UNIVERSITÀ DEGLI STUDI DI TRIESTE LA COMUNICAZIONE NON VERBALE: L ESPRESSIONE FACCIALE DEL BAMBINO NEL MONDO DELLA PUBBLICITÀ

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1 UNIVERSITÀ DEGLI STUDI DI TRIESTE FACOLTÀ DI SCIENZE DELLA FORMAZIONE Corso di laurea in Tecnica Pubblicitaria Tesi di laurea in PSICOLOGIA DELLA COMUNICAZIONE LA COMUNICAZIONE NON VERBALE: L ESPRESSIONE FACCIALE DEL BAMBINO NEL MONDO DELLA PUBBLICITÀ Laureanda: Michela Serafino Relatore: Professor Enzo Kermol Correlatrice: Dott.ssa Sarah Soloperto ANNO ACCADEMICO 2006/2007

2 Indice Introduzione La comunicazione Cos è la comunicazione Il rapporto tra comunicazione verbale e non verbale La comunicazione non verbale Il sistema vocale Lo sguardo Gesti e postura Prossemica ed aptica La mimica facciale Il sistema cronemico Le funzioni della comunicazione non verbale Studio sulle espressioni facciali: il metodo F.A.C.S Breve storia dei principali studi I metodi per lo studio delle espressioni facciali Il metodo F.A.C.S L analisi delle espressioni facciali dei neonati L importanza degli studi sui neonati Le differenze adulto-neonato nella struttura facciale Il metodo Baby F.A.C.S La ricerca in corso della dottoressa Soloperto Applicazione in ambito pubblicitario La pubblicità e la comunicazione non verbale Analisi dello spot Infasil Deli Talco Conclusioni. 59 Bibliografia.. 62 Webliografia 66 2

3 INTRODUZIONE Negli ultimi decenni, nello studio della comunicazione e delle sue varie forme, ha cominciato a prendere piede l idea che la trasmissione di un messaggio da un soggetto A ad un soggetto B non avvenga solo attraverso le consuete forme verbali e consciamente apprese ed usate, ma che questa si serva anche di strumenti non verbali, i quali sono ancora oggi oggetto di numerose ricerche, che mirano a capirne ed interpretarne il funzionamento. Gli stessi interlocutori spesso non sono consapevoli dell utilizzo di questi strumenti, essendo per la maggior parte inconsci e non derivanti da specifiche volontà del parlante. Questo fatto ne rende ancora più difficile lo studio, in quanto una registrazione a scopo scientifico durante una conversazione spontanea è molto difficile da realizzare, poiché comprende numerosissime variabili relative al contesto che non si possono escludere; d altro canto anche una riproduzione dello stesso tipo di interazione in un ambiente controllato (laboratorio) non porta agli stessi risultati, in quanto i soggetti, sapendo di partecipare ad uno studio su un determinato aspetto della comunicazione non verbale, anche involontariamente ne modificano le caratteristiche. Per questo i risultati a disposizione derivano da ricerche molto lunghe e sono ancora al centro di accese discussioni fra i teorici, riguardanti soprattutto questioni di metodo e di raccolta delle informazioni. Questo ha portato ovviamente alla nascita di numerose teorie, anche contrastanti tra loro, sui segnali della comunicazione non verbale e sul loro significato a livello emozionale e cognitivo. Questo lavoro ha lo scopo di offrire una panoramica generale sulla comunicazione non verbale e sugli strumenti attraverso i quali questa si realizza, cercando di mantenersi al di sopra dei dibattiti fra teorici per rendere solamente un quadro complessivo, che illustri i traguardi finora 3

