Più Mediterraneo per il futuro dell Europa *

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1 Più Mediterraneo per il futuro dell Europa * Giovanni Ferri ECONOMIA INTERNAZIONALE L integrazione fra le diverse economie e i diversi popoli del Mediterraneo rappresenta un opportunità da cogliere per superare la crisi economica e finanziaria Le Colonne d Ercole e la Κοινή mediterranea Il concetto delle colonne d Ercole ha permeato per più di un millennio la cultura e la percezione di sé dell epoca greco-romana e delle due che ne sono seguite. Infatti, tanto nella lunga fase medievale, in cui la civiltà si ritira dai decadenti inurbamenti entro le mura ristrette di castelli e conventi, quanto nella fase successiva, allorché il risveglio delle città innerva nuovi commerci internazionali e ridesta gli afflati universalistici propri dell Umanesimo e del Rinascimento, in corrispondenza allo Stretto di Gibilterra le mappe del mondo continuano a riportare un ammonimento Hic sunt leones. Oltre questa soglia ci sono i leoni, c è l ignoto, si rischia la vita. La percezione dei limiti della civiltà si incarna dunque negli estremi del Mediterraneo e ciò conferisce plasticamente al Mare Nostrum la capacità di identificare la comunità, nel senso del greco Κοινή, della quale erano (e si sentivano) parte i nostri avi. Dall appartenenza così prolungata a quella Κοινή derivano ancor oggi modi di fare, tradizioni e gusti comuni tra le genti che si affacciano su questo mare temperato. Superare le colonne d Ercole ha dato agli europei il senso di opportunità. La conquista del Nuovo Mondo e, gradualmente nei secoli seguenti, una colonizzazione estesa a tutti i continenti, il dominio della scienza, della tecnica e dell arte, la preponderanza militare hanno contribuito a creare una specie di senso di onnipotenza che ha distratto i popoli della sponda nord dalla loro intrinseca appartenenza mediterranea. Gli euromediterranei sono stati attratti in un Europa a trazione centro-nordica con il dominio degli imperi britannico, francese e tedesco trasformatosi poi con l affermarsi della leadership americana in una identità di Occidente dai toni anglofoni. 2. Arrivi e ritorni alla leadership mondiale Oggi l intero modello occidentale, su cui si è in vari modi basata l epoca atlantica, aperta appunto dall attraversamento delle colonne d Ercole, appare in crisi. La globalizzazione sta determinando un forte rimescolamento nell economia e nelle società a livello mondiale. È opportuno adottare un ottica di lunghissimo periodo per misurare la potenza economica delle varie aree del mondo. Questo è un esercizio che non serve a soddisfare una mera curiosità ma a mettere in evidenza un fatto la grande importanza dell Asia nella storia che è spesso poco noto nel resto del mondo. In altri termini, mettere la potenza economica dell Asia in una prospettiva storica aiuta a comprendere come la sua preminenza e specialmente per i sub-continenti della Cina e dell India non rappresenti un nuovo arrivo ma un ritorno. E la consapevolezza di ciò è importante per interpretare gli andamenti presenti. Se nel 1950, all indomani della Seconda Guerra Mondiale, gli USA contavano per il 27% e l Europa occidentale per il 26% del Prodotto Interno Lordo (PIL) mondiale e il peso dell Asia sintetizzato da Cina, Corea del Sud, Giappone, India più i dieci Paesi dell ASEAN (Indonesia, Malesia, Filippine, Singapore, Tailandia, Brunei, Vietnam, Laos, Myanmar e Cambogia) toccava allora il minimo (19%), l Asia ha fortemente recuperato in seguito al 24% nel 1973 e al 36% nel 2006, mentre i pesi dell Europa occidentale e degli USA scendevano al 18% e al 20%. La Grande Crisi ha poi accelerato il processo portando nel 2010 l Asia al 42%, l Europa occidentale al 16% e gli USA al 18%. Come mostra la figura 1, si tratta di un ritorno dell Asia al centro dell economia mondiale.

