Rivista di educazione, formazione e cultura 2010_XIV_2-9 Corpo a corpo. La madre

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1 Rivista di educazione, formazione e cultura 2010_XIV_2-9 Corpo a corpo. La madre Rivista trimestrale di educazione, formazione e cultura - Registrazione Tribunale di Milano n.187 del 29/3/1997 Sped. in abb. post. 45% ART.2, COMMA 20B, LEGGE 662/96 FILIALE DI MILANO - ISSN In caso di mancato recapito restituire al mittente presso CMP Alessandria che si impegna a pagare la tassa di restituzione

2 Sono passati quarant anni dalla stagione iniziale e forse più interessante per la sua carica straordinaria di rottura e radicalità del Movimento femminista e le donne sono cambiate. Sono cambiate innanzitutto nella percezione che hanno di loro stesse, nelle attese legate al presente, al futuro, nella vita affettiva e privata, nel sociale e nel lavoro, nelle relazioni cogli uomini, ma anche con le altre donne. Barbara Mapelli Sette vite come i gatti Generazioni, pensieri e storie di donne nel contemporaneo Prefazione di Carmen Leccardi Collana POLIS pp. 180, 16,00 mail:

3 Rivista di educazione, formazione e cultura anno XIV, n 2 Aprile, Maggio, Giugno 2010

4 Pedagogika.it/2010/XIV_2 Rivista di educazione, formazione e cultura esperienze - sperimentazioni - informazione - provocazioni Anno XIV, n 2 Aprile/Maggio/Giugno 2010 Direttrice responsabile Maria Piacente Responsabile testata on-line Igor Guida - Progetto grafico/art direction Raul Jannone - Redazione Fabio Degani, Marco Taddei, Mario Conti, Dafne Guida Conti, Nicoletta Re Cecconi, Carlo Ventrella, Mariarosaria Monaco, Liliana Leotta, Cristiana La Capria, Laura Conti, Coordinamento pedagogico Coop. Stripes. Promozione e diffusione Fabio Degani, Federica Rivolta Pubblicità Clara Bonfante, Daniela Colombo Comitato scientifico Silvia Vegetti Finzi, Fulvio Scaparro, Duccio Demetrio, Don Gino Rigoldi, Eugenio Rossi, Alfio Lucchini, Pino Centomani, Ambrogio Cozzi, Salvatore Guida, Pietro Modini, Antonio Erbetta, Angela Nava Mambretti, Anna Rezzara, Lea Melandri, Angelo Villa Hanno collaborato Chiara Saraceno, Anna Bravo, Veronica Pravadelli, Rossana di Silvio, Graziella Bonansea, Giancarla Codrignani, Fabrizio Chello, Angelo Villa, Francesca Dionigi, Davide Scheriani, Manuela Fraire, Lella Ravasi Bellocchio, Laura Cuppini, Anais Ginori Edito da Stripes Coop. Sociale Onlus - Direzione e Redazione Via Papa Giovanni XXIII n Rho (MI) - Tel. 02/ Fax 02/ Sito web: Registrazione Tribunale di Milano n.187 del 29/3/ Sped. in abb. post. 45% ART. 2, COMMA 20B LEGGE 662/96 FILIALE DI MILANO - issn Stampa: Impressionigrafiche S.c.s. Acquiterme (Al) - Tel Distribuzione in libreria: Joo Distribuzione - Via F. Argelati, 35 - Milano Fotografie: stock.xchng é possibile proporre propri contributi inviandoli all indirizzo della redazione - I testi pervenuti sono soggetti all insindacabile giudizio della Direzione e del Comitato di redazione e in ogni caso non saranno restituiti agli autori Questo periodico è iscritto all Unione Stampa Periodica Italiana 2

5 Pedagogika.it/2010/XIV_2/sommario s o m m a r i o 5 Editoriale La spinta ad esistere Maria Piacente../dossier/Corpo a corpo. La madre 10 Introduzione/introduction 12 La pluralizzazione delle figure materne Chiara Saraceno 22 Fra maternità ed emancipazione: Sibilla Aleramo e Maria Montessori Anna Bravo 31 Ruolo materno nelle pratiche e nelle teorie filmiche Veronica Pravadelli 40 From mother to mothering Rossana di Silvio 47 Madri/non madri: una discussione a partire dal libro Perché non abbiamo avuto figli? Graziella Bonansea 51 Stato interessante Giancarla Codrignani 56 Eva o la nascita come esilio Fabrizio Chello 62 La sessualità della madre Angelo Villa 68 Il lutto della madre Francesca Dionigi 74 Mammismo! Davide Scheriani 81 Disfare la madre, rifare la madre Manuela Fraire 88 Di madre in figlia. Storia di un analisi Lella Ravasi Bellocchio../cultura 103 A due voci Angelo Villa, Ambrogio Cozzi 107 Scelti per voi, Libri Ambrogio Cozzi (a cura di), Cinema, Cristiana La Capria (a cura di), Musica, Angelo Villa (a cura di) 116 Arrivati in redazione../in_breve 119 Uno, nessuno, centomila ruoli per l educatore.../in_vista 120 La libera Università dell Autobiografia 3

