CGIL PAGINA 5. UCRAINA PAGINA 7 Basta con le rivolte o attacchiamo, ultimatum di Kiev ai ribelli filo-russi

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1 CON LE MONDE DIPLOMATIQUE + EURO 1,50 Poste Italiane S.p.A. - Spedizione in abbonamento postale - D.L. 353/2003 (conv. in L. 27/02/2004 n.46) art. 1, comma 1, Aut. GIPA/C/RM/23/2013 Domani l inserto Sbilanciamo l Europa ANNO XLIV. N. 85. GIOVEDÌ 10 APRILE 2014 EURO 1,50 FOTO REUTERS CHE ALTRO Sindacati contro Nestlé: no ai ricatti il vostro Jobs act non lo accettiamo La Cgil giudica «irricevibile e provocatoria» la proposta di flessibilizzare i contratti avanzata dalla Nestlè. L azienda ha specificato che «non intende abolire il tempo indeterminato», ma secondo i lavoratori dell agroindustria sussiste comunque un «alto rischio di precarizzazione» nella proposta di trasformare i contratti full time in part time SCIOTTO PAGINA 5 LAVORO Renzi subalterno alle imprese Giorgio Airaudo A lla Agrati, azienda metalmeccanica di Torino, non si produrranno più viti e bulloni speciali perché il padrone italianissimo, anzi brianzolo ha deciso così. E non lo vuole spiegare neanche al ministro Guidi. Gli ordini ci sono, il fatturato anche. È stato pagato a gennaio un premio di euro 2 giorni prima delle lettere che annunciavano la chiusura. In quell azienda non si faceva cassa integrazione da 5 anni. Nonostante la crisi non sfiori questa multinazionale tascabile del bullone, 82 lavoratori con le loro famiglie, perderanno il posto di lavoro e le produzioni andranno verso la Francia. Quasi contemporaneamente anche alla Micron, multinazionale dei semiconduttori, una produzione in crescita in tutta l Unione europea, e che dall Italia e dalle competenze dei lavoratori italiani ha avuto molto, rischia di consumarsi un altro triste epilogo con 419 licenziamenti ora in stand by e trasferimento di lavoro verso la Germania e gli Stati uniti. Alla Perugina la Nestle vuole sostituire il lavoro a tempo indeterminato, il posto «fisso» con la stagionalità che incontra non «casualmente» i nuovi contratti a termine a 8 rinnovi per 36 mesi: un vero e proprio bacio avvelenato del Jobs Act. CONTINUA PAGINA 5 L ovulo di Pasqua «Proibire la fecondazione eterologa è incostituzionale»: la Consulta smonta un altro pezzo della legge 40 e dà l ennesimo schiaffo al parlamento: norma illegittima. Una vittoria dell associazione «Coscioni». E mentre il Pd apprezza, il ministro della salute se ne dispiace. Il Vaticano per ora tace ma Famiglia Cristiana parla di «follia» PAGINE 2,3 DEMOCRACK Pd, donne capolista, ma è rissa Caso Sicilia, è cavalleria rusticana A lla direzione Pd Renzi annuncia 5 donne capolista alle europee (una per corrente): «Non bandierine, persone che danno contributo all Europa». Ma non basta a nascondere la rissa sulle liste. C è zuffa in Puglia e in Sardegna. Esplode il caso Sicilia, dove Crocetta ha rimpastato la giunta con il sì dei renziani e il no del segretario turco. Ieri nuovo round sui nomi. Alla fine voto all unanimità, ma la segreteria dovrà rimetterci le mani. Volano parole grosse. L escluso Cracolici: «Vendetta mafiosa di Crocetta-Faraone». Deroga concessa solo al veterano Pittella, ma anche la commissione dei garanti si divide. DANIELA PREZIOSI PAGINA 4 CGIL PAGINA 5 Camusso: «Sappiamo come farci ascoltare, nessuna nostaglia per la concertazione» A. SCI. PAGINA 5 FECONDAZIONE ETEROLOGA Diritti, il governo sta a guardare Massimo Villone L a Corte costituzionale demolisce un altro dei cardini della legge 40 del 2004 sulla procreazione medicalmente assistita. Una legge profondamente segnata dal pregiudizio ideologico della maggioranza parlamentare dell epoca, volta a proibire il più possibile, prescindendo da ogni considerazione di best practices mediche, di tutela della salute, di diritti. L obiettivo era difendere a oltranza i concetti più tradizionali di coppia, matrimonio, famiglia, filiazione. Da qui scelte conservatrici, se non oscurantiste, su punti nodali come la diagnosi pre-impianto e la fecondazione eterologa. CONTINUA PAGINA 3 BIANI Ecco perché non è vero che il governo taglia le spese militari. Tutti i conti di quanto ci costa il Def dell ente inutile e dannoso che è l Alleanza atlantica INTERVENTO Manlio Dinucci a pagina 15 UCRAINA PAGINA 7 Basta con le rivolte o attacchiamo, ultimatum di Kiev ai ribelli filo-russi MARATONA DI PALESTINA PAGINA 7 Israele ferma la corsa dell olimpionico al-masri IRAN PAGINA 7 Nucleare verso l intesa. Ma gli Usa contestano la nomina di Aboulatebi 10 APRILE 1991 Tragedia Moby Prince, i tempi non tornano CARLA LANIA l PAGINA 6 VIAGGIO IN ITALIA - 10 Reggio-Messina un unica città, due sponde PERNA, GATTUSO, MASTRANDREA l PAGINE 8, 9

2 pagina 2 il manifesto GIOVEDÌ 10 APRILE 2014 L OVULO DI PASQUA Vietare la fecondazione eterologa è illegittimo, ma il salutare verdetto Legge 40 della Consulta arriva dieci anni dopo l introduzione della normativa Fecondare ora si può La sentenza è una vittoria dell associazione «Luca Coscioni». La ministra della salute Lorenzin non approva: «Il problema è complesso». Ma il Pd apre a nuove norme: indietro non si torna Eleonora Martini ROMA D ieci L a Consulta ha stabilito che anche in Italia - come in Gb Spagna Belgio Australia Usa eccettera - una coppia sterile ha il diritto di ricorrere a un donatore per procreare, con buona pace dei (pochi) cattolici che gridano allo scandalo. Che poi il primo nato grazie al seme di un donatore del quale si abbia notizia è tal Gesù Cristo (Giuseppe aveva sessant anni. Avete presente gli spermatozoi di un sessantenne?). A essere puntigliosi, si fece ricorso anche all eugenetica, poiché il donatore, oltre a non essere affetto da malattie, era anche immortale e onnipotente, ma il punto qui non sono i (pochi) cattolici bigotti o i (pochissimi) PROCREAZIONE ASSISTITA Dieci anni di laica pazienza Francesca Fornario politici genuflessi nel tentativo di lucrare voti (quelli alla Casini, così devoti alla famiglia tradizionale da farsene almeno un paio). Il punto - ci ricorda la Consulta - sono gli altri, e il loro - nostro - diritto di scegliere. La sentenza ha accolto il ricorso di due donne affette da menopausa precoce, dopo 10 anni dall approvazione della legge (si consolino: sarebbero finite in menopausa comunque). Laica Pazienza. Sono i tempi lenti della giustizia in un paese in cui la giustizia rinuncia a farla la politica per lasciarla fare ai tribunali. Ma anni e una manciata di settimane per smontarla definitivamente, o quasi. Manca solo che la Corte costituzionale si pronunci sul divieto di ricerca embrionale ma prima, a breve, dovrà farlo la Corte europea dei diritti dell uomo e poi la legge 40, varata il 19 febbraio 2004 e da allora sottoposta 29 volte al vaglio dei tribunali, sarà carta straccia. Ieri la Consulta ha dichiarato incostituzionale la norma che vieta il ricorso a tecniche di procreazione medicalmente assistita (Pma) di tipo eterologo, ossia con l utilizzo di gameti maschili o femminili donati da persona esterna alla coppia. Canta vittoria l Associazione Luca Coscioni che, con gli avvocati Filomena Gallo e Gianni Baldini, si è fatta protagonista della lunga battaglia per smantellare pezzo per pezzo questa la legge. Qualche entusiasmo si percepisce anche dentro il Parlamento con l esultanza di Sel e del M5S (che al Senato ha depositato il ddl Fucksia «in linea con la Consulta»). Ma dalle timide reazioni del Pd e dall imponente eco vaticana che si propaga invece nelle stanze del centrodestra - «sentenza sconcertante», «attacco alla famiglia», «deriva pericolosa», «perdita di credibilità della Corte costituzionale», «vulnus alla sovranità popolare», e chi più ne ha più ne metta - si capisce invece che la sentenza getterà qualche scompiglio tra la compagine del governo Renzi. E infatti la ministra della Salute, Beatrice Lorenzin, è tornata ad agitarsi come all indomani dell abolizione della legge Fini-Giovanardi: «L'introduzione della fecondazione eterologa nel nostro ordinamento - ha detto ieri - è un evento complesso che difficilmente potrà essere attuato solo mediante decreti di tipo amministrativo, ma necessita una condivisione più ampia, di tipo parlamentare». Bisognerà aspettare, come sempre, le motivazioni dei giudici costituzionalisti per capire esattamente come la fecondazione eterologa potrà d ora in poi essere regolamentata, ma la ministra Lorenzin ha già annunciato «al più presto una road map» per normare «alcuni aspetti estremamente delicati che non coinvolgono solamente la procedura medica, ma anche problematiche più ampie, come ad esempio l'anonimato o meno di chi cede i propri gameti alla coppia e il diritto di chi nasce da queste procedure a conoscere le proprie origini e la rete parentale come fratelli e sorelle». Una posizione in parte condivisa anche dal Pd: «Sono d accordo con la ministra che si tratta di materia molto delicata e che occorre una nuova legge per normare alcuni aspetti di natura tecnica oltre che etica - commenta, rispondendo al manifesto, il nuovo responsabile Sanità del partito, Federico Gelli, molto vicino al premier Renzi ma mi sembra di capire che il pronunciamento della Corte parla chiaro e che quindi, al di là dei propri convincimenti personali e delle tante posizioni che esistono anche dentro il Pd, non si possa tornare in alcun modo indietro pensando di ripristinare con una nuova legge i divieti cancellati». La Corte costituzionale di fatto ha dato ragione alle tre coppie che si erano rivolte ai tribunali di Firenze, Catania e Milano e ha bocciato le norme che vietavano l eterologa (articolo 4, comma 3) e quelle correlate (articolo 9) che, in caso di ricorso illegale all eterologa, stabilivano che il donatore di gameti non avrebbe potuto acquisire «alcuna relazione giuridica parentale con il nato» e vietavano «il disconoscimento della paternità e dell'anonimato della madre». Decaduto anche l'articolo 12 comma 1 che puniva «chiunque a qualsiasi titolo utilizza a fini procreativi gameti di soggetti estranei alla coppia richiedente» con una sanzione amministrativa da 300 mila a 600 mila euro. Secondo l avvocato Gianni Baldini, tra i legali del procedimento di Firenze, la Consulta, accettando le obiezioni sollevate dai tribunali, avrebbe riscontrato una violazione della Carta per quanto riguarda l articolo 2 (aspirazione procreativa), l art. 3 (discriminazione tra coppie infertili totali e coppie infertili parziali che possono invece accedere alle tecniche di Pma), l art. 13 (libertà del soggetto di disporre della propria identità biologica e fisica), l art. 29 (diritto al costituire una famiglia) e l art. 32 (tutela della salute). È stato proprio l avvocato Baldini, che rappresenta l associazione Coscioni, a richiedere ed ottenere dalla Consulta il rinvio della discussione, inizialmente prevista per ieri, su un altro importantissimo punto, l ultimo baluardo della legge 40, quello che vieta la ricerca sugli embrioni. «La Consulta ha accettato di discuterne dopo aver ascoltato la sentenza che la Grand Chambre della Corte europea dei diritti umani emetterà su questo tema il prossimo 18 giugno, decidendo sul procedimento aperto contro l Italia da Adele Parrillo, vedova del regista Stefano Rolla deceduto nell'attentato di Nassiriya nel 2003, che vuole donare alla ricerca i 5 embrioni prodotti prima della morte del compagno durante un ciclo di fecondazione assistita. Se la corte di Strasburgo prima e la Consulta poi dovessero abolire anche questo ultimo divieto, della legge 40 non rimarrà più nulla. nemmeno la politica ha tutta la responsabilità. La legge 40 si sarebbe potuta abolire per referendum nel 2005, ma solo il 25,9% degli elettori si recò alle urne. Tre aventi diritto al voto su quattro non vollero partecipare, salvo lamentarsi negli anni a venire della politica che taglia fuori i cittadini. La conquistata libertà di scelta va esercitata, o la si perde: finendo per votare in massa qualcuno (o qualcun altro, è uguale, tanto poi si mettono d accordo) che decide di negare agli elettori il diritto di scegliere fin dalle elezioni - nonostante il parere contrario della Consulta - tanto gli elettori non sembravano tenerci troppo. Prima della legge 40/ANDREA BORINI, SOCIETÀ FERTILITÀ «E ora ricreare banche del seme gestite anche dai centri pubblici» E. Ma. O ra che al cosiddetto "turismo procreativo" saranno costrette solo le donne single e le coppie omosessuali italiane, «la prima cosa da fare è ricreare le banche del seme». Andrea Borini, presidente dell Osservatorio turismo procreativo e della Società italiana fertilità e sterilità (Sifes), si rallegra della sentenza della Consulta che riammette anche in Italia la possibilità per una coppia di concepire un figlio legalmente riconosciuto con seme o ovocita donato da un donatore terzo. «Spero solo che il legislatore vorrà ora autorizzare la fecondazione eterologa anche nei centri pubblici, e non solo privati, come era prima della legge 40». Ma esattamente cosa vuol dire, per quanto riguarda l eterologa, tornare alla situazione precedente al 2004, anno in cui venne varata la legge che maggiormente ha intasato le aule giudiziarie del nostro Paese? Fermo restando che di quella normativa rimane tuttora in vigore l articolo 5 (uno dei pochi a non aver subito modifiche nei tribunali) che consente l accesso alle tecniche di Procreazione assistita (Pma) solo alle «coppie di maggiorenni di sesso diverso, coniugate o conviventi, in età potenzialmente fertile, entrambi viventi». Single e omosessuali esclusi, dunque. Comunque, «prima della legge 40 non c era alcuna legge a regolamentare la Pma - racconta Borini - ma solo due direttive ministeriali: una del ministro Bindi che vieta di retribuire i donatori, e una precedente che vieta Ma il «turismo procreativo» rimarrà l unica possibilità per le donne single e le coppie omosessuali italiane la fecondazione eterologa ai centri pubblici. Adesso i centri privati potrebbero iniziare già da subito a ripristinare le tecniche finora vietate». Servirebbero però nuove banche del seme e degli ovociti. Da noi, a differenza che in altri Paesi, «le donne non sono mai state donatrici a pagamento», ricorda Borini. «In Spagna, per esempio, le donne che donano i propri ovuli sono pagate fino a 2000/2500 euro, mentre in Catalogna al massimo mille euro; negli Usa il "rimborso" arriva a circa 3500 dollari». In Italia invece i gameti femminili donati sono sempre stati quelli prodotti in eccesso dalle donne sottoposte a fecondazione assistita. Al contrario, i donatori di sperma, prima della direttiva Bindi, percepivano una sorta di retribuzione economica anche nel nostro Paese. Sia per le donne che per gli uomini, esisteva presso ogni centro un registro dei donatori coperto da privacy. «Ma non c era un registro nazionale - aggiunge Borini -; solo più tardi, e solo in alcuni Paesi, hanno introdotto per il donatore l anonimato come opzione, dando così anche alla coppia ricevente la possibilità di scegliere tra un genitore biologico anonimo o uno eventualmente rintracciabile». Ricreare le banche del seme è particolarmente importante perché per questioni mediche i gameti vanno congelati prima dell utilizzo. E se «è più probabile che si abbiano ovuli congelati già pronti - conclude Borini - il liquido seminale raccolto deve essere sottoposto a congelamento in quarantena per almeno 6 mesi».

3 GIOVEDÌ 10 APRILE 2014 il manifesto pagina 3 L OVULO DI PASQUA I vertici tacciono, ma le retrovie della Santa Sede Vaticano si scatenano. Famiglia cristiana: follia italiana UN LABORATORIO PER LA FECONDAZIONE ASSISTITA/FOTO TAM TAM 2004/2014 Una vittoria senza appello Filomena Gallo CLINICA DEGLI ORRORI Ergastolo per il chirurgo Pene severissime per i medici della cosiddetta «clinica degli orrori» Santa Rita di Milano. Ergastolo e arresto immediato per Pier Paolo Brega Massone, 30 anni di carcere per l aiuto Fabio Presicci e 26 anni per l altro aiuto Marco Pansera. Prescritte invece le condanne per gli anestesisti coinvolti e che non avevano denunciato l azione dei chirurghi. Brega Massone era imputato per 4 casi di omicidio volontario aggravato dalla crudeltà e 45 casi di lesioni. Arrestato nel 2008, è stato già condannato in secondo grado a 15 anni e mezzo di carcere per truffa e per un ottantina di casi di lesioni. L equipe non esitava a compiere mutilazioni inutili e interventi pesantissimi (perfino nei confronti di malati terminali e ultraottantenni) per riscuotere i rimborsi regionali. Secondo i pm i medici hanno dimostrato di «non possedere umana pietà». CATTOLICI Le associazioni integraliste accusano il colpo: sarà il far-west La guerra santa è persa B inetti (Udc): «Da Consulta grave attacco alla famiglia». Giovanardi (Popolari liberali): «Con via libera a eterologa si aprono scenari inquietanti». Famiglia cristiana: «Sentenza choc l ultima follia italiana». Scienza e Vita: «Avanza la Babele procreativa». A leggere le dichiarazioni di lor signori a margine della decisione della Corte Costituzionale di cancellare il divieto di fecondazione eterologa dalla legge 40 del 2004, perché incostituzionale, sembrerebbe che nel nostro Paese siano state reintrodotte le leggi razziali o la pena di morte. E invece no: semplicemente i giudici della Consulta hanno restituito, nel pieno rispetto degli articoli 3 e 32 della nostra Costituzione, a tante famiglie il loro diritto ad avere un figlio in Italia, senza dover andare a rifugiarsi all estero con un dispendio economico e psicologico rilevante, per non parlare dei rischi che si corrono nei centri medici di altri Paesi. Coltivare il sogno di un bambino, di una famiglia, costruire la possibilità del futuro anche nella genitorialità, sfidando la malattia, la menopausa precoce, l infertilità. A questa sfida oggi la scienza può aiutare a rispondere con l utilizzo di tecniche di fecondazione medicalmente assistita di tipo eterologa, cioè con gameti esterni alla coppia. L eterologa è stata applicata nel nostro Paese fino al 2004 senza problemi né di natura scientifica né giuridica. Poi una legge discriminatoria, la legge 40 del 2004, ferma la speranza di tante persone di potervi accedere. All indomani dell entrata in vigore, su iniziativa dell Associazione Luca Coscioni e del Partito Radicale, iniziò una raccolta firme per un referendum abrogativo che non fu ammesso e fu realizzato un referendum di abrogazione parziale della norma; non fu raggiunto il quorum, - la Chiesa e le forze paternalistiche in parlamento sabotarono il referendum, prima trasformandolo in quattro quesiti troppo tecnici e poco comprensibili per i cittadini, poi facendo campagna di astensione su una stampa compiacente - ma il 25% degli italiani che espressero preferenza dichiararono il no alla legge 40. Sono seguite 29 decisioni di tribunali, oggi è la trentesima, che hanno smantellato la legge, finita sotto processo anche dinanzi alla Corte Europea dei Diritti dell Uomo. Tribunali, battaglie politiche, dolore di tante coppie che non hanno potuto dare alla luce un figlio: tutto questo scenario dinanzi a un parlamento inerme e incapace di ascoltare i cittadini, tuttavia deciso nel difendere principi da Stato Etico. Lo stesso parlamento che ha evocato nelle sue prime dichiarazioni il ministro della Salute: Beatrice Lorenzin chiede l intervento del legislatore, perché ora la norma è svuotata da quello che lei definisce un «atto amministrativo». La decisione della Consulta non si può configurare come un intervento amministrativo perché ha valore di legge e il parlamento non potrà fare nulla per limitare quanto sentenziato. Non siamo in presenza di un vuoto normativo: già nel 2005 era stato ammesso il quesito referendario che prevedeva la cancellazione di tale divieto. Appena verranno depositate le motivazioni tutti i centri pubblici e privati di fecondazione assistita dovranno permettere a tutte le coppie sterili di accedere all eterologa - le normative scientifiche in vigore in un Italia comunitaria già lo consentono. È tempo che tacciano coloro che amano riunirsi sotto l etichetta dei movimenti per la vita, perché è anche colpa loro se per dieci anni a tante persone è stato negato il diritto proprio di mettere al mondo una vita. È tempo che la politica si faccia garante dei diritti dei cittadini e non di posizioni astratte e ideologiche. È il tempo dei diritti individuali, di uno Stato liberale, del rispetto della Costituzione contro ogni tentativo di potere da parte di fondamentalismi. Oggi è il giorno della vittoria delle associazioni, delle famiglie, degli avvocati, di tutti quelli che non hanno smesso di lottare e che difenderanno questo risultato in ogni sede. *Segretario dell'associazione Luca Coscioni, legale con Gianni Baldini della coppia che si è rivolta al Tribunale di Firenze Luca Kocci «F ar west procreativo», «rivoluzione antropologica», fine della democrazia. Le parole usate dal mondo cattolico ed ecclesiastico contro la sentenza della Corte costituzionale che ha cancellato un altro pezzo della legge 40 sulla sono severe e violente. Del resto quella sulla fecondazione assistita non è una delle tante campagne in difesa dei «principi non negoziabili», ma la battaglia che si è configurata come una sorta di rivincita sui referendum su divorzio e aborto. Prima per far approvare la legge nel Poi per far fallire il referendum abrogativo del 2005, invitando i cattolici all astensione, tanto che all indomani del voto del giugno il quotidiano della Cei Avvenire aprì la prima pagina con un gigantesco «74,1%», ovvero la percentuale degli astenuti, tutti arruolati fra le fila dei favorevoli alla legge. Infine, negli anni successivi, per rintuzzare ogni «attacco» al provvedimento da parte di giudici ed organismi europei. Ovvie quindi le reazioni negative, affidate per lo più ai dirigenti laici delle associazioni e dei movimenti organici alle istituzioni ecclesiastiche. Da parte vaticana, infatti, si è scelto il basso profilo. La sentenza «lascia sconcerto e dispiacere» e «crea delle conseguenze difficili da gestire», lo scarno commento di mons. Pegoraro, della Pontificia accademia per la vita. Sull Osservatore Romano poche righe senza commenti a pagina 2: «È illegittimo il divieto alla fecondazione eterologa. Lo ha sancito la Corte costituzionale, bocciando i punti della legge 40 che vietavano in modo categorico il ricorso a un donatore esterno nei casi di infertilità assoluta». Più netta Radio Vaticana, che fa parlare Gianfranco Amato, presidente dei Giuristi per la vita: «È una pronuncia grave» perché annulla una norma che «salvaguardava i nascituri» ed «evitava il lucroso commercio di gameti che va sotto il falso nome di donazione e il conseguente sfruttamento delle donne». Poi l affondo. È stata «stravolta la prospettiva antropologica» alla base della legge, «ci dobbiamo chiedere chi legifera in questo Paese: il Parlamento democraticamente eletto o la Corte Costituzionale?» Silenzio da parte dei vescovi, mentre si scatenano i vertici delle associazioni, i cui commenti vengono rilanciati dal Sir, l agenzia della Cei. Scienza & Vita, fondata proprio ai tempi del referendum del 2005, come «braccio operativo» della presidenza Ruini: «Si apre un inesorabile vuoto normativo che prelude al ritorno a quel far west procreativo che in questi anni era stato possibile contenere», dichiarano i presidenti Paola Ricci Sindoni e Domenico Coviello. «Viene legittimata ogni pratica di riproduzione, con il solo pretesto che tutti, comunque, hanno diritto a veder garantiti i propri desideri. La cultura Secondo Carlo Casini «la cultura dominante ha deciso di ignorare l interesse del più piccolo e del piùdebole» giuridica si rimette al dominio della tecnoscienza, legittimandone lo strapotere» e indebolendo «i capisaldi della civiltà occidentale». La «cultura dominante ha deciso di ignorare l interesse del più piccolo e del più debole», dice Carlo Casini, presidente del Movimento per la vita. «Una cultura che non ha la maggioranza e che ha un ancor meno sensibilità democratica, visto che continua a farsi beffe della volontà popolare espressa in un referendum» e «preferisce dare picconate alla legge 40». I giudici «rinuncino a vestire i panni del legislatore». E il vicepresidente del Mpv, Morandini, evoca scenari apocalittici: siccome «non sarà consentito conoscere l identità dei propri genitori naturali, i figli nati da eterologa potranno magari un domani contrarre matrimonio con altri figli nati da eterologa e che magari sono figli dello stesso loro padre o della loro madre». Grida anche Famiglia cristiana, il settimanale dei Paolini solitamente dialogante, che sul suo sito internet titola «Ultima follia italiana, e lancia un dibattito online. Noi Siamo Chiesa l unica voce cattolica in controtendenza: «Rimangono tutti i problemi etici a cui ogni coppia si trova di fronte, ma ora la legge 40 è stata inevitabilmente modificata di fronte ai costi pesanti di un fenomeno ormai diffuso, quello della «emigrazione» per sottrarsi al divieto italiano, che l ordinamento giuridico non poteva continuare ad ignorare». DALLA PRIMA Massimo Villone I giudici fanno la loro parte Di opzioni più avanzate pur ammesse in altri paesi, come l utero in affitto o la fecondazione per la donna single o genitori dello stesso sesso, nemmeno a parlarne. L esito della legge 40 è stato il fiorire di un costoso turismo procreativo verso vari paesi d Europa per la clientela italiana che poteva permetterselo. E gli altri? Si arrangiassero. Una bella spending review sulla procreazione è quel che serve. Dopo tutto, qual è l interesse generale a che i poveri generino altri poveri? È dunque bene che la Corte costituzionale abbia impugnato l ascia. Già con la sentenza 151/2009 aveva dichiarato la violazione degli articoli 3 e 32 della Costituzione ad opera dell articolo 14, comma 2, della legge (unico e contemporaneo impianto, di non più di tre embrioni), e del comma 3, nella parte in cui non prevedeva che il trasferimento degli embrioni dovesse comunque farsi senza pregiudizio della salute della donna. Con la decisione di oggi la Corte cancella il divieto di fecondazione eterologa, dopo qualche esitazione tradotta nel rinvio ai giudici remittenti (ordinanza 150/2012) per tener conto della sentenza della Corte di Strasburgo, Grande Camera, (S.H. and others v. Austria, 3 novembre 2011) che aveva ritenuto le limitazioni poste da una legge austriaca non lesive dell articolo 8 della Convenzione europea dei diritti dell uomo, sul rispetto della vita privata e familiare. Ma oggi i giudici italiani hanno deciso, anche se dovremo comunque leggere le motivazioni per valutare l esatta portata. E si sa di qualche voce interna in dissenso. Un commento: sui diritti, vecchi e nuovi, i giudici fanno la loro parte. Così è quanto al fine vita per il caso Englaro (Cass., I civ., 16 ottobre 2007, 21748; Corte app. Milano, I civ., 25 giugno 2008). Così è per la Cassazione, I civ., quando nel gennaio 2013 definisce mero pregiudizio sostenere che sia dannoso per l equilibrato sviluppo del bambino il fatto di vivere in una famiglia incentrata su una coppia omosessuale. Così è per il Tribunale di Roma, che il 26 settembre 2013 disapplica il divieto di diagnosi pre-impianto in un caso di fibrosi cistica, ordinando alla Asl competente di operare una previa corretta scelta e impiantare esclusivamente gli embrioni sani. Così è ancora in via di principio quando la Corte costituzionale afferma che il legislatore deve tener conto degli sviluppi della scienza medica (sentenza 151/2009 già richiamata). E vanno notate le quasi identiche parole della Corte di Strasburgo citata, che nega sia violato l articolo 8 della Convenzione, ma ammonisce il legislatore austriaco a seguire gli sviluppi in atto. Le sentenze richiamate sono un buon esempio di quel che i costituzionalisti «parrucconi» intendono parlando di checks and balances. Qui incrociamo il dibattito sulle riforme istituzionali. La spinta verso un bipolarismo coattivo, con taglio delle ali, è una tendenza che può produrre alla fine politiche - e leggi - conservatrici. Se si vince convergendo al centro, e togliendo rappresentanza e voce alle posizioni più lontane, il moderatismo trionfa. E il moderatismo può ben essere terreno di coltura per il conformismo e la sordità al nuovo, piuttosto che per la crescita di libertà e diritti. Istituzioni, politica e leggi si legano strettamente. La tendenza a una ulteriore torsione maggioritaria deve preoccuparci. L evoluzione fisiologica dei diritti e della libertà borghesi rischia di essere nel nostro paese bollata come espressione di estremismo sociale e politico, e di essere espulsa dalle sedi - in principio appropriate - della rappresentanza. Dobbiamo per questo batterci contro ogni forma di estremismo bipolarista e maggioritario. Dobbiamo batterci per la difesa della Costituzione e dei luoghi in cui i suoi precetti si fanno valere, vigilando in particolare sull autonomia e l indipendenza dei giudici, ordinari e costituzionali. Una volta le persone di sinistra potevano immediatamente identificarsi dicendo di non voler morire democristiani. Ma adesso la Dc non c è più. Sulla lapide che scriviamo?