2 Secondo le accreditate proiezioni di Mold (2010), l arretramento dei Paesi ricchi proseguirà fino a portarli al 30,6% del PIL mondiale nel 2030, quando la Cina da sola dovrebbe pesare il doppio degli USA e quasi tre volte l Europa occidentale. Figura 1. Quote percentuali del modello occidentale e orientale sul PIL mondiale 70,0 60,0 50,0 40,0 30,0 20,0 10,0 ASEAN+3+India Western Europe + US 0,0 Fonte: mie elaborazioni su dati di Maddison (2007) fino al 2006, aggiornamenti del FMI per il 2010 e proiezioni di Mold (2010) per il Il centro dell economia mondiale cambia nei secoli. Come ha mostrato Maddison (2007), l Asia ha dominato per due millenni: in particolare, l India e la Cina erano le potenze economiche principali, rispettivamente, fino al 1500 e dal 1500 all inizio del Basti ricordare il ruolo cruciale della Via della Seta nel Medioevo e nell era moderna. L acquisizione della leadership economica mondiale da parte prima dell Europa Occidentale e poi degli USA si realizza a partire dalla rivoluzione industriale e si intensifica con il crollo del bimillenario impero cinese. Sempre dalla figura 1 si desume che nel 1820, alla vigilia della Rivoluzione Industriale, all ASEAN+3+India faceva capo oltre il 55% del PIL mondiale, quando il modello occidentale pesava appena per il 25%. Di seguito, l acquisizione della leadership tecnologica e militare e, per oltre un secolo, le politiche di colonizzazione avevano permesso all Occidente di accrescere il suo peso nell economia mondiale portandolo all auge prossima al 55% del Ma poi, come già detto, il vento è cambiato. Nel 2010 si era già registrato il contro-sorpasso del modello orientale. E, secondo Mold, il pendolo completerebbe il suo ritorno entro il Perciò Cina e India non sono new-entry ma ritorni. Ma cosa determina (l ascesa e) il declino degli imperi? Nella sua prospettiva storica di lungo periodo, Kennedy (1987) sostiene che gli imperi crollano quando per essi le spese militari superano le potenzialità economiche. Ciò determina squilibri fiscali che portano l impero al collasso. Possiamo dire che oggi ci troviamo in una situazione del genere? È forse troppo presto per dirlo, ma l aumento vertiginoso dell indebitamento esterno, prima, e poi, con i salvataggi, anche del debito pubblico degli USA sarebbe coerente con tale scenario. 3. Ambiente e sostenibilità nella globalizzazione imperfetta Difficile dire come se ne uscirà. L umanità si rende conto di essersi spinta vicino al baratro. Non vi è chi non veda che siamo vicini al baratro finanziario con una crisi che sprigiona dai Paesi ricchi e ne mette in discussione il modello di sviluppo, che si sfiora spesso il disastro nucleare, che il riscaldamento ambientale causa devastazioni, morte e impoverimento ad esempio, sta crescendo

3 vertiginosamente l intensità dei tornado (fig. 2) e si sta intensificando il fenomeno delle guerre per l acqua (fig. 3), che crescenti disuguaglianze generano società aride e riottose e potremmo continuare. Figura 2. Numero medio di tornado per anno 12,00 10,00 8,00 6,00 4,00 2,00 0,00 USA Europa Asia Sud America Africa Oceania Fonte: mie elaborazioni su dati tratti da Wikipedia. Occorre riflettere sul perché. Ci sono molte risposte. Ma tutte quante vertono sulla spregiudicatezza, l arroganza e il senso di autosufficienza ancora con una parola greca si potrebbe dire la ὕβρις della ragione di cui l uomo si è schermato nella convinzione di poter esercitare il proprio dominio incontrollato. Il baratro ci fa risvegliare dal sonno di tale convinzione, lo rivela fallace. Figura 3. Numero medio all'anno di guerre per l'acqua 14,00 12,00 10,00 8,00 6,00 4,00 2,00 0,00 Mondo Africa America Asia Europa Oceania Fonte: mie elaborazioni su dati tratti da Wikipedia

