SOMMARIO DEL 7 GENNAIO 2011

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1 del 7 gennaio 2011

2 SOMMARIO DEL 7 GENNAIO 2011 Il Sole 24 Ore La Repubblica Il Sole 24 Ore Corriere della Sera Giorno/Carlino/Nazione Il Foglio L'Espresso Il Sole 24 Ore La Stampa Il Giornale Il Sole 24 Ore Prima Pagina S'infiamma la partita referendum Ultima chiamata per Mirafiori Al via la campagna elettorale Pietre su Marchionne Estrema sinistra spianato la strada Ichino: un disastro il no a Fiat Tremonti: la crisi non è finita Fine della cassa integrazione Pechino il più grande creditore Fincantieri esce da Confindustria

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15 LA STAMPA DOSSIER- L'ESERCITO DEI DISSOCUPATI PUO' AUMENTARE DEL 20 PER CENTO Fine della cassa integrazione, la Cisl: quattrocentomia lavoratori a rischio La fotografia per il nuovo anno Dalle costruzioni alla chimica ecco le emergenze del sindacato TORINO Nel 2011 quattrocentomila lavoratori, oggi intrappolati nella cassa integrazione, rischiano di divenire disoccupati andando ad ingrossare l esercito degli attuali 2 milioni di senza lavoro. La stima è del segretario generale aggiunto della Cisl, Giorgio Santini. Per la maggior parte sono lavoratori delle aziende entrate in crisi nel 2008 con lo scoppio della recessione. Sono le imprese, dunque, dove la crisi è ormai strutturale e in molti casi senza più uno sbocco con produzioni obsolete o con condizioni finanziarie largamente compromesse. Per questo - secondo Santini - serve una svolta nelle politiche per la crescita e per il lavoro, altrimenti la situazione occupazionale, soprattutto in alcuni settori e in alcune aree, è destinata ad aggravarsi. La recessione ha indebolito il nostro tessuto produttivo che dal primo trimestre 2008 al terzo del secondo i dati della Confindustria - ha lasciato sul campo 540 mila posti di lavoro. Ma anche l anno appena cominciato - dice Santini - si profila come «difficile» sotto il profilo dell occupazione. I quattrocentomila a rischio sono solo la punta dell iceberg, anche se da soli bastano a far crescere del 20% l esercito dei disoccupati. Non a caso, aggiunge, tutte le parti sociali «hanno chiesto la proroga dei finanziamenti per gli ammortizzatori sociali». A preoccupare maggiormente sono i settori delle costruzioni, della chimica, il metalmeccanico, gli elettrodomestici, il tessile e l abbigliamento. Emblema della profondità della crisi il settore delle costruzioni, che tradizionalmente svolge un ruolo anticiclico, ma non questa volta: sono andati persi 250 mila posti ed altri 40 mila sono a rischio nei prossimi mesi, c è stata la chiusura di oltre otto mila imprese con una caduta media della produzione superiore al 20%, per una perdita complessiva di 70 miliardi. Proprio per sottolineare la gravità della situazione il primo dicembre sono scesi in piazza insieme, per la prima volta, muratori e costruttori. Nella chimica sembra avviarsi a soluzione la vertenza Vinyls (con impianti in Veneto, Emilia Romagna e in Sardegna) balzata alle cronache anche per le clamorose proteste messe in atto dagli operai: saliti a 140 metri d altezza, sulla torre di Marghera, sfidando neve e pioggia e autoreclusosi nell ex supercarcere dell Asinara per mesi. Per la chiusura della partita con il passaggio alla fondo svizzero Gita, dopo l accordo con l Eni, l appuntamento è fissato per il 10 marzo. Situazione di stallo, invece, per i lavoratori dello stabilimento di Anagni di proprietà della multinazionale indiana Videocon (schermi per televisori): già in cassa integrazione hanno passato anche questo Natale con l angoscia di perdere il posto. Si è aperta una trattativa tra gli indiani e