6 ABBONARSI è IMPORTANTE Pedagogika.it/2010/XIV_2/corpo_a_corpo.la_madre/ Piano editoriale erranze...migrazioni Corpo a corpo. La madre Internet e nuove tecnologie, relazioni e linguaggi Frontiere reali, immaginate, immaginarie Rivista di educazione, formazione e cultura Numero di c/c postale intestato a Stripes Coop. Sociale ONLUS via Papa Giovanni XXIII, Rho (Mi) L abbonamento annuale per 4 numeri è: 30 privati 60 Enti e Associazioni 90 Sostenitori Pedagogika.it è disponibile presso tutte le librerie Feltrinelli d Italia e in altre librerie il cui elenco è consultabile sul sito Insieme alla ricevuta di avvenuto pagamento inviare il coupon presente all interno della rivista, una volta compilatolo, al n di fax o per posta ordinaria al seguente indirizzo: Redazione Pedagogika.it, via Papa Giovanni XXIII, Rho (Mi) 4 Per informazioni: Redazione Pedagogika.it Tel. 02/ Fax 02/

7 Pedagogika.it/2010/XIV_2/corpo_a_corpo.la_madre/ La spinta ad esistere Maria Piacente In questo dossier dedicato alla figura della madre vorrei fare una riflessione su come il divenire madre è, quasi sempre, in connessione con il divenire un opera per sé. Su come il divenire madre ha a che fare con il divenire quel che si è, su come il destino del divenire madre si intrecci, inesorabilmente, con quella parte che ogni donna che è divenuta madre ha dovuto esplorare, a volte solo inconsciamente, prima di mettere al mondo un essere umano, un figlio, una figlia. E, ancora, su quanto la misura del desiderio, come spinta incontenibile nello stare al mondo, debba fare i conti con la brama di occupare uno spazio del mondo, nel mondo. Per fare questo, tra le tante ascoltate, mi viene in aiuto la storia di Belinda: bella ragazza, occhi azzurri, ciglia nere nere, capelli castani, un po olivastra, con qualcosa di esotico. Forse sarebbe meglio dire una ragazza di una spiccata soggettività. Forse era quello che la rendeva unica. Unica, come ognuno di noi, certo. Ma ora stiamo parlando di lei. Allora, Belinda, poco più che ventenne, stava intraprendendo la strada per divenire una brava avvocata. Tutte le mattine, insieme ai suoi testi di diritto, cingeva con l elastico per i libri anche qualche foglio di appunti, spiegazzato, con dentro i suoi pensieri notturni scarabocchiati qua e la. Era bella, elegante, corteggiata e, come si suol dire, con tutta la vita davanti. Di mettere al mondo un figlio, lei non lo sapeva, lo aveva deciso una mattina, guardando fuori dalla finestra dall aula di una università. Il suo sguardo, nonostante tutti gli sforzi, non riusciva a spingersi oltre ad una poderosa e magnifica betulla, che in quella stagione estiva poteva fare bella mostra delle sue verdi foglie. Nei suoi pensieri, quella mattina, ma anche quasi tutte le altre, ci stavano anche le arringhe che sognava di fare ad occhi aperti, quando sarebbe diventata, ormai da li a qualche anno, una brava avvocata, come sua madre, con la differenza che lei si sarebbe, finalmente, occupata degli ultimi. Si stava avvicinando il periodo delle mestruazioni e Belinda era piuttosto inquieta: come al solito sarebbero arrivate, uffa! Niente di nuovo sotto il sole! Invece di nuovo c era che Oreste, responsabile delle attività culturali dell Oratorio della Parrocchia più grande, stava organizzando un uscita nel Pavese con i ragazzini dell oratorio, quelli che in comune chiamavano Casi Sociali ; insomma avrebbero fatto una gita fuori porta con intenti educativi a favore di tutta la famiglia. E poi c era da discutere di un mondo di cose: prima di tutto di politica, visti i tempi dell epoca I favolosi anni 70 ; volendo in quel periodo c era un gran da fare, ma Belinda amava sentirsi indispensabile, unica; e così, sempre alle prese con queste ossessioni, voleva fare delle cose che nessuno aveva voglia di fare. Alla fine le proposte di Don Gino, i pomeriggi passati a discutere su chi è più ultimo degli ultimi ebbero la meglio e Belinda si propose come accompagnatrice dei Casi Sociali dell Oratorio. Va detto, però, che sulla sua decisione molto aveva pesato la presenza di Oreste, che aveva quel non so che: un mix di sacro e profano che alla 5

