La sfida dell Economia Civile nella crisi attuale

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1 Forum del Terzo Settore - Provincia di Macerata Facoltà di Economia Università di Macerata Macerata, 2 marzo 2011 La sfida dell Economia Civile nella crisi attuale PROF.. STEFANOS ZAMAGNI Docente di Economia, Direttore del Dipartimento di Scienze Economiche dell Università di Bologna Il paradigma dell Economia Civile è più antico di quello dell Economia Politica. L Economia Politica è associata al nome del filosofo ed economista scozzese ADAM SMITH ( ), il quale nel 1776 pubblicò la sua opera fondamentale: La ricchezza delle nazioni.. L Economia Civile, invece, esistente già prima dell Eco- nomia Politica, rappresenta una tradizione di pensiero tipicamente italiana. Forse per questo è stata abban- donata, perché noi italiani non siamo bravi nel mantenere le nostre radici culturali. Non le sappiamo valo- rizzare, mentre gli stranieri le studiano, le fanno proprie e poi sono molto più bravi di noi, specie gli ameri- cani, nel propagandarle. Però, per amore della verità storica, è bene che si sappia che l Economia Civile an- ticipa l Economia Politica e ha la sua culla in due centri: Milano e Napoli. In questi due centri dell Illumini- smo italiano veniva attentamente studiato il problema economico. L Economia Civile è una forma particolare di azione nella sfera economica. La caratteristica, la cifra dell agire in ambito economico tipica dell Economia Civile è quella di mettere in gioco il principio di recipro- cità. Tale principio si caratterizza e si differenzia dal principio dello scambio di equivalenti. Noi oggi sappia- mo che ci sono problemi per risolvere i quali il principio dello scambio e il principio di redistribuzione (che è l altro grosso pilastro dell Economia Politica) non sono sufficienti. Per risolvere i nuovi problemi secondo la mia tesi condivisa da tanti altri che anche all estero ormai si occupano di queste cose c è bisogno di ri- mettere in gioco il principio di reciprocità, traducendolo però in pratica poiché non basta solo affermarlo. Il principio dello scambio contraddistingue da sempre il mercato di tipo capitalistico e ha delle parti- colarità a tutti note, mentre il principio di redistribuzione connota di sé l intervento dello Stato in econo- mia, appunto con scopi redistributivi. Per esempio, nel caso del welfare state,, consideriamo l intervento dello Stato che, usando gli strumenti a sua disposizione, il primo dei quali la tassazione di tipo progressivo, prende le risorse dai più abbienti per finanziare attività o servizi a vantaggio dei meno abbienti. Il welfare state è stata una grande invenzione del Novecento, di cui dobbiamo essere grati a KEYNES,, ma anche, ancor prima, alla Germania di BISMARCK che aveva iniziato a produrre servizi di questo tipo. In Italia il welfare state arriverà più tardi. La mia tesi è che un ordine sociale, in cui c è scambio di equivalenti, in cui c è un mercato che ben funziona e uno Stato che agisce per distribuire la ricchezza o il reddito prodotti per raggiungere fini di equità in qualche modo definita oggi non è in grado di sciogliere i nuovi nodi, i nuovi problemi che carat- terizzano la nostra società. Allora mi corre l obbligo di argomentare che, quando si parla di problemi legati alla crisi e a quant altro, da una parte alcuni economisti di scuola neoliberista dicono: «Dobbiamo rafforza- re la logica dello scambio di mercato, dobbiamo insistere per liberalizzare tutto e così eliminiamo i mono- poli» (è giusto eliminare i monopoli). Altri, invece, di un altra sponda politica (di sinistra o riformisti) dicono: «Bisogna che lo Stato intervenga di più, con un azione mirata, ad esempio, con la lotta all evasione,» (è giusta la lotta all evasione fiscale). Ora tutto questo non è che non sia valido ma la mia convinzione è che non basta, perché i problemi di oggi sono talmente nuovi che per affrontarli non sono sufficienti queste due modalità di intervento: del mercato capitalistico da un lato e dello Stato dall altro.