4 pagina 4 il manifesto GIOVEDÌ 10 APRILE 2014 Il premier fa lo show e la pace con le donne. Ma non riesce a oscurare la guerriglia. I pugliesi chiedono il ritiro di Emiliano. Soru vuole garanzie. Duello Crocetta-Raciti FOTO PIER PAOLO SCAVUZZO-EIDON Daniela Preziosi O rmai la direzione ha il format di uno show, il suo show in diretta streaming. Matteo Renzi apre la riunione metà torrente impetuoso metà rullo compressore: gag, battute, scherzi. Saluta il ritorno Dario Franceschini che si è «ripreso dal coccolone», «faccia una vita meno spericolata, meno inciuci e trattative». Ironico, persino autoronico. Lo schema è lo stesso delle conferenze stampa a Palazzo Chigi: lui ci mette la faccia (e fa lo spot), i suoi uomini (e donne) si smazzano i contenuti. Ieri all ordine del giorno c erano le liste per le europee. Parto difficile, dopo mesi - anni in alcuni casi - di travagli, lavorii e logorii interni. Renzi fa l annuncio che colpirà l opinione pubblica e gli fa fare pace con le donne del suo partito: a volte, dice, è stato «eccessivo il tono di alcuni e alcune sulla parità di genere in legge elettorale». Di cui lui, ammette, non è «un pasdaran». Il calumet è avere tutte donne capolista, «non come bandierine, ma come persone che per esperienza, storia personale e lavoro fatto possano dare un contributo all Europa». Le prescelte sono cinque, una per circoscrizione ma anche una per corrente: la lettiana poi renziana Alessia Mosca nel nord ovest; la bersaniana con qualche sbandamento Alessandra Moretti nel nord est, la renziana doc Simona Bonafè al centro, la franceschiniana Pina Picierno al sud e la siciliana Caterina Chinnici per le isole, figlia del magistrato ucciso dalla mafia e già assessora della giunta Lombardo. Renzi chiude in fretta pregando i suoi di glissare su quello che bolle in parlamento: ddl costituzionale, decreto Poletti, Italicum. «Abbiamo un pluralità di questioni aperte, se le affrontiamo tutte non reggiamo la discussione di oggi: nei prossimi 50 giorni darei priorità alla campagna elettorale. Capisco le discussioni, le polemiche, le posizioni diverse ma siamo ad un passo da una campagna elettorale importante». Preoccupazione superflua. Da giorni le opposizione interne hanno messo la sordina alle polemiche (al netto dei 22 senatori dissidenti e di Fassina sul Def). La tregua è dovuta alla consapevolezza che un affermazione del Pd alle europee è la precondizione per tutto, anche per le trattative interne. Ma soprattutto da giorni tutte le correnti sono impegnate nella delicata partita delle liste. Sotto i nomi noti come Sergio Cofferati e Paolo De Castro, riconfermati, e il recupero dell ex ministra Cecile Kyenge, cova la brace. Renzi passa la palla a Lorenzo Guerini, il vicesegretario di saggezza democristiana nominato apposta per governare la guerriglia interna. Che esplode subito, mentre il premier si eclissa. I romani, reduci dalle risse della propria federazione (nel centro corrono i big Sassoli, Gualtieri, Silvia Costa, Bettini, Domenici) incrociano i ferri sul «poco rinnovamento». Altro capitolo: la direzione concede la deroga ai tre mandati solo a Gianni Pittella, candidato alle primarie poi schieratosi con Renzi. Stavolta a spaccarsi è nientemeno che la commissione di garanzia: per Aurelio Mancuso a norma di statuto manca il quorum, il presidente Franco Marini lo invita a soprassedere sulle regole. In diretta streaming. Ma sono bazzecole in confronto alla cavalleria rusticana che va in scena sul caso Sicilia. Il governatore POLITICA DEMOCRACK Renzi: donne capolista, ma esplode il caso Sicilia. L escluso accusa: vendetta mafiosa Europee, la cavalleria rusticana Pd INCROCI Sorgenia dalle banche, De Benedetti dal premier Arriva all esame del cda di Sorgenia il piano di salvataggio messo a punto dalle banche. Il cda si riunirà oggi per discutere la proposta dei creditori, verso cui la società energetica controllata dalla Cir della famiglia De Benedetti è esposta per 1,9 miliardi, 600 milioni dei quali giudicati non sostenibili. Cir e Cofide (la holding finanziaria del gruppo) hanno comunicato il rinvio di due settimane del cda sul bilancio, slittato per entrambe dal 14 al 28 aprile, allo scopo di «tenere conto degli eventuali progressi dei negoziati in corso tra la controllata Sorgenia Spa e le banche creditrici sulla ristrutturazione del debito». Lo slittamento dovrebbe consentire a Sorgenia di raccogliere tutti gli elementi necessari per approvare il suo bilancio in una prospettiva di continuità aziendale. La proposta delle banche prevede un aumento di capitale di 400 milioni da sottoscrivere, in assenza di un impegno dei soci, con il conferimento dei debiti, la conversione di altri 200 milioni di esposizione in un convertendo e l erogazione di 256 milioni di nuova finanza. Cir, che fino ad ora aveva messo a disposizione 100 milioni per mantenere il controllo, ne dovrebbe sborsare almeno il doppio. Coincidenza: alla vigilia di questi appuntamenti cruciali, ieri Carlo De Benedetti ha fatto un salto a Palazzo Chigi. Crocetta ha appena rimpastato la sua giunta d accordo con il renziano Faraone, e facendo invece imbufalire Fausto Raciti, segretario regionale e giovane turco (ma eletto con un accordone interno bipartisan). Crocetta si materializza, i due si attaccano in più round. Il segretario vuole capolista l ex assessora Chinnici, il presidente la sindaca di Lampedusa Giusy Nicolini, che inveve finisce al terzo posto. Crocetta non ottiene neanche il posto per Beppe Lumia e lamenta un attacco all antimafia. Raciti però deve rinunciare a Antonello Cracolici, che nelle liste varate dall assemblea regionale c era. Al suo posto a Roma hanno messo proprio lui, che prova a ritirarsi a favore dell escluso. Fra i nomi siciliani ci sono altre perle: come Marco Zambuto, ex Udc, cuffariano, poi forzista, infine passato nelle truppe renziane. Guerini invita alla calma, e in cambio dell approvazione si impegna a un confronto con i vertici siciliani. Cracolici va giù pesante: «Una vendetta trasversale tipicamente mafiosa dal duo Crocetta-Faraone». Nella circoscrizione isole i guai non sono finiti.l ex governatore sardo Renato Soru, candidato, vuole garanzie: la Sardegna ha meno abitanti e di solito non elegge eurodeputati. Al Sud non c è pace: la segreteria pugliese, saputo che Michele Emiliano nonè capolista, gli chiede di ritirarsi. E dedicarsi da subito alle regionali di marzo. Dove il dopo-vendola già divide il Pd. Neanche a dirlo. FORZA ITALIA Settimana nera. Sì del senato all uso delle intercettazioni di Verdini e Dell Utri I giorni più bui dell ex cavaliere Andrea Colombo «D omani sarà un giorno triste per la democrazia», ha pianto ieri Mariastella Gelmini con riferimento alla sentenza che al massimo entro cinque giorni farà di Silvio Berlusconi un detenuto comune, sia pur non carcerato. Parole identiche pioveranno in questi giorni più copiose delle gocce di pioggia nel diluvio universale. E nemmeno del tutto a torto, a patto di sostituire la parola «democrazia» con la pregiata sigla Forza Italia. Il condannato è molto pessimista: «Vogliono tapparmi la bocca», scuote la testa sconsolato. Considera il rifiuto della sua istanza da parte della Corte di Strasburgo, contro il quale tuonano tutti gli azzurri, un segnale tanto preciso quanto sinistro. Il tribunale di sorveglianza di Milano prenderà in considerazione il caso del condannato più eccellente d Italia alle 17 di stasera. Non deve decidere solo tra la concessione dell affidamento ai servizi sociali e gli arresti domiciliari, ma anche sulle modalità e sulle restrizioni da comminare se sarà accolta la richiesta di affidamento. La faccenda si risolve abitualmente in pochi minuti ma la lista delle richieste da assolvere prima di affrontare il caso Silvio è lunga e la scelta potrebbe slittare di qualche giorno. Le voci amplificate dal quotidiano della Cei Avvenire ipotizzano una sentenza morbida. L ex cavaliere dovrebbe solo prestare servizio di assistenza in una casa di riposo per anziani disabili mezza giornata alla settimana e restare in casa dalle 23 alle 6. Nulla però si sa sulle restrizioni che potrebbero rendergli impossibile la prosecuzione dell attività politica, e alcune ce ne saranno di certo. Non potrà incontrare altri pregiudicati e probabilmente neppure indagati in procedimenti connessi. Tra i suoi dirigenti non sono pochi. Non è certo, inoltre, che gli venga permesso di fare comizi, dal vivo o al telefono, o apparire in tv. Il disfacimento del partito che ha egemonizzato la politica italiana negli ultimi vent anni non dipende solo dalle sentenze, ma le sentenze sono alla base del crollo. Non è un segreto, per esempio, che alla base della scissione di Alfano ci sia proprio il calcolo di poter occupare uno spazio lasciato vuoto dalla «inagibilità politica» dell ex capo. Senza la condanna dell agosto scorso, non ci sarebbe mai stato l Ncd. L agenda della settimana nera degli azzurri, del resto, parla da sola. Ieri, il senato ha autorizzato l uso delle intercettazioni delle telefonate di Denis Verdini e Marcello Dell Utri nel quadro dell inchiesta P3. Di fatto, secondo l accusa, un associazione finalizzata a mettere le mani in una quantità industriale di affari lucrosi. Per Verdini è stata concessa l autorizzazione anche per le intercettazioni che riguardano la vicenda del Credito fiorentino. Verdini, a sorpresa, ha preso la parola in aula per sostenere l illegalità delle registrazioni, effettuate quando era parlamentare. L aula ha invece confermato il voto della Giunta, favorevole all uso delle registrazioni, perché realizzate non intercettando i telefoni dei senatori azzurri ma quelli dei loro interlocutori. Il senato ha invece restituito le carte relative a Cosentino alla camera, dichiarandosi incompetente a decidere. Il 15 aprile toccherà a Dell Utri. La Cassazione deciderà sul suo ricorso contro la sentenza d appello che lo ha condannato a 7 anni per concorso esterno in associazione mafiosa, considerandolo «uomo di raccordo» tra Cosa nostra e l ex cav. Rischiano di finire così azzoppati, o peggio, due uomini chiave della galassia berlusconiana. Ma anche gli altri guai del partito azzurro in un modo o nell altro si possono far risalire a vicende giudiziarie. Ieri Berlusconi ha attaccato il SENATO Il nodo audizioni in commissione Riforme, un seminario per sminare i lavori ROMA L a corsa comincerà martedì prossimo. Il senato tenterà di approvare il disegno di legge Renzi-Boschi - «disposizioni per il superamento del bicameralismo paritario, la riduzione del numero dei parlamentari, il contenimento dei costi di funzionamento delle istituzioni, la soppressione del Cnel e la revisione del Titolo V della parte seconda della Costituzione» - entro la pausa per le elezioni europee (25 maggio). Così vuole il governo, così chiede Renzi che ieri ha dovuto respingere le critiche di chi (Bersani) ha visto nella fretta l esigenza di piantare una bandierina in campagna elettorale: «Non siamo qui per piantare bandierine ma per cambiare l Italia», ha detto il presidente del Consiglio. Anche la ministra Boschi, impegnata in un audizione alla camera, ha confermato che la sfida è ancora valida: «Arrivare all approvazione della riforma in prima lettura entro il 24 maggio è un obiettivo ambizioso, realizzabile, necessario e non più rinviabile». Assai difficile, anche. Per posare la prima pietra delle nuove istituzioni della Repubblica, il senato ha a disposizione poco più di un mese: la metà del tempo che ha impiegato Renzi per mandare in parlamento il suo testo di legge costituzionale, presentato alla direzione del Pd il 6 febbraio scorso. Tra vacanze e ponti i senatori lavoreranno assai poco nel «mese decisivo» (Renzi dixit) di aprile. E a palazzo Madama il calendario d aula di maggio è già affollato da decreti in scadenza. Ce ne sono almeno tre - emergenza abitativa, rilancio dell occupazione e tossicodipendenze - che gruppo Forza Campania, che si considera parte di Forza Italia a livello nazionale ma non nella regione. L aut aut del capo è stato secco: «O dentro o fuori». Berlusconi è inviperito per la decisione di presentare per le elezioni campane un simbolo molto simile a quello azzurro, con tutta la confusione che ciò provocherebbe. Ma anche all origine del braccio di ferro tra il sovrano e il suo ex proconsole campano cos altro c è se non i processi e le gravissime accuse a carico di Cosentino? Si parte martedì. Renzi insiste con i richiami alla linea, ma ora vuol far discutere i prof. Intanto Boschi sceglie i suoi saggi xing presenta avranno la priorità su tutto il resto. La presidente della commissione Finocchiaro, anche relatrice assieme al leghista Calderoli, ha già lasciato intendere di voler partire di slancio, adottando il testo del governo come testo base (da ieri atto senato 1429). Allo stesso obiettivo miravano le pressioni dei vertici del Pd perché venissero ritirati i progetti concorrenti, primo fra tutti quello firmato da Chiti con una ventina di senatori del gruppo. Ma di progetti di legge sul bicameralismo ce ne sono più di una dozzina, quattro o cinque solo del Pd, e tutti dovranno essere compresi nelle relazioni che martedì segneranno il fischio d inizio. Il passaggio successivo sarà la richiesta di audizioni, che in genere impegnano il lavoro di commissione per tutta la prima settimana. L intenzione della maggioranza Pd è di ridurre al minimo questo passaggio rituale. È però incontestabile che il momento richiede una qualche solennità, visto che il parlamento si sta accingendo a cambiare i connotati della Repubblica. «Sono 30 anni che si discute di riforme», ha ripetuto spesso Renzi, motivando anche così la sua fretta. Ma un seminario non si nega a nessuno, e così il segretario del Pd ha annunciato ieri non uno ma due appuntamenti di riflessione (il secondo è sul lavoro) ai quali intende invitare anche i «professori», cioè i costituzionalisti che tanto hanno criticato la sua proposta di riforma. Non che manchino professori favorevoli, che anzi si riuniranno a convegno già oggi con la presenza della ministra Boschi - mentre di tutt altro segno è un appuntamento del Centro riforma dello stato con tra gli altri Dogliani, Azzariti e Rodotà ma senza la ministra. Martedì, prima della commissione, i senatori del Pd si riuniranno ancora per cercare un intesa sugli emendamenti. La dispersa minoranza ha assunto su di sé l obiettivo del 25 maggio, ma certo non sarà in prima linea nel contrastare il prevedibile ostruzionismo del M5S. Renzi non lascia passare giorno senza un richiamo all ordine, ieri con una premessa: «Non evoco la disciplina di partito alla quale sono stato più volte richiamato e alla quale mi sono sempre attenuto». Ma... «la direzione ha già votato e alle primarie abbiamo chiesto il consenso su un modello di riforma». Peccato che nella mozione Renzi nulla si diceva su bicameralismo e senato. Alla direzione del 6 febbraio, poi, fu presentata una proposta assai diversa. a. fab. Mette Edvardsen N/B Ken Jacobs/Aki Onda USA/JP Daniel Löwenbrück (Raionbashi) D Doreen Kutzke D Barokthegreat I Èlg F Maria Hassabi USA Ben Vida USA MSHR USA Enrico Boccioletti I Marco Berrettini CH Rashad Becker Syria/D Porter Ricks/Thomas Köner D Neil Beloufa F Dora Garcia E Gaëlle Boucand F Ben Rivers/Ben Russell GB/USA Canedicoda I