4 Ci troviamo impreparati, indifesi di fronte alla nostra ragione, che ci propone conoscenze segmentate e incapaci di cogliere la necessaria visione d assieme, di fronte a un organizzazione delle nostre società basata sull individualismo irresponsabile nei confronti delle comunità di appartenenza, degli altri uomini. Per sfuggire al baratro c è bisogno di un soprassalto di responsabilità, che scardini comportamenti consolidati, occorre superare l irresponsabilità dell erronea percezione di autosufficienza. In una parola sola, dobbiamo recuperare la sostenibilità. Il ritorno alla percezione di sé come soggetti del Mediterraneo, da esso uniti e non divisi, può svolgere un ruolo importante nella riacquisizione di modelli e comportamenti più sostenibili. La strada da fare è molto lunga e ce ne sfuggono ancora le coordinate precise. Ma, al tempo stesso, è utile articolare qualche altra considerazione su come un ritorno di attenzione verso il Mediterraneo offra prospettive interessanti perché l Europa non venga nuovamente marginalizzata dalla storia. 4. Le rivolte nella sponda sud del Mediterraneo: problemi e opportunità per l Europa Un aspetto assai concreto è quello degli andamenti demografici che, da sempre, costituiscono le leggi meno discutibili tra quelle che governano le dinamiche socio-economiche. Ebbene, è suggestivo osservare come la sponda nord e quella sud del Mediterraneo grosso modo si equivalgano oggi in termini di abitanti. La sponda nord che va dal Portogallo, alla Spagna, alla Francia, all Italia e alla Grecia conta circa 190 milioni di abitanti; quella sud che va dalla Turchia, alla Siria, al Libano, alla Giordania, a Israele, alla Palestina, all Egitto, alla Libia, alla Tunisia, all Algeria e al Marocco conta circa 200 milioni di abitanti. Tuttavia, dietro questa apparente similitudine, si nascondono differenze quanto mai profonde: la quota della popolazione sotto i 15 anni è circa il 30% nella sponda sud, il doppio che nella sponda nord. Vale a dire, la popolazione del sud Mediterraneo è assai giovane e in forte crescita, l esatto contrario della popolazione del nord Mediterraneo che è molto più anziana e sostanzialmente statica. La storia delle esperienze di sviluppo economico accelerato ci insegna come i Paesi per vivere queste fasi sono generalmente supportati da una sorta di dividendo demografico. Il fenomeno consiste nel fatto che l innesto di processi di sviluppo economico in quei contesti paese vi produce un fisiologico rallentamento delle dinamiche demografiche, presupposto per l intensificazione della crescita. E, naturalmente, lo sviluppo economico in un area produce effetti di spillover sulle aree limitrofe, specie se queste ultime sanno legarsi all area in crescita mediante crescenti rapporti commerciali.

5 I nstability in the Middle-East/ North-Africa ( MENA) - 1 The spread Figura 4. Mappa of instability delle rivolte at nel end Medio 2010 Oriente start e Nord 2011: Africa Millions inhabitants MENA_map.png70 40pixels Syria Libya Mar 2011 Tunisia Feb 2011 Jordan Dec 2010 Jan 2011 Jan Baharain Feb /05/ Jan 2011 Yemen Fonte: mie elaborazioni su dati tratti dai mezzi di informazione pubblici. Dunque, l Europa avrebbe da guadagnare massimamente se solo sapesse contribuire allo sviluppo economico nel Mediterraneo. Il dividendo demografico del sud Mediterraneo costituisce una risorsa preziosa per favorire la ripresa dello sviluppo anche in Europa. In effetti, nessun altra area limitrofa all Unione Europea in particolare quella dell Est Europa potrebbe offrire un simile dividendo demografico. Perciò, anche solo considerazioni di natura utilitaristica dovrebbero spingere l Unione Europea a tornare a guardare con attenzione allo sviluppo nel Mediterraneo. Del resto, se l Unione Europea non affronterà con decisione il problema di governare questi rapporti con la sponda sud del Mediterraneo, anziché opportunità potrebbero derivarne seri problemi. Preoccupa, infatti, la profonda fase di instabilità, peraltro tutt altro che conclusasi, apertasi nel 2010 e che ha interessato molti Paesi dell area, coinvolgendo nel complesso circa 130 milioni di abitanti (fig. 4). Pur avendo ciascuna crisi nazionale proprie determinanti