RASSEGNA STAMPA FALCRI 19 MAGGIO

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1 RASSEGNA STAMPA FALCRI 19 MAGGIO L Europa alza la posta «Servono più sacrifici» Da locomotiva della crescita a locomotiva del rigore: additando l esempio della Germania per inserire nelle Costituzioni nazionali un limite al deficit di bilancio, il ministro delle finanze tedesco Wolfgang Schaüble ha ufficializzato una svolta nella politica europea di Berlino. La riunione dei Sedici dell euro si è svolta in un atmosfera appesantita dal calo della moneta unica, scesa ieri ai minimi da quattro anni sul dollaro, sotto quota 1,23. Il presidente dell Eurogruppo, lo riconosce preoccupante ma con una sfumatura. «Il livello del tasso di cambio tra euro e dollaro non è allarmante di per sé ha detto Jean Claude Juncker ma preoccupa la rapidità con cui il tasso si deteriora». Con gli altri colleghi dell Ue i ministri dell euro discutono oggi su nuove regole anti-deficit e si preparano a decidere piaccia o non piaccia alla City e al governo di Londra su come imbrigliare gli hedge fund e altri strumenti essenzialmente speculativi. Da Atene intanto è stata annunciata una proposta agli Usa per sospendere il mercato dei Cds, titoli di assicurazione anti-default usati anch essi in funzione speculativa. A conferma dell irrigidimento della Germania per una politica europea di risanamento a marce forzate, ieri Schaüble è stato chiarissimo. «Serve un freno sicuro al deficit», ha detto Schaüble e per fissare «un limite massimo invalicabile» il modo migliore è «fare come la Germania», che l estate scorsa senza la minima consultazione con i partner ha inserito nella Costituzione federale l obbligo di non superare dal 2016 in poi un deficit pari allo 0,35% del Prodotto interno lordo: il che significa scendere dall attuale 5% del Pil con tagli di una decina di miliardi l anno. Una cura dimagrante assai più severa di quella richiesta dal Patto di stabilità che prevede un deficit massimo del 3%, che nessun Paese dell euro rispetta. Abituata per decenni a essere considerata il motore trainante della crescita dell Ue, la Germania non rinuncia dunque a rivendicare un ruolo guida: gli assegna però un obiettivo assai meno facile da far accettare ai partner, quantomeno nei termini drastici sostenuti ora da Schaüble e preannunciati nei giorni scorsi Angela Merkel, che alla vigilia della riunione dei ministri dell euro è stata tassativa. Il piano da 750 miliardi varato sette giorni fa, ha detto il cancelliere tedesco, non mette certo la parola fine ai rischi che gravano su Eurolandia e non serve ad altro che a «guadagnare tempo» per risolvere i problemi di fondo e cioè la bassa competitività di alcuni Paesi e il livello eccessivo dei loro deficit e del loro debito pubblico. In più, Angela Merkel considera del tutto insufficiente il programma di risanamento finanziario proposto nei giorni scorsi dalla Commissione europea, che vorrebbe tra l altro sottoporre al vaglio di Bruxelles le leggi di nazionali di bilancio prima che queste vengano presentate in parlamento. Che la strada "costituzionale" anti-deficit non sia per loro percorribile lo hanno chiarito in molti dopo la sortita di Schaüble: tutti d accordo sulla necessità di indurire il vecchio Patto di stabilità per sostenere la difficile operazione di 1

2 risanamento dei conti, e quindi garantire la buona salute dell euro, ma la grande maggioranza dell Eurogruppo teme che misure di austerità troppo drastiche e in tempi troppo stretti strangolino la già debole ripresa dell economia. Condannando alla recessione non solo i Paesi più esposti come Grecia, Spagna e Portogallo. Di questa preoccupazione si è fatto interprete ieri il presidente dell Eurogrupo Jean Claude Juncker, che ha rimbeccato il cancelliere con una severità senza precedenti. A chi gli domandava cosa pensasse delle dichiarazioni di Angela Merkel, Juncker ha risposto che «certe persone farebbero meglio a riflettere prima di parlare e a volte farebbero meglio a star zitte, nell interesse dei mercati e dei cittadini europei». Per Juncker è «del tutto ovvio» che i governi facciano ogni sforzo per ridurre deficit e debito, non però a scapito della crescita. Franco Serra «RISPETTEREMO GLI IMPEGNI PRESI CON LA UE SUI CONTI PUBBLICI, MA NON AUMENTEREMO LE TASSE» Tremonti: «Taglio del 5% dello stipendio dei parlamentari? E' solo l'aperitivo» Il ministro dell'economia sulla manovra: «Dovranno preoccuparsi solo i falsi invalidi e gli evasori» MILANO - «È ora di ridurre effettivamente il peso della mano pubblica»: così, il ministro dell'economia Giulio Tremonti ha parlato a Bruxelles in riferimento alla manovra di bilancio a cui il Tesoro sta lavorando. Il ministro - nel corso della conferenza stampa seguita alla riunione dell'ecofin - non è entrato nel dettaglio delle misure a cui si sta lavorando, limitandosi a dire, «dovranno preoccuparsi solo i falsi invalidi e gli evasori». CORREZIONE DEL SISTEMA - La manovra che l'italia si accinge a varare «deve essere una correzione non solo dei conti, ma del sistema» ha aggiunto Tremonti. «Se si costruisce bene una correzione, c'è anche una cifra etica», sostiene Tremonti, ribadendo l'impegno dell'italia a «ridurre il debito pubblico perchè rappresenta un fattore di distorsione, ma noi non vorremmo che gli altri continuassero con gli antichi vizi di debito privato». «RISPETTEREMO IMPEGNI UE» - «L'Italia ha ricevuto nel dicembre scorso indicazioni dalla Ue per la correzione dei propri conti pubblici. Noi intendiamo rispettare quegli impegni e quei numeri. Non c'è stato chiesto nient'altro». Esistono in Italia «margini di taglio della spesa pubblica tanto ampi da poter intervenire senza creare effetti distorsivi» sull'economia ha aggiunto il ministro dell'economia. «L'area della spesa pubblica è talmente ampia - ha sottolineato Tremonti - che può essere ridotta senza produrre un effetto recessivo». PENSIONI - Poi Tremonti si è soffermato sul tema delle pensioni, una delle voci a cui potrebbe ricorrere il governo per migliorare i conti pubblici: «Se lei mi chiede (risponde a un giornalista in conferenza stampa ndr) se stiamo stravolgendo il sistema pensionistico le dico di no, perchè funziona bene. Abbiamo il sistema 2

3 previdenziale più stabile d'europa». GLI STIPENDI DEI POLITICI - Il ministro dell'economia si è anche detto d'accordo a una decurtazione dello stipendio per i parlamentari: «Ho sentito parlare di tagli agli stipendi dei parlamentari dell'ordine del 5%. Mi viene da sorridere. Per me è solo un aperitivo». TASSE - «Non aumenteremo le tasse e non ci saranno interventi sui più deboli»: ha aggiunto ancora Tremonti. «Non metteremo le mani in tasca ai cittadini - ha sottolineato il ministro dell'economia - ma ridurremo la spesa pubblica lì dove è meno produttiva e dove non ha un effetto recessivo». Redazione online SONO PRESENTI NELL'ELENCO SOTTRATTO DALL'EX DIPENDENTE DELLA DIVISIONE SVIZZERA DI HSBC Evasori, arriva in Italia la lista Falciani Consegnato il faldone con 7000 nomi Nelle mani della Guardia di Finanza l'elenco dei correntisti italiani sospettati di evasione fiscale MILANO - È già nelle mani della Guardia di Finanza il faldone con i nomi di settemila e oltre correntisti italiani sospettati di evasione fiscale. L'elenco fa parte della lista sottratta dall'ex dipendente Hervé Falciani alla divisione svizzera di Hsbc. Le Fiamme gialle sono entrate in possesso del faldone a Parigi e lo stanno riportando in Italia. La lista con i nomi dei presunti evasori italiani è stata consegnata dal procuratore di Nizza, Eric de Montgolfier al ministro della Giustizia francese e quindi preso in consegna dagli uomini della Guardia di Finanza. Lo ha confermato lo stesso magistrato d'oltralpe: «Abbiamo avuto l'ordine di elaborare l'elenco dei nomi italiani dalla lista, che contiene migliaia di nominativi. Abbiamo proceduto a estrarre i nominativi e li abbiamo consegnati alle autorità». CORRENTISTI USA, TEDESCHI E GB - Analoga procedura ha riguardato le liste di correntisti americani, inglesi e tedeschi, che saranno consegnate alle autorità dei rispettivi Paesi. Alla lista di nomi italiani si è interessato per primo il Procuratore di Torino, Giancarlo Caselli, che ne ha fatto richiesta al suo collega de Montgolfier per valutarne gli eventuali profili penali. Sarà ora l'agenzia delle Entrate, a prescindere dagli aspetti giudiziari, a procedere ad un'analisi approfondita sui soggetti da cui può nascere un eventuale accertamento fiscale. Le indagini del Procuratore francese si stanno svolgendo in collaborazione con lo stesso Falciani (doppia nazionalità: francese e italiana), che, trasferitosi in Francia, ha contribuito a decifrare i dati sottratti e sequestrati dalle autorità d'oltralpe, dopo la denuncia depositata dalla stessa Hsbc. LE MANI SU 120MILA NOMI - Nel periodo in cui lavorava per la filiale di Ginevra della banca, il tecnico informatico è riuscito a mettere le mani sui dati di oltre 120mila conti correnti dell'istituto, con l'intenzione di offrirli ai governi interessati. L'apertura dell'inchiesta a Nizza deriva dalla convinzione che diverse persone che risiedono nella regione abbiano aperto conti nella banca di Ginevra per riciclare denaro sporco. (Fonte Adnkronos) 3