5 GIOVEDÌ 10 APRILE 2014 il manifesto pagina 5 CHE ALTRO CERVIA Al congresso Flai Cgil i lavoratori Nestlè contro la precarizzazione dei contratti Il Jobs Act in salsa Perugina Antonio Sciotto CERVIA (RAVENNA) N o L azienda vuole trasformare i contratti a tempo indeterminato in lavoro part-ime al Jobs Act in salsa Perugina. La Cgil giudica «irricevibile e provocatoria» la proposta di flessibilizzare i contratti avanzata dalla Nestlè, proprietaria dello storico marchio dolciario italiano. La posizione è stata ribadita ieri al congresso della Flai Cgil, a Cervia, dove erano presenti diversi delegati del gruppo alimentare svizzero. L'azienda ha specificato che «non intende abolire il tempo indeterminato», ma secondo la Flai sussiste comunque un «alto rischio di precarizzazione» nella proposta di trasformare i contratti full time in part time. «Così si riduce il salario, si mette a rischio il futuro di tante persone che da anni lavorano per la Perugina», dice Marco Ballerani, che come altre 1100 persone tra fissi e stagionali produce cioccolatini, biscotti e caramelle nello stabilimento di San Sisto, a Perugia. Gli operai dei Baci, peraltro, già da diversi anni non hanno vita facile: da quando è iniziata la crisi, infatti, hanno dovuto tamponare i periodi di bassa produzione (primavera ed estate, quando per il caldo si arresta la vendita di cioccolata) con sempre più pesanti iniezioni di cassa integrazione e solidarietà. Una situazione che per i conti della multinazionale svizzera si è rivelata sempre più «inefficiente», e così nell'ultimo faccia a faccia con i sindacati, lo scorso 4 aprile, si è tentato il colpaccio: «Ci hanno detto che se volevamo confrontarci sull'integrativo di gruppo, motivo per cui ci eravamo incontrati racconta Sara Palazzoli, segretaria Flai dell'umbria avremmo dovuto discutere insieme una loro proposta sulla flessibilizzazione dei contratti. A quel punto abbiamo rotto le trattative, per noi i due temi devono restare separati». Chi lo sa, forse stimolata dal decreto Poletti, che liberalizza al massimo i contratti a termine, la Nestlè ha pensato bene di pigiare il piede sull'acceleratore della flessibilità. D'altronde, le lamentele delle imprese sono sempre le solite, e purtroppo i sindacati soprattutto se lasciati soli dalla politica per replicare hanno armi ogni giorno più spuntate: «Dicono che il dolciario con la crisi ha perso il 35% di vendite spiega il delegato Perugina e che in altri paesi, come per esempio in Germania, dove producono le capsule per il Nespresso, trovano condizioni migliori per investire. Su questo possiamo anche dargli ragione: è vero che da noi la burocrazia e le tasse sul lavoro sono penalizzanti, ma sulla flessibilità non ci stiamo. Abbiamo già dato». In effetti, dei 1100 addetti Perugina, 300 sono stagionali: vengono chiamati al lavoro solo per i periodi di «curva alta» (da fine estate a Pasqua). Degli altri 800, tutti a tempo indeterminato, circa 260 sono già part time, secondo una formula che ha fatto scuola nell'industria alimentare italiana. Sono infatti contrattualizzati per 30 ore settimanali, ma in realtà le fanno soprattutto nei periodi di «alta»: arrivando spesso anche fino a 40 o 48 ore a settimana. Tutte le ore aggiuntive a quelle base, vengono poi «smaltite» nei periodi di «curva bassa» (da aprile a fine luglio): pur restando a casa, così percepiscono comunque lo stipendio. Il problema si pone per gli altri 540 operai: essendo full time, sono diventati un rompicapo per il gruppo, che li ritiene troppo «rigidi», sempre meno adatti al mercato, che chiede ogni anno una stagionalità più spinta. Per questi perugini, e analogamente per i circa 400 CERVIA (RAVENNA) P er Susanna Camusso è il momento dell orgoglio e risponde agli attacchi ricevuti dall esterno (vedi Renzi) e dall interno (leggi alla voce Fiom). «State sereni dice dal palco di Cervia, al congresso Flai non pietiamo un incontro, un udienza, un formale riconoscimento. La Sala verde di Palazzo Chigi può anche essere chiusa, non ne avremo nessuna nostalgia. Ma siamo quelli che vanno ascoltati, non perché chiediamo qualcosa, ma perché siamo tra i pochi soggetti in Italia che non si sono rassegnati all idea che non si possa cambiare la condizione concreta delle persone». Il messaggio è chiaro ed è per il governo, ed è come dire «anche se tu non ci vuoi ascoltare, noi ci siamo». Ma ce n è anche per Landini, il segretario Fiom, che proprio dalle colonne del manifesto, la settimana scorsa ha accusato la Cgil di essere troppo attenta a ritagliarsi un posto al tavolo della concertazione invece di contrapporsi in autonomia alle sue controparti, siano il governo o le imprese. Quanto al congresso, il monito di Camusso è netto: «Non c è un problema di regole democratiche, c è piuttosto un gruppo dirigente che parla troppo di sé e non fa partecipare le persone dal basso». Tornando al rapporto con il governo, Camusso ha ribadito che «anche senza la Sala verde (quella della concertazione, ndr), il sindacato sa come farsi sentire, e pur se viene /FOTO ALEANDRO BIAGIANTI addetti delle industrie del gelato Nestlè di Parma e Ferentino, la multinazionale chiede adesso la conversione in «altri contratti», part time. «Siamo disposti a confrontarci sulla stagionalità, ma niente ricatti», hanno dichiarato ieri Flai, Fai e Uila. E da Perugia i delegati Flai spiegano la contro-proposta del sindacato: «Perugina potrebbe reinternalizzare tanti servizi che oggi dà in appalto, recuperando così alcuni posti per gli interni: negli anni passati i lavoratori erano già addetti a diverse mansioni, mica stavano solo sulle linee. Inoltre ci chiediamo che piani industriali si propongono per l'italia: se investissero su nuovi prodotti, forse potremmo lavorare di più». Il timore, per tutti i 4 mila dipendenti Nestlè italiani, è che la multinazionale svizzera sia sempre più intenzionata a disimpegnarsi dal nostro Paese. CGIL La segretaria Camusso al governo: «Sappiamo comunque come farci ascoltare» «Concertazione? Nessuna nostaglia» DALLA PRIMA Giorgio Airaudo Queste concomitanti vertenze ci dicono che il governo prima di svalutare ulteriormente il lavoro a scapito dell innovazione e della produttività con l aumento dell offerta di contratti a termine, attraverso il decreto lavoro che aumenterà solo la precarietà cannibalizzando e sostituendo il lavoro stabile, dovrebbe concentrarsi sull innovazione. Che richiede non lavoro intermittente, ma continuità di rapporto, lavoro stabile e partecipazione non coercitiva alla vita aziendale e allo sviluppo dei prodotti e della produzione. Manca a questo governo, come ai suoi predecessori una visione industriale, ci si affida alla ricerca di investitori nella City e si perdono gli investitori nostrani. Il ministro Guidi quando afferma che «la Fiat può fare quello che vuole perché privata», dimentica che è innanzitutto il governo del quale è ministro, che dovrebbe dire se pensa che le produzioni degli autoveicoli, come dei semiconduttori o dell alimentare, siano strategiche per il nostro paese, per il mantenimento e lo sviluppo dell occupazione. E che sempre il governo dovrebbe chiedere al sistema delle imprese di discutere cosa si produce in Italia per uscire dalla crisi aumentando l occupazione netta e non la mobilità tra i molti contratti esistenti. Il ministro dello sviluppo economico conferma con le sue dichiarazioni - compresa quella che invitava gli ingegneri della Micron «a cogliere ogni opportunità» nelle proposte di trasferimento all estero per non essere esuberi in Italia fatte dall impresa nel confermare i licenziamenti - quella sfiducia che una parte dell imprenditoria da cui lei stessa proviene, ha verso l Italia. Scegliendo di delocalizzare per profitto e speculazione scaricando sui lavoratori che sarebbero troppo forti nei diritti, nei costi, ma non certo nei salari una competizione che i lavoratori non possono vincere al posto del paese. Nell immediato servirebbe che queste crisi venissero affrontate alla Presidenza del consiglio e non su tavoli tecnici che in alcuni casi durano da troppo tempo senza soluzioni, dando centralità al mantenimento del sistema industriale che le lavoratrici e i lavoratori di queste aziende chiedono quando urlano al paese di non essere lasciati soli perché stanno difendendo gli interessi di tutte e tutti. Andrebbe aperto un confronto trasparente su cosa è oggi davvero l impresa e il sistema industriale italiano, su quali sono le sue responsabilità in questa crisi, sulle opportunità, su cosa è oggi innovazione, sui prodotti e sul ruolo sociale dell impresa. Ma è troppo scomodo criticar lor signori e più facile dire che si sta senza se e senza ma con il «Marchionne americano» che porta la Fiat e il suo Cda tra Londra e l Olanda per pagar meno tasse e sceglie per l Italia da Detroit. Su questo Renzi e il suo governo sono dei conservatori. negato, l ascolto c è: lo sconto Irpef sulle buste paga è una nostra rivendicazione da tempo, come il fatto che si pensi anche agli incapienti. Noi aggiungiamo che si deve guardare anche al disagio dei pensionati». E se queste sono le mosse positive del premier Renzi, la Cgil ribadisce anche quello su cui è contraria: «Il decreto sui contratti a termine non creerà nuova occupazione, ma rischia di precarizzare; e lo stesso avverrà generalizzando i voucher». «Mentre la nostra preoccupazione, adesso, deve essere il lavoro, e non mi pare che gli ultimi dati usciti ne prevedano una ripresa: perché se non diamo risposte ai disoccupati e ai giovani, la spinta propulsiva dei 1000 euro in più in busta paga rischia di esaurirsi». Le critiche al Jobs Act renziano sono state ribadite anche dalla segretaria generale della Flai, Stefania Crogi: «Le scelte su contratto a termine e apprendistato spostano più lontano l orizzonte di certezza e stabilità che i giovani, e non solo loro, hanno diritto di avere. Le tutele crescenti, l allungamento del periodo di prova, intrinsecamente vogliono dire più possibilità di licenziare, sommano precarietà a precarietà. Ma la vera novità è il ritorno dei voucher». Stefania Crogi critica anche il tentativo del premier di mettere all angolo i sindacati: «La volontà politica di superare i corpi intermedi si è già affermata con Blair e Schroeder: è una tendenza populista, con cui si vorrebbe far coincidere l opinione di parte del popolo con la volontà dello Stato. Non consentiremo a nessuno di rottamarci». Su un altro punto, sia Camusso che Crogi pongono la loro attenzione: le pensioni. La segretaria Cgil annuncia un iniziativa a breve con Cisl e Uil, mentre la leader Flai spiega: «Va ripristinata una flessibilità in uscita senza penalizzazioni, così da tutelare chi ha maturato i requisiti e consentire di creare nuovi posti di lavoro». L ultima battuta, Crogi la dedica al congresso: «Il Testo Unico è un cambiamento vero. Al congresso Cgil contrapporremo la confederalità alla autoreferenzialità: sapendo che le regole valgono per tutti e che c è un unico segretario generale». an. sci. DEF Renzi promosso, per il momento, da Ue e Fmi Roberto Ciccarelli A i gufi come l ex ministro Pd Stefano Fassina secondo il quale il Def preannuncia «meno Pil, meno occupati, più debito», il presidente del Consiglio Renzi (Pd) ieri ha voluto dimostrare di avere trovato le coperture per il taglio dell Irpef e gli 80 euro nelle buste paga di 10 milioni di lavoratori dipendenti da fine maggio. Per Renzi gli 80 euro al mese in arrivo non andranno a risparmio ma verranno spesi dai dipendenti per la famosa «serata in pizzeria» delle maestre o «per gli zainetti dei figli». Peccato che la scuola sia quasi finita per Pasqua Federconsumatori prevede un crollo dei consumi del 13% rispetto al Staranno aspettando gli 80 euro. Tutti, o quasi, perché il tesoretto non andrà a beneficio di precari, disoccupati o lavoratori autonomi, i grandi assenti in questa operazione che il governo ci tiene a far passare come un operazione di redistribuzione. Quasi un terzo della forza lavoro attiva, più o meno diversamente occupata rispetto allo standard del lavoro dipendente prescelto, non avrà nessun bonus da investire in una serata diversa. La soddisfazione del presidente del Consiglio deriva anche dal modo in cui finanzierà i 10 miliardi di euro necesari: 4,5 miliardi di euro provenienti dalla «spending review», cioè dai tagli sulla sanità (1 miliardo sulle «spese che eccedono i costi standard», ma ancora non si sa chi e cosa colpiranno le sue forbici); 2,2 miliardi di euro verranno dall aumento del gettito dell Iva pagata sulla restituzione del debito della pubblica amministrazione, poi dall aumento al 26% della tassazione sulla rivalutazione delle quote delle banche in Bankitalia. La gran parte di queste entrate sono tutte da dimostrare, ma basta l annuncio per promuovere la convinzione che i risultati siano verosimili. Più critica Confindustria che ha già incassato il decreto Poletti, ma è incontentabile: la riduzione dell Irap al 10% «è troppo timida». Susanna Camusso (Cgil) si dice soddisfatta per gli 80 euro ai dipendenti, non cita autonomi o precari, aspetta di sapere cosa uscirà dal cilindro della spending review. Bonanni (Cisl), invece, non ci sono provvedimenti per lo sviluppo. A rafforzare l impressione che il salto nel cerchio di fuoco è riuscito a Renzi, ieri mattina è arrivato il favore dell Fmi che si raccomanda, non c era alcun dubbio, «sulla riduzione dei costi del lavoro» e dalla Commissione Ue che ha «preso nota» del Def, soprattutto per quanto riguarda il «decreto Poletti» che precarizza tutto il precarizzabile nei contratti a termine e ha ricordato al ministro dell Economia Padoan che l Italia deve raggiungere il pareggio per ridurre il debito ed essere in linea con le regole» europee. Il testo del Def, discusso alla Camera il prossimo 17 aprile, sarà inviato a Bruxelles entro il 30 aprile e si regge su una scommessa: lo slittamento del pareggio strutturale al Una decisione che non è stata, ancora, contestata da Bruxelles che già oggi lo ritiene insoddisfacente. C è la speranza che le privatizzazioni (0,7% del Pil, nel piano c è la cessione di quote da Eni o Grandi Stazioni) riducano il debito pubblico al 134,9% nel 2014, una quota da circa 12 miliardi di euro che dovrebbe servire a ridurre il debito pubblico. Una goccia nell oceano rispetto a quanto richiesto dalla Commissione Ue: dal 2016 l Italia dovrà tagliare e privatizzare per 50 miliardi all anno fino al 2036.Il cerchio di fuoco si allarga, la crescita balbetta, c è la disoccupazione. Però che soddisfazione: 80 euro al mese.

6 pagina 6 il manifesto GIOVEDÌ 10 APRILE 2014 ITALIA A SINISTRA IL MOBY PRINCE NEL PORTO DI LIVORNO. SOTTO: LA PETROLIERA AGIP ABRUZZO Moby Prince, è giallo sui tempi della strage Ventitré anni fa, il 10 aprile del 1991, il traghetto della Navarma urtò la petroliera Agip Abruzzo. Nell incendio che seguì morirono 140 persone, ma su quanto accadde a bordo è ancora mistero. Ora un inchiesta parlamentare potrebbe fare luce sulla tragedia Carlo Lania T renta minuti per la procura di Livorno. Non meno di sette-otto ore per i familiari di quanti morirono nell'incidente. E' anche tra questi due diversi spazi temporali - che segnano il tempo di sopravvivenza delle vittime - che si nasconde la verità sulla tragedia del traghetto Moby Prince che la sera del 10 aprile del 1991, nel porto di Livorno, entrò in collisione con la petroliera Agip Abruzzo. Nell'incendio che ne seguì morirono 140 persone tra equipaggio e passeggeri. Un normale collegamento di linea tra il porto toscano e quello di Olbia divenne così il più grave incidente della marina civile italiana e allo stesso tempo la più grande strage sul lavoro sulla quale ancora non è stata fatta giustizia. 23 anni, due processi e un'inchiesta bis finita con un'archiviazione non sono bastati infatti a far luce su quella tragedia. Adesso potrebbe provarci una commissione d'inchiesta parlamentare che per il suo lavoro potrà avvalersi anche del dossier messo a punto dalle Associazioni «10 aprile» e «140» che riuniscono i familiari delle vittime del Moby Prince. Il dossier, già consegnato all'ex ministro di Giustizia, Anna Maria Cancellieri, e di cui è informato anche l'attuale ministro Andrea Orlando, si basa su nuove perizie realizzate dallo studio Bardazza di Milano e offre spunti investigativi inediti. A chiedere l'istituzione della commissione d'inchiesta sono stati invece Sel e M5S. «Nei prossimi giorni incontrerò la presidente Laura Boldrini per decidere i tempi di discussione delle proposte di legge», assicura il deputato di Sel Michele Piras. «Se c'è la volontà politica, al massimo in un paio di settimane la commissione potrebbe cominciare a lavorare». Sono almeno quattro i punti su cui potrebbe indagare per arrivare alla verità e riguardano la presenza di nebbia la sera dell'incidente, tracce di esplosivo rinvenute nei locali delle eliche e la posizione delle due navi, Moby Prince e petroliera Agip Abruzzo, al momento della collisione. Insieme a un interrogativo che sembra essere determinante nella ricostruzione dell'incidente. Perché, una volta partito per la Sardegna, il traghetto della Navarma decise improvvisamente di invertire ROMA N on solo dubbi e misteri. Adesso c'è anche il sospetto di una perizia viziata da un conflitto di interessi che, se confermato, potrebbe aver condizionato la scelta della procura di Livorno di chiudere nel 2010 con un'archiviazione l'inchiesta bis sulla tragedia. A sollevare i nuovi dubbi è sempre il dossier preparato dai familiari delle vittime del Moby Prince e ripreso in un interrogazione presentata dai senatori Pd Luigi Manconi e Silvio Lai ai ministri della Giustizia e Difesa, Andrea Orlando e Roberta Pinotti. Nell'interrogazione si mette in evidenza come il perito nominato della procura di Livorno, l'ingegnere Andrea Gennaro, avesse tra i suoi clienti sia l'eni, società che controllava la Snam, armatrice della petroliera Agip Abruzzo, che la Moby Lines, società subentrata alla Navarma, armatrice del Moby Prince. La relazione, depositata il 20 novembre del 2009, costituisce un documento importante per indirizzare le IL SOPRAVVISSUTO Il corpo di uno dei passeggeri del Moby Prince (nel cerchio) fotografato da un elicottero il giorno dopo l incidente. Prima di cadere a terra e morire, l uomo uscì dai locali della nave e fece pochi passi. E la prova, secondo i familiari delle vittime, che la tragedia non si consumò in 30 minuti, come sostenuto nelle conclusioni dell inchiesta, e che alcuni passeggeri forse avrebbero potuto essere salvati. Moby Prince/ INTERROGAZIONE AL SENATO E adesso spuntano dubbi anche sulla superperizia responsabilità della tragedia verso il comandante del traghetto visto che, come ricordano Lai e Manconi «su questa relazione si incardinano 4 dei 7 punti che paleserebbero le responsabilità esclusive del comando del traghetto per la tragedia». Nell interrogazione si sottolinea come la consulenza sia «redatta su carta intestata della Cgm Canepa Gennaro Marine società che risulta essere domiciliata in via G. D Annunzio 2/88 a Genova, sede che è anche dello studio di Ingegneria navale e meccanica Sinm. Dal siti internet dello Sinm risultava che l ingegnere Andrea Gennaro è stato il referente dello studio per un accordo commerciale con la società Norbulk enterprise ship management (NESM)», ma sono presenti anche i loghi dei clienti, tra i quelli «sia il logo Eni che il logo Moby, società entrambe coinvolte nella tragedia». Intervistato da un quotidiano, l ingegnere Gennaro non ha negato le collaborazioni, affermando però di non ricordare il periodo in cui le svolse. red. int. Nessun complotto, ma una nuova perizia contraddice le conclusioni raggiunte dalla procura di Livorno la marcia facendo rientro in porto. Sono le di 23 anni fa quando il Moby Prince muove dalla banchina Calata Carrara numero 55 in direzione Olbia. Siamo ancora in bassa stagione e la nave è quasi vuota. A bordo, oltre ai 66 membri dell'equipaggio, ci sono infatti solo 75 passeggeri, coppie in viaggio di nozze, famiglie che fanno rientro sull'isola dopo un periodo di vacanza in continente, giovani desiderosi solo di immergersi nelle acque limpide della Sardegna. La presenza di pochi passeggeri è testimoniata anche dalle vetture, appena 31, parcheggiate nel garage. A seguire le operazioni in plancia di comando, c'è il comandante del traghetto Ugo Chessa, 54 anni, sardo originario di la Spezia. Chessa è un marinaio esperto. Prima di arrivare alla Navarma è stato a bordo di navi impegnate su rotte oceaniche, sa come muoversi in caso di nebbia o di mare in tempesta. Abile a tal punto da essere stato scelto in passato dal miliardario saudita Adnan Kashoggi come comandante del suo panfilo, il Nabila. Quella notte nel porto c'è un notevole traffico marittimo. Oltre al Moby Prince, sono segnalate infatti anche 5 navi della Nato di ritorno dal Golfo Persico e cariche di armi dirette alla base di Camp Darby, un mercantile che trasporta granaglie, diversi pescherecci, una gasiera norvegese e due petroliere della Snam. Ed è proprio a bordo di una di queste, che poi si scoprirà essere l'agip Abruzzo, che verso le 22,15 si sarebbe sviluppata una nuvola di fumo bianco, segno di un possibile incendio. La scena viene vista da due guardamarina dell'accademia navale che si trovano nei loro alloggi. Nel frattempo il traghetto sta seguendo la sua rotta che lo conduce fuori dal porto. Alle sul canale 16, quello di emergenza e utilizzato per comunicare con la capitaneria di porto, si sente la frase: «Chi è quella nave?». Poi il silenzio. È il momento della collisione tra il traghetto e l'agip Abruzzo che trasporta 80 mila tonnellate di greggio. «Il boato è forte come un terremoto, viene udito in tutta la nave e lo stridore della lamiere delle due navi che si accartocciano l'una sull'altra mette i brividi», è la ricostruzione di quei momenti che si può leggere sul sito dedicato dai familiari delle vittime alla tragedia. Del Moby si salverà una sola persona, il mozzo Alessio Bertrand. Per la procura di Livorno a provocare la tragedia fu un banco di nebbia calato improvvisamente intorno alla petroliera e alcuni errori compiti dall'equipaggio del traghetto e in particolare del comandante Ugo Chessa. E nulla si sarebbe potuto fare, più quanto è stato fatto, per salvare quanti si trovavano a bordo. Che, secondo i periti della procura, morirono tutti nel giro di trenta minuti. Ricostruzione duramente contestata dai familiari delle vittime. «La mattina dopo - racconta Luchino Chessa, figlio del comandante del Moby - proprio mentre il traghetto veniva trascinato in porto, alcune foto riprese da un elicottero immortalarono un uomo disteso sulle lamiere roventi della poppa del traghetto, seminudo. Doveva essere appena uscito allo scoperto e poco dopo crollato sul ponte. L'aspetto più drammatico avviene mentre il traghetto viene trascinato verso il porto, quando l'uomo va incontro ad autocombustione e viene poi trovato carbonizzato. E' chiaro che come lui è possibile anche anche altri passeggeri possano essere sopravvissuti per qualche ora». Inoltre, prosegue la ricostruzione delle due associazioni di familiari, ci sarebbe un'altra prova dell'esistenza di superstiti a bordo del traghetto. E sono le impronte trovate sulla auto bruciate che si trovavano nel garage. «Segno che qualcuno è passato da lì dopo il fuoco, forse in un disperato tentativo di salvarsi», prosegue Chessa. Che ci fosse qualcosa che non va nelle indagini condotte a suo tempo dalla procura di Livorno e nel processo che ne seguì, lo dicono anche i giudici del tribunale di Firenze chiamati a giudicare in appello sul filone principale dell'inchiesta. Come è scritto nel dossier consegnato al ministro della Giustizia Orlando: «Scrivono i giudici fiorentini che il collegio giudicante del primo processo Moby Prince, architrave di ogni altro procedimento, ha tenuto conto di testimonianze 'palesemente false' negato testimonianze palesemente vere e persino presentato una deduzione 'apodittica' - cioè dogmatica senza alcuna prova a supporto - su un video amatoriale che confutava la tesi poi finite in sentenza circa l'orientamento della petroliera al momento delle collisione». Ci sono diversi punti su cui adesso la commissione d'inchiesta, se verrà approvata, dovrà fare luce. Oltre a stabilire per quanto tempo a bordo del traghetto ci sono state persone vive, e quindi eventuali responsabilità da parte dei soccorsi (tutti assolti nel processo di primo grado), c'è una deformazione riscontrata nel locale delle eliche. Secondo i periti della procura, sarebbe dovuta a un accumulo di gas che poi sarebbe esploso. Ma secondo i risultati raggiunti da un altro perito, sempre della procura di Livorno, nei locali sarebbero state presenti tracce di un esplosivo, il Sentex H. «Non ci piacciono i complotti, e quindi non facciamo nessuna ipotesi», precisa Chessa. «Vogliamo però che si cominci a indagare senza lasciare nulla di intentato». Nessun complotto, dunque, neanche per quanto riguarda la presenza in quelle acque di navi della Nato cariche di armi. Una della quali cerca anche di nascondersi falsificando il proprio nome quando parla con la «nave uno» con la quale si identifica come «Theresa», ma che in realtà, come poi si è scoperto, si tratta della Gallant2. Perché ha nascosto la propria identità? Per quanto al momento sembrerebbe escluso ogni coinvolgimento delle navi nell'incidente, resta sempre il fatto che la Nato non ha fornito ai magistrati i tracciati radar di quella notte in suo possesso. Ci sono infine due altri punti da chiarire. Il primo riguarda il luogo in cui l'agip Abruzzo era ormeggiata. Secondo la nuova perizia - che contrasta con quanto affermato nel processo di primo grado - la petroliera avrebbe gettato l'ancora in un punto proibito del porto, trovandosi dunque in una posizione irregolare. E poi c'è la strana manovra compiuta dal Moby Prince. Per la procura di Livorno la collisione sarebbe avvenuta mentre il traghetto puntava la sua rotta dritta per Olbia poco distante all'uscita dal porto. Un video amatoriale ripreso da terra, da subito acquisito agli atti, mostra invece la petroliera in fiamme con lo specchio di mare antistante libero e illuminato dal riverbero delle fiamme che si trovano dietro la petroliera e che fanno intravedere la sagoma di una nave, il Moby. Quindi il traghetto sarebbe entrato in collisone durante una manovra di rientro in porto. Manovra rimasta fino a questo momento incomprensibile. LA SPEZIA Plutonio e uranio per le atomiche. Obama conferma Erano davvero uranio e plutonio - e ben 74 chili - le misteriose sostanze che in gran segreto, nella notte tra il 3 e il 4 marzo scorsi sono arrivate su tre tir alla base della Marina Militare della Spezia per essere imbarcate sulla nave inglese «Pacific Egret». La conferma di quanto già si sospettava è arrivata direttamente dal presidente Usa Obama che ha «ringraziato» l Italia. La nave dei veleni ha già compiuto la sua missione: l uranio e il plutonio sono arrivati a destinazione negli Usa e la nave sta già tornando in Europa. Per fare altri carichi? Il sospetto è più che legittimo dato che il viaggio è stato effettuato in applicazione di un accordo stipulato nel 2012 tra gli Usa e il governo Monti che prevede il trasferimento negli Stati uniti di scorie nucleari italiane. Sembra che l uranio e il plutonio partiti da La Spezia provenissero dagli impianti di Saluggia in Piemonte e di Trisaia in Basilicata. Prima di essere imbarcate a La Spezia, le sostanze radioattive sarebbero state sottoposte a trattamento nell impianto di Casaccia, vicino Roma. Se questo giro dell oca fosse confermato, saremmo di fronte a sostanze pericolosissime che se ne vanno a zonzo in lungo e in largo per l Italia. Il tutto, ovviamente, all insaputa delle popolazioni che si vedono passare sotto il naso uranio e plutonio senza nemmeno saperlo. Però, come ha detto la prefettura di La Spezia, in caso di incidente le popolazioni sarebbero state avvisate. C è un piccolo particolare: quando si tratta di sostanze come queste non ci sono incidenti ma catastrofi. Le autorità non han trovato da ridire: il sindaco di La Spezia Federici ha detto che non c è nessun problema, che è giusta la segretezza ed ha addirittura ringraziato la prefettura per l impegno profuso. Nel frattempo, a Ghedi ed Aviano, 80 bombe nucleari restano indisturbate, alla faccia dell impegno dell Italia ad essere un paese militarmente denuclearizzato. Sergio Olivieri Massimo Zucchetti