2 Allora prendo le mosse da questa costatazione. Gli ultimi trenta/trentacinque anni sono caratterizzati da due fenomeni d importanza epocale: da un lato la globalizzazione, dall altro la terza rivoluzione indu- striale. Per puro caso questi due fenomeni sono accaduti contemporaneamente. Quando nel 700 in Inghil- terra scoppiò la prima rivoluzione industriale non c era la globalizzazione né i fenomeni legati ad essa. La stessa cosa accadde con la seconda rivoluzione industriale. In questo nostro periodo storico, nel quale ci è dato di vivere, si sta verificando una congiunzione tra la globalizzazione e la terza rivoluzione industriale, cioè quella delle nuove tecnologie info-telematiche. Ebbene, il combinato disposto di questi due nuovi fe- nomeni degli ultimi decenni ha determinato un emergenza di problemi nuovi. Non che i vecchi problemi siano scomparsi, ma a questi se ne sono aggiunti di nuovi. Ciò ha preso tutti di sorpresa ed è emersa una certa incapacità di affrontarli. Di questi nuovi problemi ne indico tre, quelli che richiedono più attenzione. Il primo problema è legato al fatto che mentre la ricchezza aumenta a loro volta le disuguaglianze au- mentano più che in proporzione. Si era certi che oltre un certo livello di reddito pro-capite, l indice di disu- guaglianza prima o poi sarebbe diminuito, fino, a lungo andare, arrivare quasi a zero. Da qui nasceva un im- plicazione politica detta così in parole povere: «Non preoccupatevi di redistribuire, perché è il meccanismo del mercato stesso che nella misura in cui fa aumentare il reddito pro-capite porta con sé la diminuzione delle disuguaglianze». Quindi tutti felici e contenti. Ed infatti questo fu l imperativo categorico: «Producete, producete, producete,». L analisi del fenomeno di questi ultimi decenni ci dice invece che è vero il contrario: mentre aumenta il reddito pro-capite, la disuguaglianza aumenta più che in proporzione. Disuguaglianza vuol dire la distanza che separa un gruppo sociale da un altro. Ovviamente è cosa buona aumentare il reddito; se però all au- mento del reddito le differenze sociali anziché ridursi aumentano, ciò pone una seria ipoteca sulla stabilità socio-politica di un Paese. Ci sono pure le premesse per una guerra civile. Forse è esagerato, se però notia- mo ciò che succede nel Nord Africa si può capire che purtroppo non si è lontani dalla realtà. Ecco allora un primo problema a cui non eravamo abituati. I poveri e i ricchi ci sono sempre stati e sempre ci saranno, ma oggi i ricchi sono troppo ricchi, scandalosamente ricchi. C è un indicatore banale, giornalistico ma rivelatore. Se consideriamo il differenziale stipendiale tra il più pagato e il meno pagato ne- gli USA, nel 1970 il rapporto era di 1 a 100. Cioè il più pagato prendeva 100 volte il meno pagato. Cinque anni fa lo stesso rapporto aumentava: era di 1 a 700. Cioè il più pagato prendeva 700 volte il meno pagato. Ciò significa che in oltre trent anni l indice di disuguaglianza è aumentato di 7 volte circa. Allora questo pone più di un problema e non può essere tollerato. Mentre tutti siamo disposti ad ammettere che alcuni sono più ricchi di altri perché i meriti di ognuno sono diversi (c è chi è più capace chi meno, chi è più pro- duttivo chi è meno, ecc.), nessuno mi può convincere che, ad esempio, MARCHIONNE debba prendere uno sti- pendio circa 600 volte più alto di quello di un quadro intermedio di un azienda. E chiaro che MARCHIONNE sarà più efficiente, più produttivo, ma secondo voi è 600 volte più efficiente di un ingegnere, di un fisico o di un chimico che occupa una certa posizione? E possibile? Nessuno può credere a queste cose. Di fatto quello che sta avvenendo non è altro che la messa in crisi della teoria del reddito, basata sulla produttività del lavoro. Si tratta di una delle gloriose teorie della scuola di pensiero neoclassica. Questa scuola diceva (dopo tutto con buon senso) che il salario deve essere proporzionato alla produttività