Audizione del professor Vincenzo Visco. presso la VI Commissione della Camera dei Deputati il giorno 26 febbraio 2014

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1 Audizione del professor Vincenzo Visco presso la VI Commissione della Camera dei Deputati il giorno 26 febbraio 2014 sulle prospettive della politica tributaria e del settore bancario, nel quadro dell euro e in vista del prossimo semestre di Presidenza italiana dell Unione Europea. Nell ultimo anno la crisi finanziaria in Europa si è andata attenuando e la situazione appare migliorata. Inoltre nella seconda metà del 2013 si è interrotta la recessione ed è iniziata una moderata ripresa che fa prevedere un aumento del Pil europeo di un circa punto percentuale nel Questa evoluzione va valutata positivamente; sarebbe tuttavia errato ritenere che le difficoltà e i problemi siano definitivamente alle nostre spalle. Gli interventi di ristrutturazione dei debiti di Grecia e Cipro, la politica del BCE volta a fornire liquidità al mercato con le due successive operazioni di LTRO (Long Term Refinancing Operation), l introduzione dell ESM (European Stability Mechanism), il varo del programma OMT (Outright Monetary Transaction) che consente, in teoria, un acquisto illimitato (ancorché condizionato) da parte della BCE dei debiti dei Paesi della zona euro in caso di necessità, e soprattutto l affermazione di Draghi di essere pronto a fare whatever il takes per evitare la crisi della moneta unica, sono state all origine dei risultati attuali. A tutto ciò va aggiunta la decisione strutturale, e potenzialmente la più importante - del progetto di unione bancaria. Oltre a queste misure, anche l enorme liquidità creata dalla politica monetaria eterodossa della FED e delle altre banche centrali e più recentemente il ritiro dei capitali da alcuni Paesi di nuova industrializzazione hanno contribuito a determinare una parziale convergenza dei tassi di interesse nella zona euro con la riduzione degli spreads, nonché una sostenuta crescita delle borse europee compresa tra il 25 e il 30%. Tuttavia le difficoltà permangono e rischi rilevanti sono tuttora presenti. Per esempio gli interventi di sostegno ai paesi in difficoltà hanno fatto sì che l ESM la BCE e il FMI abbiano fornito prestiti e/o acquistato debito di Paesi come Grecia, Irlanda, Portogallo, Cipro, Spagna e Italia; inoltre la Bce e le banche centrali nazionali hanno concesso rilevanti prestiti alle banche nazionali dei diversi Paesi in crisi, tanto che oggi più del 90% del debito greco è posseduto da ESM, BCE, FMI e dalle altre banche centrali europee. In conseguenza se dovessero rendersi necessari altri interventi di ristrutturazione dei debiti della Grecia o di Cipro (cosa non impossibile) essi determinerebbero 1

2 immediate perdite in conto capitale per le istituzioni che sono intervenute a sostegno di questi Paesi, e quindi alla fine per i contribuenti dei Paesi direttamente o indirettamente coinvolti, cosa che risulterebbe molto indigesta sopratutto per la Germania. Inoltre il programma OMT non è stato mai posto in essere finora anche perché le condizionalità richieste non sono mai state esplicitate; se è difficile immaginarne altre più rigorose di quelle già applicate in precedenza ad alcuni Paesi per il sostegno ricevuto, esse potrebbero tuttavia implicare anche una perdita sui depositi detenuti presso le banche nazionali come accaduto a Cipro: questa situazione crea comprensibili esitazioni a farvi ricorso in tempo utile. Inoltre i fondamenti giuridici del programma rimangono incerti e suscettibili di contestazione da parte della Corte Costituzionale tedesca che appare orientata a ritenere il programma incompatibile con il diritto tedesco, anche se ultimamente la Corte stessa ha rimesso la questione a una valutazione preliminare della Corte di Giustizia Europea. Questa decisione è potenzialmente importante perché la Corte di Giustizia potrebbe chiarire l interpretazione del