«QUESTA È LA SOTRIA DI GIACOBBE». GLI ERRORI DEI PADRI SI RIPERCUOTONO SUI FIGLI Rilettura narrativa di Gen 37,1-12; 44,18-34

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1 «QUESTA È LA SOTRIA DI GIACOBBE». GLI ERRORI DEI PADRI SI RIPERCUOTONO SUI FIGLI Rilettura narrativa di Gen 37,1-12; 44,18-34 Premessa Il libro del Genesi è costituito da due grossi blocchi letterari: 1) i racconti di creazione (cc. 1 11); 2) le storie dei Patriarchi (cc ). Il primo blocco è costituito dai racconti di creazione (cc. 1,1 4,2); la prima famiglia (cc. 4,3 6,4) ed i racconti del diluvio (cc. 6,5 11,9). Come dire: creazione primo fallimento ri-creazione. Il secondo blocco parla dei racconti sui patriarchi: Abramo (cc ); Isacco (cc ,18); Giacobbe (cc. 25,19 50) Quella che comunemente conosciamo come la storia di Giuseppe (cc ) in realtà andrebbe definita come la storia di Giacobbe dentro la quale si assiste a questa commedia familiare che potremmo chiamare Giuseppe ed i suoi fratelli. È come dire: vuoi capire la famigerata vicenda di Giacobbe? bisogna leggere la vicenda di Giuseppe ed i suoi fratelli! La storia di Isacco inizia già dentro il ciclo di Abramo; la storia di Giacobbe ed Esaù inizia già dentro il racconto del ciclo di Isacco. Ma la storia di Giuseppe pur iniziando già dentro il ciclo di Giacobbe finisce dentro lo stesso ciclo il quale si termina proprio con Giacabbe. Non c'è un seguito con Giuseppe, non c'è un ciclo di Giuseppe. Quindi il quadro dentro il quale questa novella/commedia si volge è «la storia di Giacobbe». 1. Il ritratto di Giacobbe La storia dei patriarchi porta in seno una costante che si ripete (e non solo nei patriarchi: Anna moglie di Phanuele, 1 Sam 1): le rispettive mogli hanno qualche problema di fertilità. Sara moglie di Abramo (sterile); Rebecca moglie di Isacco (sterile); Rachele moglie di Giacobbe (sterile). Un caso? Nel mondo del Vicino Oriente Antico si ovviava a questo tipo di inconveniente con la schiava. Oggi potremmo parlare di fecondazione eterologa (problema al seme) o di utero in affitto (problema all'ovulo). Giacobbe, come i suoi predecessori ha un destino segnato già nel suo nome ( =יעקב figlio del calcagno, ingannevole), come dire è un farabutto già dal grembo materno (Gen 25,22-26a). Egli infatti inganna due volte il fratello Esaù: prima per rubargli la primogenitura e poi per carpire la benedizione del padre Isacco. La tentazione di fregare l'altro e soprattutto il fratello è più antica di quanto possiamo immaginare e vera quanto mai fino ad oggi. Ma non senza le ovvie conseguenze: rottura delle relazioni, costretti a dover fuggire e a mentire. La bramosia, assolutizzandosi, cancella la differenza dell'altro vedendolo un oggetto da prendere, da accaparrarsi, uno strumento di cui servirsi per ottenere quel che si desidera, o ancora un concorrente che bisogna neutralizzare, allontanare o addirittura eliminare. Ed è così che la bramosia distrugge le relazioni poiché uccide l'altro. Si noterà inoltre, che essa danneggia anche l'uso del linguaggio: invece di dire all'altro che lo considera come un oggetto del proprio desiderio, colui che brama ricorrerà al vocabolario dell'amore; invece di dirgli che lo vede solo come uno strumento del proprio servizio, vanterà le sue qualità di collaboratore modello, ingannando così il rivale per essere sicuro di vincere le sue resistenze (captatio benevolentiae). 1

2 Come può in tali condizioni la parola edificare una relazione giusta che favorisca il benessere dei fratelli, una relazione fraterna? Il libro di Genesi quindi, come se volesse rendere il suo lettore attento a questo pericolo che minaccia l'umano, moltiplica le storie che illustrano i misfatti della bramosia che genera violenza e che suggeriscono le vie d'uscita praticabili. Ad aprire questo scenario era stato il fallimento della fratellanza tra Caino ed Abele (c. 4). Il problema si ripresenta con Abramo e la gelosia di Sara che dividerà Isacco da Ismaele (21,8-14). Questa frustrazione creerà un vuoto. Più avanti infatti ci si accorge che Isacco stabilisce la sua residenza al pozzo di Lacai-Roi (24,62; 25,11) un luogo strettamente legato al fratello Ismaele, luogo dove viene annunciato ad Agar la sua nascita ed il suo destino (16,11-14). Diventato padre Isacco avrà maggiore preferenza per il figlio maggiore, cacciatore come lo era Ismaele guarda caso (25,27-28; 21,20-21), oppure Esaù è diventato cacciatore per rispondere ad un desiderio incoscio del padre. Come Ismaele, Esaù sposerà due straniere (26,34) prima di sposare una figlia dello zio Ismaele (28,6-9). Tutta questa attenzione di Isacco verso il primogenito, e soprattutto il primogenito, rivela una sorta di ricerca di compensazione del fratello maggiore di cui è stato privato. Detto in altri termini: gli errori dei padri, in questo caso di Abramo e Sara, si ripercuote sui figli. E non finisce qui. Rebecca dal canto suo preferirà invece Giacobbe (24,67), come Sara aveva