RASSEGNA STAMPA venerdì 11 aprile 2014

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1 RASSEGNA STAMPA venerdì 11 aprile 2014 ESTERI INTERNI LEGALITA DEMOCRATICA RAZZISMO E IMMIGRAZIONE SOCIETA BENI COMUNI/AMBIENTE INFORMAZIONE CULTURA E SCUOLA INTERESSE ASSOCIAZIONE ECONOMIA E LAVORO CORRIERE DELLA SERA LA REPUBBLICA LA STAMPA IL SOLE 24 ORE IL MESSAGGERO IL MANIFESTO L UNITÀ AVVENIRE IL FATTO REDATTORE SOCIALE PANORAMA L ESPRESSO VITA LEFT IL SALVAGENTE INTERNAZIONALE

2 L ARCI SUI MEDIA Da Huffington Post del 10/04/14 Alessandro Cobianchi Coordinatore della Carovana Internazionale Antimafie Carovana antimafie 2014: raccontare la tratta degli esseri umani L'edizione numero venti della Carovana Internazionale Antimafie organizzata da Arci, Libera, Avviso pubblico con Cgil, Cisl, Uil e Ligue de l'enseignement è partita martedì da Roma. I nuovi schiavi: questo lo slogan che abbiamo scelto per raccontare il cammino dei furgoni attraverso l'italia e l'europa. Un cammino lungo e faticoso, che percorrerà 19 regioni in Italia fino al 15 giugno, giorno in cui, in Sicilia, la Carovana festeggerà il suo ventesimo compleanno proprio laddove, per la prima volta, si mise in strada all'indomani delle stragi di Capaci e Via D'Amelio. Da ottobre, la 'coda' internazionale: Francia, Romania, Serbia e Malta. Parleremo di tratta degli esseri umani. Per raccontare (e farci raccontare) le storture sociali di un tempo storico in cui tutto si mercifica, dando un prezzo anche all'umanità. Un umanità che spesso è svenduta, abbandonata a un mercato del lavoro che si alimenta di sommersione e di sfruttamento. In questo sistema, a trarne beneficio è innanzitutto la criminalità organizzata, che ha fatto suo questo core business. Ed è un giro d'affari enorme. Si calcola che nel solo 2013, nei paesi dell'unione Europea, i proventi delle attività di tratta si aggirino attorno ai 25 miliardi di euro. Ma se c'è chi intasca, c'è anche chi subisce: sono gli 880 mila lavoratori forzati, costretti spesso a paghe da fame e a condizioni igienico-sanitarie e sociali addirittura peggiori rispetto a quelle da cui sono fuggiti. Relegati ai margini delle nostre città, alienati rispetto ad ogni diritto, privati dei documenti di riconoscimento. Schiavi nel nome del profitto. Schiavi. Come le 270 mila vittime, in prevalenza donne (oltre il 95%), dello sfruttamento sessuale. Come i 400 mila potenziali lavoratori in agricoltura (l'80% stranieri) che rischiano di confrontarsi ogni giorno con il caporalato, almeno 100 mila dei quali già considerati in grave condizione di sfruttamento lavorativo. Ma ognuna di queste cifre, dietro l'asetticità dei numeri, nasconde delle storie. Storie per lo più negate. Ad esempio, quella di Jerry Masslo, il primo migrante ad essersi opposto alla protervia retrograda di un razzismo che non conosce morale e che, 25 anni fa, fu assassinato in Campania. O ancora quella di Hiso Teleray, che si oppose, in Puglia, ai caporali e che ha pagato con la vita la sua ribellione. E poi quelle dei tanti che, in un medioevo della civiltà, vivono a migliaia nelle masserie diroccate, in villaggi provvisori, in ghetti sfibrati di scarti e cartone che fanno scricchiolare le conquiste acquisite con decenni di lotte e battaglie. Il dossier "Agromafie e Caporalato", redatto dall'osservatorio Placido Rizzotto, è esplicito sulle condizioni di lavoro cui sono costretti. Di fronte ad una media di ore di lavoro massacrante, i braccianti percepiscono un salario giornaliero che oscilla tra 25 e i 30 euro. Somma da cui vanno sottratte quelli che sono veri e propri balzelli patronali: 3,50 euro per un panino, 1,50 euro per una bottiglia d'acqua e, soprattutto, 5 euro per il trasporto. Senza contare il fitto degli alloggi che, in taluni casi, definire fatiscenti è qualcosa di molto più che un eufemismo. Con il viaggio di Carovana, che quest'anno si fonde con il progetto europeo Cartt (che fa della lotta alla tratta il suo caposaldo), vogliamo portare all'emersione questi fenomeni. Ma 2

3 guai a credere che la mera conoscenza possa, da sola, costituire lo strumento di contrasto. Occorre, e in fretta, fare uno scatto in avanti. Essere sì cittadini consapevoli. Ma essere anche cittadini corresponsabili. Imparare per imparare ad essere. Da Caterpillar Rai2 del 10/04/14 1. Primo giorno ai servizi sociali. Comprare l'isola Poveglia Consigli per il primo giorno ai servizi sociali. Arci Luigi Nono di Venezia vuole comprare l'isola Poveglia 1cf5cc2f3ce0.html# Intervista a partire dal minuto

4 ESTERI dell 11/04/14, pag. 6 Erdogan e Turchia sotto pressione dopo le rivelazioni di Seymour Hersh Michele Giorgio Turchia/Siria. Ankara smentisce di aver organizzato l'attacco chimico a Ghouta dello scorso anno denunciato dal famoso giornalista americano. Due reporter britanniche lasciano l'agenzia di stampa Anadolu: "Sulla Siria è il megafono del governo turco" Due giornaliste britanniche si sono dimesse dal servizio in lingua inglese dell agenzia semi-ufficiale turca Anadolu perchè, denunciano, è un organo di propaganda del premier Erdogan. Kate O Sullivan e Laura Benitez affermano che «la linea editoriale di Anadolu sulla politica interna e sulla Siria è talmente pro-governativa che è come scrivere comunicati stampa». Il passo deciso da O Sullivan e Benitez potrebbe essere collegato al lungo servizio sul London Review of Books del giornalista americano e premio Pulitzer Seymour Hersh che nei giorni scorsi ha rivelato, grazie a un ex 007 statunitense, che l attacco con il gas sarin del 21 agosto 2013 a Ghouta (centinaia di civili morti), attribuito alle forze governative, fu compiuto dai ribelli siriani con l aiuto della Turchia per spingere gli Stati Uniti ad attaccare la Siria. Ankara smentisce e gli Stati Uniti ripetono che le responsabilità di quell attacco con il gas furono del regime di Bashar Assad. E non mancano i soliti analisti imparziali impegnati a sollevare dubbi sulla ricostruzione dell accaduto fatta da Hersh che pure è noto per le sue doti di integrità e professionalità, dimostrate in una carriera lunga decenni. Secondo Hersh Premio Pulitzer nel 1970 per un reportage sul gravissimo massacro di My Lai in Vietnam nel 1968 compiuto dalle truppe Usa l attacco fu una trappola predisposta dai servizi turchi per convincere Barack Obama a dare l ordine di decollo ai piloti di cacciabombardieri incaricati di colpire la Siria. Nei mesi precedenti il presidente Usa aveva indicato l uso di armi chimiche da parte delle forze armate agli ordini di Assad come la linea rossa che avrebbe provocato un intervento militare americano. Nonostante la secca smentita di Damasco, Obama diede l ordine al Pentagono di pianificare un attacco entro il 2 settembre. Hersh ha scoperto che due giorni prima dell offensiva aerea un rapporto dei servizi segreti britannici dimostrò agli americani che il gas sarin usato non era quello stipato nei depositi dell esercito siriano. Obama cercò a quel punto una via d uscita onorevole, chiedendo prima il voto del Congresso sull attacco (che fu negativo) e poi la collaborazione della Russia per il disarmo chimico della Siria attualmente in atto. «Sappiamo che fu una azione coperta attuata dagli uomini del premier turco Erdogan per spingere Obama oltre la linea rossa», ha detto l ex agente segreto a Seymour Hersh. Il sarin era arrivato dalla Turchia e Ankara avrebbe anche fornito l addestramento all uso delle armi chimiche. Queste clamorose rivelazioni si aggiungono alle polemiche suscitate a fine marzo dall uscita su YouTube della registrazione di una riunione segreta di dirigenti turchi durante la quale il capo dei servizi segreti Hakan Fidan, proclamò di essere pronto a mandare i suoi uomini in Siria a lanciare missili verso il territorio turco per giustificare l inizio della guerra. Oggi come un anno fa, Erdogan manifesta una forte insoddisfazione per la linea incerta sulla Siria dell Amministrazione Obama e degli altri alleati nella Nato. Il premier turco vuole la guerra, non certo per portare a Damasco la libertà e i diritti che, peraltro, nega in 4

