RASSEGNA STAMPA. giovedì 20 novembre 2014

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1 RASSEGNA STAMPA giovedì 20 novembre 2014 L ARCI SUI MEDIA ESTERI INTERNI LEGALITA DEMOCRATICA RAZZISMO E IMMIGRAZIONE SOCIETA BENI COMUNI/AMBIENTE INFORMAZIONE CULTURA E SCUOLA INTERESSE ASSOCIAZIONE ECONOMIA E LAVORO CORRIERE DELLA SERA LA REPUBBLICA LA STAMPA IL SOLE 24 ORE IL MESSAGGERO IL MANIFESTO AVVENIRE IL FATTO IL RIFORMISTA PANORAMA L ESPRESSO VITA LEFT IL SALVAGENTE INTERNAZIONALE

2 L ARCI SUI MEDIA del 20/11/14, pag. 25 Quei bambini senza pasti sostanziosi Così sta aumentando la povertà La commissione Infanzia: 3,8 milioni di minori vivono in difficoltà economiche Oggi si celebra in tutto il mondo la Giornata internazionale dei diritti dell infanzia e dell adolescenza. La data non è causale ma ricorda il giorno in cui l Assemblea generale delle Nazioni Unite ha adottato, nel 1989, la Convenzione sui diritti dell infanzia e dell adolescenza. In 25 anni sono stati 194 Paesi a ratificarla nel mondo, l Italia lo ha fatto nel Eppure tuttora nel mondo ci sono milioni di ragazzi e bambini vittime di violenze o abusi, discriminati, emarginati. In Italia, dice un indagine del Coordinamento italiano dei servizi contro il maltrattamento e l abuso dell infanzia e di Terres des hommes, sono circa 100 mila i bambini presi in carico dai servizi sociali, ogni anno, dopo maltrattamenti o abusi sessuali (6,7 casi su mille). Per sensibilizzare i cittadini su questi problemi oggi ci saranno numerose manifestazioni. A Milano, dalle 9.30, si muove la marcia «Io e tu» organizzata da Unicef, Arci, Arciragazzi e promossa dal Comune di Milano in cui 2 mila studenti sfileranno in centro per ricordare agli adulti la volontà di essere parte attiva di un processo che tuteli e riconosca i loro diritti. A Roma, dalle 10 nella sala Capitolare del Senato, la commissione parlamentare per l Infanzia e l adolescenza, con il dipartimento per le Politiche della famiglia e il ministero del Lavoro e delle politiche sociali, promuove il convegno «Tra vecchie e nuove povertà: i minori in Italia a 25 anni dalla Convenzione di New York». Fra i relatori ci sono Maria Elena Boschi, ministro per le riforme; Vincenzo Spadafora, Garante nazionale per l infanzia; e Michela Vittoria Brambilla, presidente della commissione parlamentare per l Infanzia e l adolescenza. «In questi 25 anni abbiamo compiuto progressi sul piano legislativo spiega l onorevole Michela Brambilla ma non è ancora sufficiente il livello di protezione reale dei diritti dell infanzia. È un vero scandalo, per esempio, la diffusione dei maltrattamenti, sconcerta che lo 0,98% dei nostri minori sia presa in carico ogni anno dai servizi sociali per maltrattamento e abuso sessuale». Numeri che preoccupano. «Scioccanti prosegue ma trascurati, che chiamano in causa lo Stato per l assenza di un sistema di monitoraggio e quindi per la mancanza di politiche di prevenzione e protezione fondate sulla conoscenza. Desta particolare preoccupazione che una parte di queste violenze si verifichi in ambiti pubblici in senso stretto, come i servizi scolastici e quelli sanitari, o più ampio, come le associazioni sportive sulle quali serve più attenzione: tutte realtà alle quali le famiglie si rivolgono con una fiducia che non può essere scossa. Il pediatra arrestato per abusi sul minore, le maestre condannate perché costringevano i bambini a mangiare il cibo vomitato sono manifestazioni di delinquenza individuale e sconfitte dello Stato». Ad allarmare è anche il livello di povertà minorile. Secondo un indagine conoscitiva che la commissione parlamentare per l infanzia sta conducendo e di cui il Corriere ha avuto un anticipazione, su 10 milioni di minori, quelli in stato di povertà assoluta sono passati da 723 mila nel 2011 a nel Invece sono 2,4 milioni quelli in condizione di 2

3 povertà relativa (il valore di spesa per consumi al di sotto del quale una famiglia è definita povera). E ancora: il 16% delle famiglie con bambini, una volta ogni due giorni, non è in grado di garantire ai figli un pasto sostanzioso (dato Unicef). «Va colta l occasione della legge di Stabilità per riflettere sulla necessità di varare un programma specifico di contrasto alla povertà minorile sostiene magari anticipando risorse ricavabili dalla riforma dell Isee o usando meglio i fondi europei per lo sviluppo. Non può mancare ciò che è mancato fino ad ora: una vera politica per l infanzia, per l adolescenza, per i giovani. Altrimenti condanniamo il nostro Paese all irrilevanza». Alessio Ribaudo Da QN il Giorno del 20/11/14 Giornata internazionale dei diritti dell'infanzia e dell'adolescenza, studenti in marcia a Milano Il corteo è partito da Porta Venezia e si è concluso in piazza San Fedele, dove il sindaco Giuliano Pisapia ha incontrato i ragazzi: "Una città per i bambini è una città che serve a tutti" Milano, 20 novembre Ogni anno la Giornata internazionale dei diritti dell' infanzia e dell'adolescenza celebra la data del 20 novembre del 1989, giorno in cui a New York l'assemblea generale delle Nazioni Unite approvò la Convenzione internazionale sui diritti dell' infanzia e dell'adolescenza. I 54 articoli della Convenzione possono essere raggruppati in quattro categorie che riguardano il principio di non discriminazione, il superiore interesse del bambino, il diritto a vita, sopravvivenza e sviluppo e l'ascolto delle opinioni del bambino. Ad oggi aderiscono alla Convenzione 193 Stati. Nel giorno dell'anniversario, a Milano si svolge la marcia 'Io e tu' organizzata da Unicef, Arci e Arciragazzi e promossa dal Comune di Milano. Il corteo è partito da porta Venezia e si è diretto verso corso Vittorio Emanuele: prendono parte i ragazzi di circa sessanta classi di scuole elementari e medie di Milano e provincia, ma anche gli assessori Francesco Cappelli, Pierfrancesco Majorino e Chiara Bisconti. La marcia si è conclusa in piazza San Fedele, dove il sindaco Giuliano Pisapia ha incontarto i ragazzi. La marcia si svolge da 15 anni. La presidente del Comitato provinciale di Milano di Unicef Fiammetta Casali ha spiegato: "Agli insegnanti delle classi partecipanti all'inizio di settembre viene offerto un kit didattico per lavorare sui temi della non discriminazione, quindi tutte le classi che sono qui hanno lavorato su questi temi e questa per loro è la conclusione di un percorso sui diritti". Tema specifico dei lavori di quest'anno era quello della disabilità: "Alcune classi hanno esaminato le barriere architettoniche presenti nella loro zona e hanno fatto proposte in un consiglio di zona dei ragazzi. Noi offriamo gli strumenti e poi sono gli insegnanti che a loro discrezione e sensibilità affrontano il tema". "La cosa bella di questa marcia è condividere": lo ha detto il sindaco Giuliano Pisapia, al termine della manifestazione "Io e tu" organizzata da Unicef, Arci e Arciragazzi e promossa dal Comune di Milano, dal palco allestito in piazza san Fedele. "Una città per i bambini è una città che serve a tutti" ha proseguito il primo cittadino rivolto alla platea di bambini, esortandoli però a non dimenticare che oggi "tanti bambini vivono in mezzo alla guerra alla povertà" e chiedendo loro l'impegno di "difendere i vostri diritti ma anche di compiere i vostri doveri". Sul palco con il sindaco sono saliti anche gli assessori Pierfrancesco Majorino, Chiara Bisconti e Francesco Cappelli. 3