4 LA PROCEDURA È SCATTATA DOPO UNA DENUNCIA DELL'OPERATORE CONCORRENTE L'Antitrust apre istruttoria su Telecom L'accusa: ha abusato della sua posizione dominante nei confronti di Fastweb per aggiudicarsi delle gare MILANO - L'Antitrust ha deciso di avviare un'istruttoria nei confronti di Telecom Italia per verificare se abbia abusato della propria posizione dominante nei confronti degli operatori concorrenti. In particolare, l'autorità dovrà verificare se la società abbia rifiutato (rendendoli invece disponibili alle proprie divisioni commerciali) informazioni e servizi all'ingrosso necessari ai competittor per poter predisporre offerte economiche e tecniche competitive alla clientela non residenziale. La procedura è stata decisa dopo una denuncia di Fastweb. IL CASO - Secondo i fatti segnalati, Telecom Italia, sfruttando la sua natura di operatore verticalmente integrato, avrebbe cercato di escludere Fastweb dalla competizione per le gare Consip e Enel per l'affidamento dei servizi di telefonia fissa e connettività IP. In particolare, Telecom si sarebbe rifiutata di fornire le informazioni tecnico-economiche ritenute necessarie da Fastweb per la predisposizione delle proprie offerte. Le gare Consip ed Enel, oltre ad avere una particolare rilevanza in termini di valore complessivo (rispettivamente 1,3 miliardi e 240 milioni di euro come base d'asta), hanno un significativo valore strategico per gli operatori. L'aggiudicazione di forniture così consistenti e di lunga durata, infatti, consente ad un operatore alternativo di utilizzare gli investimenti infrastrutturali effettuati per la fornitura ai grandi clienti per espandere geograficamente la propria capacità concorrenziale, nonchè per raggiungere in tempi accelerati una soglia di clienti sufficiente a generare economie di scala necessarie per poter competere efficacemente con Telecom. Redazione online SU OBBLIGAZIONI IN EURO E CDS La Germania vieta le vendite allo scoperto Mossa tedesca contro la speculazione. Domani l'annuncio Il governo tedesco vieterà le vendite allo scoperto sui titoli delle dieci principali istituzioni finanziarie tedesche, tra cui Allianz e Deutsche Bank, a partire dalla mezzanotte di martedì. Lo ha annunciato un portavoce del ministro delle Finanze tedesco Wolfgang Schaeuble, aggiungendo che il divieto riguarderà anche i bond governativi in euro e i credit default swap loro legati. «Il divieto avrà effetto da mezzanotte», ha detto il portavoce, confermando quanto anticipato da un fonte della coalizione qualche minuto prima. Secondo un'altra fonte della coalizione, il cancelliere Angela Merkel annuncerà mercoledì la decisione. Il divieto sarà comunque temporaneo e, secondo l'agenzia Bloomberg, è rivolto in particolare alle operazioni «naked», cioè alle vendite di titoli allo scoperto senza neanche averli ricevuti in prestito. In altre parole è vietato scommettere al ribasso contro i titoli di debito sovrani: in questo modo i credit default swap vengono restituiti alla loro funzione originaria non speculativa, cioè di meccanismo di tutela contro il rischio. Se non c'è rischio da tutelare, perchè non si posseggono i titoli di debito, 4

5 l'operazione viene vietata. Per quanto riguarda l'italia, fonti vicine alla Consob escludono che al momento ci possa essere una decisione analoga. Governo, nel 2011 in pensione più tardi Dimezzamento delle "finestre" di uscita per la pensione di anzianità e per quella di vecchiaia nel " questa la soluzione tecnica allo studio del governo per recuperare ogni anno 1,6 miliardi. L'intervento sulle date di accesso alla pensione una volta maturati i requisiti, le cosiddette "finestre", è stato confermato ieri dal ministro della Funzione pubblica, Renato Brunetta: "Il ritardo di qualche mese per chi aveva deciso di andare in pensione, è un sacrificio? Chiamiamola piccola iattura, ma non mi sembra una cosa insopportabile di fronte a tutto quello che sta succedendo in Europa e in giro per il mondo", ha dichiarato in una intervista. Resta tuttavia aperta una ulteriore ipotesi, il cosiddetto "piano B", che consiste nel blocco della "finestra" di uscita per le pensioni di anzianità già dal prossimo luglio con un risparmio immediato di 800 milioni. Il sistema attualmente in vigore prevede due "finestre" di uscita all'anno per il trattamento di anzianità: gennaio e luglio. Dal prossimo anno, una delle due finestre sarà chiusa: dunque molti di coloro che hanno maturato i requisiti nel 2010 dovranno attendere in media sei mesi in più, durante i quali tuttavia matureranno ulteriori contributi. Secondo l'attuale scalettatura dell'età pensionabile, quest'anno ha diritto alla pensione chi totalizza "quota 95", cioè la somma di età anagrafica e contributiva con un minimo di età di 59 anni. Analogamente l'intervento per le pensioni di vecchiaia (65 anni di età per gli uomini) prevede di ridurre da quattro a due le finestre di uscita: dunque, invece di una ogni tre mesi, ce ne sarà una ogni sei. Di conseguenza i tempi di attesa si allungheranno con il riflesso di risparmi per i conti dello Stato. Le quattro finestre furono introdotte dalla riforma del precedente governo di centrosinistra. Manovra: Fazio, plausibile ipotesi che contenga tagli alla sanità 18/05/ Per il ministro della Salute, Ferruccio Fazio, l'ipotesi che la manovra correttiva allo studio del Governo contenga tagli alla sanità è "plausibile". Lo ha affermato a margine di un convegno del Forum Pa. "Quando parliamo di una manovra di 25 miliardi - ha aggiunto - non possiamo non pensare che la sanità, che è l''80% dei bilanci regionali, possa in qualche modo essere toccata. Quindi dire che l'ipotesi è plausibile mi sembra giustificato". Intanto domani, al ministero della Salute, è previsto un tavolo con i rappresentanti di Campania, Lazio e Molise dedicato al monitoraggio dei piani di rientro, giovedì sarà la volta della Calabria. Agenzie rating: in giugno nuove proposte Ue supervisione e trasparenza 17/05/ Tra qualche settimana, in giugno, la Commissione europea pubblicherà le proposte legislative per la supervisione centralizzata delle agenzie di rating e la trasparenza delle valutazioni. Lo ha indicato oggi il commissario al mercato 5

