Rassegna Stampa. 29 marzo A cura de: L Agenzia Culturale di Milano Con sede in Milano, via Locatelli, 4

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1 Milano - Basilica di Sant Ambrogio Rassegna Stampa La nostra 220 La nostra rassegna stampa augura a tutti i propri l e t t o r i u n a f e l i c e e s e re n a P a s q u a. Le pubblicazioni riprenderanno tra due settimane 29 marzo 2015 A cura de: L Agenzia Culturale di Milano Con sede in Milano, via Locatelli, 4 Estratti da: Questa rassegna stampa è scaricabile integralmente anche dal sito Ciclostilato in proprio

2 20/3/2015 La croce simbolo di libertà Noi, assediati e troppo timidi di Ernesto Galli della Loggia Destabilizzare tutti gli assetti politico-statali del mondo arabo; impadronirsi di quell'immenso spazio geopolitico instaurandovi un potere ispirato all'islamismo radicale; da lì muovere a uno scontro con l'occidente, preliminarmente messo sulla difensiva e impaurito dall'azione di nuclei terroristici reclutati nelle comunità musulmane al suo interno. Davvero si corre troppo con la fantasia attribuendo un disegno del genere alla galassia della jihad che mercoledì a Tunisi ha compiuto la sua ennesima impresa sanguinaria? Davvero significa dare corpo a dei fantasmi? Bisogna vedere: chi l'avrebbe detto nel gennaio del 1933 che quel tizio esagitato appena nominato cancelliere della Germania avrebbe effettivamente cercato di realizzare i suoi fantastici propositi di sterminio, mettendo a ferro e a fuoco il mondo? Eppure allo scoppio della Seconda Guerra mondiale mancavano neppure sette anni. Il messaggio che viene da Tunisi è chiaro: per il nostro Continente si avvicina una prova decisiva. Siria, Libia, Tunisia, cioè la sponda meridionale del Mediterraneo, cioè il confine marittimo dell'unione. Come non accorgersi che prima che agli Stati Uniti è a lei, a noi, che è rivolta la sfida islamista? Dunque le imprevedibili accelerazioni della storia impongono oggi all'europa ciò a cui essa si è finora sempre rifiutata: di essere un soggetto politico vero. Vale a dire con una vera politica estera; con un vero esercito. E con veri capi politici: gli unici che nei momenti cruciali possono fare scelte coraggiose, costruendo altresì intorno ad esse il consenso necessario. Non c'è tempo da perdere. Per far fronte alla feroce determinazione dell'islamismo radicale, alla sua capacità di penetrazione, la politica deve innanzitutto prepararsi all'impiego della forza. La si chiami come si vuole per non turbare i nostri pudori lessicali - operazione di polizia internazionale, missione di pace ( sic!) o che altro - l'importante è capirsi sulla sostanza. Così come è necessario che l'europa si convinca - e convinca gli Stati Uniti - a dire con chiarezza all'arabia Saudita, al Qatar e a qualche altra monarchia del Golfo che il loro doppio gioco non può continuare a lungo: che esse non possono con una mano fare lauti affari con l'occidente, e con l'altra finanziare chi uccide a sangue freddo i suoi cittadini. Un Islam antijihadista peraltro esiste: noi dobbiamo sia aiutarlo con più determinazione a non divenire ostaggio del terrore (è il caso della Tunisia), sia abituarci a chiederne l'aiuto prezioso che può offrirci. Non si tratta certo di esportare la democrazia, si tratta semplicemente di difenderla. E con essa la nostra libertà. Ricordandoci però che la battaglia per la libertà è sempre, per forza, anche una battaglia culturale: sui valori e sull'identità. La libertà non nasce dal nulla, è il frutto di una storia: e non di tutte. I carnefici islamisti, autoproclamatisi per l'occasione «leoni del monoteismo», si sono vantati ieri, «postando» online la foto di un nostro connazionale da loro ucciso, di aver «schiacciato» un «crociato italiano». Sono parole a loro modo cariche di significato culturale alle quali non possiamo evitare di dare una risposta dello stesso tenore, foss'anche solamente dentro noi stessi. Naturalmente noi non siamo crociati, né ci sogniamo di esserlo. Ma se per i nostri nemici lo siamo