4 Da il Secolo XIX.it del Cogoleto, l'appello: «Non vendete la Casa del Popolo» Valentina Bocchino Cogoleto - Simbolo dell oppressione diventato poi quello della Liberazione, la Casa del Popolo di Cogoleto è stata testimone di più di settant anni di storia del paese. Affacciata sul lungomare, ospita l Arci, i principali partiti del centrosinistra e alcune associazioni del paese: ma, denuncia chi ha sempre concepito la casa come un luogo di aggregazione, pare certo che la Fondazione Ds, proprietaria dell immobile, sia intenzionata a vendere. «Ci batteremo affinché non avvenga dice Ferruccio Baratella, da sempre nel centrosinistra cogoletese questa casa è stata acquistata con i soldi e gli sforzi di molti cogoletesi». La storia inizia negli anni 40, quando l edificio di via Parenti venne fatto costruire dall ingegnere Lambert, direttore dell Ilva di Cogoleto, come sua abitazione. Successivamente la casa fu requisita e destinata all esercito tedesco che la utilizzò come officina per la riparazione di armi leggere. Nel 1945 l edificio passò al Comitato di Liberazione Nazionale di Cogoleto, che inaugurò la Casa del Popolo e la mise a disposizione dei partiti politici e delle associazioni democratiche ad uso gratuito. La casa ospitò da subito la Cgil, il Pci, la Dc, il Psi e il custode. Quando cessò il periodo di requisizione, la sinistra cogoletese organizzò sottoscrizioni e feste per pagare l affitto ai Lambert, che però nel 1959 decisero di vendere la casa. «Acquistarla? I soldi erano già stati spesi tutti per l affitto e gli arretrati ricorda Bruno Cristofanini. Poi nel corso di un assemblea del Pci una persona disse che aveva qualche risparmio in banca, e che sarebbe stata disposta a impegnarlo per comprare la casa se la sezione gli avesse restituito i soldi con gli stessi interessi della banca. Anche altri iscritti si convinsero, e i più giovani versarono mensilmente parte del loro salario a fondo perduto per pagare gli interessi. Dopo una settimana, la cifra per comprare la casa era raggiunta». La casa fu ristrutturata con un altra sottoscrizione, ma nel corso degli anni le cose si complicarono: fu fondata una società a nome collettivo, che poi si fuse con un altra società, e così via, fino ad approdare alla Fondazione Ds di Genova. E adesso la Casa del Popolo è in odore di vendita, ma le figure storiche del centrosinistra cogoletese, quelle che l hanno vista nascere, non ci stanno: «Vorremmo che rimanesse l edificio che abbiamo comprato tanti anni fa con i nostri risparmi, ovvero un luogo di aggregazione, non un insieme di appartamenti da vendere» spiega Alcide Fantini. «Io questa casa l ho vissuta fin da quando c erano i tedeschi, sono stato obbligato a lavorare qui e poi l ho vista rinascere racconta Cristofanini mi batterò fino all ultimo per impedire che venga venduta». «Ci opponiamo dal punto di vista politico conclude Baratella e siamo disposti ad aprire una battaglia legale». Da QN Quotidiano.net del 20/11/14 Il grande freddo dell'emilia al voto 4

5 Ministri assenti, il Pd spera in Renzi Andrea Zanchi BOLOGNA SNOBBATA e quasi finita nel dimenticatoio, l'emilia Romagna che va alle urne domenica per scegliere il presidente della Regione tenta un ultimo colpo di reni per accendere una campagna elettorale deludente, sonnacchiosa e piatta, dove l'unico vincitore sicuro sarà il partito del non voto. Lo fa affidandosi ai cosiddetti big' della politica nazionale, quelli che con la loro sola presenza dovrebbero spingere verso i seggi decine di migliaia di elettori stanchi, diffidenti e disillusi, che mai hanno sentito la Regione come un ente davvero vicino ai loro bisogni e alle loro richieste e men che meno possono farlo adesso, quando l'istituzione è nel pieno della bufera giudiziaria che ha travolto 41 consiglieri uscenti indagati dalla Procura di Bologna con l'accusa di peculato e le loro spese fatte con i soldi dei gruppi, cioè pubblici. Senza dimenticare che le elezioni anticipate di domenica sono collegate a un altro caso giudiziario: la condanna in appello nel processo Terremerse di Vasco Errani, lo scorso luglio, e le sue conseguenti dimissioni dopo quindici anni ininterrotti di governo. IL PRIMO incaricato di combattere l'astensionismo l'affluenza, secondo tutte le previsioni, dovrebbe essere intorno al 50% o poco oltre è ovviamente il premier Matteo Renzi, che stasera a Bologna chiuderà la campagna elettorale del candidato del centrosinistra, Stefano Bonaccini, colmando anche il vuoto lasciato dai ministri emiliano romagnoli del Pd, che poco o nulla si sono visti da queste parti per dare slancio alla campagna elettorale. Una fugace apparizione di Poletti nella sua Imola sabato scorso con fischi e contestazioni da parte di decine di lavoratori e qualcuna del sottosegretario Delrio a iniziative nel Reggiano e nel Ferrarese. Poi basta. L'altro ministro emiliano romagnolo, Dario Franceschini, non si è praticamente visto. Si sono spesi di più i ministri centristi, Galletti, Lorenzin, Alfano e Lupi per il candidatodi Ncd e Udc, Alessandro Rondoni. Per Renzi sono già pronte le contestazioni degli antagonisti, i fischi della Lega e un palazzo dello sport strapieno, quello intitolato al grande sindaco comunista della ricostruzione, Giuseppe Dozza ma il Pd in queste ore deve guardarsi dalla sfiducia e dalla disaffezione che ammorbano anche il campo della sinistra storicamente vicina al partito: la Cgil, i pensionati dello Spi e anche l'arci hanno mandato segnali poco rassicuranti sulla fedeltà dei loro iscritti, facendo capire che in tanti alla fine preferiranno restare a casa. Il risultato del centrosinistra, e del Pd in particolare, che uscirà dalle urne domenica sera sarà un test anche per il premier. Intanto ieri sera, al confronto su SkyTg24, Bonaccini ha ottenuto una prima, simbolica, vittoria sugli altri candidati. Ciò nonostante il televoto, a fine trasmissione, abbia promosso la cinquestelle Gibertoni. CHI intanto va avanti come un carrarmato è la Lega, con Matteo Salvini (domani di nuovo a Bologna), che ha puntato tutto su queste elezioni per rivendicare, a livello nazionale, la supremazia del Carroccio dentro il centrodestra. Per ora, sulla via Emilia, è riuscito a ottenere il candidato governatore, Alan Fabbri, a discapito di una Forza Italia sempre più anonima, ed è sicuro di ottenere anche il risultato più importante, politicamente parlando: ossia scavalcare gli alleati nel voto di lista. E magari superare anche il Movimento 5 Stelle, che in Emilia Romagna ha conosciuto i primi successi e che ora sembra destinato a fare i conti con un duro arretramento. Alla campagna della candidata Giulia Gibertoni non ha poi giovato l'assenza di Beppe Grillo, di solito in prima fila nel sostenere i candidati pentastellati in giro per l'italia e che stavolta, invece, da queste parti ha dato forfait. 5