16 l araba-canadese Ssim per riconvertire l impianto nel settore delle energie rinnovabili. Crisi anche negli elettrodomestici. C è la Antonio Merloni con fabbriche nelle Marche, in Umbria e in Emilia Romagna. Più di 600 posti a rischio e il destino dell azienda ad essere spezzettata e poi venduta. Risolta, invece, la situazione all Indesit: su quattro stabilimenti due verranno potenziati e due chiusi garantendo però un percorso di ricollocazione per i lavoratori. Il progetto Fabbrica Italia dell amministratore delegato della Fiat, Sergio Marchionne, prevede il rilancio di Mirafiori e Pomigliano, ma anche la chiusura, entro quest anno, dell impianto siciliano di Termini Imerese con lavoratori. Al ministero dello Sviluppo si tratta per riconvertire l area a nuove produzioni legate anche all auto (per esempio il progetto di Rossignolo), ma senza ovviamente i volumi che garantiva la Fiat. Quanto al tessile, è arrivata una boccata d ossigeno per gli oltre 800 lavoratori della Perla la cui cassa integrazione è stata prorogata a tutto quest anno, mentre a ridosso di Natale c è stato un incontro per l Omsa, lo storico marchio di calze la cui produzione continuerà in Serbia. Il tabellino di marcia prevede entro il 28 gennaio un accordo per il riutilizzo del sito, con l occupazione di almeno 320 lavoratori, la maggioranza da impegnarsi in attività produttive e il restante in attività commerciali. Una crisi di questa portata, che non ha risparmiato nessuno dei settori produttivi e che sta avendo ricadute anche nei servizi, impone di usare tutti i tasti della politica economica e industriale. Santini chiede, quindi, «oltre il sostegno all export, investimenti pubblici e privati. E una politica fiscale più favorevole ai redditi medio-bassi per sostenere la domanda interna» (i salari degli italiani continuano ad essere in fondo alla classifica di quelli dei paesi dell Ocse). Quanto alle politiche per il lavoro, oltre alla proroga degli ammortizzatori, «politiche di reimpiego. In particolare per i giovani - afferma il vice di Bonanni - serve una terapia d urtò con misure ad hoc, incentivando in particolare l apprendistato e facendo incontrare la domanda con l offerta perchè le imprese stentano a trovare sul mercato le professionalità richieste».

17 Il Giornale 7 gennaio 2011 Pechino è sempre più il grande creditore dei governi europei Di Laura Verlicchi La Cina, da ieri, è un po più vicina all Europa: dopo i titoli greci e portoghesi, Pechino ha intenzione di comprare circa 6 miliardi di euro di obbligazioni di Stato spagnole. Lo ha annunciato il vice premier cinese Li Keqiang al premier Zapatero, durante la prima tappa del suo grand tour che lo porterà, nei prossimi giorni, anche a Berlino - dove oggi incontrerà il cancelliere Angela Merkel - e a Londra. Quasi una visita di Stato, o almeno la sua prova generale, dato che Li Keqiang è uno dei più probabili successori dell attuale primo ministro Wen Jabao. Tocca a lui, quindi, aprire ufficialmente il nuovo corso di Pechino, che sta appunto diversificando il suo portafoglio di titoli di Stato, affiancando quelli europei ai Treasury statunitensi, di cui è già il maggior detentore estero. La cifra annunciata ieri a Madrid non è ovviamente casuale: la Cina «vuole comprare tanto debito spagnolo quanto quelli portoghese e greco messi insieme, ovvero circa 6 miliardi di euro», ha detto Li, secondo fonti governative spagnole citate dal quotidiano El Pais. In una dichiarazione separata, il vice ministro cinese al commercio, Gao Hucheng, ha affermato che l operazione verrà decisa in funzione della data e dell entità dell emissione delle obbligazioni da parte di Madrid, dopo essersi profuso in assicurazioni sulla fiducia della Cina che «sostiene le misure adottate dalla Spagna per il suo riequilibrio economico e finanziario e la ferma convinzione che il Paese raggiungerà una ripresa economica generale». La cifra del 7,3% del debito pubblico dell Eurozona attualmente in mani cinesi - secondo le stime del quotidiano economico francese La Tribune - è destinata quindi ad essere presto superata: d altra parte, la Cina è il Paese che vanta le più sostanziose riserve in valuta estera a livello mondiale, miliardi di dollari, una cifra colossale. Ed è comprensibile che voglia diversificare il suo portafoglio di debito pubblico puntando sull area euro, cioè una delle due più importanti valute al mondo. Tanto più considerando i rendimenti dei titoli prescelti: come l eurobond a favore dell Irlanda - che mercoledì ha scatenato una corsa agli acquisti a cui avrebbe aderito anche Pechino, visto che l Asia ha la quota più alta, il 21,5% del totale - il cui rendimento stimato si colloca tra il 2,3 e il 2,4%, un tasso nettamente superiore a quello dell analogo bund tedesco emesso lo scorso ottobre (1,77%).Senza dimenticare le ripercussioni di questi investimenti sul piano commerciale, sotto forma di accordi bilaterali e partnership industriali, come è già avvenuto tra Pechino e Atene dopo l acquisto dei titoli di stato greci, lo scorso anno. Non solo infatti l Europa è il principale mercato di destinazione delle merci cinesi, ma la Spagna potrebbe costituire un ottima testa di ponte per sbarcare nella promettente America Latina.

