Atto Camera. Mozione presentata da ANTONIO BORGHESI testo di martedì 20 dicembre 2011, seduta n.563

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1 Atto Camera Mozione presentata da ANTONIO BORGHESI testo di martedì 20 dicembre 2011, seduta n.563 La Camera, premesso che: l'accordo sui requisiti minimi di capitale firmato a Basilea, meglio noto come «Basilea 2», è un accordo internazionale di vigilanza prudenziale riguardante i requisiti patrimoniali delle banche. In base a esso, le banche dei Paesi aderenti devono accantonare quote di capitale proporzionate al rischio assunto, valutato attraverso lo strumento del rating. Sono state poi adottate nuove regole per la gestione delle attività a rischio del sistema bancario, note come «Basilea 3»; queste nuove regole dovranno integrare o sostituire sia la versione del 1988 («Basilea 1»), sia la versione «Basilea 2» entrata in vigore nel Le regole di «Basilea 3» si articolano su tre punti: la garanzia di liquidità a breve, la trasformazione delle scadenze e i requisiti di capitale; la crisi sistemica, iniziata il 7 luglio 2007 con la bolla dei mutui subprime è stata indubbiamente generata anche dall'emissione massiccia di derivati. Per il salvataggio degli istituti di credito dal 2008 ad oggi sono impegnati, a spese degli Stati, più di miliardi di dollari. Gli ambienti della finanza internazionale hanno saputo però operare con efficacia per evitare un sistema regolatorio più stringente; l'autorità bancaria europea (European Banking Authority - EBA) è un organismo dell'unione europea con sede a Londra, operativa a partire dal gennaio 2011, data in cui ha sostituito il Comitato delle autorità europee di vigilanza bancaria (Committee of european banking supervisors - Cebs). Obiettivo primario dell'autorità bancaria europea, dotata di personalità giuridica, è quello di proteggere l'interesse pubblico, contribuendo alla stabilità e all'efficacia del sistema finanziario a beneficio dell'economia dell'unione europea, dei suoi cittadini e delle sue imprese; nell'ambito dell'attività di vigilanza sul mercato bancario europeo, l'autorità bancaria europea svolge principalmente i seguenti compiti: a) nei casi indicati dal regolamento, elabora proposte di norme di regolamentazione e di attuazione, per la definizione di standard tecnici comuni, che possono essere trasfusi in regolamenti dell'unione europea; b) al fine di garantire l'interpretazione e l'applicazione uniforme della normativa comunitaria, svolge indagini su specifiche questioni, adotta raccomandazioni nei confronti delle autorità nazionali, e, ove necessario, assume decisioni con efficacia diretta nei confronti di singole istituzioni finanziarie dei Paesi membri dell'unione europea; gli stress test sui requisiti patrimoniali delle banche europee sono stati condotti dall'autorità bancaria europea e dalle autorità di vigilanza nazionali degli Stati membri dell'unione europea, in stretta collaborazione con il Comitato europeo per il rischio

2 sistemico (Esrb), la Banca centrale europea (Bce) e la Commissione europea; i cinque gruppi bancari italiani che hanno partecipato allo stress test europeo (UniCredit, Intesa Sanpaolo, Monte dei Paschi di Siena, Banco Popolare e Ubi Banca) hanno superato con ampio margine il valore di riferimento del 5 per cento. Le banche coinvolte rappresentavano oltre il 62 per cento del totale dell'attivo del sistema bancario nazionale. L'esercizio ha confermato l'adeguatezza della capitalizzazione delle banche italiane e la capacità di assorbire l'impatto di un forte deterioramento delle attuali condizioni macroeconomiche e di mercato; applicando le severe condizioni ipotizzate nello stress test, per ognuno dei cinque gruppi il coefficiente relativo al patrimonio di migliore qualità («Core Tier 1 ratio») risulterebbe, alla fine del 2012, ben al di sopra della soglia del 5 per cento, stabilita dalle autorità come riferimento per valutare la necessità di eventuali interventi di ricapitalizzazione. La media ponderata del «Core Tier 1 ratio post-stress» per i cinque intermediari sarebbe del 7,3 per cento. Il risultato tiene conto delle misure di rafforzamento patrimoniale decise entro l'aprile del Includendo anche ulteriori risorse patrimoniali, tra cui alcuni strumenti non compresi nella definizione di «Core Tier 1», ma caratterizzati da elevata capacità di assorbire le perdite, il coefficiente patrimoniale medio dei cinque gruppi risulterebbe del 7,9 per cento alla fine del 2012; l'autorità bancaria europea ha chiesto di aumentare il «Core Tier 1» delle banche entro giugno 2012 al 9 per cento; per la valutazione del rischio, l'autorità bancaria europea ha usato il criterio mark to market (analoga metodologia che ha alimentato la bolla pre-lehman Brothers) ossia l'attribuzione non del valore nominale o cedolare dei titoli ma il prezzo corrente di mercato, che ha messo in moto per i Btp, già in crisi di spread, un meccanismo deleterio per le banche che, qualora volessero evitare la ricapitalizzazione, dovrebbero vendere i titoli, deprezzati del per cento del valore nominale, con effetti dirompenti sia sui mercati che sulle fortissime minusvalenze dei conti; questa decisione dell'autorità bancaria europea, invece di dimostrare equilibrio ed equità, ha finito per penalizzare il sistema bancario italiano che ha meno titoli tossici e strumenti derivati rispetto alle banche francesi o tedesche; il sistema creditizio italiano, tra i suoi asset, ha titoli di Stato italiani per 160 miliardi di euro e titoli di Stato degli altri Paesi «Pigs» per 3 miliardi di euro. A fronte di questo, le nostre banche hanno titoli «tossici» (essenzialmente mutui subprime) per una quota pari al 6,8 per cento del patrimonio di vigilanza, contro una media europea del 65,3 per cento. Secondo le nuove norme di valutazione degli asset stabilite dall'autorità bancaria europea, si è al paradosso: i titoli di Stato in portafoglio vengono considerati «tossici» per le banche italiane, peggio di quanto non lo siano i subprime per le banche straniere; le banche italiane hanno dovuto subire, di conseguenza, un abbassamento dei propri indici patrimoniali, mentre gli istituti francesi e tedeschi, peraltro assai più gravati rispetto alle banche italiane dai titoli di Stato greci, hanno potuto, grazie ai criteri sopraesposti, largamente coprire le minusvalenze derivanti dal loro abbassamento di valore. Se si fosse adottato invece un criterio di valutazione basato sul valore di realizzo a scadenza - o quanto meno mediato e temperato con esso - la situazione poteva essere diversa: adesso non sarebbe così stringente l'obbligo per gli istituti di credito primari italiani

