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3 qxp :29 Pagina 3 Deborah Papisca Di materno avevo solo il latte Dalai editore -

4 qxp :29 Pagina Baldini Castoldi Dalai editore S.p.A. - Milano ISBN

5 qxp :29 Pagina 5 PREFAZIONE (DOVEROSA) Prima di raccontare il mio impetuoso approdo sull isola della maternità, mi sento di sottolineare come l arrivo di mia figlia sia stato inaspettato quanto una manata sulla nuca da parte dell Uomo invisibile. Le possibilità che avevo di concepire un bebè, a detta del mio ginecologo e di una endometriosi al quarto stadio, erano pari a quelle di vedere un asino librare nell aria con un paio d ali da fare invidia a Pegaso. Detto questo, dichiaro apertamente e con mano sul cuore di: non essermi sottoposta ad alcuna fecondazione assistita, in vitro, surgelata o sottovuoto spinto; non avere rubato la Sacra Cintola dal Duomo di Prato per godere dei suoi poteri taumaturgici, e di non averla spacciata per l ultimo modello di Louis Vuitton; non avere richiesto direttamente da Chichén Itzà, tramite corriere espresso, una statuetta di Chac-Mool, il dio della fertilità, né tanto meno averla custodita nel reggiseno; non avere messo a repentaglio l osso del collo saltando nove volte l onda durante la notte di San Juan, come tradizione andalusa esige; non avere preso una sbronza colossale di birra scura secondo il credo irlandese; non avere legato mio marito a una sedia e avergli conficcato un imbuto in bocca che, con una pala, ho riempito senza ritegno dei seguenti alimenti pro-fertilità: polpa di granchio, noci brasiliane e pesto alla genovese. 5

6 qxp :29 Pagina 6 Mia figlia è arrivata. Semplicemente. Qualcuno sostiene che siano i figli a scegliere i genitori. E una piccola temeraria ha deciso di bussare alla mia porta. Da tempo non mi chiedo più come possa essere accaduto questo fatto straordinario, ma penso sempre più seriamente che sarebbe cosa buona e giusta cominciare a credere nel destino. 6

7 qxp :29 Pagina 7 1. Era una notte buia e tempestosa La notte, in realtà, non era tempestosa ma solo buia e al culmine di un turbinio pirotecnico che dava il benvenuto al L anno che avrebbe segnato una doppia nascita: quella di mia figlia e la mia. Il ciclo si stava facendo desiderare. Non che ventiquattr ore di ritardo rappresentassero un significativo campanello d allarme per la stragrande maggioranza delle donne, ma per me, dotata di un organismo con animo svizzero che mi garantiva una puntualità di ventotto giorni esatti, quel breve arco di tempo costituiva una ragionevole fonte di preoccupazione. Di gonfiore e indolenzimento al seno nemmeno l ombra. Eppure erano i primi, immancabili segnali che mi anticipavano le due giornate di emicrania, gli arrotolamenti spasmodici a letto, una scatola intera di analgesici statica assistente posizionata sul mio comodino e una considerevole avversione per il mio status femminile unita al forte desiderio che, se fossi rinata, di sicuro mi sarei voluta presentare armata di un bel pene. Dopo quarantott ore di inquietante calma piatta avevo cominciato a depennare le possibili cause del mio «intoppo fisico». Situazione di stress? Lo escludevo, visto che ero reduce da una lunga vacanza invernale all insegna di giornate spudoratamente fancazziste, 7