5 Turchia. Piuttosto deve sbarazzarsi di Assad, un ostacolo alla realizzazione di un nuovo ordine regionale islamista e a guida turca (Arabia saudita permettendo). Semih Idiz, editorialista del giornale indipendente Taraf, spiega che Ankara è pronta da lungo tempo alla guerra ma non riesce ad inserirla nel quadro di un intervento dell Onu o della Nato, a causa delle esitazioni occidentali. Pesa sulle decisioni di Washington anche l appoggio che il MIT, il servizio di intelligence turco, offre in molti modi alle formazioni jihadiste che combattono contro Damasco. Dal territorio turco sono partiti alla fine del mese scorso i miliziani di al Nusra (Al Qaeda in Siria) che hanno lanciato un offensiva nella regione siriana di Latakiya, conseguendo successi militari proprio nella roccaforte di Assad. L opposizione turca sostiene che il governo Erdogan da tempo darebbe assistenza militare attiva ai jihadisti. Il deputato Mehmet Ali Ediboglu, della regione di Hatay, ha rivelato che l artiglieria turca la scorsa settimana dell 11/04/14, pag. 10 La Turchia di Erdogan. Un alieno nella Nato? Le rivelazioni sul ruolo turco nell orchestrare l attacco al sarin in Siria sollevano interrogativi Sull Alleanza atlantica ma anche su dove sta andando Ankara Gabriel Bertinetto C è un Paese, la Turchia, che l Occidente ha considerato per decenni un suo prezioso avamposto, alle porte dell Impero sovietico prima, nel cuore del mondo islamico poi. Membro della Nato sin dal In amichevoli relazioni con l Europa, che a partire dal 2004 ha avviato una procedura negoziale in vista di un eventuale adesione, dalla quale molti si attendevano e in parte ancora oggi si attendono vantaggi strategici ed economici. Quel Paese nel giro di poco tempo ha perso gran parte del suo appeal internazionale. Era una risorsa, sta diventando un problema. Ieri il commissario all allargamento della Ue, Stefan Fule, ha espresso giudizi severissimi, lasciando intendere che i negoziati per l ingresso di Ankara stiano entrando in una nuova fase di stallo. E solo due giorni fa sono emersi particolari sul modo spregiudicato in cui il premier Tayyip Erdogan avrebbe tentato di usare la Nato per i propri interessi di parte nella crisi siriana. Erdogan governa con piglio energico dal 2002, ha appena vinto le elezioni comunali sovvertendo i pronostici contrari, e punta ora a ottenere la presidenza della Repubblica. Inizialmente si era fatto apprezzare per il tentativo di coniugare i valori tradizionali musulmani con il rispetto delle istituzioni democratiche e delle libertà civili. Il progetto veniva attuato in maniera tortuosa e contraddittoria, ma andava avanti. Da qualche anno però, e nel giro degli ultimi mesi soprattutto, si è arenato. La cortina fumogena degli effetti politici speciali si è dissolta, e si è palesato agli occhi della nazione e del mondo un panorama assai meno brillante, di autoritarismo, oscurantismo culturale, corruzione, e avventurismo militare. Risale allo scorso novembre il sì della Commissione Ue a un nuovo turno di negoziati sull ingresso di Ankara in Europa. Le trattative erano ferme da tre anni. Pesava lo scetticismo di alcuni Paesi membri dell Unione, non meno della freddezza ostentata da Erdogan, sempre pronto a ripetere che il suo Paese aveva altre opzioni. Perciò non è stato facile riaccendere il motore del dialogo. Ed è bastato un mese perché cominciasse a perdere colpi, grazie allo scandalo delle tangenti esploso ad Ankara. Ora il motore rischia di spegnersi del tutto. 5

6 Ieri in un incontro a Bruxelles fra parlamentari di Strasburgo e deputati turchi sono emerse critiche durissime a certe recenti scelte del governo Erdogan. In particolare la legge che mette la Corte suprema sotto il controllo dell esecutivo «fa emergere una grande preoccupazione rispetto all'imparzialità e all indipendenza della magistratura e alla separazione dei poteri», ha detto Fule, che è entrato anche nel merito delle purghe ai danni di poliziotti e procuratori impegnati nelle inchieste a carico di ministri e imprenditori. Non meno grave l attribuzione di «un potere arbitrario» al Tib, l organismo che per conto di Erdogan ha ripetutamente bloccato varie piattaforme Internet, da Facebook a Twitter, a You-Tube. Su quest ultimo in particolare la morsa della censura è ferrea, da quando sono stati messi in rete quindici video contenenti conversazioni fra alti funzionari dello Stato e dell esercito la cui divulgazione «mette a rischio la sicurezza nazionale». Una di queste registrazioni riguarda la progettazione di iniziative provocatorie per facilitare un intervento militare contro Damasco. Più precisamente l idea era di creare artificialmente un casus belli organizzando un attacco alla tomba di un eroe della storia patria presso il confine con la Siria. Si sente uno dei partecipanti alla conversazione, il ministro degli Esteri Davutoglu, affermare esplicitamente che Erdogan valuta una guerra contro il regime di Assad come «un opportunità». L ipotesi che Ankara stia giocando una partita poco pulita nella crisi siriana trova conferma nell inchiesta del giornalista investigativo Seymour Hersh. Erdogan avrebbe cercato di spingere la Nato a invadere il Paese confinante, fabbricando false prove di un attacco perpetrato con armi chimiche dalle truppe di Assad contro civili inermi È l episodio che la scorsa estate portò Obama a un passo dall attacco a Damasco. La strage era stata compiuta da milizie qaediste cui la Turchia stessa aveva fornito il micidiale gas sarin. Gli Usa, che in un primo tempo erano stati coinvolti nella fornitura di quel tipo di armi ai ribelli, si erano poi tirati indietro. Finalmente il conflitto fu evitato con il sì di Assad alla consegna delle armi chimiche in suo possesso. Che comunque non erano state usate in quello specifico episodio. Riflettendo su questo insieme di vicende e in particolare sugli eventi descritti dal premio Pulitzer Hersh, qualche analista arriva a chiedersi se abbia ancora un ruolo da svolgere oggi la Nato, se può diventare facile strumento di appetiti particolari. dell 11/04/14, pag. 12 GRECIA BOOM E BOND LA CRISI MORDE MENO MA RESTA LA RABBIA DOPO QUATTRO ANNI ATENE TORNA SUI MERCATI E RASTRELLA 3 MILIARDI. ALL ALBA ESPLODE UN AUTOBOMBA DAVANTI ALLA BANCA CENTRALE. OGGI ANGELA MERKEL IN VISITA Roberta Zunini Teo Gkounis, 45enne disoccupato da due anni, non è ancora del tutto fuori pericolo, ma i medici sono ottimisti e lo hanno fatto uscire dalla camera di rianimazione. L epidemia di polmonite che ha aggravato l esistenza dei greci, già indeboliti dai rigori dell ennesimo inverno di austerity, sta scemando. Si può dire lo stesso della crisi, in termini economici politici e sociali? A giudicare dalla risposta al ritorno dei bond greci sui mercati (oltre 20 6

