PROGETTO GENITORI QUARTO INCONTRO LE DIPENDENZE

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1 PROGETTO GENITORI QUARTO INCONTRO LE DIPENDENZE Si è tenuto dalle ore 17,30 alle ore 19,30 di martedì 20 gennaio il quarto incontro del Progetto genitori (il terzo legato al filone della legalità) sullo spinoso tema delle dipendenze in senso lato (alcool, fumo, droghe, ma anche slot machine, scommesse, cellulare, Internet etc.) e sulle dannose ricadute che esse comportano sul mondo giovanile e adolescenziale. Sono intervenuti il dott. Davide Rambaldi del SerT di S. Giovanni in Persiceto; la dott.ssa Bertolotti, psicologa presso lo Spazio giovani di Cento e Bondeno; la prof.ssa Zanetti, docente presso l I.P.S.I.A. F.lli Taddia di Cento. Non ha potuto presenziare per motivi di lavoro il Capitano dell Arma dei Carabinieri di Cento, dott. Virgillo. Ha introdotto l argomento il dott. Rambaldi, dando al suo intervento un taglio medico e sociologico. Il relatore ha anzitutto posto in essere alcuni doverosi chiarimenti inerenti le implicazioni semantiche del termine dipendenza, facendo notare come si possa parlare veramente di dipendenza (alcoolica, tossicologica, psicofarmacologica, materiale et similia) solo ed esclusivamente nella misura in cui il consumatore (di alcool, sigarette, cannabis, psicofarmaci, smartphone...) passi da un uso modico e consapevole delle conseguenze nocive del proprio comportamento ad un abuso smodato e incontrollato della sostanza in oggetto. Rambaldi ha ricordato come la soglia oltre la quale si diventa tossicodipendenti o dipendenti da alcool non è fissa e, nel corso dei decenni, è cambiata, anche in base alle nuove acquisizioni scientifiche e alle conoscenze raggiunte grazie alla ricerca scientifica. Negli anni 60, ad esempio, si pensava che il vino rosso facesse molto bene e, a livello sociale, il classico ubriacone era una figura tollerata se non addirittura, in taluni casi, esaltata. Nel corso degli anni, tuttavia, i dati provenienti dai ricercatori hanno dimostrato, in maniera sempre più netta ed inequivocabile, che l alcool è nocivo per l organismo umano (a maggior ragione nei minorenni, che non hanno ancora sviluppato un importante enzima per metabolizzarlo), soprattutto per i danni che può procurare al fegato e al cervello. Così, se l Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) in quegli anni indicava che si poteva bere un litro e mezzo di vino al giorno, di decade in decade la quantità massima consentita si è via via ridotta, fino ad arrivare al canonico bicchiere al giorno che viene consigliato oggi. Come abbiamo più volte avuto occasione di ricordare in questo ciclo di incontri, le regole non sono mai casuali e alla base c è sempre una ragione di fondo. La legalità alligna nella sensatezza e poggia sulle solide basi della logica e dell opportunità. Dunque, è chiaro che abusare del fumo, delle droghe, dell alcool non può che avere effetti indesiderati anche gravi e, comunque, deleteri. La parola alcool, d altronde, come ha giustamente sottolineato Rambaldi, deriva dall arabo ed etimologicamente significa veleno. Come sappiamo, alcuni veleni (assunti in modiche quantità) possono avere proprietà benefiche e terapeutiche, ma dosi eccessive possono risultare persino letali. Anche la cicuta, assunta con parsimonia, può avere degli effetti curativi, ma le cose cambiano se il dosaggio è simile a quello che portò Socrate ad una lenta e stoica morte contro l ingiusta accusa di corrompere i giovani e di introdurre ad Atene nuove divinità. Quando si parla di dipendenza, quindi, bisogna fare un chiaro distinguo tra uso e abuso di una sostanza (o di un oggetto, come il computer o il cellulare), tra dipendenza generica e dipendenza patologica. Sempre secondo l OMS, una dipendenza diventa patologia, quindi malattia vera e propria, nel momento in cui è grave, cronica e recidivante. Questo equivale a dire che non tutti quelli che bevono, non tutti quelli che fumano, non tutti quelli che giocano alle slot machine hanno una dipendenza. Il campo, in un certo senso, si restringe in questo senso, ma il cerchio non si chiude. Non si chiude, perché oggi (come ieri, ma forse più di ieri) viviamo in una società consumistica foriera di tante situazioni di rischio, che