del sog- getto. Cioè se produci di più prendi più salario; in via generale forse non è pienamente giusto ma forse è ac- cettabile. Oggi, però, quando osserviamo che un soggetto percepisce 10 milioni di Euro l anno tra stipendio base, bonus e altre aggiunzioni, è difficile dimostrare che quel soggetto abbia una produttività pari o pro- porzionale a 10 milioni di Euro. Questo perciò è il primo problema che oggi angustia tutti noi a livello sia di piccole comunità che di sistemi: l aumento endemico (cioè che nasce dal di dentro) delle disuguaglianze. Il secondo problema riguarda un altro aspetto e più direttamente il mondo del lavoro. Questo aspetto è veramente inquietante. Per spiegarlo mi avvalgo di una metafora. La struttura dell organizzazione del la- voro, quindi del mercato del lavoro risalente a circa trent anni fa, può essere rappresentata mediante una piramide. In basso c erano i lavori umili (di coloro che svolgono lavori di routine con bassa professionalità, 2

3 come ad esempio le pulizie, ecc.); la zona intermedia della piramide era occupata dal ceto medio (profes- sionisti, avvocati, insegnanti, commercialisti, cioè i colletti bianchi); in cima alla piramide c erano i vertici aziendali, le figure apicali dell organizzazione, gli alti dirigenti. A capo della struttura aziendale c erano uno, due dirigenti (pochi) o super ingegneri che preparavano i piani di produzione e trasmettevano gli ordini alle strutture inferiori. Il modello perciò era prettamente gerarchico. In questa struttura piramidale si veniva a realizzare un parallelo tra la struttura di classe e il livello occupazionale. Perciò la classe operaia stava nel punto più basso della piramide, in mezzo alla piramide la classe media, nel vertice la classe superiore. Oggi l'organizzazione del lavoro ha preso la forma simile ad una clessidra. Si tratta di un'immagine che rende l'idea più di tante spiegazioni. La differenza tra ieri ed oggi non sta nella base inferiore, dove tro- viamo le basse professionalità, perché ieri come oggi c è sempre bisogno di chi fa lavori umili. La differenza è che non c è più un vertice ma (come nella clessidra) una base superiore. Il che vuol dire che il mondo del lavoro, dell impresa ha continuamente bisogno di tanti super tecnici ben specializzati, tanto è vero che le imprese lottano tra loro per accaparrarsi i soggetti migliori. La seconda differenza è che il livello intermedio non è più tanto affollato (come nel caso della struttura piramidale) ma è molto ristretto: ci sono pochi po- sti. Ciò significa che oggi il mondo del lavoro tende a preferire, da un lato, i soggetti con professionalità molto bassa, dall altro quelli con professionalità molto alta. Quello che viene ad essere escluso è il livello professionale intermedio, cioè i laureati. Infatti, se osserviamo le statistiche notiamo che i disoccupati o i precari sono quasi tutti laureati. Oggi il semplice laureato che non ha frequentato corsi ulteriori, master, dottorato di ricerca, ecc., è un soggetto che tende ad essere scartato, perché le imprese assumono o il sem- plice diplomato, che costa di meno ed è più flessibile, oppure assumono un super specializzato. Ciò mette in risalto un fatto: con la globalizzazione la competizione avviene sull innovazione. Occorre rinnovare, essere creativi, trovare nuovi modelli e processi. C è bisogno di professioni molto avanzate, non semplicemente capaci di ripetere una conoscenza acquisita, ad esempio, in una fase precedente. Questo è il dramma: il tasso medio di disoccupazione giovanile (18-29 anni) in Italia è pari al 29% e al Sud è ancora più alto, intorno al 36%. Due giovani su tre non trovano lavoro. Sono quasi tutti laureati specie al Sud. Que- sta è una novità assoluta: scompare il ceto medio. E poi per effetto della crisi è questo il ceto che sta peg- gio. I soggetti con bassa professionalità non hanno peggiorato: anche in epoca di globalizzazione c è biso- gno di loro. I soggetti con professionalità