trattato in relazione ai poteri effettivi della BCE. Il trattato infatti vieta il finanziamento monetario dei disavanzi e di debiti degli Stati membri, ma prevede che è compito della BCE garantire il buon funzionamento del sistema dei pagamenti e del mercato monetario nella zona euro. Quest ultimo compito potrebbe ben comportare in casi particolari l acquisto del debito pubblico di alcuni Paesi, senza nessuna violazione formale del trattato: infatti gli spreads che si possono riscontrare per quanto riguarda i finanziamenti reali alle imprese sono molto più elevati di quelle relativi ai debiti pubblici di diversi Paesi, il che è indice di un cattivo funzionamento del sistema dei pagamenti nella zona euro. E interesse del nostro Paese (ma non solo) sollecitare una decisione chiarificatrice in tal senso. I fondi di cui è stato dotato l ESM (500 miliardi) erano insufficienti già in partenza; dopo gli interventi effettuati a favore di Grecia, Irlanda, Portogallo, Cipro e Spagna, essi si sono ridotti a solo 200 md, del tutto inadeguati ad affrontare altre eventuali situazioni di crisi. L unione bancaria è stata dilazionata nel tempo per quanto riguarda la sua entrata a regime, ed inoltre essa manca proprio delle due caratteristiche fondamentali di una vera unione bancaria: una assicurazione dei depositi, e un fondo centralizzato per la ricapitalizzazione delle banche in crisi, necessario vista l insufficienza dell ESM. Anche in questo caso l indisponibilità della Germania è stata decisiva. Inoltre, mentre l obbiettivo di fondo di una unione bancaria europea dovrebbe essere quello di rompere il circolo vizioso che si è creato tra banche e debiti sovrani dei vari Paesi, la politica 2

3 seguita in concreto in questi anni è andata, per ragioni di necessità, in direzione opposta, in quanto abbiamo assistito a un processo di rinazionalizzazione dei debiti sovrani massicciamente acquistati dalle banche nazionali ed usati come collaterale per ottenere finanziamenti da parte della BCE. Per fare un esempio, oggi solo il 35% del debito italiano è detenuto da soggetti esteri, percentuale che scende intorno al 20% se si considera che alcuni di questi soggetti sono istituzioni italiane esterovestite, e solo il 10% da investitori privati non bancari. Questa evoluzione aumenta ovviamente i rischi sistemici per la zona euro e soprattutto per il settore bancario. A ciò va aggiunto l enorme ammontare raggiunto dalle sofferenze bancarie in Europa: oltre 1000 md di che pesano sui bilanci delle banche e che richiederanno robusti aumenti di capitale per non poche banche che dovranno superare gli stress tests previsti dalla Bce, e/o la costituzione di bad banks per smaltirle progressivamente. Stando così le cose, il rischio di ricadute e di una recrudescenza della crisi finanziaria non possono essere esclusi, soprattutto in un contesto di bassa crescita economica e di un possibile aumento dei tassi di interesse provocato dell uscita progressiva della FED dalle politiche di quantitative easing nonché dell esaurimento dei programmi di progressive iniezioni di liquidità da parte della BCE. Per questa ragione sarebbe importante accelerare il processo di cartolarizzazione dei crediti delle banche che potrebbero essere forniti come collaterale alla BCE per ottenere la liquidità necessaria. I rischi ricordati sono inoltre accresciuti dalle attuali difficoltà di alcuni Paesi di nuova industrializzazione che potrebbero tradursi in crisi valutarie improvvise e comunque determinano tensioni e incertezza sui mercati finanziari, mentre i rischi di una deflazione in Europa che produrrebbe un aumento del valore reale dei debiti in essere, non possono essere ignorati. Date queste premesse, le prospettive economico-finanziarie dell Europa appaiono tutt altro che tranquille e in questo contesto il nostro Paese appare particolarmente vulnerabile. Tuttavia l aspetto più negativo delle politiche finora seguite riguarda l economia reale. Le politiche di austerità generalizzata e accelerata hanno infatti prodotto un disastro, come era ampiamente prevedibile. Il PIL della zona euro è oggi del 3% inferiore a quello del e del 13% inferiore rispetto alla crescita tendenziale (trend); l economia greca si è ridimensionata del 23%, quella di Irlanda, Portogallo e Spagna dell 8%, e in Italia il Pil si è ridotto di più del 9%. 3

