Il default può essere una via d uscita?

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1 Università degli Studi di Milano Bicocca Corso di Macroeconomic Policy A. A. 2011/2012 Il default può essere una via d uscita? Giulia Diprossimo Nina Ermurachi Giorgia Ghislandi Indice 1

2 Introduzione 3 1. La crisi in grecia e il contagio in altri Paesi 4 a. Cosa è successo in Grecia? b. Limiti dell Unione economica e monetaria 6 2. Interventi attuati 8 3. Grecia: perchè il risanamento è impossibile? 9 a. Debito insostenibile e crescita nulla b. Rischio di una deriva civile 4. Possibili scenari futuri 11 a. Cinque bond per la crescita 12 b. Ristrutturazione del debito: 13 Politiche di austerity e ristrutturazione del debito in Grecia Ristrutturazione del debito c. Lo spettro di un uscita della Grecia dall Euro L esempio islandese 17 Conclusioni 20 Bibliografia 21 INTRODUZIONE 2

3 L obbiettivo del nostro lavoro è quello di analizzare la situazione greca alla luce degli avvenimenti che hanno interessato l Eurozona negli ultimi anni, in particolare, dal 2008, anno dello scoppio dell attuale crisi economico finanziaria e della derivante crisi del debito sovrano. Il lavoro comincia con l analisi della situazione greca a partire dalle conseguenze prodotte dalla bolla speculativa da cui è originata la crisi, con particolare attenzione alle vicende che hanno caratterizzato l escalation del rapporto debito/pil greco. Ci siamo, poi, soffermate sugli interventi congiunti del governo greco e della Troika, formata da Bce, Fmi e Ue, cioè sui piani di aiuto concessi dagli organismi comunitari, a fronte delle diverse manovre di austerity effettuate dal Governo greco per ridimensionare il debito sovrano. In seguito abbiamo analizzato gli effetti di tali interventi sull economia reale greca, notando come, nonostante la drasticità delle misure adottate, non si siano raggiunti gli obiettivi prefissati. Abbiamo, così, valutato l ipotesi di un impossibilità del risanamento totale e altri possibili scenari futuri. Vista l insostenibilità di interventi tanto invasivi quanto non democratici e appurata l impossibilità del risanamento totale abbiamo deciso di riportare l esempio dell Islanda, Stato in cui il default è stato voluto dalla popolazione stessa e praticato sulla base del principio di sovranità popolare. 1. LA CRISI IN GRECIA E IL CONTAGIO IN ALTRI PAESI 3

4 La crisi del debito in Europa riguarda la sostenibilità del debito pubblico di diversi paesi europei, in particolar modo dei c.d. PIIGS (Portogallo, Italia, Irlanda, Grecia, Spagna) ed ha origine a fine 2009 in Grecia. Nell Ottobre 2009, infatti, cominciano ad emergere significative differenze tra le previsioni del governo greco uscente e la realtà dei conti pubblici: il rapporto deficit / PIL per il 2009 non è pari al 6%, come dichiarato, ma pari al 12,7%, stima successivamente rivista fino al 13,6% e tale livello risulta essere fra i più elevati al mondo. Si scopre inoltre che dal 2001, anno della sua entrata nell Euro, il governo greco ha preso accordi con diverse banche internazionali per effettuare operazioni che gli permettessero di eludere i vincoli imposti dal trattato di Maastricht, come il rapporto deficit/p.i.l. inferiore al 3%. Risulta insomma evidente che le statistiche sull andamento del deficit e conseguentemente del debito greco erano state falsate e sottostimate per anni. Il caso greco è considerato, dall'unione Europea, una questione di estrema importantanza, vista la possibilità che tale situazione si ripercuota negli altri mercati della zona euro. Per tale motivo e al fine di scongiurare il default della stessa, nei primi giorni di maggio 2010 è stato definito un pacchetto di 110 miliardi di Euro di aiuti, da erogare in diverse tranche per un periodo di tre anni da parte dei paesi della zona euro, poi coordinati dalla c.d. Troika composta dahttp://it.wikipedia.org/wiki/crisi_economica_della_grecia cite_note 1 Unione Europea, Fondo Monetario Internazionale e Banca Centrale Europea. Per ottenere le singole tranche di prestiti, il Governo di Atene è tenuto a varare misure di austerity, sempre più drastiche, volte a ridurre il debito pubblico attraverso tagli significativi della spesa. La troika di creditori (Fmi Unione Europea Bce) pone come condizione, per sbloccare il pacchetto di aiuti internazionali, l attuazione da parte del governo greco di misure strutturali e di austerità. Fra esse spicca la proposta/pretesa di ridurre del 22 per cento i salari minimi, per dare uno slancio alla competitività dei prodotti greci. a. COSA è SUCCESSO IN GRECIA? A Gennaio 2010 l ammontare del debito greco era circa 216 miliardi di euro e a fine anno il rapporto debito/ P.I.L. superava il 140%, raggiungendo così il livello più elevato in Europa. Un altro dato sugnificativo è quello relativo alla composizione del debito greco, che vede il 70% del debito greco detenuto da investitori esteri. A causa dell aumento del rischio di default, la Grecia vede i tassi sui suoi titoli crescere rapidamente: circa 2,5% nel maggio 2008 circa 4% nel maggio 2009 circa 7% nel maggio 2010 ulteriori incrementi i seguito In questo modo appare sempre più probabile che la Grecia divenga insolvente. Divengono, quindi, necessari interventi che consentano di evitare un default che avrebbe conseguenze molto negative per la moneta unica. Gli interventi sono realizzati da tre diversi soggetti: Il nuovo Governo greco predispone interventi molto forti per risanare i conti (taglio dipendenti pubblici, aumento IVA, aumento età pensionabile) 4

5 Il Fondo Monetario Internazionale (FMI) interviene in aiuto della Grecia I paesi europei (fra cui l Italia) intervengono L intervento dei paesi europei avviene tramite la costituzione di un fondo salva Stati, il quale non rappresenta un impegno diretto dei paesi, ma risulta limitato e subordinato all approvazione di misure di risanamento in Grecia, le quali, però, sono sempre approvate con difficoltà, ritardi e contrasti. Alla crisi in Grecia seguono problemi in Irlanda e Portogallo negli ultimi mesi del L Irlanda a fine 2010 registra il fallimento di Anglo Irish Bank, che viene salvata dal Governo al costo di circa 30 miliardi di euro, portando così il deficit irlandese oltre il 30%. In Portogallo, invece, un deficit abbastanza elevato (circa 7%) si accompagna a ridotte prospettive di crescita, il che si traduce in una difficoltà nel ripagare il debito. Nel corso del 2011 la crisi si estende rapidamente ad altri paesi europei, tra cui l Italia e la Spagna risultano essere le più colpite. In Spagna si hanno un deficit elevato pari all 11% del PIL nel 2009 (9% nel 2010) e fondamentali non buoni (crescita in forte rallentamento, elevata disoccupazione); in Italia un elevato debito pubblico, pari al 119% del PIL nel 2010 si accompagna ad una crescita molto bassa, inducendo un rischio di solvibilità. Schema dei Rapporti Debito/PIL, Deficit/PIL nei PIIGS: Deficit/PIL Debito/PIL Deficit/PIL Debito/PIL Deficit/PIL Debito/PIL Italia 5.31% % 4.49% 119.1% 3.89% % Portogallo 10.12% 83% 9.17% 93% 5.89% % Irlanda 14.27% 65.63% 32.42% 96.17% 10.10% % Grecia 15.59% 127.1% 10.41% % 7.53% % Spagna 11.13% 53.26% 9.25% 60.11% 6.28% 67.59% Peso percentuale del Pil nazianale su Pil Ue nel 2010: Deficit/PIL Debito/PIL PIL (% su PIL UE) Italy 4,49% 119,1% 16,07% Portugal 9,17% 93% 1,79% Ireland 32,42% 96,17% 1,77% Greece 10,41% 142,76% 2,27% Spain 9,25% 60,11% 10,17% Seppure con grado differente, l aumento del rischio di insolvenza riguarda, quindi, i diversi paesi cosiddetti PIIGS (Portugal, Italy,Ireland, Greece, Spain). Poichè un maggiore rischio di insolvenza implica maggiori tassi di interesse da pagare, vediamo cosa accade ai PIIGS. I tassi pagati dai loro titoli di stato, tengono conto del differenziale dei tassi rispetto a 5