molto alta, i supertecnici, i manager stanno meglio e la crisi ha in- fluito positivamente su di loro. Il principio dello scambio produce questi risultati. La distribuzione non basta più. Lo Stato può mante- nere tutti i soggetti del ceto medio? Ovviamente no. E già tanto che lo Stato aiuti (pur con tante difficoltà e problemi) i disabili, gli ammalati, coloro che sono colpiti da una qualche emergenza. Non può farsi carico di tutto perché le risorse disponibili sono limitate. Quindi ecco perché occorre pensare a forme nuove. Il terzo problema di quest epoca storica è quello che va sotto il nome di paradosso della felicità.. Pa- radosso è parola greca che vuol dire meraviglia, sorpresa, qualcosa che tu non ti aspetti. Nel 1974, l e- conomista americano RICHARD EASTERLIN pubblicava un articolo nel quale enunciava per la prima volta il para- dosso della felicità.. Cioè veniva riscontrato che con l aumentare del reddito aumentava la felicità solo però fino alla soglia di dollari pro-capite all anno. Dopo questa soglia egli riscontrava che ulteriori aumen- ti di reddito fanno diminuire la felicità, anziché incrementarla. All inizio questa costatazione non fu capita, oggi invece tutti parlano del paradosso della felicità. Qual è il senso di questo paradosso? Noi eravamo abituati a pensare che aumentando il reddito tutti sarebbero stati più soddisfatti. Per cui il messaggio in parole povere era: «Produciamo di più, ci arricchia- mo, perché così saremo più contenti, la qualità della vita migliorerà». Invece abbiamo scoperto che non è vero. Ma, per meglio dire, fino ad una certa soglia è vero, oltre no. Riscontriamo che i Paesi poveri sono al di sotto della soglia dei dollari (ed è già tanto), mentre i Paesi ricchi hanno aumentato enormemen- te questo livello. La ragione esplicativa del paradosso ci dice che per guadagnare di più (cioè oltre la soglia dei dollari) la gente deve non solo lavorare intensamente, ma esercitare due, tre, quattro lavori. 3

4 Succede allora che per incrementare ancor più il reddito occorre impiegare più tempo nell attività lavorati- va. Ma più tempo dedichiamo al lavoro più tempo siamo costretti a togliere alla vita di relazione, ai rapporti familiari, sociali, civili, Poiché la felicità dipende dalle relazioni molto di più che non dai beni materiali, ac- cade che se io per guadagnare di più compro più beni (più case, più automobili, più Tv, più cellulari, ecc.) questi non mi danno la felicità, perché la felicità stessa è legata alle relazioni interpersonali. Il primo a scoprire ciò fu ARISTOTELE 1300 anni fa. Egli affermava che non si può essere felici da soli, oc- corre essere almeno in due. Se si è soli non c è relazionalità, cioè non si possono consumare beni relaziona- li. Oggi emerge questa nuova categoria: i beni relazionali. Il concetto di bene relazionale è stato introdotto per la prima volta in economia nel Prima non esisteva mentre oggi viene considerato da tutti gli eco- nomisti: non si può insegnare economia senza tener presente i beni relazionali. Si ha un bene relazionale quando il vantaggio che si ottiene dipende dalla relazione, come ad esempio nel caso dell amicizia, del ma- trimonio, Se marito e moglie non possono stare insieme perché magari ognuno svolge cinque o sei lavori, è vero che guadagnano di più e aumentano le entrate ma non possono beneficiare dei beni relazionali. Se ho dei figli e dico loro: «Io non ho tempo di giocare con voi perché devo fare il terzo lavoro, poi con i soldini che guadagno in più vi compro la play-station o l ultimo modello di un altro gioco elettronico,» li privo di un bene relazionale. Il fatto è che i bambini sono costretti a consumare quei giochi, perché i genitori non hanno tempo di stare con loro, non danno loro la relazionalità. Ma i fatti ci dicono che preferiscono giocare con i propri genitori piuttosto che estraniarsi in solitudine con qualche gioco o davanti alla Tv. Ecco come si spiega il paradosso della felicità