specifiche, è indubbio che tale instabilità su così ampia scala avviene nel contesto di un indebolimento dell ombrello protettivo statunitense, laddove gli USA, anche per i crescenti vincoli di bilancio alla loro potenza militare, si sono trovati a rivolgere la loro attenzione principale ad altre aree del globo, come ad esempio il Pacifico, riducendo la loro presenza nel Mediterraneo. Pagina1di 1 Perciò, se l Unione Europea non si farà debito carico di governare i cambiamenti tuttora in atto nella sponda sud del Mediterraneo, anziché godere dei riflessi positivi cui si è fatto cenno per il dividendo demografico dello sviluppo nell area potrebbe trovarsi a subire i contraccolpi del perdurare e di un eventuale radicalizzazione di tali instabilità. Agli italiani basta ricordare le ripetute emergenze a Lampedusa in seguito alla rivolta in Tunisia e al conflitto in Libia. 5. La crisi dell Eurozona Ma vi sono anche altre considerazioni che ci aiutano a comprendere come sia una pessima idea per l Europa del centro-nord marginalizzare non solo la sponda sud ma anche quella nord del Mediterraneo. È evidente che la situazione attuale pare spingere in quella direzione. Come noto, la crisi dei debiti sovrani dell Eurozona partì sul finire del 2009 dalla Grecia, si estese nel 2010 a Irlanda e Portogallo e coinvolse dal 2011 la Spagna e l Italia (e poi anche Cipro). Questi Paesi sono stati definiti periferici oppure accomunati in sigla: i detrattori più corrosivi li hanno chiamati PIIGS laddove

6 pigs in inglese significa porci quelli più educati hanno usato l acronimo GIIPS. In ogni caso, pressoché tutti i Paesi protagonisti della crisi sono proprio quelli mediterranei. Sebbene un analisi delle cause della crisi vada al di là del focus di questo contributo, è necessario spendere qualche momento a riflettere su un elemento di fondo. In particolare, seppure le responsabilità proprie dei paesi colpiti non vadano sottovalutate, la crisi greca ha potuto espandersi così a dismisura solo per i gravissimi (imperdonabili?) errori commessi dall Unione Europea sotto l egemonia sempre più influente della Germania, accompagnata da pochi altri Paesi (dapprima, con la presidenza Sarkozy, si poteva parlare di un direttorio tedesco-francese, ma poi, con la presidenza Hollande, la Francia si è dissociata dalla linea tedesca). Come è noto, livelli elevati del deficit pubblico di un Paese determinano una fragilità immediata solo se lo squilibrio dei conti pubblici si accompagna a uno squilibrio dei conti con l estero. In altri termini, un elevato deficit pubblico (specie per Paesi che abbiano già un alto livello di debito pubblico) è preoccupante ed espone alla speculazione internazionale solo se vi è anche un contestuale ampio deficit delle partite correnti. Infatti, se un Paese ha un elevato debito pubblico (frutto del cumulo di persistenti deficit dei conti dello Stato) ma, al tempo stesso, ha un attivo netto patrimoniale nei confronti del resto del mondo (frutto del prevalere di surplus delle partite correnti) è come se tutto il debito pubblico fosse detenuto dai residenti del Paese e, alla bisogna, lo Stato può sempre tassare la ricchezza privata per stabilizzare il proprio debito pubblico. Figura 5. Surplus delle partite correnti delle varie aree Fonte: mie elaborazioni su dati tratti da FMI. Del resto, se così non fosse, non si potrebbe spiegare perché non sia sotto attacco speculativo il Giappone, il cui debito pubblico in rapporto al PIL sfiora il 240%. E la spiegazione di questo non attacco speculativo sta proprio nel fatto che il Giappone, con il suo persistente surplus delle partite correnti (fig. 5), è Paese creditore netto a livello internazionale, per cui il suo assai alto debito pubblico ha come corrispettivo una altrettanto ampia ricchezza privata dei residenti. Orbene, sappiamo che il debito pubblico in rapporto al PIL era introno all 80% per la media dell Eurozona prima che si avviasse la crisi dei debiti sovrani dei Paesi periferici e, sia pur peggiorato in seguito alla recessione degli anni successivi, il rapporto è ancora al di sotto del 90%. E, allora, per giustificare gli attacchi speculativi sui debiti sovrani europei, verrebbe da pensare che l Eurozona avesse al 2009 persistenti e significativi deficit delle partite correnti. Come rivela la figura 5, così non era (e non è neanche oggi): tra il 1999 e il 2009 l area dell euro ha avuto mediamente un lieve surplus, risultato