4 raggiunti. In particolare mi sono soffermata sullo studio della mimica facciale, vista l importanza oggi assegnata all immagine nel mondo pubblicitario e non solo. L espressione facciale, infatti, è una componente fondamentale in ogni tipo di comunicazione, tanto da far affermare ad alcuni studiosi che questa sia espressione delle emozioni non comunicate verbalmente. Questa teoria non rientra nello scopo di questo lavoro, essendo ancora tutt altro che certa ed universalmente riconosciuta; al contrario, mi sono occupata solo della rilevazione oggettiva dei movimenti facciali attraverso il metodo F.A.C.S. e dell applicazione di quest ultimo ai neonati, servendosi essi soprattutto di questo strumento comunicativo, non avendo ancora la capacità di comunicare con le parole. Per fare ciò, ho collaborato alla ricerca Analisi delle variabili emozionali nel rapporto bambino-madre-pediatra attraverso l uso del F.A.C.S. di P. Ekman e W.V. Friesen e del Baby F.A.C.S. di P. Ekman e H. Oster condotta dalla Dottoressa Sarah Soloperto, consistente in una rilevazione videoregistrata dei movimenti facciali su infanti da tre giorni a cinque mesi di età in diverse situazioni relazionali, e ho applicato questi risultati all analisi di uno spot televisivo, che utilizza immagini di un bambino compreso in quella fascia di età. Ho voluto fare questo confronto, perché credo che oggi, più che in passato, gli esperti di marketing non guardino solo alle parole degli slogan o alle caratteristiche di un prodotto, ma siano in continua ricerca di uno strumento che comunichi qualcosa di più al loro target per invogliarlo all acquisto. Uno di questi strumenti è, secondo me, la comunicazione non verbale, in quanto segnali non verbali, se usati coerentemente alle parole espresse, possono aumentare la capacità comunicativa di uno spot, dato che ogni persona, in maniera innata e senza bisogno di capacità particolari, è capace di recepirli, proprio come fa nelle interazioni di tutti i giorni con gli individui con cui si trova in relazione. In particolare il lavoro è strutturato come segue: 4

5 nel primo capitolo ho voluto fare un analisi generale sulla comunicazione, sulle sue caratteristiche e sul rapporto tra comunicazione verbale e non verbale; nel secondo capitolo ho preso in esame le varie forme di comunicazione non verbale, cercando di descriverne tutti gli aspetti e caratteristiche; nel terzo capitolo ho riassunto brevemente la storia degli studi sulle espressioni facciali ed i metodi a disposizione e ho analizzato il metodo di rilevazione F.A.C.S., spiegandone la composizione ed il funzionamento; nel quarto capitolo ho invece spiegato le applicazioni del Baby F.A.C.S. e l importanza di questo strumento per quanto riguarda la comunicazione dei neonati, descrivendo anche il contenuto della ricerca portata avanti dalla Dottoressa Soloperto a Trieste; nel quinto capitolo, a conclusione del mio lavoro, ho voluto esaminare la pubblicità televisiva della nuova linea Infasil Deli Talco, comparandola con i risultati ottenuti scientificamente per quel che riguarda le espressioni facciali utilizzate nello spot, per poterne rilevare differenze e similitudini con l applicazione del Baby F.A.C.S. Questo mio lavoro non ha la pretesa di essere esaustivo, vista soprattutto la continua pubblicazione di nuovi risultati in quest ambito di studio, ma vuole solo far luce su determinati aspetti del nostro comportamento quotidiano, di cui molte volte non ci rendiamo nemmeno conto. 5

6 1. LA COMUNICAZIONE 1.1. Cos è la comunicazione Fin dai tempi più antichi la comunicazione è sempre stata oggetto di indagine da parte di numerosi studiosi, ma è a partire dalla seconda metà del Novecento che ha ricevuto impressionanti attenzioni ed interesse da parte dei ricercatori nei più svariati campi di studio (matematica, filosofia, semiotica, sociologia, linguistica, economia, psicologia ). Nonostante ciò la comunicazione umana costituisce un ambito così esteso e complesso che nessuno può dirsene ancora in pieno possesso. A tutt oggi non esiste una teoria scientifica unica sulla comunicazione ed anche darne una definizione, che si adatti a tutte le circostanze, risulta ancora un arduo compito: basti pensare che solo un vocabolario non di settore fornisce a questo termine almeno cinque o sei significati, se si vogliono escludere quelli legati ai trasporti, ai collegamenti, ecc. Eppure la comunicazione è una dimensione fondamentale del soggetto umano, una parte costitutiva del suo essere. Infatti, nessuno può scegliere se comunicare o meno (come vedremo in seguito anche il silenzio è una forma di comunicazione), ma si può scegliere se ed in che modo comunicare qualcosa a qualcuno. Proprio l inclusione di una seconda entità nel processo comunicativo diversa dal comunicatore, rende la comunicazione un attività specificatamente sociale: si ha comunicazione, infatti, solo all interno di gruppi, poiché questi rappresentano una condizione necessaria, indispensabile e vincolante per l ideazione e l attuazione di un qualsiasi sistema comunicativo. La comunicazione è, quindi, alla base dell interazione sociale e delle relazioni interpersonali. Sotto questo punto di vista la comunicazione prevede dunque anche partecipazione, perché essa prevede la condivisione di significati, segni e regole, che sono presenti in tutti gli scambi. Questa 6