preferito ovviamente Isacco. Infatti, si rende complice insieme al figlio dell'inganno ai danni del primogenito. Ancora una volta, bramosia ed inganno che da lì a poco porterà alla loro separazione (27,41 28,5). Ed Esaù, se non fosse stato per il rispetto nei confronti dell'amato padre, avrebbe riprodotto lo stesso dramma ed esito della storia di Caino-Abele. Ma ben presto, chi la fa l'aspetti. Giacobbe da ingannatore passa ad ingannato dallo zio Labano. Anche qui, un'ennesima bramosia, il desiderio dello zio di veder per primo sistemata la primogenita, genererà un ulteriore conflitto: la gelosia tra le due sorelle (Lia e Rachele) come lo fu tra Sara ed Agar e la violenza tra Giacobbe e Labano. I figli che nasceranno a Giacobbe, cresceranno tra odi, rancori e gelosie e le loro relazioni saranno minate in partenza. Soprattutto alla nascita dei figli di Rachele, morta in precedenza (35,16-20). Questo rapido percorso lascia intravedere che da una generazione all'altra, i problemi relazionali si ripetono, si spostano, si amplificano. Del resto, già nel Decalogo si ascolta che, se il male cade sui figli per tre e quattro generazioni, come infatti illustrato dalla storia dei patriarchi, è per via di un errore del padre (Es 20,5-6). Ma esplorando queste diverse crisi fraterne, la Genesi evoca anche varie scappatoie ai conflitti. La prima riguarda il conflitto tra Giacobbe ed Esaù: la rinuncia alla vendetta da parte di quest'ultimo fa emergere finalmente il volto e l'immagine di Dio (33,10-11). Il tempo e la distanza hanno anche compiuto la loro opera e Dio ha fatto comunque germogliare per Esaù la sua benedizione, rendendolo ricco e benestante. La seconda riguarda il conflitto tra Labano e Giacobbe circa il contenzioso avuto a motivo delle figlie e delle proprietà rubate. La parola scambiatasi ed il mucchio con la stele esprimono la volontà di avere un punto in comune: il darsi credito e fiducia a vicenda (31,44 32,1; cf. 31,52). Quindi, circa la descrizione del conflitto tra fratelli e sull'evocazione della costruzione della fraternità, la vicenda di Giuseppe andrà ben oltre questi primi racconti. Per cui ci concentreremo sulla parte iniziale (37,1-12), cioè sulla nascita del conflitto ed infine sulla sua risoluzione finale (44,18-34). 2. Commedia all'italiana (37,1-4) Percepire correttamente ciò di cui si tratta all'inizio è di capitale importanza per il lettore, poiché, presentandogli i diversi elementi, raccontando la tragica piega che prendono i rapporti tra i personaggi, il narratore cerca di attirare l'attenzione su dati essenziali, implicandolo 2

3 allo stesso tempo nel mondo che disegna a poco a poco tramite il racconto. Ci si accorge subito leggendo i primi versetti che la crisi aperta è esclusivamente familiare. La posta in gioco è il futuro di un gruppo di fratelli, «per colpa del padre». I personaggi: a) un padre ed i suoi figli causa del conflitto: a) rapporto privileggiato di Giacobbe verso Giuseppe b) tunica dalle lunghe maniche c) i due sogni conseguenze: a) gelosia/odio dei fratelli b) separazione c) assenza di parola Che la crisi sia essenzialmente familiare lo conferma il vocabolario. Il termine «fratello» appare 21x. I due termini «padre» e «figlio» altre 21x (rispettivamente 11 e 10). Ora, non per caso, ma sapendo che 21 è il numero delle lettere dell'alfabeto ebraico meno una, è possibile vedere in questa cifra il segno che manca qualcosa alle relazioni familiari. 37,1 Giacobbe dimorò nel paese delle migrazioni di suo padre, nel paese di Canaan Liberato finalmente, dai suoi conflitti con lo zio Labano ed il fratello Esaù, terminata la lite tra i suoi figli e la gente di Sichem, Giacobbe giunge e dimora nella terra della promessa. Sembra aver realizzato il desiderio incompiuto di Isacco ed il riposo trovato ora dal figlio Giacobbe. Ma, sarà proprio così? Quando sembra che ormai tutto si sia stabilizzato e sembra esser giunta la pace... Ora, per i patriarchi, Canaan non era ancora terra per stabilirsi, perché ancora non si erano fatti sedentari. La sua designazione corretta, infatti, sarebbe «terra delle migrazioni», di residenza provvisoria, al massimo di transumanza. Il verbo dimorare potrebbe anche essere inteso nel senso di residenza provvisoria ma alla sua morte Giacobbe verrà seppellito a Canaan (50,13), quindi era ormai diventata la sua dimora stabile. Una prima pecca forse: aveva messo radici. 37,2a Questa è la storia della discendenza di Giacobbe Per la decima ed ultima volta in Genesi si ritrova questa formula. Forse il narratore vuole esprimere in questo modo che gli avvenimenti si sviluppano partendo da altri avvenimenti come se fossero il loro seme. Ma anche un modo altro per dire, che i figli rischiano di diventare il risultato di ciò che sono stati i loro padri se non si appropriano della loro autonomia, liberandosi poco per volta dall'influenza del padre e dalle interferenze della sua presenza nella loro esistenza. Ma il punto cruciale di questi racconti è di sapere se la stirpe patriarcale delle generazioni non verrà interrotta dai conflitti o situazioni tragiche. Conflitti e situazioni tragiche generate dai padri. Compito dei figli quindi: risolvere i conflitti irrisolti dei padri. In questo modo, la continuità di questi padri non dipende solo dalla loro capacità di dare la vita, ma anche dalla capacità dei figli di affrancarsi dal peso che essi rappresentano. In questo senso la storia dei figli di Giacobbe è ancora la storia di Giacobbe nella misura in cui i figli devono liberarsi da un pesante retaggio per poter diventare figli e fratelli in verità. 3