8 qxp :29 Pagina 8 in cui il mio massimo impegno era stato quello di trovare una sedia a sdraio libera nella Spa di Bad Hofgastein o di fissare un appuntamento per un massaggio Hot Stone. Menopausa precoce? Non ricordavo di aver avuto vampate di calore che costringono a infilare ciabatte infradito e T-shirt in barba alla temperatura siberiana o di essermi svegliata in piena notte sudata neanche fossi uscita da una sauna finlandese. Traumi? Salvo una vecchia visione di Jucas Casella agghindato da étoile della Scala che improvvisa un improbabile (quanto patetica) Morte del Cigno e quella più recente di un anziano tedesco che, completamente nudo, nuota a rana davanti a me nella piscina termale austriaca (come mi sarà venuto in mente di andare sott acqua a occhi aperti) non ritenevo di essere stata sconvolta da altro. Perciò scartata anche quell ipotesi, ne restava solo una, la più logica ed elementare. Quella che non lascia spazio ad altro se non a un unica conclusione: ero incinta. Incinta??? Il fatto che non avessi subito preso in considerazione quell eventualità non era un caso. Qualche anno prima, ero venuta a conoscenza dello stile di vita anarchico del mio apparato riproduttivo, in cui utero e ovaie sembravano avere dimenticato i loro ruoli, concedendosi l assoluta libertà di agire arbitrariamente e provocare effetti proporzionali alla loro esistenza dissoluta. La presenza di un fibroma, riscontrata durante un ecografia di prassi, aveva lanciato un timido mayday per poi arrivare a urlare a squarciagola, un paio di mesi dopo, di essere in compagnia di una cisti ovarica grossa quanto un albicocca, dotata di tentacoli che avevano pure assediato la mia ovaia sinistra. Il destino della poveretta sarebbe stato quello di una mela in procinto di staccarsi dal ramo. Il ricovero immediato 8

9 qxp :29 Pagina 9 e un intervento chirurgico d urgenza avevano fatto sì che di lei restasse appena il nucleo e che il mio intestino perdesse qualche millimetro di se stesso. L ingorda albicocca tentacolare era esplosa provocando un emorragia interna tale da impregnare a sufficienza la fronte del chirurgo di miriadi di goccioline di sudore. Quattro ore sotto i ferri concluse con successo erano servite per: a) rassicurarmi che ancora non era giunta la mia ora; b) innalzare l ego del medico fino a permettergli di sfiorare le alte sfere dell onnipotenza; c) fare genuflettere davanti a una qualsiasi icona religiosa i miei famigliari per tutta la durata della mia fase post-operatoria. Il giorno dopo l intervento, il mio salvatore era venuto a farmi visita accompagnato dalla mia cartella clinica che, a giudicare dal modo in cui la teneva, sembrava un dossier segreto della Cia. Aveva trascinato con garbo una sedia affiancandosi al mio letto e cominciato a sfogliare i numerosi fogli, memorandum del miracolo della medicina avvenuto. Assorto nella contemplazione di tutti i risultati delle mie analisi e della diagnosi finale, mi aveva chiesto come stessi senza nemmeno alzare lo sguardo. Avevo risposto con un poco convincente «bene», ma del resto cosa pretendere di più dopo quello che mi era successo? Imbottita di punti, tappezzata di cerotti e soprattutto con ancora in circolo l effetto dell anestesia totale che mi faceva apparire reduce da una lobotomia, al massimo mi sentivo di «stare» e basta. Il ginecologo, d un tratto, mi aveva guardata, serio e professionale, con le dita intrecciate e una postura talmente rigida che per un momento credetti di avere davanti una sua fedele riproduzione in cera. «Le vorrei parlare di un problema che abbiamo riscontrato a seguito dell operazione», aveva detto con tono grave, volgendo gli occhi verso le mani serrate. Le premesse non mi sembravano di certo entusiasmanti e in altre circostanze avrei sentito il sangue congelarsi nelle vene 9