6 interno Michel Barnier. La Commissione Ue non sembra voler spingere l'acceleratore sull'idea di creare una agenzia di rating europea per controbilanciare S&P, Moody's e Fitch. Stretta sugli hedge fund e accordo di massima, con la perplessità di Francia e Germania, sull idea di tassare le transazioni finanziarie: i risultati della riunione brussellese di ieri tra i 27 ministri europei dell Economia segnano l inizio di una nuova fase del Vecchio continente. Dopo il piano da 750 miliardi di euro per salvare gli stati a rischio debito, l Europa ora è animata da progetti dirigisti, secondo alcuni osservatori. Diversa l idea dell Ecofin: le regole proteggeranno i mercati dagli scossoni delle turbolenze finanziarie. Così ieri l Ecofin ha iniziato proprio dagli hedge fund, o meglio dai gestori di fondi di investimento alternativi. Si tratta di hedge, ma anche di fondi di investimento alternativi e di private equity. Le nuove norme potrebbero arrivare entro l estate, magari prima del G20 di Toronto del 26 e 27 giugno. Ma l offensiva è a tutto campo e riguarda anche i derivati, a partire dai Credit default swap, i contratti che assicurano contro il rischio di insolvenza: Grecia, Francia e Germania hanno scritto al presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, per chiedere di valutare una possibile chiusura dei mercati dei Cds, considerati come un arma utilizzata dagli speculatori per destabilizzare i mercati. E proprio sui Cds Bruxelles conta di legiferare in autunno, rilanciando nel frattempo anche il progetto di supervisione delle agenzie di rating. Perché sono eccessivi gli allarmi sul calo della moneta unica europea E Tremonti annuncia: "Il taglio del 5 per cento ai parlamentari è solo l'aperitivo "Ho sentito parlare del 5 per cento dei tagli agli stipendi dei politici: quello può essere considerato solo un aperitivo". E' quanto ha affermato il ministro dell'economia Giulio Tremonti durante una conferenza stampa a Bruxelles facendo riferimento alla manovra in preparazione da parte del governo per ridurre i costi della spesa pubblica. La discesa dell euro rispetto al dollaro verso il livello di 1,20 ha destato allarmi eccessivi nei mercati finanziari internazionali. Certo, la moneta europea ieri ha raggiunto i minimi degli ultimi quattro anni, anche se poi si è attestato su un livello di 1,23. Ma alla sua emissione, la quotazione dell euro col dollaro era proprio attorno al livello di 1,20. E che senso poteva avere un cambio dell euro a quota 1,40-1,50 con il dollaro, in presenza di un tasso di disoccupazione dell Eurozona che, prima della crisi, era superiore all 8 per cento mentre il tasso di crescita del pil era mediocre? Chiaramente per gran parte dell Eurozona quel cambio deprimeva le esportazioni, favoriva le importazioni, generava deindustrializzazione, impediva la riduzione della disoccupazione e abbassava la crescita. La Germania in surplus non traeva beneficio dal suo avanzo di commercio estero per la crescita e l occupazione, perché esso non favoriva la convergenza dell Europa orientale ai livelli dell area occidentale e penalizzava le imprese ad alta intensità di lavoro. Inoltre questo cambio penalizzava gli stati dell Eurozona con un economia ad alta intensità di lavoro e, indebolendo le loro 6

7 finanze pubbliche, poneva le premesse della successiva crisi del debito di Grecia, Spagna e Portogallo. E quindi da considerare con attenzione quanto affermato ieri dal membro del board della Bce, Ewald Nowotny: l euro si scambia in un range normale e non c è ragione per essere isterici. D altronde ci si potrebbe chiedere: perché mai l euro dovrebbe valere il 20 per cento e passa in più del dollaro se gli Stati Uniti crescono a ritmo tre volte superiore? Se si guarda al passato si può notare che l euro è stato tenuto in alto da un differenziale del tasso di sconto e da una bilancia commerciale tedesca attiva in maniera esorbitante. Per queste ragioni si può desumere che il cambio attuale della moneta unica europea, più che una crisi vera e propria dell euro, denota il ritorno a una quota realistica del cambio. Ciò non significa che i mali dell Europa non ci siano, anzi, ma concentrarsi solo sull aspetto monetario è fuorviante. Condoni agli evasori, altri salassi agli statali Stipendi congelati, liquidazioni in ritardo, niente turnover, meno finestre per i pensionandi: prende corpo la manovra Tra un'indiscrezione e l'altra si delinea il disegno della «manovra correttiva» che entrerà in azione con il Dpef. Pressioni Fmi per aumentare l'età pensionabile e sforbiciare la sanità. Risposte dure da parte della Cgil e dal sindacalismo di base. Ferrero (Prc): «va ricostruita un'opposizione sociale, sono i ricchi a dover pagare la crisi» La «manovra correttiva» prende corpo. E a vederla fa un po' senso. Il maxi-piano europeo per salvare le banche rischia di affossare i bilanci dei vari stati. A pagarne il costo vengono così chiamati soprattutto statali e pensionandi, mentre si coglie l'occasione del dover «far cassa» per strizzare ancora una volta l'occhio agli evasori fiscali. Su tutto aleggia il condizionale. Dal ministero dell'economia - previo incontro segreto, mercoledì scorso, tra Giulio Tremonti, la presidente di Confindustria Emma Marcegaglia, e i segretari dei due sindacati più disponibili con il governo (Cisl e Uil, ovvero Raffaele Bonanni e Luigi Angeletti) - filtrano come sempre indiscrezioni che alimentano una specie di «sondaggio mediatico». Un po' per valutare le possibili reazioni e selezionare più attentamente le varie ipotesi, un po' per «abituare» la popolazione a quel che sta per accadere. Salvo smentita. I rumors hanno ormai un contenuto chiaro. L'ipotesi di un altro condono fiscale «è allo studio», ma si preferisce non sottolinenarla troppo. Mentre l'idea di condonare i due milioni e passa di «immobili fantasma» è praticamente a un passo dall'esser messa nero su bianco. Si tratta di quelle case costruite senza alcuna autorizzazione né denuncia al catasto - su cui non è mai stata pagata una lira di Ici - e che sono state «scoperte» negli ultimi anni grazie a rilevazioni aeree o satellitari. Persino Google avrebbe avuto un ruolo decisivo, certificando agli occhi di chiunque nel mondo quel che le autorità locali non erano mai riuscite a vedere. Naturalmente non si pensa a un lungo percorso di «regolarizzazione» di questi immobili, magari facendo pagare per intero gli arretrati. No. Una bella autodenuncia, una cifra forfettaria da versare (poco più che simbolica: in media euro a immobile), e via. L'utile vero si vedrebbe sui conti degli anni successivi, quando entrerebbe a regime il pagamento dell'ici. Si sa persino quali siano le regioni più «ricche» di questa risorsa irregolare. Il Piemonte, un po' a sorpresa, è in testa, seguito da Lombardia, Campania ed 7

8 Emilia Romagna. Il dato ha suscitato l'interesse degli enti locali, che vi vedono la possibilità ora di rimpinguare le case svuotate dai tagli governativi. Il «federalismo demaniale», infatti, può aprire la strada alla svendita ai privati di pezzi interi di patrimonio pubblico («beni comuni» come terreni, spiagge, boschi, laghi, ecc). Per aumentare la dose, il governo sta cercando di censire gli immobili delle amministrazioni pubbliche che «non servono più». Persino il «concordato fiscale» potrebbe essere riaperto, visto che nel «decreto incentivi» figura già una sanatoria per i «contenziosi fiscali» giunti in Cassazione e liquidabili con il pagamento del 5% del dovuto (un'offerta votiva, insomma). Al contrario, sugli statali sta per calare «la mannaia», come l'ha definita la nuova segretaria della Funzione pubblica Cgil, Rossana Dettori. In sintesi. Ai dipendenti pubblici verrà imposto il congelamento dei salari, senza rinnovo del contratto scaduto a fine Il blocco del turnover verrà prorogato di altri due anni. Ciliegina sulla torta, le liquidazioni potranno essere erogate dall'inpdap anche sei mesi dopo l'uscita dal lavoro (oggi deve farlo entro 90 giorni, altrimenti scatta un tasso di interesse del 5%). Nella furia sforbiciatoria cadrebbe anche un «pilastro» della riforma fortemente voluta dal ministro Renato Brunetta: spariscono i fondi per incentivare la «produttività» in ministeri, agenzie, ecc. Per i pensionabili sia «pubblici» che «privati», invece, si prevede di ridurre le «finestre» di uscita (quattro o due l'anno, a seconda delle anzianità individuali o dei settori) a una sola. E sullo sfondo c'è di nuovo l'ipotesi di aumentare l'età pensionabile di due anni, come chiede il Fondo monetario internazionale a tutto il mondo; nonché la «parificazione in peggio» delle donne. Nel pubblico impiego l'innalzamento è già avvenuto; ora potrebbe toccare alle donne del «privato». Un insieme di misure che fanno dire a Paolo Leonardi (coordinatore nazionale RdB, ormai vicina al congresso di unificazione di gran parte del sindacalismo di base nell'usb) «trovo incredibile che mentre emerge un quadro parziale di corruzione nel mondo politico e nel governo, invece di prender soldi dall'evasione fiscale o dalla tassazione delle rendite finanziarie, si vada come sempre a colpire i ceti più deboli: dipendenti e pensionati». Addirittura «oscena» (per la Dettori è comunque «patetica e francamente risibile») la pretesa di «dare l'esempio della disponibilità ai sacrifici» da parte dei ministri, che si dicono tutti d'accordo con un taglio del 5% dei propri emolumenti. Addirittura Michela Brambilla vorrebbe che queste risorse (non un granché, come cifra globale) venissero «destinate a i più deboli». Buon cuore a buon mercato, si fa notare. Al massimo euro mensili a testa. Le cronache di queste settimane mostrano invece una «classe dirigente» capace di monetizzare con ben altre cifre «fuori bilancio» la propria posizione. L'euro a 1,2162: nuovo minimo in 4 anni ROMA (18 maggio) - L'euro ha toccato il suo nuovo minimo da 4 anni a questa parte scendendo in serata sotto quota 1,22 contro il dollaro: 1,2162 la quotazione della moneta unica europea a Wall Street, la più bassa dai primi di aprile Forte calo anche contro lo yen, a 112,91 da 114,77. In chiusura piccolo recupero, con il ritorno sopra 1,22 a 1,2207 dollari. Gli operatori di mercato hanno aumentato le loro puntate al ribasso sull'euro dopo che la Bafin, la Consob tedesca, ha deciso di introdurre un divieto temporaneo sulle vendite allo scoperto "naked" e sui credit-default swap, che scommettono al ribasso sui titoli di Stato europei senza neanche averli ricevuti in 8