4 37,2b Giuseppe, figlio di diciassette anni, stava pascolando con i suoi fratelli il gregge ed era un ragazzo (servo) con i figli di Bila e i figli di Zilpa, mogli di suo padre; e Giuseppe fece venire la sua voce su di loro come cattiva presso loro padre (parlava male). Giuseppe. Egli non era il primogenito di Giacobbe, il figlio che ci si aspetterebbe dopo una formula che introduce liste genealogiche, ma è solo il primogenito di Rachele. Eppure tale preferenza appare in primo piano fin dall'inizio della storia e ciò sarà la causa delle sfortune di Giacobbe: l'inversione della primogenitura. Ma è la storia di Giuseppe o la storia del padre? L'ultimo atto in realtà spetta proprio al padre in 47,27 50,26, così ciò che il lettore si prepara a leggere non è la storia di Giuseppe, come si dice spesso. Non è neppure quella di Giuseppe ed i suoi fratelli ma si tratta piuttosto della storia di Giacobbe e dei suoi figli che tentano di nascere. Oltre ai nomi dei personaggi nominati all'inizio, per il narratore c'è probabilmente una cosa più fondamentale nell'esposizione iniziale: le relazioni fraterne. Innanzitutto di Giuseppe viene specificata l'età: Giuseppe ha 17 anni. È forse importante? Difficile a dirsi ma una cosa è certa: 17 gli anni in cui Giacobbe mantiene Giuseppe in Canaan, 17 gli anni cui Giuseppe manterrà il padre Giacobbe in Egitto (47,28). Un equilibrio insomma: Giuseppe restituisce al padre quanto da lui ha ricevuto. Altro elemento qualificativo di Giuseppe: era pastore. Si potrebbe evocare tutta la simbologia legata al pastore ma qui, riferita a Giuseppe forse sta anticipando l'essenza del suo futuro ruolo: sarà pastore di se stesso, dei suoi fratelli ed a favore dell'egitto. Infatti spesso nella Bibbia l'espressione רעה את può rimandare a una funzione di governo. Ma perché mai il narratore specifica che Giuseppe si trova con i figli di Bila e Zilpa, le domestiche e non con quelli di Lea, fatto più normale per questo figlio di Rachele? Un'antica tradizione giudaica spiega che, preoccupato dell'unità del gruppo familiare in qualità di pastore dei suoi fratelli, Giuseppe cerca di creare il legame tra i due gruppi. Ecco perché il narratore precisa che Bila e Zilpa sono mogli di suo padre, come lo sono Lea e Rachele, le presenterebbe nella prospettiva di Giuseppe il quale considererebbe i figli delle domestiche come figli a pieno titolo. Oppure, al contrario, forse è proprio perché i figli di Lea lo rigettano che Giuseppe lavora con i figli di Bila e Zilpa. Di più non ci è detto dal narratore e le due letture non si escludono. Una cosa è certa: Giuseppe è fin da subito posto all'interno di un gruppo familiare con le sue tensioni interne in una situazione, appunto, poco familiare. La fine del versetto completa il quadro dell'esposizione con queste cattive dicerie. Giuseppe sta parlando male dei fratelli o sta riportando cattive dicerie che corrono in giro sul conto dei fratelli? Difficile poterlo stabilire da come si presenta il testo. Una cosa è certa: questo fa di Giuseppe e della sua prestazione, ben poco fraterna in quanto informatore, la prima e reale causa del conflitto familiare avvelenato che ben presto si svilupperà. Ci si chiede ancora se non stia denigrando i fratelli per avvalorarsi agli occhi del padre, e compensare in questo modo il disprezzo di cui è vittima presso di essi. Ma il padre non reagisce né di fronte all'atteggiamento di Giuseppe, né di fronte a quanto sente dire dei propri figli. D'altronde il narratore non riporta neppure la loro reazione, come se il loro odio, di cui si parlerà ben presto, non dipendesse in primo luogo da ciò che fa Giuseppe. Se è così la menzione delle dicerie è distinata solo a permettere il lettore di situare la responsabilità di Giuseppe nei confronti dei rapporti familiari difficili nei quali cresce. 37,3 Ora Israele amava Giuseppe più di tutti i suoi figli, poiché era un figlio di vecchiaia per lui, e faceva per lui una tunica da lunghe maniche. 4