7 GIOVEDÌ 10 APRILE 2014 il manifesto pagina 7 INTERNAZIONALE UCRAINA Il governo di Majdan ai filo russi di Donetsk e Lugansk: «O negoziati o l'uso della forza entro 48 ore» Ultimatum di Kiev ai ribelli dell est Simone Pieranni A Lugansk, punta estrema orientale dell Ucraina, gli insorti continuano a occupare la sede dei servizi segreti, pur avendo rilasciato almeno 56 dei 60 ostaggi; secondo la televisione nazionale i blindati del governo sarebbero già in moto. A Donetsk prosgue la protesta dei filo russi: è stato annunciato un referendum e i manifestanti continuano a stazionare all interno degli edifici governativi. La situazione è ancora tesa, all interno di un paese diviso e che vede aumentare ogni giorno il costo della vita. Kiev ha reagito come nei giorni precedenti, trasmettendo un ultimatum ai ribelli del Donbass: il governo ucraino «Resistenze» degli stati membri Ue per le sanzioni di terzo livello contro la Russia ordinerà l'uso della forza per sgomberare gli edifici governativi ancora occupati dagli attivisti filo russi a Donetsk e Lugansk se i negoziati in corso non avranno dato esito positivo, per risolvere la crisi «entro 48 ore». Lo ha annunciato il ministro degli interni Arsen Avakov, in una conferenza stampa al termine di un consiglio dei ministri. «Ci sono due opzioni, l opzione politica con negoziati, e l uso della forza. Proponiamo negoziati e una soluzione politica a chi vuole il dialogo. Le autorità ucraine risponderanno con la forza alla minoranza che invece vuole il conflitto», ha affermato il ministro degli interni. Majdan, dunque, dopo avere generato un governo, si muove ora verso la repressione. I negoziati, del resto, non riguardano solo le province orientali, bensì la generale situazione del paese. La ribellione a est, che non pare placarsi, ha reso necessaria una nuova ondata diplomatica che dovrebbe risolversi in un incontro la prossima settimana. La portavoce di Catherine Ashton - alta rappresentante della Ue- ha precisato che «sono ancora in corso» le consultazioni per definirne l'agenda della riunione a quattro tra Ue, Usa, Russia e Ucraina, confermando la possibilità che si possa già svolgere «la prossima settimana in Europa, ma non a IRAN Gli Usa bocciano la nomina di Aboulatebi Nucleare, a Vienna si volta pagina Giuseppe Acconcia L a guida suprema, Ali Khamenei ha assicurato che l'iran non rinuncerà mai al suo programma nucleare. «Nessuno potrà fermare le conquiste nucleari iraniane», ha aggiunto Khamenei per contenere le polemiche sollevate dai radicali iraniani, contrari all'intesa di Ginevra. Nonostante le parole di Khamenei, l'accordo sul programma nucleare iraniano potrebbe essere a portata di mano. Proprio ieri si è chiuso a Vienna il terzo round negoziale tra autorità iraniane e P5+1 (paesi del Consiglio di sicurezza delle Nazioni unite e Germania) per la definizione dell'intesa tecnica che attui l'accordo temporaneo, raggiunto a Ginevra il 24 novembre scorso, mettendo fine a dieci anni di contenzioso con la comunità internazionale. Il prossimo round negoziale si terrà a Vienna il 13 maggio prossimo. Alla fine dei colloqui, Catherine Ashton ha parlato dell'avvio di una nuova fase con la stesura scritta dell'intesa. Secondo l'alto rappresentante della politica Estera dell'unione europea, spesso scettica per un raggiungimento di un'intesa definitiva con Tehran, è necessario ancora un «lavoro intenso». Più ottimista è apparso il ministro degli Esteri iraniano, Javad Zarif. «Abbiamo raggiunto un accordo sul 60% della bozza», ha ammesso. I punti controversi dell'accordo riguardano la cancellazione graduale delle sanzioni internazionali contro la Repubblica islamica e il futuro del reattore ad acqua pesante di Arak. I negoziati erano arrivati ad un momento di stallo nei mesi scorsi con l'inasprimento della crisi in Ukraina che ha causato tensioni tra la Russia e gli altri paesi coinvolti nei colloqui. I negoziati di Vienna erano partiti in salita. Proprio ieri, il Senato degli Stati uniti aveva votato all'unanimità contro il gradimento all'ambasciatore iraniano alle Nazioni unite, nominato da Tehran, Hamid Aboutalebi, che aveva preso parte al rapimento di 52 cittadini americani nell'ambasciata Usa a Tehran nel Aboutalebi ha assicurato in un'intervista di non aver partecipato al rapimento ma di aver solo facilitato il rilascio, intervenendo come traduttore. Dal canto loro, le autorità iraniane hanno definito «inaccettabile» il rifiuto degli Usa di approvare la nomina. Intervenendo sulla vicenda, Khamenei aveva assicurato che non ci potrà mai essere accordo completo fra Iran e Stati uniti. «Il governo Usa fa ricorso alla scusa dei diritti umani», ha aggiunto in un tweet la guida suprema. Il segretario di Stato Usa, John Kerry aveva dichiarato ieri al Congresso che Washington sarebbe pronta a imporre nuove sanzioni nei confronti dell'iran non solo contro il programma nucleare, ma anche in riferimento alle «violazioni dei diritti umani e al sostegno al terrorismo». A complicare le cose, ieri anche il parlamento europeo aveva duramente criticato le autorità iraniane, definendole non democratiche. Nel testo si punta il dito contro la «violazione permanente e sistematica dei diritti fondamentali» e la necessità che le delegazioni europee incontrino in Iran rappresentanti delle opposizioni politiche. ATTIVISTI FILO RUSSI PRESIDIANO LA SEDE DEI SERVIZI SEGRETI UCRAINI A LUGANSK, SOTTO NADER MASRI /REUTERS Bruxelles». A questo proposito ieri si è espresso anche Putin: «Spero che i facenti funzione (il governo ucraino, instaurotosi secondo Mosca con un colpo di Stato) non facciano nulla di irreparabile». Lo ha detto aprendo una riunione di governo, nella quale ha auspicato che «l iniziativa del ministero degli esteri russo per migliorare la situazione abbia un esito positivo». Mosca continua a ribadire la propria posizione, basata su una riforma costituzionale Michele Giorgio GAZA N etanyahu, che proponga un assetto federalista, per scongiurare il rischio di spaccature, ma confermare le aree di influenza. La Russia continua a usare l arma del gas come ovvia misura per spingere Kiev ad accettare la propria road map. Ieri il premier russo Medvedev ha resto noto che il debito complessivo di Kiev per il gas russo ammonta a 16,6 miliardi di dollari. La cifra, ha spiegato Medvedev, comprende i 2,2 miliardi di dollari per le forniture di gas, 11,4 Per lo sport palestinese restrizioni sempre più rigide. Due calciatori sono stati feriti ai piedi dai soldati israeliani miliardi di dollari di «mancati profitti» (per lo sconto anticipato legato agli accordi del 2010 per la proroga della base navale a Sebastopoli) ed altri 3 miliardi di dollari, ovvero la prima tranche del prestito di 15 miliardi di dollari poi revocato. E Putin ha messo il carico, sostenendo che la Russia richiederà il pre pagamento delle forniture del gas con un mese di anticipo. Putin, ha infatti sottolineato che se l'ucraina non accetta di sedersi a un tavolo per consultazioni con Mosca avanzando controproposte, la Russia «sfrutterà ogni possibilità offerta dai contratti del gas». «Non possiamo continuare ad aiutare l'ucraina all'infinito», ha affermato il presidente russo. Quanto al resto degli scambi con l'ucraina, Putin ha dato mandato al governo di proseguire l'attuazione dei contratti normalmente, pur dicendosi pronto a sostituire i prodotti importati dall'ucraina. Nel frattempo si risente l Unione europea, completamente fuori dai giochi nelle ultime settimane: secondo quanto riferito da fonti europee alle agenzie di stampa, ci sarebbero resistenze tra gli stati membri per la messa in atto delle sanzioni di terzo livello contro la Russia, che la Commissione europea ed il Servizio di azione esterna stanno mettendo a punto. La valutazione delle sanzioni a più ampio raggio, la cui definizione è stata chiesta dal Consiglio europeo di marzo, è prevista nel Consiglio esteri in programma lunedì prossimo a Lussemburgo. Territori occupati/ IMPEDITA LA GARA A 30 ATLETI DI GAZA No alla maratona di Palestina, Israele ferma la corsa di al Masri a fronte della crisi nei negoziati, ha ordinato la sospensione della cooperazione civile con l'anp di Abu Mazen e nuove sanzioni sono attese nei prossimi giorni. Una prospettiva che, forse, preoccupa i dirigenti dell Anp ma che certo non spaventa la popolazione palestinese sanzionata tutti i giorni dall occupazione israeliana, in tanti aspetti della vita quotidiana. Incluso lo sport. Domani si corre la Maratona della Palestina - dalla Chiesa della Natività di Betlemme al Muro, passando per i campi profughi di Aida e Deheishe fino al villaggio di Khader - e le autorità israeliane impediranno la partecipazione agli atleti di Gaza. Come nel Motivo? Per ragioni di sicurezza, ma le autorità militari e i giudici dell Alta Corte israeliana non hanno fornito spiegazioni. Il giudice Daphne Barak-Erez ha detto soltanto che la magistratura non può intervenire sulle decisioni discrezionali del Ministero della Difesa. Tra gli atleti di Gaza bloccati dagli israeliani c è anche l olimpionico Nader al-masri, 34 anni, che vanta una partecipazione a Pechino Al Masri ha viaggiato non poco in questi ultimi anni, ha preso parte a maratone in vari paesi e ha superato senza problemi le procedure e i rigidi controlli di sicurezza dei giochi olimpici in Cina. Per Israele invece è un pericolo, non idoneo per la trasferta in Cisgiordania, distante poche decine di chilometri da Gaza. «Mi sono preparato per due mesi alla maratona di Betlemme, sapendo di poter lottare per il primo posto. Per allenarmi ho percorso su e giù i 45 km di lunghezza di Gaza e al momento decisivo Israele mi dice che non posso andare a Betlemme. E senza alcun motivo. Sono solo un atleta, pratico uno sport e non faccio nulla di male», ci dice al Masri che vive a Beit Hanun, a nord di Gaza. «La verità è che (gli israeliani) ci vogliono tenere chiusi in una gabbia, bloccarci dentro Gaza, impedirci di vivere. Eppure non ci arrenderemo, continueremo a chiedere i nostri diritti, anche quello di praticare uno sport», aggiunge al Masri con tono fermo. A nulla è servito il tentativo di far revocare il divieto da parte dell ong israeliana Gisha impegnata a monitorare le violazioni ai valichi tra Israele e i Territori palestinesi occupati. «Nader al-masri è l ennesima vittima della politica di separazione e di decisioni arbitrarie che ogni giorno colpiscono decine di migliaia di palestinesi», ha protestato Gisha, ricordando che Israele, sulla base degli accordi di Oslo del 1994 deve garantire la partecipazione dei palestinesi alle competizioni sportive. E alle restrizioni israeliane si aggiungono quelle altrettanto pesanti che ha introdotto l Egitto nei confronti della popolazione di Gaza. Ne sa qualcosa un altro atleta, Bahaa al Farra, compagno di corse di Nader al Masri. Nell agosto 2012 ha preso parte ai giochi olimpici di Londra, ora è prigioniero a Gaza. Gli egiziani non lo fanno uscire da valico di Rafah, gli israeliani da quello di Erez. Bahaa al Farra spera di gareggiare nelle Olimpiadi del 2016 in Brasile, mancano ancora due anni ma a Gaza pochi credono la situazione cambierà sensibilmente nei prossimi 24 mesi, specie nei rapporti con l Egitto. La carriera sportiva è sicuramente terminata per Jawhar Nasser, di 19 anni, e Adam Halabiya, di 17 anni. Questi due ragazzini, promesse del football palestinese, non potranno mai più giocare a calcio. Lo scorso 31 gennaio, al termine di un allenamento nello stadio Faisal Husseini di Ram (Gerusalemme), sono stati sparati nei piedi e nelle gambe dai soldati israeliani di guardia a un posto di blocco. Secondo la versione dei militari i due ragazzi avevano cercato di attaccare la loro postazione. Le due vittime ripetono che i soldati hanno sparato loro senza nemmeno lanciargli un avvertimento e sospettano che le forze armate israeliane sapessero bene che erano due calciatori poichè hanno sparato loro appositamente sui piedi. A Jawhar cinque proiettili su un piede e sei sull altro, ad Adam una pallottola per piede. Una precisione chirurgica. I palestinesi hanno chiesto l espulsione della Federazione israeliana dalla Fifa. Il Pulitzer al manifesto Seymour Hersh, premio Pulitzer per il giornalismo nel 1970 con ampia inchiesta sulla «London Review of Book» (ripresa ieri da Repubblica), conferma quanto «il manifesto» scrisse sull attacco al gas sarin in Siria del 21 agosto 2013: che a usare il micidiale gas sul distretto di Damasco di Goutha non era stato il regime di Assad ma i ribelli jihadisti, armati - conferma Hersh - dagli Amici della Siria (Turchia e Usa in primis). I giornaloni dicevano esattamente il contrario. Contro l evidenza. Noi, consapevoli del copione di falsi pretesti delle guerre precedenti, insistevamo sul fatto che perfino Assad non poteva essere così arrogante da sparare armi di distruzione di massa il giorno dopo l ingresso in Siria degli Osservatori Onu che aveva invitato, e non così stupido da farlo mentre vinceva militarmente sul fronte orientale contro i ribelli. Eppure le immagini di bimbi straziati e le urla lancinanti telecommentate in gramaglie, furono sul punto di scatenare i raid «umanitari» occidentali. Non andò così grazie alla proposta russa che avviò lo smantellamento, in corso, dell arsenale di Assad. Contenti del nostro lavoro di verità, abbiamo deciso di darci il premio Pulitzer. Seymour Hersh, che questo giornale ha anche intervistato, sarà solidale. Il Pulitzer anche per quello che scrivemmo sull irachena Nassirya occupata dagli italiani «brava gente» scoperti come criminali solo ora dalle Iene; e anche per quello che stiamo scrivendo sull Ucraina. Una crisi che non solo non legittima l esistenza della Nato, ma al contrario rende evidente che la strategia dell allargamento a est dell Alleanza atlantica alimenta e prepara una nuova guerra. t. d. f. PAKISTAN STRAGE NELLA CAPITALE, 23 MORTI E OLTRE CENTO FERITI Era già salito a 24 ieri sera il numero delle vittime dell ennesima strage in Pakistan. Oltre cento i feriti Una strage che non ha eguali, nella capitale, dai tempi di quella avvenuta all Hotel Marriot di Islamabad nel Ma l episodio non si può ascrivere alla routine cui le vicende del Paese dei puri ci hanno abituato. La strage di ieri mattina, particolarmente odiosa perché avvenuta in un affollato mercato nella zona di Sabzi Mandi, tra Islamabad e Rawalpindi, avviene infatti mentre è in corso un faticoso negoziato di pace tra il governo e il Ttp, la sigla dei talebani pachistani, entrati in guerra con gli empi governi di Islamabad nel 2007 sulle orme e su ispirazione dei confratelli afgani. E una guerra civile che esce dai confini delle aree tribali e dilaga nelle altre province e che, in soli sei anni, uccide 50mila persone. Poi, con l arrivo del premier Nawaz Sharif al governo, la svolta. Seppur faticosamente inizia un negoziato, già prima tentato e più volte fallito. E la volta buona? Fin dall inizio le cose sfuggono di mano agli stessi talebani. Gruppi e gruppetti con sigle disparate rivendicano azioni esemplari, rappresaglie, decapitazioni. Un modo di contestare la scelta negoziale. Il Ttp prende le distanze (come ha fatto ieri dalla strage al mercato) ma tutto sembra dimostrare che l Idra del terrore, per anni alimentata anche dai servizi segreti in chiave interna o oltreconfine, ha ormai preso la mano ai suoi ideatori e ai suoi finanziatori occulti. In serata arriva la rivendicazione del Balochistan Liberation Army (Uba), organizzazione separatista della provincia più occidentale nata nel 2000, considerata terrorista dal 2006 e che molti pachistani dicono legata all India. Ma non fa molta differenza. E nota l infiltrazione talebana nel movimento beluci, un movimento indipendentista con molte sfumature in guerra col governo centrale sin dagli anni Venti del secolo scorso ma che, dopo il 2001, ha visto crescere piccole formazioni estremamente violente. Sempre l Uba ha rivendicato anche la strage alla stazione ferroviaria di Sibi di martedì dove sono morte almeno 17 persone. em. gio.

8 pagina 8 il manifesto GIOVEDÌ 10 APRILE 2014 Viaggio in Italia -10 L INCHIESTA Reggio-Messina, la metro Due sorelle e, a volte, acerrime nemiche. Due realtà diverse, ma legate. Per questo si sta sviluppando l idea di un unica città tra le sponde del Mediterraneo che includa anche i comuni limitrofi. Un laboratorio di sostenibilità sociale e ambientale UN TRAGHETTO PARTITO DA VILLA SAN GIOVANNI (RC) DIRETTO A MESSINA /REUTERS A DESTRA IL SINDACO ACCORINTI E LA COSTA SICILIANA VISTA DAL MARE /ANDREA SABBADINI Tonino Perna T ra la punta dello stivale e la Sicilia c è un tratto di mare, di poco più di tre chilometri che alcune volte diventa un lago salato, facile da attraversare con una piccola barca a remi, ma anche a nuoto come avviene ogni anno il 15 agosto e a Capodanno per un antica tradizione. Altre volte questo mare si agita, ha le convulsioni, solo le grandi navi portacontainer riescono a passare mentre le due rive si allontanano, l Aspromonte scompare dalla vista dei messinesi e un ombra scura sulla costa siciliana impedisce ai reggini di vedere Zankle, Messene, Messina. Reggio e Messina, città sorelle e, a volte, acerrime nemiche, hanno vissuto nel corso della storia le stesse catastrofi naturali (più di venti terremoti/maremoti catastrofici di cui i più recenti sono stati il 1783 e il 1908) che ne hanno segnato la memoria e l identità, ma hanno anche intrecciato e mescolato le popolazioni delle due sponde, le culture e i riti religiosi, la gastronomia e il dialetto. Reggio è la meno calabrese delle città della Calabria così come Messina è la meno siciliana: sono città di frontiera, rispetto a Palermo e Catanzaro, i capoluoghi regionali. Appartengono allo Stretto, a questo paesaggio unico al mondo, carico di miti antichi quanto la nostra civiltà, di fenomeni naturali straordinari (come la fata Morgana), di uno skyline armonioso e suggestivo che solo la follia dello sviluppismo delle grandi opere voleva deturpare e distruggere con la costruzione del faraonico Ponte. Un opera voluta anche dai siciliani e calabresi che vivono lontano dallo Stretto e vedono questo tratto di mare come un ostacolo, una perdita di tempo, perché non sanno godere di questo spettacolo perenne che unisce le due città, come la vite che s intreccia all ulivo. Ricostruite dopo il terribile terremoto del 1908, il più devastante al mondo per numero di morti (oltre ) durante il secolo scorso, le due città hanno seguito traiettorie diverse sul piano socio-economico. Durante il fascismo che realizzò velocemente la ricostruzione, Messina ebbe un ambizioso piano urbanistico (piano Borzì) e cospicui finanziamenti da parte del governo fascista per via degli stretti rapporti del suo arcivescovo con il duce. La città fu ridisegnata con grandi viali, ampie piazze, e grandi edifici pubblici in stile fascista, nonché palazzi e ville nobiliari in stile liberty. Fino alla seconda guerra mondiale il porto di Messina aveva un ruolo importante nell esportazione di vino e agrumi siciliani (in particolare i limoni, il 90% dell export nazionale di questo agrume), del legname dell Aspromonte, della seta prodotta a Villa San Giovanni e delle essenze di bergamotto prodotte a Reggio. Aveva inoltre delle fabbriche di essenze agrumarie e tessili e altre industrie create da imprenditori stranieri e locali. Divisa tra due forti massonerie, una laica-mazziniana e l altra cattolica, la città esprimeva un livello culturale molto più alto della media delle altre città del Mezzogiorno anche grazie alla prestigiosa Università nata nel XV secolo, una delle più antiche del nostro Sud. Di contro, Reggio era una piccola città-fortezza, disegnata intorno al castello aragonese del XV secolo. Fu ricostruita sulla stessa struttura urbanistica preterremoto, solo più in alto perché era stato il maremoto a fare il maggior numero di vittime. La sua ricchezza non veniva dal mare, ma dall entroterra e il potere era in mano a una decadente nobiltà e a una piccola borghesia commerciale. Ma, aveva una grande fonte di ricchezza e di lavoro: la lavorazione del bergamotto, le cui essenze hanno costituito la base dell industria cosmetica fino a quando, nel 1954, non è stato trovato un sostituto chimico. Dagli anni 50 del secolo scorso le due città subirono un progressivo processo di deindustrializzazione, di perdita del rapporto produttivo con le proprie risorse, di crescente peso della pubblica amministrazione e della spesa assistenziale. Un fenomeno che è stato comune alla gran parte delle regioni meridionali, dove solo dal 1951 al 1971 l industria manifatturiera ha fatto registrare un saldo negativo di unità a fronte di un aumento di unità che si registra nel Centro-Nord. È un processo di deindustrializzazione che colpisce la Pmi meridionale e porta ad una delegittimazione del mercato capitalistico. Il ventennio dello sviluppo economico italiano è stato il ventennio della desertificazione produttiva nel Mezzogiorno, che non ha retto alla progressiva globalizzazione dei mercati, e ha prodotto un vuoto socio-economico e politico che altri soggetti hanno riempito. A Messina, la crisi produttiva e occupazionale è stata in parte sostituita dalla spesa pubblica e la crescita abnorme delle pubbliche istituzioni: Comune, Provincia, Ospedale, Policlinico, Università. Alla borghesia produttiva e liberale (a Messina nel 1948 il Partito liberale prese il 14%, un record in Italia) si è andata sostituendo la borghesia statale, i burocrati e i politici che intercettavano i flussi crescenti di spesa pubblica. La crisi profonda della città inizia negli anni 70 del secolo scorso e segue la parabola della spesa pubblica. Il suo declino è inarrestabile, ma lento, sordido, non suscita reazioni, tanto da confermare l ingiuria per i messinesi di essere dei buddaci, cioè pesci che stanno a bocca aperta, parlano tanto, ma non combinano niente. La corruzione, l incapacità, la mancanza di una cittadinanza attiva, fanno sì che la città continui a spegnersi lentamente, con brevi ritorni di fiamma come accadde nel periodo durante la giunta Providenti. Un eccezione in oltre quarant anni di decadenza. Dall altra parte dello Stretto il crollo nelle vendite delle essenze di bergamotto e delle arance (per via della concorrenza spagnola), fonti primarie di ricchezza della città, venne solo in parte compensato dalla crescita della spesa pubblica. Il crollo della nobiltà latifondista, della borghesia commerciale, non trovò un soggetto sociale capace di egemonia finché non scoppiò la guerra per il Capoluogo nel Durò quasi un anno e fu l ultima rivolta popolare di massa del Mezzogiorno, su cui si inserirono interessi esterni legati alla strategia della tensione, e si saldarono i rapporti tra Massoneria, servizi segreti e ndrangheta. Ma, la gente che era scesa in piazza e che morì o fu ferita e arrestata aveva, oltre l orgoglio di appartenenza, l obiettivo di combattere per gli unici posti di lavoro credibili: quelli della pubblica amministrazione. Mentre la sinistra, Pci in testa, parlava di fabbriche e industrializzazione, la popolazione credeva solo al Capoluogo come fonte d occupazione e di reddito. Questa rivolta segnò una cesura storica netta: la violenza della repressione governativa, l azzeramento della classe politica democristiana, portò a un vuoto totale di potere e di legalità che durò molti anni. Crebbe allora l abusivismo edilizio, fino a quel momento marginale, fino a dar vita nei decenni successivi, alla costruzione del 90 per cento di case abusive. Intorno al centro storico la città è cresciuta come uno sterminato e informe agglomerato di case mangiandosi la campagna un tempo lussureggiante. Ma, soprattutto, emerse con forza il ruolo egemone della borghesia mafiosa composta da professionisti, imprenditori, politici e il braccio armato di quella organizzazione che si chiama ndrangheta, diventata la più potente delle mafie. Senza Stato, né Mercato, Reggio divenne un laboratorio per la via criminale all accumulazione capitalistica che si è diffuso in tutto il mondo. Nel nuovo secolo lo scenario sociopolitico dell area dello Stretto apparentemente non cambiò. Messina continuò nel suo declino e passò da un Commissariamento del Comune all altro, per corruzione, dissesto finanziario o semplice caduta della giunta comunale. Reggio, che aveva vissuto un piccolo momento di rinascita (la cosiddetta «Primavera reggina» del compianto sindaco Italo Falcomatà), ricadde nello sconforto e finì nelle mani di un abile politico, già leader del Fronte della Gioventù, che si inventò il modello Reggio: spesa pubblica a go-go per spettacoli e divertimenti, clientelismo sfrenato e bilancio comunale truccato e fuori controllo. Negli ultimi anni la storia delle due città ha subito un accelerazione e una svolta imprevedibile. Il bello della vita è questo: quando non ti aspetti più niente, quando sembra che non ci siano più speranze, quando sei rattristato da una giornata carica di nuvole, pioggia e vento, improvvisamente un raggio di luce appare sullo Stretto e cambia la tua visione, la tua percezione del futuro. A Reggio il modello Scopelliti è finito nelle mani della magistratura, mentre la città langue sotto il peso di un lungo Commissariamento incapace di risolvere il dissesto finanziario dovuto alle passate amministrazioni. È una città in fuga, dove partono non solo i laureati ma tutti quelli che possono, e la stessa borghesia mafiosa ha smesso di investire da anni, spostando i capitali verso il Nord Italia e le aree più ricche del mondo. Quasi ogni notte una bomba sveglia gli abitanti (l ultima proprio al lato della prefettura) e sono ripresi gli omicidi mafiosi, dopo una lunga pax seguita al «Trattato» del 1992 in cui i capiclan posero fine alla guerra di ndrangheta che costò settecento omicidi in sette anni. A Messina, nessuno se lo aspettava o ci avrebbe scommesso un euro, nelle elezioni comunali del giugno scorso ha vinto la lista civica di Renato Accorinti, militante pacifista, ecologista e leader del movimento No Ponte. Una figura di sindaco che ha stupito l Italia interna e non solo, e che è il frutto di una improvvisa rivolta della città al malaffare e alla borghesia parassitaria che l ha governata per decenni. La giunta Accorinti, composta da tecnici socialmente impegnati, ha un programma ambizioso di riscatto della città e in pochi mesi ha già segnato un visibile cambiamento (Renato Accorinti è il sindaco più amato dagli italiani secondo l ultimo sondaggio Ipsos). Ma, il fatto istituzionalmente più rilevante è la volontà di questa giunta di costruire la città metropolitana dello Stretto, unendo Reggio e Messina e i Comuni limitrofi. Diverrebbe la terza città del Mezzogiorno per popolazione e, soprattutto, un laboratorio di sostenibilità sociale e ambientale, a partire dai trasporti necessari per dare la continuità territoriale alle due sponde. La sfida della giunta Accorinti ha contagiato la sponda reggina e l idea di una città dello Stretto che venga fondata sui valori dell ambiente, dell economia solidale e della pace, sta cominciando a navigare da una sponda all altra. Se il tiranno Anassila era riuscito a unificare le due città con la forza, oggi questa unione avviene sotto il segno di una democrazia che cresce dal basso.