7 conoscenza è l esito di accordi e convenzioni culturalmente stabilite all interno di una determinata comunità, che la comunicazione stessa, però, può elaborare e modificare. Da ciò si può derivare che cultura e comunicazione sono realtà strettamente collegate, vale a dire non vi è cultura senza comunicazione, ma è anche vero che non vi è comunicazione senza cultura 1. Ciò significa che se da un lato la cultura si manifesta e produce determinati sistemi di comunicazione, dall altro anche la comunicazione da vita a determinati modelli culturali 2. Inoltre, la comunicazione è un attività prevalentemente cognitiva e strettamente collegata all azione. Infatti, essa è connessa con il pensiero ed i processi mentali superiori (idee, conoscenze, credenze, emozioni, ecc.), che vengono resi espliciti in uno scambio comunicativo, che è sempre fare qualcosa. Ogni atto comunicativo è dato da una sequenza di interazioni fra i partecipanti e non può perciò mai essere neutro o indifferente, ma influenza lo scambio in corso definendo un certo modello di relazione tra gli interlocutori. Dal punto di vista psicologico, infatti, l individuo non prende semplicemente parte alla comunicazione, ma è in comunicazione ed attraverso essa definisce se stesso e la propria identità [Bateson, 1972] 3. Essere in comunicazione vuol dire costruire, alimentare, mantenere e modificare la rete delle relazioni in cui gli individui sono sempre immersi ed attraverso la quale essi arrivano alla definizione di sé e degli altri. Questa percezione è continua e reciproca fra gli interlocutori ed il flusso continuo di comunicazioni fra di loro definisce il tipo di relazione che li lega (genitorifigli, amici, amanti, colleghi ) o in determinati casi può portare anche all insorgere di conflitti fra gli stessi. 1 L. Anolli (a cura di), Psicologia della comunicazione, Bologna, 2002, Il Mulino. 2 Esistono numerosi dibattiti sull opposizione tra cultura e natura, che qui non vengono trattati, dato che riguardano la comunicazione solo marginalmente. Qui si intende la cultura come un insieme di valori, tradizioni, comportamenti e caratteristiche condivisi da una comunità. 3 G. Bateson, Verso un ecologia della mente, Milano, 1976, Adelphi. 7

8 Oltre a ciò, il concetto di comunicazione va anche distinto da quelli di comportamento ed interazione. Il comportamento è una qualsiasi azione motoria di un individuo, percepibile da altri, che può essere cosciente e volontaria, ma anche automatica e riflessa. Perciò pur essendo due categorie distinte, comportamento e comunicazione sono collegate: ogni comunicazione è un comportamento, in quanto si esprime attraverso azioni manifeste, ma non ogni comportamento è una comunicazione. Inoltre bisogna anche distinguere fra interazione e comunicazione: con il primo termine si intende qualsiasi contatto fisico o virtuale, che avviene fra due o più individui anche involontariamente, mentre la comunicazione è uno scambio consapevole e riconosciuto come tale dai partecipanti. Questo scambio non può avvenire se non in presenza di un intenzione comunicativa, in pratica l intenzione di rendere manifesti dei contenuti mentali, che sono oggetto della comunicazione stessa. L intenzionalità, intesa come proprietà di un azione compiuta in modo deliberato, volontario per raggiungere un certo scopo, permette anche una certa prevedibilità nel corso delle interazioni umane e consente di anticiparle. L intenzionalità deve essere presente sia nel parlante sia nel destinatario, in quanto senza la presenza di un comportamento intenzionale reciproco il messaggio è soltanto informativo e non comunicativo. L informazione, infatti, consiste nella trasmissione involontaria di un segnale, che viene percepito in maniera autonoma dal destinatario, indipendentemente dall intenzione del parlante e senza la partecipazione di quest ultimo. Al contrario, l atto comunicativo è uno scambio consapevole, basato su un sistema di significati e segni condivisi dai partecipanti. In conclusione, la comunicazione può essere definita come uno scambio interattivo osservabile fra due o più partecipanti, dotato di intenzionalità reciproca e di un certo livello di consapevolezza, in grado di far condividere un determinato significato sulla base di sistemi simbolici e 8