6 Da il Resto del Carlino del 20/11/14 IL PRESIDENTE STEFANO BRUGNARA Arci si smarca: «ll Pd non ci dia per scontati, ora siamo davvero molto distanti>> di SAVERIO MIGLIARI NON SARÀ la stampella del Pd, tantomeno di questo nuovo partito renziano. Dopo il 'niet' della Cgil, che non alzerà il telefono per portare la gente a votare, arriva anche la presa di posizione dell'arci, storica associazione di sinistra legata da sempre al partito. Le parole del suo presidente bolognese, Stefano Brugnara, suonano come un 'c'eravamo tanto amati', ma ora la distanza è abissale. Le 60mila tessere dei circoli sono sempre state una miniera d'oro per il Pci, Pds, Ds e ora Pd. Ma anche a livello nazionale la frattura tra l'associazione giovanile e il partito è profondissima Brugnara, innanzitutto una domanda: andrà a sentire Renzi? «No, non credo proprio. Non ci andrò. Tra l'altro forse ho anche un'iniziativa in contemporanea. Ma comunque non ci andrò». Tempo fa il presidente dell Arci sarebbe andato a sentire il segretario del Pd «In altri tempi è plausibile, compatibilmente con le altre attività da fare». Cosa è cambiato? «E' un discorso molto lungo. Fondamentalmente c'è stato un mutamento forte nel principio di rappresentanza». E questo ha cambiato anche i rapporti tra Arci e Pd? <<L'Arci va verso i 60 anni di vita ed è mutata molto. Anche in passato non sono mancati i momenti di dialettica costruttiva col principale partito di centrosinistra. Ma ora noto che si tende a dare per scontato che tra Arci e partito ci sia una relazione automatica: oggi non è affatto così». Lo dice perché ne avete parlato? «Sì, molto. Abbiamo avuto parecchie discussioni al nostro interno e il fatto che abbiamo deciso di partecipare alla manifestazione della Cgil contro le scelte del Governo vorrà dire pur qualcosa». Insomma, non siete proprio d'accordo con il partito. <<La discussione fa bene alla sinistra. E' vero, oggi in particolar modo. Ci siamo sentiti dire che il nostro mondo è naturalmente attratto dal Pd, ma non è più vero». Lei andrà alle urne domenica? <<Certamente, ci andrò. E l'unico appello che posso fare a tutti è di andare. La tendenza al non voto è sbagliatissima e pericolosissima, soprattutto ora, con le recrudescenze violente e razziste di una certa destra. Mi riferisco in particolare alla Lega Nord di Matteo Salvini». E chi voterà? << Il modo più immediato per arginare tutto questo è votare la coalizione di centrosinistra. Questo è quello che farò certamente. Sul fatto che voti il Pd, be' questo non è affatto scontato..». E come mai? «Perché arriviamo a questo appuntamento elettorale con una distanza maggiore del passato». Quindi lei cosa consiglia ai propri associati? «Innanzitutto di andare a votare. Dopodiché credo che sarebbe sbagliato non considerare le differenze che esistono oggi rispetto al Pd. E comunque sia, noi dell'arci non abbiamo mai dato indicazioni di voto, sarebbe stupido da parte nostra». 6

7 In cosa ha sbagliato il Pd per non meritarsi il vostro sostegno? «Vede, ciò che spesso non capiscono è che devono convincerci se vogliono il nostro voto». Lei che parla con gli associati, che idea si è fatto sulle loro intenzioni? «Non posso certo dire cosa voteranno. Ma percepisco chiaramente una pericolosa tendenza al non-voto che non avevo mai visto in passato». Brugnara, lei ha la tessera del Pd? «No». Ce l'aveva? <<Sì, l'ultima è stata quella del 2013.Poi da quest'anno ho deciso di non farla». Come mai? «Credo che il mio impegno politico lo possa esprimere meglio solo con l'arci. Che io non viva un particolare idillio con il Pd attuale non è un mistero d'altronde». Da News Tuscia del 19/11/14 LIBRIMMAGINARI 2014 A VITERBO (NewTuscia) - VITERBO - Dal 19 Novembre all 8 Dicembre ritorna Librimmaginari, festival di promozione del libro illustrato organizzato da Arci Viterbo. La quarta edizione di Librimmaginari, dal titolo Avventure dello sguardo, presenta una serie di produzioni culturali che riflettono, da diverse prospettive, sul tema del viaggio. Il programma di mostre prevede una selezione di alcuni tra i più interessanti autori dell illustrazione italiana e delle novità editoriali della narrativa per bambini e ragazzi di qualità. Librimmaginari parte il 19 Novembre con una serie di anteprime letterarie e musicali nei circoli Arci del centro storico di Viterbo con Valerio Bindi del festival Crack, il collettivo Wu ming con l Armata dei Sonnambuli e il musicista Trees of mint per un concerto all improvviso. Il 29 Novembre al Padiglione Chiarini- Carletti, a La Quercia di Viterbo, si inaugurerà la doppia personale di Rita Petruccioli e Simone Rea, che presentano rispettivamente L Orlando furioso e innamorato e L uomo dei palloncini. Parte centrale del festival è un convegno promosso da Arci Nazionale sulle buone prassi di promozione della lettura in Italia e Francia. Partecipano, tra gli altri, Giovanni Solimine, presidente del Forum per il Libro e per la lettura e autore del libro Senza sapere, il costo dell ignoranza in Italia. Dal 3 all 8 Dicembre Librimmaginari presenta, inoltre, una serie di letture e presentazioni di libri per bambini e ragazzi. Avventure dello sguardo è un'indagine sul paesaggio che cambia sotto i nostri occhi e, contemporaneamente, sul nostro sguardo che cambia attraverso il tempo e l'esperienza. Un percorso di iniziative letterarie e artistiche che si articola in diversi spazi della provincia di Viterbo ospitando narrazioni immaginifiche, viaggi da fermo, circumnavigazioni della memoria. Il festival, promosso da Arci Viterbo e Arci nazionale, è totalmente autofinanziato e curato da Marco Trulli e Marcella Brancaforte. 7

8 Da la Stampa.it del 19/11/14 EVENTI C'E' LA FIERA DI SANTA CECILIA Fiera di San Cecilia, organizzata dal Comune, nelle vie e nelle piazze del centro storico e nell'area mercatale. Per l'intera giornata si svolge il grande mercato ambulante, affiancato da tante iniziative proposte dalle associazioni locali. In via Matteotti esposizione artigianale a cura del Circolo Endas ed esposizione dei lavori del corso di pittura "Pennelli Verdi" di Carmelo Costa in via Matteotti; dalle 15 alle 18, nel Museo "Giovanni Cena", esposizione delle opere della giovanissima artista locale Jasmin Amarsil; in Santa Marta espone la pittrice di origini montanaresi Lilia Frola (a cura degli Amici del Castello), mentre La rosa dei 21 allestisce, al primo piano del Palazzo comunale, la personale fotografica di Virginia Boscolo. Immobiliare di Montanaro e Circolo Arci rievocano con una rassegna di immagini, nei locali di via Battisti 25, l'alluvione di 20 anni fa. Nella ex scuola "Bertini" sono esposti minerali e fossili del Gruppo Mineralogico Basso Canavese; in Ca' Mescarlin l'associazione Greta e la Nuvola propone la mostra fotografica "Scatt... abili". In centro sono dislocati gli stand di Cri, Fidas, scuole statali e paritarie elementari, materne e medie del paese, Gruppo missionario "Monsignor Luigi Fontana", Lilt onlus, Gruppo Scout di Chivasso Cngei, Associazione Nazionale Partigiani Italiani, Associazione Santa Croce Montanaro. Vendita all'incanto, dalle 15 alle 16 in via Matteotti, a cura del gruppo missionario; visite guidate ai monumenti del complesso abbaziale di Fruttuaria e al Museo "Cena". Nel pomeriggio concerto itinerante della Banda musicale montanarese. Come sempre ampia e variegata è la proposta di "Bimbinfiera", all'11 edizione. Dalle 9, in piazza Massa, laboratorio creativo organizzato dall'asilo nido "Teresa Noce". Lungo le vie animazione con i truccabimbi, lo spettacolo itinerante di trampoli, giocoleria, clownerie, mangiafuoco, palloncini; dalle 14,30 in via Matteotti è al lavoro un caricaturista. Alle 14,45, all'oratorio parrocchiale, spettacolo "Incanti! Storie di libri e altre magie" con Marco Sereno e la sua compagnia. In biblioteca, alle 10,30, Faber Teater presenta lo spettacololaboratorio "Storie di animali speciali"; dalle 15,30 consegna di un libro-dono ai nuovi montanaresi nati nel Degustazioni di piatti tipici in piazza e pranzi a tema nei ristoranti locali. 8