per il solo fatto di abitare questa parte del mondo, di aver dato vita a questa nostra civiltà, ebbene, allora dovremmo forse avere il coraggio di ammettere che quel termine comunque c'interpella. Che esso evoca una Croce da cui ci è impossibile dissociarci dal momento che essa è consustanziale alla nostra storia, a ciò che siamo e a ciò in cui crediamo. Così come alla fine è grazie ad essa che noi occidentali siamo «spiritualmente semiti», e che quindi, pur attraverso le circostanze le più drammatiche, resta indistruttibile il nostro legame con l'ebraismo. Ormai perlopiù religiosamente incerti, in parte significativa non credenti, è davvero difficile ed anzi francamente ridicolo definirci «crociati». Ma se ci si vuole ammazzare per colpa di una Croce, allora non serve far finta di niente. Allora è bene che i nostri nemici sappiano che in questo modo quella Croce diviene un semplice simbolo di libertà. Anche della loro, sebbene ad essi ciò non possa che risultare incomprensibile. Ernesto Galli della Loggia. 19/3/2015 Il morbo che alimenta l'avidità dei corrotti di Beppe Severgnini Da bambino, negli anni Sessanta, passavo le estati in montagna a Bratto (Bergamo). Palazzina Est, che sta davanti alla palazzina Ovest, che sta davanti al monumento ai caduti, che sta vicino all'oratorio, che sta di fronte alla chiesa. Appartamento al secondo piano, 70 metri quadri. Nostro dirimpettaio era l'on. Luigi Granelli, uno dei leader della sinistra democristiana. Noi eravamo in cinque (papà, mamma, tre figli). Loro pure (papà, mamma, un figlio, due nonni). Un notaio (mio padre) e uno dei dirigenti della Dc nazionale (l'on. Granelli) in vacanza, contenti. Accadeva nel In cinquant'anni l'italia è cambiata. Sono accadute molte cose importanti. Una tra tante: la politica è diventata ingorda. A un parlamentare, a un dirigente di partito, a un ministro non bastano più un ottimo stipendio e le gratificazioni connesse all'incarico. Vuol vivere come i personaggi che frequenta. Vuole la villona vista mare come l'industriale, le disponibilità finanziarie di un banchiere, la popolarità di un calciatore, l'influenza di un intellettuale. Vuole tutto. E i suoi sostenitori, invece di allarmarsi, glielo concedono. Molte cose sono state dette, dopo la scarica di inchieste e arresti degli ultimi anni (ricostruzione post-terremoto, eolico, Maddalena, sanità lombarda, banche, Expo, Mose, Mafia Capitale, grandi infrastrutture). Forse non abbiamo indagato abbastanza l'aspetto comportamentale della corruzione. Servono psicologi, antropologi e criminologi, non solo magistrati. Ci aiuterebbero a capire cosa muove una persona che ha moltissimo (reddito, potere, popolarità, un lavoro interessante). Ma non le basta: vuole di più. E così rischia di perdere tutto. È un esercizio di riflessione e di prevenzione; che non esclude, ovviamente, la repressione (solo il carcere e l'obbligo di restituzione possono preoccupare quei personaggi, solo l'uso di agenti infiltrati può spaventarli). Bisogna capire come funziona la testa dei nuovi ingordi: conoscere le dimensioni dello stomaco non basta. E, quando l'abbiamo capito, dobbiamo essere severi. Se professano idee simili alle nostre, ancor di più. Tocca ai ragazzi di Comunione e liberazione difendere Cl da certi dirigenti, spetta agli iscritti del Pd ripulire il partito da alcuni personaggi. Non devono trovargli attenuanti. Devono pretendere spiegazioni, pagina 2