6 quelli tedeschi (spread rispetto al Bund), cosiderati i titoli più affidabili dell eurozona. Nel seguente grafico sono rappresentati gli spread rispetto al bund. 16,00 14,00 12,00 10,00 8,00 6,00 4,00 2,00 0,00 Ireland Greece Spain Italy Portugal France A determinare la crescita dello spread rispetto ai titoli tedeschi è il calo del prezzo dei titoli dei PIGS rispetto a quelli tedeschi sul mercato secondario, cioè quel mercato in cui vengono scambiati titoli di stato che si trovano nei portafogli di famiglie, banche e imprese. Un analogo meccanismo opera anche sul mercato delle nuove emissioni, ovvero quello dei titoli collocati tramite asta competitiva. L aumento dei tassi comporta una maggiore spesa per interessi e, quindi, un aumento del disavanzo. Si forma così un secondo circolo vizioso (dopo quello Deficit Debito Deficit): Deficit Spesa per interessi Deficit, con conseguenze potenziali esplosive (rischio di default). L origine del peggioramento dei tassi è costituita dalla debolezza dei PIGS per elementi differenti (deficit e/o debito e/o crescita), ai quali se ne aggiungono altri che hanno accelerato/peggiorato la crisi, ovvero 1) l incremento dell incertezza derivata dalla crisi dei subprime (fallimenti inaspettati come Lehman Brothers e incertezza sui titoli delle banche), 2) la scelta delle agenzie di rating di rivedere con estremo rigore i giudizi su molte economie (in Europa ma anche per gli Stati Uniti), 3) i limiti dell Unione Monetaria Europea. b. LIMITI DELL UEM Dalla crisi della Grecia si sono evidenziati alcuni limiti dell UEM (Unione economica e monetaria). In particolare, l UEM è caratterizzata dall essere una area con una moneta unica (l Euro) e quindi dall avere una politica monetaria comune: un unico soggetto, la Banca Centrale Europea, determina la politica monetaria per tutti i paesi membri. Le politiche fiscali, invece, sono lasciate alla discrezionalità dei singoli Governi nazionali. Da questa impostazione deriva una certa asimmetria fra i principali strumenti di politica econimica. Inoltre, il fatto che la politica monetaria sia decisa dalla Bce e sia unica, 6

7 priva di uno strumento di azione i Governi nazionali lasciando loro come unica arma di politica economica la politica fiscale. La politica fiscale può agire sul deficit, modificando l imposizione fiscale e/o la spesa pubblica, ma ha effetti che richiedono un certo tempo (in particolare gli effetti sul debito richiedono diversi anni) La vicenda dalla Grecia ha inoltre mostrato che i paesi più virtuosi, tra cui soprattutto la Germania, sono restii ad aiutare i paesi in difficoltà; la ragione principale risiede nella mancanza di fiducia nei confronti del paese in crisi, il quale una volta ricevuti gli aiuti dai paesi c.d. virtuosi, potrebbe continuare a gestire male i propri conti pubblici, in virtù del fatto che la politica fiscale rimane sotto la sua sovranità. In sintesi, possiamo dire che, poichè la politica monetaria unica esclude uno strumento di intervento e la politica fiscale nazionale sfavorisce la cooperazione fra paesi, i paesi più deboli dell UEM hanno vista aggravarsi la propria situazione, al punto di essere sempre più attaccabili sui mercati. L attacco speculativo ha portato al rafforzamento degli effetti dei problemi strutturali dei PIGS sui tassi di interesse, facendo esplodere gli spread. Al peggioramento degli spread si è affiancato un crollo degli indici di borsa, come evidenziato dalla seguente tabella: Variazione percentuale degli indici di borsa tra Gennaio 2010 e Luglio 2011 Italia -13,71% Portogallo -8,11% Irlanda -5,01% Grecia -42,56% Spagna -18,32% Il crollo degli indici di borsa, la cui spiegazione va associata agli effetti a cascata dell eventuale default di uno Stato, ha riguardato in particolare i titoli degli istituti di credito, che detengono nel proprio attivo molti titoli di Stato, tipicamente del proprio Paese. Il default di una economia implicherebbe dunque il fallimento di molte delle sue banche. Poichè i mercati anticipano questo rischio vendendo le azioni delle banche a rischio, il valore di borsa di tali azioni crolla. Qualora si verificasse il fallimento di molte banche in un economia, inoltre, anche le imprese avrebbero grandi difficoltà (in particolare per mancanza di credito). Le riserve obbligatorie delle banche sono stabilite in termini di rapporti tra attivo e passivo delle banche; dunque, un calo del valore dell attivo significa un incremento della domanda di riserve, una riduzione del moltiplicatore della moneta e di conseguenza una diminuzione dei prestiti erogati dalle banche. Al fine di limitare l effetto di contrazione del credito e i suoi effetti in termini di rallentamento della crescita economica, gli Stati possono decidere di intervenire per salvare le banche, così come accaduto in Irlanda. In questo modo, però, quello che era debito privato diventa debito pubblico e se lo stato deve reperire i fondi necessari al salvataggio emettendo nuovi titoli, si genera un nuovo aumento dello stock di debito pubblico. 7