9 convenzionali di significazione e segnalazione secondo la cultura di riferimento Il rapporto tra comunicazione verbale e non verbale L atto comunicativo è prodotto dal comunicatore ed interpretato dal destinatario sulla base di una molteplicità di sistemi di significazione e segnalazione: chi comunica fa contemporaneamente riferimento a sistemi verbali, come il codice linguistico, ed a sistemi non verbali, come quello vocale, motorio, prossemico. Ognuno di questi diversi sistemi concorre alla formazione ed all elaborazione del significato di un atto comunicativo, producendo una specifica parte di significato che porta alla configurazione finale del significato stesso. La significazione può essere intesa come un modo per spiegare e dare senso agli accadimenti ed alla realtà circostante attraverso l uso di segni per lo più arbitrariamente assegnati. Di conseguenza, un simbolo o segno (parola o gesto) non ha rapporto diretto con la realtà, ma soltanto con il concetto e con l idea mentale di essa. La scoperta dell importanza degli aspetti non verbali nella comunicazione ha portato ad una distinzione dicotomica tra aspetti linguistici ed extra-linguistici, i quali Birdwhistell 4 afferma rappresentare il 65% del significato di un messaggio, al contrario di altri studiosi come Rimé 5, che invece difendono la tesi opposta. In particolare, le differenze tra il verbale ed il non verbale sono state analizzate secondo tre assi fondamentali: Funzione denotativa funzione connotativa. Il verbale avrebbe, secondo questa distinzione, la funzione di denotare, trasmettere conoscenze in modo preciso e definito, mentre il non verbale avrebbe la funzione di connotare, 4 R.L. Birdwhistell, Kinesis and context: Essay on body-motion communication, Philadelphia, 1970, Pennsylvania University Press. 5 B. Rimé, Language et communication,

10 una funzione espressiva, caratterizzata dal fatto di essere spontanea e poco controllata. Al verbale, perciò, spetterebbe l informazione semantica, mentre al non verbale quella affettiva. In realtà, questa ipotesi non è sostenibile, in quanto a definire un determinato significato semantico concorrono sia componenti verbali che non verbali. Arbitrario motivato. Questa seconda distinzione afferma che il segno linguistico è arbitrario, poiché si basa su relazioni convenzionali, mentre gli elementi non verbali hanno un valore motivato ed iconico, perché ci sarebbe una similitudine tra l espressione non verbale e quanto vuol essere comunicato. Questa distinzione però è stata superata da studi che dimostrano che alcuni suoni di una lingua, oltre al carattere di arbitrarietà, hanno anche una funzione evocativa, come onomatopee e sinestesie [Dogana 1990] 6. Digitale analogico. Questa distinzione è solitamente associata a quella tra arbitrario e motivato e perciò il codice linguistico è considerato digitale, in quanto i fonemi hanno tratti diacritici distintivi ed oppositivi, mentre gli aspetti non verbali hanno un valore analogico, dato che presentano variazioni continue e graduate in maniera proporzionale a ciò che intendono esprimere. Anche questa distinzione è ormai superata in quanto non tiene conto del fatto che anche alcuni sistemi di comunicazione non verbale sono regolati arbitrariamente ed influenzati dalla cultura di appartenenza. Superata questa distinzione tradizionale, oggi prevale una concezione integrata fra gli aspetti verbali e quelli non verbali nella definizione del significato di un atto comunicativo. Ciò è reso possibile dal processo di sintonia semantica, che però contribuisce anche a formare la complessità e la parziale indeterminatezza di ogni significato comunicativo, per cui ogni messaggio, pur avendo un significato prevalente, presenta 6 F. Dogana, Le parole dell incanto. Esplorazioni dell iconismo linguistico, Milano, 1990, Angeli. 10