ed è chiaro che noi economisti abbiamo una grave re- sponsabilità, perché abbiamo fatto credere e continuiamo a far credere ai nostri studenti, e alle persone in generale, che la felicità sia la stessa cosa dell utilità. Cioè se lavori di più guadagni di più ed è vero che hai più utilità: massimizzi l utilità ma l utilità è una cosa e la felicità e un altra. L utilità è la proprietà della rela- zione tra l essere umano e la cosa. Ad esempio, quest acqua (sul tavolo a portata di mano) mi dà un utilità, io la bevo e mi soddisfa. Ma se per questo io dicessi: «Sono felice», tutti mi prenderebbero per scemo, per- ché quest acqua mi dà sì utilità ma non certo felicità. Il punto è che, per aver confuso utilità con felicità è accaduto ciò che prima ho spiegato. Cioè l impulso a lavorare di più mi fa essere più ricco e mi dà più utilità, ma non mi dà la felicità che è legata invece alla relazione. Quanta gente mi dice: «Io preferisco lavorare con un salario minore, magari prendere 1000 anziché 1500 Euro, purché nell ambiente di lavoro non ci sia con- flittualità ma una certa vivibilità e un buon rapporto tra le persone». Vi ho indicato questi tre blocchi di problemi: l aumento sistemico delle disuguaglianze; il mutamento della struttura del mercato del lavoro con la conseguente disoccupazione che aumenta; il paradosso della felicità.. Con ciò ho voluto dimostrare che abbiamo bisogno di Economia Civile. E necessario lanciare o ri- lanciare (a seconda dei casi) forme d impresa, e più in generale di attività economica, che abbiano come cri- terio guida il principio di reciprocità e non il principio della massimizzazione del profitto, Nell affermare ciò non sto condannando l economia tradizionale (sono per la libertà di scelta), ma è necessario inserire dentro il nostro circuito economico, accanto alle imprese di tipo capitalistico, che operano in base al principio dello scambio di equivalenti e della massimizzazione del profitto, altre imprese che hanno una logica diversa. Queste sono le imprese sociali, le cooperative, in generale il cosiddetto terzo settore. Occorre dare spazio a questo mondo. E vero, ci sono le associazioni di promozione sociale, il volontariato, Il nostro Paese ab- bonda di esperienze simili fuori dal mercato. Per fortuna che ci sono. Se non vi fossero, specie in questo pe- riodo di crisi, le condizioni di vita sarebbero peggiori. Questi soggetti hanno dedicato per lo più l attenzione alla sfera sociale. La mia tesi ripeto è quella che devono entrare nella sfera dell economico. Cioè devono diventare imprenditori come gli altri. Solo che sono imprenditori civili e non imprenditori capitalistici. L imprenditore capitalista lavora per massimizzare il profitto e non c è niente di male, però esigo che venga creato spazio anche per altri imprenditori che per ragioni loro, o perché hanno la vocazione o altro, vogliono realizzare l attività economica seguendo una lo- 4

5 gica diversa da quella del profitto, cioè la logica della reciprocità o della mutualità, nel caso della coopera- zione, che è una logica non capitalistica. Nelle cooperative vale il principio di una testa un voto. Se io metto 100 e tu metti 1, il mio voto vale quanto il tuo. Nell impresa capitalistica invece non è così: se ho 10 azioni conto per 100, se ho un azione conto per uno. La mutualità è una forma di reciprocità. Pensiamo anche ad altre note iniziative come, ad esempio, il microcredito, il commercio equo e soli- dale, la banca etica, ecc. Tutte queste cose, nate da un po di anni, stentano a decollare perché la nostra le- gislazione lo impedisce. Il sistema legislativo italiano è tale per cui questi soggetti del terzo settore sono pure incentivati, hanno anche sgravi fiscali, ma purché non disturbino, non diano fastidio all impresa capita- listica. Questo è il punto che cerco di far capire a quelli del forum del terzo settore. Molti mi dicono che è già in vigore la legge sul volontariato, sulla cooperazione sociale, sulle