7 dell alternarsi di leggeri deficit nel 2000 e nel più che compensati da lievi surplus negli altri otto anni del periodo considerato. Ciò contrasta con i forti e tenaci deficit degli USA, Paese che peraltro, pur avendo avuto anche un peggioramento dei conti pubblici ben più preoccupante di quello dell Eurozona, non ha sinora subito contraccolpi speculativi, se non il contestato declassamento (da AAA a AA+) del debito sovrano statunitense operato ad agosto 2011 da S&P s. E, dunque, perché l Eurozona ha subito gli attacchi speculativi della finanza internazionale su diversi debiti sovrani dei suoi Paesi membri? La risposta sta nella seguente Figura 6, o meglio in un suo particolare. 14 Figura 6. Squilibri globali Figure dal Global 2008 Imbalances, Global Imbalances (percent of world GDP) US JPN Eur surplus CHN EMA OIL ROW Eur deficit Discrepancy Fonte: Note: Current Blanchard account e balances Milesi-Ferretti (in percent (2009) of world GDP). Source: World Economic Outlook. The composition of country groups is as follows: In essa Blanchard e Milesi-Ferretti (2009) dividono l Europa in due. Da un lato mettono i Paesi in EUR surplus: Austria, Belgium, Denmark, surplus delle partite correnti 1 Finland, Germany, Luxembourg, e dall altro quelli in deficit 2 Netherlands, Sweden, Switzerland. EUR deficit: Greece, Ireland, Italy, Portugal, Spain, United Kingdom, Bulgaria,. Come Czech è evidente Republic, i Estonia, GIIPS rientrano tutti e cinque Hungary, nel Latvia, gruppo Lithuania, dei Poland, Paesi Romania, europei Slovak in deficit. Republic, I Turkey, due autori, Ukraine. rispettivamente capo economista ed economista Emerging Asia: dell FMI, Hong Kong sviluppano S.A.R. of China, ragionamenti Indonesia, Korea, largamente Malaysia, condivisibili Philippines, Singapore, a proposito Taiwan dell opportunità di ridurre province gli of China, squilibri Thailand. globali, che tanta parte avevano avuto nel causare lo scoppio della crisi del (che, Oil exporters: non a Algeria, caso, sprigiona Angola, Azerbaijan, dagli USA, Bahrain, il Paese Republic con of più Congo, gravi Ecuador, squilibri Equatorial delle partite Guinea, correnti). Gabon, E, tuttavia, questa Iran, Kazakhstan, suddivisione Kuwait, che Libya, gli autori Nigeria, operano Norway, Oman, è discutibile Qatar, Russia, nel senso Saudi che Arabia, gli Sudan, aggiustamenti Syria, Trinidad degli squilibri dei and Tobago, United Arab Emirates, Venezuela, Yemen. conti con l estero presuppongono come strumento primario l uso del tasso di cambio e non è chiaro Rest of the world: remaining countries. come i Paesi dell Eurozona possano usare tale strumento se essi si trovano in parte dal lato del surplus e in parte dal lato del deficit, in quanto tali esigenze sarebbero di segno opposto con i Paesi in surplus (deficit) che vorrebbero una politica monetaria più restrittiva (espansiva) e/o una politica che portasse a * Questo articolo è stato recentemente pubblicato sul N della rivista Tempo Finanziario. Ringraziamo l autore e la direzione della rivista per la gentile concessione a ripubblicarlo. 1 Vale a dire: Austria, Belgio, Danimarca, Finlandia, Germania, Lussemburgo, Paesi Bassi, Svezia e Svizzera. 2 Vale a dire: Grecia, Irlanda, Italia, Portogallo, Spagna, Regno Unito, Bulgaria, Estonia, Lettonia, Lituania, Polonia, Repubblica Ceca, Romania, Slovacchia, Turchia, Ucraina e Ungheria. Anche Blanchard e Milesi-Ferretti (2010) adottano la stessa suddivisione fornendo informazioni e proiezioni più dettagliate.