11 comunque possibili variazioni e sfumature di significato che possono diventare oggetto di negoziazione tra i partecipanti. 11

12 2. LA COMUNICAZIONE NON VERBALE VOCALE VERBALE PARALINGUISTICO PROSODICO QUALITÀ VOCALI LINGUISTICO EXTRALINGUISTICO NON LINGUISTICO NON VOCALE CINESICO a) SGUARDO direzione dello sguardo durata reciprocità fissazione oculare b) GESTI E POSTURA gesticolazione (gesti iconici) pantomima emblemi (gesti simbolici) gesti deittici gesti motori linguaggio dei segni postura del corpo c) PROSSEMICA ED APTICA territorialità contatto corporeo distanza spaziale d) MIMICA FACCIALE SCHEMA 1. (Tratto da: L. Anolli, Psicologia della comunicazione, Bologna, 2002, Il Mulino) 12

13 2.1. Il sistema vocale Ci si può facilmente rendere conto di come, in una conversazione, la voce non trasmetta solamente le singole parole (elementi linguistici o segmentali), che si decide di comunicare, ma che aggiunga dell altro al loro significato. Questo altro è dato dagli elementi soprasegmentali del tono, del ritmo e dell intensità della voce, che uniti ai primi formano quel complesso unico chiamato atto fonopoietico 7. Questo rappresenta un particolare strumento di comunicazione, in quanto richiede un dispendio minimo di energia fisica, permette di comunicare anche a distanza o in assenza di visione e assicura un feedback immediato, poiché ci si può udire da soli come ci odono gli altri. La voce è composta da una serie di fenomeni e processi, tra i quali: i riflessi (lo starnuto, la tosse, lo sbadiglio), i caratterizzatori vocali (il riso, il pianto, il singhiozzo), le vocalizzazioni (le cosiddette pause piene, cioè i suoni come ehm, ah, eh), le caratteristiche extra-linguistiche organiche (specifica configurazione anatomica di ciascuno) e fonetiche (uso specifico del proprio apparato, come la voce nasalizzata) ed infine le caratteristiche paralinguistiche. Queste sono essenziali nel processo di comunicazione non verbale e sono determinate da diversi parametri: il tono, che è dato dalla frequenza della voce ed è generato dalla tensione delle corde vocali. L insieme delle variazioni del tono nella pronuncia di un enunciato determina il profilo di intonazione; l intensità, che consiste nel volume da debole a molto forte della voce. Questa è strettamente connessa con l accento enfatico con cui il parlante vuole sottolineare una determinata parte del discorso rispetto ad altre; il tempo, che determina la successione di parlato e pause. Esso comprende la durata (tempo necessario a pronunciare l enunciato), la 7 L. Anolli e R. Ciceri, La voce delle emozioni. Verso una seriosi della comunicazione vocale non-verbale delle emozioni, Milano, 1997, Angeli. 13

14 velocità di eloquio (numero di sillabe al secondo, pause incluse), la velocità di articolazione (numero di sillabe al secondo senza pause), la pausa (sospensione del parlato), la pausa piena e la pausa vuota (periodi di silenzio). Le componenti vocali non verbali determinano la qualità della voce e possono dipendere anche da fattori biologici, sociali, di personalità (basti pensare alla voce di una persona dall umore depresso o, al contrario, dall umore euforico) e da fattori psicologici transitori (dubbio, seduzione, ironia, menzogna). Nell analisi del sistema vocale, merita particolare attenzione anche il silenzio. Infatti, anche l assenza di parola è spesso un modo strategico di comunicare e il suo significato può variare a seconda del contesto, delle relazioni fra i partecipanti e della cultura di riferimento. Il valore da attribuire al silenzio è molto ambiguo, poiché può essere indice di ottimi o pessimi rapporti tra i partecipanti e questo valore, sia positivo sia negativo, riguarda molti aspetti come: i legami affettivi (il silenzio può unire o separare due persone), la funzione di valutazione (il silenzio può indicare consenso o disapprovazione), il processo di rivelazione (il silenzio può rendere manifesto qualcosa o può costituire una barriera) e la funzione di attivazione (il silenzio può indicare forte concentrazione o distrazione mentale). Per cercare di limitare possibili situazioni ambigue, il silenzio è governato da standard sociali definiti come regole del silenzio, che vanno imparate allo stesso modo del linguaggio e indicano dove, quando, come e per quale scopo usarlo. In generale, però, si ricorre al silenzio quando la relazione tra i partecipanti è ancora incerta, poco conosciuta, vaga o ambigua, cioè in situazioni in cui è opportuno non esporsi. Tutto ciò dipende comunque in larga parte dalla cultura di appartenenza; si può notare come nelle culture occidentali il silenzio è considerato quasi come una minaccia e come una mancanza di cooperazione per la gestione della conversazione, per cui si ha una notevole accelerazione nei dialoghi; per 14