5 Qui il lettore pensa che la preferenza per Giuseppe è data dal fatto che sia figlio della sposa preferita. Il narratore porta un motivo che provoca la nostra obiezione: il padre che lo aveva generato quando era ancora vecchio. Non vale il motivo maggiormente per Beniamino? A lungo andare, la preferenza diventa irritante, insopportabile, odiosa. Non è solo la bellezza e la ricchezza della veste, è che significa maggiore dignità e privilegio. Questa veste magnifica ed evidente sta negando l'uguaglianza tra i fratelli. Il narratore non giudica i sentimenti del padre ma la comprensione per il vecchio non deve impedire di vedere che una preferenza del genere costituisce un'ingiustizia nei confronti degli altri figli. Giacobbe non sembra aver assimilato gli insegnamenti della propria storia. 37,4 I suoi fratelli videro che proprio lui amava loro padre più di tutti i suoi fratelli, e lo odiarono e non potevano parlargli in pace. Qui il narratore cambia prospettiva facendo vedere le cose con gli occhi dei fratelli. E quello che essi vedono nella tunica è la preferenza del padre per Giuseppe, mentre nel contempo questi svolge un ruolo che non favorisce la pace familiare. Da un punto di vista sintattico il fatto che nella frase il pronome «lui»,אתו sostituisca il nome di Giuseppe è alquanto sintomatico. L'ineguaglianza di trattamento da parte del padre di tutti loro appare come un'ingiustizia, un'ingiuria fatta alla fratellanza. Ciò viene confermato dall'ordine delle parole: tra «lui» e «i suoi fratelli», si interpone l'amore del padre. La reazione immediata dei fratelli non può che essere l'odio. Ma verso chi? chi è la persona odiata? Il pronome אתו dopo il verbo «odiarono»,וישנאו può riferirsi sia al padre che a Giuseppe. Sembrerebbe ovvio e scontato che Giuseppe sia oggetto del loro odio ma forse sarebbe più appropriata la gelosia come sentimento verso Giuseppe che scatena in modo non del tutto esplicito l'odio per il padre. Del resto, se ricordiamo bene, lo stesso meccanismo è operante nella storia di Caino la cui rabbia scatenata dalla gelosia si dirige su Abele mentre dovrebbe essere su Dio, il quale l'ha scatenata preferendo Abele e la sua offerta. E come è ben noto, questo meccanismo danneggia subito la parola. Come Caino, incapace di parlare a suo fratello (cf. 4,8), i fratelli «non potevano più parlargli in pace». È curioso questo verbo OwrV;bå;d, dabb ro il cui suffisso finale di terza persona può essere letto sia come «essi non possono parlare di lui in pace» (complemento diretto) sia come «non possono parlargli in pace» (complemento indiretto). Da un punto di vista relazionale e comunicativo di fatto le due conseguenze sono contigue: quando non si riesce a parlare in pace con qualcuno difficilmente si parla bene di questo qualcuno. In altri termini, nutrito di parole parecchio indelicate, l'odio rafforza il deterioramento della parola, a tal punto che questa perde a poco a poco qualsiasi possibilità di contribuire positivamente alla costruzione di relazioni giuste, sane e vivificanti (shalom) tra i membri di questa famiglia. Il termine «shalom» sta ad indicare realtà sinonime come «bene», «pace», «salute», «star bene»: quando le relazioni sono compromesse da particolarismi, gelosia, parlar male, o non parlare affatto a farne le spese sono il bene, la pace ed in definitiva la salute. Ricapitolando, almeno fino a questo punto: ci troviamo a Canaan; si parla di una famiglia la cui attività è la vita pastorale, e si è nel bel mezzo di una velata crisi in procinto di esplodere. Dalla prospettiva di chi racconta la storia (il narratore) ci troviamo d'innanzi a tre personaggi: Giacobbe, il figlio più amato Giuseppe ed il gruppo degli altri figli. Dalla prospettiva interna del racconto e cioè quella dei fratelli invece sembrano esistere due soli gruppi: loro stessi da una parte, Giacobbe e Giuseppe dall'altra. Le alleanza si costituiscono sempre in vista di un nemico comune; cade il nemico cadono le alleanze. Tutti sono vittime e carnefici, ma ognuno ha le proprie responsabilità all'interno della crisi sebbene la responsabilità maggiore pesa su Giacobbe. Tutti hanno valide giustificazioni per la posizione assunta: 5

6 Giacobbe ha ottime ragioni soggettive per riservare un amore particolare a Giuseppe, vivo ricordo della sposa amata. Giuseppe si percepisce escluso, la sua età lo pone in una situazione di inferiorità rispetto ai fratelli e quindi si appoggia all'attenzione particolare del padre al fine di assumere un altro statuto. i fratelli. Il loro sentimento di essere le vittime di una ingiustizia è legittimo, ed il lettore capisce senza difficoltà la loro reazione e anche il loro odio. Per cui, fin dall'inizio, in questa famiglia il male si tesse con il bene, ed è essenziale sottolinearlo. Per di più si ha la sensazione diffusa che, istintivamente, ogni personaggio vede prima i propri interessi. Il sintomo del male, il più chiaro è probabilmente quello che colpisce la parola, palesemente ammalata in questa famiglia (37,2.4). Ma non si può nemmeno dimenticare che sullo sfondo di questa situazione tesa, un intero passivo di conflitti familiari irrisolti pesa su ciascuno dei personaggi e che rende ragione in un certo senso del loro modo di essere e di reagire. 