9 ESTERI del 20/11/14, pag. 9 Madrid riconosce la Palestina e chiama l Europa Giuseppe Grosso MADRID Spagna. Rajoy avrebbe ceduto alle pressioni israeliane per evitare un gesto unilaterale, ma il voto del parlamento resta un traguardo storico Dopo gli importanti segnali giunti nelle scorse settimane da Svezia e Regno Unito, anche la Spagna ha mosso un grande passo avanti verso il riconoscimento dello Stato palestinese, proprio nel giorno in cui Israele piangeva i sei morti dell attentato alla sinagoga di Gerusalemme. Per una volta, maggioranza e opposizione hanno raggiunto un accordo quasi unanime ratificando nella sessione parlamentare di martedì una storica risoluzione, voluta da Partito socialista, che «sprona il governo al riconoscimento dello stato palestinese». Non è quindi un vero e proprio riconoscimento ufficiale: il voto ha sancito piuttosto una dichiarazione d intenti che, pur senza effetto di legge, ha un importantissimo significato politico, tanto più se si considera la nefasta coincidenza con i fatti di sangue di Gerusalemme. Prova ne è anche il fatto che alla votazione hanno assistito sia il rappresentante dell Autorità palestinese Amer Odeh (foto reuters), sia il ministro degli esteri spagnolo Manuel García-Margallo, intervenuto per esprimere la «speranza che la storica sessione possa fluidificare il processo di negoziazione che langue da molti anni». Il testo, approvato con 319 voti favorevoli, due contrari (tra le fila del Partido popular) e un astensione, è stato il risultato di una lunga negoziazione: in cambio del consenso del Pp (che ha maggioranza assoluta in Parlamento), alcune importanti richieste sono state omesse dal testo definitivo: Izquierda unida e il Grupo mixto, ad esempio, hanno rinunciato ad imporre l indicazione di una data (la fine dell attuale legislatura) per l ufficializzazione del riconoscimento e l avvio di una trattativa per la restituzione dei territori occupati. Sotto il velo dell unanimità si nasconde un prevedibile gioco di contrappesi e di concessioni: «Mi rendo ha dichiarato Trinidad Jiménez, ex ministro degli Esteri sotto il governo Zapatero e portavoce socialista nelle negoziazioni che il testo si spinge troppo in là per alcuni, mentre per altri è insufficiente. Però ha il valore aggiunto del consenso». Jiménez ha poi cercato di stroncare sul nascere eventuali polemiche e strumentalizzazioni politiche precisando che la risoluzione «non vuole favorire né osteggiare nessuna della parti». L ambasciata israeliana, tuttavia, ha espresso perplessità sulla risoluzione, richiamando l attenzione sui possibili rischi che essa comporterebbe. Un messaggio di disapprovazione lanciato nonostante le concessioni di Rajoy, che, stando a quanto riferisce El País, avrebbe ceduto alle pressioni della rappresentanza diplomatica israeliana, chiedendo direttamente la soppressione di un paragrafo, che avrebbe fatto storcere il naso a Netanyahu in persona. Poche righe, che avrebbero però dato via libera ad un azione unilaterale della Spagna, estromettendo Israele da un eventuale decisione sul riconoscimento definitivo della Palestina: «Se la negoziazione si rivela impossibile o viene ritardata in maniera ingiustificata, il riconoscimento dello stato palestinese sarà la maniera di portare avanti la causa della pace». Così recitava la prima versione del testo, resa alla fine più innocua e molto meno indigesta per Netanyahu: «il governo si legge nella 9

10 stesura definitiva si impegna a intraprendere azioni in coordinazione con la comunità internazionale e in particolare con l Unione europea, tenendo in considerazione i legittimi interessi, le preoccupazioni e le aspirazioni dello Stato di Israele». Un cambio sostanziale dietro al quale, però, non ci sarebbe la mano di Rajoy, per il ministro degli Esteri spagnolo. García-Margallo ha giustificato i ritocchi riferendosi a quanto emerso nell incontro dello scorso lunedì con i suoi omologhi europei: «Se l obiettivo è quello di accordare con gli altri paesi membri il riconoscimento della Palestina, non ha senso che ogni singolo Stato imponga le proprie condizioni, né che la Spagna decida autonomamente quando la negoziazione è impossibile si ritardi in maniera ingiustificata». Stando così le cose, sembrerebbe che l efficacia pratica della risoluzione almeno sul breve termine sia abbastanza limitata. Il che non toglie che la Spagna abbia tagliato un traguardo storico sulla via verso il riconoscimento della Palestina. del 20/11/14, pag. 16 La risposta di Israele dopo l attacco alla sinagoga Ma persino i Servizi temono ritorsioni Rafforzati i controlli nelle fermate dei bus Check-point e soldati ecco il nuovo Muro Netanyahu fa distruggere le case degli attentatori FABIO SCUTO DAL NOSTRO CORRISPONDENTE GERUSALEMME. La mano dura contro il terrorismo palestinese promessa dal premier Benjamin Netanyahu è la dinamite che ha distrutto la casa di uno dei lupi solitari assassini e sono gli agenti e soldati che dall alba hanno preso posizione all ingresso e all uscita di tutti i quartieri arabi della Città Santa. In attesa di check-point veri e propri, ci sono le auto e i blindati della polizia di frontiera. Per Silwan, Jaber Mukaber, Issawya, Shuafat dove da mesi si consumano scontri fra polizia e giovani palestinesi passa adesso una nuova linea di demarcazione. È un altro Muro che separa la città in due zone distinte. Nella parte israeliana si sono moltiplicati gli agenti davanti alle sinagoghe, alle scuole, agli uffici pubblici, alle zone di interesse turistico e religioso. Militari armati sorvegliano le fermate dei bus e dei tram. Nella Città vecchia ieri mattina c erano più divise che passanti. Gerusalemme si blinda nel tentativo di arginare questa ondata di terrore perché il nemico è interno: i lupi solitari che hanno colpito nelle ultime settimane non venivano dai Territori occupati di là dal Muro ma erano tutti residenti nella Città Santa, e quindi liberi di muoversi nell area urbana senza restrizioni. E come aveva promesso Netanyahu sono riprese dopo essere state sospese per anni le demolizioni delle case dei terroristi che hanno compiuto attacchi. Ieri notte gli artificieri dell esercito hanno fatto esplodere a Silwan la casa del killer che lo scorso 22 ottobre a bordo di un auto tentò una strage alla fermata del tram investendo i passeggeri in attesa. Un esplosione «controllata», perché l appartamento era al secondo piano di uno stabile. Le famiglie di altri tre attentatori hanno già ricevuto l avviso del ministero degli Interni che presto saranno distrutte anche le loro abitazioni. Sull efficacia di questa misura ci sono voci diverse anche negli apparati di sicurezza: c è chi è convinto della deterrenza di questa decisione e chi invece come il procuratore 10

11 generale Yehuda Weinstein già dubbioso sulla sua legalità pensa che invece possa innescare reazioni ancora più violente. Indicando i poliziotti armati che controllano auto e pedoni all uscita di Silwan, Imram Abu al Hawa, un palestinese autista degli autobus pubblici in città, inveisce e si arrabbia. «Loro (gli agenti) chiedono: Hai coltello? Porti armi? Dove vai? Quanti siete a casa? I tuoi figli stanno con Hamas? E poi ti perquisiscono in mezzo alla strada. Lavoro da vent anni per loro e adesso pensano che io sia diventato un pericolo». I controlli sono effettivamente piuttosto bruschi e stringenti, e l insofferenza e la frustrazione monta rapidamente tra la popolazione palestinese della Città santa. I movimenti che hanno guidato negli anni passati le violenze e gli attentati nella Cisgiordania occupata sono adesso del tutto assenti a Gerusalemme, indeboliti da due decenni di attività anti-terrorismo. I nuovi killer sono invece lupi solitari senza legami con movimenti islamisti. Non lasciano messaggi come facevano i kamikaze durante al Seconda Intifada non animano i social network arabi con le loro farneticazioni. Vengono dal nulla e tornano nel nulla. Per questo sono l incubo di Yoram Cohen, il capo dello Shin Bet il servizio segreto interno di Israele. Per due decenni i suoi uomini si sono infiltrati in cellule e movimenti estremisti ma adesso questo tipo di intelligence non è più efficace. Il lupo solitario è tra i 300 mila palestinesi di Gerusalemme e non tra i suoi fratelli della Cisgiordania. I crescenti timori per la sicurezza hanno spinto le autorità di sicurezza ad annunciare che presto ci sarà una app per gli smartphone, un panic button per permettere ai civili di allertare la polizia, un sistema simile a quello usato la scorsa estate durante la guerra di Gaza per allertare la popolazione su dove sarebbero caduti i missili di Hamas una volta individuata la loro traiettoria. «L applicazione potrebbe includere anche gli avvisi per gli attentati, infiltrazioni terroristiche e rapimenti», spiega il responsabile del progetto, il tenente- colonnello Levi Itach dell Homefront Command, «non c è bisogno di parlare, basterà toccare l icona dell app per scattare l allarme». Mentre vengono annunciare la costruzione di nuove 78 unità abitative all interno della Linea verde, alcuni politici stanno iniziando invece a rivedere l idea della Grande Gerusalemme, che dopo la guerra del 1967 ha visto raddoppiare l area della sua municipalità. «Jabel Mukaber (il quartiere dei due giovani killer della sinagoga) non è parte di Israele e non deve essere parte di Israele», spiega l ex leader dei laburisti Shelly Yachimovich, «è un villaggio arabo che abbiamo trasformato in un quartiere di Gerusalemme dando loro le nostre carte di identità, ci odiano e festeggiano ogni volta se viene versato sangue israeliano». Ieri nella sinagoga Kehilat Bnei Torah, teatro della strage di martedì, sono ripresi i riti religiosi dopo una preghiera comune inter-confessionale. Nei quartieri arabi adesso sono in molti a far notare che il quartiere di Har Nof è costruito sul sito del vecchio villaggio palestinese di Deir Yassin, dove nel 1948 si consumò per opera dei terroristi ebrei dell Irgun una strage di civili. Come se un massacro potesse in qualche modo giustificarne un altro. del 20/11/14, pag. 8 In Egitto stampa sotto tiro. E Morsi rischia la forca Giuseppe Acconcia La stretta di Sisi. Alain Gresh nel mirino per le critiche al regime 11