7 miliardi di euro) che ha consentito di collocare 3 miliardi di buoni a 5 anni a un tasso del 4,95%, sembrerebbe di sì. MA VARREBBE LA PENA ricordare che la macroeconomia molto spesso non viaggia di pari passo con la micro e, quando accade, non risolve i problemi dei milioni di disoccupati che, dopo aver perso il lavoro, si vedono ufficialmente cancellato il diritto di essere curati dal servizio pubblico perché dalla loro busta paga inesistente lo Stato non può più trattenere la tassa dedicata alla sanità. Teo è stato ricoverato grazie al buon cuore dei medici che rischiano ogni giorno il loro posto di lavoro pur di prestare fede al giuramento del loro antenato Ippocrate. La Grecia, genitrice della democrazia, della medicina come scienza e del diritto alle cure, è arrivata a questo punto. Se la prima asta pubblica dal 2010 ha superato ogni aspettativa, come ha annunciato trionfante il premier liberista Antonis Samaras, non significa che le cose vadano davvero meglio: Non bisogna - ha puntualizzato Ferdinand Fichtner, dell Istituto tedesco per la ricerca economica - sopravvalutare il successo dell asta. E tanto meno enfatizzare l ul - timo dato sul tasso di disoccupazione, passato dal 27,2 al 26,7 % nel mese di gennaio. Una goccia nell oceano, secondo la popolazione. Che ora si trova schiacciata tra il commissariamento di fatto della troika - oggi Angela Merkel, il politico straniero più odiato dai greci, torna ad Atene - e la prima aggressione in grande da parte degli ambienti eversivi. Secondo gli investigatori a far esplodere di prima mattina un autobomba davanti alla sede della Banca centrale nella capitale, proprio nel giorno del rientro dei bond greci sulle piazze internazionali, sarebbe stata l estrema sinistra o nomadi del terrorismo anticapitalista. Forse Nikos Maziotis, che aveva già messo a segno un analogo attentato contro la sede della Borsa di Atene il 2 settembre 2009 rivendicato dal gruppo Lotta Rivoluzionaria o il leader del disciolto movimento 17 novembre, Christodoulos Xiros, latitante da gennaio, che avrebbe le capacità tecniche necessarie per compiere questo tipo di attentato che non era pensato per uccidere, considerate le telefonate anonime a un sito e a un quotidiano in cui si indicava l esatta collocazione dell auto. Le forze dell ordine hanno evacuato la zona e non ci sono state vittime. Dell 11/04/2014, pag. 12 Il reportage Atene si rilancia i mercati brindano ma un autobomba accoglie la Merkel Ieri la Grecia è tornata a vendere titoli di Stato dopo quattro anni: per un collocamento da 3 miliardi la domanda ha superato i 20 miliardi ETTORE LIVINI ATENE. La Grecia festeggia con un clamoroso tutto esaurito il ritorno dopo quattro anni di esilio sul mercato dei titoli di Stato. Atene però non ha avuto tempo per applaudire: una Nissan Sunny imbottita con 75 kg. di esplosivo è saltata in aria all alba di ieri di fronte alla sede della Banca centrale, a poche centinaia di metri dal Parlamento. L attentato, preannunciato con 45 minuti di anticipo da due telefonate ai media ellenici, non ha causato vittime. L unica (collaterale) è il premier Antonis Samaras che contava di presentarsi oggi all incontro con Angela Merkel in visita ufficiale sotto il Partenone, forte del successo del superbond ellenico. E che invece ha passato la giornata a pianificare la chiusura del 7

8 centro della capitale presidiato da 5mila poliziotti - per garantire la sicurezza alla Cancelliera. La carcassa annerita dell auto bomba e le immagini della scientifica che setaccia palmo a palmo la zona nel mirino delle indagini il gruppo terroristico di estrema sinistra 17 novembre - non sono bastate però a offuscare il riscatto finanziario dell ultimo dei Piigs. Il bond a cinque anni collocato da Atene, alla faccia della Cassandre della vigilia, è andato a ruba a prezzi da saldo: centinaia di investitori internazionali si sono messi in coda per comprare manco fossero Bund - i titoli di stato greci, considerati fino a poco più di un anno fa carta straccia. Risultato: a fronte di un offerta di 2,5 miliardi di obbligazioni, la domanda è stata di 20 miliardi. Il totale in asta è stato così alzato a 3 miliardi e le obbligazioni sono state aggiudicate a un tasso del 4,75%, contro il 6% previsto dai più inguaribili ottimisti. «Segno che la Grecia è sulla strada giusta» ha ammesso il numero uno dell Fmi Christine Lagarde. La fine del tunnel, in un Paese dove l austerity ha bruciato un quarto del Pil in cinque anni, è lontana. Atene ha però ridotto la distanza finanziaria dalle altre vittime della crisi dei debiti sovrani: il rendimento dei decennali ellenici è crollato al 5,75% dal 44% di metà 2012 (i Btp italiani viaggiano al 3,1% come quelli di Madrid, Lisbona è al 3,84%, Dublino addirittura al 2,9%). E il successo del collocamento regala a Samaras un jolly pesante da giocarsi alle prossime delicatissime elezioni europee. «Siamo andati oltre ogni aspettativa - ha detto ieri con orgoglio il leader del centrodestra di Nea Demokratia-. E la prova della fiducia dei mercati nella nostra economia». Il timore della Grexit (l uscita del Paese dell euro) - è il mantra del governo - è stato esorcizzato. E «anche se c è ancora molto da fare per uscire dalla crisi», come ha ricordato con realismo il ministro delle finanze, Yannis Stournaras, adesso è il momento della Grecovery, la ripresa. A ricordare a tutti che una rondine non fa primavera è stato Alexis Tsipras, leader della sinistra radicale di Syriza in testa ai sondaggi. E vero, come dice l Ocse, che la Grecia nel 2015 crescerà più dell Italia. «Ma oggi la disoccupazione è ancora al 27% e il ritorno sul mercato dei titoli di Stato è solo il preludio di nuova austerity», ha detto. Il debito in effetti viaggia ancora al 175% del Pil e Atene, dicono tutti gli osservatori, avrà bisogno dopo le europee di una nuova ristrutturazione della sua esposizione (il 90% dei debiti è in capo a Ue, Fmi e Bce) per uscire dalla crisi. Samaras incrocia le dita: la cura lacrime e sangue imposta dalla Troika in cambio di 240 miliardi di prestiti sono convinti i suoi collaboratori sta iniziando a dare frutti. Il boom del bond è solo la punta dell iceberg: il bilancio 2013 si è chiuso con un avanzo primario (al netto degli interessi sul debito) di 1,3 miliardi, cifra già salita a 3,54 miliardi nei primi dei mesi del Il numero dei greci senza lavoro è in lievissimo calo da tre mesi: a gennaio la disoccupazione è scesa al 26,7% dal 27,2% di dicembre Il governo ha bisogno di questi timidi segnali di ripresa come il pane: la maggioranza parlamentare è scesa a 151 voti su 300 dopo le defezioni seguite all ultima finanziaria lacrime e sangue imposta dalla Troika. I socialisti del Pasok sono divisi dalla fronda interna dell ex premier George Papandreou. E il loro crollo nei sondaggi è stato accompagnato dal boom di To Potami (Il fiume) partito di centrosinistra lanciato poche settimane fa dal giornalista Stavros Theodorakis. La popolarità dello stesso Samaras è crollata nei giorni scorsi dopo che il suo braccio destro Panyotis Baltakos è stato ripreso in un video mentre discuteva amabilmente con i parlamentari di Alba Dorata confidando loro informazioni confidenziali sull inchiesta che ha spedito in carcere i vertici del partito neo-nazista. La speranza del premier è di ricevere oggi, dopo quella dei mercati, anche la benedizione di Merkel. Un buon risultato alle elezioni di maggio, dicono in molti, potrebbe addirittura convincerlo a giocare la carta delle elezioni politiche anticipate. I cittadini greci, che negli ultimi cinque anni hanno perso il 40% del loro reddito disponibile, preferiscono tenere i piedi per terra. A loro, questione d orgoglio, basta che la 8