4 La disoccupazione della zona euro ha raggiunto il 12%, in Grecia essa è pari al 28%, in Irlanda al 14%, in Portogallo al 17% in Spagna al 26% e in Italia essa è pari al 13%. La disoccupazione giovanile ha raggiunto livelli del 25-50%. Come si è giunti a questa situazione? Personalmente è da tempo che sostengo che ciò è dipeso dalla mancata comprensione in Europa della natura della grande crisi finanziaria del che è all origine della gran parte dei problemi che ci troviamo a dover affrontare. Infatti la crisi del non è stata una normale crisi recessiva bensì un evento straordinario, una crisi da deflazione dei debiti, come fu quella del 1929 che sfociò nella grande depressione. Questo tipo di crisi deriva da un eccesso di debiti privati accumulati per finanziare consumi o investimenti che creano bolle, cioè valutazioni di alcuni cespiti in eccesso rispetto ai valori effettivi, sostenendo così una crescita economica drogata. Se una bolla scoppia per un qualsiasi motivo, il valore dei cespiti crolla, mentre i debiti di banche, imprese e famiglie rimangono immutati e privi delle garanzie precedenti. In conseguenza famiglie e imprese sono costrette ad impegnarsi in una faticosa e dolorosa attività di deleveraging (cioè di riduzione dei propri debiti) per risanare i propri bilanci aumentando i risparmi. La generalizzazione di tale comportamento provoca il collasso della liquidità dei mercati finanziari, blocca il credito in quanto tutti temono che la controparte possa risultare insolvente, paralizza il sistema dei pagamenti, e innesca una spirale recessiva per il crollo della domanda. Ciò è quanto accaduto nel E questo è il motivo per cui gli Stati hanno inondato i mercati di liquidità; infatti nella situazione descritta la domanda di credito si riduce, anche per livelli molto bassi dei tassi di interesse, perché gli operatori potenzialmente interessati, in condizioni normali, ad assumere prestiti sono ora principalmente impegnati a ripagare i debiti contratti in precedenza, mentre, per lo stesso motivo, le banche riducono l offerta di credito e le famiglie l entità dei depositi; si determina così una forte restrizione creditizia (credit crunch) che aggrava ancor di più la situazione dell economia reale. L aumento dell offerta di moneta, quindi, non ha portato (né poteva portare) benefici all economia reale, ma è servito a fornire il sistema bancario di liquidità e ad evitare il collasso dell intero sistema dei pagamenti che avrebbe comportato conseguenze catastrofiche per l economia di tutto il mondo. Queste sono le ragioni del salvataggio della banche in tutti i Paesi: evitare conseguenze molto peggiori di quelle che si sono avute. Queste politiche sono risultate ovunque molto impopolari, come era inevitabile, ma in realtà non vi erano molte alternative. Tuttavia sarebbe stato corretto che l accesso al sostegno pubblico da parte dello Stato o delle Banche centrali avesse comportato anche un corrispondente trasferimento della proprietà delle banche sussidiate al settore pubblico, salva 4