potenzialmente aprono le porte alle dipendenze. Se è vero che non solo gli astemi possono essere considerati scevri dall alone della dipendenza, è anche vero che le sostanze eccitanti o inebrianti possono costituire dei trampolini di lancio verso altre sostanze ben più dannose. Il dott. Rambaldi ha precisato che ci sono sostanze, come ad esempio la marijuana, che di per sé non portano alla dipendenza. Vero è, tuttavia, che la dipendenza ha una forte componente psicologica, radicata nelle grandi aspettative e nelle ansie da prestazione che questo mondo fa aleggiare su di noi e che, se non abbiamo sviluppato una corazza abbastanza coriacea, rischia di condizionarci pesantemente (in negativo). Chi non ha ancora sviluppato gli anticorpi contro le seduzioni e le false scorciatoie proposte (e spesso imposte) da questa società sono, ovviamente, gli adolescenti e i giovani. Sono proprio i nostri ragazzi, già dalle scuole medie in alcuni contesti, i soggetti più a rischio. Si tratta di una società del consumo, nella quale bisogna vivere per consumare (più che consumare per vivere), e consumare tutto

2 ciò che si produce. È una società, in definitiva, che si autoalimenta, e si autoalimenta di falsi bisogni, bisogni creati ad arte per renderci schiavi di essi. Per quanto riguarda i giovani, un fenomeno alquanto allarmante che sta prendendo piede è l uso della cannabis, sempre più fattore aggregante e strumento di socializzazione. È molto diffusa tra i giovani, già a partire dai quattordici anni. La marijuana, come si accennava poc anzi, non crea dipendenza fisica, ma produce una sorta di dipendenza psicologica. La mente e il corpo, in un certo senso, si abituano agli effetti prodotti dalle sostanze e, alla lunga, se dall abitudine si passa al bisogno inestinguibile di ricorrere alla cannabis (per cui, se sei in astinenza, ti senti male), allora si può parlare a buon diritto di dipendenza patologica. Il discrimine, il crinale che separa l uso (sociale) dall abuso (individuale) è molto sottile. Ma non altrettanto sottile è la differenza che intercorre tra l assunzione di una sostanza in compagnia e da soli, come si è cercato di spiegare, perché la cannabis in questo caso, e tutte le altre droghe, finiscono la loro funzione aggregante e non sono più dei semplici mezzi per ottenere un fine, ma si convertono esse stesse nel fine da perseguire per il tossicodipendente, senza dimenticare che dalla marijuana si può passare a droghe come le anfetamine, grandi alteranti con effetti molto pericolosi e perciò stesso collocati in tabella due (livello di rischio elevato) dall OMS o la cocaina (più diffusa di quanto non si pensi tra i giovani, crea grandi sbalzi d umore e assuefazione), che genera sensazioni molto intense ma di breve durata e fa venire voglia di riassumerla subito. La cannabis, in particolare, è una sostanza alterante e psicoattiva che può spalancare i cancelli a sostanze ben più pesanti. In realtà, la maggior parte degli adolescenti che fa uso di cannabis dopo i diciotto anni (età in cui si raggiunge il picco) abbandona questa pratica, poiché viene meno la funzione sociale e rituale di quella sostanza. Chi, invece, continua (una minoranza) lo fa perché è diventato dipendente dagli effetti psicofisici di quella sostanza. Il relatore parenteticamente ricordava che chi non fuma sigarette difficilmente farà uso di cannabis nel corso della propria vita. Coloro i quali mal sopportano l odore delle sigarette, in altre parole, saranno poco invogliati a provare questa sostanza. l dott. Rambaldi metteva, poi, anche in luce come le implicazioni e le conseguenze negative legate alle droghe non siano solamente di natura clinica o medica, ma vadano esaminate anche da una prospettiva squisitamente sociologica, poiché comprare il classico caccolo di marijuana o hashish che passa tra le mani dei nostri figli va a ingrassare le tasche della criminalità organizzata. È, quindi, una chiara violazione della legge e uno schiaffo morale (e fisico) alla legalità. L alcool è una sostanza dagli effetti nocivi (perlomeno immediati) senz altro maggiori rispetto alla cannabis, e nonostante il giusto divieto agli esercenti di vendere sostanze alcooliche ai minorenni molto diffusa nel mondo giovanile. Come si diceva, negli ultimi anni