9 prestito, e che prendono di mira le azioni di 10 gruppi bancari e assicurativi, fra cui Allianz e Deutsche Bank. La notizia avrebbe alimentato indiscrezioni sulla possibilità che i bilanci di alcuni gruppi finanziari tedeschi possano stare peggio di quanto finora rivelato. Sui mercati peserebbe anche la decisione di Bankitalia di modificare i criteri di calcolo del patrimonio di vigilanza delle banche per evitare ripercussioni dalla eccessiva volatilità dei titoli di Stato. Il Wall Street Journal parla anche di una corsa a vendere attività europee per i timori della tassa, annunciata dal cancelliere tedesco Angela Merkel, che colpirebbe le transazioni finanziarie. La giornata era iniziata sotto buoni auspici, dopo la rinnovata fiducia giunta nella notte dall'eurogruppo. Jean Claude Juncker aveva sottolineato che l'euro non si tocca, anche perchè è una moneta «credibile». I vertici dell'eurozona avevano cercato di rasserenare i mercati, sottolineando che «la stabilità dei prezzi è stata assicurata per undici anni nell'eurozona e sarà mantenuta nei prossimi anni». La mattinata aveva visto così l'euro tornare sopra 1,24 contro il dollaro, con un massimo di 1,2445. A creare ulteriore incertezza è stata però la fumata nera dello stesso Eurogruppo sul piano che doveva dare un giro di vite alla disciplina dei bilanci della Ue. I ministri delle finanze della zona euro hanno deciso di aggiornarsi a venerdì per sciogliere il nodo su come attivare un piano anti-crisi da 750 miliardi di euro dopo lunghe discussioni infruttuose di ieri. Alla chiusura delle borse europee l'euro era tornato a 1,2355, prima dello scivolone serale. L'euro aveva recuperato terreno dopo che la Grecia ha ricevuto una prima tranche del prestito d'emergenza europeo, pari a 14,5 miliardi di euro, parte dei quali saranno utilizzati per rifinanziare titoli di Stato in scadenza domani. Insieme ai 5,5 miliardi di euro già messi a disposizione dal Fondo monetario, si tratta della prima parte dei 110 miliardi di euro su tre anni stanziati a sostegno delle finanze di Atene. Nel pomeriggio erano migliorati anche i mercati obbligazionari, facendo scendere il premio di rendimento offerto rispetto al bund dai titoli di Stato della Grecia (oggi a 466 punti base). Fisco, cambia il redditometro inserite la capacità di spesa e le mini car Sotto osservazione anche le iscrizioni ai club esclusivi, i viaggi all'estero e le polizze. Introdotto il criterio territoriale ROMA (18 maggio) - L'Agenzia delle Entrate aggiorna il Redditometro, con l'obiettivo di adeguarlo ai tempi e alle nuove tipologia di spese delle famiglie, con un occhio alle classi di reddito ma anche alle differenze territoriali. L'ipotesi di studio, presentata agli esperti delle categorie, inserisce tra gli «elementi di capacità di spesa» l'acquisto di mini-car, le iscrizioni a club e scuole esclusive, le spese per i viaggi all'estero, la stipula di polizze assicurative e le spese di ristrutturazione. Gli «indicatori» saranno molti di più di quelli attuali, saranno basati sulle spese certe, realmente effettuate, e verranno parametrati sulle varie tipologie di famiglia, guardando anche alla distribuzione sul territorio italiano. Se ci sarà una discrepanza di rilievo tra quanto speso e quanto dichiarato scatta l'avviso del fisco e, ovviamente, il contribuente o si adegua o dovrà dimostrare di avere altre fonti di reddito (come vincite alle lotterie o eredità). Il fisco, comunque, si aspetta un effetto deterrenza, con un adeguamento spontaneo. Il nuovo redditometro che è in rampa di lancio è per ora una «ipotesi di 9

10 studio» al confronto delle categorie. Ma certo, con gli obiettivi di lotta all'evasione, sarà reso funzionante, anche se in via sperimentale, al più presto. Per mettere a punto questo nuovo strumento di accertamento sintetico del reddito l'agenzia delle Entrate è partita da una selezione di un campione di più di 800 mila famiglie che sono state suddivise in gruppi omogenei. Per ora si tratta delle stesse classi Istat (i single sotto i 35 anni, le coppie con un figlio, ecc.). Ma si punta, per il futuro, anche a modificarle per renderle più aderenti alla realtà. Di certo, viene introdotto anche un criterio territoriale, che non guarda solo alle differenze Nord-Sud ma nella localizzazione rispetto a grandi aree territoriali, comuni, piccoli paesi. Una cosa è vivere e Milano - è stato spiegato - una cosa a Pavia. L'altra novità riguarda gli «elementi» di spesa che vengono ora considerati. Saranno molti di più del passato e su questi il fisco ha già raccolto informazioni. A differenza degli studi di settore, che sono sempre strumenti statistici, questa volta l'agenzia delle Entrate guarderà ai dati reali di spesa. Anche le «voci» considerate sono adeguate ai tempi. Si guarderà al possesso di case, alle spese per l'affitto, ai consumi per energia, gas, mutuo ma anche alle spese per la ristrutturazione (tutti dati che il fisco possiede già). Ci sono poi i mezzi di trasporto: alle auto e ai natanti si affiancano anche i motocicli e le mini-car, nonchè gli acquisti in leasing. Dai primi controlli, ad esempio, è emerso che sono molti a pagare rate di leasing superiori a quanto dichiarato. Nel 2007, è poi risultato, ci sono 97 mila persone fisiche che hanno comprato auto nuove sopra i di cilindrata. Il fisco utilizzerà comunque anche altri dati, relativi al tempo libero: le spese di viaggio, l'iscrizione a centri ippici e centri benessere, l'associazione a circoli esclusivi e gli acquisti presso case d'asta. Si guarderà anche all'iscrizione a scuole private, ma solo a quelle particolarmente costose. Ovviamente l'analisi potrà essere suffragata anche da movimenti del capitale. I dati che si utilizzano, poi, saranno basati su spese certe, non su stime. E, nel caso di scostamenti di un certo rilievo, come già accade oggi, arriverà la contestazione del fisco. Ovviamente sarà garantita la possibilità di giustificare gli acquisti con una «prova contraria», ad esempio con fonti di reddito che non emergono da una dichiarazione, come un'eredita o una vincita al lotto. Il fisco si attende molti risultati dall'aggiornamento del Redditometro. E non solo attraverso i controlli che scatteranno, ma anche con la cosiddetta «compliance», cioè con un effetto deterrenza che porterà i contribuenti ad essere un pò più ligi con il pagamento delle tasse. Il canarino greco e l'equilibrio che non c'è di Carlo Bastasin L'Europa sta cercando il suo nuovo equilibrio. Le risorse politiche e finanziarie che sta mobilitando sono impressionanti e rivolte a sanare le due debolezze che sono in questo momento più evidenti: l'eccesso di debiti e l'inefficiente assetto istituzionale. I mercati pensano che stia affiorando un «nuovo equilibrio» basato da un lato su maggiori sacrifici fiscali degli stati, cioè meno spesa pubblica e talvolta più tasse, e dall'altro su una politica monetaria più accomodante, disposta a tenere i tassi d'interesse abbastanza bassi da accompagnare l'aggiustamento 10