5 successiva privatizzazione. L impressione che le banche, o meglio i loro azionisti e obbligazionisti, abbiano beneficiato di una protezione eccesiva, è quindi fondata. Per il rilancio dell economia reale sarebbero stati invece necessari interventi pubblici di sostegno della domanda che invece sono risultati piuttosto carenti in tutti i Paesi, anche perché un aumento ulteriore della spesa pubblica in un contesto in cui essa risultava già molto elevata per ragioni storiche in tutti i paesi, non riscuoteva il consenso necessario, tanto più che la crisi stessa aveva avuto come conseguenza l aumento dei disavanzi e dei debiti pubblici come effetto del rallentamento delle economie. Inoltre un contributo non trascurabile alla mancata comprensione della natura della crisi è stato fornito anche dalle teorie economiche sulla cosiddetta contrazione espansiva, molto diffuse anche in Italia, secondo le quali una riduzione della spesa pubblica (possibilmente accompagnata da una riduzione della imposte) provoca un aumento della crescita. I fondamenti teorici di tali teorie sono incerti e i risultati concreti dell applicazione delle ricette proposte le hanno chiaramente smentite, ma il contributo alle scelte sbagliate rimane. Anche l Europa è stata colpita dalla grande crisi, ma all inizio la situazione dell economia europea non era particolarmente compromessa. Nella zona euro solo Spagna ed Irlanda presentavano una bolla immobiliare paragonabile a quella di S.U. e R.U. col coinvolgimento delle banche nel finanziamento delle operazioni. Vi erano poi alcune grandi banche dei Paesi dell Europa continentale (tedesche, francesi, olandesi, belghe) coinvolte nella crisi dei mutui subprime e bisognose di sostegno, ma tuttavia la situazione appariva gestibile e non allarmante. Sono stati gli errori nelle scelte della politica economica europea ad aver provocato il trasferimento dell epicentro della crisi nel nostro continente. Il primo errore fu la decisione, imposta dalla Germania dopo il fallimento di Lehman Brothers, di revocare la garanzia implicita di cui avevano goduto fino ad allora le istituzioni finanziarie europee, stabilendo che i costi di eventuali crisi bancarie dovessero essere sostenuti da ciascun Paese singolarmente e non dall Unione congiuntamente. Ciò determinò l immediato ritiro da parte delle banche dei Paesi core dell Unione degli investimenti effettuati in titoli di Stato dei Paesi più deboli che era stato lo strumento attraverso il quale, dopo la creazione dell euro, si era determinata l unificazione del mercato finanziario europeo e la convergenza dei tassi di interesse di tutti i Paesi verso i valori del bund tedesco, salvo modesti differenziali di pochi punti base, che tuttavia consentivano facili profitti alle banche dei Paesi core che investivano in titoli Greci, Spagnoli, ecc.. Nel momento in cui si stabiliva e si prendeva atto che l Unione non si sarebbe fatta carico 5

6 congiuntamente di eventuali problemi delle banche dei singoli Paesi, l effetto non poteva che essere quello di un massiccio disinvestimento delle banche dei Paesi dell Europa continentale dal debito dei paesi dell Europa mediterranea; e in conseguenza soprattutto i Paesi che avevano finanziato il loro sviluppo mediante investimenti e consumi basati sulla leva finanziaria (Spagna, Irlanda, Grecia, Portogallo), si vennero improvvisamente a trovare nella situazione tipica dei paesi del terzo mondo indebitati in una valuta straniera (che in questo caso era l euro). I tassi di interesse e gli spread cominciarono quindi ad aumentare e a divergere. Si è così prospettata la possibile disintegrazione del sistema finanziario europeo, tornando sostanzialmente alla situazione precedente all introduzione della moneta unica, ma senza le monete nazionali. Nulla di tutto ciò sarebbe accaduto se si fosse adottato un approccio cooperativo alla crisi comune. Un ulteriore errore fu la gestione della crisi della Grecia, che era una crisi legata allo squilibrio della finanza pubblica di un piccolo Paese, di modeste dimensioni rispetto al Pil e al debito complessivo della zona dell euro. Il mancato intervento a sostegno della Grecia fu percepito dai mercati come il segnale della possibilità del fallimento dei paesi della zona euro più vulnerabili dal punto di vista della finanza pubblica, determinando una fuga dal loro debito e l esplosione degli spreads e innescando una nuova e ben più grave crisi bancaria, dal momento che il valore dei titoli posseduti dalle banche