8 2. INTERVENTI ATTUATI All inizio del gennaio 2010, il debito pubblico greco ammontava a circa 216 miliardi di euro per arrivare a quota 365 miliardi di euro a fine 2011, nonostante le cinque manovre di austerity varate dal governo greco e i pacchetti di aiuti forniti dalla troika. Nel maggio 2010, l UE e il Fmi varano il primo piano salvataggio della Grecia, dove vengono destinati aiuti per 110 miliardi di euro che sarà erogato a rate nei 3 anni successivi. A condizione di ulteriori tagli e congelamenti sul piano occupazionale, salariale e pensionistico, giungendo in alcuni casi all'abolizione delle mensilità aggiuntive ovvero, in presenza di redditi più bassi, alla loro riduzione, con misure che raggiungeranno anche il settore privato, che si vedrà ridurre l'indennità di licenziamento e flessibilizzare le normative sull'impiego. Vi sarà un aumento dell'iva del 2%, raggiungendo dunque il 23%, mentre dovrebbe essere intorno al 10% l'aumento delle imposte su carburanti, alcol, sigarette e beni di lusso. Nel luglio 2011,l UE vara il secondo piano salva Grecia che viene definito il piano Marshall europeo di 160 miliardi di euro. Il piano Marshall parte con la BCE che mette sul tavolo 109 miliardi, insieme con il Fondo Monetario Internazionale ed è prevista la partecipazione volontaria del settore privato in primis le banche. I due fattori da prendere in considerazione sono: In primo luogo la BCE accetta l ipotesi di default selettivo (ristrutturazione) In secondo luogo, il fatto che l EFSF(fondo salva stati) potrà intervenire sul mercato secondario tramite una modifica dello statuto e non soltanto sul primario, fornendo molta flessibilità all operatività del fondo ed aumenta in maniera importante le probabilità che il salvataggio possa andare a buon fine. Le modalità tecniche prevedono tre opzioni: 1. Lo swap dei titoli in portafoglio 2. Il rinnovo automatico dei titoli in scadenza 3. Il buyback del debito. Anche il settore bancario, cioè, banche, fondi assicurativi e fondi di pensione parteciperanno agli sforzi di salvataggio su base volontaria. Attraverso operazioni di debt swapt, rollover e buyback. L importo totale stimato è di 37 miliardi di euro entro 2014 con le prime due opzioni. Entro il 2020, il totale stimato è di 135 miliardi. A ottobre 2011 la Grecia non riesce a far quadrare i conti e a rispettare gli impegni presi. L UE decide che le perdite dei privati devono arrivare almeno al 50%,affinche i 109 miliardi di aiuti siano sufficienti. Atene negozia con le banche e la UE accetta di mettere 30 miliardi di euro per gli istituti esposti in Grecia, come dolcificante per far loro accettare le perdite con il piano di swap dei titoli. Il 21 febbraio 2012, viene trovato un accordo che consente il formale salvataggio della Grecia, in modo da dissipare il default. L ammontare del piano è di 130 miliardi di euro da erogare entro 2014, il versamento delle somme avverrà tramite l EFSE e con l attesa che il FMI compartecipi all operazione. La somma contribuirà a ridurre l ammontare del debito greco: l obiettivo e quello di portare il debito al 120,5% del PIL nel Gli investitori privati rinunceranno al 53.5% del valore nominale del loro 8

9 credito, tramite uno scambio dei bond attualmente in circolazione con titoli di Stato greci di nuova emissione. La ristrutturazione del debito ellenico prevede le seguenti condizioni: Il 31,5% delle obbligazioni attuale sarà sostituito da 20 nuovi titoli sovrani greci, con scadenze da 11 a 30 anni Il restante 15% sarà convertito in titoli a breve scadenza emessi da l EFSF. Gli Stati dell Eurozona hanno acconsentito ad abbassare in modo retroattivo gli interessi sui prestiti concessi ad Atene nel 2010, nell ambito del primo programma. Questa mossa consentirà di ottenere 1,4 miliardi di euro che andranno a tagliare il debito ellenico del 2,8%.La Bce parteciperà al piano di aiuti per la Grecia distribuendo alle banche centrali nazionali i profitti sui bond greci nel suo portafoglio, a loro volta le banche centrali li verseranno agli Stati dell Eurozona che hanno acconsentito a versarli alla Grecia nell ambito del piano di riduzione del suo debito: è quanto si legge nelle conclusioni del documento elaborato dall Eurogruppo. Con la contribuzione del settore privato e pubblico il rapporto debito/pil della Grecia è messo su un cammino discendente che arriverà al 120,5% del PIL nel E scritto nella dichiarazione finale dell Eurogruppo che ha dato il via libera al secondo piano di aiuti ad Atene. E indicata la cifra fino a 130 miliardi di euro entro il 2014 che sarà fornita dagli stati dell Eurozona tramite l EFSF e con l attesa che il Fmi darà un significativo contributo. 3. GRECIA: PERCHE IL RISANAMENTO E IMPOSSIBILE? Composizione del pubblico greco debito 9

10 Cinque manovre finanziarie, 1 milione di disoccupati (il 20,9% della popolazione), 12 punti di Prodotto interno lordo persi ( 7% solo nel quarto trimestre 2011), il debito pubblico quasi al 160%, deficit stabile al 10% e salari minimi lordi precipitati a 580 euro. I risultati di tre anni di cura teutonica alla Grecia malata di conti truccati, spesa pubblica fuori controllo e scarsa produttività sono racchiusi nel realismo inconfutabile di numeri che raccontano di una crisi senza fine. Per risolverla, l Europa e il Fondo monetario internazionale hanno predisposto ben due prestiti: 110 miliardi di euro erogati tra il 2010 e il 2011, ed un ulteriore piano da 130 miliardi di euro, in cambio di sacrifici sociali e tagli draconiani, ai quali lo stesso parlamento si è in parte opposto. Eppure il dubbio che l accanimento terapeutico su Atene sia la strada sbagliata inizia a sfiorare anche insospettabili neoliberisti cresciuti tra le Banche nazionali e i salotti del Fondo monetario internazionale. «Nella migliore delle ipotesi, dopo il salvataggio ci sarà un periodo di calma al termine del quale si scoprirà che la riduzione di stipendi e pensioni ha esacerbato la recessione», ha scritto Wolfgang Münchau, economista e fondatore del quotidiano Financial Times Deutchland, sulle colonne del quotidiano londinese. «E allora ci sarà bisogno di nuovi tagli. Ma la politica potrebbe non prestarsi più». a. Debito insostenibile e crescita quasi nulla Dall esplosione della crisi greca, poi diventata crisi del debito e quindi dell intera Eurozona, i governi di George Papandreu e Lucas Papedemos hanno accettato le condizioni impossibili imposte dalla Troika di creditori internazionali (Unione europea, Banca centrale europea, Fondo monetario internazionale) pur di evitare un default incontrollato e conservare un posto all interno della Ue. Ma con 65 miliardi di ricchezza volatilizzati in quattro anni (su un Pil che ne vale complessivamente 300) e 150 mila persone da licenziare solo nella pubblica amministrazione entro il 2015, i greci hanno smesso di credere che restare nella Ue sia la soluzione ai loro problemi. D altra parte, se anche il risanamento dell economia tramite l austerity dovesse dare i propri frutti (come, peraltro, non accaduto negli anni scorsi), il rapporto tra debito e Pil di Atene si assesterebbe a 120 entro il 2020; lo stesso livello attuale di quello italiano, giudicato insostenibile. Come dire che un decennio di sacrifici potrebbe non produrre alcun risultato. Non solo: la mancanza di denaro e lavoro, causata dai tagli, dalla stretta del credito e dalla riduzione della spesa pubblica, difficilmente potrà spingere la ripresa economica. Esaurita la provvista di liquidità fornita dalla Troika, la Grecia potrebbe dunque essere nuovamente incapace di pagare i propri debiti, per quanto ridimensionati dall accordo con i creditori. E il ciclo potrebbe riaprirsi un altra volta. «Qualsiasi politica per mantenere la Grecia dentro la moneta unica o alla Ue avrebbe dovuto essere realizzata su altre basi: una ristrutturazione del debito ben fatta e politiche di crescita. Ma non è andata così», ha spiegato Giuseppe Pennisi, economista ed ex direttore italiano dell Organizzazione internazionale del Lavoro. «La trattativa sul debito è stata infatti portata avanti solo con i creditori privati, che sono meno del 50% del totale. E rischiando oltretutto di favorire gli hedge fund, che hanno comprato quel debito per due soldi e ora possono guadagnarci». Non solo: «La crescita è stata totalmente dimenticata. Da chi ha imposto il risanamento, e da chi lo ha accettato supinamente perché sapeva di aver truccato i conti prima». 10