8 Pedagogika.it/2010/XIV_2/editoriale fine lo rendeva particolarmente affascinante. Quell anno trascorreva davvero bene, era stato bello. Il libretto degli esami si andava riempendo di buoni voti. L amore si stava svelando. A Belinda piaceva cantare a squarciagola sul pullman, insieme ai ragazzini accompagnati, le solite canzoni da gita fuori porta. A Belinda però mancava qualcosa... Qualcosa mancava, come quando un bimbo o una bimba piccola, che sanno di poterlo chiedere e non avendo bisogno di nulla di contingente o di particolare, chiedono alla mamma o al papà : dammi qualcosa. Ed il papà o la mamma danno loro qualcosa, ben sapendo che che non è quello che manca al loro bambino. Nei favolosi anni 7O, Belinda, taglia 44, altezza ragguardevole, nel recarsi in università indossava un bell abito color corallo, un robe-manteau di crepella, tagliato in sbieco che accompagnava i suoi passi muovendosi sinuoso e catturando gli sguardi birichini dei compagni più sfacciati. Ciò che metteva la ragazza in imbarazzo, come in quella celebre foto di Ruth Orkin, American girl in Italy. A Belinda però non interessava. Belinda aspettava qualcosa. Cosa vuole Belinda? Cosa manca alla nostra poco più che ventenne ragazza? Passa un po di tempo e qualcosa succede. Non importa sapere se desiderio e realtà coincidano, stiano sulla stessa strada. La spinta ad esistere per Belinda sembra in ogni caso, in quel particolare momento della sua vita, che possa avere luogo solo attraverso la realizzazione di una sua particolare ed unica opera d arte e cioè quella di avere una bambina o una bambino. Il mettere al mondo il figlio fantasticato diventa in quel momento per Belinda il modo di mettere al mondo il mondo. Anzi, di creare in parte il mondo facendolo abitare da una creatura viva: un ponte tra natura e cultura, un esserci ed estendere di più la propria presenza. Ora questa opera d arte, questo divenire madre è intriso di una notevole cifra di investimento. Sotto molti profili, però. Vorrei per una volta sfatare il mito della madre oblativa e amorosa, della madre che tutto dà e nulla chiede. Il desiderare la maternità, il farsi fare madre da un figlio o da una figlia - ed in questo secondo caso, sappiamo quanto è più difficile il rapporto che in seguito si instaurerà con la figlia - ha una potente valenza generatrice di un rapporto unico, irripetibile e singolare, investito anche narcisisticamente di tutto ciò che in quel particolare momento della propria vita si desidera. E credo che non ci si debba scandalizzare. Quello che dico corrisponde al vero, se per verità intendiamo gli scambi autentici che in molti incontri noi donne abbiamo avuto con altre donne, con le quali abbiamo parlato di maternità; e si è ripetuto e si ripeterà ancora molte volte. Tra donne si parlava una volta e ancora si parla tanto. Al di là delle molte tipologie di madri amorose o delle Medee che abitano il mondo, quando le madri parlano tra di loro, sanno della potenza che le parole hanno. Sanno cosa vuol dire una madre quando, rivolta all altro ed indicando il/la proprio/a figlio/a, con una punta di sussiego dice: guarda cosa ho fatto, guarda di cosa sono stata capace!. La spinta ad esistere - dicevo - che, con la nostra venuta al mondo strutturalmente possedia- 6

9 Pedagogika.it/2010/XIV_2/editoriale mo, ci porta oltre il desiderio che prima ancora di noi ci ha portato al mondo. Un desiderio con il quale fare i conti un'eros che ci porta altrove. E questo altrove può essere o non essere l altrove che si chiama fare un figlio. è il desiderio che ci porta altrove e che ci fa divenire quello che siamo. E che non possiamo non ascoltare. È la ricerca di quella felicità, di quello stare al mondo che la differenza sessuale ed il pensiero della differenza lasciano anche attraverso alle donne la possibilità di generare un altro essere umano. Di fare la madre o di disfare la madre. Allora non andrei più alla ricerca esasperata del significato dell essere o del non essere madre, di quando e di quanto esserlo. In un recente libro, uscito in Francia ma non ancora tradotto in Italiano, di Elisabeth Badinter dal titolo Le conflit, la femme e la mere la filosofa francese esplora la profonda crisi tra l identità della donna contemporanea, combattuta tra il desiderio di maternità ed il bisogno di realizzarsi nella sua professione e la difficoltà di tenere insieme figli e lavoro. Una ipotesi potrebbe essere oggi quella di non fare più figli... Io non la metterei proprio così. Oggi le donne, in Europa, in Occidente, possono costruire tante case. Che le costruiscano! A lungo ne ha parlato un altra grande filosofa Luce Irigaray. Che le costruiscano, alla giusta distanza dal Padre e all inevitabile ombra della Madre. Di una madre che saprà rinunciare all onnipotenza del materno, questione cruciale in particolare per la bambina per la quale il primo oggetto d amore è dello stesso sesso. Farsi mettere al mondo dal proprio figlio/a, farsi madre, ha che fare con la potenza dell indicibile. Con la ricerca della felicità, con il mistero della vita, con la vulnerabilità dell umano, con la bellezza e con le arti. Con quel sapere dell anima che la condizione umana ci ha trasmesso ancora prima della nostra nascita e che dovrebbe farci anche accettare la sofferenza ed il dolore insiti nella vita stessa, che amore, inteso come a-mors, mancanza di morte, ci spinge a vivere. 7