diminuiva e quindi diventava necessario e prioritario ricostruire il patrimonio perduto piuttosto che fornire credito alle imprese. Ma soprattutto le caratteristiche particolari della crisi greca, il forte disavanzo di bilancio, la falsificazione dei conti, hanno fatto sì che l unica terapia prevista, proposta ed imposta a tutti i Paesi fosse quella di una austerità generale, Una crisi finanziaria da deflazione dei debiti veniva così interpretata dalle autorità europee come una crisi della finanza pubblica imponendo condizioni di risanamento che non potevano che provocare una recessione generalizzata in tutto il continente e quindi un forte aumento dei disavanzi di bilancio e del debito pubblico per la cui riduzione si diceva venissero invece imposte le politiche di austerità. E difficile trovare un altro esempio di una così totale confusione tra cause ed effetti di un fenomeno: l aumento dei disavanzi e dei debiti pubblici dei Paesi è stato infatti uno degli effetti della crisi e non la sua causa. Le politiche di austerità sono state giustificate in base alla convinzione che esse erano l unica via per rilanciare la coesione e lo sviluppo in Europa. Ma visti i suoi esiti, ci si può legittimamente chiedere se questo approccio risulti coerente con quanto stabilito nel Trattato che all art. 2 afferma che le politiche economiche (nazionali ed europee) devono tendere a uno sviluppo armonioso, equilibrato e sostenibile delle attività economiche, una crescita sostenibile e non inflazionistica, un elevato grado di convergenza dei risultati economici, un elevato livello di protezione del ambiente e 6

7 il miglioramento di quest ultimo, un elevato livello di occupazione e di protezione sociale, il miglioramento del tenore e della qualità della vita, la coesione economica e sociale e la solidarietà tra stati membri. Né va dimenticato che le politiche di austerità sono state decise non da trattati bensì da regolamenti che potrebbero, proprio in base ai trattati, essere posti in discussione. Quindi un punto fondamentale da porre all attenzione del governo in vista del semestre a presidenza italiana dovrebbe essere proprio la discussione e la contestazione della logica economica, politica, e anche giuridica, delle scelte compiute negli ultimi anni, in modo da suscitare un dibattito con l obiettivo di promuovere, sia pure gradualmente,una inversione delle politiche fin ora adottate. Inoltre il fatto che la Germania abbia accumulato e mantenga un surplus di bilancia dei pagamenti di 7 punti di PIL è un pericolo non solo per la stabilità dell Europa ma per la stessa economia globale, in quanto si traduce in una fortissima carenza di domanda e quindi delle possibilità di crescita. Anche se va riconosciuto che alcune misure che il nuovo governo CDU-SPD si è impegnato ad assumere, come l aumento del salario minimo, e alcuni interventi in materia pensionistica, vanno nella giusta direzione di un aumento della domanda interna che può servire a ridurre gli squilibri attuali, molto rimane da fare. E interesse degli altri Paesi europei che su questa strada si compiano ulteriori progressi in una prospettiva di riequilibrio in cui gli oneri dell aggiustamento non ricadano solo sui paesi più deboli. Questo è un punto di fondo da sollevare: non sempre infatti i paesi in surplus sono virtuosi e non sempre i debiti di altri Paesi possono essere considerati il risultato di politiche dissipatore e irresponsabili. Come si è già osservato, uno degli effetti inevitabili della crisi finanziaria del è stato l aumento dei disavanzi e dei debiti pubblici in tutti i Paesi sviluppati. Le politiche di austerità in Europa e la recessione che ne è seguita hanno accentuato questo fenomeno. I Paesi maggiormente colpiti dalla crisi del (Stati Uniti, Regno Unito, Islanda, Irlanda, Spagna, Grecia, Portogallo) sono anche quelli nei quali il debito pubblico in termini reali è cresciuto di più. Per esempio tra il 2007 e il 2010 esso è aumentato del 134%. E evidente che questa situazione pone problemi e incertezze rilevanti per il futuro, sia per la sostenibilità dei debiti e i possibili comportamenti dei mercati finanziari che per le stesse prospettive di crescita. Si tratta quindi di disporre di una strategia di rientro dal debito che non può limitarsi alle sole politiche restrittive che anzi, se attuate in modo aggressivo e simultaneamente da parte di tutti i Paesi, determinano, inevitabilmente, l effetto contrario. 7