10 qxp :29 Pagina 10 pensando di ricevere una rivelazione del tipo: «Le restano pochi mesi di vita. Vada subito a goderseli ovunque lei ritenga più opportuno». In quel momento, però, ero talmente preda dell anestetico, che mi aveva immerso in una specie di paradiso artificiale, da avere la stoicità per affrontare qualsiasi cosa. «La presenza della cisti ovarica è stata causata dall endometriosi di cui lei sembra soffrire.» Il ginecologo continuava a fissarsi le mani. Il silenzio che ne era seguito, probabilmente concessomi per formulare qualche domanda di approfondimento, lo aveva costretto ad alzare la testa e guardarmi con un sopracciglio inarcato dall aria inquisitoria. Come una scolaretta distratta durante la lezione e ripresa dall insegnante, avevo reagito con un piatto: «Ah». «Ah?» Il sopracciglio del ginecologo si era sollevato ancora di mezzo centimetro. «Mi scusi dottore, è tutta colpa dell anestesia. Di solito sono molto più reattiva.» Era seguito un prolungato sbadiglio. «Scusi di nuovo. Diceva, endometriosi? Non ricordo nemmeno ciò che ho fatto ieri ma non so perché la memoria a lungo termine è piuttosto sveglia e mi ha fatto venire in mente, sa, roba di scienza dell ultimo anno di liceo, che l endometrio è la mucosa che riveste la cavità dell utero e quindi immagino che l endometriosi sia per l endometrio una faccenda seria» Riuscivo a essere sorprendentemente loquace. «Immagina bene. L endometriosi è una patologia di tipo cronico in cui il tessuto endometriale tende a crescere in sedi anomale, al di fuori dell utero, disperdendosi in altre zone del corpo e provocando la formazione di escrescenze.» «Ecco spiegata la presenza dell albicocca prensile», lo avevo interrotto di colpo. «Prego?» «Intendevo dire la cisti ovarica.» «Esattamente», aveva confermato il dottore, abbassando le palpebre. 10

11 qxp :29 Pagina 11 Sentivo la stanchezza pervadere ogni punto del corpo ma il ginecologo sembrava non curarsi della mia condizione, preso com era a spiegarmi una situazione che aveva tutti i crismi del problema vero e proprio. «L endometriosi è una malattia benigna ma progressiva. È possibile classificarla in quattro diversi stadi. Partendo dal primo, in cui il disturbo è ritenuto minimo, fino ad arrivare al quarto, dove è facile che si possa verificare la sterilità» «Sono davvero curiosa di sapere in quale posizione della hit parade sia collocato il mio utero», lo avevo di nuovo interrotto con tono sarcastico, cercando a tentoni di prendere un bicchiere d acqua sul comodino. «Quarto stadio. Spiacente.» Mi aveva aiutato nel difficile compito di afferrare il bicchiere. «Ah» «In parole povere quella che lei definisce albicocca prensile ha creato una situazione tale da impedire una corretta ovulazione.» «Sta forse cercando di dirmi che avrò difficoltà ad avere figli?» «Sì.» «Che tipo di difficoltà?» «Se si riferisce al concepimento naturale direi che le probabilità sono ridotte al minimo.» «Minimo, quanto?» «Poche. Molto poche. Ma ricorrendo a qualche trattamento, una speranza in più ci sarebbe» Trattamento? Ero sconvolta. L effetto dell anestesia aveva deciso di catapultarmi improvvisamente dal paradiso all inferno. Rabbia e frustrazione erano salite dentro di me come un alta marea. L approccio impersonale del ginecologo e la sua scarsa chiarezza riguardo le mie possibilità di restare incinta mi avevano stuzzicato un certo sdegno nei suoi confronti. Il mio meccanico si era dimostrato molto più umano 11