3. I sogni di Giuseppe (37,5-12) Come in ogni racconto, dopo il quadro, l'esposizione vien fuori una scena di «complicazione». A prendere la parola è lo stesso Giuseppe. Il troppo silenzio crea imbarazzo per cui tenta di riallacciare il dialogo, di dare alla parola un'opportunità. Forse sarà stato questo il suo intento ma il suo tentativo si rivelerà un bel fallimento. Il fatto stesso di voler prendere la parola inasprisce ancor di più i fratelli, fa accrescere il loro odio, prim'ancor di venir a conoscenza del contenuto del sogno stesso. È dura dare un'altra chance a qualcuno che ci ha fatto un torto, anzi, tante volte quel tentativo crea ancor più rigetto ed allontanamento. E le cose si complicano ulteriormente Certo, non è stata una bella pensata quella di raccontare un sogno dove di fatto Giuseppe s'è posizionato ancor più in un livello di superiorità per identità e ruolo. Cioè, come buttar benzina sul fuoco. Se non altro questo tentativo maldestro, sebbene simile ad un peccato d'ingenuità, ha prodotto almeno un risvolto positivo: far emergere chiaramente la natura dell'odio «la gelosia». 5 Ora Giuseppe fece un sogno e lo raccontò ai fratelli, che lo odiarono ancora di più. 6 Disse dunque loro: "Ascoltate il sogno che ho fatto. 7 Noi stavamo legando covoni in mezzo alla campagna, quand'ecco il mio covone si alzò e restò diritto e i vostri covoni si posero attorno e si prostrarono davanti al mio". 8 Gli dissero i suoi fratelli: "Vuoi forse regnare su di noi o ci vuoi dominare?". Lo odiarono ancora di più a causa dei suoi sogni e delle sue parole. 9 Egli fece ancora un altro sogno e lo narrò ai fratelli e disse: "Ho fatto ancora un sogno, sentite: il sole, la luna e undici stelle si prostravano davanti a me". 10 Lo narrò dunque al padre e ai fratelli. Ma il padre lo rimproverò e gli disse: "Che sogno è questo che hai fatto! Dovremo forse venire io, tua madre e i tuoi fratelli a prostrarci fino a terra davanti a te?". 11 I suoi fratelli perciò divennero invidiosi di lui, mentre il padre tenne per sé la cosa. 12 I suoi fratelli erano andati a pascolare il gregge del loro padre a Sichem. Iniziamo con alcune osservazioni sul racconto e ci chiediamo: ma è proprio così scontato che Giuseppe stia peccando di ingenuità nel raccontare il sogno fatto? Nei racconti precedenti, ai sogni viene associato Dio (c. 28 e 31). Qui Giuseppe non vi inserisce Dio. La psicologia ci parla di proiezioni del desiderio o del timore, nel sogno, quando cadono le barriere coscienti, e sottolinea la struttura simbolica. Detto in altri termini, Giuseppe si rivela un megalomane che desidera governare sui fratelli e porsi al di sopra di essi. Perché, a questo punto del racconto, né Giuseppe né il lettore sanno o possono intravedere il reale significato di tali sogni e se annunciano realtà che dovranno accadere. Per cui, consapevole del fatto che 6

7 nonostante la preferenza del padre, la tunica da privilegiato, è odiato e non considerato tale dai suoi fratelli. Un padre dalla sua parte ma il resto dei fratelli contro. Non credo dovesse sentirsi proprio bene e sognare di poter capovolgere tale situazione attirando l'attenzione degli altri su di sé emerge legittimo sebbene non giustificato come l'appagamento di un desiderio frustrato. Il secondo sogno è un salto dal mondo agricolo a quello celeste. Forse tradisce un desiderio simile al primo e cioè potrebbe essere il segno di un narcisismo infantile da lui non ancora superato. Faccio notare almeno due cose. Per noi lettori che conosciamo lo sviluppo e l'esito del racconto: dei due sogni si realizzerà il primo in quanto immagine dei fratelli che si prostrano d'innanzi a lui. Ma non il secondo, poiché sole e luna sarebbero immagine di Giacobbe e Rachele ma Rachele era già morta subito dopo la nascita di Beniamino al c. 35, Inoltre, visto che Giuseppe si scoprirà dotato del dono di interpretare i sogni, come mai qui non ha offerto ai fratelli l'interpretazione dei suoi sogni? Sembra l'immagine fumettistica di un eroe capace di salvare gli altri ma non se stesso. I sogni, dunque, a questo punto del racconto hanno una sola duplice funzione: rivelare le megalomani aspirazioni di Giuseppe ed incuriosire/spingere il lettore ad andare avanti nella lettura del racconto per scoprire se si realizzeranno e come. Ne emerge un Giuseppe gonfio di sé da far paura e poco sensibile, anzi incurante verso la sensibilità dei fratelli urtandoli e provocandoli ulteriormente. Sul fatto che Giuseppe stia proprio esagerando e che stia tirando oltre modo l'arco col rischio di far precipitare irrimediabilmente le cose ne è testimone la energica reazione del padre: «Che sogno è questo che hai fatto! Dovremo forse venire io, tua madre e i tuoi fratelli a prostrarci fino a terra davanti a te?». Giacobbe deve aver intuito che il figlio Giuseppe deve aver assunto qualche sostanza stupefacente... Il fatto che si stia riferendo anche alla madre, sapendo che ella è già morta urta enormemente la sua