si sono scoperte una serie di controindicazioni legate all assunzione di alcool soprattutto nei ragazzi più giovani. Oggi sappiamo che l alcool fa male: fa male, soprattutto, al fegato e, se assunto in quantità smodate, può portare a conseguenze molto gravi, come il coma etilico (e di coma etilico si muore). L alcool, oltretutto, è una sostanza che il nostro organismo non digerisce e i ragazzini non hanno ancora gli enzimi necessari al suo smaltimento. Quando scatta la dipendenza? La dipendenza si configura nel momento in cui una sostanza non viene più utilizzata in modo sociale, ma per il proprio benessere psicofisico e, quindi, individualisticamente o egoisticamente. Insomma, quando se ne fa un uso personale per alleviare le fatiche e lo stress quotidiano, come si fa col caffè, con le sigarette o col bicchiere di vino a fine giornata. Tutte le sostanze (o le abitudini) fin qui citate procurano piacere (non dobbiamo nasconderlo e non dobbiamo condannarle in toto nella loro inseità con atteggiamento moralistico e poco costruttivo), e sono spesso usate come strumento di autocura. Si pensi all aperitivo serale: il cosiddetto happy-hour ha un valore rituale intrinseco, che sancisce la fine della giornata. È il momento in cui, finalmente, possiamo rilassarci e mettere da parte per un po ansie e preoccupazioni. Ma quando diventano mezzi di alienazione e sistematica fuga dalla realtà in noi dovrebbe risuonare un campanello d allarme. Il dott. Rambaldi, a fronte di questo quadro per certi versi apocalittico per i genitori, ha concluso cercando di dare una risposta alla domanda: Cosa possiamo fare?. Ciò che possiamo fare è interrogarci su che modello siamo per i nostri figli. Dobbiamo chiederci: Che rapporto ho con i consumi? Che modello sono, io, per i miei figli? Questo perché, come è stato detto più volte, tutto passa da chi noi siamo, da cosa rappresentiamo per i nostri ragazzi e che alternative siamo in grado di offrire in maniera credibile. Dobbiamo essere capaci, nella vita di tutti i giorni, di dare e di darci dei limiti; di dire dei no ed essere i primi a rispettarli; di imparare a sopportare le frustrazioni (che sono sane per crescere) e non evitarle ai nostri figli, facendoli vivere sotto una inautentica campana di vetro. Ha preso, poi, la parola la dott.ssa Bertolotti, che ha esordito ricordando che da anni con Spazio giovani porta avanti un discorso di prevenzione sul tema delle dipendenze girando per le scuole del circondario, affrontando e approfondendo l aspetto dei rischi e delle conseguenze negative coi ragazzi.

3 Dal contatto serrato e continuativo con adolescenti e preadolescenti, la relatrice ha potuto rilevare come vi sia un terrore diffuso tra i ragazzi di essere diversi dagli altri e di essere, per questa ragione, esclusi o emarginati. Come spesso avviene, il gruppo riveste un ruolo determinante nelle dinamiche relazionali, esercitando una pressione ed un condizionamento tali da portare i soggetti più fragili a sperimentare le sostanze più disparate (dall alcool alla cannabis, fino a droghe più pesanti) pur di farsi accettare dal branco e sentirsi accolti. I ragazzi a rischio, che cedono alla tentazione (o imposizione sociale?) di provare la sigaretta, la birra, la canna etc., sono solitamente gli elementi più deboli, con alle spalle famiglie poco attente, e con pochi punti riferimento solidi e mete sfumate davanti agli occhi. Questa incertezza di fondo miete le prime vittime ed è un riverbero corrusco dell omologazione inautentica e impersonale cui la società ci conduce (e ci abitua) sin da piccoli, incanalandoci. La psicologa, poi, portava avanti una riflessione sul tema dei paletti e dei freni con cui il mondo degli adulti, attraverso leggi e regolamenti interni, cerca di arginare il fenomeno dell uso e dell abuso di fumo, alcool e droghe tra i minorenni. La dott.ssa Bertolotti metteva in risalto come, da un lato, i ragazzi stessi si sappiano organizzare in vario modo (e facendo ricorso a diversi espedienti e sotterfugi) per aggirare l ostacolo della legalità. In questo senso, la relatrice portava l esempio dei capannelli di studenti nei cortili delle scuole durante l intervallo: i ragazzi al centro fumano, mentre quelli che sono assiepati tutt intorno impediscono con il