12 qxp :29 Pagina 12 quando mi aveva dato notizia che il motore della mia auto aveva esalato l ultimo respiro. Prendendo fiato con non poche difficoltà a causa delle ferite e del maledetto catetere infilzato tra le mie gambe, avevo aperto bocca senza pensare a cosa ne sarebbe uscito; nel frattempo, la lucidità mentale era corsa in mio aiuto portandomi a riporre sul comodino il bicchiere che stringevo tra le mani tremanti. «Mi corregga se sbaglio, ma per trattamento lei si riferisce a imbarazzanti barattolini di plastica raccoglisperma e materiale porno? Monitoraggi fanatici della temperatura basale? Atti kamasutrici pro-concepimento seguiti da posizione della candela per lanciare gli spermatozoi in caduta libera sul mio ovulo? Assalti compulsivi a mio marito perché ho le uova in caldo? Lei ha voglia di scherzare» Il mio equilibrio psicofisico se ne stava fermo a un dannato capolinea, e non ci pensava nemmeno di risalire in carrozza per continuare la sua corsa. Il ginecologo sembrava non aver recepito nemmeno una sillaba delle mie domande a effetto mitragliatrice, radicato com era nella sua deformazione professionale e nei rigidi dettami ospedalieri. Senza fare la minima piega, aveva continuato imperterrito: «Si può intervenire con la fecondazione assistita» Non potevo più trattenermi. «Basta così. In questo momento forse non si rende conto di quanto sia stanca, e ora anche molto confusa e snervata. Sono sposata da neanche un mese e invece di godermi la luna di miele mi ritrovo in mezzo a una puntata di E.R. Ammetto che grazie a lei sono ancora qui a farfugliare cose di cui molto probabilmente tra qualche ora mi vergognerò. Sarà colpa di questo cazzo di anestetico che mi sta togliendo ogni inibizione e magari anche del catetere che mi fa sentire una specie di spiedino. Sa una cosa? Non me ne frega niente. Me ne sbatto dei suoi 12

13 qxp :29 Pagina 13 trattamenti. L idea di essere madre mi alletta, molto meno le alternative con cui potrei diventarlo. Giornali pieni di tette e culi, contenitori di plastica e scopate prefissate non erano nei programmi, spiacente. E poi lei non è neanche il dottor Ross!» Concluso il mio vaneggiamento ero esplosa in un pianto isterico. La mia reazione aveva risvegliato un briciolo di benevolenza nel ginecologo, intervenuto porgendomi un fazzoletto di carta prima di congedarsi. Con gli occhi gonfi di lacrime lo avevo visto uscire dalla camera e dissolversi nel corridoio del reparto. Cinque anni erano trascorsi da quell esperienza dolorosa, ma la mia memoria manteneva ancora fresco l incubo delle innumerevoli visite intrusive, delle flebo, degli aghi, dell odore d ospedale, delle pesanti cure antibiotiche e di una interminabile convalescenza a casa. Il tempo non era riuscito ad alleggerirne il ricordo e giunta alla «veneranda» età di trentasei anni mi trovavo, da una parte, ferma sul totale rifiuto di sottopormi a qualsiasi cura ormonale o intervento che permettesse un concepimento diverso da quello naturale e, dall altra, con il mistico ticchettio dell orologio biologico che si faceva sempre più assordante. Incinta? Non poteva essere. Era pur vero che le precauzioni sul fronte sesso erano trascurate da mesi, ma ancora più vera era la cartella clinica testimone della mia sterilità. E allora perché le mestruazioni si facevano attendere come fossero dive capricciose? Per escludere del tutto anche l utopistica possibilità che un minuscolo embrione crescesse dentro di me, avevo deciso di acquistare un test di gravidanza. Mentre mi dirigevo verso la farmacia un dubbio mi aveva attanagliata, facendomi rallentare il passo e ripensare a che senso avesse farlo. 13