sensibilità e reagisce come per dirgli: ma che stai dicendo? ma sei cosciente di quello che dici? «...il padre tenne per sé la cosa» le acque si sono letteralmente sporcate e temendo la reazione dei figli preferisce tacere. A questo punto del racconto, Giacobbe è giunto nella piena consapevolezza di cosa abbia potuto prudurre la sua preferenza verso Giuseppe: una bomba che sta per far esplodere gli equilibri delle relazioni all'interno della famiglia. Come un codardo cosa fa? tace e più avanti invierà il figlio dai fratelli a risolvere la questione, ormai incapace di saper gestire quell'enorme conflitto. Come dire: vai a risolvere tu...sistema tu con i tuoi fratelli...vedetevela tra di voi... Si rivela quindi incapace di agire immediatamente. Al v. 12 avviene la naturale conseguenza di quando le relazioni sono degenerate. È strettamente legato con l'odio dei fratelli e la reazione di Giacobbe al sogno di Giuseppe, sebbene sembri un v. introduttivo di ciò che segue. Allora i dieci si allontano con il gregge del padre, lasciando Giuseppe con Giacobbe. La loro reazione ha qualcosa di positivo: prendere le distanze nei confronti di coloro che odiano, che li irritano, impedisce al conflitto di scoppiare e di rompere irrimediabilmente i legami familiari. Soluzione temporanea già comprovata in situazioni passate: Abramo nei confronti di Lot (13,7-12), raccomandata da Rebecca e Isacco per separare i propri figli in conflitto (27,42 28,5), scelta anche da Giacobbe e Labano (c. 31) e poi da Giacobbe nei confronti di Esaù (33,12-17). Ma questa assomiglia anche ad una fuga, nella misura in cui diventa un modo per evitare il problema, per non doverlo affrontare. Fuggire e sparire il più delle volte si presenta come soluzione o tentazione? In questo racconto, in questa vicenda le circostanze vorranno che i fratelli si rincontreranno e ripristineranno nella pace-salute le relazioni familiari. Ma per il lettore reale, cioè noi oggi, in circostanze simili si verifica lo stesso finale? Di fronte alla separazione o separazioni nelle quali a volte per via di chissà quale incidente di percorso ci si viene a trovare, rimane l'allontanamento definitivo e la non parola? Quale tipo di soluzioni adottiamo? 7

8 4. Giuda modello di fratellanza e non Giuseppe (44,18-34) Ricordiamo bene come prosegue la storia. Il padre Giacobbe di fronte al suo fallimento come padre invia Giuseppe dai suoi fratelli...vedi se puoi risolvere tu con loro...vedi di rimediare. Quando lo videro da lontano i fratelli chi intravedono?...«...si dissero l'un l'altro: ecco che arriva il sognatore» e giunto presso di loro la prima cosa che fanno: «lo spogliarono della sua tunica, quella tunica dalle maniche larghe». Ecco, i due motivi scatenanti il conflitto e per il quale si complotta di ucciderlo (l'idea di Giuda) o di salvarlo (Ruben il primogenito). Da notare che dall'incontro con l'illustre sconosciuto a Sichem Giuseppe non parlerà più, precipita nello stesso silenzio nel quale si era rinchiuso il padre durante gli alterchi dei figli e ritornerà a parlare giunto in Egitto. Alla fine prevale il suggerimento di Giuda di venderlo come schiavo ai mercanti. Ora, nulla può legittimare un'azione del genere perché si tratta di male. Del resto, d'innanzi ad un problema che ne genera di più grossi meglio eliminarlo alla radice...ma al male si aggiunge altro male. Guardando da un'altra prospettiva questo tipo di scelta, l'unico velato risvolto possibile lo si può cogliere nel fatto che forse era quella scelta necessaria perché Giuseppe si distaccasse dal quel rapporto morboso di simbiosi e megalomania venutasi a creare sotto le ali del padre Giacobbe. Ad un certo punto nascere o crescere per davvero significa tagliare sul serio il cordone ombelicale. Giuseppe, con tutte le conseguenze che ne verrano fuori, è messo d'innanzi alla possibilità di cambiare e maturare...diventare uomo. Di lì in avanti conosciamo tutti la sua escalation e la posizione raggiunta sfruttando un dono: il saper interpretare i sogni. Al c. 42 ecco che finalmente si presenta a Giuseppe l'occasione di dimostrare se veramente era diventato uomo e fratello alla pari, senza il padre presente. Ma chè...ma quando mai? in verità proprio il contrario. Sfogherà tutta la sua rabbia e voglia di vendetta sui fratelli con tutte le angherie di cui è stato capace, sfruttando l'inganno e la menzogna e rifugiandosi dietro la maschera da visir del Faraone quale era diventato. Eppure aveva fatto esperienza di quanto gli era costata cara la menzogna della moglie di Potifar (39,7-20). Niente, si rivela crudele, ingannatore e bugiardo...proprio come lo era stato il padre. Tale padre, tale figlio. Userà ricatto e violenza psicologica verso i fratelli fino a vederli strisciare. Il suo obbietivo è duplice: sentir pronunciare dalla bocca di Giuda il suo pentimento per quello che gli aveva fatto in passato riavere presso di sè il vecchio padre, sfruttando il legame di quest'ultimo