9 GIOVEDÌ 10 APRILE 2014 il manifesto pagina 9 L INCHIESTA poli dello Stretto INTERVISTA Il sindaco pacifista Renato Accorinti «La mia sfida? Far incontrare qui il papa e il Dalai Lama» TRASPORTI Il flusso di pendolari e turisti Un autobus del mare per cucire le due coste Domenico Gattuso L area dello Stretto rappresenta una singolare realtà insediativa al centro del Mediterraneo che, per storia, cultura, rapporti economici e sociali, costituisce nei fatti un sistema urbano di 450 mila abitanti. La particolare conformazione territoriale ostacola tuttavia le comunicazioni e il dispiegarsi delle potenzialità; il mare separa, le montagne retrostanti costringono il tessuto urbano su strette fasce costiere. Oggi la Città dello Stretto appare una grande incompiuta. Sfumata la chimera del ponte e svaniti i promessi finanziamenti, rimane la questione di come far fronte alla dispersione insediativa e fare emergere il potenziale «metropolitano». I collegamenti fra le due sponde dello Stretto sono di modesta qualità, concentrati su poche direttrici, gestiti prevalentemente da compagnie private, con traghetti adatti al trasporto di veicoli. I mezzi veloci per passeggeri sono pochi e gestiti modestamente (corse poco frequenti, costose, inaffidabili, non rispondenti alle esigenze dei viaggiatori). Nel mentre si parla di integrazione, Fs-Bluvia opera in senso opposto; compra la grande nave traghetto monodirezionale quando sarebbero state preferibili, a parità di costo, 6 motonavi passeggeri da posti, taglia i raccordi ferroviari, rinuncia all integrazione tariffaria e vettoriale, fa il gioco della compagnie private. La tariffa per l attraversamento in auto, anche e soprattutto per gli abitanti dello Stretto, è elevatissima. Il sistema dei trasporti necessita di un assetto diverso in grado di esercitare azioni di cucitura tra le due sponde dello Stretto. Il mare può giocare il ruolo di infrastruttura privilegiata; non si tratta di costruire nuove costose infrastrutture, ma di attrezzare meglio gli approdi portuali e di organizzare servizi di trasporto collettivo efficaci e sostenibili. Alla stregua di linee di autobus che raccordano i quartieri di tante grandi città. Migliorando l offerta si potrebbe rispondere a una domanda latente inespressa e i flussi passeggeri potrebbero crescere significativamente. D altra parte potrebbe essere meglio servita l utenza ferroviaria che oggi sconta un incredibile perditempo connesso alle manovre dei treni in porto o all interscambio inefficiente. L autobus del mare potrebbe inoltre favorire la mobilità dei turisti (sono circa 300mila i crocieristi che sbarcano ogni anno), rendendo possibili itinerari integrati su un raggio di 100 chilometri. Ne guadagnerebbero di certo l economia e il sociale di tutta l area. Per dar vita a un servizio di qualità sarebbe opportuna un operatività di navette marittime veloci sulle 24 ore, con una frequenza maggiore nei periodi di punta, attivando l integrazione dei servizi di trasporto, sincronizzando gli orari, unificando la bigliettazione, adeguando i sistemi di informazione e di assistenza al viaggiatore. Sarebbe inoltre auspicabile una tipologia di biglietto, fruibile per un ora prima e dopo la tratta marittima, che consenta l accesso ad altri servizi o luoghi pubblici quali musei, teatri, siti turistici, enti convenzionati. L iniziativa di dar vita a un servizio di Trasporto Pubblico Locale (Tpl) integrato potrebbe essere assunta, con un po di buona volontà, dai comuni direttamente interessati, ma anche dalle Regioni Calabria e Sicilia che, attraverso la sigla di un accordo specifico, rendano ammissibile il regime del trasporto collettivo a scala di conurbazione dello Stretto, superando il vincolo, alquanto anacronistico, dei servizi regimentati esclusivamente entro il territorio regionale. In rapporto a una ricerca condotta in ambiente accademico sui flussi di traffico passeggeri potenziali, i costi di gestione dei servizi di attraversamento si potrebbero pagare con i soli introiti tariffari, per cui il limite da superare sarebbe solo di stampo burocratico. Resta aperta una grande questione che è quella della dotazione di servizi di Tpl a misura della Città dello Stretto; i tagli di questi ultimi anni e la gestione dei servizi non sempre oculata, stanno mettendo a dura prova la tenuta delle aziende. I falsi percorsi di privatizzazione ed efficientamento rischiano di essere pagati dalla comunità locale e da oltre 700 lavoratori. Forse è venuto il momento di dar vita a una unica grande azienda di trasporto dello Stretto, gestita con criteri di efficienza, efficacia e qualità da un sano Ente Pubblico. Ieri era al porto ad attendere 360 migranti. Ma Alfano requisisce l accoglienza Angelo Mastrandrea R enato Accorinti non è introvabile. Semplicemente, va cercato laddove è l epicentro di giornata. In piazza a sventolare la bandiera pacifista davanti ai generali se è la festa delle Forze armate, al porto per accogliere istituzionalmente 360 migranti in arrivo da Lampedusa in giornate come quella di ieri. Per questo, raggiungerlo e intervistarlo costa un po di fatica, puntualmente ricompensata da una disponibilità fuori dal comune e una verve oratoria di cui non si finisce di stupirsi. Il sindaco di Messina è, per usare un eufemismo, gandhianamente indisposto con il suo conterraneo Angelino Alfano, che ha sottratto ai sindaci la gestione dell accoglienze per affidarle alle prefetture, in nome dell emergenza. Per questo motivo, a tarda sera Accorinti non era ancora in grado di sapere in quali strutture gli africani sarebbero stati ospitati. «Avevo proposto di portarli in un villaggio turistico che si chiama "Le dune", costruito proprio sulla spiaggia. Si tratta di una struttura che va abbattuta ed era perfetta per ospitare gli immigrati in arrivo. Sono pronto a requisirla», spiega. Ma da via Arenula è arrivato lo stop. Accorinti, in una settimana lei è stato ricevuto da papa Bergoglio, ha celebrato la giornata internazionale dei rom incontrando una loro delegazione al Comune, ha chiesto all Unesco che lo Stretto di Messina sia considerato patrimonio dell umanità. Ora è sulla banchina ad attendere 360 migranti che non potrà accogliere come vorrebbe. Volevo fare una cosa normale: utilizzare una struttura illegale, che non può essere sanata, per uno scopo sociale. Invece il ministero è passato sopra la nostra testa. Ma io non mi arrendo: ho il dovere di dare un alternativa alla gestione emergenziale dell immigrazione. D altronde, se fare un sindaco vuol dire solo sturare un tombino o riparare una buca, mi pare ben poca cosa. Bisogna volare alto, come ho spiegato qualche giorno fa in Vaticano. Cosa vi siete detti con papa Francesco? Gli ho regalato la t-shirt con la scritta «Free Tibet» che indosso usualmente. Il prossimo passo sarà la cittadinanza onoraria a lui e al Dalai Lama. Vorrei farli incontrare proprio qui a Messina. Questo per me è volare alto. E i rom? L associazione 21 luglio, nel suo dossier su Roma in cui chiede al sindaco Marino di cambiare passo, cita il modello Messina come un esempio di integrazione. Io frequentavo i rom già 35 anni fa, dormivo con loro nelle baracche. Così come sono sempre stato dalla parte dei clochard. Per me è stato conseguente, una volta diventato sindaco, creare una struttura per tutti i senzatetto, che abbiamo intitolato a Vincenzo, un barbone che conoscevo vent anni fa e che ora non c è più. Come diceva Gandhi, bisogna essere concreti come sognatori. E avere molta umiltà, aggiungo. Io sono qui solo per servire la città, questa terra, il mare, un filo d erba. Quello che mi interessa è combattere il default spirituale, perché quello economico prima o poi passerà. Parole utopiche, non pensa? Come l idea di unire Messina e Reggio Calabria in un unica città metropolitana, forse. Nella mia vita ho combattuto spesso battaglie che sembravano perse. Come diceva Brecht, l errore è dietro l angolo, ti aspetta. Però io non penso che fare il sindaco sia solo occuparsi delle cose minime. Ripeto: bisogna volare alto. E in questo penso di aver già vinto. C è una sfida che pensa invece sia ancora da vincere? Non mi interessa avere i soldi per comprare nuovi autobus o rifare i giardini. La città deve diventare più bella nelle persone, prima ancora di abbellirsi. Finora siamo stati un condominio, ora dobbiamo diventare una comunità. È questo il salto di qualità che rimane da fare.

10 pagina 10 il manifesto GIOVEDÌ 10 APRILE 2014 CULTURE PEDAGOGIA Alessandra Pigliaru I l 12 e 13 aprile a Verona si svolgerà l incontro nazionale dal titolo Sono cambiate molte cose. Donne e uomini reinventano il presente educativo. A promuovere il convegno sono in tante e tanti che in questi anni hanno creato, a vario titolo, la pedagogia della differenza sessuale e il movimento di autoriforma. Si potranno dunque ascoltare gli interventi e le restituzioni di Anna Maria Piussi e Antonia De Vita (Università di Verona), Alessio Miceli (Maschile Plurale), Clara Bianchi e Maria Cristina Mecenero (Maestre in ricerca e in movimento), Vita Cosentino (rivista Via Dogana), Marina Santini (Autoriforma della scuola), Sara Gandini (Libreria delle donne di Milano), Salvatore Guida (Stripes), Maria Piacente (rivista Pedagogika), Antonietta Lelario (Le città vicine) e Gian Piero Bernard (La Merlettaia). Nella lettera d invito, disponibile integralmente nel blog dedicato all iniziativa (http://cesdef.wordpress.com), l intento è piuttosto chiaro. Si legge, infatti, che «L esigenza è quella di comprendere che cosa è in gioco oggi, rifare il punto delle esperienze e dei risultati maturati da donne e uomini nelle scuole, nelle università, nei servizi istituzioni a rischio di delegittimazione nei territori, nelle «altre scuole», luoghi in cui si costruiscono saperi in altro modo: libere università, redazioni, libere aggregazioni, sperimentazioni economiche, artistiche e sociali». È un passaggio cruciale che posiziona il desiderio dell incontro veronese come il rilancio di un percorso più lungo. Il desiderio è quindi la domanda politica di lettura e di generazione della realtà, dopo quasi trent anni dall inizio della pedagogia della differenza insieme alle connessioni tra contesti diversi che non siano necessariamente istituzionali; si tratta piuttosto di dare conto di ricerche mosse da nuove forme di relazionalità politica. Mutazioni in atto Ma qual è il significato di aver pensato un convegno simile proprio ora? Non ha dubbi Anna Maria Piussi: «L idea di questo convegno mi è venuta dopo aver partecipato all Incontro femminista di Paestum 2012, per il senso di libertà e la ricchezza di scambi circolati lì, ma anche per le denunce lì avanzate circa l assenza di pensiero e di pratiche femministe nella scuola e nell Università e il silenzio delle insegnanti sulla differenza sessuale. Come se d un solo colpo fossero azzerate scoperte, pratiche e parole, tutto un fermento creato a partire dalla metà degli anni Ottanta dalle donne con la pedagogia della differenza e il movimento di autoriforma, e si dovesse ricominciare daccapo. Quando nel frattempo si impongono dall alto politiche di parità, iniziative di educazione al genere che rischiano di cancellare le soggettività e le relazioni, e si accendono dibattiti fuorvianti sul superamento della differenza donna/uomo e delle differenze soggettive in nome dell uguaglianza di diritti. Da tempo sentivo, con altre, la necessità di un confronto di ampio respiro su scuola ed educazione in un mondo trasformato dalla libertà femminile, e questa volta anche con uomini. La scommessa dell Incontro nazionale è quella di misurarsi con il presente un presente disorientato ma anche promettente - perché scuola, educazione, formazione siano realmente al cuore di una nuova civiltà di rapporti, e con la radicalità che viene dall agire con libertà e consapevolezza la differenza di essere donne e uomini». Nuovi sguardi Dall università alla scuola elementare e ritorno, dunque, passando per i vari cicli didattici e per esperienze fuori dalle istituzioni formative tradizionalmente intese, il motivo di guadagno di un impresa come questa ha radici ben salde e tenaci. Stando sul presente, e soprattutto intorno a ciò che è accaduto negli ultimi vent anni, non può essere negata l esistenza fertile di quelle che Antonia De Vita chiama altre scuole, registrando così molte esperienze che pur mantenendo una spiccata implicazione educativa, decidono il proprio spazio di creatività ed espressione fuori dalle sedi tradizionalmente deputate a farlo. Ecco perché la domenica del 13 verrà dedicata a Contesti e pratiche che generano saperi e nuove visioni. «Infatti - prosegue De Vita - nei contesti urbani sono nati gruppi e libere aggregazioni che attorno a gesti di consumo e produzione critica (G.a.s, Des, etc.), o alle occupazioni di spazi simbolici delle città (Teatro Valle, Roma; Macao, Milano), o alle creazione di nuovi legami sociali di prossimità e di convivenza nel proprio territorio (Città vicine, associazioni e gruppi di vicini), hanno inventato o riattualizzato pratiche e saperi della materialità, nuove forme del consumo e del lavoro, della convivenza e della convivialità. Abbiamo assistito poi, in contesti informali, associativi e sociali, alla diffusione di saperi e sapienze che rimettono al centro l intelligenza del corpo nella sua connessione con la mente. Pratiche molto antiche, come quella della presenza mentale, o più recenti che segnalano il bisogno di scommettere su sa- POESIA Una giornata per Biancamaria Frabotta Venerdì 11 aprile la Casa delle Letterature di Roma (Piazza dell Orologio 3, ore 16.30) ospiterà un pomeriggio in onore di Biancamaria Frabotta organizzato dalla Società Italiana delle Letterate. Curatrice dell antologia «Donne in poesia» (Romai, 1976) e autrice di alcuni saggi («Letteratura al femminile», De Donato; «Giorgio Caproni il poeta del disincanto», Officina edizioni; «L'estrema volontà», Giulio Perrone Editore, nonché autrice di alcune raccolte di poesie. La sua opera, da «Affeminata» al recente «Da mani mortali», sarà ripercorsa e discussa da Maria Clelia Cardona, Marco Corsi, Laura Fortini, Maria Ida Gaeta, Giuliana Misserville, Gabriella Musetti, Giulia Napoleone e Laura Pugno. «Sono cambiate molte cose. Donne e uomini reinventano il presente educativo» è il titolo del convegno che si terrà a Verona il prossimo fine settimana. In campo, la necessità di una formazione a tematiche di genere che non sia soltanto la proposta di pari opportunità, ma un modo di agire la propria libertà La differenza come orizzonte peri per la vita e per l educazione ispirati a epistemologie dell integrazione tra dimensioni razionali e affettive ed emozionali. Questi luoghi di pratiche e di saperi ci sembrano significativi non solo per ridisegnare i nuovi spazi dell educazione e della formazione, ma anche per mostrare le nuove visioni che le ispirano». L annuncio dell incontro nazionale veronese era stato anticipato durante i lavori preparatori di Paestum 2013, quando cioè era stata esplicitata la scommessa politica relativa ad un laboratorio interamente dedicato al tema durante la due giorni femminista. Dopo quell esperienza sono state rese disponibili alcune restituzioni ora presenti nel blog Per quell occasione, Antonia De Vita, Valentina Festo e Alessio Miceli (tra altre e altri partecipanti) avevano sintetizzato alcuni punti essenziali delle loro singole esperienze. De Vita riconosce come siano trascorsi molti anni dal movimento di insegnanti che attorno alla pedagogia della differenza sessuale prima e al movimento di autoriforma della scuola poi, aveva raccolto riflessioni e inventato pratiche corredando tanti testi e dando vita a numerosi convegni. Alla luce del desiderio Tra i volumi basti ricordare Educare nella differenza (1989) a cura di Anna Maria Piussi ma anche Sapere di sapere (1994), insieme a Buone notizie dalla scuola. Fatti e parole del movimento di autoriforma (1998), per le cure di Vita Cosentito, Antonietta Lelario e Guido Armellini. Ma Maria Cristina Mecenero, maestra elementare in una scuola della periferia milanese, e molto attiva nel sostenere il sapere autonomo e relazionale delle maestre, considera soprattutto un punto: «A Roma nel convegno Che genere di programmi (febbraio 2013) molte delle presenti sostenevano che nelle scuole non c è più niente, niente iniziative autonome, niente lavorio per creare nuovi sguardi verso l esserci femminile e maschile in questo mondo; anzi: le insegnan- 203, DUE SCULTURE DI STEPHAN BALKENHOL ti non portano libertà, la ostacolano e c è bisogno di esperte per assisterle nella programmazione e progettazione. Una postura pericolosa, che non tiene conto di ciò che avviene in molte relazioni comuni e reali, nei vari contesti formativi. Non si vede che si è il cambiamento. C è un misto di arretramento voluto e di qualcos altro. Possiamo stare all intreccio tra realtà diverse? Siamo interessate a confrontarci con altre impostazioni? Le iniziative centrate sulla discriminazione femminile e sugli stereotipi rischiano di trattenerci nel passato e distoglierci dal riconoscere e agire il cambiamento, dal desiderare in grande. Ci sembra più urgente raccontare ciò che di nuovo sta già capitando. Abbiamo bisogno di portare alla luce ciò che già si fa nella direzione di scambi creativi, anche conflittuali, che consentono di cambiare in meglio le condizioni del vivere insieme». Educare nella differenza attiene anzitutto al come e non al che cosa; non è la proposta di pari opportunità di genere, soprattutto se calata dall alto, o di formazione a tematiche di genere a procurare il cambiamento, bensì il modo stesso di agire la propria libertà che traccia un orizzonte; altresì è ugualmente la modalità stessa che si intrattiene con le forme del sapere a costituire un cambio di prospettiva. Alessio Miceli, forte anche della sua esperienza di insegnante negli istituti superiori, specifica che c è bisogno di smontare «quei meccanismi con cui si comprimono i corpi, i tempi ed i pensieri svuotati di sentimenti, mancanti di contatto con il mondo. Ci sono interi programmi che restano lettera morta fin quando qualcosa non viene illuminato dalle domande di senso che ciascuno/a si pone. Coltivare, porre e ascoltare queste domande soggettive ci riporta alla radice viva dei saperi che abbiamo costruito. Poi la propria soggettività incontra le altre e si può cooperare anziché essere tenuti a competere, una forma di pensiero e di relazione salvavita nella giungla del mercato attuale (e della sua pedagogia)». Il punto su cui insiste Miceli è soprattutto l ipotesi di «scardinare l istituzione che è dentro di noi». Ciò sottende sia una pratica di libertà (che è poi il vero cambiamento portato dal femminismo) che una soggettività capace di costruire relazionalità, oggi, tra donne e uomini. Del resto, come ricorda Sara Gandini, non è stato forse il movimento di autoriforma della scuola a chiedere «il minimo di potere e il massimo di autorità»? Se dunque la partita che si gioca all interno della scuola dovesse concludersi in un aggiunta di contenuti e saperi critici sull identità di genere sarebbe davvero poca cosa. La scuola-comunità A questo proposito, Maria Cristina Mecenero, è da anni impegnata nella riflessione e nella pratica della differenza insieme a donne e uomini da nord a sud dell Italia. Il suo è un posizionamento piuttosto preciso sul lavoro educativo; se si può partire dal carattere di osservazione dell esistente, constatando per esempio una partecipazione genitoriale crescente, è pur vero che le relazioni familiari e culturali portate nelle classi da bambine e bambini mostrino meglio di qualunque altro esempio il guadagno delle narrazioni che sono già frutto di cambiamento. Ciò significa forse una scuola che si sente comunità, che dichiara cioè di poter dire, nel proprio tessuto anzitutto simbolico, di non rappresentare un pezzo della società ma di sperimentare una trasformazione già in atto. Non si tratta quindi di affiancare alle e agli insegnanti nessuna figura esperta esterna e calata dall alto. Si tratta piuttosto di fare agire la libertà delle relazioni di differenza, comprese quelle sviluppate tra le varie istituzioni scolastiche e quelle che istituzionali neanche desiderano diventarlo. Prestare attenzione al cambiamento già in atto alza la posta in gioco della scommessa educativa e insieme racconta di un presente declinato al futuro.