3 24/3/2015 «Si può e si deve reagire al gender» di MIMMO MUOLO Bagnasco: è in gioco la libertà di educazione dei genitori per i loro figli. Malcostume e malaffare sembrano diventati un regime intoccabile. Dai cristiani perseguitati all'emergenza lavoro, dalla corruzione all'ideologia del genere. Aprendo il Consiglio permanente, il presidente della Cei ha sottolineato che reagire è doveroso. «Tutti siamo interessati al bene comune e responsabili con i nostri comportamenti» ROMA La corruzione non è un male irreversibile. Reagire si deve e si può, ognuno al suo livello. E il cardinale Angelo Bagnasco, facendo eco alle «parole di altissima condanna» pronunciate dal papa durante la sua visita a Napoli, lancia un accorato appello in tal senso. L'arcivescovo di Genova e presidente della Cei lo ha inserito nella prolusione con cui ieri pomeriggio ha aperto a Roma la sessione primaverile del Consiglio permanente. Ma nel concetto di corruzione ha inserito in senso ampio anche quella particolare corrosione delle menti che è data dalla teoria del gender, contro la quale il porporato è tornato a mettere in guardia soprattutto i genitori. Il grazie dei vescovi al Papa per la «lieta sorpresa» dell'anno Santo straordinario della misericordia, il Convegno ecclesiale di Firenze, la prossima Assemblea di maggio, la persecuzione dei cristiani, gli auguri al presidente Mattarella (con «l'assicurazione» della preghiera dei vescovi «per il suo altissimo compito») e la questione migratoria sono gli altri temi toccati dalla prolusione che Avvenire pubblica integralmente. La situazione del Paese. Bagnasco parte da una constatazione. «Malcostume» e «malaffare» «sembrano diventati un 'regime' talmente ramificato da essere intoccabile». Si sente nelle sue parole l'eco delle affermazioni del Papa a Napoli («la corruzione spuzza»). E infatti il presidente della Cei afferma: «Esempi ne emergono ogni giorno: come corpi in stato di corruzione, ammorbano l'aria che si respira, avvelenano la speranza e indeboliscono le forze morali». Ma il cardinale si chiede anche: «È un destino fatale? Si può reagire?». E la sua risposta è netta. «Senza dubbi, diciamo che si deve reagire e che ciò è possibile. Tutti siamo interessati al bene comune, e tutti ne siamo responsabili con i nostri comportamenti. Naturalmente ognuno a livelli e con modalità diverse: politica e magistratura, industria e finanza, impresa e sindacati, associazioni e media, volontariato, gruppi e singoli cittadini. Ogni soggetto - ricorda il porporato - ha il dovere di fare del proprio meglio per il bene della gente che è in gravi difficoltà e che spesso è stremata». Il ragionamento del presidente della Cei è semplice e profondo al tempo stesso. «Se l'onestà è un valore sempre e comunque, che misura la dignità delle persone e delle istituzioni, oggi, le difficoltà di quanti si trovano a lottare per sopravvivere insieme alla propria famiglia sono un ulteriore motivo perché la disonestà non solo non sia danno comune, ma anche non sia offesa gravissima per i poveri e gli onesti. Ciò è insopportabile». Perciò, assicura, «la Chiesa è vicina a ogni persona di buona volontà senza preclusioni o preferenze: persone e istituzioni che hanno veramente a cuore il bene della gente e che lavorano per questo. Come ricorda il Santo Padre, 'la buona politica è una delle espressioni più alte della carità, del servizio, dell'amore'». La questione lavoro. Tra i compiti di una buona politica, sottolinea Bagnasco, c'è sicuramente ai primissimi posti il dovere di dare risposta a chi «invoca lavoro». «Con la disoccupazione, l'instabilità sociale cresce fatalmente». Per questo la comunità ecclesiale cerca di dare un contributo attraverso iniziative come il Progetto Policoro e il Prestito della speranza. Ma naturalmente le istituzioni devono fare molto di più. «Non basta ripianare i buchi, ma occorre investire perché la competizione globale esige di essere sempre all'avanguardia; perché le nostre eccellenze devono essere difese con una continua ricerca; perché le professionalità non deperiscano; perché il patrimonio nazionale non prenda il volo per altri lidi, vanificando così i segnali positivi di ripresa che vengono rilevati dagli esperti». La teoria del gender. A questo proposito il cardinale ha fatto notare che il gender «sbaglio della mente umana, come ha detto il Papa a Napoli», «si nasconde dietro a valori veri come parità, equità, autonomia, lotta al bullismo e alla violenza, promozione, non discriminazione ma, in realtà, pone la scure alla radice stessa dell'umano per edificare un 'transumano' in cui l'uomo appare come un