verso il minore Beniamino A distanza di circa vent'anni, vi sembra sia cambiato Giuseppe? È veramente cresciuto? È diventato fratello alla pari? A lui interessa ricomporre la sacra famiglia: Giacobbe, Beniamino e se stesso. E gli altri fratelli? A diciassette anni si nascondeva dietro la maschera di suo padre, forte della sua predilezione. Vent'anni dopo non ha il coraggio di rivelarsi subito ai fratelli e si nasconde dietro la maschera del maggiordomo che gli fa da alter ego. Umanamente e relazionalmente parlando, questo sarebbe l'eroe Giuseppe vantato per aver salvato la sua famiglia dalla fame e issato a modello di fraternità evangelica. A distanza di circa vent'anni, vi sembra sia cambiato Giacobbe? È veramente cresciuto come padre imparziale e padre allo stesso modo per tutti i propri figli? Il padre Giacobbe per chi vive se non per Beniamino. Dirà infatti agli altri figli «...se mi portate via anche questo [Beniamino], morirò, scenderò nello sheol». Come dire sarò come morto per voi. Per chi è padre se non per Beniamino soltanto. E gli altri figli, che sono? di chi sono? sono forse figli di...? 8

9 Al c. 44 avviene la svolta ed il personaggio davvero grande si rivela essere un altro. Uno a cui la vita e gli errori avevano insegnato tanto. Uno che proprio a motivo dei suoi errori era diventato fratello ed uomo maturo...capace soprattutto di rimediare ai suoi sbagli. Si veda a tal proprosito l'inserzione del c. 38, proprio subito dopo aver commesso il fattaccio. La nuora Tamar gli darà una bella lezione e da essa imparerà parecchio. A Giuseppe sono mancate forse occasioni per crescere? Invece, con inganno fa arrivare Beniamino in Egitto e con l'inganno della coppa vorrebe trattenerlo (44,1-17). Giuda che si era fatto garante presso il padre per la discesa di Beniamino in Egitto lo fà per due motivi: liberare Simeone rimasto prigioniero e far arrivare viveri a Canaan per far sopravvivere il resto della famiglia. Ma ciò che è veramente scioccante, che risulta come il dipinto dell'umiltà, del sacrificio, dell'essere per gli altri e non per se stessi, é la supplica di Giuda al c. 44 ai piedi di Giuseppe. Si erano già prostrati ai suoi piedi, come quei covoni che realizzano il sogno di Giuseppe, che motivo c'era ancor di stritolare così i suoi fratelli fino alla vergogna, all'umiliazione? Eppure con grande delicatezza, prima di tutto Giuda chiede se può presentare la sua perorazione, benché abbia riconosciuto di non averne il diritto avendo dichiarato in precedenza la sua colpevolezza (44,16). Allora Giuda gli si fece innanzi e disse: " Perdona, mio signore, sia permesso al tuo servo di far sentire una parola agli orecchi del mio signore; non si accenda la tua ira contro il tuo servo, perché uno come te è pari al faraone! (44,18). E lo fa in una maniera davvero commovente, chiamando in causa i sentimenti del vecchio padre nei confronti del figlio minore premendo sul registro affettivo. È disposto a sacrificare se stesso pur di salvare quel rapporto privilegiato tra Beniamino ed il padre, giusta o sbagliata che sia, lasciando da parte tutti gli altri elementi della faccenda: il tuo servo, mio padre, ci disse: "Voi sapete che due figli mi aveva procreato mia moglie. 28 Uno partì da me e dissi: certo è stato sbranato! Da allora non l'ho più visto. 29 Se ora mi porterete via anche questo e gli capitasse una disgrazia, voi fareste scendere con dolore la mia canizie negli inferi" (44,27-29). Un tipo di affetto dal quale gli altri dieci sono esclusi o comunque non ritenuti allo stesso modo. Infatti, non fece tutta sta scenata e non pronunciò le stesse parole quando la prima volta al rientro a Canaan mancava Simeone all'appello (42,24). Anzi si arrabbierà con loro perché hanno rivelato al signore egiziano del fratello Beniamino. Mentre Giuda, invece, si fa garante prima presso il padre (43,8-9) ed ora si offre come schiavo al posto del fratello minore (44,33-34). C'è una grande tensione narrativa e curiosità creata dalla perorazione di Giuda da spingere il lettore a chiedersi come andrà a finire. Giuda espone il suo monologo coinvolgendo o cercando di coinvolgere in tutto e per tutto emotivamente il signore egiziano, facendogli rivivere in quelle scene momenti già vissuti. Soprattutto crea indirettamente in lui l'impressione di essere testimone del lamento del padre rendendogli l'ascolto sempre più straziante. Giuda non sa di avere davanti Giuseppe, non sta recitando e la sua non è patetica retorica da strappa lacrime. Sta cercando soltanto di fargli capire che egli detiene un potere di vita o di morte e che la sua decisione di tenere o no Beniamino con sé avrà delle conseguenze sul padre. Indirettamente sta producendo nell'animo di Giuseppe degli effetti devastanti: tutto ciò gli rimanda da sé l'immagine di un uomo duro ed insensibile nei confronti di un povero vecchio che vive solo della vita del figlio minore senza il quale morirebbe. Al di là dell'intento, Giuda