proprio corpo a docenti e vigilanti di vedere chi effettivamente stia fumando. Gli adulti, quindi, vedono in lontananza la nuvoletta di fumo, ma non riescono ad individuare il colpevole. Dall altro lato, esiste il divieto per i locali e i bar di vendere alcool o sigarette ai minori di sedici anni, ma la dott.ssa Bertolotti si chiedeva: Quanti effettivamente rispettano tale divieto?. E questo è un punto focale, un nodo di Gordio di fondamentale importanza, perché se noi adulti temiamo le conseguenze negative che le dipendenze possono arrecare ai nostri figli (fisicamente e psicologicamente), allora dobbiamo essere i primi a impegnarci nel dare il buon esempio e nel fare seguire alle parole (per quanto giuste e sacrosante) i fatti. La relatrice ha, poi, passato in rassegna le varie sostanze e l uso che i ragazzi ne fanno, a cominciare dalla cannabis. All inizio della sua carriera, la psicologa non attribuiva alla marijuana un grado di pericolosità molto elevato, partendo dall assunto che in sé e per sé non crea dipendenza e che non sono accertati a livello medico e scientifico danni significativi sull organismo umano (e senz altro inferiori, ad esempio, a quelli provocati dall alcool). Tuttavia, nel corso della propria esperienza, confrontandosi con tante realtà e racconti di vita vissuta, si è dovuta ricredere. Innanzi tutto, consumare cannabis comporta una serie di criticità e rischi connessi legati allo spaccio e, conseguentemente, al mancato rispetto della legalità; in seconda battuta, la cannabis rende aggressivi e il principio attivo della marijuana oggi è più concentrato rispetto a quello di venti/trent anni fa. All uso della cannabis, inoltre, pare siano da associare difficoltà nell apprendimento, problemi per quanto riguarda la memoria a breve termine e le capacità attentive e di concentrazione. La cannabis può essere un fattore aggregante, un elemento (e uno strumento) di socializzazione, ma la dott.ssa Bertolotti raccontava come alcuni ragazzi, che si erano creati un giro di amicizie (o presunte tali) spacciando, nel momento stesso in cui decidevano di smettere con le canne e con lo spaccio, restavano soli. La verità sta nel mezzo come recita il famoso adagio- e non è vero che la marijuana faccia morire, come non è vero che non abbia controindicazione alcuna. La dott.ssa Bertolotti è, poi, passata a parlare di alcool ed effetti collaterali. L alcool, a differenza della cannabis (per lo meno in Italia), è socialmente accettato e tollerato, forse troppo considerando le gravi conseguenze (e non solo fisiche) cui può condurre. Avere un tasso alcolemico molto alto nel sangue può portare non solo al coma etilico (e, quindi, alla morte), ma anche a compiere atti che da sobri non faremmo mai, arrivando -nei casi estremi- anche a commettere dei reati, come violenze sessuali o infrazioni del codice della strada. Come psicologa, la dott.ssa Bertolotti è preoccupata del fatto che i giovani sempre più spesso cerchino delle scorciatoie, senza passare dal via (ma, come nel noto gioco da tavolo, questo può significare andare dritti in prigione), per evitare le difficoltà e le sofferenze della vita. Affrontare gli spauracchi e i draghi del vivere quotidiano, invece, è molto importante per costruirsi quegli anticorpi necessari a contrastare e superare le avversità di tutti i giorni, dalle più piccole alle più grandi. Di fronte ai dispiaceri, ai dolori, ai lutti non dobbiamo girare la testa o nasconderla sotto la sabbia come fanno gli struzzi. I lutti, pian piano, vanno elaborati e la cognizione del dolore (per dirla con Gadda) è un sentimento inderogabile. Ma viviamo in una società che sempre più tende a rimuovere e occultare il dolore, a rifuggire le fatiche. E ancora una volta noi adulti e genitori abbiamo le nostre responsabilità poiché, volendo evitare ai nostri figli paturnie e malesseri in senso lato, finiamo per sostituirci a loro. Così li facciamo vivere sotto una campana di vetro, in un mondo irreale. Ma quando un giorno, volenti o nolenti, si troveranno a dover affrontare la nuda e dura realtà, saranno in difficoltà e, poco avvezzi a mettersi in gioco in prima persona, sceglieranno molto probabilmente la via più semplice (e dannosa). La dott.ssa Bertolotti, in chiusura, registrava come nel corso della propria esperienza professionale abbia incontrato diverse madri molto dolci, amorevoli e affettuose, che, però, hanno