15 contro, nelle culture orientali gli interlocutori prendono lunghe pause di silenzio come segno di riflessione e ponderatezza e usano il silenzio come indicatore di fiducia, confidenza, armonia ed intesa Lo sguardo Lo sguardo rappresenta un forte segnale comunicativo a livello non verbale: basti pensare ai numerosi detti popolari sugli occhi come specchio dell anima o a ciò che nella cultura orientale diceva Confucio, cioè guarda le pupille di una persona, non può nascondere se stessa. L occhio costituisce una parte molto importante anche dal punto di vista anatomico: fra i dodici nervi cranici sei sono coinvolti nell attività oculare ed i muscoli di quest area sono i più innervati dell organismo, dovendo contrarsi anche centomila volte al giorno senza affaticarsi. Da tutta questa dotazione si capisce come la vista rappresenti una componente fondamentale per la sopravvivenza. Infatti, il contatto oculare o sguardo reciproco aumenta l attivazione nervosa in molte specie, tra cui quella umana. Questo contatto è basilare per l inizio di qualsiasi rapporto interpersonale, sia che si tratti di competizione, aggressione sia di innamoramento o seduzione. In una conversazione lo sguardo serve ad inviare e raccogliere informazioni e, successivamente, per acquisire il feedback. Inoltre chi ascolta in genere guarda più di chi parla ed è per questo che, in assenza di contatto oculare, le persone hanno la sensazione di non essere pienamente in comunicazione fra loro e di non essere ascoltate. In uno scambio comunicativo lo sguardo è anche un modo per gestire la regolazione dei turni, soprattutto se in apertura di una conversazione con estranei: con questo segnale, infatti, le due persone si mostrano disposte a cominciare l interazione. Successivamente, una volta ottenuta l attenzione dell interlocutore, il parlante rivolge meno lo sguardo al partner in momenti 15

16 di esitazione, mentre lo guarda di più in presenza di un discorso fluente e veloce. Alla fine del suo eloquio il parlante torna a rivolgere lo sguardo all interlocutore per favorire il passaggio di turno senza pause. L ascoltatore, a sua volta, può anche servirsi di uno sguardo prolungato e insistente per richiedere il turno di risposta. Nel corso di una conversazione, perciò, lo sguardo ha una triplice funzione: di sincronizzazione (per evitare sovrapposizioni e per l avvicendamento dei turni), di monitoraggio (per controllare l interazione con il partner) e di segnalazione (per manifestare le proprie intenzioni) 8. Lo sguardo è anche uno strumento per generare una determinata immagine personale. Infatti, chi guarda il partner è percepito come più attento e coinvolto di chi evita lo sguardo, dimostra maggiore credibilità e affidabilità, intraprendenza, abilità sociale, nonché fiducia e sincerità. Lo sguardo regola anche il rapporto di vicinanza o distanza con le altre persone: infatti, è più frequente con i familiari che non con gli estranei, anche se si tende comunque ad evitare lo sguardo quando si parla di argomenti intimi. In condizioni di contrattazione o negoziazione lo sguardo favorisce anche la cooperazione: gli sguardi risultano più frequenti e lunghi quando la conversazione assume un andamento cooperativo, rispetto a quello competitivo. Anche le emozioni sono strettamente correlate con lo sguardo, poiché le emozioni positive comportano un incremento del contatto oculare, mentre le emozioni negative implicano un abbassamento ed una distorsione dello sguardo. Inoltre esistono anche differenze di genere: le donne tendono a guardare di più e più a lungo e sono più pronte allo sguardo reciproco. Un importante distinzione sussiste anche tra sguardo e fissazione oculare. Il primo è collegato in modo dinamico al comportamento ed allo scambio comunicativo e dura in genere non più di tre secondi, mentre il 8 L. Anolli e L. Lambiase, Giochi di sguardo nella conversazione, in Giornale Italiano di Psicologia, 17,