14 qxp :29 Pagina 14 Ma le oltre quarantott ore di ritardo ormai quasi una settimana mi avevano subito distolto dal dubbio, spingendomi con forza davanti alla luminosa croce verde al neon e alla vetrina che esponeva gli ultimi ritrovati per la prevenzione dei pidocchi. In quel momento avrei voluto essere invisibile, ancora meglio che mi si materializzasse nelle mani un qualsiasi test di gravidanza, purché affidabile, e dileguarmi alla velocità della luce. E invece, come Legge di Murphy detta, una volta aperta la porta della farmacia, uno scampanellio aveva annunciato la mia solenne entrata facendo voltare una lunga e disordinata fila di persone. Mi ero messa subito dietro una signora di una certa età sperando di essere l ultima cliente della giornata, evitando così occhi curiosi e orecchie tese alle spalle. Il senso della privacy non era contemplato, visto che non c era nemmeno una linea che demarcasse lo spazio minimo per avere un paio di minuti di intimità con la dottoressa. In più, la vecchietta davanti a me aveva cominciato a snocciolare tutti gli acciacchi di cui era provvista, elencandoli a uno a uno sulla punta delle dita. La cistite, nella fattispecie, aveva favorito una disquisizione tra lei e la farmacista, permettendo alla fila di allungarsi e di ritrovarmi ben quattro persone dietro. Non potevo farcela. Mi vergognavo da morire. Vorrei un test di gravidanza, grazie. Visto? Che ci vuole? Insomma non è che sei qui per comprare preservativi, gel lubrificante e l anello vibrante, no? «Prego, dica pure» Ero così assorta nell escogitare la soluzione migliore per uscire da quella situazione sgradevole, che non mi ero accorta che la signora dai mille disturbi era improvvisamente svanita e la dottoressa mi guardava in attesa che dicessi qualcosa. «Ehm, scusi ero distratta. Dunque. Mi consiglia qualcosa per la tosse?» «È grassa?» 14

15 qxp :29 Pagina 15 «Chi?» «La tosse.» La farmacista aveva notato la mia goffaggine. «Ah, già la tosse. Grassissima.» Ero uscita dalla farmacia con uno sciroppo anticatarrale, i cerottini anti-herpes e uno spray nasale decongestionante. Non mi ero mai sentita più idiota in vita mia, ma non ritenevo indispensabile al momento concentrarmi sulle cause psicologiche della mia condotta anomala. Al supermercato sarebbe andata sicuramente meglio. Con un bel carrello colmo di spesa avrei mimetizzato il test e, una volta alla cassa, lo avrei incastrato tra il pacco formato famiglia di carta igienica e il rotolone milleusi. Avevo osservato bene le cassiere per scegliere quale fosse la più idonea a farmi passare inosservata. Quella alla cassa due indugia troppo con i prodotti in mano. No. Quella della tre fra un po li analizza al microscopio. Scartata. La numero quattro mi sembra l ideale. Prende i prodotti come se scottassero e li lancia verso la cliente meglio di un giocatore di baseball. Avevo iniziato a mettere sul nastro i cartoni di latte, la scorta di bibite varie e le bottiglie di passata di pomodoro. Poi era stato il turno della carta igienica, seguita dalla confezione del test di gravidanza più anonima che potessi trovare, protetta alle spalle da un gigantesco rotolo di carta da cucina. La cassiera aveva passato velocemente i prodotti assieme a una serie impazzita di bip e a un tratto si era fermata. E con lei il mio battito cardiaco. Non riuscivo a crederci. Il test era in stato di fermo tra le sue mani e stava subendo più passaggi davanti allo scanner. «Meeeriiiiii non riesco a leggere il codice di questo.» O. Si. Gno. Re. 15