9 Cancelliera non indossi la giacca verde che aveva agli ultimi mondiali di calcio del 2012 quando la Germania ha eliminato ai quarti la nazionale greca. dell 11/04/14, pag. 13 La ricetta dei migliori per l Ungheria anti-ue IL PARTITO XENOFOBO JOBBIK VINCE NELLE AREE PIÙ DEPRESSE DEL PAESE BASTA CON IL LIBERISMO E I ROM, COSÌ SI PREPARA A TRIONFARE ALLE EUROPEE di Maria Elena Scandaliato Miskolc (Ungheria) Miskolc sembra un paesone, immersa tra colline ricoperte di betulle. Eppure è la quarta città dell Un - gheria, capitale di quel Nord Est duro che si sente lontano da Budapest e dalle sue luci mitteleuropee. Prima dell 89, qui vivevano 210mila ungheresi; oggi se ne contano appena 160mila. Non c è più niente, quaggiù. Stanno emigrando tutti, taglia corto Peter, militante della locale sezione degli Jobbik. Il partito nero (letteralmente per un Ungheria migliore ) domenica ha conquistato il 20,5% dei voti, e Miskolc è una delle sue roccaforti. Il suo candidato locale Zoltan Pakusza è rimasto in testa fino all ul - timo (con il 30,58% dei consensi), per essere superato di un soffio dall uomo della coalizione democratica (con il 31,6%) e da quello di Fidesz (con il 30,8%). In epoca socialista, a Miskolc c erano tante fabbriche. Oggi sono tutte chiuse. Peter mostra un enorme stabilimento industriale, ricoperto di ruggine. Questa fabbrica produceva ferro. La terra, qui, è ricca di metalli, e si estraeva il necessario per tutta l Ungheria, continua Peter. Nel quartiere vicino decine di bambini sporchi e scalzi ma gioiosi. Tutti Rom, come il resto degli abitanti della zona. Qui una volta vivevano i 13mila operai. Sono andati tutti via. Il governo ha portato gli zingari, che sono il vero problema di Miskolc. Peter li guarda come fossero alieni, spiegandoci che non vogliono integrarsi, e rifiutano di lavorare perché tanto li mantiene lo Stato. Loro, i Rom, sembrano tranquilli. Ciononostante, uno dei cavalli di battaglia di Jobbik è proprio la lotta alla comunità zigana, tanto che i consensi salgono proprio nelle zone ad alta densità Rom. Sembra di ascoltare gli slogan della Lega Nord: stessa rabbia, stesse argomentazioni. I Cigany sono la valvola di sfogo a ben altre frustrazioni. Lo stesso candidato di Jobbik Pakusza non naviga nell oro: insegna storia e geografia in un istituto tecnico, e guadagna 400 euro (lo stipendio medio è attorno ai 500) al mese; un salario bassissimo, se consideriamo che il costo della vita non è troppo dissimile da quello italiano. MARTON GYONGYOSI, numero due dei Jobbikos, sostiene che le accuse di antisemitismo servono solo a screditarci. Siamo contro lo stato di Israele, che massacra i bambini in Palestina, non contro gli ebrei. In effetti, non abbiamo visto svastiche; è evidente che Jobbik, ormai terza forza politica, vuole eliminare dalla propria immagine ogni connotazione di impresentabilità. Il nostro nemico è il liberismo, che negli ultimi 24 anni ha svenduto l economia. Gyongyosi racconta che prima dell 89 l Ungheria riforniva di zucchero tutta l Europa dell est, con 12 zuccherifici. Con le privatizzazioni, gli impianti sono stati acquistati da una multinazionale francese, che ha lasciato fallire tutto per far largo alla propria produzione. Idem nell in - dustria degli insaccati ( Da 10 milioni di maiali, oggi se 9

10 ne alleva appena un milione ) e in quella dell olio di girasole. Noi vogliamo un governo che protegga gli interessi dell Ungheria, non fabbriche straniere che ci sfruttino. Per questo Jobbik è contro l Ue: Vogliamo un referendum per uscire dall Ue, perché lo vogliono gli ungheresi. Vedrete che dopo le elezioni per il Parlamento europeo sarà chiaro a tutti. Dell 11/04/2014, pag. 15 Putin agita l arma del gas «A rischio anche l Europa» Mosca potrebbe interrompere le forniture a Kiev L ambasciatore Razov: apprezziamo l Italia MOSCA Vladimir Putin è deciso a giocare la sua carta più forte nella partita sul futuro dell Ucraina e minaccia di chiudere definitivamente i rubinetti del gas se non si avvierà una seria trattativa con l Europa. Questo mentre a Washington i Paesi del G7 (il G8 senza la Russia, per intenderci) si riuniscono per valutare aiuti a Kiev e nuove sanzioni contro Mosca se scattasse un intervento armato. La Nato ha infatti diffuso foto satellitari che mostrano senza ombra di dubbio la presenza militare russa proprio a ridosso dell Ucraina: mila uomini con mezzi di tutti i tipi che potrebbero consentire loro di avanzare rapidamente in poche ore. Formalmente non è una violazione dei trattati perché la task force è nei limiti previsti e si trova in territorio russo. Ma è come puntare una pistola «in direzione» di un vicino e sostenere che non si tratti di una minaccia. Secondo la Russia, comunque, sono i Paesi Nato a violare le regole con l invio di qualche aereo e pochi uomini negli Stati membri che si sentono più minacciati. Putin ha scritto ai leader dei 18 Paesi europei che consumano gas russo, Italia compresa. Si tratta di uno sfogo, ma anche di un chiaro monito che da molti considerato una provocazione. Dopo che in una riunione al Cremlino si era parlato di un debito totale dell Ucraina di 16,6 miliardi di dollari, Putin ha alzato la posta: «Negli ultimi quattro anni la Russia ha sovvenzionato l economia ucraina con tagli sul prezzo del gas che ammontano a 35,4 miliardi di dollari». L Europa parlava, sostiene Vladimir Vladimirovich, e la Russia «pagava». La contropartita era il mantenimento di Kiev nell orbita di Mosca, ma questo il presidente nella lettera non lo dice. Ora il Cremlino non è più disposto a venire incontro alle esigenze del vicino. A meno che non si apra un tavolo di trattativa e che gli europei facciano la loro parte «tenendo conto di quanto la Russia ha sborsato». Il problema è che poi Mosca vuole anche dire la sua sull assetto costituzionale dell Ucraina, chiedendo uno stato federale. Soluzione che non è accettata dall attuale governo di Kiev, ma nemmeno dal partito delle regioni (quello filorusso) che l ha rigettata. L alternativa? Blocco del gas all Ucraina e, visto che Kiev potrebbe «rubare» il metano destinato agli altri Paesi europei, riduzione anche delle altre forniture. Naturalmente Mosca giura che non si tratta affatto di un ricatto. Mentre gli Usa hanno condannato ieri il Cremlino per il suo tentativo di usare il gas come «mezzo di coercizione» nella disputa con Kiev. Fabrizio Dragosei Dell 11/04/2014, pag

11 LA CRISI UCRAINA L ANALISI La nostalgia imperiale di Zar Putin BERNARDO VALLI Il vero obiettivo del Cremlino: neutralizzare Kiev dentro uno Stato federale L UCRAINA doveva essere una delle componenti essenziali per ricostruire attorno alla Russia un entità in grado di compensare la scomparsa dell Unione Sovietica. Da qui l inevitabile lunghezza della crisi; e il suo inasprimento, sempre sull orlo di una guerra civile. La campagna elettorale per le presidenziali del 25 maggio è una prova severa per il governo di Kiev, costretto a reagire con fermezza alle chiassose e insidiose insubordinazioni filo russe ma non al punto da offrire pretesti alle truppe di Putin al confine orientale. In egual misura Mosca è esposta a mille tentazioni. La possibilità che dal voto del 25 maggio esca un potere nemico non la rassicura. L Ucraina è indispensabile ai suoi progetti e un governo di Kiev rivolto a Occidente è come una spada nel suo fianco. Con un grido di dolore che era anche un invito alla rivincita, Vladimir Putin ha definito la sparizione dell Urss «la maggiore catastrofe geopolitica del secolo». Una sciagura storica che non suscita nel capo del Cremlino e in molti russi il rimpianto del comunismo reale, ma che alimenta la nostalgia per la potenza perduta. L implosione dell Urss è un avvenimento di ieri, ma già storicamente doloroso. HA FERITO un vecchio sogno lasciandolo in vita: non più associato a un progetto di società, ma basato su un nazionalismo con antiche radici, con forti sfumature imperiali, benché ridimensionato nella versione attuale a residuo di un sistema fallito. Morendo il comunismo ha partorito il nazionalismo. Non sempre della stessa natura. In Cina il nazionalismo di mercato è succeduto trionfalmente al comunismo reale, conservando di quest ultimo, attraverso un abile ambigua formula, una traccia dottrinale teorica e l impalcatura del potere. Si dice da un pezzo che l Urss per riformarsi abbia scelto la strada politica, rivelatasi sbagliata; mentre quella economica imboccata dal postmaoismo si è rivelata giusta.tra gli effetti visibili anche oggi di quell esito brutale c è l azzardata strategia di Putin, impegnato a ricostruire il sogno imperiale: e l Ucraina (eterna contesa marca di frontiera come significa il suo nome) ne è un elemento essenziale. Si evoca spesso il ritorno alla guerra fredda per indicare la crisi ucraina in quanto nuovo confronto Est-Ovest. Un espressione più appropriata è conflitto di nazionalismi. Si tratta infatti di un evidente paradossale situazione in un mondo che si dice globalizzato. Lo è, almeno in parte, sul piano economico; ma non lo è, di certo, su quello politico. Ci sono le crisi e i conflitti di carattere regionale, o addirittura locale, che rendono i confini roventi. Con la fine del bipolarismo americano sovietico e dell equilibrio del terrore, il rischio della conflagrazione generale è diventato irrealistico. Non la consentono i rapporti di forza tra le maggiori potenze. Le quali non sono più in grado di imporre la disciplina nelle loro vecchie aree di influenza, ma al tempo stesso le crisi possono essere governate, finora, dalla diplomazia. Nel caos internazionale c è anche qualcosa di positivo. A sottoscrivere, l 8 dicembre 1991, l atto di decesso dell Urss fu proprio l Ucraina di Kravchuk, insieme alla Federazione russa di Eltsin e la Bielorussia di Shushkevich. La cerimonia si svolse nella foresta di Belavezha, non tanto distante da Brest-Litovsk, dove si concluse per la Russia la Grande guerra, nel La Storia ha i suoi luoghi preferiti. I becchini che in quella foresta seppellirono l Urss inventarono la Comunità degli Stati Indipendenti, della quale non si può dire che sia stato un successo. Si è allora riesumata un antica idea, quella dell Eurasia, sempre presente nella politica ed anche nella cultura russa, si è pensato di ricostruire l antico spazio sovietico sotto altre forme. Un Unione eurasiatica si sarebbe contrapposta sul piano economico e strategico all Unione europea 11