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11 Pedagogika.it/2010/XIV_2/corpo_a_corpo.la_madre/ Stato interessante di Giancarla Codrignani* Stato interessante, peccato che nessuno si chieda mai per chi. Infatti, nella stessa concezione dello Stato sembra che la donna abbia figli solo per suo dovere o, sublimando, piacere. Intanto le nazioni appaiono denominate dal verbo nascere, come a dire che sono generate dalle donne. Eppure le donne non hanno goduto della nazionalità, se è vero che assumevano automaticamente all atto del matrimonio - e continuano ad assumere nei paesi di diritto patriarcale - quella del marito. Donna, come ti chiami? - Non lo so. Quando sei nata, da dove vieni? - Non lo so. Perche ti sei scavata una tana sottoterra? - Non lo so. Da quando ti nascondi qui? - Non lo so. Perche mi hai morso la mano? - Non lo so. Sai che non ti faremo del male? - Non lo so. Da che parte stai? - Non lo so. Ora c e la guerra, devi scegliere. - Non lo so. Il tuo villaggio esiste ancora? - Non lo so. Questi sono i tuoi figli? - Sì. Wanda Szimborska Per parlare di maternità non solo in senso biologico si può partire di lontano, dai principi identitari codificati nel linguaggio dai fondatori delle istituzioni occidentali e che risultano immediatamente sessuati: proprio del padre è il patrimonium, della madre il matrimonium. L uomo si riconosce nel potere proprietario, che comprende anche il possesso di una donna che gli dia dei figli legittimi (pare giusto pensare uxorem ducere?); mentre il potere della donna finisce in un ruolo che la subordina al marito. Infatti nel diritto romano l adulterio è reato per la donna, perché la sua infedeltà può introdurre un individuo spurio a usurpare il patrimonio; il rigore della legge si perpetuerà fino all ipocrita interpretazione ottocentesca che vuole la figura materna senza ombra di macchia, mentre all uomo dà per scontata una natura incontinente e lo penalizza solo quando commetta ingiuria grave nei confronti della famiglia portando l adulterio sotto il tetto coniugale. Così fino al 1968, anno della depenalizzazione in Italia dell adulterio. Altre tracce connotano la costruzione della famiglia come struttura gerarchica che subordina la donna-madre al principio riproduttivo stabilito dall uomo, che Aristotele certifica essere il solo protagonista della riproduzione, attivo rispetto alla passività del contenitore femminile. I figli, quindi, secondo il diritto, rimasero definiti da gerarchie di conservazione patrimoniale: legittimi e illegittimi, primogeniti Dossier 51

12 Pedagogika.it/2010/XIV_2/corpo_a_corpo.la_madre/stato_interessante e cadetti, maschi e femmine. Il principio gerarchico comporta la discriminazione: il bastardo non diventa erede e per giunta nasce socialmente reietto; chi nasce per primo eredita titoli e beni anche se è meno capace rispetto agli altri; il padre può amare di più la figlia femmina, ma la dà ugualmente in moglie a prescindere dal suo gradimento. La famiglia è, per lunga tradizione, la struttura sociale più conservatrice e, nonostante l evolversi della storia, il paterfamilias, che non è più il padrone della familia romana formata dall insieme dei consanguinei e dei servi, neppure nel codice napoleonico lascia libera la donna, giuridicamente così incapace da ricevere un curatore al ventre se accade che, incinta, rimanga vedova. Il nuovo diritto di famiglia italiano (1975) ha eliminato la formula della patria potestà sostituendola con l autorità genitoriale, ma ne resta tuttora difficile l applicazione integrale, se è vero che l espressione viene tuttora usata anche sulla stampa e nei tribunali alcuni giudici, vittime della propria appartenenza di genere, solidarizzano con l autorità maritale. Ma è il rifiuto della maternità non voluta che fa comprendere quanto poco la donna sia padrona del suo corpo destinato a procreare. E evidente che, anche per chi ritenesse l embrione un insieme cellulare irrilevante, abortire non è una libera scelta. Le donne che ricorrono all aborto, qualunque giudizio esprimano sull incipiente gravidanza, sono donne che hanno subito una lesione al loro desiderio (che finora non rappresenta in alcun modo una petizione di diritto) di non essere messe incinte; e poco importa se la causa è uno stupro di rapina o un esuberanza maritale. Soprattutto da quando esistono i contraccettivi (pratica preventiva studiata già dai medici antichi e dalle streghe condannate al rogo), appare chiaro che avere (o non avere) un figlio per la donna non ricade sotto la categoria del diritto. Fino a pochi decenni fa la ragazza che cadeva nel peccato veniva caritatevolmente cacciata di casa perché la trasmissione della vita era virtuosa solo se produceva figli legittimi. Oggi non è più così; ma la maternità è tutto, meno che un diritto. Tanto è vero che, anche per l operazione contrapposta all aborto, la fecondazione assistita, sono necessarie leggi non solo che la consentano ad una coppia richiedente negandola alla single (a cui non si può vietare di essere ragazza-madre, ma secondo prassi naturali che, forse, ad una lesbica possono ripugnare), ma anche impediscano all uomo che accetta la pratica eterologa di rifiutare il riconoscimento del figlio non suo. Che cosa mai significherà, pensando il giure al femminile, l espressione habeas corpus? Norme tradizionali che intendevano lo stupro reato contro la morale e addebitavano il debito coniugale alla sola donna? Si possono comprendere le ragioni che impediscono il riconoscimento della maternità come potere: se accadesse, essendo quello riproduttivo - almeno per ora - il potere più grande, le donne potrebbero fare tutto quello che vogliono. Il mondo che fin qui ha gestito tutte le categorie dei poteri non può ammetterlo, anche se, per la verità, si apre un ulteriore questione: se sia vero che l esperienza femminile, pur vissuta in termini di sottomissione, abbia consentito alle donne di avere un giudizio totalmente altro della categoria potere. Infatti, finora, nessuna madre, 52