8 In passato quando i governi si sono trovati nella necessità di rientrare da situazioni di grande indebitamento (per esempio, dopo la conclusione di una guerra) hanno fatto ricorso a strumenti e tecniche molto diverse. A parte il caso, molto favorevole e auspicabile ma non molto frequente, di un lungo periodo di crescita accelerata, non di rado i Paesi hanno fatto default, o ripudiato i debiti, o sono intervenuti con operazioni di ristrutturazione o conversione (anche forzate), o hanno utilizzato l inflazione per cancellarli in tutto o in parte. Inoltre tutti i governi hanno fatto ricorso in passato a interventi sistematici di repressione finanziaria e cioè a misure volte a ridurre il costo del debito tenendo bassi in modo artificiale i tassi di interesse, o ponendo vincoli di portafoglio alle istituzioni finanziarie. Anche le recenti politiche di quantitative easing vanno nella stessa direzione. Rimane quindi il problema di conciliare il ripianamento dei debiti con la ripresa economica dei Paesi della zona euro. In questa prospettiva fin dal luglio 2010 ho avanzato una proposta che nella sua versione definitiva prevede che il debito nazionale di ciascun Paese della zona euro, eccedente il 60% del proprio Pil venga collocato in un apposito fondo che dovrebbe emettere obbligazioni a anni con la garanzia congiunta dei Paesi partecipanti. Il finanziamento del Fondo sarebbe assicurato mediante il trasferimento di una quota del gettito fiscale nazionale proporzionale alla quota del debito trasferita. Va sottolineato che le obbligazioni emesse dal Fondo pur godendo di una garanzia collettiva, non sarebbero propriamente eurobonds perché ciascun Paese dovrebbe autonomamente finanziare la propria quota di debito fino al suo esaurimento. E interessante notare come una proposta molto simile è stata avanzata successivamente anche dal German Cuncil of Economic Experts, un comitato indipendente di Saggi che forniscono annualmente valutazioni e consigli al governo tedesco. Questa proposta era anche contenuta nel programma elettorale della SPD per le elezioni del I risultati di una simulazione di questa proposta sono notevoli 1 : gli effetti del ricorso al fondo di smaltimento sarebbero, infatti: a) una riduzione considerevole delle spese complessive per interessi, soprattutto per i primi anni; b) un surplus primario necessario a garantire la convergenza della finanza pubblica italiana molto minore (quasi la metà) di quello che sarebbe necessario in assenza del Fondo e in vigore di Fiscal Compact; c) un disavanzo di bilancio che potrebbe essere superiore a quello ora previsto (e anche più elevato del 3%) senza compromettere la stabilità complessiva delle finanze pubbliche; d) e infine il fiscal compact diventerebbe inutile. 1 V Parello C. e Visco V.: The European Redemption Fund, a Comparison of two Proposals, in Politica Economica, Il Mulino,

9 Una simulazione compiuta sugli ultimi giorni per tener conto della riduzione dei tassi di interesse intervenuta, conferma l efficacia della proposta. Poiché il problema dello smaltimento dei debiti europei continuerà a porsi nel prossimo futuro in maniera pressante, sarebbe opportuno rilanciare queste proposte che potrebbero trovare ascolto anche in Germania, promuovendo ulteriori studi e approfondimenti in sede europea, e coinvolgendo tutti i Paesi. Se i problemi che ho qui cercato di evidenziare non saranno risolti è difficile essere ottimisti non solo sulle prospettive di crescita