16 qxp :29 Pagina 16 Delle mille cose che avevo nel carrello, la cassiera della cassa quattro, quella dal braccio più veloce del West, non riusciva a leggere il codice del test di gravidanza! «Questo cooosa?» aveva pigramente risposto la collega a pochi metri da noi senza neanche voltarsi. Ed ecco avvenire ciò che mai avrei voluto succedesse. «TEST DI GRAVIDANZA, pre gnian ci test» La voce della cassiera era indubbiamente sotto l effetto del Dolby Surround, perché ero sicura l avessero sentita anche gli impiegati ai piani superiori. La sua lungimiranza poi nel dare più dettagli possibili, fornendo pure la definizione in inglese, era stata a dir poco comica e terrificante. I minuti necessari a scoprire quel maledetto codice mi avevano fatto riflettere sui possibili metodi di sepoltura da praticare in quel momento di sconfinata vergogna. Nel frattempo, l unica cosa che mi era riuscita era stata mettere la spesa nelle buste a testa bassa, per evitare di incrociare qualche sguardo e celare il più possibile il mio volto ormai rosso vermiglio. La cassiera della cassa quattro, infine, aveva risolto l arcano digitando a mano il codice. Il test mi era finalmente stato restituito e io avevo provveduto a farlo sparire in un sottomillesimo di secondo. Porgendo i soldi per pagare la mia sofferta spesa, ero stata costretta ad alzare la testa constatando di aver suscitato una certa attenzione tra le persone in fila. La ragazza vicino ai trenta aveva l aria di chi volesse abbracciarmi per farmi le congratulazioni, dietro di lei la cinquantenne che, con un cenno d intesa e un occhiata analitica, sembrava fosse certa del mio stato interessante e, per concludere in bellezza, un signore in andropausa avanzata dal sorrisetto malizioso con tutta l aria di pensare: «Ci siamo date da fare, eh?» Tornata a casa mi ero diretta in bagno e, seduta sul WC, avevo aperto in malo modo la confezione del test, spiegato il foglietto delle istruzioni, messo lo stick sulle ginocchia e regolato il cuore a mille. 16

17 qxp :29 Pagina 17 Avevo cominciato a leggere con la massima concentrazione. COME ESEGUIRE IL TEST Aprire la bustina di alluminio strappando una delle due estremità zigrinate nel senso della lunghezza. Strappato. Estrarre lo stick. Estratto. Rimuovere il cappuccio protettivo dello stick evitando di toccare il tampone (vedi fig. 1). Rimosso. Impugnare lo stick dalla parte opposta all estremità dell assorbente (vedi fig. 2). Minuziose queste istruzioni. Che spiegheranno dopo, come rilasciare l urina e puntare al tampone? Posizionare l estremità assorbente dello stick sotto il flusso dell urina per almeno sei secondi avendo cura di bagnare solo il tampone assorbente (vedi fig. 3). Il grassetto sulla parola «solo» mi aveva fatto presumere che ci fosse stata qualcuna che aveva svuotato l intera vescica sullo stick affogando addirittura l avambraccio. Attenzione: non capovolgere lo stick con il tampone rivolto verso l alto! Peste mi colga se oso fare una cosa del genere Rimettere il cappuccio protettivo sull estremità assorbente. Che schifo, mi è caduta una goccia di pipì sulla manica del maglione! Appoggiare lo stick su una superficie piana con le finestre di lettura del test rivolte in alto. Eccoti qui. Se vuoi ti rimbocco anche le coperte Lo stick se ne stava lì davanti a me e io, con il viso appoggiato tra le mani e i gomiti infilzati nelle ginocchia, aspettavo che passassero i cinque minuti più lunghi della mia vita. Quello strano termometro senza tacche né mercurio presentava due finestrine. In una era apparsa subito una linea verticale rosa che indicava la corretta esecuzione del test. La 17

18 qxp :29 Pagina 18 finestra accanto, ancora priva di segnali, sarebbe stata messaggera del responso. Tempo scaduto. Senza pensarci un secondo avevo preso fiato e alzato lo sguardo. La finestra era bianca. Risultato negativo. Né bambino né mestruazioni in vista. «Ritenta, sarai più fortunata», sembrava volermi dire lo stick. E io, come una bambina ansiosa di scegliere la tavoletta di cioccolata che conteneva la scritta «Hai vinto!», mi ero ripresentata in farmacia, stavolta non per uscirne con una crema cicatrizzante o una pomata per calli e duroni. Eccomi ancora sul WC, con la faccia immersa tra le mani, i gomiti sempre più conficcati nelle ginocchia e lo sguardo che danza con le fughe delle piastrelle del pavimento. La mente vuota come la finestrella del primo stick, acquistato con inspiegabile timidezza. Dlin, dlon. Comunicazione di servizio. Avvertiamo la sospetta gravida che i cinque minuti sono appena passati. La preghiamo dunque di sollevare il viso e indirizzarlo sullo stick posto proprio di fronte a lei. Sia mai che questa è la volta buona Avevo esaminato lo stick più e più volte. Controluce, sotto il sole e in penombra. Questa volta la finestrella mi sembrava desse segni di vita, ma il mio nervo ottico era ormai confuso dai negativi delle fughe delle piastrelle che avevo fissato troppo a lungo e non mi permetteva di individuare l effettiva presenza della linea verticale rosa. Dlin, dlon. Altra comunicazione di servizio. Giunte a questo punto, e considerata l avversione della sospetta gravida verso il colore rosa, le consigliamo vivamente di recarsi nel più vicino ospedale e di fare delle analisi del sangue. Grazie. Sull argomento maternità mi ero rivelata una perfetta ignorante e, una volta ritirate le analisi, ero convinta che, 18