13 Pedagogika.it/2010/XIV_2/corpo_a_corpo.la_madre/stato_interessante mai, ha avanzato questo riconoscimento. Stato interessante, dunque; peccato che nessuno si chieda mai per chi. Infatti, nella stessa concezione dello Stato sembra che la donna abbia figli solo per suo dovere o, sublimando, piacere. Intanto le nazioni appaiono denominate dal verbo nascere, come a dire che sono generate dalle donne. Eppure le donne non hanno goduto della nazionalità, se è vero che assumevano automaticamente all atto del matrimonio - e continuano ad assumere nei paesi di diritto patriarcale - quella del marito. La questione identitaria mi appassiona poco perché, strettamente intesa, porta al nazionalismo; tuttavia mi ha sgomentata, ai tempi della guerra in Bosnia, pensare che una serba, sposata ad un bosniaco e diventata bosniaca per matrimonio, poteva essere stata violentata da un serbo perché generasse un figlio serbo in seno all etnia bosniaca. Dentro le identità rientrano anche i cognomi. Sembra fanatismo femminista l ipotesi di scegliere tra due denominazioni della famiglia; ma è interessante notare come in Islanda i cognomi della donne evidenzino il padre (il suffisso -dottir significa figlia di ), mentre in Francia, un tempo non così lontano, usava chiamare una signora sposata madame François Mitterand con anche il nome di battesimo del marito; in Spagna la donna mantiene il suo cognome (e lo trasmette ai figli) ma con la preposizione de che ribadisce il rapporto possessivo; e in Italia dicevamo Maria Rossi in Bianchi a indicare il suo ingresso in un altra famiglia. E evidente che la storia rivela molte cose, anche che non esiste una bacchetta magica per fare come se non fossero accadute. Tuttavia quello stato interessante persiste nella sfera degli affetti e non comanda le strutture sociali. Esaltiamo la grandezza sublime della donna-madre, ma la riteniamo una cattiva lavoratrice perché può restare incinta. Se dobbiamo aiutare la famiglia, ricorriamo ad un agevolazione fiscale di qualche euro, ma non rendiamo obbligatori quei servizi che, dal nido all assistenza domiciliare agli anziani, sono necessari perché la donna possa avere la libertà di esercitare il diritto al lavoro. E così le donne non fanno i figli che vorrebbero, non li fanno da giovani, spesso non li fanno proprio. D altra parte Elisabeth Badinter 1 sostiene la presenza delle chidless (o childfree) che stanno costruendo una nuova identità femminile: Sono le prime donne nella storia dell umanità a riflettere serenamente sulle implicazioni e le conseguenze della maternità. E si astengono. Discutibile; ma gli uomini non riflettono sulla qualità del futuro che li aspetta. Eppure il tempo per prevedere e prevenire non è molto: non solo la scienza ha predisposto il congelamento del materiale riproduttivo, la fecondazione in provetta e si cimenta con la costruzione dell utero artificiale, ma studia anche l autofertilizzazione femminile. Le scuole di pensiero si danno a immaginare: per qualcuna il maschio potrebbe diventare superfluo. Indipendentemente dalla fantascienza, fecondazione assistita e pillola abortiva ridomandano di chi è il corpo della donna?, che è un poco come chiederlo al militare quando la patria si appropria di quello 1 E.Badinter, Le conflit: la femme et la mère, Flammarion, 2009 Dossier 53

14 Pedagogika.it/2010/XIV_2/corpo_a_corpo.la_madre/stato_interessante del maschio che ha giurato. Solo che i padri non si domandano nulla, mentre alle donne restano le soluzioni dei semi-liberi, dei servi: come l aborto non costituiva problema - nonostante la violazione della legge che lo puniva - purché restasse clandestino, così se una donna oggi vuole soddisfare la sua più che legittima esigenza di gravidanza, può andare dove la pratica è consentita. Gli antichi - tutti gli antichi, anche in Africa o in America Latina - danno alla terra il nome di madre e si conservano simbolicamente i miti che fondano ogni genere di vita sul materno. Che non è la stessa cosa del femminile. Il divino, il sacro, le religioni e le tradizioni - nate con il sigillo maschile - onorano il femminile in quanto materno. Sul femminile l ambiguità domina sovrana: donna dice danno, Eva è la madre dei viventi responsabile del peccato con lei connaturato all umano, Pandora ha aperto agli umani il vaso dei mali; la stessa madre del dio cristiano incarnato diventa un idolo nella sublimazione irrevocabilmente maschile della vergine- madre. Ma la madre-terra subisce violenza, come le donne, che, anche quando erano dee, per secoli hanno partorito bambini e bambine non per sé, ma per la violenza voluta da una patria, da un mercato, dalla compravendita dei loro corpi. Anche per i padri, forse, oggi è ora non di limitarsi a dare alle donne l omologazione al proprio modello: visto che nessuno sa bene che cosa sia la morte, perché non farsi corresponsabili della vita, che abita anche il loro corpo nella libertà? * Scrittrice, giornalista, politica, intellettuale, impegnata nel movimento femminista. 54