12 Mohammed Morsi, l ex presidente egiziano in carcere dopo il golpe militare del 3 luglio 2013, rischia la pena di morte. È la richiesta della procura generale egiziana nel processo in cui il leader dei Fratelli musulmani, tenuto per mesi in isolamento, è accusato di spionaggio in favore di Hamas e Hezbollah. Nel corso dell udienza di ieri in aula, Morsi ha chiesto alle guardie carta, penna e una copia della Costituzione del 2012, cancellata dalla Carta voluta dai militari e approvata nel gennaio di quest anno con scarsa partecipazione elettorale. L accusa ha direttamente tirato in ballo uno degli episodi più oscuri della recente storia egiziana, quando nel giugno del 2012, nel pieno dello scontro elettorale per le presidenziali tra Morsi e il nazionalista Ahmed Shafiq, l esercito minacciava l arresto immediato dei leader dei Fratelli musulmani anziché riconoscerne la vittoria. Secondo i pm, la confraternita sarebbe stata pronta a dichiarare il Sinai «Emirato islamico» se Shafiq fosse stato dichiarato vincitore. Le accuse di connivenza con i jihadisti del Sinai sono state avanzate nei confronti della Fratellanza anche subito dopo il golpe del 2013, in verità dagli anni Ottanta gli islamisti moderati hanno abbandonato il ricorso alla violenza. Ma proprio il Sinai, dove è stato imposto lo stato di emergenza e il coprifuoco dopo i recenti attentati costati la vita a 33 soldati, continua ad essere dilaniato dalle violenze. La scorsa settimana un attacco ad una motovedetta della marina militare egiziana ha causato la morte di 17 tra soldati e ufficiali nel porto di Damietta. Questi episodi, sospettosamente concomitanti alla scadenza per le elezioni parlamentari inizialmente previste entro il mese di novembre, hanno permesso ancora una volta a Sisi di estendere i poteri presidenziali, incluso un rinnovato ricorso a processi militari per i civili. Questo conferma l efferatezza del nuovo regime militare che non ricerca nessuna legittimità elettorale sostanziale. Tant è vero che le elezioni parlamentari sono state di conseguenza spostate sine die, forse all inizio del prossimo anno. Eppure, nonostante l imposizione di una zona cuscinetto con la Striscia di Gaza e la demolizione di migliaia di abitazioni a Rafah, la violenza nel Sinai non si è di certo placata neppure in seguito alle nuove misure di emergenza. E così dieci civili sono stati uccisi nella notte tra martedì e mercoledì, tra loro sette beduini del villaggio di Negah Shabana. Non solo, si aggravano i limiti imposti alla stampa in Egitto, per questo 400 giornalisti non allineati hanno firmato una dichiarazione di intenti in cui assicurano di non voler riferire le ricostruzioni ufficiali in caso di manifestazioni e uso della violenza. Secondo questi giornalisti, chiunque in questo momento in Egitto non riproduca la versione ufficiale viene tacciato paradossalmente di affiliazione a gruppi terroristici. A conferma dei limiti imposti alla stampa un episodio davvero incredibile ha coinvolto il direttore de Le monde diplomatique, Alain Gresh, di origini egiziane e in visita al Cairo. Il noto giornalista è stato trattenuto per alcune ore dalla polizia dopo essere stato denunciato da una donna che aveva ascoltato le sue critiche al regime di Sisi. L ex generale, che sarà in visita a Roma e poi in altre capitali europee a partire dal 24 novembre prossimo, dopo le ripetute richieste di liberare i giornalisti di Al Jazeera condannati a sette anni di reclusione, ha assunto il potere di estradizione di detenuti stranieri, questo potrebbe presto risolvere il caso del giornalista australiano Peter Greste, detenuto da un anno e mezzo nelle carceri egiziane. Infine, a pochi giorni dal terzo anniversario degli scontri di via Mohammed Mahmud del 28 novembre prossimo, che segnarono lo scollamento tra piazza e islamisti moderati, l attivista operaia Mahiennour el-massry, più volte intervistata dal manifesto, è stata arrestata insieme al suo avvocato Mohammed Ramadan: non si conoscono ancora le accuse. La polizia di Alessandria avrebbe arrestato altre decine di manifestanti che si preparavano per ricordare l importante anniversario. Il ministro dell Interno, Mohammed Ibrahim ha assicurato che in caso di manifestazioni cruente, la polizia non esiterà a usare munizioni. 12

13 del 20/11/14, pag. 8 Il senato Usa lascia mani libere all Nsa ma blocca la Keystone Pipeline Luca Celada Veti incrociati. Smacco per Obama dopo il Datagate. Ma i democratici bloccano per un voto il raddoppio del super-oleodotto dal Canada al Texasw Il Senato Usa ha bloccato ieri la riforma della National Security Agency, cuore dello scandalo Datagate. La misura, «U.S.A. Freedom Act», prevedeva la fine della raccolta automatica di dati dalle chiamate telefoniche degli americani. La scoperta che il governo dal 2001 in poi raccoglie i dati delle telefonate dei cittadini americani era stata una delle rivelazioni più importanti di Edward Snowden, l ex dipendente Nsa e fonte del Datagate. Così la riforma non ha superato il voto procedurale non incassando i 60 voti necessari per l avvio del dibattito ma solo 58 sì. A votare no quasi tutti i repubblicani, contrari ad una revisione profonda dei poteri della Nsa. Un rinvio al prossimo anno del dibattito sulla riforma e di fatto un rischio per la sopravvivenza della riforma: sono infatti le ultime settimane in cui i democratici hanno il controllo del Senato, dopo la vittoria elettorale repubblicana di midterm il 4 novembre. Da gennaio infatti il Grand Old Party avrà il controllo dell intero Congresso. Patrick Leahy, il democratico che fino a fine mese guiderà la commissione giustizia della Camera, e che è uno dei firmatari della riforma, ha comunque dichiarato che non esclude il tentativo di un nuovo passaggio in aula nelle prossime settimane. Il leader dei repubblicani al Senato, Mitch McConnell, ha bocciato la riforma voluta da Obama dichiarando: «Questo è il momento peggiore per legarci le mani dietro la schiena». E, tanto per chiarire lo scontro che si profila anche intestino ai due schieramenti poco prima il senato americano aveva deciso, 59 voti a 41, di non dare l autorizzazione al super oleodotto Keystone progettato per trasportare petrolio dai giacimenti canadesi al Golfo del Messico. Quella sul Keystone Pipeline è una battaglia che si trascina sin dal primo mandato Obama e un cavallo di battaglia dei repubblicani che spingono per la costruzione nel nome dell «indipendenza energetica». Per il movimento ambientalista la conduttura lunga 3500 km della capienza di barili di greggio al giorno che attraverserebbe reserve naturali, zone protette e passerebbe sopra all Ogalalla aquifer, una delle maggiori falde freatiche del Nordamerica, è emblematica delle grandi opere ad alto rischio ambientale e perdipiù una sovvenzione pubblica al settore privato. L opposizione ha generato un alleanza fra allevatori degli stati del nord e diverse tribù le cui reserve verrebbero attraversate dall oleodotto. La scorsa settimana i Sioux del South Dakota hanno dichiarato che considererebbero la costruzione sulle proprie terre un «atto di guerra». Neil Young e Willy Nelson hanno organizzato un concerto a favore della loro causa. Obama, che ufficialmente non ha preso posizione, ha di recente prolungato indefinitamente lo studio di fattibilità che da anni si protrae senza una raccomandazione finale e ha comunque rilevato che l oleodotto favorirebbe soprattutto il Canada. Naturalmente male non farebbe neanche alle raffinerie del Texas, terminale ultimo della pipeline, dove il greggio verrebbe elaborato ed eventualmente, ora che gli Usa sono un esportatore netto di energia, imbarcato per il mercato internazionale. Nello stesso partito di 13