11 b. Il rischio di una deriva civile Insomma, la politica greca prima ha mentito spudoratamente per farsi accettare nell Unione europea. E oggi, per restarci, costringe i suoi cittadini a misure draconiane che probabilmente spingeranno il Paese nel baratro della fame. E in quello della violenza. Atene bruciava domenica 12 febbraio, mentre il governo si sgretolava e la Troika incassava l ennesimo sì nel nome della moneta unica e della coesione dell Unione europea. Le elezioni di inizio aprile, il cui esito è stato la drammatica caduta di consensi nei confronti dei due principali partiti europeisti (Pasok e Nea Dimokratia) e l ingresso in Parlamento del partito neonazista (7% dei consensi) hanno, infatti, evidenziato il rischio di una deriva estremista di quella che è stata la culla della civiltà, oltre che la compromissione del già precario equilibrio del eurozona. «Nel 1929 per superare la crisi il cancelliere tedesco Hermann Müller licenziò gli statali e fece 5 milioni di disoccupati. Così facendo regalò la Germania a Hitler», ha riassunto Elvio Del Bosco, per 30 anni funzionario del centro studi della Banca d Italia. «Per tenere la Grecia in Europa li stiamo costringendo a misure terrificanti e rischiamo di creare un mostro». 4. POSSIBILI SCENARI FUTURI Una delle soluzioni implementabili da Paesi in difficoltà come la Grecia può essere quella della ristrutturazione del debito. Con il termine ristrutturazione si indica un default parziale e selettivo e/o un allungamento delle scadenze, che può comportare, nella fattispecie dei Paesi dell Eurozona, all uscita dalla moneta unica. Una seconda soluzione, alternativa alla ristrutturazione del debito, consiste nell emissione di titoli europei, cioè di titoli garantiti dall UEM e non dai singoli paesi (Eurobond). Una scelta di questo tipo necessita di un forte coordinamento delle politiche fiscali e/o di un altrettanto forte controllo sulle stesse. Tale proposta è sostenuta da diversi economisti, tra cui Juncker (ormai ex presidente dell Eurogruppo) ma vede l opposizione di Paesi quali la Germania, la Finlandia, l Olanda e in parte anche della Francia. Il primo scenario (ristrutturazione e default) è caratterizzato dalla fine del coordinamento della politica economica in Europa, in quanto implicherebbe un ritorno delle politiche monetaria e fiscale nelle mani dei governi nazionali (almeno per alcuni paesi). Il secondo scenario, invece, è caratterizzato da un maggior coordinamento della politica economica in Europa; esso infatti prevede che sia la politica monetaria sia (in parte) quella fiscale vengano coordinate a livello comunitario. In ogni caso, entrambe le soluzioni permetterebbero di superare l attuale asimmetria relativa alla politica economica. 11

12 a. Cinque bond per la crescita Dopo gli Efsf bond, in attesa del lancio degli Esm bond e nella speranza di che prima o poi arrivino gli Union bond, l Eurozona si sta attrezzando per lanciare entro fine 2012 i Project bond per le infrastrutture europee su energia, trasporti e digitale e forse anche gli Sme bond per accrescere il credito alle piccole e medie imprese europee. Per realizzare tali strumenti bisognerà ricorrere ad una Bei (Banca Europea per gli Investimenti) potenziata nei compiti e ricapitalizzata nei mezzi, ma anche creare nuovi strumenti di debito garantiti dai fondi strutturali europei e dalla Bei per aumentare gli investimenti dei privati a sostegno di occupazione e crescita senza gravare sui bilanci pubblici. Il bond, quale che sia, sta diventando quindi un elemento chiave per il rilancio dello sviluppo economico dell Eurozona. Per ora ci sono gli Efsf bond, cioè obbligazioni emesse dal primo fondo salva Stati (creato nell Agosto 2012) che consentono di raccogliere denaro sul mercato a costi contenuti per finanziare gli Stati in crisi di liquidità o di insolvenza e ricapitalizzare sistemi bancari deboli. L Efsf ha una capacià massima di erogazione di credito pari a 440 miliardi, che si affiancherà dal luglio 2012 a quella del fondo di stabilità permanete Esm (500 miliardi) fino a raggiungere un capacità congiunta intorno ai 700 miliardi. La gamma degli interventi di Efsf ed Esm (che potrebbe prendere il posto della Bce nell acquisto di titoli di Stato di Paesi non sotto programma di aiuti stile Fmi ma assistiti in via precauzionale per superare difficoltà temporanee) aiuta la crescita in via indiretta: la riduzione forte del costo della raccolta degli Stati in difficoltà altamente indebitati con il contenimento degli spread sui bond governativi libera risorse pubbliche che in quegli stessi Stati possono essere dirottate su investimenti produttivi. Il calo del premio a rischio pagato dallo Stato a cascata riduce lo spread imposto alle banche per finanziarsi sul mercato e quindi porta a un taglio del costo del credito a imprese a famiglie. Le ricapitalizzazioni assistite dall Efsf Esm, negli Stati che non possono permettersele (prima Grecia e Irlanda, dopo forse la Spagna), sono fondamentali per la crescita: un sistema bancario solido eroga più credito e inietta fiducia nel sistema Paese. Per questo la Bce ha erogato finanziamenti straordinari a tre anni all 1% per miliardi: anche se in prospettiva il calo strutturale del credito bancario dovrà essere integrato da corporate bond, private equity e più Sgr dedicate ai prestiti Pmi. I project bond, gli Sme bond e I Bei bond intervengono direttamente sugli investimenti per la crescita. Le strade allo studio sono diverse. Di certo la Bei dovrà essere ricapitalizzata con un iniezione di almeno 10 miliardi di capitale paid in perchè ha già erogato prestiti attorno ai 480 miliardi su una capacità massima di 580 ( 2,5 volte il capitale,232 miliardi di cui 12 paid in). La Bei potrebbe sottoscrivere la tranche mezzanine o subordinata nei prestiti alle infrastrutture, incoraggiando l ingresso ai capitali privati. A garanzia dei finanziamenti a energia, trasporto, digitale e Pmi potrebbe intervenire anche la Commissione europea, con i fondi strutturali: un effetto volano sui privati, una leva da due a quattro volte sui prestiti bancari. Erogazioni bei da 25 miliardi portano in media a prestiti complesivi per 75 miliardi. Infine gli union bond, l ultimo atto di integrazione fiscale degli Stati dell Eurozona. Si ipotizzano titoli di Stato federali garantiti (totalmente o parzialmente) dai membri dell euro. Potrebbe sostituire i titoli di Stato nazionali equivalenti al debito pubblico fino al 60% del Pil: il debito oltre la soglia di Maastricht continuerebbe a essere finanziato con i titoli di Stato nazionali, che diventerebbero junior e rendimenti elevatissimi per blindare il rispetto di Fiscal compact e Six pack. 12