8 un apprezzamento (deprezzamento) del tasso di cambio per cercare di eliminare il proprio surplus (deficit) delle partite correnti 3. Nel momento in cui l FMI stesso Blanchard, come detto, ne è il capo economista espone la frattura tra Paesi centro (quelli in surplus) e Paesi periferici (quelli in deficit) dell area euro, a molti speculatori ciò potrebbe essere parso un segnale che l Eurozona era un area instabile e che, se le cose non cambiavano, presto si sarebbe dovuti addivenire a un break-up dell area stessa. Non a caso, proprio da allora iniziano a circolare suggerimenti di esperti che preconizzano la spaccatura dell area in un euro del nord più forte e un euro del sud più debole (cfr., ad esempio, Zingales, 2010). E cosa fa, sotto la crescente egemonia tedesca, l Unione Europea per fugare questi timori da parte dei mercati internazionali? Verrebbe naturale pensare che da Bruxelles ci si sia sperticati a far notare come l Eurozona nel suo complesso è un area valutaria equilibrata nei conti con l estero, che non ha deficit delle partite correnti bensì un lieve surplus. E, di conseguenza, gli eurocrati avrebbero dovuto logicamente rassicurare i mercati che nessuna speculazione su nessun Paese membro dell euro sarebbe stata possibile perché a essa ci si sarebbe opposti con tutte le forze; che, perciò, non vi sarebbe stata alcuna perdita per gli investitori. E, invece, niente di tutto questo. Al contrario, si cominciano a fare le puntualizzazioni e i distinguo in un crescendo kafkiano che porta il duo c.d. Mer-kozy a enunciare nella primavera del 2010, nel bel mezzo della crescente speculazione sulla Grecia, che gli investitori i quali avevano comprato titoli del debito pubblico ellenici avrebbero dovuto sopportare delle perdite, per di più imprecisate. Fare questo in tali circostanze è come gridare al fuoco nel mezzo di un teatro gremitissimo: il risultato è quello di provocare una calca che cerca di guadagnare l uscita in maniera cieca e disordinata, con possibili morti e feriti. In modo non dissimile, la crisi greca si è avvitata su se stessa e il contagio si è esteso agli altri Paesi periferici. Esplicitare la distinzione tra Eur deficit ed Eur surplus aveva già aperto alla possibilità che quei surplus non sarebbero stati sommabili a quei deficit. E ora la politica e le istituzioni europee confermavano l interpretazione più pessimistica da dare all esercizio di per sé innocente di Blanchard e Milesi- Ferretti. Appena si sono accorti di ciò, gli avvoltoi della speculazione internazionale hanno immediatamente sentito l odore di carogna e si sono fiondati sull obiettivo. I vari piani di salvataggio che non mi dilungo a elencare, non ultimo per la loro spesso effimera vita, poco convinti, sempre in ritardo e spesso contraddetti il giorno dopo la loro formulazione, non potevano risolvere la crisi ma, casomai, contribuivano a ingarbugliarla ancora di più. Il mercato dei capitali persino quello bancario dell Eurozona si è avvitato ri-segmentandosi in base ai confini nazionali pre-euro. Con gli spread sui titoli di Stato dei vari Paesi che seguivano strade divergenti (in alto per i periferici, in basso per la Germania e gli altri non sotto attacco speculativo) la stessa politica attuata per tutti a Francoforte iniziava a essere più espansiva a Berlino, L Aia e negli altri Paesi in surplus e più restrittiva a Madrid, Roma e negli altri Paesi periferici. Per di più, il mantra dell austerità fiscale veniva somministrato a Paesi già in avvitamento deflazionistico, come se un medico irresponsabile prescrivesse a un soggetto obeso che ha appena avuto un infarto una terapia shock di abbattimento superveloce della sua obesità, imponendogli di non mangiare e di correre la maratona. Senza negare l esigenza concreta di procedere all aggiustamento dei debiti eccessivi di vari Paesi dell area euro, la scelta di negare politiche di aggiustamento graduale per appiattire l Eurozona su questa insensata politica dell austerità fiscale tutta e subito trasformava gravi recessioni in depressioni destabilizzanti 4. La mancanza di (abbastanza) solidarietà dei Paesi forti verso quelli periferici era sotto gli occhi di tutti. Perciò, mettendo i GIIPS con le mani legate a prendere schiaffi sia dalla speculazione internazionale che dall autoimposta, 3 È vero che l Europa considerata dagli autori si avvicina alla più ampia accezione geografica e non coincide con l Eurozona. Nondimeno, è chiaro che i Paesi membri dell euro sono determinanti sia dal lato del surplus che da quello del deficit. Così, trovandosi essi in parte dal lato del surplus e in parte dal lato del deficit, si tratta del classico esempio di paralisi della politica monetaria e del cambio in un unione monetaria in cui i Paesi membri sperimentano shocks asimmetrici (De Grawe, 2009). 4 È per tanti versi una terribile vendetta della storia che proprio la Germania da vittima di un simile scempio negli anni Venti del secolo scorso quando economicamente fragile venne costretta a pagare ingenti riparazioni di guerra e tali costi furono fattori non secondari nello scatenare l instabilità socio-economica che sfociò poi nell avvento del Nazismo (Keynes, 1920) si sia trasformata nel carnefice di oggi di un vento che soffia sul revanchismo nazionalista dei Paesi periferici.