nomade privo di meta e a corto di identità». In sostanza «costruire delle persone fluide che pretendano che ogni loro desiderio si trasformi in bisogno, e quindi diventi diritto». «Vogliamo questo per i nostri bambini, ragazzi, giovani? Genitori che ascoltate, volete questo per i vostri figli?». Reagire, ha detto il presidente della Cei, «è doveroso e possibile, basta essere vigili, senza lasciarsi intimidire da nessuno, perché il diritto di educare i figli nessuna autorità scolastica, legge o istituzione politica può pretendere di usurparlo». La tragedia dei migranti. In realtà Bagnasco ha parlato di «uomini, donne, bambini che attraversano il mare», proprio per metterne in evidenza l'identità di persone e non di massa anonima. Bisogna fare di più «al fine di una vera integrazione e di una vita nuova». Soprattutto occorrono «visione, energie e risorse, che attestino che l'europa esiste come casa comune e non come un insieme di interessi individuali ancorché nazionali». I cristiani perseguitati. Il cardinale si interroga sul perché della violenza. E mentre ribadisce la ferma condanna («la religione non può mai essere impugnata per uccidere o fare violenza», «è una bestemmia che grida al cospetto del cielo e della terra») e chiede «il rispetto della libertà religiosa nel mondo», ricorda pure che «il cristiano ha nel cuore anche il perdono quando l'ingiustizia tocca la sua carne». Tuttavia, nota Bagnasco, l'europa non può non fare «un serio esame di coscienza sul fenomeno di occidentali che si arruolano negli squadroni della morte». «Non si può - suggerisce il presidente della Cei - svuotare una cultura dei propri valori spirituali, morali, antropologici senza che si espongano i cittadini a suggestioni turpi. In questo senso, la cultura occidentale è minacciata da se stessa e favorisce il totalitarismo». La tappa di Firenze verso l'anno Santo. Parlando dell'anno Santo, il cardinale ha fatto notare che «è un grande dono e come tale non vogliamo sprecarne neppure un poco». Per questo la Chiesa si prepara a viverlo anche attraverso l'appuntamento da tempo fissato del convegno ecclesiale di Firenze. «L'esperienza della misericordia divina ci fa prendere il largo sulle strade degli altri», ha detto. Ad esempio le cinque vie ispirate all'evangelii Gaudium, che portano a uscire, annunciare, abitare, educare e trasfigurare. Cinque vie che saranno anche al centro dell'assemblea generale della Cei di maggio, chiamata a verificare il grado di ricezione dell'esortazione apostolica di Francesco nelle Chiese della Penisola. RIPRODUZIONE RISERVATA pagina 3

4 21/3/2015 Parole parole parole. La banalità digitale Non basta trasmettere per comunicare, così come non basta stabilire un contatto con l'altro per riuscire a comunicare con lui; di conseguenza ci può essere un intenso ed efficace trasferimento di segni, messaggi, immagini, ecc., senza che per questo ci sia un solo atto comunicativo, così come ci può essere un continuo parlare all'altro senza che per questo ci sia un solo istante di dialogo con lui. Si può parlare senza comunicare, così come si può conversare senza dialogare; da qui le mistificazioni in questione: confondere uno scambio di messaggi con una comunicazione, interpretare un mero contatto come un segno di dialogo. Una conferma di queste banali verità viene proprio dall'attuale situazione comunicativa. Oggi sembra che tutti vogliano parlare, continuamente parlare, come se desiderassero ardentemente entrare in contatto con l'altro, ma non perché si sia interessati all'altro, o al contenuto che si afferma di volergli comunicare, quanto piuttosto perché si è interessati a sé, trionfo di quella funzione fàtica che si esprime con insistenza in quel detto che in verità è la negazione stessa di ogni autentico dire; tale detto, come un mantra, non si stanca di ripetere «eccomi, sono io, ci sono, esisto, seguimi, guardami, non distrarti, non perdermi di vista, non interrompere il contatto con me, sono qui, ora vado lì, tra un po' sarò lì, poi mi troverai là