11 GIOVEDÌ 10 APRILE 2014 il manifesto pagina 11 CULTURE oltre tutto ADDIO ALLA SCRITTRICE VELMAR JANKOVIC Svetlana Velmar-Jankovic, scrittrice serba, è morta ieri a Belgrado all'età di 81 anni. Membro dell'accademia delle scienze, specialista di letteratura francese e vincitrice di numerosi premi letterari in Serbia, Velmar-Jankovic è autrice di un gran numero di romanzi di successo, alcuni dei quali tradotti anche all'estero, soprattutto in Francia, dove l autrice era molto popolare. Per molti anni lavorò nella redazione del Prosveta Publishing Housing, editando saggi e prose della letteratura slava. In Italia è stato pubblicato da Jaca Book «Lagum» (I vicoli sotterranei). Qui una vecchia signora si lascia andare ai ricordi, torna alla fine degli anni Trenta quando con Dusan, rinomato critico letterario, avrebbe potuto formare una coppia felice. Ma sopraggiunge la guerra che lacera la loro unione. Claudio Vercelli C he il negazionismo costituisca una sfida non solo per gli storici ma, più in generale, per le società democratiche, è oramai un riscontro tanto diffuso quanto ancora poco compreso. Basti pensare al revanscismo fascistoide che si sta accompagnando all evoluzione dei populismi europei, partendo dall Ungheria, passando per la Grecia per arrivare alla Francia. La funzionalità del discorso che nega, o ribalta, il passato, stravolgendone non solo i significati condivisi ma lo stesso tracciato fattuale, ovvero il succedersi degli eventi, si incontra con fenomeni sociali e culturali nel medesimo tempo complessi e stratificati. La crisi economica senz altro pesa molto nello smarrimento collettivo che, sul piano culturale, si trasforma in un vero e proprio sbandamento cognitivo. INCONTRI Oggi all Università Roma Tre un convegno su «Shoah e negazionismo nel web» Il rifiuto della Storia è on line Produzione di identità Dinanzi ad un futuro opaco e ad un presente incerto il giudizio su quello che è stato si trasforma in una variabile dipendente dai sentimenti del momento e, soprattutto, dai risentimenti di lungo periodo. Depurare i fascismi dei loro aspetti più brutali, a partire dall agire sterminazionista con il quale hanno causato e condotto una guerra catastrofica, permette non solo di riabilitarne i trascorsi, nobilitandoli agli occhi di collettività smarrite, ma anche di rilanciarne la natura di progetti politici e sociali basati sull anestetizzazione di ogni residua coscienza critica. Il problema, allora come oggi, non è mai la persistenza in sé del fascismo come ideologia della prevaricazione razzista ma il darsi di una costellazione di fattori che rendono plausibile il ricorso ad esso come strumento di soluzione non negoziata dei conflitti. Dopo di che lo spazio del negazionismo è purtroppo oggi più che mai dilatato. Più che leggerlo come il mero ritorno di qualcosa che sussiste carsicamente è bene soffermarsi sui luoghi in cui esso si dà come veicolo di costruzione di identità. Non importa quanto fittizie e manipolate, trattandosi di un fenomeno che per definizione sfida qualsivoglia ragionevolezza, poiché dotato di una razionalità ferrea, intrinseca, autoreferenziale, che proprio nel prescindere deliberatamente dai dati di fatto ha costruito le sue fortune. Siamo infatti in presenza di una dimensione al contempo controfattuale e mitografica. E non è un caso se entrambi i caratteri vengano attribuiti, dai negazionisti, ai loro confutatori. Poiché i primi rivendicano uno spazio radicale, quello della riscrittura immaginifica della storia come prodotto della libertà dei moderni, che i secondi, invece, rifiutano, consapevoli che facendo altrimenti si sfalderebbe lo stesso linguaggio con il quale leggiamo il presente. Quando i negazionisti parlano, blaterando, di «libertà di coscienza», così come di «libera espressione», non stanno solo patrocinando i loro deliri ma incrociano un comune sentire, quello che auschwitz /FOTO REUTERS Un fenomeno sempre più diffuso che ha nella Rete lo spazio per produrre identità antisemite e razziste nell età del liberismo eleva la nozione astratta di «libertà», parola chiave nel lessico neoconservatore, a totem della contemporaneità. Si tratta, in questo caso, dell invito ossessivo a rompere gli argini della coscienza collettiva, intesa come una gabbia, sostituendovi un atteggiamento di scetticismo esasperato e alternandovi il convincimento che la «verità» riposi in un discorso che rescinde la consapevolezza critica. Il negazionismo, oggi, si presenta come un affabulazione isterica sul cosiddetto contropotere che deriverebbe dal mettere alla berlina il sapere condiviso, tanto più se prodotto di una lunga ricerca. I nessi con il complottismo sono immediati, se non altro perché antisemitismo e fascismi da sempre svolgono una narrazione a sé stante del tempo presente, alimentandola di rimandi all occultamento di coalizioni di forze, all azione clandestina di soggetti parassitari, in una sola espressione alla lettura dei conflitti come il prodotto di un campo di volontà celate. Non a caso, allora, il convegno della Società per lo studio della storia contemporanea si interroga sul rapporto tra negazionismo e Web (appuntamento oggi alle ore 14 all Università Roma Tre, Sala del Consiglio, Via Ostiense, 234. Il programma completo dell incontro è consultabile nel sito Internet dell università Roma 3). In quanto sempre di più il primo trova il suo habitat naturale nel secondo. Questo riscontro non legittima le interpretazioni che vorrebbero il negazionismo come oramai orfano di padrini politici. Invita semmai a pensare ai luoghi della diffusione, a tratti virale, e alla funzione che oggi raccoglie, soddisfacendo una domanda diffusa di bisogno di significato, quand anche alterato ed avariato. Nel Web il rapporto tra autorità e sapere subisce un immediata ridefinizione. Se tradizionalmente l acquisizione di competenze e cognizioni è legata alla trasmissione intergenerazionale, nella Rete questa gerarchia verticale e anagrafica si frantuma, sostituita da un orizzontalità ingenuamente intesa come «democrazia della conoscenza». Si tratta di un equivoco diffuso e, come tale, destinato a ripetersi. Fa parte di quell idea di libertà intesa come spazio assoluto della licenza, nel nome di un falso anti-autoritarismo che, paradossalmente, intercetta i tardi cascami di suggestioni della stagione che fu dei movimenti. La mancanza di codici di interpretazione, l apparente equivalenza tra versioni antitetiche, l insofferenza per qualsiasi filtro interpretativo, la saturazione di sollecitazioni, l invito a porre l immagine (più che l immaginazione) e l evento (inteso non come parte di una successione bensì come episodio a sé, unico e irripetibile) al centro del discorso sul sapere, ma anche il narcisismo di massa, il ricorso alla scrittura come forma di autobiografia di massa, l intolleranza nei confronti della complessità, l ipertrofia del particolare, sono tra i fattori che fanno da cornice all espansione delle opportunità per il discorso negazionista. Il declino dell «uomo pubblico» Non a caso tutti questi elementi si incrociano con il declino dell uomo pubblico ma anche e soprattutto con la trasformazione della politica, ossia la sua contrazione da sfera pubblica a campo di incursione dei populismi e delle tecnocrazie. La sfida del negazionismo, tanto più sul Web, non sta quindi in una vocazione storiografica che in alcun modo ha avuto, costituendone semmai il ribaltamento. Piuttosto, collocandosi al crocevia di malumori, angosce, risentimenti e rivalse, dà fiato a ciò che subentra al revisionismo conservatore degli ultimi tre decenni, ossia una sorta di «reversionismo» laddove ognuno è invitato a scegliersi, nel nome di un anticonformismo di facciata, in realtà subalterno al rifiuto della storia e all ossessione per un presente eterno e immutabile, una versione a suo piacimento di ciò che è stato. Nel nome, ancora una volta, di una schiavitù mentale e culturale che si presenta come atto di «liberazione» di idee e istinti. Da eterno fascismo, qual è il nocciolo duro, antisemita, che porta con sé. SCAFFALE L autobiografia di Massimo Ilardi, per manifestolibri Le reticenze narrative e i ricordi in una «casa di Trastevere» SEMINARI Quando l Europa è nomade Venerdì a Roma la presentazione del gruppo di lavoro teorico-politico «Euronomade» D opo l appuntamento costitutivo di quest estate, il gruppo teorico-politico Euronomade ha cominciato la sua esperienza. Abbiamo dato vita a un sito Internet (www.euronomade.info) che prova a rispecchiare il nostro stile di intervento: una ricerca aperta sulla ridefinizione degli spazi e dei confini, sull eterogeneità del lavoro vivo e sui nuovi dispositivi di cattura del valore, sulle sperimentazioni di possibili forme del comune e di inedite combinazioni di soggettività. Venerdì 11 aprile, scegliendo giornate importanti per le mobilitazioni contro l austerity, diamo vita alla presentazione «ufficiale» del nuovo collettivo. Appuntamento è alla Facoltà di Scienze Politiche dell Università la Sapienza di Roma (ore 15, relazioni di Toni Negri, Federico Tomasello, Giso Amendola, Roberta Pompili). Lo facciamo nel momento in cui ci sembra ancora più importante riaffermare le parole chiave del nostro percorso. Lo spazio europeo, innanzitutto. Ci sembra evidente che l evoluzione della crisi, le forme di concentrazione e anche di (relativa) stabilizzazione che le trasformazioni del capitalismo contemporaneo hanno mostrato, chiamano ad una riflessione su come dare nuova concretezza e capacità di far male all azione dei movimenti sociali. Uno spazio europeo non «dato», non «presupposto», ma reinventato dalle lotte, lungo linee aperte e mobili che sovvertono le classiche raffigurazioni della «centralità» europea. Siamo convinti che dentro questa crisi ogni rifugio nazionale è spiazzato, fuori scala, destinato alla residualità politica. Anzi, ci sembra che questa crisi faccia emergere che una delle ragioni della progressiva marginalizzazione delle sinistre europee in questi ultimi decenni sia stata l illusione nazionale, l incapacità di pensare, di muoversi, di creare organizzazione all altezza degli spazi e delle velocità ai quali il capitale si andava riorganizzando. La stessa urgenza di evitare ricadute all indietro e arroccamenti su impossibili trincee difensive ci impegna alla formulazione di un concreto piano di programma, da concepire come una continua sperimentazione di dispositivi per la connessione delle lotte. Welfare del comune, e anzi «moneta del comune» intesa come una produzione di moneta che sia misura della forza, della ricchezza produttiva della cooperazione sociale e non della valorizzazione finanziaria: perché siamo convinti che non ci sia nessuna credibile uscita dall austerità che non parta dal riconoscimento della produttività diffusa, dalla liberazione del lavoro vivo dai dispositivi di sfruttamento, di controllo, di gerarchizzazione che lo attraversano. Reddito di base contro la centralità dell impresa e ogni nostalgia laburista tradizionale; apertura di una battaglia per una fiscalità europea progressiva, contro le fiscalità nazionali, uscite dagli anni ruggenti del neoliberalismo come dispositivi di riproduzione perpetua dell iniquità; campagne costituenti a dimensione europea contro la rinazionalizzazione feroce delle politiche sociali europee. Ci proponiamo di fare inchiesta con attenzione sulle nuove forme di «sindacalismo», diffuso, sociale, metropolitano, che si muovono lungo quel crinale di indistinguibilità, ma anche di potenziamento reciproco, tra vita e lavoro: di lì si dovrà passare per cercare risposte alle non più differibili domande sulle modalità dell agire politico e dell organizzazione, che possano dare consistenza e forza d urto all eterogeneità della composizione sociale contemporanea. Reinventare l Europa per non lasciare spazio agli identitarismi, ai mostri nazionalisti, patriarcali, securitari, ai biopoteri del controllo, alle volontà infami, che pure risorgono da più parti: un Europa molteplice, della cooperazione e delle singolarità, una politica europea per il comune contro la barbarie, per reinventare uno spazio di connessione e di moltiplicazione di una non retorica efficacia delle lotte. Enzo Scandurra C hiunque si soffermasse al solo titolo del nuovo libro di Massimo Ilardi, La casa di Trastevere (manifestolibri, 14 euro) non potrebbe fare a meno di chiedersi se l autore è la stessa persona che ha «incontrato» nella lettura di suoi precedenti e ben differenti - libri. Perché Ilardi ha conosciuto diversi anni fa un certo successo con la critica feroce delle categorie fondative della modernità, come: nazione, paese, appartenenza, identità, ideologia, partito, famiglia, memoria. Tutto, meno che un apologo del passato, e dunque della memoria (come il titolo farebbe erroneamente pensare). Anzi l eresia dell autore è sempre consistita proprio nel vedere nella società dei consumi dei margini di libertà per i giovani che, usciti dalla gabbia dell ideologia e da qualsiasi appartenenza, potevano attraversare i nuovi territori della metropoli senza più complessi di subalternità e senza più incontrare limiti al loro furore iconoclasta, guardando solo al presente («Non chiediamo il futuro perché ci prendiamo il presente», recita l incipit del libro). Personalmente ho spesso polemizzato con questa tesi dell autore perché tale presunta «libertà» vuol dire concretamente essere omologati verso certi modelli consumistici, esibire ed esibirsi, essere attratti da sirene che fanno naufragare il nostro modo di essere, di autenticità, per assimilarci, col nostro consenso, al ciclo produttivo capitalistico. Tuttavia siamo debitori a Ilardi per le sue polemiche appassionate contro i sacerdoti di valori oggi profondamente cambiati di segno rispetto al passato; per le sue aspre polemiche contro il «dover essere» moralistico e, spesso, di una certa sinistra conservatrice. Non deve essere stato un percorso facile per lui indugiare a uno stile narrativo e «vincere quella naturale ritrosia che ti assale ogni volta che decidi di parlare o di scrivere della tua vita». Un libro autobiografico dunque, ma non solo. Racconta un pezzo della storia di Roma, quella di Trastevere (dove l autore è nato e ha vissuto per oltre cinquanta anni) che da periferia romana diventa pittoresca icona di se stessa, quartiere di plastica, Disneyland a uso e consumo di turisti in cerca di sensazioni da raccontare al loro ritorno dal viaggio. Ecco come Oggi, alle 17, l autore incontrerà il pubblico al teatro Argot di Roma per sventare ogni tentazione «nostalgica» Ilardi, sin dalle prime pagine, interpreta quello che a Pasolini appariva come la mutazione antropologica degli italiani, la fine della storia: «( ) la cultura del consumo ha sostituito quella del lavoro, il presente ha cancellato il passato e il futuro, la domanda di libertà ha sepolto l etica della responsabilità, la rivolta sociale ha preso il posto della rivoluzione e dei movimenti, l individuo si innalza sulle macerie del collettivo». Il «cambiamento di rotta» dell autore è solo apparente perché subito dopo prende le distanze da coloro che vedono in questo solo «una società violenta, incivile, distruttiva di ogni valore, per certi versi incomprensibile agli strumenti della nostra ragione e che sembra avanzare senza più ostacoli». «C è qualcosa - afferma - che non torna in questa accusa». E qui l autore riprende il vecchio adagio contro l ordine costituito che è sempre violento, la politica dell emergenza dettata da paure e controlli, strumenti securitari, pratiche di governo esse stesse produttrici di violenza, devianza o follia (dalla sua casa in via della Penitenza il bambino sentiva le urla strazianti di dolore dei carcerati di Regina Coeli). Quasi volesse prendere le distanze da «quel se stesso» protagonista del libro, Ilardi dichiara di non voler cedere a nessuna nostalgia del passato: «In realtà alle nostre spalle non abbiamo lasciato alcun paradiso perduto, alcuna passione tradita, alcuna concezione del mondo e della vita che si possano rimpiangere». Tuttavia, nel corso della lettura la forza e il piacere della narrazione prende la mano a disdetta de (o addirittura contro) la premessa. Il libro racconta di un Trastevere poco noto, meno eroico della sua leggenda pittoresca e più intriso di vita quotidiana, di affanni, di cambiamenti che, all inizio lentamente, ne modificano l anima. Una metafora per tutte: il funerale del nonno: «Una carrozza tirata da sei cavalli neri con pennacchi sulle loro teste dello stesso colore. ( ) la carrozza ferma davanti il portone era circondata da parenti, amici e abitanti della zona [ ]il brusio si fermò di colpo quando la bara apparve sul portone e un silenzio imponente calò sulla via. Il significato del silenzio di fronte alla morte l ho imparato quella mattina ( ) soprattutto oggi che va di moda l idiozia dell applauso».

12 pagina 12 il manifesto GIOVEDÌ 10 APRILE 2014 Al cinema VISIONI «Nessuno mi pettina bene come il vento», la scoperta dell amore ; comportamenti deviati nella casa del terrore; scambi di coppia sull altare dei Vanzina Laura Morante e Andreea Denisa Savin, sono le protagoniste di un romanzo di formazione alla rovescia, in cui a insegnare sono i piccoli NESSUNO MI PETTINA BENE COME IL VENTO DI PETER DEL MONTE, CON LAURA MORANTE, ANDREEA DENISA SAVIN, ITALIA 2013 Cristina Piccino P eter Del Monte è uno di quei registi «eccentrici» del nostro cinema che ha attraversato, e continua a attraversare nei diversi decenni, dagli anni Settanta degli esordi (Irene Irene, 75) ai difficili anni Ottanta (Piccoli fuochi), poi i Novanta fino agli anni zero. Le sue storie sono difficilmente riconducibili a una sola «etichetta», a un genere, a una tendenza; possiamo dire che è un narratore di personaggi, e di relazioni fragili, che ama avventurarsi in universi sentimentali in bilico nei quali scoprire, e sperimentare, la tensione delle proprie immagini. Ha un tocco speciale per questo Del Monte, insieme a una predilizione per le figure femminili, per il loro «mistero», osservato dal prisma maschile, MISTER MORGAN DI SANDRA NETTTELBECK, CON MICHAEL CAINE E CLÉMENCE POÉSY, USA/FR/GER/ 2013 Commedia/PASSIONI AL CREPUSCOLO Il povero vedovo Caine si è perduto a Parigi COMMEDIA Il nuovo film di Peter Del Monte, due personaggi femminili a confronto nello specchio tra adulti e bambini Una piccola grande donna Giona A. Nazzaro C e le ha tutte, il nuovo film di Sandra Nettelbeck, regista tedesca nota dalle nostre parti per l indigesto Ricette d amore. Una città, Parigi, un protagonista di lungo corso, Michael Caine, e l inesorabile storia d amore che scavalca decenni e generazioni ma che in realtà evoca l inevitabile appuntamento con la triste mietitrice dotata in questo caso delle fattezze leggiadre di Clémence Poésy. Lui, anziano professore di filosofia aggrappato saldamente alle sue abitudini e al culto della moglie scomparsa, lei giovanissima, dedita alla danza, a sottolineare l evidente differenza di passo. Ovvio che la fanciulla saprà suscitare gli ultimi bagliori del crepuscolo della vita del professore in disarmo comprendendo così a sua volta il valore della vita, al contrario dei figli dell uomo (Gillian «X-Files» Anderson e Justin «Weeds» Kirk) attaccati a misere questioni di denaro. La parabola morale e sentimentale è banale al punto da essere ricattatoria. Senza contare che l idea che al termine della vita di un anziano ci sia una donna giovanissima a porgergli l estremo saluto, è banale se non addirittura maschilista nel riciclare il solito feticcio della rigenerazione vitale come processo pedagogico. La Parigi del film, raramente così inerte al cinema, possiede il retrogusto di una confezione tutta di maniera, e di certo la sceneggiatura non aiuta, avvolta com è nelle più banali convenzioni di un cinema immaginato esclusivamente come corollario di un brunch o di un incursione in pasticceria la domenica. Operazione chiaramente alimentare per un Caine in modalità gps, mette a durissima prova il nostro affetto per la sua gloriosa filmografia. Mr. Morgan è l incarnazione di un idea di qualità talmente anacronistica che si fatica immaginare un pubblico disposto ad accettare l insieme dei luoghi comuni proposti anche per la sola durata della proiezione del film. OCULUS DI MIKE FLANAGAN, CON BRENTON THWAITES MICHAEL E JAMES LAFFERTY, USA 2013 Antonello Catacchio S ono passati dieci anni da quando il piccolo Tim ha steso papà. Che a sua volta aveva steso mamma. Ora Tim è un giovanotto, la terapia dovrebbe avere funzionato e lui può finalmente uscire dall ospedale psichiatrico. A prenderlo per la ritrovata libertà è andata Kaylie, la sorella maggiore di un paio d anni. Anche lei ha vissuto quei momenti da incubo nella casa di Hawthorne way Ha visto mamma deragliare come una belva incarognita e babbo uscire di zucca tra terribili mostruosità. Lei però non si è sottoposta a sedute psichiatriche, ha fatto ricerche e ha scoperto che tutti guai non derivavano da azioni volontarie dei suoi famigliari, erano solo posseduti dall animaccia di uno specchio che per quasi tre secoli ha succhiato energia vitale da piante, animali e persone. Per questo ha rintracciato lo specchio e ha organizzato tutto per dimostrare la sua tesi con telecamere, termometri e timer per ogni occasione e soprattutto vuole la complicità di un più che restio Tim. L uomo è davvero ingenuo quando crede di poter incastrare forze malefiche con il supporto della tecnologia. Quelle la sanno molto più lunga. Altro che hacker, possono fare ciò che vogliono non solo con le intelligenze artificiali, ma anche con quelle naturali. Mike Flanagan si era fatto conoscere con un corto molto apprezzato in zona horror. Ora ha avuto qualche dollaro in più a disposizione e dimostra di e per i bambini. Dall incontro tra questi mondi, adulti e più giovani, e dalla confusione che ne nasce scaturiscono le sue cose più belle, Piccoli fuochi, appunto, o Piso Pisello - che mette di fronte un giovane padre e il suo bimbo. Ancora, saltando in avanti, l on the road più emozionale che geografico Compagna di viaggio ( 96). Sempre con la capacità, anch essa molto particolare, di far vivere gli attori fuori dai loro ruoli, di liberarli quasi guidandoli con discrezione (controllatissima) nei gesti, nei sorrisi, nelle lacrime. Questi sono anche i momenti magici di Nessuno mi pettina bene come il vento, un titolo «rubato» alla poetessa Alda Merini, il cui apparente paradosso sembra contenere il cuore poetico del film. Ma come, si dirà, non è il vento quello che scompiglia, che fa volare via i ciuffi dei capelli anche più docili, e impazzire quelli ribelli? Ma è pure il vento, se lieve, che accarezza il viso scompigliando appena, sempre quel tanto però che fa muovere le cose. Il vento lo ha chiuso fuori dalla finestra Arianna (Laura Morante), scrittrice affermata che ha scelto una specie di esilio nella casa sul litorale romano (siamo a Santa Marinella) dopo lo scandalo che ha coinvolto il marito, un politico francese molto conosciuto, tra i libri e gli studi su Anna Kulisciov. Finché non le capita in casa una giornalista, col pretesto di intervistarla - vuole saperne in realtà di più sul marito - con sé ha la figlia, una ragazzina di undici anni, attaccata al cagnolino, che all improvviso le chiede di restare lì. Le donne sono spiazzate, e la padrona di casa, con stupore di sé accetta. La ragazzina sembra timida, di poche parole. A cena parlando di sé dice che non ha amici: «Non risulto simpatica». Si chiama Gea (la brava piccola Andreea Denisa Savin) come la terra, le piaccioni i ragni perchè sono brutti, e ne disegna in continuazione. Eppure nonostante quella sua fragilità apparente, la piccola ha una sua forza caparbia, il «coraggio» di buttarsi nelle cose, di rischiare che spiazza la donna. Sembra lei la più «matura», o forse la più capace di affrontare le sfide del mondo. L altra se ne sta in disparte, e si innervosisce facilmente specie quando sotto casa arrivano i ragazzini del paese con la birra, le canne, la tecno a palla, e la noia dell adolescenza che si sente in gabbia. Gea li guarda incantata, le piacciono perchè sono liberi dice. Più che altro però le piace il biondino con gli occhi azzurri - il bertolucciano Jacopo Olmo Antinori - che è anche quello più distante dagli altri. Vende fumo, e cocaina a un signore decadente e decaduto, e quando ce l ha, guerre permettendo, lo fa felice col «principe» delle droghe, l oppio. In questa triangolazione di sguardi, e nel movimento che spinge l uno verso l altro i tre personaggi, la donna, la ragazzina, il ragazzo sul confine di un immaginaria soglia, respira il film. Del Monte è regista che trasforma in immagini gli sfaldamenti improvvisi, i sussulti del cuore, la tenerezza e lo spavento. È questione di equilibri delicatissimi, e di desiderio. Ecco dunque una piccola donna che dice sicura che basta guardarsi per sapere tutto l uno dell altro. E una donna matura che invece ha bisogno delle parole. Nel mezzo di questo nuovo controcampo adulto/ bambino, forse si capovolgono i ruoli, e il romanzo di formazione diviene forse reciproco. Un film sull amore, dunque, sull innamoramento alla fine dell infanzia, quando il principe e la principessa possono ancora fuggire via tra sogni da fiaba e incubi angosciosi. E sul pregiudizio della paura, sulla vita che non sempre insegna, sugli incontri imprevisti e la capacità (residua) di mettersi in discussione. Vale qui il tocco speciale del regista, più Gea che Arianna, o un po entrambe, che quando è libero regala epifanie: un ballo silenzioso, una macchia aliena sul muro, la bimba che spavalda mette a tacere il bulletto mostrandogli le mutandine. Però nel «sistema» cinema-italiano non funziona così, si deve chiudere, far tornare i conti. Abbiamo una sceneggiatura che mette «ordine» (con Del Monte l hanno scritta Gloria Malatesta e Chiara Ridolfi) anche a rischio di soffocare la libertà della regia. Bastava quel controcampo di donna e di bimba, mai giudicante nelle sue infinite sfumature di rabbia, silenzi, caos, ordine. E invece: cosa c entra che la madre del ragazzo deve essere una prostituta? O l amico della scrittrice devastato dalla gelosia della compagna? Sfumature amorose? Più stereotipi non necessari. E nel corpo a corpo con questo «apparato» non sempre il vento ce la fa. Horror/DIETRO IL MISTERO DI UNA STRAGE FAMILIARE Non bastano gli hacker a salvarci dal male nascosto nello specchio possedere davvero un talento di genere, nonostante qualche ingenuità. Tanto per cominciare tutto precipita quando i Russell arrivano nella nuova casa, ma una volta tanto l edificio è innocente, il male viene portato dagli operai che trasportano arredamento d epoca, ossia quello specchio che nel corso degli anni ha lasciato, secondo Kaylie, una lunga scia di sangue. Poi lo sviluppo della narrazione genera volutamente confusione perché lo specchio altererebbe i comportamenti, spingerebbe a compiere azioni insospettabili e questo permette di mettere in scena momenti autenticamente raccapriccianti come l addentare con voracità una lampadina convinti che si tratti di una mela. O una gigantesca cicatrice da cesareo che si riapre. Roba genialmente perversa. E non mancano frasi a effetto come quella di Tim che incalza la sorella «è più probabile che tu ricordi male o che uno specchio si mangi un cane?». Risposta facile: la seconda che hai detto. Non manca il repertorio canonico degli occhi bianchi, dei denti sparsi, dell autolesionismo, dei cerotti staccati che tornano al loro posto, delle unghie strappate, delle catene, dei dubbi e dei vicini imbecilli, ma sono soprattutto i due piani temporali che sfumano uno nell altro che si confondono e si sovrappongono a costruire una tensione autentica. Oculus mantiene quel che promette: giocare col sangue e farsi beffe dei buoni sentimenti, anzi è un attimo perché la famiglia diventi terreno d incubazione di ogni nefandezza e in quei casi è meglio non lasciarsi andare al gioco degli affetti, ma tenere d occhio le piante, un segnale inequivoco.