Onlus lo so, la legge sulle Onlus l ho fatta io però si tratta di provvedimenti legislativi che garantiscono certi vantaggi soprattutto fiscali, a condizione che le istituzioni del terzo settore restino nel sociale (cioè, banalizzando per farmi capire, che diano da mangiare agli affamati, che sostengano i disabili, gli anziani non autosufficienti, ecc.), cioè purché il terzo settore faccia cose che servano al settore capitalistico a fare meglio i profitti, perché se la gente sta bene c è coesione sociale con opportunità di fare più profitti. Finora non siamo riusciti a convincere politici ed amministratori che è giunto il momento di aprire a questi soggetti, che continuiamo a chiamare del terzo settore, la sfera dell economico perché chiaramente danno fastidio. Danno fastidio perché il settore capitalistico teme la competizione, poiché i soggetti del ter- zo settore svolgono un servizio migliore. Ad esempio, le cooperative sociali si occupano di avviare al lavoro i soggetti disabili, di attuare opere di questo tipo o di organizzare il lavoro di cura, attività queste che non in- teressano alle imprese capitalistiche. Soprattutto quello che fa problema, specie oggi, è l impossibili-tà per questi soggetti di accedere alla causa dei capitali, cioè alla finanza. Un impresa capitalistica, se vuol finan- ziare le proprie attività, va in borsa oppure investe in titoli, entra nel sistema bancario. Provate voi a verifi- care se una cooperativa può andare in borsa Le è precluso. Si dice che c è razionamento nel credito. Allo- ra è chiaro che, fin tanto io ottengo il razionamento del credito non potrò mai entrare nella sfera economi- ca. E possibile continuare ad operare nella sfera del sociale perché c è il comune, la provincia, la regione che ti paga perché tu renda quei determinati servizi. Questo è il meccanismo. Non sto dicendo che non vada bene, io sto considerando che occorre guardare avanti, avanti D altra parte voi mi avete chiamato qui per riflettere sulla sfida dell Economia Civile. Dobbiamo guardare avanti senza accontentarci di ciò che è stato realizzato fino adesso. Ebbene la sfi- da del prossimo futuro sarà esattamente questa. Se attueremo l Economia Civile irrobustiremo, tanto per restare nella metafora, i profili intermedi della clessidra, cioè creeremo occasioni lavorative per i laureati, per i precari (non avremo più, nel mezzo, il restringimento della clessidra). Quindi, se vogliamo creare nuo- vo lavoro, abbiamo bisogno di far nascere imprese che producano, non che redistribuiscano, seguendo una logica diversa da quella capitalistica che consenta a tutti di inserirsi in maniera non assistenzialistica, produ- cendo nuovi beni, ad esempio producendo beni relazionali. Oggi tanti bisogni non vengono soddisfatti pro- prio per le ragioni già espresse. Pensate, ad esempio, alle cosiddette mamme di giorno.. Gli asili non basta- no più o costano troppo e così è importante far partire un sistema che va sotto il nome di mamme di gior- no.. Si tratta di un sistema civile ed avanzato: la famiglia che ha un bambino, la mattina lo porta nella casa di una signora che deve dare certe garanzie e deve essere mamma già lei, deve avere una stanza adibita a gio- chi sotto il controllo dell autorità sanitaria, ecc. Poi al pomeriggio si va a prendere il bambino. Capite la fles- sibilità Posso portare il figlio ad una certa ora o ad un altra e così via. Questo sistema ha dei costi molto più ridotti dell asilo nido, garantisce la vicinanza, A Bologna la settimana scorsa è nata un associazione che gestisce strutture di questo tipo. Ma queste cose non sono molto diffuse perché ovviamente danno fa- stidio a qualcuno. Potrei portarvi altri esempi che vi risparmio per ragioni di tempo. Capite qual è oggi l idea dell Economia Civile? Dobbiamo portare le organizzazioni della società civile al di là della sfera sociale. C è anche il microcredito, si tratta di un attività economica e non assistenziale: io 5