ecc.». Si parla all'altro, con voracità gli si inviano continui sms che parlano di questo e di quest'altro, a volte persino di lui, ci si rivolge a lui parlando di lui, ma proprio nel far questo in verità non si smette un istante di parlare di sé, non si dà tregua all'altro per parlare di sé. A differenza di quanto accade nel Paese delle meraviglie, dove a parere di Ch. Perelman e L. Olbrechts-Tyteca «non si sa perché mai qualcuno dovrebbe rivolgersi a qualcun altro», nel mondo digitale, in cui non a caso alcuni sono certi di riconoscere il vero paese delle meraviglie, la ragione per non esitare un istante a entrare in contatto con l'altro esiste ed è fin troppo chiara: si tratta di un incontenibile desiderio di segnalare la propria presenza, di essere riconosciuti nella propria identità, di continuare a ripetere all'altro e a tutti gli altri: «non dimenticatevi che io esisto». Non «penso, dunque sono» ma «parlo, dunque sono», o meglio ancora: «parlo, dunque sono proprio perché sono io che ti parlo», dove il "ti" è in verità uno strumento nelle mani dell'"io". In particolare è l'uso del cellulare a confermare questa analisi: tutti parlano con tutti, continuamente ognuno scambia con gli altri innumerevoli messaggi ma all'interno di un simile "messaggiare", che non raramente assume la forma di un'autentica compulsione (non ci si riesce a fermare neppure mentre si cammina, si mangia, si guida, si assiste a uno spettacolo o a una celebrazione religiosa e così via), la cosiddetta "comunicazione" finisce per trasformarsi in quella circostanza nella quale l'altro e i supposti contenuti che gli si trasmettono si rivelano essere puri pretesti per l'affer-mazione ed il godimento dell'io: «Non ho propriamente nulla da dire, ma desidero ardentemente dirlo, ed è precisamente con questo mio dire, quello che si rivolge all'altro che tu sei, che io ti istituisco come colui che mi autorizza a dirlo». E così, per esempio, si chiede all'altro "Come stai?" ma solo per potergli dire a propria volta come si sta, e non raramente capita di non attendere neppure che l'altro, credendo ingenuamente nella verità del tuo interessamento, accenni a rispondere per sentirsi autorizzati a informarlo subito e con dovizia di particolari sul "proprio" stato di salute. Fingere di informarsi sull'altro è dunque lo scotto che si deve pagare per poter parlare, finalmente, di sé e solo di sé. In tal senso è come se l'"ipercomunicazione digitale", proprio perché "iper", avesse finito per banalizzare l'atto stesso del comunicare. La potenza e l'efficacia della tecnica digitale, infatti, hanno certamente aiutato gli uomini nei loro scambi informativi, ma al tempo stesso sono anche riuscite a offuscare, fino a renderlo quasi impercepibile, quel dramma della parola che tuttavia, e per fortuna, sempre di nuovo riemerge all'interno di certi luoghi che non cessano di proteggerne la verità ultima: per esempio, la preghiera, il discorso amoroso, la poesia, la letteratura. In effetti fidandosi di internet, ci si può dimenticare di che cosa sia uno "scrittore" accontentandosi di riuscire ad essere un prolifico, in verità fin troppo, "scrivente", così come ci si può dimenticare di che cosa sia un "lettore" accontentandosi di saper navigare tra le informazioni consumandole con voracità, e anche ci si può dimenticare di quanto sia difficile e drammatico "comunicare" con l'altro accontentandosi di riuscire in ogni istante a "messaggiare" con lui. Non si deve criminalizzare la rete e il digitale ma neppure si può sorvolare sulle illusioni, sulle allucinazioni e sui fantasmi che, a dispetto di ogni buona volontà individuale, con insistenza continuano a coagularsi attorno ad essa. Da questo punto di vista tutto il digitale è come un pharmakon (Platone), un rimedio che in ogni istante rischia di rivelarsi un veleno. Contro una tale rischio la (grande/ vera) letteratura insiste nel voler rendere testimonianza alla drammaticità dell'esperienza umana e così facendo essa riconduce ogni volta il soggetto di fronte alle profondità del reale stesso. Per questo il suo magnifico segno è insostituibile. RIPRODUZIONE RISERVATA pagina 4