4 commesso l errore di essere troppo permissive. Questo è il rovescio della stessa medaglia: ci vuole equilibrio nell educare i figli, che vanno accompagnati e seguiti, magari da un po più lontano quando crescono e, non essendo più dei bambini (ma nemmeno degli adulti) si arriva al momento inevitabile (e improcrastinabile a oltranza) del taglio del cordone ombelicale. Che il cordone venga reciso, tuttavia, non significa che dobbiamo abbandonare i nostri figli a sé stessi e al loro destino. Significa che è arrivato il momento che camminino da soli, che operino le loro scelte e che coltivino le loro passioni, ma senza che smettano di sentire il nostro amore, la nostra preoccupazione per loro e un po di sano fiato sul collo. L ultimo intervento è stato quello della prof.ssa Fiammetta Zanetti dell I.P.S.I.A F.lli Taddia di Cento. La disamina della relatrice, che ha avuto come oggetto il ruolo e la responsabilità educativa di genitori e docenti su un tema delicato come quello delle dipendenze tout court, ha preso le mosse da un assioma incontrovertibile: l adolescenza oggi dura troppo. Oggi uomini di venti/trant anni vivono ancora a casa con i genitori. La famiglia nel corso degli ultimi decenni (e segnatamente negli ultimi anni) ha subito una drastica, seppur graduale, trasformazione: da famiglia etica (che propone un modello educativo improntato alla legalità e al rispetto delle regole) si è passati ad una famiglia affettiva, fondata sul dialogo e sulla comprensione. Il fatto che gli adolescenti si contrappongano alla figura dell adulto e a ciò che essa rappresenta o incarna è normalissimo e non deve stupire; d altra parte, non è possibile a priori determinare un modo univoco e unilaterale per veicolare gli stessi valori (e per costruire la stessa corazza dai pericoli del mondo) ai nostri figli, dacché ogni ragazzo è un universo a sé e quello che vale per uno non vale per l altro e viceversa. Il punto, però, è che non possiamo (né dobbiamo) mai rinunciare al nostro ruolo, e dobbiamo (e possiamo) restare dentro ai nostri panni di genitori, comprese le scarpe. Come si fa, però? Quello di genitore è il vero mestiere più antico del mondo, e soprattutto il più difficile. La prof.ssa Zanetti faceva notare come spesso i ragazzi ci spiazzino, ponendoci domande che ci mandano in crisi, poiché a tutta prima non abbiamo la risposta in tasca, e ci pongono tali domande quando meno uno se l aspetta. Così, di primo acchito, ci viene da dare la prima risposta che ci viene in mente, pur di non perdere ai loro (e ai nostri) occhi la nostra autorevolezza genitoriale. Ma questo è il miglior modo per perderla. È meglio non parlare di qualcosa che non conosciamo. Se, per esempio, come un acquazzone d estate dovesse piombare sulla nostra testa una domanda del tipo quali sono gli effetti della cannabis?, oppure è vero che l alcool fa bene?, ma non ne conosciamo la risposta, è sempre meglio aspettare e, prima di dire qualsiasi cosa, documentarsi. Il fatto è che oggi stiamo poco con i nostri figli e preferiamo riempire il loro tempo con attività di vario genere piuttosto che passare il nostro tempo con loro e accanto a loro, aiutandoli a crescere e crescendo insieme. Così succede che, quando stiamo con loro, tendiamo a concedere troppo e a darle tutte vinte, perché non lo vedo mai: vuoi che gli dica anche di no?. Ed è proprio questo il problema: non siamo capaci di dire di no quando è necessario e di dialogare fino in fondo con loro, mostrando gli aspetti negativi che possono annidarsi dentro ad abitudini e stereotipi diffusi. Lo faccio perché lo fa anche il mio amico ; i suoi genitori non gli dicono niente ; lui torna alle quattro. Frasi di questo tipo tintinnano come la goccia che scava la roccia. Ma la roccia non deve cedere, non deve sgretolarsi. È fondamentale che i genitori e la famiglia restino dei capisaldi adamantini, inscalfibili (il più possibile); dei punti di riferimento incrollabili. Non sempre, del resto, quelle frasi corrispondono a verità. Dobbiamo essere in grado di dire dei no, non monolitici ma motivati, ma comunque dei no fermi. E poi restare sul pezzo, dialogare con