11 fiscale. Per questo vedono scendere l'euro. È probabile che si sbaglino: questo «nuovo equilibrio» non esiste e comunque non sarebbe sostenibile. La sfida che l'europa ha deciso di affrontare richiede una lettura più ambiziosa. Il rischio «sovrano», l'attenzione cioè con cui i mercati guardano al finanziamento dei debiti pubblici, rimarrà per anni. Le difficoltà della Grecia nel corso dei prossimi 18 mesi saranno solo il canarino nella miniera. Il segretario al Tesoro americano, Timothy Geithner, definisce ridicola l'analogia tra Grecia e Usa ma a Washington il rischio che finanziare i debiti pubblici diventi problematico è scattato. È difficile che i tassi d'interesse europei non risentano di queste incerte prospettive globali, e la Bce non andrà contro gli obiettivi di stabilità che è chiamata a rispettare. Se quindi i tassi d'interesse dopo essere scesi dovessero risalire, gli stati ad alto debito finirebbero di nuovo nel mirino. Per questo il nostro paese deve prepararsi. Dopo Grecia, Spagna e Portogallo, anche Italia, Germania e Francia stanno intervenendo sui conti pubblici. Attorno alla zona euro, la Gran Bretagna prepara un bilancio d'emergenza mentre la Romania ha adottato una soluzione-lettonia con tagli del 25% ai salari pubblici e del 15% alle pensioni. Per l'italia in particolare si tratta di un ritorno, dopo due anni di finanza pubblica neutrale, alle misure correttive, con un impatto sul Pil tra l'1,5% e il 2%. Il ragionamento è piuttosto semplice. Per ridurre il debito pubblico con una crescita economica vicina a zero è necessario che il bilancio primario sia attivo (le entrate pubbliche superino le spese, al netto della spesa per gli interessi) e sia a un livello più alto dei tassi d'interesse reali. Per questo è necessario mantenere il bilancio dello stato in attivo di circa il 3%, a meno di supporre che la Bce non trasferisca la sede da Francoforte a Santorini, se ne infischi del calo dell'euro e delle divergenze nei tassi d'inflazione interni all'euro-area. E pare chiaro che questo non avverrà. Gli allarmi sulla perdita di rigore e credibilità della Bce sono una forma di sofisticata illusione. Il fatto che la Bce compri titoli sovrani greci non è una forma di creazione di liquidità (il quantitative easing della Fed). Quello che per ora si capisce della strategia è che la Bce sta comprando titoli greci o spagnoli creando passività di paesi come la Germania. In un certo senso è una forma di trasferimento fiscale fuori bilancio: si abbassano i tassi greci e si alzano quelli tedeschi (in particolare se la remunerazione dei depositi presso la Bce sarà più alta di quella annunciata ieri). Il risultato netto potrebbe essere addirittura un aumento dei tassi medi nella zona euro. Nell'ipotesi migliore sarà un modestissimo allargamento delle condizioni del credito, ma certamente non uno stimolo reflazionistico. Nel complesso dunque l'ipotesi di uno scambio tra politica fiscale "stretta" e politica monetaria "larga" non sembra solida. L'effetto cumulato delle due politiche è restrittivo. Se questo è un nuovo equilibrio, allora è un esercizio acrobatico su una corda tesa: la deflazione infatti potrebbe aggravare i problemi degli stati indebitati. Per liberarsi del rischio bisogna che la Grecia torni a crescere entro 18 mesi e possa finanziarsi da sé sui mercati, oppure che venga "isolata" se mai è possibile e bisogna dubitarne e costretta a ristrutturare il proprio debito. Bisogna inoltre che il rischio sovrano non attecchisca altrove, a cominciare dagli Usa. Basterà il calo dell'euro a sostenere almeno le esportazioni? Se le monete si 11

12 muoveranno in ragione dei debiti pubblici, la situazione di un'eurozona fiscalmente severa apparirà più solida non meno di quelle di stati Uniti o Giappone. Il presidente Obama vuole rinviare infatti la riforma della spesa pubblica. Quindi anche il calo dell'euro potrebbe non durare a lungo. Lentamente la solidità dell'accordo europeo sui conti pubblici degli stati su cui Berlino martellerà senza tregua - tornerà ad essere ragione di fiducia e i capitali potrebbero rientrare. Gli stessi cittadini sembrano condividere l'urgenza se è vero per esempio che il 53% dei francesi teme un default di Parigi entro dieci anni e che governi di sinistra, in Grecia e Spagna, tagliano gli stipendi pubblici e liberalizzano il lavoro. Qual è il bilancio per ora? Le risposte politiche in Europa sono notevoli, il loro coordinamento inedito e incoraggiante e intere parti dell'economia globale continuano a crescere a pieno ritmo. L'Europa va incontro a due anni difficili, ma è in grado di agganciare la ripresa mondiale. Le analisi della Bce e della commissione europea sono corrette ed è prezioso l'arrivo del progetto sul Mercato unico presentato da Mario Monti. Il coordinamento delle riforme strutturali e delle politiche di bilancio è nell'agenda di tutti i paesi. Ci sono dunque ragioni di fiducia. È in grado anche l'italia di agganciarsi? Per farlo deve imparare a crescere senza poter spendere denari pubblici. Significa intervenire su tutto ciò che frena la crescita dell'occupazione e degli investimenti e sulla qualità del management e della tecnologia. A costo di tagliare gli interessi speciali nel mondo del lavoro e nel mondo delle imprese. Non c'è sfida più difficile e al tempo stesso non c'è alternativa. Aiuti a tempo contro gli shock di Barry Eichengreen Le ultime settimane sono state le più incredibili (e importanti) negli undici anni di vita dell'euro. Prima è arrivata la crisi della Grecia, seguita dal piano di salvataggio europeo. Quando la crisi si è allargata al Portogallo e alla Spagna, è arrivato il piano da 720 miliardi di euro. Infine è arrivato il piano di acquisti (senza precedenti) di titoli di stato spagnoli, portoghesi, greci e irlandesi da parte della Bce. Tutto questo era inimmaginabile un mese fa. Le due settimane sopra le righe dell'europa sono state caratterizzate anche da previsioni incredibili (e sbagliate): la Grecia sarebbe stata cacciata dall'unione monetaria; Eurolandia sarebbe stata divisa in due tronconi, uno a Nord e uno a Sud; l'euro (e addirittura l'unione Europea) sarebbe stato abbandonato al suo destino dalla Germania e sarebbe andato in frantumi. Ma invece di chiamarsi fuori, i leader europei hanno raddoppiato la posta. Sono consapevoli che la loro scommessa avrà un costo enorme, qualora dovesse rivelarsi errata. Sono consapevoli che la loro carriera politica ormai è legata a questa grande scommessa. Ma sono consapevoli anche che avevano messo sul piatto troppe fiches per potersi ritirare dal gioco. Chi pronosticava la fine dell'euro si è sbagliato perché non ha tenuto in debito conto gli aspetti politici. L'euro è il simbolo del progetto europeo. Jacques Delors, uno dei suoi architetti, una volta definì la moneta unica «il gioiello della corona 12