9 improvvida austerità fiscale si era fatto di tutto perché il break-up dell euro diventasse una profezia autorealizzantesi. L evento rischiava di essere solo quesitone di tempo. Barlumi di saggezza sono però venuti dalla Banca Centrale Europea che, nel mezzo dell escalation dell estate 2011, è intervenuta acquistando sul mercato secondario i titoli dei Paesi periferici, in modo da tamponare la speculazione. Tale opera si è fatta più strutturata da quando Mario Draghi ha preso il timone della BCE, enucleando prima una mega concessione di liquidità alle banche all allettante tasso di interesse dell 1% per tre anni (Long Term Refinancing Operation) e arrivando, a luglio 2012, a dire a brutto muso alla City di Londra: We will do whatever needed to save the euro. And, believe me, it will be enough, per poi vincere le resistenze della Bundesbank e mettere in campo le Outright Monetary Transactions, operazioni sinora mai applicate ma la consapevolezza della cui esistenza è sufficiente a bloccare la speculazione più sfrenata con cui la BCE può comprare, in misura anche illimitata, sul mercato secondario titoli di Stato dei Paesi sotto attacco. È presto per dire se la tenzone è stata vinta. Da un lato, gli spread si sono notevolmente abbassati. Dall altro, però, non sono tornati ai livelli pre-crisi del 2009 e, inoltre, la goffa e sbagliata gestione della crisi cipriota ove gli eurocrati hanno messo addirittura a rischio i depositi bancari assicurati lascia temere che a Bruxelles (o a Berlino?) non si sia proprio capita la lezione del filotto di errori compiuti con la gestione delle crisi greca e degli altri periferici. 6. Più olio d oliva e meno burro Il risultato della gestione eurocratico-tedesca degli eventi è che l Eurozona non solo sta perdendo l opportunità di riaffermare il proprio ruolo a livello globale, in quanto latrice di un modello di sviluppo economico più sostenibile di quello anglo-americano, ma, pur essendo un area dai conti in equilibrio, si è addirittura trasformata nell epicentro della seconda ondata della crisi globale, quella dei debiti sovrani di Eurolandia. Gli errori commessi sono in gran parte conseguenza di un area euro divenuta sempre più a trazione nordica, in cui i Paesi mediterranei hanno perso di peso. Al tempo stesso, si è affermata la visione semplificatrice (la vulgata ) che i mediterranei sono cicale che vorrebbero vivere alle spalle delle formiche (gli europei del nord). Sebbene reputi grottesca tale caricatura sia degli uni che degli altri popoli, se accettiamo di prenderla sul serio, conviene andare alla ricerca anche di altri tratti caratteristici che contraddistinguono gli euromediterranei degli euro-nordici. Uno dei tratti più dirimenti si trova nel condimento usato per arricchire e cucinare il cibo. Gli euro-nordici usano il burro, gli euro-mediterranei l olio d oliva. In effetti, come non è sfuggito a Matvejevic (1998), l olivo e l olio che se ne deriva è una delle essenze profonde del Mediterraneo. Ebbene, conviene approfondirne due aspetti: le implicazioni per la salute e quelle in termini del sostrato di civilizzazione su cui le due culture si fondano. Dal primo punto di vista, in modo calcistico sbrigativo, potremmo dire tre a zero e palla al centro. La letteratura medica ha documentato scientificamente i vantaggi della dieta mediterranea, imperniata sull uso dell olio d oliva (nonché di verdura, frutta, cereali e loro derivati e del vino), su vari aspetti della salute e della longevità umana: ad esempio, per citare solo alcuni dei contributi, Willett et al. (1995) e Willett (2006) mostrano i vantaggi generali sulla condizione fisica; Trichopoulou e Vasilopoulou (2000) misurano il contributo della dieta mediterranea alla longevità; Pineo e Anderson (2008) documentano i benefici per l apparato circolatorio; Martínez-González et al. (2008) trovano che la dieta mediterranea riduce il rischio di diabete; Trovato et al. (2010) mostrano i vantaggi per la funzionalità renale e la minore incidenza dell ipertensione; ma vi sono anche studi che sottolineano la riduzione del rischio di importanti malattie come il cancro, il morbo di Parkinson e quello di Alzheimer (Sofi et al. 2008). Riguardo alle implicazioni in termini del sostrato di civilizzazione, è logico osservare che la contrapposizione tra l olio di oliva e il burro richiama quella tra la civiltà agricola e quella pastorale. Ebbene, rispetto a quella pastorale, la civiltà agricola fonda una società meno instabile e nomade, nonché dotata di maggiori interazioni tra gli individui e di maggior interesse dell uomo per la