17 secondo è uno sguardo prolungato e duraturo tra due persone che non può essere ignorato. Infatti, esso ha un rilevante impatto sullo scambio comunicativo ed assume in genere un valore di minaccia e di pericolo in determinate situazioni di debolezza dell interlocutore, mentre lo sguardo fisso reciproco è caratteristico delle situazioni di seduzione, in quanto conduce a condividere un intimità oculare. Ovviamente anche rispetto allo sguardo ed alla sua durata esistono notevoli differenza tra le varie culture, per quel che riguarda il valore ed il significato ad esso assegnato Gesti e postura I gesti sono azioni coordinate e circoscritte, volte a generare un significato ed indirizzate ad un interlocutore, al fine di raggiungere uno scopo. Nell insieme sono anche chiamati linguaggio del corpo, anche se interessano soprattutto le mani. Anche per quel che riguarda i gesti non esiste ancora una classificazione condivisa fra gli studiosi, ma la seguente è quella che riunisce alcuni dei sistemi oggi più diffusi: Gesticolazione o gesti iconici o lessicali. Essi accompagnano l azione del parlare, variano per forma, per estensione spaziale e per durata e sono in stretta relazione con quanto si dice con le parole. Si tratta di gesti scarsamente convenzionalizzati, in quanto ogni parlante tende a realizzarne una serie personalmente. Pantomima. Sono i gesti che costituiscono la rappresentazione motoria e l imitazione delle azioni, scene o situazioni. Possono essere semplici o complessi, di durata variabile, non convenzionalizzati e non legati al discorso. Emblemi o gesti simbolici. Questi sono movimenti notevolmente convenzionalizzati e codificati (ad esempio, il segnale OK); solitamente sono compiuti in assenza di linguaggio e sono in grado di esprimere concetti 17

18 che possono essere detti a parole. Per poter trasmettere il significato di loro pertinenza il segno motorio deve essere completato e presente. Gesti deittici. Sono movimenti, compiuti solitamente con l indice, per indicare un certo oggetto, una direzione o un evento a distanza. Sono gesti notevolmente convenzionalizzati e molto sintetici a livello semiotico. Gesti motori (o percussioni). Si tratta di movimenti semplici, ripetuti in successione e ritmici, che possono accompagnare il discorso, ma possono essere prodotti anche da soli (ad esempio, il tamburellare con le dita). Di questa categoria fanno parte anche i cosiddetti gesti di autocontatto presenti in condizioni di ansia, tensione fisica o psichica e che comportano la ripetizione di uno stesso movimento (per esempio, grattarsi la nuca). Nel complesso sono gesti poco convenzionalizzati, anche se abbastanza comuni e condivisi. Linguaggio dei segni. È il sistema dei segni utilizzato dai sordomuti e ha le proprietà di un vero e proprio linguaggio. Ovviamente sono gesti completamente convenzionalizzati all interno delle comunità, anche se presenta comunque variazioni dialettali in funzione della comunità locale (come anche il linguaggio verbale). Postura del corpo. Questo segnale non-verbale è involontario e difficilmente controllabile coscientemente. Si può dire che ogni cultura ha elaborato diversi modi possibili di stare distesi, seduti o in piedi. Esistono poi vari tipi di postura anche se alcune, come inginocchiarsi, avvengono di rado e solo in particolari momenti (chiedere in sposa una persona), o in particolari luoghi (di solito in luoghi del culto religioso). Esistono relazioni tra i cambiamenti di postura con il ruolo e l'atteggiamento interpersonale in rapporto alla variabile culturale: si riscontrano, per esempio, variazioni tra le posture dell'uomo e della donna. Altri studi, inoltre, hanno messo in evidenza una stretta dipendenza della postura dal contesto sociale. All'interno di alcuni contesti specifici, infatti, regole precise governano le posture che devono essere assunte, cioè definiscono quali posture sono 18