19 qxp :29 Pagina 19 aperta la busta con i risultati, avrei trovato la risposta in base al criterio rudimentale: Sei incinta. Non sei incinta. C era, invece, stampato nero su bianco un numero: 250. Indecisa se giocarmi la misteriosa cifra su tutte le ruote, avevo telefonato al medico di famiglia. «Incinta di tre settimane», aveva sentenziato laconico il dottore. Il numero 250 si riferiva al valore indicativo delle cosiddette «Beta», ovvero Beta HCG, alias Gonadotropina Corionica Umana, ormone che determina la positività del test di gravidanza. «Si tratta di un valore piuttosto basso, perciò consiglio di rifare le analisi tra una settimana e se il valore è raddoppiato allora la gravidanza è assolutamente confermata», aveva aggiunto il dottore con lo stesso tono. La settimana seguente avevo effettuato il mio secondo prelievo. Valore delle Beta: Uscita dall ospedale con la busta dei risultati accartocciata in una mano, mi sentivo la diretta discendente della signora Giannini, la pioniera negli anni Ottanta del parto esagemellare. Ero proprio incinta. Un secondo miracolo era avvenuto nella mia vita e temevo che la notizia avrebbe suscitato curiosità da parte dei media. Magari Sandro Mayer mi avrebbe fatto finire sulla copertina di «DiPiù» affiancata dal titolone: Dio esiste e io ve lo posso assicurare. Ero incinta. Di quattro settimane. Incinta, incinta, incinta! Avevo trascorso un giorno intero in isolamento recitando il mantra «Non-sono-pronta-non-sono-pronta-non-sonopronta», poi ero riuscita ad accettare la situazione in seguito a una serie di riflessioni in cui avevo dedotto che, se non mi fossi sentita pronta a trentasei anni suonati, avrei potuto benissimo andare avanti imperterrita con la mia vita finché quel benedetto orologio biologico non avesse fermato le sue lan- 19

20 qxp :29 Pagina 20 cette in prossimità della menopausa. A quel punto l oggetto del mio mantra sarebbe stato: «Sono-pronta-ma-è-troppotardi-sono-pronta-ma-è-troppo-tardi» Diventerò mamma. Lo avrei potuto ripetere all infinito. Non riuscivo a crederci e nemmeno a capire come fosse stato possibile. Desideravo un figlio, anche se non così ardentemente. Se lo avessi voluto a tutti i costi, non ci avrei pensato due volte a rivolgermi al primo centro per la fecondazione assistita. Ero consapevole dell eventuale ritornello «avrei potuto ma non ho voluto» che mi avrebbe perseguitata per tutta la vita, ma preferivo correre il rischio piuttosto che riaffrontare la vista di un medico e delle mie gambe divaricate davanti a lui. Il destino, o qualcuno lassù, o forse le funzioni protettrici dell ambiente e dell universo intero, insomma qualcuno o qualcosa sembrava avere agito a mio favore, concedendomi di vivere quella che dal mondo intero veniva definita l esperienza più bella e unica della vita. 20

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