13 dell'europa». Abbandonarlo equivarrebbe a dichiarare fallito l'intero progetto di integrazione europeo. È vero che i tedeschi sono furibondi per gli aiuti alla Grecia. È vero che Angela Merkel è la prima cancelliera tedesca del dopoguerra a essere nata dopo la Seconda guerra mondiale. Ma le sue idee e le sue azioni sono influenzate dalla società in cui vive, che a sua volta è influenzata da quella storia. E quello che vale per Merkel vale per l'europa. Ecco perché i leader europei hanno ingoiato il rospo e hanno deciso queste misure senza precedenti. Ma ora che hanno raddoppiato la posta, gli europei hanno il dovere di far funzionare l'unione monetaria. L'Europa ha banconote eccellenti, ha una Banca centrale eccellente. Ma manca degli altri elementi costitutivi di un'autentica unione monetaria. Ora deve crearli, e in fretta: e per fare una cosa del genere bisogna affrontare materie che in passato erano considerate off-limits. Per prima cosa, l'europa ha bisogno di un patto di stabilità vero, che sia fatto rispettare. Questo succederà di sicuro, perché la Germania insiste e non molla la presa. Secondo la proposta della Commissione europea, il patto rafforzato prevederà limiti al disavanzo più stringenti per quei paesi con un forte debito pubblico. Via tutte le eccezioni e le esenzioni. I governi dovranno consentire alla Commissione di vagliare anticipatamente i loro piani di spesa. Secondo, l'europa ha bisogno di mercati del lavoro più flessibili. Negli Usa, gli aggiustamenti avvengono anche attraverso la mobilità dei lavoratori. L'Europa non potrà mai essere come l'america da questo punto di vista, per via delle barriere linguistiche e culturali. Il vecchio continente, tuttavia, dovrà puntare sulla flessibilità salariale per potenziare la competitività delle sue aree meno sviluppate, e la flessibilità salariale non è una prerogativa che abbondi in Europa. Tuttavia, i recenti tagli agli stipendi del settore pubblico in Spagna e in Grecia dimostrano che l'europa è capace di flessibilità salariale. Terzo, l'area euro ha bisogno di una coassicurazione di bilancio. Ha bisogno di un meccanismo di trasferimenti temporanei in favore di quei paesi che hanno messo in ordine i loro conti pubblici, ma sono vittime di shock esterni. Per mettere le cose in chiaro, non sono favorevole alla temuta (dalla Germania) "unione dei trasferimenti", cioè l'istituzione di trasferimenti ricorrenti a paesi come la Grecia. Sono favorevole a trasferimenti temporanei in favore di paesi quali la Spagna, che prima della crisi aveva i conti pubblici in ordine, ma poi è stata colpita dalla crisi dell'immobiliare e dalla recessione. Sono favorevole a un'assicurazione sui bilanci che viaggi nei due sensi. Quarto: la zona euro ha bisogno di un autentico meccanismo di finanziamenti d'emergenza. Le emergenze non vanno affrontate caso per caso da 27 ministri dell'economia che si affannano per trovare una soluzione prima dell'apertura dei mercati asiatici. E non è il caso che i leader europei, presi dalla disperazione, forzino la mano alla Bce perché risolva le cose. Devono esserci regole chiare sugli esborsi, su chi decide e su quanti soldi sono disponibili. Bisogna eliminare l'obbligo di ottenere l'approvazione di 27 parlamenti nazionali ogni volta che c'è la necessità di agire. Quinto e ultimo: l'europa ha bisogno di un sistema coerente di regolamentazione del settore bancario. Se la crisi greca è così complicata è anche perché le banche europee sono sottocapitalizzate, sovraindebitate e piene fino alla punta dei capelli 13

14 di titoli di stato greci, cosa che esclude la possibilità di una ristrutturazione (e quindi di un alleggerimento) del debito greco. Tutto questo è avvenuto perché la normativa bancaria europea è ancora caratterizzata da una corsa al ribasso. La presunta soluzione, i "collegi" di regolatori, è inadeguata. Se l'europa ha un mercato unico e una moneta unica, deve avere un unico regolatore del settore bancario. È un programma molto ambizioso, qualcuno dirà irrealisticamente ambizioso. Ma è il programma che l'europa deve portare a termine se vuole che la sua unione monetaria possa funzionare. (Traduzione di Fabio Galimberti) COPYRIGHT: PROJECT SYNDICATE, 2010 Martedí 18 Maggio 2010 I dieci perché della crisi dell'euro di Fabrizio Galimberti Niente sarà più come prima. La crisi greca va ben al di là della situazione difficile di un paese minore (la Grecia conta solo il 2,5% dell'attività economica nell'eurozona). Ma allo stesso tempo questa crisi ha sbattuto in faccia ai paesi dell'euro un problema di cui si sapeva l'esistenza ma si continuava a rimandare la soluzione. Qual era questo problema? Che cosa è veramente successo? L'euro ha rischiato grosso? Che ruolo ha avuto la speculazione? E che cosa succederà? Proviamo a chiederci alcune domande e a dare le risposte. L'euro è stato creato una decina di anni fa. Quel glorioso concerto di monete che si sono fuse in una sola era, fin dall'inizio, una «sinfonia incompiuta»? Ebbene, sì. Era una sinfonia incompiuta perché nella storia non si era mai dato il caso di un gruppo di paesi che decidevano di mettere in comune la moneta conservando però ognuno la propria sovranità negli altri campi dell'agire. O, se si era dato, le aree a moneta unica che ne erano scaturite avevano avuto vita breve. I soli casi di aree monetarie a vita lunga erano e sono quelli in cui c'è una sola moneta e un solo stato. Allora, fare la moneta unica voleva dire mettere il carro avanti ai buoi? Sì, ma mettere il carro avanti ai buoi non fu un gesto disattento: fu un rischio calcolato. La strategia era questa: sappiamo che la moneta unica, per funzionare bene, ha bisogno che gli stati membri proseguano nell'integrazione mettendo in comune le politiche anche in campi fuori da quello monetario. E speriamo che questo succeda, che il fatto di avere una politica monetaria unica porti anche ad avere una politica di bilancio unica, a rimuovere i rimanenti ostacoli a un mercato unico, a incoraggiare la mobilità per gli insediamenti di imprese e per i lavoratori da un paese all'altro della comunità europea. Se era un rischio calcolato è stato calcolato male. La crisi greca ha portato molti a dubitare dell'euro, c'è chi parla di uscire dall'euro, o di fare un euro-nord e un euro-sud, insomma di un'avventura che finisce male. 14

15 Anche le case anti-sismiche possono crollare quando arriva un terremoto di violenza mai registrata prima. Bisogna rendersi conto del fatto che la crisi greca è arrivata dopo un uno-due di portata assolutamente imprevedibile. La più forte recessione degli ultimi ottant'anni ha colto tutti di sorpresa, e questo evento inatteso si è coniugato a un altro evento che non appartiene agli scenari del probabile: il caso di un paese che aveva, semplicemente, imbrogliato i conti pubblici. Questa coincidenza di due eventi altamente improbabili ha portato a una crisi che ha messo a nudo quella parte incompiuta della sinfonia della moneta unica: la mancanza di una politica di bilancio anch'essa unica. Se i paesi dell'euro avessero avuto una sola politica di bilancio, una sola autorità incaricata di redigere e gestire il bilancio unico non ci sarebbero stati imbrogli. Ma naturalmente questo passo è molto più difficile: avere un bilancio unico vuol dire colpire al cuore la sovranità, vuol dire avere un grado di integrazione che oggi è politicamente impossibile. Ma tutto questo è peggio di una sinfonia incompiuta. Imbrogli e indecisioni sono delle note stonate, sono una serie di stecche. Come nel loggione della Scala, sono partiti i fischi e gli speculatori hanno attaccato l'euro. I governanti amano parlare di speculazione, ma in questo caso si tratta di normale prudenza, più che di speculazione. Pensiamo ai titoli greci. La Grecia ha un grosso deficit di bilancio, e deve finanziare non solo il disavanzo, ma anche il rinnovo dei titoli che scadono. Per speculare non c'è bisogno di particolare malvagità. Quando si parla di speculatori si pensa a gente che gioca al ribasso vendendo i titoli greci. Ma per mandare in tilt il mercato dei titoli greci non c'è bisogno di vendere, basta non rinnovare i titoli che scadono, cosa che appartiene alla prudenza del buon padre di famiglia. Allora, il buon padre di famiglia dovrebbe tenere i risparmo in euro o investirli in dollari o altre monete? Se il padre di famiglia riceve lo stipendio in euro, è meglio non correre rischi di cambio e mantenere i risparmi nella moneta che si conosce, che è sempre meglio del diavolo che non si conosce. Sarà, ma siamo tutti cittadini dell'euro, e dovremmo avere fiducia nella nostra moneta. Invece sembra che i mercati di fiducia ne abbiano poca. Ci saranno sempre profeti di sventura che amano parlare dell'euro come di una moneta in bilico, se non un esperimento fallito. Ma la verità è che quel che è successo è stato, tutto sommato, per il meglio. L'euro si è indebolito, ma solo al livello di un anno fa, quando non c'era nessuna crisi greca. Gli alti e bassi della moneta unica sono assolutamente fisiologici. Ricordiamoci che nei primi anni dell'euro il cambio col dollaro, che oggi è a 1.25, era sceso addirittura ben sotto l'1, a E la crisi ha avuto il grande merito di costringere i governi dell'eurozona ad approfondire il coordinamento delle politiche di bilancio, a mettere in opera procedure di sorveglianza dei conti più efficaci di quelle attuali (per evitare imbrogli e dintorni), a mettere in gioco schemi di soccorso e piani di finanziamento che costituiranno un utile modello per fronteggiare altre crisi. Allora, non tutto il male viene per nuocere. Ma i mercati non hanno apprezzato le indecisioni e il tempo perduto nell'arrivare a mettere in campo il pacchetto di soccorso. Più che un pacchetto, si tratta di un grosso pacco di misure, senza precedenti per stazza e per architettura. Oltre alle misure ci sono le dichiarazioni, che, nel caso dei due paesi-chiave dell'eurozona - Francia e Germania - sono 15