14 Obama c è così una fazione «possibilista» che in privato considera che fra i molteplici contenziosi che si profilano fra il presidente e i repubblicani nel futuro, il completamento del Keystone potrebbe costituire oggetto di possibile compromesso. Nella votazione l approvazione in effetti è mancata per un soffio grazie al «tradimento» di 14 franchi tiratori democratici che hanno votato a favore mancando la maggioranza di 60 voti per una sola preferenza. Perché? C entra molto una poltrona del senato quella appartenente a Mary Landrieu, rampolla di una dinastia politica della Louisiana impegnata in una problematica rielezione. Le «sette sorelle» sono padrone del Golfo e, come il confinante Texas, la Louisiana è uno stato petrolifero che si troverebbe al terminale dell oleodotto. Perfino dopo il disastro Deepwater costato il lavoro a decine di migliaia di pescatori, la lobby petrolifera è potentissima, e genera più di posti di lavoro. Nel midterm di due settimane fa Landrieu ha ottenuto il 42% dei voti in una corsa a tre ma deve ora affrontare un ballottaggio che la vede fortemente sfavorita verso il repubblicano Bill Cassidy. La sua sconfitta rappresenterebbe l ulteriore consolidamento della maggioranza dei repubblicani che conquisterebbero il 54mo seggio. Così si spiega che sia stata proprio lei a mettere all ordine del giorno la votazione sul Keystone sperando di poter portare a casa una vittoria «petrolifera» alla vigilia delle elezioni. La realtà è che è un contenzioso simbolico. Intanto un oleodotto esiste già (anche se meno capiente) e la proposta sarebbe in pratica un raddoppiamento. In fondo il danno arrecato all ambiente dall oleodotto stesso è probabilmente minore di quello dei tanti pozzi di fracking spuntati come funghi in tutta America. Certo simbolicamente, nell ottica della rinnovata politica pro-clima e pro-economia verde, l oleodotto sarebbe un segnale forte nella direzione sbagliata un adesione all economia degli idrocarburi, nato perdipiù per trasportare greggio proveniente dalle sabbie bituminose dell Alberta che richiede quindi un estrazione con solventi altamente nocivi e che produce emissioni più alte del 12% di quello tradizionale. del 20/11/14, pag. 19 La sfida di Obama al Congresso Cambio le regole dell immigrazione FEDERICO RAMPINI Le condizioni che Obama annuncerà per la regolarizzazione degli immigrati senza documenti sono semplici: in generale sarà sufficiente aver vissuto per cinque anni negli Stati Uniti senza avere commesso alcun reato. È un dispositivo simile a quello che lo stesso Obama ha già adottato di recente per i minorenni, arrivati qui da piccoli, cresciuti come degli americani e tuttavia sprovvisti di un permesso legale di residenza. Secondo gli esperti legali consultati dalla Msnbc, la strategia legale usata da Obama si basa sul precedente che consentì a John Lennon di far revocare l ordine di espulsione lanciato contro di lui da Richard Nixon. È un operazione di buonsenso, che Obama giustificherà così: «Si tratta delle stesse persone con cui conviviamo da anni. Lavorano a fianco a noi, nei ristoranti e negli alberghi, preparano da mangiare o fanno le pulizie o puliscono i giardini. Rispettano la legge, lavorano sodo. È ora che escano dalla paura, escano dalla penombra, possano esercitare dei diritti, e anche pagare tutte le tasse sui redditi non più sommersi». Ma quest operazione di buonsenso è una bomba politica. Per i repubblicani è «la parola che comincia con la A», quasi un oscenità, un termine che scatena passioni infuocate. 14

15 Amnistia. La corrente xenofoba in seno alla destra è cresciuta negli ultimi anni, in parallelo con l avanzata del Tea Party. Questo movimento populista, anti-stato e anti-tasse, ha un connotato razziale evidente: per il 99% è fatto di bianchi. E per lo più maschi, anziani, residenti nell America profonda ben lontana dalle metropoli costiere e multietniche; oppure negli Stati del Sud che sono al tempo stesso gli eredi del segregazionismo, nonché Stati di frontiera esposti all arrivo di nuove ondate di immigrati dal Messico. L influenza crescente del Tea Party ha spostato gli equilibri del partito repubblicano in favore degli oltranzisti, xenofobi, che rifiutano qualunque tipo di regolarizzazione. Gli immigrati non in regola sono 11 milioni. Non tutti dunque potranno godere della sanatoria di Obama. La sfida del presidente consiste in questo: decide di fare da solo, usando in pieno le prerogative dell esecutivo, proprio quando il Congresso gli diventa più ostile che mai. Mancano solo 40 giorni all insediamento del nuovo Congresso, figlio dell elezione di midterm, dove i repubblicani controlleranno sia la Camera che il Senato. Si aprirà una guerra permanente fra potere esecutivo e legislativo, destinata a segnare l ultimo biennio di presidenza Obama. Se guerra deve essere, tanto vale essere il primo ad aprire il fuoco: questo il calcolo di Obama. Che ha scelto con cura il terreno della prima battaglia. Il presidente e gran parte della leadership democratica, sono convinti che la deriva xenofoba costerà cara al partito repubblicano. Già nelle ultime elezioni presidenziali quelle che attirano l affluenza maggiore alle urne si è visto il ruolo decisivo delle minoranze etniche. Gli immigrati undocumented, senza permessi di soggiorno (qui la parola clandestini è considerata ingiusta e messa al bando), ovviamente non votano. Ma molti di loro hanno fratelli, cugini, zii, amici o colleghi che la cittadinanza l hanno ottenuta, in un paese dove bastano cinque anni di Green Card per ottenere quasi automaticamente la naturalizzazione. E questi votano compatti a favore di chi sta dalla loro parte. Una destra che si aliena gli ispanici e gli asiatici, farà molta fatica a riconquistare la Casa Bianca nel Nella battaglia di Obama c è una dimensione etica: è convinto di fare la cosa giusta, e sull immigrazione vuole lasciare un eredità storica al Paese. C è anche un calcolo strategico, per lanciare la riscossa democratica alle urne. La guerra coi repubblicani sarà comunque senza quartiere. L altroieri gli hanno bocciato la riforma dell intelligence. Obama aveva proposto regole nuove per limitare i poteri di spionaggio della National Security Agency, il Grande Fratello le cui intercettazioni sono state esposte da Edward Snowden. «Con il terrorismo islamico che rialza la testa, non è il momento d indebolire i nostri servizi segreti», ha ribattuto il repubblicano Mitch McConnell, che sarà il nuovo leader di maggioranza al Senato. del 20/11/14, pag. 19 Anonymous toglie i cappucci agli adepti del Ku Klux Klan Diffusi i nomi dei razzisti alla vigilia della sentenza di Ferguson WASHINGTON I cyber guerrieri mascherati contro i razzisti con il cappuccio. Anonymous contro il Ku Klux Klan. Una battaglia sul web attorno a quella che si potrebbe accendere nelle vie di Ferguson, Missouri. I militanti hacker hanno smascherato le identità di molti adepti xenofobi ed hanno postato su Internet le informazioni sulla loro vita privata. Nomi, familiari, figli, indirizzi, professione, contatti. In alcuni casi hanno anche assunto il controllo degli account Twitter o lasciato foto per ridicolizzare gli avversari. Un attacco profondo in vista della decisione del Gran Giurì 15