12 di Bruxelles, si sarebbe estesa dal Baltico a Vladivostok, e avrebbe arginato l influenza della Cina sulle Repubbliche dell Asia centrale, un tempo parte dell Urss. Il Cremlino (in particolare la schiera di consulenti di varia tendenza) ha rilanciato e rilancia spesso quell idea. Nel novembre 2011, la Russia, la Bielorussia e il Kazakhstan hanno deciso di mettere in cantiere l Unione euroasiatica da realizzare entro il Secondo gli americani si trattava di un chiaro progetto tendente a ricreare il vecchio impero sovietico, anche se valori e sistemi erano del tutto diversi. Stando a Hillary Clinton nel dicembre 2012 bisognava «rallentarlo o impedirlo» al più presto. Poco più di un anno dopo esplodeva la crisi della Majdan: gli ucraini filo occidentali insorsero contro la brusca decisione del presidente filo russo Yanukovich di non sottoscrivere l associazione tra Ucraina e Unione europea. La cerimonia era prevista in Lituania. Si trattava di un modesto passo verso un impegno più importante di là da venire, quale sarebbe stata un adesione vera e propria, ma al momento neppure in vista per le reticenze di Bruxelles. La semplice associazione, implicante vaghi vincoli, all Unione europea, equivaleva tuttavia a un netto distacco dell Ucraina dall Unione euroasiatica messa in cantiere da Mosca. E senza l Ucraina il progetto di Putin diventava irrealizzabile. La svolta proeuropea dell Ucraina, anche se limitata a un modesto accordo d associazione, manda all aria, svirilizza il progetto di Putin. Lo mette in crisi anche nella parte asiatica, dove le repubbliche ex sovietiche (Kazakhstan, Kirghizistan, Uzbekistan, Tadjikistan) vedono nella defezione ucraina la possibilità di attenuare il rapporto spesso soffocante con Mosca affiancandolo a quello con Pechino. Per recuperare l Ucraina Putin continuerà a giocare con audacia e freddezza una doppia partita. In Russia l appello patriottico gli consente di conquistare ampi consensi. In Ucraina può giocare, come è accaduto in Crimea, sugli ampi strati di popolazione filo russa, nelle regioni orientali, industriali e minerarie. Ma salvo decisioni estreme, Mosca può puntare, stando alla situazione attuale, a uno Stato federale, che significherebbe una specie di neutralità ucraina. Ma siamo ancora in mezzo al guado. 12

13 INTERNI Dell 11/04/2014, pag. 10 Pd, il ritiro di Nicolini ed Emiliano «Donne? No, veline». Lite Grillo-Renzi Alta tensione nel partito sulle liste. Il premier: dai 5 Stelle attacchi inutili ROMA A parole son tutti contenti. Dai capibastone sconfessati ai capilista retrocessi, i democratici ostentano esultanza e orgoglio per la svolta al femminile di Matteo Renzi. Ma i fatti scrivono un altra storia, dicono che sul territorio le correnti sono in rivolta e che il metodo dei fuochi d artificio sta facendo saltare i nervi a molti «big». Uno psicodramma collettivo, dal Nord alle Isole. Michele Emiliano ha saputo del sorpasso di Pina Picierno l altra notte con un sms del leader e si è tirato polemicamente fuori dalla corsa per l Europa. E ancor più brucia lo strappo in Sicilia di Giusi Nicolini. Il sindaco di Lampedusa aveva ceduto agli «insistenti inviti» di Renzi con la promessa che avrebbe guidato la lista nelle Isole e quando ha saputo che le era stata preferita Caterina Chinnici ha rinunciato: «Sono prevalse altre logiche». In Sicilia è guerra di fazioni. Antonello Cracolici, sostenuto dal segretario Fausto Raciti, è stato fatto fuori e si dipinge come una «vittima del presidente Crocetta e della rappresaglia da parte del circo Barnum della pesudo anti-mafia». Beppe Lumia, che Crocetta voleva in lista, denuncia un «veto» sul suo nome che sa di «fatwa, feroce e vergognosa». Finché, sulla bufera democratica, piomba via web il tuono di Beppe Grillo, il quale si diverte a lanciare online un fotomontaggio di Alessia Mosca, Pina Picierno, Alessandra Moretti e Simona Bonafé in versione showgirl: «Sono donne usate a fini di marketing secondo la migliore tradizione berlusconiana: quattro veline e Renzie a fare il Gabibbo. Una presa per il c..., ma tinta di rosa». La campagna elettorale è iniziata e non è all insegna del fair play. «Grillo, vergogna!», replica la lettiana Mosca, testa di serie nel Nordovest. E Picierno affida un telegramma a Twitter: «Ci sentiamo il 26 maggio, Beppuzzo. E l unica (carta) velina che riconoscerai sarà quella utile a asciugarti i lacrimoni». Le Europee saranno una sfida a due, Pd e M5S l un contro l altro armati. Al Tg3 Renzi dichiara che «Grillo si alza ogni mattina e pensa come posso attaccare il Pd?», mentre lui si alambicca il cervello per «cambiare l Italia». Quanto alle cinque donne, il premier non si è pentito: «Nel momento in cui ogni settimana si dice che vergogna per le leggi sulla parità di genere, il Pd risponde con i fatti». E il passo indietro di Emiliano, che non vuole stare all ombra della Picierno? «Lo stimo molto, non credo che lo faccia per questo». Nel pomeriggio la rinuncia del sindaco di Bari sembrava sul punto di rientrare, tanto che il vicesegretario Lorenzo Guerini ammetteva un pressing in corso per convincerlo. Ma poi un comunicato di Emiliano ha chiuso i giochi, almeno per ora. Renato Soru, altro pezzo grosso declassato nelle Isole, dispensa pillole di filosofia: «Sono i voti a determinare il capolista reale, non la posizione in classifica». Come il patron di Tiscali anche David Sassoli, 415 mila preferenze alle ultime Europee, si è rassegnato a correre da numero due: «Non conta il posto in lista, ma il numero di voti che porti al partito». Renzi ostenta una calma olimpica, eppure con la minoranza c è qualche ruvidezza. L avvertimento del segretario sulle riforme arriva forte e chiaro alle orecchie di Bersani, Civati e di tutti coloro che lavorano per modificare la riforma del Senato: «Il Pd ha delle regole, la minoranza non va per i fatti suoi, va dove va la maggioranza». L attacco di 13