16 sorprendentemente chiare e decise. I paesi dell'euro hanno capito la posta in gioco e quelle dichiarazioni sottendono una comunanza di intenti e una fermezza nelle decisioni che avrebbero fatto molto piacere ai padri fondatori della moneta unica. Ma è vero che prima di arrivare a questa positiva conclusione vi sono stati molti tentennamenti e molte sfilacciate discussioni. Anche a proposito dell'intervento del Fondo monetario. C'era chi lo vedeva addirittura come una intromissione negli affari interni dell'area euro. In effetti ci sono state alcune infelici dichiarazioni in questo senso, un po' come se i pompieri intenti a domare un incendio vedessero di cattivo occhio l'arrivo di un'autobotte da un'altra caserma di vigili del fuoco. Ma alla fine la saggezza ha prevalso. Il combinato disposto del soccorso Ue+Fmi è la soluzione più efficace. Anzi, avrebbero dovuto essere gli stessi paesi dell'euro a farsi parte diligente chiedendo al Fondo di aggiungersi alla squadra. Se qualcuno deve imporre al governo greco delle misure di risanamento del bilancio, è sempre meglio avere nella squadra qualcuno che non fa parte della 'famiglia', che rivesta il ruolo di un mediatore esterno. E il Fondo ha la possibilità - una possibilità costruita sulla prassi di tante altre crisi passate - di imporre una stretta condizionalità agli aiuti (ti diamo i soldi solo se tu fai le seguenti cose: a, b, c...). E ora che cosa succederà? L'euro ha affrontato la più grossa crisi della sua storia, una crisi, come detto prima, sorta da una peculiare congiunzione astrale, la coincidenza di una devastante recessione e di un disordine colposo nei conti di un paese membro. Questa crisi è stata superata, e, anzi, ha generato un sia pur sofferto tentativo (riuscito) di collaborazione istituzionale, portando a un più alto gradino il livello di integrazione delle politiche di bilancio: in questo senso, come detto all'inizio, "nulla sarà più come prima". La "sinfonia incompiuta" dell'euro è oggi un po' meno incompiuta di prima. I mercati saranno ancora inquieti per un po' di tempo, ma il momento peggiore della crisi è superato. I mercati temono però un'altra cosa: temono che le misure imposte alla Grecia, così come le altre restrizioni di bilancio adottate o adottande da Spagna e Portogallo, non saranno applicate a causa di dissensi politici e di reazioni (vedi tumulti in Grecia) del corpo sociale. Queste preoccupazioni sono legittime, ma non costituiscono solo un problema dell'euro. Stati Uniti, Gran Bretagna e Giappone - dollaro, sterlina e yen - hanno problemi simili, dato che in nessuno di quei paesi c'è un "piano credibile" di rientro dal deficit. Non c'è quindi ragione perché l'euro debba essere particolarmente punito rispetto alle altre monete. 17 Maggio 2010 I ministri delle Finanze Ue approvano le nuove regole per gli hedge fund I ministri dell'ecofin hanno raggiunto l'accordo sulle nuove regole per gli hedge funds. La decisione dei ministri segue il voto di ieri sera della commissione economica dell'europarlamento sulla proposta legislativa della Commissione Ue, ma i testi non sono uguali. Il via libera dei ministri finanziari europei era dato per scontato 16

17 nonostante i mal di pancia del Regno Unito che fin dal momento della costituzione del nuovo governo si era dichiarato pronto a non erigere barricate politiche. "Sappiamo di dover scegliere le nostre battaglie e questa l'avevamo già persa", aveva dichiarato nei giorni scorsi una fonte vicina al cancelliere dello Scacchiere Gorge Osborne (8 hedge fund europei su 10 fanno riferimento a Londra). In ogni caso la presidenza spagnola ha preso nota delle riserve espresse da alcuni paesi (tra i quali in primo luogo il Regno Unito) sulle regole per i manager di fondi dei paesi extra Ue. Ora potrà cominciare il negoziato con l'europarlamento sulla legislazione che copre sia gli hedge fund sia i fondi di private equity, fondi immobiliari e per le materie prime. I punti del testo approvato dall'ecofin. I manager dei fondi alternavi dovranno ottenere l'autorizzazione ad operare dall'autorità competente dello stato membro in cui risiedono. Una volta autorizzato il manager può operare con gli investitori professionali in qualsiasi stato membro. E' questo il famoso 'passaporto Ue'. Il manager dovrà rispettare una serie di vincoli prudenziali in relazione alla solidità del capitale, la gestione del rischio incluso il rischio di liquidità. Dovrà anche fornire informazioni dettagliate e a scadenze regolari sui principali mercati e strumenti che tratta, sulle esposizioni principali e sulla concentrazione del rischio. Si tratta di elementi molto sensibili, basti pensare che finora tali fondi sono sfuggiti a qualsiasi controllo. Inoltre dovrà fornire una "chiara descrizione" delle strategie di investimento che deve riguardare tutti i tipici asset e l'uso del 'leverage'. I limiti alla leva del debito Per quanto riguarda i vincoli del 'leverage' (l'uso della leva del debito) per finanziare investimenti, le autorità di supervisione avranno il potere di fissarne i limiti per assicurare la stabilità del sistema finanziario. I manager di fondi alternativi che ricorrono alla leva del debito "su base sistematica" dovranno fornire informazioni sul 'leverage' aggregato e delle principali fonti. Le stesse autorità dovranno condividere le informazioni "rilevanti" con altre autorità competenti. La direttiva introduce disposizioni specifiche per i fondi che acquisiscono quote di controllo di società, in particolare per le informazioni agli azionisti e ai rappresentanti dei dipendenti, ma ciò non avviene per le pmi per evitare di creare svantaggi per le start-up e per il 'venture capital'. Sulla delicata questione dei fondi stabiliti nei paesi terzi, i manager residenti nella Ue potranno operare con fondi localizzati in quei paesi a patto che rispettino solo alcune delle disposizioni contenute nella direttiva e che lo stato membro lo permetta. I manager non Ue potranno operare in uno stato membro con fondi stabiliti nei paesi terzi a patto che ci sia una "sufficiente" informazione per investitori e autorità di supervisione e ci sia "una appropriata cooperazione" tra le autorità Ue e le autorità del paese terzo ai fini della supervisione del rischio sistemico. In sostanza, il 'passaporto' europeo sarà generalizzato solo per i fondi stabiliti in Europa e che hanno un gestore europeo. I fondi con sede nei paesi terzi con un gestore europeo (è il caso della maggior parte dei fondi con base a Londra) dovranno rispettare una serie di regole e non avranno un lasciapassare generalizzato e globale. E' questo l'approccio contro cui si è battuto il Regno Unito e che ha irritato molto gli Usa. Attualmente i fondi alternativi devono chiedere all'autorità di ciascun paese il permesso di investire. Infine, la direttiva potrà non applicarsi ai fondi che gestiscono asset inferiori 17

18 a 100 milioni di euro se ricorrono al 'leveragé e a 500 milioni se non vi ricorrono. I fondi piccoli però saranno sottoposti a regole minimali di registrazione e pubblicazione delle informazioni. Sono parecchie le differenze tra il testo varato dall'europarlamento ieri a tarda ora e quello dei ministri. In sostanza, i ministri finanziari propendono per soluzioni più restrittive per la gestione dei fondi di paesi terzi. La Commissione economica dell'europarlamento vuole un sistema di regole in base alle quali tutti i gestori di hedge funds potrebbero ottenere un 'passaporto' europeo. Ci si interroga sugli effetti politici della decisione dell'ecofin presa a maggioranza malgrado le reticenze britanniche. "Siamo una comunità e ci sono anche decisioni contro un solo stato membro - ha indicato il ministro delle finanze Wolfgang Schäuble - dobbiamo essere in grado di prendere decisioni e una chiara maggioranza considera questa legge necessaria". Il governo laburista di Gordon Brown aveva ottenuto in marzo un rinvio per evitare che la direttiva sugli hedge funds potesse diventare materia di polemica elettorale e il nuovo governo non aveva alcun margine di intervento. Ora ci si aspetta che i britannici si facciano sentire all'europarlamento. Il voto è previsto in plenaria a luglio e da oggi si comincia a negoziare con il Consiglio. Ponzellini a Radio24: «Agenzie di rating come la guida Michelin» «Le agenzie di rating sono come la Guida Michelin: danno le stelle solo a quei ristoranti che offrono il pasto. E quindi non è questo il meccanismo con cui devono andare avanti». Così Massimo Ponzellini, presidente della Banca Popolare di Milano, ospite di Sebastiano Barisoni a Focus Economia su Radio 24. Non bastano i numeri per giudicare l'italia. «Credo però se ne siano rese conto. È impensabile - ha continuato Ponzellini ai microfoni di Radio 24 - che le persone che danno il rating all'italia stiano in un ufficio a Francoforte senza sapere nulla di quello che succede in Italia, senza capire i pesi politici e le forze del paese. Allo stesso tempo - ha continuato il presidente della Bpm - bisogna tener presente che grandi agenzie di rating come Moody's o Standard & Poor's hanno per tutte le aziende e le banche italiane circa persone sul territorio. Quindi hanno anche una capacità di analisi che è basata su numeri e dati che in qualche modo devono interpretare. Non si può dai numeri desumere una realtà così complessa e capace come quella dell'italia», ha aggiunto Ponzellini nell'intervista a Radio 24. Dare il rating alle agenzie. «Se uno avesse guardato ai numeri degli anni 60' 70' 80' in Italia mai avrebbe potuto dare un rating a nessuna delle grandi imprese italiane. Invece l'italia ha fatto meglio della media di tutti i paesi europei. Quindi in realtà bisogna avere una conoscenza più profonda e complessiva delle cose. A mio modo di vedere - ha concluso Ponzellini - da un lato le agenzie di rating stanno rivedendo questa posizione e sono più aperte a capire cos'è il management di un impresa, il sistema di pagamento di un management, le prospettive, le capacità, il territorio, non solo i numeri ufficiali. Dall'altro è necessario che anche banche e imprese si aprano maggiormente a agenzie di rating anche in un rapporto dialettico. Incontrando le agenzie bisogna far capire le proprie ragioni ma anche dire: guardate che anche noi diamo un rating a voi». «Migliore la governance delle Popolari». Il presidente della Popolare di 18