16 su Darren Wilson, il poliziotto che uccise in agosto un ragazzo afro-americano nel sobborgo di St Louis. Gli attivisti di Anonymous si sono presentati sul web con un messaggio: «Non perdoniamo, non dimentichiamo. Ku Klux Klan, preparati che arriviamo». E poi hanno lanciato l assalto cercando di dare nome e cognome ai loro avversari. I razzisti hanno risposto: «Leggiamo divertiti le vostre minacce. Pensavamo che voi foste per la libertà di espressione. Ma siete solo dei codardi». Controreplica: «Non vi attacchiamo per quello in cui credete ma per quanto volete fare contro chi protesta a Ferguson... Siete un gruppo terrorista, avete le mani sporche di sangue». Gli hacker hanno presentato la loro azione come una rappresaglia. Qualche giorno fa gli incappucciati avevano annunciato il ricorso alla forza nei confronti dei manifestanti di Ferguson. La sortita del Ku Klux Klan è stata seguita da un altra non meno preoccupante. Un organizzazione, definitasi «Resistenza militante», ha offerto 5 mila dollari a chi svelerà il luogo segreto dove vive l agente Wilson, una richiesta legata ad una possibile ritorsione. Dunque, nulla di buono in una zona dove la tensione cresce di ora in ora. L incursione di Anonymous è certamente ad effetto, toglie letteralmente la maschera agli estremisti «in bianco». Ma è davvero efficace? Alcuni esperti dubitano e sostengono che ai membri del KKK in realtà importi poco di mantenere segreta l identità. Il cappuccio è solo un simbolo e molti non nascondono la loro appartenenza. Forse solo chi abita in zone razziali miste o svolge un lavoro insieme ad altri potrebbe avere qualche problema. Un rilievo diverso arriva invece da Mark Potok, esponente dello SPLC, il noto istituto che conduce ricerca su formazioni estremiste e xenofobe. A suo giudizio i figli dei membri del KKK dovrebbero essere lasciati fuori dalla contesa, non c entrano nulla con le scelte dei padri. L esperto poi aggiunge che il movimento non è compatto e spesso è più impegnato nelle diatribe interne che lo distolgono dalle vere campagne. Quando dicono di voler usare la «forza letale» a Ferguson è perché cercano di recuperare terreno proponendosi come i paladini dei bianchi. La minaccia non va sottovalutata ma neppure ingigantita. Ora molti si attendono eventuali contromosse da parte degli ultrà di destra. Qualche colpo che catturi l attenzione e contrasti Anonymous. Una partita infinita su Internet, il fronte senza confini. Guido Olimpio 16

17 INTERNI del 20/11/14, pag. 6 Serve la norma transitoria Si complica il caso Italicum Andrea Fabozzi C è il problema di una nuova legge elettorale valida solo per la camera: è l Italicum riveduto e corretto ora in prima commissione al senato. Si fonda sulla scommessa che presto sarà approvata la riforma costituzionale e di camera elettiva ne rimarrà solo una. Ma nel frattempo? Martedì la presidente e relatrice Anna Finocchiaro così rispondeva ai tanti dubbi: «Una legge elettorale per il senato c è, quella che residua dalla sentenza della Corte costituzionale». Il cosiddetto Consultellum, proporzionale con soglie di sbarramento e preferenza. La certezza è durata appena 24 ore. Ieri in commissione è arrivato per un audizione Gaetano Silvestri, presidente della Consulta al tempo della famosa sentenza di gennaio che ha abbattuto il Porcellum. La sua «interpretazione autentica» ha costretto Finocchiaro a smentirsi. «Se c è un sistema bicamerale ha facilmente spiegato Silvestri non possono esserci due sistemi elettorali diversi». Cioè l Italicum per la camera e il Consultellum per il senato. Come proponeva Finocchiaro, comprensibilmente dal punto di vista dei desideri del governo ma clamorosamente dal punto di vista della Costituzione. Ieri, un attimo dopo aver ascoltato Silvestri escludere il «fritto misto», ecco Finocchiaro aggiornare le convinzioni: «Ci vuole una disciplina transitoria per il senato, dobbiamo ragionarci». Nessun problema. O forse un nuovo problema. Il leghista Calderoli propone da tempo una norma transitoria: la nuova legge elettorale partorita al Nazareno entrerebbe in vigore solo dopo l approvazione della riforma costituzionale. Significherebbe, se tutto va bene (o male, dipende dai punti di vista), rinviare il debutto dell Italicum al più presto al Risulterebbe allora indebolita assai la minaccia con cui Renzi accompagna ogni sua proposta: o così o elezioni anticipate. Credibile o meno che sia. Perché in caso di elezioni con il solo Consultellum, il segretario del Pd avrebbe bisogno di bissare l exploit delle europee e fare anche meglio per conquistare una maggioranza indipendente: gli ultimi sondaggi non prevedono questo. L alternativa, proposta dallo stesso ex presidente Silvestri, sarebbe quella di allargare l Italicum anche al senato, da subito. Ma Forza Italia, che in questa partita gioca il ruolo dell alleato recalcitrante ma indispensabile, ci starebbe? E la minoranza Pd che ha imposto nella prima lettura l esclusione del senato, proprio per scoraggiare fughe in avanti di Renzi si adeguerebbe? E infine, come metterla con l articolo 57 della Costituzione che prevede un senato eletto su base regionale (mentre l Italicum con la ripartizione dei seggi su base nazionale rende possibile eleggere con i voti della Calabria un candidato del Veneto)? Ecco allora un nuovo ostacolo sul cammino della legge elettorale studiata da Renzi e Berlusconi (e Verdini). Il presidente del Consiglio ripete ogni giorno che il senato deve sbrigarsi a concludere entro dicembre, ma già il primo giro di costituzionalisti ascoltati ieri ha evidenziato parecchie cose da correggere. Silvestri ha detto sì alla soglia del 40% per il premio di maggioranza (gli andrebbe bene anche l attuale 37%) e al ballottaggio, ma ha detto che premio di maggioranza e sbarramenti non possono andare insieme: adesso invece è così, nella versione attuale dell Italicum gli sbarramenti sono altissimi, si vuole 17

18 abbassarli tutti al 3% ma non si pensa affatto di eliminarli. L ex presidente ha bocciato anche le liste bloccate di sei candidati (troppo lunghe) e soprattutto la possibilità di eleggere con le preferenze solo i candidati in lista dopo il primo. Un evidente disparità nell elettorato passivo all interno della stessa lista che è stata assai criticata anche dal costituzionalista Gaetano Azzariti. Che ai senatori commissari ha ribadito l irragionevolezza di un doppio regime elettorale per le due camere politiche, finché ci sono. Si tratta adesso di vedere quanto saranno ascoltati questi suggerimenti. Nel frattempo alla camera va avanti la riforma del bicameralismo nel testo approvato dal senato, che proprio le audizioni dei costituzionalisti hanno fatto a pezzi. Risultato: ieri è stato confermato come testo base, contrari solo Sel e M5S, assente la Lega. del 20/11/14, pag. 1/15 Italicum 2, la vendetta Massimo Villone Riforma elettorale. Dal Nazareno bis accordo incostituzionale Sull Italicum si riaprono le danze al senato. Vediamo nel copione le modifiche dettate da Renzi nel Nazareno bis: abbassamento delle soglie di accesso (forse 3%), innalzamento di quella per il premio (forse 40%), preferenze (forse) per una parte dei parlamentari (esclusi i capilista, o secondo le ultime notizie per il solo partito che consegue il premio). Corre l argomento che si vuole così tener conto della dichiarazione di illegittimità costituzionale del Porcellum (Corte cost., 1/2014). E sarebbe commendevole, se fosse vero. Ma così non è. Punto primo. La Corte riconosce il suffragio come diritto fondamentale e inviolabile. In un sistema democratico, tutto si costruisce a partire dal voto libero ed eguale. L architettura politica e istituzionale, dalla rappresentatività delle assemblee elettive alla forma di governo, e l indirizzo di governo che essa esprime, poggiano sull architrave di una volontà collettiva alla cui formazione tutti concorrono liberamente e con pari dignità. Punto secondo. Un diritto fondamentale e inviolabile non è in quanto tale sottratto a qualsivoglia limitazione. Potrà darsi la possibilità di un necessario bilanciamento con altri beni parimenti protetti in Costituzione, da cui scaturisca un limite al primo. Punto terzo. Tale bilanciamento, peraltro, deve rispondere a criteri di necessità e proporzionalità. In altre parole, il limite al diritto fondamentale può essere posto se indispensabile alla tutela di altro bene parimenti protetto in Costituzione, nella stretta misura richiesta da quella tutela, e senza sacrificio eccessivo del diritto. Un limite che ecceda questi confini, o che persegue un obiettivo realizzabile attraverso misure meno lesive, è incostituzionale. Questi sono capisaldi della giurisprudenza costituzionale nostra e di molti paesi a noi paragonabili. La Corte, nella sent. 1/2014 e non solo, riconosce la governabilità come bene costituzionalmente protetto. Quindi è rispetto a questo bene che deve incardinarsi un possibile bilanciamento. Il necessario equilibrio non era rispettato dal Porcellum, e da qui la dichiarazione di incostituzionalità, che colpiva in specie la mancata dichiarazione di una soglia per l applicazione del premio di maggioranza, e la lista bloccata per tutti i parlamentari. Ed è certo che alla prima versione dell Italicum potessero volgersi censure nella sostanza identiche. 18