19 corrette e quali invece devono essere evitate. Esistono posture dominantisuperiori ed inferiori-sottomesse: il portamento eretto, la testa reclinata all'indietro e le mani posate sui fianchi possono segnalare il desiderio di dominare. Chi occupa uno status elevato, solitamente siede eretto in posizione centrale di fronte agli altri. Poi vi sono le posture convenzionali che bisogna assumere per le varie situazioni pubbliche. La postura, infine, è influenzata notevolmente dallo stato emotivo del soggetto che la esibisce, soprattutto lungo la dimensione rilassamento-tensione. Come si è potuto notare, in questa classificazione, come in molte altre, non esistono confini netti tra una categoria e l altra, poiché i gesti di per sé costituiscono un insieme eterogeneo e continuo. I gesti, inoltre, per essere compresi pienamente, non hanno sempre bisogno dell accompagnamento di un discorso, ma possono essere realizzati in modo assoluto e per conto proprio in sostituzione ad esso (come la pantomima teatrale o il linguaggio dei segni). Nonostante ciò, non è sempre vero il contrario: in una qualsiasi conversazione, infatti, i gesti partecipano attivamente a precisare il significato di quanto detto, costituendo un modo spaziale di rappresentazione simbolica valido anche in assenza della vista dell interlocutore (come succede durante le conversazioni al telefono). Lo stretto rapporto tra gesti e parola riguarda anche l apprendimento ed il ritmo. I primi, infatti, si sviluppano nel bambino insieme con l apprendimento del linguaggio. Mentre per quel che riguarda il ritmo, basti notare come nel caso della balbuzie la riduzione della fluenza del parlato è associata con un analoga riduzione dei gesti, confermando il fatto che i gesti vengono prodotti in concomitanza con un ritmo scorrevole del discorso, ma non con un ritmo interrotto [Mayberry e Jaques, 2000] 9. I gesti inoltre svolgono diverse funzioni: rendono più preciso e completo il significato di una frase fornendo importanti informazioni di 9 R.I. Mayberry e J. Jaques, Gesture production during stuttered speech: Insights into nature of gesture-speech integration, in McNeill,

20 natura spaziale per illustrare concetti, situazioni, stati d animo, ecc.; allo stesso modo aggiungono importanti porzioni di significato a quanto detto; costituiscono dei marcatori dell atteggiamento del parlante nei confronti di ciò che sta dicendo e, allo stesso modo, manifestano le sue aspettative al destinatario. In generale, si può dire che gesto e discorso sono generati da una medesima rappresentazione di ciò che si comunica, cioè manifestano la medesima intenzione comunicativa e sono realizzati in modo sincronico in riferimento ad un dato contesto. I gesti, però, presentano anche rilevanti variazioni culturali: neppure i cenni del capo per dire sì o no sono universali e anche gesti che crediamo diffusi, come la V con le dita per vittoria ed il segno di OK, hanno numerosi significati diversi se ci si sposta da una cultura all altra Prossemica ed aptica Il sistema prossemico ed aptico sono dei sistemi di contatto. In particolare, la prossemica riguarda la percezione, l organizzazione e l uso dello spazio, della distanza e del territorio nei confronti degli altri, mentre l aptica fa riferimento all insieme di azioni di contatto corporeo con gli altri. Prossemica L uso della distanza e dello spazio è basato su un equilibrio molto precario fra processi affiliativi (di avvicinamento) e bisogni di riservatezza (di distanziamento): in altre parole, l uomo sente il bisogno di mantenere dei contatti con gli altri, anche attraverso la vicinanza spaziale, ma nel contempo, ha il bisogno di definire e proteggere la propria riservatezza attraverso la distanza fisica. Gli spostamenti, nel corso dei vari atti comunicativi, da un opposto all altro sono il risultato della gestione della propria territorialità. Il territorio è un area geografica, che assume risvolti e significati psicologici importanti nel corso di ogni scambio comunicativo e 20

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