5 19/3/2015 D&G, la libertà di pensare e obiettare e la bestemmia laica della «morte civile» il direttore risponde di Marco Tarquinio Caro direttore, gli stilisti Dolce e Gabbana hanno dichiarato di essere contrari alla fecondazione eterologa con l'utilizzo dell'utero in affitto per far avere figli alle coppie omosessuali. Bene, finalmente qualcuno che anche in campo omosessuale ha il coraggio di andare controcorrente. Peccato che Elton John, che l'utero in affitto e l'eterologa li ha sfruttati per avere figli, ha lanciato una campagna di boicottaggio contro i due stilisti perché ha ritenuto offensiva la realtà, cioè che queste tecniche creano i bambini "da catalogo" e in laboratorio. È giusto precisare, infatti, che il cantante e il suo compagno non hanno adottato nessuno, come invece dichiarato in molti servizi giornalistici in questi giorni. Se ognuno è libero di esprime la propria opinione e secondo i gruppi Lgbt perfino di "essere quello che vuole", allora perché osteggiare così duramente e violentemente due gay che hanno detto semplicemente la loro opinione? Quella dei gruppi Lgbt è una campagna sostenuta da super-ricconi alla Elton John e Ricky Martin e da altri attori e star superpagate e da un pensiero che vuole imporsi come unico. Dovrebbero avere l'onestà di rivelare dove hanno fatto le fecondazioni eterologhe e in che modo Dovrebbero dire come sono nati i bimbi che hanno voluto avere. Per quanto ci riguarda, visto che vogliamo essere liberi di dire la verità, sosteniamo anche la libertà di espressione di Dolce e Gabbana, il loro e nostro diritto di poter dire che i figli sono figli di una mamma e di un papà e non dei prodotti di laboratorio scelti al catalogo. Luca Tanduo, Presidente e il direttivo del Movimento per la vita Ambrosiano Grazie per la vostra riflessione, cari amici e - non mi stanco mai di dirlo - per il vostro umile, costante e concreto impegno a sostegno delle madri in difficoltà e della vita nascente. Nella vostra lettera richiamate opportunamente alcuni spunti di riflessione che Lucia Bellaspiga ha già sviluppato su queste pagine martedì scorso e aggiungete una notazione molto seria e grave sulla tendenza della stampa "allineata" al politicamente corretto a nascondere il fatto che i figli ottenuti da sempre più coppie di uomini omosessuali nascono attraverso l'affitto di un grembo di donna, una madre che all'atto stesso della nascita del bimbo in genere deve "scomparire". Anche Elton John ha avuto ovviamente così i figli che ha voluto: comprando un utero femminile. Lui nel nord del mondo, altri - la maggior parte - nel sud del mondo dove si consuma quello che ho definito più volte uno sconvolgente e letterale "esproprio proletario" dei ricchi sulla pelle dei poveri, delle donne povere. Continuo a non capire come mai sia così lenta a scoppiare una vasta e risolutiva indignazione contro queste pratiche disumane, che mercificano le donne - riducendole a "fattrici" di figli per altri - e che tendono a trasformare in mero "prodotto" i figli che portano in sé e che per nove mesi si nutrono, respirano, sentono e comunicano all'unisono con una madre che non vedranno più (ma che, per tutto quello che ho ricordato, è e resterà madre anche se il bambino o la bambina che ha messo al mondo è stata "assemblata" in laboratorio con "materiale biologico" - espressione che qui diventa tristissima - diverso dal suo). C'è un altro pensiero che mi preme.alcuni vip e lobby gay affiancati da personaggi pubblici convertiti alla visione della persona proposta dalle "teorie del gender" (che negano il dato di realtà della femminilità e della mascolinità) hanno lanciato ancora una volta un boicottaggio militante per punire e zittire gli "eretici" (omosessuali dichiarati, stavolta) che obiettano davanti ad almeno una parte (relativa alla natura autentica della famiglia) di quello che si vorrebbe imporre come pensiero unico. Mi