19 Offrono risposta le correzioni di cui si discute? La risposta è negativa. E si motiva con chiarezza dimostrando che il sacrificio imposto al voto libero ed eguale è comunque eccessivo e inutile. Assumiamo e già questo è opinabile che governabilità e diritto di voto siano da bilanciare alla pari, come beni assistiti da eguale protezione costituzionale. Troviamo nell Italicum-bis che la governabilità è assicurata dal premio nel caso di lista che supera il 40%, e dal ballottaggio nel caso tale soglia non sia raggiunta da alcuno. Quindi il mantra di avere un vincitore il giorno stesso del voto risulta pienamente soddisfatto, senza margini residui. Comunque, ci sarà un vincitore con una maggioranza parlamentare. Ma allora, perché porre anche soglie di sbarramento verso il basso, che siano al 3, al 4 o al 5%? Perché azzerare il diritto al voto di centinaia di migliaia di cittadini senza alcun beneficio per la governabilità, comunque assicurata aliunde? Colpisce che nella Camera dei comuni britannica siedano parlamentari eletti con poche migliaia di voti, che nessuno accusa di essere un attentato alla stabilità del sistema o alla governabilità. Il punto è che con l Italicum vediamo sovrapporsi alla governabilità il fine di una ristrutturazione del sistema politico secondo un modello specifico. Fine anche esplicitato, con la dichiarazione di guerra ai piccoli partiti. Ma la riduzione artificiosa delle soggettività politiche non è un obiettivo costituzionalmente protetto, e dunque bilanciabile con il diritto fondamentale di suffragio. Al contrario, una norma come l art. 49 della Costituzione protegge per tutti la partecipazione con metodo democratico, e dunque garantisce libertà di forma. Allo stesso modo, la lista in tutto bloccata non risponde a esigenze di governabilità, ma al fine di consentire al leader il controllo e la fidelizzazione degli eletti. Anche questo è strumento ridondante ed eccessivo, nel momento in cui la governabilità è pienamente garantita in altro modo. E l obiettivo perseguito non è un bene costituzionalmente protetto e bilanciabile. Senza dire che una lista bloccata solo in parte, per i capilista o per alcuni partiti e non altri, introdurrebbe tra gli elettori una discriminazione priva di qualsivoglia fondamento razionale. La Costituzione non vuole un paese scalabile, ma una politica in ogni momento e ad ogni livello contendibile. Anche con le correzioni proposte l Italicum si può solo cestinare. Nella sentenza 1/2014 proprio non rientra. Del resto, come potrebbe essere diversamente per un testo nato dall accordo di leader attenti solo alle sorti personali e ai sondaggi? Tra l altro, una via pericolosa quando non c è più la stabilità sociale e politica assistita da organizzazioni di massa e corpi intermedi, che improvvidamente si è voluto sbaraccare. Ma rimaniamo fiduciosi: il tempo è galantuomo. Peccato che in politica sia anche il solo. del 20/11/14, pag. 3 IL CAMBIO AL COLLE FA PAURA RENZI VUOL RINVIARE LE URNE IL GOVERNO SAREBBE PRONTO A UN DECRETO PER SPOSTARE DA MARZO A MAGGIO LE ELEZIONI REGIONALI, TROPPO VICINE AI GIOCHI PER IL QUIRINALE di Carlo Tecce 19

20 Non conviene votare, non sempre. E allora il governo di Matteo Renzi vuole rinviare le elezioni previste in sette Regioni per domenica 1 marzo 2015, e non sono Regioni minuscole o ininfluenti per la politica nazionale, e dunque per il Pd che sta a Palazzo Chigi: Campania, Liguria, Toscana, Veneto, Puglia, Umbria e Marche. I tagliandi popolari in mezzo a un mandato sono pericolosi e non ci sono gli 80 euro per attirare gli indecisi (leggi scorse Europee), ancora di più se la scadenza coincide con due appuntamenti diversi e ugualmente pesanti: la nomina del capo dello Stato, pronosticata per febbraio se Giorgio Napolitano dovesse lasciare a metà gennaio (Renato Brunetta, invece, fa sapere che slitta) e le previsioni di crescita per l Italia dei tecnici europei di Bruxelles. LA FINESTRA elettorale di marzo, poi, esclude qualsiasi ricorso all urna anticipata per Renzi: chi potrebbe sciogliere le Camere? E ancora: non sarebbe semplice fare accordi con Silvio Berlusconi o con Angelino Alfano per il Colle e, a distanza di pochi giorni o addirittura in simultanea, combattere per la presa di Napoli, di Firenze o di Bari. Non ci sono i tempi tecnici e non ci sono le volontà politiche: la paura è un sentimento che tiene insieme molti partiti. Per spingere più in là lo scrutinio nelle sette Regioni è sufficiente un decreto, un provvedimento da adottare nei prossimi Consigli dei ministri per accorpare il voto di marzo con le Comunali di maggio (il giorno esatto non è ancora fissato). Quel mese, se fosse necessario, potrebbe ospitare anche le Politiche. Che i responsi elettorali siano un fastidio lo s intuisce già dalle complicate campagne per la Calabria, dove si fa mucchio a sinistra e si collabora con la destra e per l Emilia Romagna, dove l astensione è data per favorita: lunedì ci saranno i risultati, si temono delusioni un po per tutti, tranne per la Lega. Il calendario è condizionato, ovvio, dal destino di Napolitano. Renzi ha chiesto (supplicato?) al presidente di aspettare l inaugurazione dei padiglioni dell Expo di Milano (cioè maggio): non soltanto per celebrare l Esposi - zione universale, ma per guadagnare settimane preziose per le riforme costituzionali e la legge elettorale. La ridda di voci su Napolitano non s è scatenata per indiscrezioni del Quirinale, ma di certo la discussione pubblica sul Colle con i più svariati appelli ( resti, vada, un dramma, una manna ) ha corroborato le esigenze di Renzi: il problemone successione non è ancora risolto. Il governo ripete che l Italicum sarà confezionato entro quest anno: la scommessa ha quotazioni altissime, pare perdente. A Montecitorio, in commissione Affari istituzionali, i renziani sono in netta minoranza rispetto ai bersaniani e oppositori vari. E intorno ai dem si agita la riscossa degli ex comunisti e diessini sconfitti. Questi sono i motivi che suggeriscono a Renzi di spostare il voto regionale a maggio, potrà dire che l ha deciso per risparmiare milioni di euro e per non stancare gli italiani col doppio impegno elettorale. Oltre a Napolitano, alla finestra per le Politiche, alle alleanze trasversali e al calvario costituzionale, ci sono ulteriori esigenze: ci sono candidati che potrebbero fallire come Alessandra Moretti in Veneto e candidati che non si trovano. ESEMPLARE il caso in Campania. Renzi vuole una donna da contrapporre a Stefano Caldoro. Pina Picierno, per le origini campane, esattamente casertane (Teano), si sentiva la donna più adatta. Ha organizzato una manifestazione, un mese fa, per lanciare se stessa e Gennaro Migliore a sindaco di Napoli. L invidiabile produzione di gaffe te - levisive ha reso impervia la strada di Pina e in Campania i più attivi, pronti a gareggiare alle primarie, sono Vincenzo De Luca e Andrea Cozzolino. Il duello sarebbe dannoso per i dem. Ma il sindaco di Salerno e l ex uomo di Antonio Bassolino non si fanno manovrare con leggerezza, in cambio di nulla. A De Luca, che ha i suoi guai giudiziari, potrebbe andare bene il salto all Autorità portuale di Napoli e Salerno. Per stare sereni, meglio far traslocare le Regionali a fine maggio. A quel punto, va bene un grande elec - tion day. Con pronuncia renziana, chiaro. 20

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