10 salvaguardia del proprio ambiente di vita 5. Siccome l esistenza di tali interazioni è alla base del concetto stesso di solidarietà, viene da pensare che più olio d oliva cioè più stabilità e meno nomadismo e, di conseguenza, maggiore considerazione degli altri e dell ambiente avrebbe potuto aiutare l Eurozona a trovare al proprio interno la determinazione per i Paesi più forti di voler assistere quelli in crisi, nell idea del dono ma anche della reciprocità. 7. Conclusioni Oggi l Europa vive una doppia sfida. Infatti, la sfida di superare la fase dell attuale crisi, di dimensioni inimmaginabili fino a pochi anni or sono, si accompagna a quella di recuperare la voglia di crescere, tutelando la propria ricchezza e il contributo che il nostro continente ha dato e può ancora dare al benessere e alla libertà dell uomo. È chiaro che occorre sapersi reinventare, mettendo le istituzioni incaricate delle scelte politiche sul percorso della sostenibilità. Ma, tutte le varie dimensioni che si sono toccate in questo breve contributo inducono a concludere che l Europa attuale ha bisogno di più Mediterraneo. Per tornare da dove siamo partiti, oggi le colonne d Ercole da superare stanno dentro di noi. Bibliografia Blanchard, O.J. e G.M. Milesi-Ferretti (2009), Global Imbalances: Past, Present, and Future, mimeo, IMF. Blanchard, O.J. e G.M. Milesi-Ferretti (2010), Global Imbalances: In Midstream?, CEPR Discussion Papers De Grauwe, P. (2009), Economics of Monetary Union, Oxford Univ Press; 8 th edition. Kennedy, P. (1987), The Rise and Fall of the Great Powers, New York: Random House; trad. it. (1999), Ascesa e declino delle grandi potenze, terza ediz., Milano: Garzanti. Keynes, J.M. (1920), The Economic Consequences of the Peace, New York: Harcourt, Brace, and Howe; trad. it. (2007), Le conseguenze economiche della pace, Milano: Adelphi. Maddison, A. (2007), Contours of the World Economy : Essays in Macro-Economic History, Oxford University Press. Matvejevic, P. (1998), Mediterraneo. Un nuovo breviario, Milano: Garzanti. Mold, A. (2010), Maddison s forecasts revisited: What will the world look like in 2030?, disponibile su 24 ottobre. Martínez-González, M.Á., C. de la Fuente-Arrillaga, J.M. Nunez-Cordoba, F.J. Basterra-Gortari, J.J. Beunza, Z. Vazquez, S. Benito, A. Tortosa e M. Bes-Rastrollo (2008), Adherence to Mediterranean diet and risk of developing diabetes: prospective cohort study, BMJ 336 (7657): Pineo, C.E. e J.J.B. Anderson (2008), Cardiovascular Benefits of the Mediterranean Diet, Nutrition Today 43(3): Sofi F., F. Cesari, R. Abbate, G.F. Gensini e A. Casini (2008), Adherence to Mediterranean diet and health status: meta-analysis, BMJ 337: a1344. Szuchman, J. (2009; a cura di), Nomads, Tribes, and The State in the Ancient Near East. Cross-disciplinary Perspectives, Ann Arbor, Michigan: Edwards Brothers. Trichopoulou, A. e E. Vasilopoulou (2000), Mediterranean diet and longevity, British Journal of Nutrition 84(2): S205-S209. Trovato, G.M., C. Pirri, G.F. Martines, A. Tonzuso, F. Trovato, D. Catalano (2010), Lifestyle interventions, insulin resistance, and renal artery stiffness in essential hypertension, Clinical and Experimental Hypertension 32(5): Willett, W.C. (2006), The Mediterranean diet: science and practice, Public Health Nutrition, 9(1A): Willett, W.C., F. Sacks, A. Trichopoulou, G. Drescher, A. Ferro-Luzzi, E. Helsing e D. Trichopoulos (1995), Mediterranean diet pyramid: a cultural model for healthy eating, American Journal of Clinical Nutrition 61: 1402S-1406S. Zingales, L. (2010), Due euro sono meglio di uno?, Il sole-24 ore, 9 maggio. 5 Queste sono, ad esempio, le conclusioni cui giunge l imponente studio di Szuchman (2009).

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