nostro figlio, capire cosa gli passa per la mente, che cosa sta attraversando. Rispetto al tema delle dipendenze, come genitori non possiamo abbassare la guardia, perché è un campo su cui si combatte una battaglia decisiva. Quella odierna è un adolescenza che è stata definita liquida, nel senso che è sfuggente e se non trova un solido appiglio, punto di riferimento saldo nei genitori (e nella scuola) con grande facilità trova il modo di svicolare e trovare (e provare) una nuova trasgressione, una nuova sostanza. Ancora una volta è stato ribadito un concetto cardine: in tutto questo la famiglia ha una grande responsabilità, poiché siamo il primo e più importante modello per i nostri figli. Oramai la società (soprattutto quella virtuale) non è più un utile appoggio in senso etico ed educativo per i genitori, poiché è un caleidoscopio di messaggi psichedelici e disorientanti, quando non addirittura espressamente devianti. E in questo magma indistinto la figura di un genitore forte, capace di controproposte positive è fondamentale. Viviamo in una società contradditoria, in cui noi adulti siamo i primi ad abusare dello smartphone (a scapito del tempo che potremmo passare con i nostri figli), a vendere e consumare alcoolici, a fumare etc. In questo senso, siamo figure poco credibili nel momento in cui imponiamo (o vogliamo imporre) dei diktat assoluti, non negoziabili, che in realtà sono contraddetti dal nostro comportamento. In tutto questo, un vantaggio il nuovo modello di famiglia affettiva ce l ha rispetto ad una famiglia etica ed autoritaria: il dialogo. Attraverso il dialogo, portando delle motivazioni convincenti, negoziando (come ha sottolineato il dott. Rambaldi) è possibile con-vincere (e, quindi, vincere

5 insieme ). È possibile, insomma, far sentire ai nostri figli la nostra vicinanza alle loro difficoltà e ai loro problemi e far loro sapere che noi ci siamo, che noi siamo lì ad indicare la via con dei no, con dei perché, ma anche con dei beh, avevi ragione tu!. Lo smartphone, notava la prof.ssa Zanetti, è uno strumento meraviglioso, che ti consente di trovare quel che cerchi seduta stante, in presa diretta, ma è anche uno strumento ipnotico, che ti rende schiavo e vittima di un incantesimo che ti distoglie dalla vita vera e che ti toglie il gusto dell attesa, della fatica della ricerca e della rielaborazione. Manca l aspetto emozionale. Un altra conseguenza dell uso eccessivo dello smartphone (fino a quella che a buon diritto può definirsi una vera e propria dipendenza ) è il mancato sviluppo del senso critico nei ragazzi e della curiosità: quando troviamo la pappa pronta viene meno la curiosità di sapere come è stata cucinata. Perciò la relatrice invitava i genitori ad abituare i ragazzi a fare delle sane fatiche, come aiutare in casa o studiare prima di uscire, per far capire loro che ciò che ricevono non piove dal cielo e per far gustare loro il sapore della gioia di ottenere qualcosa con le proprie forze. Abituiamo i nostri figli a vivere le fatiche, a sopportare i dolori e a non fruire passivamente del piacere che deriva dal consumo. I figli di oggi sono dei piccoli principi, attorniati da un entourage di zii, nonni, genitori ai loro piedi e al loro servizio, principi protetti (o iperprotetti) ma, poi, incapaci di conquistarsi un loro regno. Il mestiere di genitore è tosto, ma dà anche grandi soddisfazioni. È verissima la frase pronunciata dal signor Méndez nel cortometraggio Il circo della farfalla diretto da Joshua Weigel: "Più grande è la lotta, più glorioso è il trionfo". Lottare per educare i nostri figli come gladiatori nell arena è una prospettiva dura, forse estenuante, ma ne vale davvero la pena. A volte ci sentiremo dire che siamo pesi o che siamo dei matusa, dei dinosauri, ma è di assoluta e vitale importanza restare lì con i nostri figli, affrontare le grandi e piccole difficoltà quotidiane, come figure solide e ferme. Alla strategia della fermezza dialogante, il dott. Rambaldi (in un estemporaneo botta e risposta con la prof.ssa Zanetti) proponeva la strategia della reciprocità e della negoziazione. Alcuni genitori facevano notare come spesso non sia facile dire dei no in assoluto e, poi, farli rispettare. Come si diceva in apertura, non esistono panacee o ricette valide