14 Renzi punta ad affondare il ddl di Vannino Chiti, che dopo le firme dei civatiani ha ricevuto l appoggio dei dissidenti grillini e che il premier vorrebbe ridurre in coriandoli: «Quell ipotesi è buona per essere sventolata sui giornali, ma non ha possibilità di essere realizzata. Forza Italia manterrà gli impegni». La fronda «dem» resiste. «Anche la Costituzione ha le sue regole» ribatte Pippo Civati, ricordando al leader che l articolo 67 della Carta lascia i parlamentari liberi dal vincolo di mandato: «Renzi non ricorra alla disciplina di partito quando c è un dibattito aperto». Monica Guerzoni Dell 11/04/2014, pag. 17 Dopo la scelta di 5 donne capolista parte la guerra dei candidati per dimostrare chi ha più voti Emiliano minaccia di non correre. Il caso Sicilia: Nicolini si ritira. Grillo contro le veline di Renzi Preferenze, la sfida dei maschi del Pd GIOVANNA CASADIO ROMA. I colleghi maschi sono costretti a fare buon viso a cattivo gioco e la polemica sulle cinque capolista tutte donne, che Renzi ha voluto per le europee, perdura. Tant è che parte la sfida delle preferenze. Con una punta di compiacimento, da David Sassoli (secondo nel Centro dopo Simona Bonafè) a Renato Soru (nelle Isole dopo Caterina Chinnici) il leit motiv è: ma i veri capolista li scelgono gli elettori. Come dire, care ragazze ora mostrate cosa sapete fare. «All europarlamento si va se si ha consenso, non è il posto in lista che conta, ma la corsa che fai», precisa Sassoli, che è stato il capogruppo della delegazione dem in Europa e che era arcisicuro di essere ora il trainer della lista. «Arrabbiato io? Ma per niente - giura - è una scelta giusta di gente fresca, nuova, di donne che danno un valore. Nel Centro il vero problema è tenere alta la media dei consensi per il Pd». Con Simona Bonafè dovrebbero fare campagna elettorale in coppia. Bonafè ammette: «La competizione è difficile, nessuno di noi ha la vittoria in tasca, capolista o meno». Scarpinare e ancora scarpinare: ripetono i dem lanciati verso le europee. Renzi si gioca moltissimo, puntando a raggiungere il 30%. Ma a mettersi di traverso sulle donne capolista c è, sotto traccia, un bel pezzo di Pd. Oltre a Beppe Grillo, che ha definito le candidature in rosa del Pd una operazione-veline. Pina Picierno, una delle cinque capolista dem alle europee, twitta a Grillo («Beppuzzo»), che le veline non sono certo le capofila democratiche all europarlamento, bensì «la carta velina con cui si asciugherà i lacrimoni il 26 maggio, quando scoprirà di avere perso». Per carità di patria, Picierno non commenta la scelta di Michele Emiliano, se non per dire «mi auguro ci ripensi». Il sindaco di Bari infatti si è offeso per non essere più capolista al Sud e aver dovuto lasciare il passo appunto alla Picierno a causa dell ideadonne di Renzi. Perciò si ritira dalla corsa. Non è definitivo in realtà. Il vice segretario del Pd Lorenzo Guerini è convinto che ci siano ancora margini perché Emiliano torni sui suoi passi: «Il caso Emiliano non è chiuso». Mentre sicuro è il ritiro di Giusi Nicolini, sindaco di Lampedusa, che avrebbe voluto la bandiera dell isola-porta d Europa in cima alla lista nella circoscrizione Sicilia-Sardegna. Sono prevalse «altre logiche», praticamente quelle dei bilancini e della resa dei conti interna in un Pd siciliano scoppiato. Quindi la Chinnici è in testa di lista. Il caso Sicilia s aggroviglia. Antonello Cracolici, escluso appoggiato dal segretario regionale Fausto Raciti, lancia accuse: «In Sicilia le candidature sono state frutto di mercimonio», e si scaglia contro il governatore Rosario Crocetta. Beppe Lumia, 14

15 altro escluso ma appoggiato da Crocetta, ritiene che contro di lui ci sia stata una fatwa. E Raciti sta per rinunciare alla corsa.«fino al 15 aprile abbiamo tempo», cerca di calmare le acque Guerini. dell 11/04/14, pag. 3 La minoranza? Va dove dico io Il premier richiama Pd e senato Andrea Fabozzi Gli avvertimenti non finiscono mai. «La minoranza non va per i fatti suoi, va dove va la maggioranza». Non è Lenin al Tg3, è Matteo Renzi. Preoccupato di difendere il suo disegno di legge costituzionale, che dalla prossima settimana affronterà al senato dubbi e controproposte che arrivano innanzitutto dal Pd. Anzi, preoccupato no: «Forza Italia manterrà gli impegni ed è un bene», dice il presidente del Consiglio. Quanto ai «dissidenti», «il Pd ha delle regole al proprio interno» e dunque la linea che il gruppo del senato deciderà di adottare martedì prossimo dovrà essere quella di tutto il gruppo. Gli risponde Pippo Civati, la sua (piccola) corrente è l unica a non aver ancora aderito allo slancio dal sapore elettorale del premier, che vuole a tutti i costi il primo sì alla riforma entro la data del voto europeo (25 maggio). «Prima dello statuto del Pd dice Civati c è la Costituzione». E in effetti la «stranezza» di una revisione profonda della Carta imposta dal governo si tratta, ricordiamo, della trasformazione del senato in una camera non elettiva in abbinata con una legge elettorale ultra maggioritaria per la camera diventa qualcosa di più e di peggio quando il primo ministro cerca di limitare (nel tempo e nel merito) le possibilità di intervento dei parlamentari. E reagisce male quando lo si accusa di torsione autoritaria. Da tutte le tv Renzi punta allo stesso bersaglio. La proposta di legge alternativa firmata da Vannino Chiti e da altri senatori della minoranza, non troppo diversa da quella del governo ma diversa nel mantenere l elettività della camera alta. «Non ha nessuna chance, è buona per essere sventolata qualche giorno sui giornali». Civati, che con i senatori a lui vicini è confluito sulla proposta Chiti, cade nella trappola retorica e sostiene che qualche chance invece ce l ha: «L hanno appena sottoscritta 12 senatori ex grillini». Poi c è qualche interessato in Forza Italia, qualcuno del Nuovo centrodestra, certo. Ma la sostanza non cambia: la proposta di Chiti e di altri venti senatori democratici iè mportante per quanti voti riuscirà a togliere al disegno di legge del governo. Renzi l ha capito bene, per questo sposta la sfida su un terreno chi ha più voti dove può vincere facile. Ma quando, dopo l adozione del testo del governo, la proposta sarà trasformata in emendamenti, sul punto dell elettività del senato la commissione affari costituzionali ballerà. E ballerà anche l aula, dove a Renzi basta perdere 10 senatori per non avere i numeri necessari per approvare in terza e quarta lettura la legge di revisione costituzionale, altro che referendum. Certo, il richiamo all ordine di un segretario che ha i sondaggi in poppa fa sempre il suo effetto nel Pd. E infatti nel ruolo dei guardiani del costituzionalismo renziano si distinguono gli ex oppositori del leader, lettiani, cuperliani e giovani turchi, Tutti del resto convinti, solo dieci mesi fa, che senza cambiare forma di governo la modifica del bicameralismo non sarebbe servita a nulla. Allora seguivano Quagliariello. Qualcuno dei venti firmatari di Chiti già si sfila, ma non tutti. Per questo Renzi deve ancora voltarsi dalla parte di Berlusconi che, conferma, presto o tardi incontrerà. Del resto «le riforme si fanno con tutti», ripete il velocista. Ma non ditelo a Civati che sta cercando di convergere con i forzisti che vogliono 15

16 conservare il senato elettivo. Anatema: la minoranza non può andare dove vuole. Perché «la direzione del partito e gli elettori delle primarie si sono espressi», ripete il segretario. Ma su che cosa non può dirlo. dell 11/04/14, pag. 1/7 La rivoluzione passiva Adriano Prosperi Nella discussione intorno alle riforme istituzionali in corso in Italia lo schema conservazione-innovazione si è sostituito da tempo alla coppia antica destra-sinistra. Così si è giunti all esito di definire conservatori i critici delle proposte del governo Renzi, anche se qualcuno ha ricordato (come un dato negativo) che si tratta di figure appartenenti alla «sinistra radicale»: radicali inguaribili, attardati professionisti dello scontento. Inutile, davanti al vento di tempesta che sospinge le vele dell opinione pubblica, ricordare che non tutto ciò che è nuovo è bene e tutto ciò che è conservazione è male: anche se tutti sappiamo quanto sia necessario conservare beni come l ambiente, i beni culturali, i diritti umani, la memoria del passato, e così via. Polemiche a parte, la discussione di merito si è svolta prevalentemente tra esperti di diritto: ogni parte ha sfoderato i suoi costituzionalisti. E tuttavia davanti all importanza dei mutamenti oggi in via di ratifica ma anche alla lunga discussione e alle molte polemiche che li hanno preceduti negli anni scorsi, vale forse la pena di fare qualche riflessione sulla genesi storica delle costituzioni. È noto che da sempre le Costituzioni, materiali o scritte che siano, sono figlie di tempi agitati: guerre e rivoluzioni. Senza bisogno di risalire alla Costituzione di Atene, basta considerare la storia medievale e moderna degli stati europei: dalla Magna Charta e dal Bill of Right del Parlamento nella lotta contro la monarchia inglese del 600 fino alla Costituzione degli Stati uniti d America e a quelle della Francia moderna, si è trattato ogni volta di interventi regolatori dei rapporti formali di potere resi necessari da profonde trasformazioni nei rapporti sostanziali. Il caso italiano conferma che all introduzione o al cambiamento di Costituzione si arriva solo in momenti gravissimi, quando vi si è costretti dalla pressione di eventi straordinari. Non avremmo avuto la nostra Costituzione se non ci fosse stata una guerra perduta, seguita dalla perdita della sovranità nazionale e dall auto-cancellazione delle istituzioni statali vigenti ratificata dal referendum istituzionale del Senza una feroce guerra civile, senza la Resistenza non ci sarebbe stato quel fermento di volontà innovativa che sopravvive ancora nella Costituzione repubblicana dandole un valore di esortazione ad andare al di là dell esistente. Si pensi a quel fondamentale secondo comma dell art.3 sulla necessità di rimuovere gli ostacoli di ordine economico che limitano di fatto libertà e uguaglianza dei cittadini e impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l effettiva partecipazione dei lavoratori all organizzazione politica, economica e sociale del Paese. Mai come in questi tempi si è avvertita tutta l importanza e l angosciante attualità di questo testo, bandiera di una battaglia che riguarda ancora e sempre i lavoratori tutti intesi come persone, ma oggi soprattutto chi per non avere lavoro o per averlo precario e revocabile a piacere scivola nella categoria delle non persone. E tuttavia non va dimenticato che alla nascita della Costituzione repubblicana si arrivò non per una rivoluzione popolare contro il regime precedente ma per effetto della ricezione del nuovo ordine mondiale in cui aveva finito per trovare collocazione lo sconfitto stato 16