15 Pedagogika.it/2010/XIV_2/corpo_a_corpo.la_madre/ Dossier 55

16 Pedagogika.it/2010/XIV_2/corpo_a_corpo.la_madre/ Mammismo! La sindrome del bamboccione ha rilievo clinico? Una riflessione semiseria sulla centralità della figura materna nel sistema familiare contemporaneo. Scomodati illustri: Carl Gustav Jung, Charles Baudelaire, Erich Fromm, Aldo Busi, Piero Chiambretti e tanti altri di Davide Scheriani* Nella città dove sono nato vivevano due donne, madre e figlia, che camminavano nel sonno. Una notte, mentre il silenzio avvolgeva la terra, le due donne, camminando e dormendo, s incontrarono nel giardino velato di nebbia leggera. E la madre parlò, e disse: - Finalmente, nemica mia, finalmente! Tu che hai distrutto la mia giovinezza, tu che hai costruito la tua vita sulle rovine della mia! Potessi ucciderti! E la figlia parlò, e disse: - Donna odiosa, vecchia ed egoista! Tu che ti ergi tra me e la libertà! E vorresti che la mia vita fosse un eco della tua esistenza sfiorita! Vorrei che tu fossi morta! In quell istante cantò un gallo, ed entrambe si svegliarono. Dolcemente, la madre disse: - Sei tu, tesoro? E dolcemente la figlia rispose: 1 - Sì, cara Kahlil Gibran, Il folle C è la madre a pezzi, logorata dalla deriva del figlio, che accenna ai presunti effetti dei drammi coniugali: è la nostra separazione che l ha da quando è morto suo padre lui non è più C è la madre umiliata dai consigli delle amiche i cui figli invece vanno bene o che, peggio ancora, evitano l argomento con una discrezione quasi insultante [ ] C è quella che non ne fa una questione di persone, ma inveisce contro la società che si sgretola, l istituzione che va a rotoli, il sistema che è marcio, la realtà, insomma, che non si adatta ai suoi sogni C è la madre furiosa con il proprio figlio: questo ragazzino che ha tutto e non fa niente, questo ragazzino che non fa niente e vuole tutto, questo ragazzino per cui abbiamo fatto di tutto e che non c è verso che mai una volta non se ne può più! [ ] C è la madre che teme la reazione del padre: questa volta a mio marito non andrà giù- [ ] C è la madre ferrata in psicologia che dà una spiegazione a 1 Kahlil Gibran, Il folle, Mondatori, Milano, 1997, pag

17 Pedagogika.it/2010/XIV_2/corpo_a_corpo.la_madre/mammismo! tutto e si stupisce che non si trovi mai una soluzione a nulla, l unica al mondo a capire il figlio, la figlia, gli amici del figlio e della figlia, e che nella sua eterna giovinezza di spirito (Vero che bisogna saper restare giovani?) si stupisce che il mondo sia diventato così vecchio, così incapace di comprendere i giovani. C è la madre che piange, ti chiama e piange in silenzio, e si scusa di piangere un insieme di pena, di preoccupazione e di vergogna A dire il vero tutte provano un po di vergogna, e tutte sono preoccupate per il futuro del figlio. -Ma che cosa diventerà?- 2 Eccole, le mamme di oggi. Nevrotiche, preoccupate, sole. Le ricevo quotidianamente, esercitando la mia professione in ambito istituzionale e privato. Molto di frequente giungono al colloquio prive di accompagnatori (mariti, figli, padri), eppure la presenza/assenza di costoro è ridondante nelle loro narrazioni. In alcuni casi, viene descritta come una mancanza determinante ( Mio marito mi trascura, mio figlio mi evita ); in altri, invece, si configura come una relazione di tipo vagamente persecutorio Non riesco a staccarmeli di dosso, non ho mai tempo per me. Il dibattito sulla centralità della figura materna nel sistema familiare nazionale contemporaneo ha varcato i confini della ricerca di settore, scagliandosi all arrembaggio di una molteplicità di ambiti socio-antropologici e culturali, con i prevedibili effetti entropici e confusivi che si scatenano in questi frangenti: dai proclami dell austero Ministro dell Economia e Finanza, alle luci della ribalta mediatica nazionale, affollata di professionisti e sedicenti tali, ansiosi di sfoggiare cardigan color pastello, spiritose montature d occhiali e illuminati pareri d autore. Sforzandosi dunque di recuperare un ottica meno compiacente ai dettami nazional-popolari (datosi peraltro che nemmeno il Festival della Canzone Melodica Italiana, da poco conclusosi, ha offerto lampanti prove di tenere in adeguata considerazione l argomento in questione, preferendogli la patria e la religione, per bocca ed ugola di un regale interprete), vediamo cosa ne dicono gli Americani, i quali, ben si sa, hanno risorse materiali e intellettuali ben più estese delle nostre, per comprendere il Reale (quella categoria dell Essere caro a Lacan, non il sopraccitato bamboccione di savoiarda schiatta, si intenda bene...): It s true Italy has a problem with sons never growing up in their mothers eyes. [...] Mammismo has its roots in the traditional role of the Italian (and Latin) woman, who often felt unfulfilled before career and divorce were options. She thus poured her love into her children. Over time, the son became a sort of husband to his mother, without the sexual component.[...] Italians with openly proud relationships with their mammas include former prime minister Silvio Berlusconi, journalist Paolo Brosio, art critic Vittorio Sgarbi, author Aldo Busi, comedian Gene Gnocchi, and TV host and showman Piero Chiambretti 3. Perbacco, nemmeno gli Americani si arrischiano nella traduzione terminologica 2 D. Pennac, Diario di scuola, Feltrinelli, Milano, 2008, pp Raeleen D Agostino, Global Psyche: Forever Mamma s Boy, in Psychology Today, Sussex, New York, Marzo Dossier 75