colpisce che siano sempre gli autoproclamati paladini di tutte le libertà, a lanciare campagne ostili di questo tipo in un troppo vasto clima di approvazione o di remissiva accettazione. Il boicottaggio stavolta contro D&G, ieri contro Barilla, così come viene proposto e attuato, è una scelta gravissima, perché non invita a rifiutare in modo preciso e mirato un prodotto, un'opera dell'ingegno, un'espressione che a torto o a ragione si ritiene sbagliata, ma in blocco un'esperienza, un modo di pensare di una o più persone. Viviamo un tempo strano, confuso e duro. Che recupera dal passato non certo il meglio. È impressionante che mentre si medita di cancellare anche l'idea della normalità della presenza di un padre e di una madre nella vita di un bimbo in nome di una genitorialità "numerale" e mentre si spreca retorica sulla protezione dei minori, si ripristini di fatto sulla creatura nascente, che non corrisponde alle attese del desiderante o non risulta adeguato al catalogo della perfezione fisica codificata, l'antico e terribile ius vitae ac necis, il diritto di vita e di morte che fu proprio del padre. Ed è altrettanto impressionante che con il boicottaggio che punta all'annichilimento dell'avversario (o degli avversari) si finisca per recuperare l'altrettanto terribile (e da non moltissimo tempo abbandonato) istituto della morte civile, che escludeva senza scampo dal consorzio dei cittadini, e dai relativi diritti, colui/colei che veniva giudicato indegno/a. È una bestemmia contro la libertà e l'umanità. E quelli come noi, cari amici, non sopportano neanche le bestemmie laiche. Perciò continuiamo a pensare, a parlare, a costruire, a vivere in un altro modo. P.S. A proposito di parole e gesti che diventano bestemmia, l'arcigay bolognese ha pensato bene di usare in questo modo violento e triviale l'immagine di Gesù Cristo e la sua croce. Ecco un'altra e assai scomoda verità sulla disposizione al "rispetto" di gente che vorrebbe goderne addirittura di uno speciale, rafforzato da sanzioni specialissime attraverso una legge sull'«omofobia». Si vergognino, e basta. RIPRODUZIONE RISERVATA pagina 5

6 23/3/2015 Si fa presto a dire nonni di Antonio Galdo Wiva i nonni. Se non ci fossero, in Italia sarebbero guai seri per tante famiglie che reggono l'urto della Grande Crisi proprio grazie alla rete di protezione delle persone più anziane. Quelle che appaiono come un problema, per l'aumento della spesa sanitaria e dei costi previdenziali, ma in realtà rappresentano una soluzione o comunque un autentico ammortizzatore sociale per le nuove generazioni più svantaggiate rispetto alle precedenti. I RUOLI I nonni in versione welfare parallelo svolgono diverse funzioni, dentro e fuori casa, dal punto di vista degli equilibri familiari e sul piano delle risorse finanziarie. Un milione di loro fanno i badanti, ovvero si occupano a tempo pieno di altre persone anziane del nucleo familiare che hanno bisogno di assistenza e spesso non sono autosufficienti. Tre milioni e 200mila nonni seguono in modo diretto, come se fossero dei genitori, i loro nipoti. Il padre è un mestiere in eclissi, le madri lavorano, e allora i figli si ritrovano sotto la protezione e la tutela dei nonni, pronti e felici avive re una vita bis in materia di paternità e maternità. Ma il dato più si gnificativo è quello del supporto economico: 7 milioni di nonni aiutano, con il portafoglio aperto, figli e nipoti. Una famiglia su tre gode di questo assegno extra. Fin qui i numeri. E lo scenario di una società che invecchia, con un ascensore sociale bloccato e con un welfare troppo generoso per restare nelle attuali condizioni, al punto da partorirne uno parallelo e fai -da -te. Ma essere nonno, o nonna, è anche una grande avventura umana, un viaggio in un'età dove il crepuscolo del corpo e del tempo si abbina a nuovi slanci, a nuove energie, e perfino a un ritorno alle emozioni infantili. Scrive Aristofane, nella commedia "Le nuvole": «I vecchi sono bambini per la seconda volta». I nonni, dunque, sono