3 (Monte dei Paschi di Siena, UniCredit) di dover ricorrere a una forzosa e tutt'altro che facile ricapitalizzazione; dopo le stime preliminari di fine ottobre 2011, l'autorità bancaria europea ha analizzato i conti e le consistenze delle prime 71 banche europee e ha innalzato a 114,7 miliardi di euro il fabbisogno di capitale da trovare entro giugno Si tratta dell'8 per cento in più rispetto alla precedente richiesta, quando era stato introdotto il concetto di «cuscinetto temporaneo» per gli istituti chiedendo loro, a fronte della turbolenza finanziaria in atto, di aumentare il patrimonio «Core Tier 1» al 9 per cento; secondo i dati ufficiali e definitivi, alle grandi banche tedesche mancano 13,1 miliardi di euro (in crescita dai 4,4 miliardi di euro precedenti), a quelle spagnole 26,2 miliardi di euro (dato stabile), a quelle francesi 7,3 miliardi di euro (in calo da 8,8 miliardi di euro), a quelle italiane 15,36 miliardi di euro, contro 14,77 miliardi di euro di un mese e mezzo fa. Nel dettaglio, l'esigenza di capitale supplementare per UniCredit sale da 7,38 a 7,97 miliardi di euro, per Monte dei Paschi di Siena da 3,09 a 3,26 miliardi di euro, per Banco popolare cala da 2,81 a 2,73 miliardi di euro, per Ubi Banca 1,48 a 1,39 miliardi di euro. Tutti gli istituti hanno tempo fino al 20 gennaio 2012 per presentare i piani di rafforzamento patrimoniale; secondo il presidente della Consob, Giuseppe Vegas, «in base ai criteri Eba, le banche devono rafforzare il patrimonio e ricapitalizzare. Per farlo hanno due strade: o vanno sul mercato a cercare soldi, o vendono asset. In entrambi i casi, il sentiero è strettissimo»; ora anche l'autorità bancaria europea avverte il rischio di una stretta al credito nel caso in cui le banche dovessero ridurre l'ammontare dei prestiti concessi. «Potremmo avere il problema che le banche diventino troppo avverse al rischio», ha dichiarato il presidente dell'autorità bancaria europea, Andrea Enria, e questo potrebbe portare ad un «grave credit crunch». L'obiettivo dell'autorità bancaria europea è far sì che le banche non raggiungano i requisiti di patrimonio richiesti, riducendo la propria attività; finché l'autorità bancaria europea, tuttavia, tiene fermo l'obbligo, per le banche, di valutare alle quotazioni correnti tutti i titoli pubblici dei loro portafogli, e non solo quelli disponibili per la vendita, le banche rischiano di avvitarsi in una spirale di svalutazioni e aumenti di capitale. Ma se le banche (e le assicurazioni) italiane non ritirano più la solita quantità di titoli di Stato, l'opera del Governo per ristabilire la fiducia nel debitore Italia può venire vanificata. Non serve, in queste condizioni, fare manovre che penalizzano duramente i cittadini per cercare di ridurre il differenziale dei nostri Btp con i Bund tedeschi, se il compratore principe - il sistema creditizio - tenuto ad una gestione prudente del proprio capitale di riserva, non può comprare titoli del tesoro italiani; queste circostanze hanno reso ancor più difficile l'accesso al credito per molte piccole e medie imprese. Per esse, in pratica, il canale del credito risulta bloccato; l'eventualità di una crisi del credito colpirebbe insieme banche e imprese: il rischio-paese che costringe lo Stato a emettere Btp triennali a tassi vicini al 7-8 per cento ha prosciugato le fonti di finanziamento degli istituti di credito; i tassi effettivi per prestiti a tre anni (quelli a scadenza più lunga sono di fatto bloccati) costano in media oggi il 7 per cento. Ma è una media: si va dal 2,2-3,9 per cento per le grandissime imprese con merito di credito elevato; le medie imprese pagano tassi da un