13 GIOVEDÌ 10 APRILE 2014 il manifesto pagina 13 VISIONI PEACHES GELDOF «Inconcludenti», così la polizia ha definito i risultati dell autopsia sul corpo di Peaches Geldof, la figlia 25enne del musicista Bob Geldof trovata morta lunedì nella sua casa nel Ke. Ora si attendono i referti degli esami tossicologici. Emerge intanto, secondo quanto riferisce la stampa britannica, che Peaches Geldof aveva parlato con il marito della «fatica di essere mamma» alludendo a un possibile esaurimento della figlia dell ex voce dei Boomtown Rats. COMMEDIA Torna la comicità pesante dei tempi d oro vanziniani Festa di matrimonio tra vecchi amici UN MATRIMONIO DA FAVOLA DI CARLO VANZINA, CON RICKY MEMPHIS E EMILIO SOLFRIZZI, ITALIA 2014 Marco Giusti A vevamo lasciato i Vanzina neanche due mesi fa con la loro madeleine vacanziera Sapore di te, più che un reboot di Sapore di mare, una specie di rielaborazione autoriale dei loro anni 60 e 80. Ritornano inflessibili con un film più specificamente comico e di genere, Un matrimonio da favola, scritto assieme a Edoardo Falcone, braccio destro di Max Bruno, prodotto da Fulvio e Federica Lucisano, divertente mischione di peggiori settimane della nostra vita, cinepanettoni pochadistici, sottomuccinismo. Il risultato, grazie a una serie di situazioni e di battute stracultistiche, tipo «Me darebbe una grattata alle palle che so' occupato?», «E niente meteorismi!» - «Meteo... che?», e a una bella distribuzione degli attori, da Adriano Giannini a Giorgio Pasotti, da Max Tortora a Paola Minaccioni, che rubano davvero la scena a tutti pur in ruoli minori, è un bel ritorno alla sana comicità pesante dei tempi d oro vanziniani e un buon rinnovamento del parco di facce e faccioni della nostra commedia. Non che sia un film tutto riuscito e risolto, a cominciare dall idea base del film, che vede Ricky Memphis, sempre al top, che chiama al suo matrimonio con una bella e ricca svizzera, Andrea Osvart, figlia del banchiere puttaniere Teco Celio, il Bombolo del commedia nordica, i suoi migliori amici dei tempi della maturità, Stefania Rocca, Adriano Gianni, Giorgio Pasotti e Emilio Solfrizzi, che non vede però da allora, e ci si domanda perché lo faccia visto che non ne sa più nulla - La scrittura dei personaggi è superiore a quella della storia appesantita dalle doppie trame Ricky Memphis è perfetto nel ruolo del bamboccione ma almeno qui siamo in una commedia dai ritmi più velocizzati, con gag e situazioni più fresche. E anche se la costruzione della storia soffre di meccanismi spesso un po risaputi e, alla fine, anche farraginosi, i Vanzina e Falcone si scatenano con successo nella distribuzione dei personaggi e, soprattutto,delle loro compagne e compagni. Oltre che nella costruzione dei parenti di Memphis, la mamma cafona Roberta Fiorentini («Piacere, so' Capozzi Iole»), e lo zio ladro e coatto Max Tortora («Me s è accavallata na palla»), che domina letteralmente la scena come un Mario Brega o un Maurizio Mattioli (probabile che il ruolo sia stato scritto proprio per lui...). Ma è grandiosa anche Paola Minaccioni come avvocatessa matrimonialista, ovviamente una iena, ad ogni suo «lo sfonnamo» dedicati ai mariti traditori in sala parte un boato da parte delle femmine, nonché moglie di Emilio Solfrizzi, molto Alberto Bonucci, che ha un amante bella e coattissima, una Ilaria Spada totale rivelazione. Volgaruccia, ma perfetta(«che dici, ci sposiamo a Grottaferata? Ci si è sposato anche coso der Grande Fratello»). È notevole poi Riccardo Rossi come marito rompicoglioni di Stefania Rocca, da sempre innamorata senza fortuna di Giorgio Pasotti, che dietro la scorza del militare di carriera nasconde a tutti il fatto di essere gay e di convivere con il barbuto Luca Angeletti. Anche Ricky Memphis è perfetto come sempre nel ruolo di bravo ragazzo bamboccione ma di cuore che se la vede con un futuro suocero perfido che non lo ama, e con lo zio ladro e coatto che lo metterà in imbarazzo («Non è che ci fai dormì coi filippini, no?»). Diciamo che in generale la costruzione dei personaggi è superiore alla costruzione della storia, che mostra qualche sfilacciatura, anche se fare scopare Adriano Giannini, il playboy del gruppo, con Andrea Osvart, futura moglie del suo miglior amico Ricky Memphis, ma nessuno dei due lo sapeva, due giorni prima delle nozze, è una trovata di grande audacia che forse avrebbe meritato uno sviluppo meno moralista. Più vista la situazione di Emilio Solfrizzi che arriva a Zurigo, per il matrimonio, con l'amante Ilaria Spada e, proprio mentre sta per entrargli a letto lei in mutandine, gli piomba a sorpresa la moglie Paola Minaccioni ed è costretto a sistemare la ragazza in camera di Pasotti. E Pasotti, fingendo di non essere gay, si troverà in difficoltà sia per le reazioni della Spada, che cerca di far ingelosire Solfrizzi, sia per quelle della Rocca, che non sopporta più il marito, sia per l'arrivo in incognito del fidanzato barbuto. Sì. Troppe trame e doppie trame, e inceppamenti vari nella seconda parte. Comunque alla fine si ride, anche se ci si poteva risparmiare l'ennesima variazione dell'animaletto, certo Pugacioff, un ermellino di peluche, che muore stecchito quando si siede su di lui soffocandolo Max Tortora, che riesce comunque a cavarsela con due buone battute. Ma, vi prego, basta con i gatti surgelati, i cagnetti strangolati o stritolati nelle commedie. Anche quelli finti. HOLLYWOOD Major contro Megaupload Twenty Century Fox, Disney, Paramount, Universal, Columbia, Warner e Warner Bros Entertainment, hanno intentato causa contro il sito Megaupload di Kim Dotcom, per violazione di proprietà intellettuale. La piattaforma di scambio, chiusa dalle autorità Usa nel 2012, ha contribuito alla «violazione su larga scala del copyright di film e programmi tv», si legge in una nota della Motion Picture Association of America, che rappresenta gli interessi delle major. MTV Pif e il sesto testimone Dal 15 aprile - dopo l esordio alla regia con «La mafia uccide solo d'estate» - Pif torna su Mtv con la sesta stagione de «Il Testimone» (in onda martedì alle 21, in replica giovedì alle 23). Tredici inchieste: dalla Fashion Week di Milano (tema della prima puntata) alla vita in Groenlandia, dal mondo dei transessuali alla lotta contro il pizzo in Sicilia. In progetto anche una fiction Rai ispirata al film. CARLO MAZZACURATI L omaggio di Raimovie A Carlo Mazzacurati Rai Movie dedica dal 10 al 26 aprile un omaggio composto da film, documentari e produzioni originali. Stasera alle (in replica venerdì 11 alle 0.50 e sabato 12 alle 10.15) Cinemag - il magazine di cinema - inaugurerà l appuntamento ospitando un servizio speciale di Moviextra, che raccontala figura di Mazzacurati attraverso le testimonianze delle persone che con lui hanno lavorato. Intervista/GLI EX BUSKERS E UN NUOVO CD LIVE Che Sudaka, quando la musica ribelle arriva dalle Ramblas Paolo Ferrari S i chiamano Che Sudaka i globetrotter della musica ribelle. La band con sede a Barcellona è immersa in un moto perpetuo che va oltre lo stesso concetto di tournée. Con il titolo dell ultimo disco in studio, 10, gli ex busker approdati in Europa dall America Latina hanno festeggiato nel 2012 altrettanti anni di attività ufficiale, mentre con il fresco di stampa 1111 Lives immortalano il mostruoso score dei concerti tenuti in carriera. Abbiamo incontrato i due fondatori, Leo e Kachafaz, al Babel Med di Marsiglia. È vero che arrivaste in Europa come clandestini? Leo: «Sì, noi due arrivavamo da Mar De Plata, in Argentina. Laggiù eravamo sostanzialmente dei musicisti di strada, una condizione che in America Latina è penalizzante. Se dici che fai il busker ti dicono, ok, ho capito, suoni per strada: ma ti ho chiesto che lavoro fai? Anche se avevi un gruppo cambiava poco, è proprio la musica che fa fatica a farsi capire come professione. Invece a Barcellona se ti qualifichi come musicista di strada hai dignità di lavoratore. Così siamo partiti in cerca di fortuna. Quindi la band è nata a Barcellona? Kachafaz: «Sì, lì dopo un anno come duo di strada al Barrio Gotico abbiamo trovato i compagni di strada giusti per mettere in piedi un vero gruppo. E la terra promessa delle Ramblas si è confermata tale? Leo: «Nei primi tempi sì, non ci sembrava vero di poter suonare liberamente ovunque, di radunare tutta quella gente per strada con le nostre canzoni. Adesso è diverso, le norme di legge sono cambiate, c è stato un giro di vite e suonare per strada, a Barcellona come nelle altre città spagnole, richiede certificazioni burocratiche e costi tali che molti lasciano perdere. Altri rischiano le sanzioni di polizia: una chitarra per strada a Barcellona oggi è considerata pericolosa come un mitra». Come vivete la spinta indipendentista che cresce in Catalogna? Leo: «Ci è del tutto estranea, e non potrebbe essere altrimenti. Siamo arrivati a Barcellona da clandestini proprio perché non crediamo nelle frontiere, per cui l idea che anziché abolirne se ne aggiungano non ci appartiene. Per noi la libertà non si decide sulle cartine geografiche, è una questione che riguarda i singoli individui. L indipendenza è un esigenza di ciascuno di noi, sia clandestino, catalano o di qualunque parte del mondo». C è differenza emotiva tra suonare per strada e farlo sui palchi? Kachafaz: «Per strada suoni e si ferma chi vuole, chi è interessato, chi passa di lì per caso e ha cinque minuti liberi. In un club o a un festival la gente paga il biglietto, sceglie di venire a vederti. Dunque, per strada fai quello che vuoi, provi, sperimenti, vedi come reagisce la gente, mentre uno show ufficiale deve garantire uno standard. Devi avere un team, persone qualificate che lavorano per te». Questa differenza influenza anche il processo creativo di composizione delle canzoni? Leo: «No, guai. Quando scrivi un pezzo devi fare quello che hai nella testa e nel cuore, affrontare gli argomenti che senti forti in quel momento, essere te stesso. L audience può essere una persona da sola al bar come cinquantamila ragazzi a un grande festival all aperto: non è un problema che si pone al momento di comporre. Saranno le persone e le situazioni ad assorbire un aspetto oppure l altro della canzone che nasce». Suonate in tutto il mondo: quali sono le piazze più calde e le vostre ultime conquiste? Kachafaz: «C è qualcosa di comune e al tempo stesso di diverso ovunque.poi ci sono incontri magici. Un ricordo tra i più forti è legato al calore del pubblico giapponese, lì ballano tutti, non sta fermo nessuno. Un altro pubblico che ci ha favorevolmente impressionati è quello ungherese. Anche in Bretagna impazziscono». È corretto definire Che Sudaka un gruppo politicizzato che suona «patchanka»? e cosa significa patchanka nel 2014? Leo: «Non ci piace il termine politico, indica cliché come la destra, la sinistra e il centro. Noi siamo una band sociale, che sta dentro la società e vuole contribuire a migliorarla. Per quanto concerne la patchanka, credo che sia una definizione abusata. Oggi come oggi è il nome di un ottimo gruppo danese, in passato è stata la definizione che la Mano Negra diede della sua stessa musica. Così come i Gogol Bordello scelsero per sé stessi il marcio «immigrant punk». Noi facciamo la musica che ci piace, prelevando elementi dalla cumbia, dallo ska e dal punk». Nelle vostre citazione musicali parlate anche del quartetto: cos è? Leo: «È la musica tradizionale argentina della provincia di Cordoba, nel centro del paese. Ha qualche elemento comune con il merengue, fa ballare molto. Nel nostro linguaggio dialoga bene con la componente rock». LIBRI Esce l autobiografia del musicista Tony Cercola, scritta insieme a Antonio G. D Errico, in cui ripercorre vita e carriera Con un barattolo di latta di caffè alla conquista del mondo Flaviano De Luca C ome fa un ragazzo, bassino di statura, un po balbuziente e taciturno, confinato in un paese alle pendici del Vesuvio, senza aver studiato il pentagramma, a diventare un musicista noto e apprezzato in tutta Europa? Ce lo racconta Tony Cercola (nome d arte di Antonio Esposito, che ha scelto come cognome il paese di residenza, nell hinterland napoletano, per evitare confusioni con l omonimo Tony Esposito), nella sua autobiografia, Come conquistare il mondo con una buatta (ed. Anordest, 224 pagine, euro 10,90). Certo i due barattoli di latta di caffè (le cosiddette buatte, in napoletano influenzato dal francese) attaccate col nastro adesivo ai bonghetti sono state, per un certo periodo, il segno distintivo di questo percussautore, suonatore originale e appassionato di piccoli strumenti da colpire, che ha cominciato con Edoardo Bennato e Pino Daniele, alla fine degli anni settanta, e ha attraversato tutta l epoca d oro della canzone d autore e del Neapolitan Power, tra riconoscimenti internazionali e momenti più bui, incontri e concerti indimenticabili (il prossimo sarà all Arena di Verona il 1 settembre con Pino Daniele e tutti gli altri amici dell epoca di Nero a metà). «La musica mi ha guarito, dandomi una personalità chiara e definita - racconta Tony Cercola in questo lungo dialogo con Antonio G. D Errico, giornalista e coautore del libro - Mi ha insegnato ad esprimermi in italiano, a dare forma ai pensieri Avevo dentro di me un energia compressa, era la voglia di dire qualcosa, per uscire da quella condizione di estrema frustrazione in cui mi trovavo». Così ecco i tanti amici e le persone comuni dell area vesuviana che hanno aiutato questo giovane emotivo e ansioso a ritrovare il suo riscatto e una piena dignità, cominciando dai primi passi del ragazzetto, malvestito, con la parlata paesana, con una grande urgenza espressiva ma senza studio e senza tecnica, alle esperienze coi gruppi di folk popolare, come Nacchere rosse, Contadini della Zabatta, E Zezi, la Paranza di Somma Vesuviana fino agli show con Don Cherry, Naná Vasconcelos, Billy Cobham. La grande rivincita è nelle sue composizioni, nelle stagioni di grande creatività attraversate, nelle tormentate vicende private. L altro genitore è in qualche modo anche lui responsabile della scelta di vita di Tony, incantato dal suono dei piatti di rame della bilancia dove il padre, professione panettiere, pesava le forme uscite dal forno e giocherellava con le mani trasmettendo una vibrazione interiore incantevole. Da lì è passato anche Tony, mettendo insieme la Circumvesuviana e lo shekere, le sofferte discriminazioni e i contratti discografici, puntando forte sul suo lavoro con le assonanze, con l onomatopeica, col dialetto, vicino al gramelot di Fo e alle improvvisazioni verbali dei rapper (dando vita, insieme all altro artista geniale, Gino Magurno, al lumumbese, un linguaggio tutto inventato e multietnico ante litteram). Un viaggio attraverso gli ultimi decenni della musica d autore italiana, con le parole di Tony Cercola, l erede di Gegè Di Giacomo e della sua scuola, chill ca tene l argiento vivo dint e mane.