13 b. Ristrutturazione del debito Politiche di austerity e ristrutturazione del debito in Grecia (Tratto dall articolo del professore Andrea Fumagalli) Il quinto ed ultimo intervento di tagli, realizzato dal governo greco, in 18 mesi ha avuto come obiettivo immediato la riduzione della spesa pubblica du 3,3 miliardi di euro solo nel 2012: per farlo si dovranno tagliare le pensioni supplementari del 15%, gli stipendi minimi del 22% e quelli dei giovani neoassunti tra i 18 e i 25 anni del 32%, con un blocco per almeno tre anni. Questo comporterà una riduzione di tutti gli altri salari e, probabilmente anche del sussidio di disoccupazione, che attualmente è fissato in 461 euro (lo stipendio minimo invece è di 751 euro, lordi). Questi nuovi provvedimenti tendono a peggiorare in primo luogo le condizioni salariali e del mercato del lavoro, mentre le precedenti hanno privilegiato soprattutto interventi sulle entrate fiscali e sulla spesa pubblica. Di fatto, le cinque leggi d austerity greche come le analoghe italiane, spagnole e portoghesi sembrano seguire la stessa impostazione: aumento delle entrate fiscali e riduzione della spesa pubblica, sono accompagnate da provvedimenti volti alla riduzione del costo del lavoro e al disciplinamento del mercato del lavoro. Per aumento delle entrate fiscali si intende l aumento dell Iva (portata al 23% sia in Grecia che in Italia) e delle accise e delle tariffe dei beni di largo consumo la cui domanda, risultando rigida al prezzo, è difficilmente contraibile (dalla benzina ai prodotti energetici, al tabacco, così come nel XIX secolo si interveniva con la tassa sul sale e sul macinato). Questi interventi, di natura regressiva, incidono in modo pesante sui redditi medio bassi. Si tratta di provvedimenti imposti anche ad altri paesi europei (come l Italia e Spagna) che, in seguito all aumento dell Iva, porteranno ad un aumento del livello dei prezzi europei, imponendo così nuovi vincoli restrittivi alla politica monetaria europea. Fintanto che l art. 105 del Trattato di Maastricht, che impone l obbligo per la Bce di rispettare il limite del 2% annuo per il tasso d inflazione, non verrà modificato o allentato, il probabile esito di tali manovre sarà indirettamente di controllare l inflazione non più tramite un aumento dei tassi d interesse ma tramite una riduzione dei costi di produzione, ovvero del lavoro. E a tal fine, non è un caso che in Grecia, come in Italia e in Spagna si attuano provvedimenti diretti (Grecia) o riforme del mercato del lavoro (Italia e Spagna) con tale obiettivo. Per la riduzione della spesa pubblica, invece, tre sono gli strumenti prevalentemente utilizzati: i licenziamenti di massa nel pubblico impiego, che in Grecia hanno raggiunto la soglia dei , in seguito alla nuova ondata di dismissioni (15.000) prevista negli ultimi provvedimenti; l ulteriore smantellamento dello stato sociale, con particolare riferimento ai settori che sono più appetibili per la speculazione finanziaria, ovvero previdenza, sanità e istruzione. In questo campo, la Grecia ha fatto da apripista, ma l Italia non ne è da meno. Infine, la vendita del patrimonio pubblico e la privatizzazione dei servizi di pubblica utilità. Il tentativo di risolvere la crisi del debito, proprio quando il processo di accumulazione e valorizzazione si fonda sempre più marcatamente sullo sfruttamento e l espropriazione del comune, si caratterizza dunque con l affermazione del dominio del privato non solo sul pubblico, ma soprattutto sul comune. Gli esiti di questi provvedimenti sono sotto gli occhi di tutti e Il caso greco è emblematico. La Grecia è al quarto anno di recessione, nel 2011 il Pil è calato di oltre il 7% e, nonostante la cura da cavallo, proprio per l effetto recessivo delle politiche di austerity, il rapporto debito/pil non è calato come ci si attendeva, ma è addirittura aumentato di 4,4 punti, portandosi al valore di 159,1%. Con questa quinta 13

14 finanziaria, l obiettivo è raggiungere il livello del 120% nel Obiettivo del tutto pretestuoso e chiaramente irrealizzabile. Eppure la troika economica fa, strumentalmente, finta di crederci e la Germania appare oggi più di ieri preoccupata di un possibile default greco. E chiaro che gli interessi sono altri e altrove. Ed è qui che sta il paradosso. Tutti hanno paura del default greco, non perché preoccupati per la possibile crisi dell Euro (forse qualcuno si) ma per le proprie tasche. Se la Grecia, infatti, facesse veramente default e i titoli greci diventassero titoli spazzatura, ci sarebbe un impatto molto negativo su alcune banche europee, soprattutto francesi e tedesche. Infatti dei 355 miliardi di euro del debito pubblico greco, 125 (più di un terzo) sono detenuti dalle banche e dai fondi di investimento europei, 50 dalle banche greche, 30 dai fondi sociali e assicurativi greci. A ciò, occorre aggiungere che 55 miliardi sono detenuti dalla BCE, per un totale di 260 miliardi. La rimanente parte del debito è composta da prestiti internazionali, di cui 20 da parte del FMI e 53 dai paesi dell Europa (la sola Germania per una quota di 15 miliardi). In un tale contesto, il default sarebbe estremamente costoso per il portafoglio dei creditori privati e anche pubblici ed è proprio questa elementare constatazione a spingere verso la soluzione di una ristrutturazione del debito greco. E qui la questione si fa interessante dal punto di vista di chi sostiene il diritto al default. Dopo un primo incontro tra l Institute of International Finance (IIF, che rappresenta circa 450 istituzioni private) e le autorità greche, si sta cercando di arrivare ad un primo possibile accordo che dovrebbe prevedere una svalutazione tra il 65 e il 70 per cento del valore nominale dei bond greci e un estensione a trent anni dei titoli con un tasso di interesse medio del 4 per cento (3,5 per quelli a breve termine, 4,6 per quelli a lungo termine). In cambio, i creditori riceverebbero titoli a breve scadenza del fondo europeo Salva Stati (EFSF) per un valore pari al 15 per cento dei loro crediti nei confronti di Atene. In questo modo, la Grecia potrebbe ridurre di 100 miliardi il suo debito (poco più di un quarto). Secondo uno studio condotto dall Istituto per l economia mondiale di Kiel e pubblicato dallo Spiegel, nemmeno una ristrutturazione del debito del per cento sarebbe sufficiente per la Grecia (inizialmente si era parlato addirittura del 50 per cento). Infatti, secondo questo studio, i tassi di interesse attuali sarebbero insostenibili per il debito greco. Lo Spiegel scrive che, se gli interessi rimanessero quelli attuali, per salvare la Grecia servirebbe un taglio del debito di almeno l 80 per cento, il che implicherebbe un ulteriore intervento da parte dei paesi europei e della Banca Centrale Europea. Ma tale quota potrebbe diminuire se l opera di haircut (letteralmente taglio di capelli, come in gergo finanziario si indica la svalutazione forzosa di un titolo) venisse estesa anche alla BCE. L ultima serie di interventi draconiani contro il popolo greco servono non a ridurre il rapporto debito/pubblico ma a garantire quel minimo di liquidità per poter da un lato ricevere altri prestiti internazionali e dall altro garantire i fondi per la ristrutturazione del debito e riassicurare i creditori. Di fatto, in Grecia si sta applicando una sorta di default controllato (svalutazione del 70% del valore dei titoli posseduti dagli investitori istituzionali), il cui costo tuttavia viene fatto ricadere pesantemente sulle condizioni di vita del popolo greco. Si dimostra che tale possibilità di default controllato è possibile e che è comunque una soluzione preferibile alla bancarotta statale. Esso però viene agito contro chi non è responsabile della crisi del debito greco. Alcune banche avranno perdite patrimoniali, ma tali perdite verranno in beve tempo compensate dal fatto che il diritto alla speculazione viene salvaguardato proprio grazie alle misure d austerity. 14

