe inteso l indicazione di Antoine, si diresse verso la macchina del caffè, abbandonandolo alle sue frasi sospese. In attesa del caffè, si stravaccò sulla poltrona di pelle morbida, nel corridoio. Mademoiselle Henriette ritornò con la tazza in mano. La porse ad Antoine, che la sorseggiò in maniera regolare. Un sorso, una pausa, un altro sorso, un altra pausa fino a svuotare la tazza. 18

19 Nonostante il caffè, faceva ugualmente fatica a tenere gli occhi aperti e avrebbe avuto bisogno di sonnecchiare ancora un po, come aveva fatto in treno la mattina. Purtroppo, non poteva farlo. Monsieur Herbert avrebbe potuto chiamarlo da un momento all'altro e non sarebbe stato conveniente né educato, farsi trovare con gli occhi socchiusi e, magari, il nodo della cravatta sciolto. Non gli restava altro da fare che avere pazienza. Stravaccarsi e aspettare. Dopotutto, aveva fatto tanto per trovarsi proprio in quel posto e in quel preciso momento. Non poteva trattarsi neanche di un grande sacrificio. "Monsieur Herbert si è liberato. Può entrare", propose Mademoiselle Henriette, abbozzando un sorriso. "Mi scusi", replicò Antoine, riferendosi alla sua posizione da stravaccato. Mademoiselle Henriette fece cenno che non era importante e gli fece comprendere che, se avesse voluto, avrebbe potuto stravaccarsi come e quando volesse. Antoine rimase leggermente sorpreso da quella reazione. Non era così che immaginava quell'ambiente ovattato. Non si raffigurava i jeans e non pensava di potersi stravaccare sulle poltrone. Si era preparato al meglio, indossando un vestito scuro e una cravatta azzurra. Entrando nell'ufficio venne rassicurato dall'abbigliamento di Monsieur Herbert, che indossava un abito scuro, proprio come lui, ma che a differenza di lui completava con una cravatta rossa con dei pois blu. "Evidentemente Mademoiselle Henriette non fa testo", pensò, prima di salutare Herbert. Nel vederlo entrare, Herbert si sollevò dalla sedia e gli andò incontro. Lo salutò con una stretta di mano. "Prego, si accomodi", esordì con un tono gentile ma deciso. Antoine sorrise ma non disse nulla a parte il suo nome. C erano alcuni documenti sulla scrivania che Herbert mise in ordine, accatastandole l una sull altra. Antoine sorrise di nuovo e Herbert iniziò a parlargli. "Ha fatto un buon viaggio?" 19

20 Non gli lasciò il tempo di reagire e aggiunse: "Spero di si". "Certo, un buon viaggio", confermò Antoine. "Non deve essere lontano Lione da Ginevra". Di nuovo non gli lasciò il tempo di reagire. Aggiunse: "Un'ora?" "Di volo effettivo anche meno", replicò prontamente Antoine. "Ah, anche meno di un ora". "Cinquanta minuti". "Lione, Lione il confine tra la Francia mediterranea e la Francia continentale", sospirò Herbert. Anche in questo caso, Antoine sorrise senza dire nulla. "Ha già trovato una sistemazione?" "No, non ancora" "Non ha trovato una sistemazione? E dove passerà la notte?" "Voglio dire che non ho ancora trovato una sistemazione definitiva". "Ah, ecco " "Dovrò sistemarmi provvisoriamente in una pensione ma sarà solo per queste due notti". "Se domani avesse bisogno di una giornata libera per sistemarsi, non esiti a chiedermela", specificò Herbert. "Non si preoccupi. Non credo di averne bisogno. Approfitterò del prossimo fine settimana per sistemarmi definitivamente". "Ah, bene!" "Beh, si a cosa serve il primo fine settimana se non a sistemarsi". "Le piace Ginevra?" "Non saprei. Non ho avuto ancora modo di visitarla". "Avrà tutto il tempo per farlo. Magari, non il primo fine settimana ", sorrise Herbert. 20

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