17 italiano. Questo aiuta a capire la debolezza e l inefficacia della Carta costituzionale una volta ripartita la vita del paese sotto il saldo controllo di forze moderate e di apparati ereditati dallo stato fascista. Fu allora che, invece dell alternanza al potere di forze diverse e di una dialettica sana del conflitto sociale e politico, si aprì l epoca del partito unico al potere e dell opposizione bloccata da una insormontabile esclusione. L Italia di allora fu uno dei paesi dove un solo partito aveva accesso al governo dello Stato: una delle uncommon democracies, secondo la definizione di T. J.Pempel evocata di recente da Sabino Cassese in Governare gli italiani. Storia dello Stato (Il Mulino). Dunque, se rivoluzione ci fu con l avvento della Costituzione repubblicana, si trattò ancora una volta di una specie particolare di rivoluzione. Nella storia italiana si materializzò di nuovo un fantasma antico, quello della «rivoluzione passiva». Un concetto che Vincenzo Cuoco nel Saggio storico sulla rivoluzione napoletana del 1799, introdusse nel vocabolario politico italiano. Ricordiamolo: secondo lui quella rivoluzione napoletana era stata «passiva» perché importata da fuori e attuata da una minoranza, un élite intellettuale, senza che ci fosse stata una coscienza,una partecipazione diffusa in mezzo al popolo. Quel fallimento dimostrava, secondo Cuoco, che nessuna rivoluzione poteva calare dall alto, da «un assemblea di filosofi» o essere imposta con «la forza delle baionette». Una Costituzione autentica come patto durevole di un popolo poteva nascere e mantenersi solo se adeguata alle caratteristiche, alla storia e alla cultura di quel popolo. L appuntamento per una nuova Costituzione si presentò alla metà dell 800. Fu nel 1848 che prese forma lo Statuto albertino, un documento fondamentale della storia d Italia. Era una costituzione octroyée, concessa dal sovrano sabaudo ai suoi sudditi, non conquistata da una rivoluzione popolare, ma dettata dal timore dei movimenti che agitavano l Europa e in modo speciale la Francia. Ancora una rivoluzione passiva, dunque. E così si entra in quella stagione della storia d Italia che è stata chiamata Risorgimento quando, per la prima volta sulla scena europea, prese forma un stato italiano unitario. Lo Statuto albertino fu esteso senza modifiche a tutta l Italia di cui fu la Carta fondamentale dal 1861 al 1944 (con la cesura del Fascismo). Fu un fenomeno singolare: lo potremmo definire una fusione fredda, lontana come fu dal calore e dal rumore di popoli in rivolta, anzi compiuta proprio allo scopo di evitarne il rischio. Perché avvenisse questa trasformazione in punta di piedi ci volle la paura dello «spettro rosso» del comunismo, decisiva nel convincere le classi dominanti della penisola a rifugiarsi sotto la bandiera sabauda. Così quello Statuto fu non il frutto di una rivoluzione ma lo strumento di una restaurazione. E proprio così restaurazione la definì un appassionato osservatore della realtà italiana, Edgar Quinet. Bisognava come ha scritto Giuseppe Tomasi di Lampedusa che tutto cambiasse perché tutto restasse com era. Sulla questione della «rivoluzione passiva» doveva riflettere in prigione Antonio Gramsci in pagine che restano fondamentali e da rileggere in questo nostro presente. Il Risorgimento secondo lui era stato una «rivoluzione passiva», una «restaurazione»: una «reazione delle classi dominanti al sovversivismo sporadico e disorganico delle masse popolari con restaurazioni che accolgono una qualche parte delle esigenze popolari». Era mancata l iniziativa delle masse popolari, c era stato ancora una volta lo scollamento con l élite intellettuale del paese. Uno scollamento che oggi emerge di nuovo pur se in condizioni storiche e sociali diversissime: il titolo di «professori», con la variante peggiorativa di «professoroni» ne è l espressione più popolare. Le esigenze di mutamento sostanziale nell assetto della catena di comando e di organizzazione del consenso nascono ancora una volta dall esterno: dopo il crollo del muro di Berlino c è stato quello degli assetti statali davanti alla globalizzazione come governo del mondo da parte della finanza internazionale. Da qui la necessità di 17

18 rendere liquida la società e permeabili gli esseri umani ai rapidi riassetti di un sistema produttivo funzionale all illimitato arricchimento di pochi. Avremo dunque ancora una volta una «rivoluzione passiva». Se ne fa portatore un governo di emergenza sostenuto da un Parlamento di nominati e da un presidente della Repubblica da tempo convinto che il ritorno alle elezioni sia un male da evitare, una «sciocchezza». Quello che sulle riforme costituzionali proposte fa aleggiare il sospetto di una restaurazione è il fatto che manca in tutto il disegno una parola importante: la parola Partito. Se c è oggi una realtà costosissima e che si è resa odiosa alla popolazione attraverso innumerevoli scandali è proprio il sistema attuale dei partiti. Macchine di potere refrattarie a qualunque disciplina di legge e sorde al referendum dell abolizione del finanziamento pubblico, assistono adesso a una sotterranea rinascita. È il Partito che vincerà le future elezioni con l Italicum (il nome lo lasciamo alla fantasia dei lettori) l entità che si cela dietro la proposta di un Senato-fenice che muore e rinasce dalle sue ceneri come Camera delle autonomie. Camera non elettiva, beninteso, che invece di cancellare il Senato, come dice la vulgata demagogica, lo vorrebbe riciclare come pensionato di lusso per quel ceto di amministratori politici locali e regionali che si affolla in cerca di altri incarichi pubblici e non vuole passare attraverso altre elezioni. Una piccola preghiera, dunque: si elimini pure il Senato, ma senza resurrezioni sospette. Altrimenti la definizione di conservatori sarà meglio usarla per i «rinnovatori». dell 11/04/14, pag. 4 SERVIZI IN ROSA, RENZI VUOLE UNA DONNA A CAPO DEGLI 007 L AISE HA UN VERTICE PROVVISORIO CHE STA PER SCADERE. IL FAVORITO È IL GENERALE ALBERTO MANENTI IL CUI NOME APPARE SPESSO NELLE INCHIESTE SU FINMECCANICA di Valeria Pacelli C è una nomina che preoccupa, più delle altre Matteo Renzi. Quella del capo dell Aise, il servizio segreto che opera all estero sul quale il premier, proprio come il suo predecessore Enrico Letta, è cauto a intervenire: a cambiare gli equilibri nel sistema degli 007 si rischia di scottarsi. Fino al primo febbraio a capo dell agenzia c era il generale Adriano Santini, sostituito in questi mesi dal suo vice, Paolo Scarpis, un poliziotto, ex questore di Milano, nominato ad interim. Il mandato di Scarpis, scaduto per limiti di età, è già stato prorogato una volta, ed entro venerdì prossimo Renzi dovrebbe scegliere il successore. Il premier vorrebbe mettere alla guida dell Aise una donna. Il nome che gira è quello di Elisabetta Belloni, la 55enne ambasciatrice italiana, già direttrice del personale della Farnesina e stretta collaboratrice del ministro degli Esteri Federica Mogherini. La Belloni ha guidato dal 2004 al 2008 l unità di crisi della Farnesina ed è anche una possibile presidente dell Enel. È molto stimata, ma non convince gli apparati dei servizi: al massimo farà il segretario generale, commenta malizioso uno 007. Perché nei servizi segreti il nome preferito è quello del candidato interno, Alberto Manenti, il generale che oggi è numero due dell Aise. Manenti è ben visto anche dagli americani (cosa che aiuta) e dal sottosegretario con delega all intelligence Marco Minniti. Unico difetto di Manenti: il suo nome è citato in alcune inchieste giudiziarie. Parla di lui Lorenzo Borgogni, ex capo delle relazioni esterne 18