dell economia europea ma anche sulla stessa tenuta dell euro. Vengo ora, molto brevemente, ad alcune considerazioni sulla politica tributaria nell Unione Europea. Il dato di fondo che emerge dall evoluzione degli ultimi anni è quello di una fortissima concorrenza fiscale tra i Paesi che provoca perdite di gettito relative ai redditi prodotti dai fattori della produzione più mobili (profitti, interessi, ecc) che vengono inevitabilmente compensate a carico di quelli meno mobili (lavoro, patrimonio immobiliare) dati i vincoli di bilancio esistenti. Si tratta di un processo potenzialmente e apparentemente senza fine, in cui ciascun Paese cerca di comportarsi come un potenziale paradiso fiscale nei confronti degli altri, innescando un processo competitivo verso il basso. Ciò penalizza soprattutto i Paesi a più forte industrializzazione e favorisce all interno dell unione europea i Paesi con industrie finanziarie più evolute e sviluppate che meno hanno da perdere e che possono invece ottenere vantaggi dallo spostamento di materia imponibile da un territorio ad un altro. La recente vicenda della Fiat di meno di un mese fa, può rappresentare un utile esempio dei meccanismi che sono all opera. Il Consiglio di amministrazione della società ha deciso infatti di costituire una Newco di diritto olandese che incorporerà Fiat Spa e Crysler (Fiat Crysler Automibile, FCA) ma con sede fiscale nel Regno Unito e quotazione principale a Wall Stret. Ciò è reso possibile dalla normativa che esiste in Olanda e Regno Unito, ma non negli altri principali paesi europei, che consente a una società costituita secondo il diritto societario di un Paese di continuare ad applicare la normativa societaria del Paese e al tempo stesso di trasferire nell altro Paese la sede direzionale effettiva, e quindi la residenza fiscale, sfruttando così i potenziali vantaggi di ambedue le legislazioni. Tale normativa è coerente con la storia e le tradizioni dei due Paesi, ambedue fortemente proiettati a commerci e relazioni economiche a livello globale, come lascito dal loro passato imperiale. Ben diversa è la storia dello sviluppo economico di Paesi come l Italia, Francia, o Germania che infatti hanno normative sia societarie che fiscali meno permissive, ma coerenti con la loro tradizionale struttura economica. 9

10 I vantaggi derivanti dal diritto societario olandese consiste nel fatto che in quel Paese, oltre alle azioni ordinarie, è possibile emettere azioni speciali che garantiscono ai soci stabili un voto plurimo nell assemblea ordinaria rafforzando quindi il controllo del socio di riferimento (in questo caso la EXOR spa) sull intero gruppo. Da un punto di vista fiscale, la nuova società beneficerà in Inghilterra non solo di una aliquota dell imposta sulle società del 21% ma anche della sua riduzione al 10% per la parte dei profitti attribuibili a marchi e brevetti e altri assets immateriali, come previsto dalla recente introduzione della cosiddetta patent box nell aprile scorso. Nel Regno Unito inoltre, sono stati introdotti regimi di favore per il rimpatrio dei dividendi prodotti all esteso e per le CFC (controlled foreing companies), sicché i vantaggi per le multinazionali possono risultare più consistenti persino di quelli offerti dalla vicina Irlanda, con la sua aliquota del 12,5% sui profitti societari. La vicenda FIAT non solo danneggia il nostro Paese sul piano del immagine, della perdita di ruolo e di attività qualificate in una città come Torino (rendendo esplicita anche l impotenza degli ultimi tre governi ad intervenire in qualsiasi modo), ma rende chiaro anche come le grandi multinazionali tendono oggi a considerarsi apolidi, rendendosi autonome dagli Stati nazionali, anzi giocandoli gli uni contro gli altri. E evidente quindi che sarebbe interesse del nostro Paese porre con forza il problema di limitare la concorrenza fiscale dannosa in Europa e chiedere l inizio di un processo di armonizzazione delle materie societarie