19 Milano si è soffermato anche sulla governance delle banche italiane. «Gli esempi di governance delle grandi banche blasonate in questo momento sul mercato non hanno dato ottima dimostrazione delle loro capacità decisionali; hanno dato spettacoli abbastanza imbarazzanti e allo stesso tempo non hanno avuto quei risultati in termini di condivisione delle eventuali nomine come invece ha dato il sistema delle popolari». Secondo Ponzellini «nel sistema delle popolari si discute, poi però si va a votare e morto il re viva il re. In quello delle grandi banche morto il re, pronte le congiure dei principi e questo non fa bene alle istituzioni». Sì alla direttiva sugli hedge di Adriana Cerretelli BRUXELLES - Con 33 voti favorevoli e 11 contrari la Commissione Affari economici e monetari dell'europarlamento ha approvato ieri sera un progetto di direttiva sugli hedge fund e private equity che introduce per gestori e fondi extra Ue la nuova regola del «passaporto europeo». Questa nuova norma prevede che chi voglia operare nell'unione presenti, come prima cosa, richiesta in uno stato membro. Dopodiché solo se rispetterà gli standard di trasparenza della legislazione europea potrà operare liberamente in tutta l'unione. Dopo il voto della commissione di Strasburgo oggi si attende, salvo sorprese, il via libera dell'ecofin sulla direttiva Ue sugli hedge funds. Il condizionale è d'obbligo perché, se un segnale concreto contro la speculazione finanziaria non potrebbe cadere in un momento più opportuno, i conflitti di interesse e di ambizioni tra gli Stati membri dell'unione e tra le stesse istituzioni comunitarie fanno presagire che la battaglia sarà più lunga e difficile di quanto non si vorrebbe, di quanto soprattutto sarebbe necessario. Il principale oggetto del contendere riguarda il trattamento da riservare ai gestori e ai fondi extra-europei, prima di tutto americani. Tanto la City quanto Wall Street e dintorni temono che la nuova normativa comunitaria finirà per tradursi in forme di protezionismo più o meno esplicito sui mercati continentali, in un grosso danno alla rispettiva industria finanziaria, e per questo si battono da sempre per una regolamentazione sì ma molto morbida. Vogliono cioè esattamente il contrario di quello che auspicano Francia e Germania, che vedono nell'attivismo di questi strumenti finanziari uno dei grandi corresponsabili dei guai dell'euro e, prima, dell'instabilità dei mercati cui non si riesce a porre fine. Siccome all'ecofin la decisione può essere adottata a maggioranza qualificata, la Gran Bretagna che ormai dispone soltanto dell'appoggio di Malta e Cipro può fare poco per impedirla se gli altri vorranno tirare dritto. Però nel marzo scorso si preferì soprassedere, nella speranza di poter arrivare a una decisione consensuale. Ora pare che la nuova Gran Bretagna della coppia Cameron-Clegg sia disposta a più miti consigli. Se così sarà, oggi ci sarà l'accordo all'ecofin. Ma il cammino della direttiva non diventerà per questo piano e tranquillo. L'europarlamento, che è co-legislatore, non è per niente d'accordo, infatti, sulla linea di compromesso scelta dal Consiglio dei ministri. A complicare ulteriormente le cose Michel Barnier, il commissario Ue al Mercato interno e ai Servizi finanziari, appare più in sintonia con gli eurodeputati che con i ministri. 19

20 «La Commissione cercherà di garantire uguale trattamento ai gestori di fondi extra-ue a patto che rispettino integralmente le regole europee» ha dichiarato ieri Barnier, reduce da un viaggio negli Stati Uniti dove il trattamento di hedge funds e private equity è stato uno degli argomenti caldi in discussione. Non sarà facile. Il compromesso del Consiglio, perlomeno nella versione attuale che dovrebbe essere votata oggi, prevede che i vari fondi "stranieri" si registrino separatamente in ogni paese dove intendano operare. L'europarlamento invece si è battuto per la formula del passaporto europeo: dopo ben emendamenti, questo testo è stato approvato. articolo di mercoledì 19 maggio 2010 Quei sacrifici obbligatori che non convincono di Redazione Molti commentatori danno la colpa del ritorno dell orso sulle Borse europee agli attacchi della speculazione finanziaria. È una diagnosi del tutto errata, a mio avviso, che scambia l effetto con la causa. Non è stata la speculazione a generare l attuale crisi dei debiti sovrani, semmai ne ha semplicemente approfittato e continuerà a farlo nei prossimi mesi. Con strumenti finanziari come i nuovi derivati sarebbe stato sufficiente, nei due venerdì neri delle Borse, «shortare» una decina di futures sugli indici, per trovasi nel giro di poche ore ricchi quanto con una vincita al Totocalcio. Dalla vendita si sarebbe potuto passare all acquisto il giorno in cui il mercato è stato «drogato» con una quantità enorme di liquidità immessa dalla Bce sul mercato: chiudendo intraday l operazione si sarebbe «portato in cascina un bel po di fieno», come si dice in Borsa. Certo, bisogna avere del fegato per fare tutto quello che ho appena descritto, ma in ciò risiede l'abilità dello speculatore. Si potrà al limite biasimare il suo comportamento, ma non accusarlo di essere all'origine di quel male. Del resto, è opportuno ricordare che la moneta unica era stata voluta soprattutto dalla Germania di Kohl, perché con il «supermarco» di allora le imprese tedesche non riuscivano più ad esportare neppure una sega. Per questo si sono imbarcati cani e porci, Paesi virtuosi e meno virtuosi, solidi e meno solidi, e ora questi ultimi hanno semplicemente presentato il conto alla riluttante Cancelliera di latta. Tutto qui. Ma si replicherà, tornando alla speculazione: come è possibile che io - sì, d accordo, non lo nascondo, è sempre stato un mio grande sogno - possa, da casa mia e con il mio portatile, dare ordini di acquisti e di vendita sui mercati e ritrovarmi d'improvviso ricco senza aver fatto nulla? Questo è il capitale finanziario: il capitale ormai giunto ad un tale grado di sviluppo che non ha neppure più bisogno del lavoro per valorizzarsi. È l attuale Weltgeist del capitalismo. Ci vorrebbe forse un nuovo «spirito del capitalismo» o qualcosa di meglio del capitalismo. Ma non vedo all orizzonte nuovi Marx. Forse basterebbe anche un Hilferding, ministro socialdemocratico delle Finanze nella Repubblica di Weimar, autore, all inizio del secolo scorso, di un mirabile Das Finanzkapital. E invece i ministri finanziari europei brancolano nel buio. Anziché prendere atto, dopo la bancarotta della Grecia, che è stata una tragica illusione quella di pensare che l euro ci avrebbe immunizzato da ogni pericolo e domandarsi se non fosse il caso di ripensare radicalmente l Uem, magari creando un Unione monetaria più piccola, ma anche più solida, ci si è limitati a rendere ancora più rigido e brutale il patto di stabilita di Maastricht. Ora, ci avessero chiesto di versare lacrime e sangue per i valori cristiani dell Occidente, per la difesa della Patria, dell ambiente naturale o persino per il comunismo; insomma, 20

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