4 minimo del 4,16 per cento a un 6,8 per cento massimo; le piccole imprese pagano da un minimo del 6,5 per cento a un massimo del 10,5 per cento. Livelli vicini all'usura. Questi dati sono, in questi giorni, ulteriormente sotto pressione verso l'alto. II conto è talmente salato che molti rinunciano a chiedere prestiti; ci si può interrogare se in Italia si stia andando verso un credit crunch. Per ora i numeri non lo dicono con certezza, anche se i primi segnali già ci sono. I finanziamenti alle imprese sono sempre a più breve durata, il costo del denaro è sempre più elevato, le banche sono sempre più parche nelle erogazioni; lo stock di prestiti alle aziende italiane è di circa 900 miliardi di euro. Nel 2012 andranno a scadenza miliardi di euro di obbligazioni bancarie, insieme a circa 200 miliardi di euro di titoli di Stato; nel decreto-legge n. 201 del 2011, in via di approvazione da parte del Parlamento, l'articolo 8, al fine di evitare una restrizione del credito interno (compreso quello tra le banche stesse), e soprattutto di non fare mancare finanziamenti all'economia reale, prevede la concessione di una garanzia da parte dello Stato sulle passività bancarie con scadenza da tre mesi a 5 anni, ovvero 7 anni se emesse dal 1 o gennaio 2012, nel caso si tratti di obbligazioni bancarie emesse nell'ambito di operazioni di cartolarizzazione. Si punta a sostenere la liquidità del sistema bancario per mezzo di una garanzia pubblica su quelle passività che sono utilizzabili come collaterale nel finanziamento presso l'eurosistema; il comma 4 dell'articolo 3 del decreto-legge citato incrementa la dotazione del fondo di garanzia a favore delle piccole e medie imprese di 400 milioni di euro annui per ciascuno degli anni 2012, 2013 e 2014; il fondo di garanzia guadagna risorse, ma l'accesso al credito resta un problema per le imprese italiane. Le nuove regole sul credito bancario, che saranno valide dal 1 o gennaio 2012, infatti, rappresenteranno un rischio reale per le piccole e medie imprese. Il 31 dicembre 2011, infatti, si concluderà il periodo di deroga concesso da «Basilea 2» alle banche italiane per effettuare la segnalazione degli sconfinamenti dopo 180 giorni e, anche in Italia, in linea con quanto già avviene negli altri sistemi bancari europei, la segnalazione dovrà essere attivata dopo 90 giorni. Gli effetti potrebbero essere pesanti sia per le imprese, sia per gli istituti di credito. Per le prime, infatti, lo sconfinamento comporterebbe la segnalazione in centrale dei rischi come past due e, di conseguenza, la possibile revoca delle linee di credito, la richiesta di immediato rientro dell'esposizione e la segnalazione a tutte le banche della presenza di crediti sconfinati con l'effetto, per l'azienda, di essere considerata insolvente dal sistema; sono serie le conseguenze anche per gli istituti di credito. Dopo 90 giorni questi sarebbero, infatti, costretti a classificare i crediti sconfinati come «crediti deteriorati» con un aggravio dei requisiti patrimoniali, già molto stringenti, che richiederebbero nuovi accantonamenti. Infatti, il tasso di default è uno dei parametri principali che le banche, con «Basilea 2», utilizzano per calcolare i propri requisiti patrimoniali. Facendo una stima, è presumibile che, a fronte di mille euro di requisiti patrimoniali attualmente richiesti, con il passaggio a una definizione di default a 90 giorni, il requisito diventi di euro, quindi con un incremento superiore al 15 per cento, impegna il Governo:

5 a porre in essere ogni iniziativa di competenza volta a monitorare la fase di transizione, in vista della piena attuazione degli accordi di «Basilea 2» e «Basilea 3», nonché l'andamento dei tassi di interesse, delle spese e delle commissioni applicate dalle banche alle famiglie ed alle imprese; a predisporre tutte le iniziative necessarie al fine di evitare la crisi del credito, con particolare riguardo alle piccole e medie imprese, anche subordinando la concessione delle garanzie alle banche da parte dello Stato all'effettiva concessione di linee di credito al sistema produttivo italiano da parte delle banche medesime; ad intervenire in tutte le sedi europee necessarie per ottenere la revisione del criterio che vede l'attribuzione ai titoli di Stato non del valore nominale o cedolare, ma del loro prezzo corrente di mercato, criterio che penalizza pesantemente gli istituti di credito italiani.

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