per tutti; in realtà, le due soluzioni proposte non sono in contraddizione tra loro e non si escludono vicendevolmente, ma sono perfettamente compatibili e complementari. La reciprocità di cui parlava Rambaldi di certo non nega la necessità di porre dei paletti fermi ai nostri figli, ma declina la negazione o il divieto in senso più elastico. Partendo dal dato di fatto che gli adolescenti pretendono di essere autonomi e indipendenti per le cose che fanno loro comodo (come, ad esempio, uscire fino a tardi), devono, però, assumersi anche le annesse responsabilità, sulle quali, invece, spesso glissano. Ed è qui che entra in gioco il procedimento della psicologia inversa. Alla base della reciprocità sta un altra idea, quella del contratto : il genitore e il figlio stipulano un patto nel quale le due parti contraenti fissano delle regole e si impegnano a rispettarle. Io, genitore, ti concedo in occasioni particolari di tornare alle 02:00 di notte, ma tu, figlio, devi tornare alle due, altrimenti il patto salta. In cambio, il figlio s impegnerà a prendere dei buoni voti a scuola, ad aiutare a pulire, a rispettare gli orari etc. Patti chiari, insomma, amicizia lunga. Le regole vengono stabilite dal genitore, ma con un margine di apertura alla negoziazione e al dialogo (con una soglia ben chiara, comunque, oltre la quale non si può andare). Il contratto non è fisso una volta per tutte, ma (come del resto la Costituzione italiana) modificabile in qualsiasi momento, sempre, però, rispettando le regole del gioco. In tutto questo, ad ogni modo, è fondamentale la coerenza: ci sono punti su cui il genitore non può mollare, altrimenti perde di credibilità e diventa egli stesso una figura liquida, e non più un solido punto di riferimento o modello fermo. La prof.ssa Zanetti ha concluso il suo intervento aprendo uno spiraglio alla speranza, dicendo che sarebbe stato bello uscire da questo incontro con l acquisita consapevolezza dell importanza di far sapere ai nostri figli e studenti che il mondo in cui viviamo è senz altro difficile e pieno di insidie, ma che insieme (dialogando, confrontandoci e, a volte, scontrandoci) lo possiamo affrontare. Non è giusto né onesto dipingere loro un mondo invivibile e orrendo, fatto di droghe e false suggestioni dietro ad ogni angolo, dimenticando e omettendo che dalle insidie di quel mondo si possono proteggere e che noi siamo lì vicini a loro non solo per aiutarli e guidarli, ma anche per renderli capaci di scegliere le cose buone e scartare quelle cattive, insomma: per renderli veramente autonomi. Generalizzare è sbagliato, perché il ragazzo, spaventato e basta, si arrenderà a non vivere o a essere protagonista di quel mondo negativo. L adolescente è in un momento della propria esistenza estremamente delicato e spesso si trova su un crinale molto pericoloso in cui è portato o costretto a scegliere. Vive sicuramente una crisi d identità legato al distacco dai genitori ed è desideroso di trovare una propria dimensione, un posto per il proprio io. Il nostro compito di genitori e insegnanti è quello di rendere i nostri ragazzi degli spiriti critici, e di aiutarli a cercare e trovare sé stessi. Essere bravi genitori, in ogni caso, non è facile e a volte è sbagliato persino essere dei genitori troppo bravi, dei genitori perfetti. Chi ha dei genitori imperfetti quando è piccolo, a volte si trova avvantaggiato nel periodo dell adolescenza, poiché nel corso dell infanzia ha avuto modo di crearsi gli

6 anticorpi e le difese immunitarie necessari ad affrontare il mondo; chi, invece, ha avuto dei genitori molto (o troppo) attenti nei primi anni di vita, rischia di trovarsi in difficoltà e di far fatica a staccarsi dal famoso cordone ombelicale. Ad ogni modo, l adolescenza è un momento di passaggio e i rapporti tra genitore e figlio che a volte si raffreddano in quegli anni, possono essere tranquillamente recuperati dopo. Essere bravi genitori può significare, talvolta, fare un passo indietro rispetto alla propria immagine di genitori modello, quando questa rischia di diventare uno stereotipo, un ombra di quel che siamo in realtà. Essere bravi genitori, come sempre, è tutta una questione di equilibrio. Prof. Filippo Tedeschi

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