18 Pedagogika.it/2010/XIV_2/corpo_a_corpo.la_madre/mammismo! di una sindrome talmente culture-related da rendere avventato qualsiasi paragone o generalizzazione categoriale (ne troveremo forse traccia nella prossima edizione del Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders?). Ebbene, a fronte di tali sconsolanti evidenze, si sarebbe tentati di deporre le armi, arrendendosi all evidenza di un trend psicologico, sociale e culturale che non ha precedenti nella storia moderna o in Paesi diversi dal nostro (rappresentati, va da sé, da ben altri modelli di homo politicus e televisivus). Il codice materno antepone «naturalmente» il figlio a sé e possiede una sconfinata capacità di sacrificio che ne costituisce la vera grandezza. I padri notoriamente hanno meno pazienza, si stancano subito, sono meno adattabili e disposti alla rinuncia. Ma la mentalità educativa femminile contiene in sé anche il principio della sua pericolosità; se infatti non è fecondata dall apporto maschile, tende a scivolare nella pericolosa china dell annullamento di sé, alimentando nei figli pretese e richieste che rendono eccessivamente gravosi i rapporti. [ ]Poiché amare non è mai stato facile, non esistono rapporti buoni se non a prezzo di qualche fatica da affrontare o rinuncia da accettare. Nella misura in cui permettiamo che i figli disconoscano questa fondamentale espressione della giustizia relazionale, essi diventano approfittatori (della bontà, della pazienza, della comprensione, in ultima analisi dell amore altrui) e progressivamente «uccidono» il loro oggetto d amore. [ ]Se il dolore provocato interiormente nella mamma dall eccessiva fatica della convivenza con il figlio non è ascoltato, se il non poterne più di lui [ ] non si traduce in intelligenza del proprio errore, non è possibile dare una svolta ai rapporti. Il pungolo della disperazione dice di una sofferenza malata, che non è realmente utile al figlio, di un amore geneticamente modificato, che lo ha reso infecondo. Se proprio le donne smarriscono l intima convinzione che ciò che più conta è voler bene, e da mamme non insegneranno ai figli a non aver paura ad amare, tutto sarà perduto. Il regalo più bello che esse possono fare al mondo è un figlio capace di voler bene. Chi ci salverà se le donne, smarrendo il segreto della loro vera grandezza, non testimonieranno più questa verità? 4 E pur vero, però, che la spinosa questione del mammismo ha coinvolto un illustre luminare svizzero, in tempi e luoghi non sospetti. Figlio di un pastore protestante deluso dal matrimonio e con il quale il giovane Jung (ecco svelata l identità del mammone ante litteram!) non ebbe un facile rapporto, della madre invece maturò un ricordo più affettuoso: la definì un ottima madre, enormemente accogliente, di piacevole compagnia 5 e non pare sinceramente azzardato rintracciare una certa influenza di questo vissuto personale sull evoluzione dell archetipo materno, nella ricerca scientifica di uno dei padri della moderna psicoanalisi. Poiché il concetto di complesso materno, è tratto dall ambito della psicopatologia, esso è sempre associato con quello di danneggiamento e sofferenza. Se però noi lo sottraiamo all ambito strettamente patologico per fornirgli una connotazione più ampia e più ricca, possiamo coglierne anche l effetto positivo: nel figlio può ad esempio prodursi 4 Osvaldo Poli, Mamme che amano troppo, San Paolo, Cinisello Balsamo, 2009, pp Maurizio Quilici (a cura di), Onora il padre e la madre, Bompiani, Milano 2001, p

19 Pedagogika.it/2010/XIV_2/corpo_a_corpo.la_madre/mammismo! [ ] uno sviluppo del gusto e del senso estetico al quale un certo elemento femminino non nuoce; delle virtù pedagogiche rese perfette dalla capacità femminile d immedesimazione; un senso della storia conservatore nel senso migliore del termine, in quanto ha il culto dei valori del passato [ ] una pienezza di sentimento religioso che traduce in realtà l ecclesia spiritualis; una ricettività spirituale, infine, che rende l uomo sensibile alla Rivelazione. [ ] Abbiamo notato che nella figlia il complesso materno genera o un ipertrofia del femminile o una corrispondente atrofia. L eccessivo sviluppo del femminile comporta un rafforzamento di tutti gli istinti femminili, in primo luogo dell istinto materno. L aspetto negativo è costituito dalla donna il cui unico scopo è la procreazione. [ ] Questo tipo di donna prima fa i figli, poi ai figli si aggrappa, non avendo all infuori di essi alcuna raison d être. [ ] Questa donna infatti, malgrado tutta l abnegazione di cui si dice capace, non è assolutamente in grado di compiere nessun sacrificio reale, ma impone il suo istinto materno con una volontà di potenza spesso sprezzante che giunge fino all annientamento della sua personalità e della vita stessa dei figli. [ ] Così Plutone rapì Persefone all inconsolabile Demetra, ma per decreto degli dei fu costretto a cedere all inizio di ogni estate la sposa alla suocera (Il lettore noterà che simili leggende non nascono per caso) 6. Se dunque possiamo timidamente iniziare a relativizzare l orrida piaga del mammismo, ponendola entro una cornice ben più ampia di quanto non sarebbe legittimamente consentito dalla nostra, povera, congiuntura spazio-temporale, infarcita di tronisti, sciampiste e pretendenti al Grande Fratello (trovandone traccia nientepopodimenoche nella mitologia classica, con buona pace di Jung), saremo quantomai rincuorati dalle accorate righe del più maledetto tra i mammoni. Per tutta la vita, infatti, Charles Baudelaire tenne un amorosa corrispondenza con la madre. Orfano di padre a sei anni, nella madre, dalla quale fu quasi sempre lontano, cercò tutto l amore e la tenerezza di cui il suo animo pieno di contraddizioni era in cerca, teso all idealizzazione, entro una fusione diadica totale. Le lettere della maturità, angustiata dalle ristrettezze economiche e dai problemi di salute, umiliata dalla tutela giudiziaria che proprio l adorata madre era stata costretta a pretendere, dopo che il figlio aveva già dilapidato l eredità paterna, accumulando ingenti debiti, mescolano in pari misura affetto, rabbia, ammirazione, esaltazione e, last but not least, continue richieste di denaro. Mia cara madre, se possiedi veramente il genio materno e non sei ancora stanca, vieni a Parigi, vieni a vedermi, ed anche a cercarmi. [ ] Alla fine di marzo, ti scrivevo: Ci rivedremo mai? Ero in una di quelle crisi in cui si vede la terribile verità. Darei non so che cosa per passare qualche giorno accanto a te, tu, l unico essere a cui la mia vita è sospesa, otto giorni, tre giorni, qualche ora. [ ] Tutte le volte che prendo la penna per esporti la mia situazione, ho paura; ho paura di ucciderti, di distruggere il tuo debole corpo. [ ] Credo che tu mi ami appassionatamente; con animo cieco, così forte è il tuo carattere! Io, ti ho amata appassionatamente nella mia infanzia; più tardi, spinto dalle tue ingiustizie, ti ho mancato di rispetto, come se un ingiustizia di madre 6 Carl Gustav Jung, L archetipo della madre, Bollati Boringhieri, Torino, 1995, pp Dossier 77