uomini e donne che iniziano un'altra vita, come racconta in una sorta di memoir autobiografico il giornalista Gino Nebiolo ("Avete contato bene le dita? Confessioni semiserie di un nonno alle prime armi". Edizioni Rizzoli). Nebiolo, classe di ferro 1924, dal dopoguerra e per diversi anni è stato inviato speciale e corrispondente in diverse capitali mondo: ha vissuto cioè da apolide, spesso distante dagli ancoraggi familiari. Poi con l'anzianità si è ritrovato a scoprire i piaceri casalinghi, e non solo, di un nuovo, affascinante mestiere: quello di un nonno con cinque nipoti di sedici, quattordici, tredici, undici e cinque anni. IL DIARIO L'approccio è esplosivo. Il libro racconta nella prima parte quella inedita miscela, di paura e di felicità, di gioia e di trepidazione, che accompagna l'attraversamento della frontiera verso il territorio dei nonni. In fondo, la paternità e la maternità, specie quando si è molto giovani, maturano in condizioni di semi -incoscienza, quando non perdiamo troppo tempo nell'interrogarci, anche di fronte a fatti che cambiano radicalmente la nostra vita. Per i nonni è diverso. Loro hanno la consapevolezza e la lucidità di un cambiamento così radicale, e proprio perché maturi si interrogano sulle ca pacità richieste per il nuovo ruolo. Con molta leggerezza, e con un impeccabile stile narrativo, Nebiolo ci conduce nella semplicità della vita quotidiana di un nonno che ha deciso di esercitare la sua funzione, e se ne appropria, ogni giorno un pezzetto in più, con convinzione. Non per puro obbligo. È il nonno che accompagna il nipote dal dentista, lo segue durante gli esami di scuola media o mentre va in onda lo Zecchino d'oro. È il nonno che non nasconde la sua fragilità, al confine con la goffaggine, di fronte alla disinvoltura con la quale i nipoti smanettano e governano le tecnologie. Già, perché questa è la prima generazione di nipoti che stanno insegnando moderne competenze ai nonni: ovvero come maneggiare un computer o quante cose si possono fare simultaneamente con un cellulare. LE STATISTICHE Questo libro ci parla di una vita allegra, felice, e mettendo insieme, nello stesso personaggio, figure familiari autentiche e prototipi ricavati dall'osservazione, Gino Nebiolo ci racconta un universo sempre più familiare e destinato ad essere sempre più largo. Tornando alle statistiche ed ai cambiamenti di lungo periodo della società italiana, ogni giorno si contano 30 over 70 in più. E la curva demografica, con l'aumento delle aspettative di vita, ci dice che tra meno di quindici anni il 30 per cento della popolazione italiana sarà composto da uomini e donne di età superiore ai 65 anni. Avremo quindi sempre più nonni e consideriamoci tutti più fortunati. 21/3/2015 Il meglio di un uomo di MASSIMO GRAMELLINI Il cortile di un pronto soccorso californiano. E un medico, appena uscito dalla sala operatoria dove ha provato invano a salvare un ragazzo ricoverato in condizioni disperate, che si appoggia al muretto con la testa china. La foto, scattata da un collega forse coinvolto nel medesimo intervento, è l'istantanea di una sconfitta, il momento in cui ogni persona si ritrova sola con i propri fantasmi. Eppure in poche ore l'emozione catturata da questa immagine ha fatto il giro del mondo. Deve avere toccato qualche corda viva che le dosi quotidiane di cinismo non sono ancora riuscite ad anestetizzare. Racconta la storia drammatica e purtroppo comune di un medico che voleva risolvere un caso disperato e non c'è riuscito. Ci ha creduto, ci ha provato, ha perduto. Per lui quel ragazzo era uno sconosciuto. Però era lo sconosciuto che la vita gli aveva affidato, assegnandogliene la responsabilità. La foto rubata compie il miracolo. Cogliendo la dimensione umana in un'intimità quasi pornografica, trasforma la tragedia in riscossa. Il dolore di questa persona dà improvvisamente un senso a tutto quello che fa. Dovrebbero farne un poster e appenderlo nelle facoltà di medicina. pagina 6

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