e fiscali relative alle società per azioni. E evidente che la previsione del voto unanime in materia fiscale contenuta nel trattato rende particolarmente complessa la possibilità di raggiungere risultati concreti su queste materie, ma esse comunque andrebbero poste sul tappeto. Tuttavia, prima di concludere vorrei sottolineare che, se è vero che i vincoli di varia natura posti dalla politica europea appaiono troppo stringenti e alla lunga insostenibili per il nostro Paese, questo non deve diventare un alibi per non affrontare i problemi specifici della nostra economia. Le difficoltà italiane, infatti, sono in buona misura italiane e derivano da vecchi problemi strutturali non risolti che hanno ridotto quasi a zero la crescita potenziale del Paese che quindi non sarebbe in grado, in assenza di riforme, neanche di trarre vantaggio da un eventuale rilancio della domanda in Europa. Il nostro Paese non cresce o cresce meno degli altri da più di 10 anni; la produttività ristagna; le imprese non investono; il mercato del lavoro rimane poco flessibile; le grandi imprese soccombono o sono in crisi; non poche delle piccole sopravvivono ai margini della legalità; la presenza di un numero consistente di medie imprese esportatrici non è in grado di compensare la gravità della 10

11 situazione; la pubblica amministrazione funziona male e spesso rappresenta un freno per l economia; i processi decisionali sono tali da portare alla paralisi; il circuito Parlamento, governo, amministrazione non funziona; la qualità, le conoscenze e la cultura della classi dirigenti lascia molto a desiderare, e non solo di quelle politiche; l Italia è un Paese ad alta corruzione, altissima evasione fiscale, robusta presenza di organizzazioni criminali, carente di infrastrutture; il malfunzionamento della giustizia e del sistema giuridico è evidente; sono elevate le disuguaglianze e le ingiustizie; il sistema educativo è in crisi, talvolta in dissesto; il nostro sistema industriale corre il rischio di desertificazione; i salari sono bassi ma il costo del lavoro elevato; la tassazione è spesso insostenibile, ma i problemi di bilancio permangono; gli interessi costituiti sono fortissimi e resistono ad ogni ipotesi di cambiamento Particolarmente importante nell attuale contesto italiano è il problema dell evasione fiscale che ormai supera 9 punti di PIL, senza considerare l economia criminale. Poiché la ristrettezza delle risorse rende più che problematica la riduzione di imposizione che pure sarebbe auspicabile, e poiché le attese riposte sulla spending review sono fortemente esagerate, l unica possibilità è quella di recuperare gettito evaso per destinarlo alla riduzione delle nostre principali imposte e contributi, a partire dall Irpef la cui incidenza è di oltre due punti superiore a quella delle corrispondenti imposte degli altri Paesi. Gli ultimi Governi hanno di fatto trascurato, se non ignorato, questo problema, affrontandolo nel migliore dei casi con i blitz, la radicalizzzazione dei comportamenti amministrativi, ecc Questo approccio non può portare a risultati rilevanti e stabili. Tuttavia si può dimostrare che intervenendo sulla gestione del sistema sia da un punto di vista normativo che gestionale, si potrebbero ottenere in un tempo relativamente breve (un paio di anni) risultati impressionanti senza interferire in alcun modo con il comportamento dei contribuenti onesti, e tali da dimezzare l attuale livello di evasione.. 2 Se si vuole restituire una prospettiva di crescita al nostro Paese i problemi che ho ricordato vanno affrontati tutti insieme e con estrema urgenza. La capacità di delineare un quadro di riforme radicali, ma condivisibili e comprensibili mi sembra l esigenza principale che ci troviamo di fronte. 2 V Visco V.: What do (disloyal)taxpayers do: a Taxonomy of the mechanisms of VAT evasion in Italy and proposed remedies, in corso di pubblicazione. 11

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