20 Pedagogika.it/2010/XIV_2/corpo_a_corpo.la_madre/mammismo! potesse autorizzare una mancanza di rispetto filiare; spesso me ne sono pentito, anche se, come è mia abitudine, non ne ho fatto parola. [ ] Ci fu, nella mia infanzia, un epoca di amore appassionato per te; ascolta e leggi senza paura. Non te ne feci mai parola. Mi ricordo di una passeggiata in fiacre; uscivi da una casa di cura dove eri stata relegata, e mi mostrasti, per provare che avevi pensato a tuo figlio, dei disegni a penna che avevi fatto per me. Non credi che ho una memoria terribile? [ ] Ah! Questo fu per me il bel tempo delle tenerezze materne. Tu appartenevi soltanto a me. Idolo e compagno insieme eri per me. Forse ti stupirai che io possa parlare con passione di un tempo tanto remoto. Io stesso ne sono stupito. Forse perché ancora una volta, ho concepito il desiderio della morte, i fatti antichi mi si dipingono così vivi nel mio animo. [ ] Passo oltre rapidamente, perché indovino delle lacrime nei tuoi occhi 7. Basterebbe una rapida scorsa a queste righe, per solleticare l occhio clinico (ornato di spiritosa montatura) di tanti colleghi. E evidente che ci troviamo in presenza di un legame diadico regressivo, improntato ad un narcisismo più tipico dell adolescente immaturo, che dell adulto adeguatamente separato/individuato. Ed è proprio nella fase dell adolescenza che vengono alla luce (e, purtroppo, in taluni casi, si cronicizzano) i conflitti più aspri con la figura primaria di riferimento e di rifornimento affettivo. Durante l infanzia, il corpo e la sua superficie sono il luogo elettivo dell interazione e dello scambio fra madre e figlio: le cure igieniche, le manipolazioni di indole estetica che rendono il figlio il capolavoro espressivo della madre e le miracolose cure materne della sofferenza del corpo durante le mille malattie dell infanzia scorrono lungo tutta la sua superficie, estendendo il soffice dominio della madre e la sua colonizzazione del figlio. [ ] Sopraggiunge l adolescenza e il figlio è costretto ad impossessarsi del corpo ottenuto in dotazione dalla madre: sa che appartiene alla madre, ma è costretto a rubarglielo poiché deve usarlo in modo clandestino e ciò che farà e subirà non riguarda più la madre se non in modo simbolico e nostalgico. Inizia così ad addobbarlo e ad usarlo come un luogo di importanti comunicazioni verso la microsocietà dei coetanei; i segni che gli infligge, i graffiti con cui lo disegna, gli abiti o gli emblemi di cui lo copre e che lo significano non sono messaggi per la madre, semmai sono rivolti contro la madre ed attuati in onore degli amici e delle amiche. Succederà che si decida a bucarlo in profondità per infilarvi in permanenza monili metallici, o che lo consegni a mani mercenarie che depositino sotto la cute inchiostri che disegnano tatuaggi esotici, nostrani segni di ingresso definitivo nel corpo e nella sua insostenibile essenza identificatoria. [ ] Molti bambini giungono all ingresso in preadolescenza sovraccarichi di responsabilità assunte e messe in pratica nei confronti dei loro genitori o di uno dei due, generalmente la madre, ma negli ultimi anni a chiedere questo particolare tipo di assistenza che solo un figlio può erogare si sono affacciati anche molti padri in parte perché maternalizzati, in parte perché c è qualcosa nel nuovo stile relazionale fra genitori e figli che rende molto responsabili i figli nei confronti della salute mentale dei genitori. Molti figli, trovandosi inscritti all interno di un rapporto molto psicologizzato con i loro 7 Charles Baudelaire, Lettere alla madre, Mondadori, Milano, 1998, pp

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