15 L idea di diritto al default è invece indirizzata contro la speculazione finanziaria. Oltre allo strumento tecnico, occorre quindi una capacità politica e sociale tale da mettere in discussione la legittimità della governance dittatoriale della troika economica. Da questo punto di vista, Italia e Grecia sono molto simili. Non solo nelle misure che vengono intraprese, ma anche nella recente dinamica golpista che le ha caratterizzate, nonostante ciò che dica uno dei sostenitori di tale golpe economico finanziario che è anche, Presidente della Repubblica. Ristrutturazione del debito greco Quando nel Maggio del 2010 l'unione Europea (UE) e il Fondo Monetario Internazionale avevano concesso un prestito di 110 miliardi di euro in tre anni alla Grecia, si sperava di poter così evitare la più grande bancarotta nella storia del capitalismo. Ma, poichè il governo non ha raggiunto (ad oggi) gli obiettivi concordati in sede internazionale, l'ue e FMI hanno deciso di sospendere gli aiuti. L'UE e il FMI concederanno un nuovo prestito solo a condizione che i creditori privati aderiscano ad una ristrutturazione del debito e il parlamento greco approvi ulteriori tagli alla spesa pubblica. È opportuno tenere presente i seguenti aspetti: 1. Il debito pubblico greco a fine 2011 ammontava a circa 365 miliari. I maggiori creditori sono gli investitori privati (225 MLD), gli Stati Membri dell'area euro (53 MLD), la Banca Centrale Europea (BCE) (45 MLD) e il FMI (20 MLD). Il piano di ristrutturazione dovrebbe portare il debito pubblico al 120% del PIL entro il 2020, da circa 160% del Il nuovo programma di aiuti promesso dai creditori internazionali (UE e FMI) ammonta a 130 miliardi di euro. UE e FMI diventerebbero così i maggiori creditori, con oltre 200 miliardi di esposizione. 2. In cosa consiste la ristrutturazione del debito? Le banche detentrici di titoli del debito pubblico s impegnerebbero a scambiare tali titoli con dei nuovi titoli di debito che avranno un valore nominale pari alla metà di quelli attuali, tassi d'interesse più bassi e durata molto più lunga. La perdita stimata nei bilanci delle banche si aggirerebbe intorno al 70%. Eccetto pochi casi, i fondi d'investimento speculativi (hedge funds), i fondi pensione e assicurativi non sono stati inclusi nelle trattative. Si stima che essi detengano all'incirca 50 miliardi di titoli di debito. 3. Ristrutturazione a natura volontaria. L'UE e la BCE vogliono evitare che il governo greco imponga una ristrutturazione forzosa del debito pubblico. Essa costituirebbe formalmente un default e le agenzie di rating degraderebbero di conseguenza i titoli di debito della Grecia. La BCE ha fatto sapere che in questo caso non potrebbe più iniettare liquidità nelle banche greche, cosa che causerebbe il collasso del sistema finanziario del paese. Tuttavia, il governo starebbe studiando una legge per introdurre retroattivamente delle clausole di azione collettiva (CACs) che consentirebbero a una maggioranza qualificata di detentori di titoli di debito di votare i termini della ristrutturazione ed imporli alla totalità dei detentori di titoli. 4. Ristrutturazione forzosa (default) e rischio di contagio. Si teme che l'imposizione di una ristrutturazione forzata del debito possa creare un effetto domino sugli altri paesi periferici dell'area euro. In una situazione di estrema incertezza, il default della Grecia potrebbe spingere gli investitori a pensare che anche altri paesi possano fare la stessa fine. La paura dell'effetto contagio è stato uno dei motivi per cui nel maggio del 2010 l'ue e il FMI decisero di salvare la Grecia senza coinvolgere il settore privato. Molti credono che l'inclusione di un riferimento alla compartecipazione del settore privato in futuri piani di salvataggio sia alla base della recente escalation della crisi dell'euro. 15

16 5. La Bce non dovrebbe partecipare alla ristrutturazione. Da maggio 2010 la BCE sta comprando titoli di debito dei paesi più esposti alla crisi (Grecia, Irlanda, Portogallo, Spagna e Italia. Ad oggi, maggio 2012, la BCE detiene circa 220 miliardi di titoli, e si stima che quelli greci ammontino a circa 45 miliardi. La BCE si è sempre detta contraria a partecipare alla ristrutturazione. Recentemente però, si stanno intensificando le pressioni affinché vi partecipi. I proventi delle attività finanziarie della BCE vengono ripartiti tra gli Stati Membri a seconda del capitale che ciascun governo detiene presso la banca (Germania, Francia, Italia e Spagna ne detengono da sole circa il 52%.) Nel caso in cui la BCE partecipasse alla ristrutturazione, le perdite risulterebbero in minori entrate per gli Stati Membri. Questo costituirebbe, di fatto, una prima forma di mutualizzazione del debito pubblico della Grecia e un danno economico per gli altri cittadini europei. c. Lo spettro di un uscita della Grecia dalla moneta unica Nella prima metà di maggio 2012, l agenzia di rating Fitch ha tagliato il rating della Grecia, portandolo da B a CCC, cioè un gradino sopra il livello D che indicherebbe il default. Il downgrade riflette il rischio, esacerbato, che la Grecia possa non essere in grado di sostenere la sua presenza nell Unione economica e monetaria. A questo punto sorge spontanea la seguente domanda: può la Grecia, e più in generale un Paese dell Unione Monetaria, uscire dall Euro? Il trattato di Lisbona non prevede una procedura per l uscita volontaria di uno Stato dall Eurozona, né tantomeno per la sua espulsione (mentre è previsto l opt out dall Euro al momento dell ingresso nella Ue). L unica strada sarebbe uscire del tutto dall Unione Europea: un ipotesi di scuola, finora considerata improbabile, ma tecnicamente possibile. Proprio l entrata in vigore, il 1 Dicembre 2009, del Trattato di Lisbona, offre qualche strumento tecnico in più, introducendo il diritto di ogni Stato di uscire dall Ue. Che percorso bisognerebbe seguire invece per uscire dall Ue? La procedura imporrebbe allo Stato che volesse abbandonare l Unione di comunicare la scelta al Consiglio. A questo punto si aprirebbe un negoziato tra Ue e Stato membro per fissare le modalità di recesso, con una delibera adottata a maggioranza dal Consiglio e approvata dall Europarlamento. Sono ammessi ripensamenti: in tal caso lo Stato dovrebbe sottoporsi alle ordinarie procedure di adesione. Dall entrata in vigore dell accordo di recesso i Trattati smetterebbe di essere applicabili per lo Stato in questione. Quanto potrebbe costare alla Grecia l abbandono dell Euro? Poichè per uscire dall Euro bisognerebbe abbandonare l Ue, tanto per cominciare si perderebbero i fondi per lo sviluppo erogati da Bruxelles (20,4 miliardi per la Grecia per il periodo 2007/2013). Secondo uno studio della banca svizzera Ubs di inizio settembre, che prende in esame un ipotetico Stato debole dell Eurozona, l uscita dalla moneta unica significherebbe, oltre al default, il collasso del sistema bancario domestico e dei suoi scambi internazionali. La svalutazione della moneta rispetto all Euro offrirebbe ben poco sollievo (l Ue potrebbe imporre dazi) e ciascun abitante si troverebbe a pagare un prezzo tra 9500 e euro solo nel primo anno (in Grecia gli stipendi medi annui sono di circa 20 mila euro). Negli anni successivi, il danno scenderebbe a 3 4 mila euro. Quali conseguenze ci sarebbero per l Eurozona? Le simulazioni degli addetti ai lavori considerano le conseguenze dirette complessivamente contenute e più gestibili rispetto a quanto accadrebbe in Grecia. Secondo la società Cribis D&B, specializzata in 16