rivela la sua grande empatia nei confronti del padre, immeritata da quest'ultimo visto lo spessore di padre parziale quale si è sempre mostrato. Giuseppe viene quindi informato da Giuda, il quale non sa di avere di fronte suo fratello, di quanto i suoi parenti pensino riguardo alla sua scomparsa. Ed è così che capisce inoltre l'ipotesi dell'attaccamento del padre al secondo figlio di Rachele e del fatto che aveva spostato su questi l'antica preferenza di cui un tempo godeva. Ha la possibilità di cogliere di quanto si sia evoluta la relazione tra Giuda ed il resto dei fratelli e che ormai costui non nutre più rancori nei confronti del padre, il quale invece vent'anni dopo si mostra reprobo ed immaturo. Ancora, Giuda si rivela fedele alla parola data a suo padre e vuole mantenerla a tutti i costi, 9

10 ammettendo che ormai ha accettato il padre, così com'è, nonostante non sia cambiato e non sia maturato come padre. E Giuseppe rimane spiazzato da tutto ciò, consapevole e disarmato dall'accettazione da parte del fratello dell'ingiustizia di questo bel privilegiato triangolo familiare (Giacobbe - Giuseppe - Beniamino). Giuda fa spazio, si mette da parte ed è disposto a sacrificarsi a vita. Gesto estremo che manifesta una grande maturità umana e relazionale, di gran lunga superiore all'infantilismo simbiotico del ridotto triangolo familiari incapace di mettere da parte questo particolare attaccamento reciproco per un bene o valore superiore: l'intera famiglia. A questo punto del racconto, la messa in scena di Giuseppe gli ritorna contro. Realizza che è stato lui, consapevolmente o no, a provocare il crollo della famiglia, e che merita i rimproveri che in modo indiretto, Giuda rivolge al signore egiziano per la sua durezza. Tanto più che, con la perorazione di suo fratello, Giuseppe viene fatto testimone dell'affetto dei figli per il loro padre e Beniamino (44,20.22), dell'amore elettivo e angosciato del padre per i due bambini di sua moglie, come anche del sacrificio al quale Giuda è pronto per non privare il padre del suo prediletto. Giuseppe può forse, dopo questo, essere l'unico a voler ostacolare l'amore accettato da tutti e provocare la sventura di suo padre e dei suoi fratelli, lui che li ha già fatti soffrire con la prova a loro imposta? Tutto questo, il brillante sceneggiatore Giuseppe non lo aveva previsto. Immaginiamo per un attimo che Giuda dica al signore egiziano...va bene, insisiti? tieniti Beniamino. Il padre Giacobbe morirebbe veramente per colpa di Giuda e dei suoi fratelli? Oppure non morirebbe vittima della durezza di Giuseppe, vittima di questo rapporto malato che finirebbe per punire tutti e tre? Del resto Giuda, vent'anni prima aveva reagito ad un'ingiustizia familiare, ed oggi cederebbe alla tracotanza di un debole che vent'anni prima si faceva forte all'ombra di un padre ingiusto e affetivamente malato. Giuda si sta assumendo tutta la responsabilità di quello che vent'anni a dietro aveva commesso. Giuseppe è paralizzato dalla rabbia e dal desiderio di vendetta e non lo aveva messo in conto. Conclusione Da questo genere di dettagli, come dall'insieme del discorso, il lettore vede fino a che punto Giuda sia cambiato ed ammira la giustezza di colui che, un tempo, aveva spinto l'ingiustizia fino a proporre di vendere suo fratello come schiavo a degli stranieri. Questo ampio discorso di Giuda si rivela cuore di tutta questa commedia familiare, chiave di volta e risoluzione del problema. Costituisce un annullamento, punto per punto, sia sul piano morale che su quello psicologico, della violazione, perpetrata dai fratelli, dei legami fraterni e filiali. Certo, noi lettori oggi, desidereremmo magari che tutto questo si fosse svolto in trasparenza. Eppure, nel filo di una storia che naviga costantemente nelle acque torbide di una menzogna dall'apparenza di verità e di una verità mascherata sotto la menzogna, è forse veramente incongruo se il vero inizia ad aprirsi un varco nel chiaroscuro di un discorso che non è neppur esso senza inessattezze? Le approssimazioni, le mezze verità, le esagerazioni retoriche, non mettono in dubbio che alla fine, almeno uno, Giuda, mostra autenticamente la sua rinuncia alla bramosia e alla gelosia. Del resto, non è forse illusorio pensare che una verità trasparente possa mai dirsi, nella misura in cui come questo racconto mostra abbondantemente il significato stesso delle nostre parole ci sfugge mentre le loro inevitabili ambiguità intrecciano continuamente il vero con il falso? Giuda ha dimostrato d'essere cambiato e maturato. Non basta forse questo a risvegliare la speranza di una fraternità finalmente possibile, guarita dalla gelosia e dall'invidia? E ciò ha violentemente scioccato Giuseppe che dovrà cedere. Per Giacobbe? Il rischio di tutti e di sempre: «non sempre le persone cambiano o crescono nella vita e quando non cambiano o crescono...peggiorano». 10

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