18 Il Sole 24 Ore-Ansa 5 gennaio 2011 Fincantieri esce da Confindustria a Genova e Gorizia. La Fiom: effetto Marchionne Fincantieri ha rotto i rapporti con Confindustria a Genova e Gorizia. Una sospensione, annunciata con una lettera dell'ad Giuseppe Bono, che porta i cantieri navali fuori dal sistema di rappresentanza nelle due province, bloccando il pagamento di quote associative per circa 340 mila euro. Ma non i rapporti a livello nazionale con viale dell'astronomia, nè con le associazioni territoriali degli nelle altre regioni dove sono presenti i cantieri. Bono lamenta il mancato sostegno delle associazioni degli industriali di Genova e Gorizia nell'impegno che da circa due anni porta avanti, in un contesto di crisi, adottando in Fincantieri quello che è la «linea Marchionne» in Fiat. Una battaglia sul fronte sindacale per aumentare produttività ed efficienza dei cantieri, e combattere l'assenteismo, che ha portato il sì di Uilm e Fim-Cisl all'accordo sull'integrativo di aprile 2009, e un duro scontro con la Fiom (che ha poi firmato in un secondo momento). Nelle aree di Genova (con dipendenti, nei cantieri di Sesti Ponente, Riva Trigoso, e nell'area militare) e di Gorizia Gorizia (dove Monfalcone è il principale cantiere navale del gruppo) Fincantieri lamenta di non aver avuto alcun appoggio in questo percorso, una «scarsa condivisione delle nostre battaglie». Nella lettera inviata al presidente degli industriali di Genova Giovanni Calvini, Giuseppe Bono ha precisato che alla base della rottura non c'è la recente nomina di due vicepresidenti. Secondo fonti vicine agli industriali liguri, infatti, ad incrinare definitivamente i rapporti con la presidenza Calvini sarebbe stata proprio la mancata nomina di un vicepresidente espressione di Fincantieri dando più spazio ad altre realtà industriali. Calvini, da parte sua, si è detto «profondamente amareggiato» per le dichiarazioni rilasciate oggi da Fincantieri. Anche la Fiom fa riferimento alle posizioni «spesso elogiate dall'amministratore delegato di Fincantieri» dell'ad del Lingotto Sergio Marchionne: «Non vorremmo - commenta Alessandro Pagano, coordinatore nazionale per le costruzioni navali dei metalmeccanici Cgil - che fatti come questo, che solo qualche mese fa sarebbero stati impensabili, fossero determinati da una sorta di effetto emulazione, favorito dal clima attuale, rispetto alle scelte della Fiat».

19 Da Gorizia a commentare la decisione di Fincantieri è il presidente degli industriali Gianfranco Di Bert: «Sono sorpreso», dice, perché nessun segnale che potesse far presagire una scelta di questo genere era emerso finora all'interno del direttivo tra Fincantieri e Confindustria. La decisione rientra probabilmente in una strategia globale di Fincantieri, che non tocca uno specifico comportamento dei rappresentanti del sodalizio goriziano«.(ansa)

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