14 pagina 14 il manifesto GIOVEDÌ 10 APRILE 2014 I BAMBINI CI PARLANO Di chi è la scuola? Giuseppe Caliceti D i chi è la scuola? «Dei maestri». «No, dei bambini». «Del sindaco». «Del presidente». «Di tutti». «Degli italiani perché è una scuola italiana». E chi non è italiano? Chi ha i genitori che non sono nati in Italia? «Nella nostra scuola possono venire anche bambini che non parlano bene l italiano o hanno la pelle diversa dalla mia. Anche se non sono nati in Italia». «O sono nati in Italia ma i loro genitori no». «Sì è vero. Perché se sono bambini come noi, possiamo sempre diventare loro amici». «Poi tra bambini è più facile mettersi d accordo per giocare tutti insieme». E se sono bambini sordi? «Nella nostra scuola possono venire anche bambini sordi o che non camminano molto bene: perché sono sempre bambini!». «Sì, possono venire tutti i bambini. Insomma, non importa se un bambino è povero o ricco, se è di una religione o di un altra religione, se ha la pelle di un colore o di un altro. Anche perché non è colpa sua, al massimo, forse, sarebbe colpa dei suoi genitori...». Ma ci sono bambini del genere nella vostra scuola? «Sì, ci sono tanti bambini stranieri, ma sono nati in Italia». «Allora sono italiani». «Sono italiani ma i loro genitori non sono nati in Italia, loro però sono italiani». E bambini sordi? O che hanno altre difficoltà? «Sì, ce ne sono. A me dispiace che sono così, ma non mi dispiace che sono con noi». «Loro vengono nella nostra scuola perché anche se non ci vedono o non ci sentono, hanno voglia di stare ugualmente insieme agli altri bambini». «C è una maestra che li aiuta: si chiama maestra di aiuto, di sostegno. Una maestra tutta per loro». «Loro sono gentili. Possono fare comunque dei miglioramenti». «Noi possiamo fare compagnia a loro e loro possono fare compagnia a noi». Come vi trovate con loro? «Io bene». «A me stanno simpatici». «Io prima di diventare amico di un bambino disabile che è entrato nella mia classe non volevo stare con nessuno di questi bambini perché mi facevano paura, invece adesso che ne ho conosciuto bene uno non ho più paura di nessuno perché ho capito che sono bambini uguali a me, solo più sfortunati». «E i bambini che hanno i genitori stranieri sono diversi da voi?». «No, sono uguali». «Solo la pelle, certe volte, è un po più colorata». «O i capelli sono diversi». «Ma tutti abbiamo i capelli diversi! Anche tra noi che siamo tutti italiani coi genitori nati in Italia!». Cosa vi hanno fatto scoprire questi bambini? «A scuola ho scoperto che per pregare non bisogna sempre mettere le mani unite, ma ci possono essere anche degli altri modi: in ginocchio, sdraiato, seduto, eccetera. Questa cosa me l ha insegnata una mia compagna araba». Fanno religione con voi? «Alcuni sì, altri no». «Nella nostra scuola c è la scelta della religione. Si può essere cristiani o musulmani». «O buddisti». «O testimoni di Geova o di altre religioni. Dipende da cosa vogliono i tuoi genitori». «Io ho scoperto che tutte le religioni hanno delle feste un po diverse e un po uguali». «Io sono molto felice quando a scuola ci sono le ore di religione perché c è sempre molto da colorare e a me piace molto colorare». «Secondo me, se nella nostra scuola non potevano venire i bambini che non parlavano bene italiano, allora la nostra non era neanche una scuola! Perché la scuola serve proprio a imparare a parlare bene e a scrivere in italiano!! EMILIA ROMAGNA Giovedì 10 aprile, ore 21 L ITALIA CHE NON SI VEDE Terzo appuntamento de l'«italia che non si vede», proiezione di tre filmati sulla precarietà nel mondo del lavoro seguirà dibattito con i registi Bedini, Veronesi e Claudio Argilli segretario Nidil-Cgil, coordina Anna Lisa Lamazzi responsabile cultura Arci Modena. Teatro dei segni, via San Giovanni bosco 150, Modena LAZIO Giovedì 10 aprile, ore 19 SCIENZIATI, POLITICI, CITTADINI Condividere la scienza nella società della conoscenza, nel libro «Scienziati, politici, cittadini» di Fabrizio Ruffo. L autore ne parla con Pietro Greco e Walter Tocci. Libreria Assaggi, via degli Etruschi 4, Roma Venerdì 11 aprile, ore 21 PRECARIATO E PRECARIETÀ Incontro dibattito su precariato e precarietà del sistema dell informazione dal titolo: «I buchi neri del giornalismo italiano». In principio era il Precariato. Poi venne la Crisi. Ora la precarietà avvolge l'intero sistema dell'informazione. Piccolo Apollo, via Bixio 80/b (angolo via Conte Verde), Roma LOMBARDIA Giovedì 10 aprile, ore RIVOLUZIONI Giuliana Sgrena presenta il suo libro «Rivoluzioni violate», sulla condizione femminile nei paesi arabi durante la controrivoluzione. A dialogare con l'autrice ci sarà Michela Sechi, giornalista di Radio Popolare. Casa delle Donne, via Marsala, 8, Milano Giovedì 10 aprile, ore 21 LETTERATURA GLOBALIZZATA Incontro dibattito sul tema: «Testo a fronte», come la globalizzazione sta cambiando il mondo della letteratura, della traduzione e delal critica. Intervengono Tim Parks e Edoardo Zuccato. Coordina Nicola Vitale. Casa della Cultura, via Borgogna, 8, Milano UMBRIA Venerdì 11 aprile, ASCOLTANDO LE CITTÀ L'associazione culturale «Perperugia e oltre» intende proseguire l'attività di promozione culturale nella città di Perugia, avviata nel Gli incontri previsti per il 2014, avranno per tema: «Ascoltando le città: malessere e rinascita». Ne parla il prof. Salvatore Natoli, filosofo. Sala dei Notari, Perugia VENETO Giovedì 10 aprile, ore 21 CINEMA ZERO Seconda giornata del festival Le Voci dell Inchiesta, la manifestazione di Cinemazero diretta da Marco Rossitti che fino a domenica 13 riunisce a Pordenone le voci «contro», tra omaggi ai maestri del giornalismo d inchiesta e una selezione dei migliori documentari internazionali d indagine presentati in anteprima italiana. Stasera un omaggio a Adriano Olivetti. La serata sarà aperta dalla proiezione dall intervista che il filosofo e scrittore Emilio Garroni fece a Olivetti per la Rai nel 1959, dove l imprenditore illustra le strategie dell azienda e la sua visione sociale e politica, seguita dall incontro «Il capitale umano e la grande bellezza: Adriano Olivetti, maestro d industria» con la partecipazione di Furio Colombo, Beniamino De Liguori, Luca Zevi, Franco Bernini, Paolo Candotti. Conduce Gianni Barbacetto. Info: Vari luoghi, Pordenone Tutti gli appuntamenti: Dove sono i rifugiati? Caro manifesto, dove vanno a finire i rifugiati, parafrasando la nobile canzone di Capossela? Emergenza Nord Africa, prolungamento della stessa, Mare Nostrum, cambiano i governi, sinceramente Laura Boldrini e Papa Francesco si espongono a Lampedusa e loro continuano a sbarcare, perché questa è la storia. Oltre alle dichiarazioni farneticanti di Alfano, e qualche comunicato radio, le uniche notizie in mio possesso sono di 40 nigeriani ospitati dalla Caritas in provincia di Pesaro, ed altri nuclei sparsi per l Italia, senza termini precisi di ospitalità, né nel tempo né nelle regole, se non da realtà come Corriere delle Migrazioni. Anche i congressi della Cgil sono stati percorsi da domande senza risposte; chiedo al Manifesto, storica luce rossa del «non detto», di impegnarsi in questa battaglia. Marcello Pesarini COMMUNITY le lettere Acquedotto d amianto Recentemente ho avuto alcune informazioni e visto un documentario riguardo alla scoperta che l acquedotto di Bologna, gestito da Hera a capitale prevalentemente privato,ci sono le tubature in cemento -amianto, circa 1800 chilometri. Probabilmente questo problema esiste in molte città d Italia perchè negli anni cinquanta usavano molto questo materiale. Gli esperti dicono che quando le tubature sono vecchie o in caso di danneggiamento rilasciano fibra d amianto e questo è pericoloso per la salute perchè è causa del mesotelioma peritoneale. Non so se voi avete già fatto indagini in questo senso ma credo che la gente debba sapere. Elio Nocerino La Carta rottamata Le proposte fatte dal capo del governo Renzi per modificare la costituzione, per quanto apprendo ogni giorno dai giornali e dalle reti televisive, sono di una pericolosità estrema. Renzi vuole distruggere l impianto istituzionale e democratico del nostro paese. Vuole abolire la camera del Senato, vuole modificare l elezione e nomina della Corte Costituzionale e infine vuole fare una legge elettorale che con un premio di maggioranza, senza preferenze, chi ha una certa maggioranza relativa prende la maggioranza assoluta dei seggi in parlamento. Sostanzialmente con queste modifiche si tradisce lo spirito dei «nostri Padri Costituenti» riportando la nostra Repubblica democratica allo Statuto Albertino del All epoca e fino alla Costituzione della Repubblica Italiana una legge ordinaria poteva modificare sostanzialmente la «Costituzione del Regno» e con queste modifiche che Renzi vuole realizzare, la cosa non ci assomiglia, è uguale. Un esempio concreto della pericolosità di queste modifiche: il Governo propone la modifica dell art. 21 della Carta Costituzionale, vale a dire «la libertà di manifestare il proprio pensiero...di stampa...etc», in questo modo «solo gli uomini hanno il diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero...». Questo viene approvato con solo i voti della maggioranza politica che sostiene il governo e che compongono l unica camera. Tre mesi dopo succede la stessa cosa. Viene promulgata dal Presidente della Repubblica che a sua volta è stato eletto dalla stessa maggioranza parlamentare. Chi ne ha diritto propone ricorso alla Corte Costituzionale la quale respinge il ricorso, in quanto i componenti sono espressione della stessa maggioranza parlamentare. La modifica è legge di Stato. Questo caso estremo può essere applicato a tutti gli articoli della Costituzione a eccezione l art. 1. Questo è in sintesi il pericolo della deriva estremista del nostro Stato che faceva molta paura ai «nostri Padri Costituenti». Questa è l Italia che vogliamo? Io amo la Costituzione Italiana e con queste modifiche sarà l inizio della distruzione delle nostre libertà per una pseudo stabilità governativa e un risparmio irrisorio e saremo schiavi dei potenti di turno senza garanzie. Guido Aiazzi Valle d Aosta Ottanta denari I lavoratori non vendereanno i loro diritti per gli «ottanta denari» annunciati da Renzi. I lavoratori della Roal non avrebbero neanche potuto contrattare il loro licenziamento se fossero stati assunti con il sistema Jobs Act con l'assunzione precaria che può finire senza nessuna motivazione dopo 8 mesi. I lavoratori della Roal hanno lottato duramente e noi comunisti italiani siamo fieri di essere stati in piazza con loro. Non tutti possono dire altrettanto. Ciò detto, rimane aperta e diventa sempre più drammatica la questione del diritto al lavoro per i giovani e per le donne. Infatti con il cosiddeto Jobs Act una donna non potrà decidere di avere un figlio poiché il licenziamento sarebbe sicuro. Il padrone, per meglio dire, non avrebbe più bisogno di licenziarla gli basterà non rinnovare il contratto dopo solo 8 mesi. Neanche Berlusconi era arrivato a tanto! Infatti è con Berlusconi che si è messo d'accordo per fare una legge elettorale peggiore del «Porcellum»; è con Berlusconi che si è messo d'accordo per negare ai cittadini di eleggere i Senatori. Quando dice che chiude il Senato mente. Più semplicemente i Senatori verranno nominati dai due maggiori partiti che potranno farlo senza essere disturbati dal voto dei cittadini. Amorino Carestia Castelfidardo Precisazioni sull Anpi Compagni e amici de il Manifesto, in merito all articolo dell 8 aprile, ricordando la battaglia di Monticchiello, 70 anni fa, nel ringraziarvi per l attenzione dedicata a questa pagina di storia partigiana mi corre l obbligo di segnalare alcune imprecisioni che mi riguardano: contrariamente a quanto scritto dall articolista, non ho fatto il partigiano nella formazione Mencattelli che fu protagonista della battaglia, bensì nel VII distaccamento della Spartaco Lavagnini, di stanza sul Monte Amiata. Per di più mi si attribuiscono accenni polemici rispetto alle parole pronunciate dal Presidente della Provincia di Siena, Simone Bezzini, che mi sono assolutamente estranei. Al contrario, ho invece considerato significativo il contributo del Presidente. Ho partecipato all organizzazione della festa con il coordinamento Anpi della Val di Chiana e ho rappresentato l Anpi Provinciale alla celebrazione in piazza. I compagni sanno che il linguaggio antipolitico che mi è stato attribuito nel servizio giornalistico non è il mio. Mantengo un pensiero critico radicale verso l attuale società, partecipo nell Anpi alla difesa della Costituzione e, nella società, non rinuncio alla ricostruzione dell unità dei lavoratori. Aristeo Biancolini INVIATE I VOSTRI COMMENTI SU: IN-CIVILE Il divorzio sarà breve, anzi chissà Daria Lucca Sarà forse questa la volta buona perché le italiane e gli italiani possano affrontare la decisione di divorziare senza prevedere un decennio da incubo? Il mondo parlamentare sta urlando di sì, che finalmente ci siamo, e guardate quanto siamo bravi vi faremo avere una nuova legge molto-moltomolto più moderna e adatta ai tempi e attenta ai bisogni delle coppie e naturalmente dei figli, soprattutto se minori... Ecco, se spegnete gli altoparlanti della propaganda, possiamo tentare di ragionare intorno alla notizia super strombazzata, che poi è la seguente: la commissione giustizia della camera ha dato il via libera a un testo bipartizan che, se gli emendamenti presentati non saranno troppi, potrebbe andare in aula entro maggio, ma dovrà prima passare le forche caudine delle audizioni (Bagnasco è già stato calendarizzato?), e prevede un solo anno di attesa fra separazione e divorzio, nove mesi se c è il consenso di entrambi i coniugi e non vi sono figli minori. La notizia ha un vago sapore elettorale, meno vago quando si consideri che l annuncio è stato dato, per parte Pd, da colei che viene indicata (mentre si scrive, ma mentre leggete potrebbe esserlo a tutti gli effetti) come capolista del collegio Nord-Est. Non state saltando di gioia? No, e c è da capirvi. Non siete i soliti guastafeste a cui non va mai bene niente, neanche quando una norma delicata e decisiva per la vita delle persone, quale è la procedura per sciogliere un matrimonio, viene sensibilmente migliorata dai nostri amati politici. Come voi la pensano sia la Lega italiana per il divorzio breve, sia molti degli addetti ai lavori. Dice ad esempio Marina Marino, avvocata romana esperta di diritto di famiglia: «Era ora, la situazione era ormai insostenibile. Ma potevano andare un pochino oltre e lasciare alle coppie la scelta se passare attraverso la separazione o andare direttamente al divorzio. Anche in presenza di figli minori, che sono comunque tutelati». La giustificazione dell anno di attesa è, come è noto, fra le più antistoriche e le più ipocrite che si conoscano. Una percentuale bassissima di coppie cambia idea durante il limbo della separazione (e comunque bastava, come dice Marino, lasciare l opzione a chi voleva percorrerla, senza renderla obbligatoria). Quanto all ipocrisia, chiedete a don Paolo Gentili (Cei) perché è così contrario all accorciamento dei tempi di attesa previsti dallo stato italiano mentre il Vaticano sta dimezzando la procedura per ottenere la nullità del matrimonio, il divorzio dei cattolici. Nullità il cui volume è di parecchio aumentato negli ultimi tempi: forse perché le persone sono stanche di aspettare le calende greche della giustizia laica? Ed è proprio su questo punto che insiste la Lega per il divorzio breve. Diceva in un recente comunicato il segretario Diego Sabatinelli, toccando il nervo scoperto: «Le aule di giustizia continueranno ad essere affollate di cause doppione, separazione e divorzio, e per i cittadini, oltre che per lo Stato, i costi rimarranno gli stessi». Così è, nel senso che se oggi un divorzio non richiede mai tre anni per concludersi, ma minimo cinque massimo dieci (a seconda del tribunale dove si incardina la causa, scendendo da Trieste a Foggia), l anno di attesa peraltro ancora di là da venire tra le due fasi si trasformerà inevitabilmente in due, tra, quattro rotazioni intorno al sole. E la politica italiana dovrebbe interrogarsi se abbia senso costringere i suoi cittadini a scappare in altri paesi europei (Austria e Romania i più gettonati e sono 2000 ogni anno le coppie che vi ricorrono, dati del ministero) per avere più in fretta quel pezzo di carta che, anziché peggiorare, migliorerà le loro vite. Liberandole da un legame che non ha più senso.

15 GIOVEDÌ 10 APRILE 2014 il manifesto pagina 15 COMMUNITY LAICITÀ E GENDER Non c è un solo modo di essere donne e uomini *** Quei consiglieri del Principe All on. Stefania Giannini, ministra dell Istruzione, Università e Ricerca, all on. Teresa Bellanova, sottosegretaria al Lavoro Organi di stampa e d informazione hanno dato notizia del blocco deciso dal sottosegretario di stato Miur, on. Gabriele Toccafondi, al programma Unar contro le discriminazioni «basate sull orientamento sessuale e l identità di genere», avviato dalla ministra Carrozza. Altri episodi, istituzionalmente meno gravi, ma non meno rilevanti, hanno mostrato una campagna di settori dell opinione pubblica contro l introduzione della cosiddetta teoria del gender nelle istituzioni scolastiche del paese. Vorremmo segnalare la parzialità e anche l erroneità delle affermazioni che hanno accompagnato questi episodi. Non esiste, infatti, una "teoria del gender". Con questa categoria, usata in modo fecondo in tutta una serie di discipline che ormai costituiscono l ambito dei gender studies, non si introduce tanto una teoria, una visione dell essere uomo e dell essere donna, quanto piuttosto uno strumento concettuale per poter pensare e analizzare le realtà storico-sociali delle relazioni tra i sessi in tutta la loro complessità e articolazione: senza comportare una determinata, particolare definizione della differenza tra i sessi, la categoria consente di capire come non ci sia stato e non ci sia un solo modo di essere uomini e donne, ma una molteplicità di identità e di esperienze, varie nel tempo e nello spazio. Proprio per la sua notevole capacità analitica e il suo carattere non prescrittivo il gender ha aperto nuove e importanti direttrici di ricerca che nella comunità scientifica e nell insegnamento superiore di molti paesi sono ormai riconosciuti e sostenuti, a differenza di quanto accade nel nostro paese: del resto, la disinformazione di cui stiamo avendo prova in queste settimane conferma ampiamente il ritardo cumulato. In Francia, ad esempio, dal 2010 le disposizioni del Programme d Histoire-Géographie, così come quelle dell insegnamento di Sciences de la vie et de la terre, prevedono una trattazione articolata per sesso, genere e orientamento sessuale. Ciò che a nostro avviso risulta più grave, tuttavia, è che tali interventi censori vengano messi in atto da un organo dello Stato non in seguito a un dibattito culturale e scientifico, ma per effetto di pressioni politico-ideologiche ispirate alle posizioni di alcuni esponenti del mondo cattolico. Anche per questo, riteniamo necessario affermare non solo la legittimità e serietà delle iniziative bloccate, ma anche l urgenza di avviare l educazione al genere nel sistema scolastico, riprendendo il lavoro avviato nei decenni precedenti (in particolare col progetto Polite, pari opportunità nei libri di testo), purtroppo ignorato nelle Indicazioni Nazionali per la scuola superiore del Rifiutando di lasciare la dimensione educativa alla formazione offerta da agenzie extracurricolari, l educazione al genere può contribuire ad una formazione civile e intellettuale più completa: essa aiuta a riflettere sugli stereotipi sessuali, che tanto facilmente riemergono nelle nostre società, a combattere i pregiudizi, a sviluppare consapevolezza dei condizionamenti storicoculturali ricevuti. Di qui l'aiuto che essa può dare allo sviluppo di una società più giusta e tollerante, aperta al riconoscimento delle differenze, nel segno di un approccio critico alle idee e ai saperi, di una lotta contro le discriminazioni sessuali e l omofobia, e di una prevenzione efficace e capillare di schemi di comportamento violenti, frutto di stereotipi del passato incapaci di dialogare le realtà dell'oggi. Privare la scuola pubblica di questo ruolo ci pare miope e ingiusto. *Il Direttivo della Società Italiana delle Storiche Mauro Volpi Il costituzionalista Ceccanti scaglia la pietra contro le presunte incoerenze di Rodotà ma dimentica quando lui proponeva un senato eletto I n questi giorni si moltiplicano gli attacchi contro i "professori, accusati addirittura di avere bloccato le riforme negli ultimi trenta anni. Si tratta di una evidente falsità, sia perché i professori, e tra questi i costituzionalisti, hanno assunto posizioni diverse, firmando appelli e contrappelli, sia perché le vere cause che hanno determinato il fallimento di alcune riforme stanno altrove: nelle decisioni di Berlusconi nel 1998 e nel 2013 e nel rigetto popolare espresso a larga maggioranza nel referendum del Inoltre la realtà dovrebbe avere insegnato che riforme fatte a colpi di maggioranza e con la fretta, come quella del Titolo V nel 2001 e il Porcellum nel 2005, hanno prodotto effetti nefasti. Ma l attacco ai professori è comunque un brutto segnale di imbarbarimento e di volontà di imporre un pensiero unico. La verità è che il potere politico non ama essere criticato e anziché fare fronte ai propri fallimenti, preferisce prendersela con chi lo critica, com è avvenuto spesso nella nostra storia. Per rimanere all Italia repubblicana, senza scomodare Mussolini i cui rapporti "problematici" con il ceto intellettuale sono noti, basti ricordare il "culturame" attaccato da Scelba nel 1949 (espressione ripresa da Brunetta nel 2009), e le critiche all intellettuale "dei miei stivali" di craxiana memoria. Quanto a Renzi, prima di mettere sotto accusa i "professoroni", non ha risparmiato neppure i 42 saggi nominati dal governo Letta. Così il 27 ottobre 2013 ha affermato che alla commissione dei saggi era preferibile «la commissione dei bischeri» e il 2 dicembre ha ribadito l inutilità dei saggi «che vanno in ritiro a Francavilla». Tutte manifestazioni di quel «rozzo Stil novo» di cui ha parlato Revelli nei giorni scorsi. Il fatto è che chi svolge una professione intellettuale è per sua natura portatore di un pensiero critico. Ma anche chi decide di diventare consigliere del Principe non dovrebbe mai dimenticare la sua vocazione originaria e asservirsi al potere. Sia per non smarrire la propria natura sia perché non contribuirebbe affatto ad un esercizio illuminato e democratico del potere, i cui errori sarebbero sempre giustificati e coperti. Purtroppo viviamo in tempi bui nei quali imperversano i populismi e le semplificazioni e molti leader preferiscono parlare più alla pancia che alla testa del paese. La proposta governativa di riforma del Senato ne è una dimostrazione. Pare fatta non per garantire la coerenza e la funzionalità di un modello bicamerale differenziato, ma per rispondere demagogicamente alla parola d ordine della "riduzione dei costi". E così viene proposto un Senato debole e infarcito di persone che cumulerebbero il proprio mandato con un mandato locale, proprio in un momento in cui la classe politica regionale e locale è in piena crisi e non ha dato buona prova di sé. Per giunta, ironia della sorte, vi sarebbero 21 personalità illustri nominate dal Capo dello Stato, e quindi tra queste inevitabilmente anche un certo numero degli odiati "professoroni". In questo clima chi dissente viene scomunicato. È capitato a Rodotà, accusato di incoerenza per aver proposto nel 1985 l abolizione del Senato. L accusa è ridicola perché il disegno di legge da lui sottoscritto andava, all opposto delle riforme Renzi, in direzione del rafforzamento del Parlamento di fronte al Governo e delle garanzie volte a limitare il potere della maggioranza, e si muoveva nel contesto di un sistema elettorale proporzionale. Il ministro Boschi si può anche capire, anche se non giustificare: sta studiando molto per fare bene il suo nuovo mestiere e non ha avuto il tempo di leggere il testo del Ma il costituzionalista Ceccanti non può essere né capito né giustificato. In primo luogo perché conoscendo il disegno di legge del 1985 avrebbe dovuto coglierne la radicale diversità rispetto alle riforma prospettata da Renzi. E poi perché con la sua critica di incoerenza ha imboccato un terreno scivoloso. Infatti negli anni scorsi ha sottoscritto come senatore due disegni di legge costituzionali, nel 2008 e nel 2012, nei quali veniva proposto un Senato composto da cittadini eletti su base regionale contestualmente al rinnovo dei Consigli regionali e titolare di poteri più significativi in materia di leggi bicamerali e di potere di veto sulle leggi approvate dalla Camera. Quindi un Senato completamente diverso da quello proposto da Renzi. Non dirò che Ceccanti ha cambiato idea ed è incoerente, anche perché cambiare idea è legittimo purché se ne spieghino le ragioni. Ma non è accettabile che chi ha scelto di sostenere acriticamente il Principe di turno rivolga quelle stesse accuse, peraltro infondate, contro chi preferisce svolgere una funzione di critica nei confronti del potere. Insomma la polemica tra professori dovrebbe essere improntata ad uno spirito diverso: la ricerca del confronto critico e il rispetto reciproco. Di ciò i titolari del potere politico che volessero agire con saggezza non potrebbero che avvantaggiarsi. il manifesto DIR. RESPONSABILE Norma Rangeri CONSIGLIO DI AMMINISTRAZIONE Benedetto Vecchi (presidente), Matteo Bartocci, Norma Rangeri, Silvana Silvestri il nuovo manifesto società coop editrice REDAZIONE, AMMINISTRAZIONE, Roma via A. Bargoni 8 FAX , TEL REDAZIONE AMMINISTRAZIONE SITO WEB: TELEFONI INTERNI SEGRETERIA 576, ECONOMIA 580 AMMINISTRAZIONE ARCHIVIO POLITICA MONDO CULTURE 540 TALPALIBRI VISIONI SOCIETÀ 590 LE MONDE DIPLOM LETTERE 578 iscritto al n del registro stampa del tribunale di Roma autorizzazione a giornale murale registro tribunale di Roma n ilmanifesto fruisce dei contributi statali diretti di cui alla legge n.250 ABBONAMENTI POSTALI PER L ITALIA annuo 320 semestrale 180 versamento con bonifico bancario presso Banca Etica intestato a il nuovo manifesto società coop editrice via A. Bargoni 8, Roma IL GOVERNO NON TAGLIA LE SPESE MILITARI Quanto ci costa il Def della Nato IBAN: IT 30 P COPIE ARRETRATE 06/ STAMPA litosud Srl via Carlo Pesenti 130, Roma - litosud Srl via Aldo Moro 4, Pessano con Bornago (MI) CONCESSIONARIA ESCLUSIVA PUBBLICITÀ poster pubblicità srl SEDE LEGALE, DIR. GEN. via A. 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Lo stesso è stato fatto in Italia, dove si sono spesi 200 milioni di euro per costruire a Lago Patria una nuova sede per il Jfc Naples: il Comando interforze Nato agli ordini dell ammiraglio Usa Bruce Clingan allo stesso tempo comandante delle Forze navali Usa in Europa e delle Forze navali Usa per l Africa a sua volta agli ordini del Comandante supremo alleato in Europa, Philip Breedlove, un generale statunitense nominato come di regola dal presidente degli Stati uniti. Tali spese sono solo la punta dell iceberg di un colossale esborso di denaro pubblico, pagato dai cittadini dei paesi dell Alleanza. Vi è anzitutto la spesa iscritta nei bilanci della difesa dei 28 stati membri che, secondo i dati Nato del febbraio 2014, supera complessivamente i 1000 miliardi di dollari annui (circa 750 miliardi di euro), per oltre il 70% spesi dagli Stati uniti. La spesa militare Nato, equivalente a circa il 60% di quella mondiale, è aumentata in termini reali (al netto dell inflazione) di oltre il 40% dal 2000 ad oggi. Sotto pressione degli Stati uniti, il cui budget della difesa (735 miliardi di dollari) è pari al 4,5% del prodotto interno lordo, gli alleati si sono impegnati nel 2006 a destinare al bilancio della difesa come minimo il 2% del loro pil. Finora, oltre agli Usa, lo hanno fatto solo Gran Bretagna, Grecia ed Estonia. L impegno dell Italia a portare la spesa militare al 2% del pil è stato sottoscritto nel 2006 dal governo Prodi. Secondo i dati Nato, essa ammonta oggi a 20,6 miliardi di euro annui, equivalenti a oltre 56 milioni di euro al giorno. Tale cifra, si precisa nel budget, non comprende però diverse altre voci. In realtà, calcola il Sipri, la spesa militare italiana (al decimo posto su scala mondiale) ammonta a circa 26 miliardi di euro annui, pari a 70 milioni al giorno. Adottando il principio del 2%, questi salirebbero a oltre 100 milioni al giorno. Agli oltre 1000 miliardi di dollari annui iscritti nei 28 bilanci della difesa, si aggiungono i «contributi» che gli alleati versano per il «funzionamento della Nato e lo sviluppo delle sue attività». Si tratta per la maggior parte di «contributi indiretti», tipo le spese per «le operazioni e missioni a guida Nato». Quindi i molti milioni di euro spesi per far partecipare le forze armate italiane alle guerre Nato nei Balcani, in Afghanistan e in Libia costituiscono un «contributo indiretto» al budget dell Alleanza. Vi sono poi i «contributi diretti», distribuiti in tre distinti bilanci. Quello «civile», che con fondi forniti dai ministeri degli esteri copre le spese per lo staff dei quartieri generali (4000 funzionari solo a Bruxelles). Quello «militare», composto da oltre 50 budget separati, che copre i costi operativi e di mantenimento della struttura militare internazionale. Quello di «investimento per la sicurezza», che serve a finanziare la costruzione dei quartieri generali, i sistemi satellitari di comunicazione e intelligence, la creazione di piste e approdi e la fornitura di carburante per le forze impegnate in operazioni belliche. Circa il 22% dei «contributi diretti» viene fornito dagli Stati uniti, il 14% dalla Germania, l 11% da Gran Bretagna e Francia. L Italia vi contribuisce per circa l 8,7%: quota non trascurabile, nell ordine di centinaia di milioni di euro annui. Vi sono diverse altre voci nascoste nelle pieghe dei bilanci. Ad esempio l Italia ha partecipato alla spesa per il nuovo quartier generale di Lago Patria sia con la quota parte del costo di costruzione, sia con il «fondo per le aree sottoutilizzate» e con uno erogato dalla Provincia, per un ammontare di circa 25 milioni di euro (mentre mancano i soldi per ricostruire L Aquila). Top secret resta l attuale contributo italiano al mantenimento delle basi Usa in Italia, quantificato l ultima volta nel 2002 nell ordine del 41% per l ammontare di 366 milioni di dollari annui. Sicuramente oggi tale cifra è di gran lunga superiore. Si continua così a gettare in un pozzo senza fondo enormi quantità di denaro pubblico, che sarebbero essenziali per interventi a favore di occupazione, servizi sociali, dissesto idrogeologico e zone terremotate. E i tagli di 6,6 miliardi, previsti per il 2014, potrebbero essere evitati tagliando quanto si spende nel militare in tre mesi.

16 Sport, arte, musica, moda, design, industria, cinema. Non esiste disciplina nella quale l Italia non sia stata grande. Non esiste settore nel quale non abbiamo brillato. Siamo stati sul tetto del mondo, ora è tornato il momento di attaccare in contropiede. E allora #GUARDIAMOAVANTI Costruiamo, inventiamo, produciamo, scriviamo. Facciamo qualcosa di cui essere di nuovo fieri. Perché per essere grandi come il nostro passato non serve la nostalgia. Serve l energia. insieme con enel.com

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