17 business information, le conseguenze sul settore bancario sarebbero mitigate dal fatto che nell ultimo anno e mezzo lo attestano i dati della Banca dei regolamenti internazionali l esposizioni delle banche europee sul debito greco è nettamente calata. Dal punto di vista macroeconomico, sempre secondo la ricerca condotta da Cribis D&B, si stima che la crescita del Pil nei primi tre anni successivi all uscita dall euro di Atene calerebbe complessivamente dall 1,5% al 2% a seconda dei Paesi (di meno in Germania, di più in Paesi come Italia e Spagna). Più gravi appaiono le ipotetiche conseguenze indirette, a cominciare dall impatto sui mercati e sulla loro percezione della stabilità dell intera area euro. 5. L ESEMPIO ISLANDESE L Islanda è stato il primo paese ad entrare in crisi dopo il crollo dei titoli subprime negli Stati Uniti nel 2008 e probabilmente sarà il primo ad uscirne a testa alta già quest anno, grazie ad un azione coordinata fra istituzioni e coesione sociale della cittadinanza, che si è sviluppata su tre presupposti principali: la partecipazione democratica del popolo, la sovranità monetaria e la nazionalizzazione delle banche private. Le lacrime e il sangue della crisi finanziaria mondiale dovranno versarli quei paesi, eurozona in testa, che non potranno mai e poi mai agire su queste leve fondamentali, poichè, come ben noto, i paesi dell eurozona non hanno una propria moneta sovrana e conseguentemente nemmeno una politica monetaria nazionale. La crisi finanziaria dell Islanda, dal punto di vista strettamente tecnico o morale, non ha nulla di diverso dalle normali crisi del debito privato che conosciamo già: si gonfia una bolla di credito senza alcun controllo e senza adeguate garanzie fino a quando la bolla speculativa non scoppia e il sistema salta per aria. L eccezionalità risiede casomai nel contesto e nel modo in cui è stata affrontata l emergenza: un paese isolato e circoscritto con poco più di 320 mila abitanti, lontano dai circuiti internazionali della grande finanza e non abituato a maneggiare quelle grosse cifre che per alcuni anni sono transitate nell isola, che riesce a tenere testa ai tentativi di ingerenza degli organismi finanziari internazionali e alla fine impone le sue condizioni smantellando e ridimensionando il sistema bancario che era stato all origine del guasto. Come tutti gli altri paesi sviluppati nell ultimo ventennio, anche l Islanda aveva conosciuto purtroppo il suo bel periodo di selvaggia deregolamentazione della finanza e privatizzazione del settore bancario, le cui maggiori banche erano ancora fino al 1988 di proprietà dello stato. Sempre a causa del suo isolamento, queste banche non furono vendute a gruppi bancari stranieri ma ad alcuni avventurieri privati islandesi, molto vicini agli ambienti politici locali, che avevano poca competenza ed esperienza in campo finanziario. Non bisogna stupirsi che i novelli banchieri abbiano cominciato a fare esperimenti e a lanciarsi in campo aperto nell attività creditizia: il credito bancario interno è passato dal 100% del PIL nel 2000 fino al 450% del C era già di che allarmarsi anche prima dello scoppio della crisi finanziaria internazionale. Ed è appunto la parte dei controlli sulle banche che in Islanda mostra delle crepe superiori alla norma. la Banca Centrale Islandese è un istituzione minoritaria con poco potere e poca governance: scarsa competenza e formazione specifica, e un ruolo di vigilanza sull operato dei banchieri privati praticamente assente. La banca centrale si propone come garante non espressamente dichiarato dello sviluppo bancario nell isola, senza avere però i mezzi per assicurare la solvibilità finanziaria di banche 17

18 ormai artificialmente ingigantite e notevolmente superiori alle capacità finanziarie della stessa banca centrale. Quando in un paese così piccolo e isolato come l Islanda comincia a circolare molta moneta sotto forma di credito è chiaro che l inflazione inizi rapidamente a galoppare. Per la banca centrale l azione più semplice da adottare è riportata in tutti i manuali di politica monetaria: alza progressivamente il tasso di sconto del denaro, fino a raggiungere livelli improponibili del 15%. I banchieri privati, non potendo più accedere ai rifinanziamenti della banca centrale per aggiornare le proprie riserve perché troppo care, aggirano l ostacolo chiedendo soldi all estero per continuare senza sosta l attività creditizia. Per invogliare gli investitori stranieri a portare capitali in Islanda, i banchieri iniziano così ad aumentare i tassi di interesse sui depositi (mediamente 5 6%, contro il 2 4% dell area euro USA, e soprattutto lo 0 1% del Giappone). Con questi afflussi di capitali esteri, la moneta nazionale, la corona islandese, comincia a fluttuare vertiginosamente sul mercato dei cambi, ma la banca centrale riesce, grazie ad alcune politiche fiscali sui prezzi delle merci di esportazione, che vengono gonfiati ad arte per mantenere un certo valore di cambio della corona, a dare un immagine di stabilità e solidità finanziaria all estero. In virtù di prospettive di crescita e di espansione economica così floride, tutti gli islandesi vogliono ancora crediti magari in valuta estera per comprare una casa e le banche coprono questi nuovi prestiti con metodi contabili come i mutui a lungo termine di anni, bilanciati con depositi a breve scadenza in moneta estera di durata variabile fra 3 4 mesi. Vista la possibilità di profitti certi e immediati, oltre agli investitori istituzionali (fondi pensioni, fondi sovrani) cominciano ad arrivare in Islanda anche speculatori finanziari. Molti clienti, che hanno ottenuto mutui ipotecari a tasso variabile, rinegoziabile dopo un periodo di tolleranza di cinque anni, non sapevano che i loro mutui fossero finanziati con prestiti a breve termine, che tendevano inesorabilmente ad incrementare il margine di rendimento. A causa della lievitazione degli interessi il debito delle famiglie comincia così ad aumentare raggiungendo nel 2007 il 240% del reddito disponibile, mentre nel 1983 era solo il 40% e nel 1990 l 80%. Il boom del mercato immobiliare subisce di conseguenza una brusca frenata e i banchieri trovano un altra strada, rischiosa, per ottenere facili profitti: gli investimenti finanziari in titoli derivati ad elevato rendimento. Gli Stati Uniti diventano il nuovo territorio di conquista dei banchieri islandesi perché oltreoceano è possibile acquistare una grande varietà di prodotti finanziari, capaci di bilanciare i depositi costosi. Si crea un circolo vizioso fra i banchieri islandesi e gli speculatori internazionali, che utilizzano la tecnica del carry trade per prendere a prestito capitali all 1% (soprattutto dal Giappone) e depositarli in Islanda al 6%, guadagnando sullo scarto di interesse. Il debito estero esplode e nessuno sembra preoccuparsene (non solo le istituzioni locali, ma anche gli organismi finanziari di controllo internazionale come lo stesso FMI). L Islanda non avrebbe mai potuto reggere un simile indebitamento, che era basato soprattutto su depositi a breve scadenza. Nel 2007, infatti, i debiti a breve termine verso l estero del sistema bancario arrivano ad essere 15 volte superiori alle riserve in valuta estera presso la Banca Centrale d Islanda, e quest ultima non avrebbe mai potuto fronteggiare uno shock esterno di fuga dei capitali americani. L esperto in crisi finanziarie internazionali, Nouriel Roubini, sostiene che la soglia limite del debito estero oltre la quale inizia l avvitamento verso il default e il fallimento si aggira intorno al 54% del PIL e l Islanda aveva già a partire dal 2000 superato il 100%. Il crollo islandese era, quindi, ampiamente prevedibile, ma mancava ancora la scintilla. 18