19 di Finmeccanica, il 23 novembre 2011 in uno dei suoi interrogatori davanti ai pm napoletani che avevano avviato l inchiesta su Giuseppe Orsi, ex presidente Finmeccanica, imputato per corruzione internazionale. Borgogni definisce così Manenti (mai coinvolto nell indagine): Mi risulta che sia il referente di Orsi all interno dei servizi segreti. Nelle trascrizioni delle intercettazioni della Procura di Napoli ci sono anche alcuni contatti, non compromettenti, tra Alberto Manenti e Francesco Maria Tuccillo, referente di Finmeccanica in Sudafrica. Tuccillo raccontò come nella missione del 2009 a rappresentare il colosso italiano in Sudafrica era Vito Roberto Palazzolo, considerato il tesoriere di Totò Riina, arrestato solo nel 2012 a Bangkok dopo anni di latitanza. E sempre nelle trascrizioni delle intercettazioni della Procura di Napoli c è anche traccia dei contatti tra lo stesso Manenti e Alessandro Toci, ritenuto ex braccio destro di Giuseppe Orsi. MANENTI VIENE citato anche nell inchiesta dei pm torinesi che nei primi anni del 2000 indagavano su Telekom Serbia, affare di cui alcuni si sono serviti per calunnie mirate. Il 7 marzo 2001 il deputato di An Italo Bocchino annuncia un interrogazione parlamentare, mai depositata. In quel documento Bocchino accusa l ex premier Romano Prodi di aver avallato l operazione Telekom Serbia con ambienti massonici italiani e aggiunge anche che i servizi sapevano tutto, tanto che il reparto Sismi guidato da Manenti fece più di una relazione, chiedendo dettagli ulteriori: successivamente fu inviata un infor - mativa al Cesis e, infine, dopo qualche mese fu resa una nota di compiacimento, con ordine comunque di non interessarsi più della vicenda, in quanto già nota. Manenti ai pm di Torino ha spiegato di non sapere nulla di quell affare, anche perché in quegli anni si occupava d altro e non dell area dei Balcani. Solo una volta gli era stato dato, per una valutazione, un appunto e qualche ritaglio di giornale. Carte che Manenti non ritenne rilevanti. Ma c è anche qualche nome alternativo a Manenti per l Aise. Come quello di Filippo Maria Foffi, ammiraglio che guida la Squadra navale. Poi c'è Carlo Magrassi, già capo di gabinetto del ministro della Difesa Mario Mauro. E infine il capo di Stato maggiore dell'esercito, Claudio Graziano, che ha comandato il contingente americano in Afghanistan e ha passato tre anni in Libano. Graziano ha un vantaggio rispetto agli altri: è molto gradito al Quirinale. dell 11/04/14, pag. 4 L Eni è parte dell intelligence? Il premier ha ragione solo a metà di Stefano Feltri Sono ancora tutti perplessi. Ma cosa voleva dire venerdì il premier Matteo Renzi a Otto e Mezzo con quella frase? L Eni è oggi un pezzo fondamentale della nostra politica energetica, della nostra politica estera, della nostra politica di intelligence. Cosa vuol dire intelligence? I servizi segreti. Gaffe o messaggio (cifrato, ovviamente)? Tempo due giorni e sul sito Dagospia il legame tra Eni e servizi segreti si palesa in una candidatura: l'ambasciatore Giampiero Massolo, che oggi è il capo dei servizi segreti, sarebbe uno dei papabili per la presidenza dell'eni, da assegnare nei prossimi giorni, un nome che con - sentirebbe di sanare la ferita nei rapporti con Silvio Berlusconi. L'ipotesi Massolo è stata rilanciata ieri anche dal Sole 24 Ore. RENZI ALLUDEVA al nome di Massolo? Chissà. Il tema dei rapporti tra Eni e servizi appassiona da anni gli analisti, come Giuseppe De Lutiis, grande esperto della morte di 19

20 Enrico Mattei, il presidente che creò l'eni e che aveva una sua struttura di intelligence, non fidandosi delle reti ufficiali. Il filone della controstoria dell'eni parte dal coinvolgimento della Cia nella morte di Mattei, passa per il ruolo del suo successore Eugenio Cefis e arriva alla morte di Pier Paolo Pasolini dovuta al suo romanzo-inchiesta Petro lio. Donato Speroni, un giornalista che è stato capo delle relazioni esterne Eni, nel suo Intrigo Saudita (Cooper) ricorda i legami tra il presidente piduista dell'azienda Giorgio Mazzanti ( ) e il colonnello Stefano Giovannone, che per il Sismi seguiva il Medio Oriente. La tangente Eni- Petromin, secondo Speroni, non servì a finanziare la P2 e i partiti italiani, ma ad assicurarsi che l'olp palestinese non facesse attentati in Italia. Anche Francesco Pazienza, l'agente segreto condannato per la strage di Bologna, nelle sue rocambolesche (e chissà quanto affidabili) memorie Il disubbidiente (Longanesi) racconta di riunioni alle Seychelles tra spioni italiani e dirigenti Eni che arrivavano con il Falcon aziendale. Finita la Guerra fredda, Franco Bernabè diventa amministratore delegato dell'eni nel 1992 in piena Tangentopoli. Conosce bene il mondo dei servizi segreti, Francesco Cossiga lo aveva voluto con Paolo Savona e Carlo Jean in una commissione per la riforma dell'intelligence. Ma negli anni, in convegni e occasioni pubbliche, Bernabè ha sempre sostenuto che aziende e servizi devono muoversi su binari diversi, le spie devono perseguire l'interesse nazionale e rispondere al presidente del Consiglio, non ai manager. Gli spioni degli altri spesso sono più promiscui, basta leggere il libro di Pierre Lethier Argent Secret: l'ex agente francese racconta come, per conto del presidente François Mitterrand, lavorava nell'italia del 1992 per spingere la fusione Eni-Elf (l'omologa francese) cui Bernabè si opponeva. Lethier coinvolge l'imprenditore Giacinto La Monaca con il quale fa arrivare i desiderata di Mitterrand a Romano Prodi per il tramite di Ricardo Franco Levi, suo storico collaboratore. A Prodi, La Monaca riferisce le telefonate con Bernabè, contrario all'operazione. All'Eni si sta chiudendo la lunga stagione di Paolo Scaroni, al vertice dal Scaroni si è sempre mosso vicino al mondo dell'intelligence: amico dell'ex capo del Sismi Niccolò Pollari, sostenuto da Gianni Letta, che aveva la delega ai servizi, legatoal faccendiere Luigi Bisignani che proprio dal suo accesso (spesso vero, sempre vantato) a informazioni privilegiate anche dei servizi traeva la sua influenza sul potere romano. L'intelligence analizza l'evoluzione politica all'estero, quando l'eni opera in Paesi come la Libia c'è uno scambio di informazioni tramite la Farnesina, niente di losco, spiega un dirigente del gruppo. Anche nelle vicende più opache, come quella del rimpatrio forzato di Alma Shalabayeva in Kazakistan, prove di rapporti diretti tra l'eni e i servizi non se ne sono trovate: certo, il gruppo di Scaroni ha investito tanto nel giacimento del Kashagan e tratta con il governo di Nazarbayev, certo, la moglie del dissidente kazako è stata rintracciata formalmente da servizi segreti, ma israeliani, non italiani. A QUANTO SI CAPISCE perché i servizi segreti sono pur sempre, almeno un po', segreti il legame tra Eni e intelligence è mediato dal ministero degli Esteri: gli spioni riferiscono ai diplomatici, che poi si coordinano con l'eni. Da anni c'è un diplomatico distaccato dalla Farnesina in azienda: dal 2011 è Pasquale Salzano, vicepresidente per International Public Affairs, prima c'era Vincenzo De Luca oggi console a Shanghai. La diplomazia italiana e quella aziendale dell'eni sono tutt'uno: basta leggere i cablogrammi rivelati da Wikileaks, quando nel 2008 l'ambasciatore Usa a Roma Ronald Spogli esprimeva l'irritazione americana per gli affari di Scaroni con la Russia e con l'iran. Informazioni sensibili come i dettagli dei contratti take or pay con Mosca sono segreti per tutti tranne che per Scaroni e il suo braccio destro Marco Alverà. Se Renzi volesse conoscerli forse dovrebbe chiedere agli 007. O al suo ministro dell Economia, perché gli esperti del ramo assicurano che l'intelligence migliore è quella della Guardia di finanza che riferisce al Tesoro. 20

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