19 Ad ottobre del 2008 scoppia la bolla dei titoli subprime americani, il cui valore viene deprezzato nel giro di pochi giorni a titoli tossici e spazzatura e l Islanda è in ginocchio. Le tre banche principali falliscono. Il FMI arriva in Islanda a fine ottobre 2008 e da quel giorno non si è mai mosso dal suolo islandese, portando a termine il suo programma di salvataggio ad agosto In questi anni le istituzioni politiche e bancarie islandesi lavorano a stretto contatto con l FMI, decidendo insieme quali misure fiscali bisogna adottare per recuperare le perdite e ristrutturare l intero settore bancario disastrato. Il primo prestito da 2,1 miliardi di dollari viene contrattato con l FMI e ottenuto dall Islanda il 19 novembre 2008, ed è stato parzialmente riassorbito con la vendita di alcune attività liquide delle tre banche nazionalizzate. La rivolta degli islandesi comincia invece ad aprile 2009 quando il FMI propone un secondo prestito da 3,4 miliardi di dollari (5,5% di interesse), a cui si aggiungono altri 2,5 miliardi di dollari da parte di alcuni paesi nordici, fra cui Svezia e Russia. Le modalità di rimborso sono palesemente vessatorie nei confronti del popolo islandese, che deve ripagare il prestito con una ritenuta diretta in busta paga di circa 100 euro al mese per 15 anni. A questo punto i cittadini islandesi si ribellano, rivendicando il diritto di non pagare un debito scaricato sulle loro spalle da pochi banchieri privati falliti e ormai in fuga. Da quel momento si rompe il patto di collaborazione con l opinione pubblica internazionale che comincia a mettere in cattiva luce il comportamento scorretto degli islandesi. La scelta del popolo di rifiutare quel debito enorme (in cui solo in parte rientravano i mutui dei cittadini, ma per il resto erano depositi investiti in titoli rischiosi) diventa un oltraggio diretto ai poteri forti della finanza internazionale. Inizia un lungo braccio di ferro e alla fine il popolo islandese vince la sua battaglia. Questo però non significa che gli islandesi non devono pagare più i debiti contratti dai banchieri, anzi: Svezia e Russia si tirano indietro, ma l FMI continua il suo programma, cambiando soltanto le modalità di rimborso per distribuire l onere in maniera più equa ed equilibrata fra cittadini, imprese, stato. I beni islandesi all estero vengono congelati, sequestrati e venduti in asta per ripagare i creditori, le rendite finanziarie vengono tassate al 20% (prima era il 18%), le imposte sulle imprese vengono aumentate del 2%, l aliquota sui redditi pubblici e privati viene innalzata dell 1,5%, l IVA viene incrementata dal 24,5% al 25,5%, le imposte sulla previdenza sociale sono passate dal 5% al 7%, sono state aumentate le accise su alcolici, tabacco, benzina ed energia (quest ultima colpisce maggiormente le imprese). Il livello medio del prelievo fiscale utilizzato per ripagare i costi della crisi è del 20% del PIL, secondo solo a quello dell Irlanda, ma la democrazia è salva. Nessun tecnocrate ha potuto sospendere la sovranità del popolo islandese per imporre dall alto cure non gradite, come è tristemente avvenuto in Italia e Grecia, ma è stato il popolo stesso a decidere la strada da seguire e a ricompattarsi per riscrivere il testo della costituzione, in modo da evitare di ricadere in futuro negli errori già commessi. Ed eccoci così arrivati ad oggi. Con l'islanda che si sta riprendendo dalla terribile crisi economica e lo sta facendo in modo del tutto opposto a quello che viene generalmente propagandato come inevitabile. Niente salvataggi da parte di Bce o Fmi, niente cessione della propria sovranità a nazioni straniere, ma piuttosto un percorso di riappropriazione dei diritti e della partecipazione. Ai cittadini greci è stato detto che la svendita del settore pubblico era l'unica soluzione, ma l esperienza islandese ha dimostrato il contrario. In Islanda è stato infatti riaffermato un principio fondamentale, secondo il quale dovrebbe essere la volontà del popolo sovrano a determinare le sorti di una nazione, e questa deve prevalere su qualsiasi accordo o pretesa internazionale. 19

20 Perché, allora, non pensare ad una soluzione analoga che preservi, cioè, il principio di sovranità in Grecia?! 6. CONCLUSIONI Abbiamo visto che, nonostante gli ingenti costi in termini di benessere sociale e sovranità popolare, le misure improntate al rigore, prese dal governo greco in attuazione della strategia comunitaria per fronteggiare la crisi, si sono rivelate decisamente inefficaci. Ovviamente sarebbe utopistico pensare che esista già una soluzione sicuramente di successo, certo è però che le politiche fin ora implementate sono andate nella direzione completamente opposta. Valutando i possibili scenari futuri, l ipotesi di un uscita delle Grecia dall Unione Europea non è risultata la soluzione vincente. Sarebbe, infatti, meno costoso e destabilizzante per la zona euro puntare sul rafforzamento delle Istituzioni comunitarie, magari attraverso la risoluzione della famosa asimmetria relativa alle politiche economiche (nel senso di una cessione all UE anche delle politiche fiscali). In questo senso sembrerebbero andare i c.d. Union bond in corso di elaborazione. Come Keynes aveva criticato quel senso comune, che poggia sulla tendenza innata degli esseri umani ad affrontare i problemi che si trovano davanti nello stesso modo in cui li hanno affrontati in passato, aspettandosi di ottenere gli stessi risultati, anche quando le circostanze sono differenti, così noi lungi dal voler paragonare la Grande Guerra con la Crisi odierna riteniamo necessaria un evoluzione degli strumenti e delle istituzioni, che fin ora hanno gestito la crisi. 20

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