6 ti faccio un prestito in denaro che poi mi restituisci secondo certe modalità. Adesso il microcredito è accet- tato, ma fino a non molti anni fa le difficoltà erano enormi perché le banche non erano favorevoli. Pensate a certe forme di cooperazione, soprattutto pensate alla necessità e all urgenza di dar vita ad una borsa so- ciale. Noi dobbiamo creare una borsa sociale, cioè dobbiamo creare un mercato dei capitali dedicato ai sog- getti del terzo settore che producono senza avere il fine del profitto. Quello che non riesco a capire è il per- ché si vuole impedire a della gente, che non chiede niente, di organizzare il bene che intende fare. Una bor- sa sociale è come quella che esiste a Milano, solo che a Milano si opera con una logica diversa e a beneficio di altri soggetti. Ma perché le cooperative non possono accede al mercato dei capitali mentre le imprese capitalistiche sì? La borsa sociale funziona come tutte le borse. Ci saranno dei soggetti che emettono dei ti- toli Un associazione, come ad esempio, la Don Gnocchi che gestisce in Italia trenta ospedali, ha bisogno di denaro per predisporre le attrezzature, ecc. La banca farebbe pagare degli enormi interessi, invece con la borsa sociale si avrebbero dei finanziamenti molto più favorevoli. Se cominciamo ad applicare un altra logica allora cambia la visuale: andremmo certo incontro a dei problemi ma per affrontarli e risolverli saremmo disposti a cambiare approccio. Se noi rimaniamo dentro l idea che per risolvere alcuni problemi dobbiamo dare più poteri allo Stato o più poteri al mercato capitali- stico, non risolviamo i problemi stessi che invece sono nati come conseguenza di essi. E il mercato capitali- stico che li ha generati. Se vogliamo davvero risolverli dobbiamo mettere in campo le nuove forze che chia- miamo appunto dell Economia Civile, che hanno come ispirazione iniziale una serie di motivazioni diverse. C è chi opera perché spinto da motivazioni religiose, c è chi è spinto da motivazioni laiche di tipo ideale ed umanitario (i vecchi socialisti). Noi non dobbiamo interferire, dobbiamo essere davvero laici: rispettare le motivazioni di ciascuno, però dobbiamo dare la possibilità concreta di realizzare nuove forme, perché altri- menti i problemi si aggraverebbero. Concludo dicendo che tutto questo è possibile perché si risparmierebbero soldi, ad esempio i costi di gestione di un asilo, di un ente, ecc. Ci sono i commons,, cioè beni e risorse di uso comune come l acqua, l e- nergia elettrica, il controllo del territorio. La gestione dei commons non può essere privatistica. Qualcuno intende privatizzare ad esempio l acqua. Ma l acqua di un fiume, ecc. è un bene comune e occorre perciò una gestione comune, cioè della comunità, perché il territorio è di tutti. Una soluzione privatistica non avrebbe senso. Allora se pensiamo al problema della gestione dell acqua, dell energia elettrica, dei parchi fluviali, del territorio, ci rendiamo conto perché la prospettiva dell Economia Civile nel prossimo futuro andrà ad aumentare. Io prevedo che, nonostante le resistenze e le diffidenze, nel prossimo futuro quello che ho cercato brevemente di dirvi potrà decollare. Ed è allora questo il motivo per cui è importante questa iniziativa organizzata dal terzo settore. Tale settore è nato storicamente per occuparsi del sociale, ma oggi deve attrezzarsi magari con la gradualità necessaria per fare un passo più avanti. Quindi io prevedo che il terzo settore potrà essere an- che un po più su di terzo, nella misura in cui andrà ad occupare spazi che gli altri due settori: lo Stato e il mercato capitalistico non sono in grado di soddisfare. E inutile fare battaglie ideologiche. Occorre solo dare possibilità ai soggetti del terzo settore di andare avanti. Chiudo dicendo che tutto questo ha un sapore anti- co. Le cose che ho detto qui sono state inventate e realizzate Settecento anni fa in questa terra d Italia cen- trale (Umbria, Toscana, Marche) quando appunto è nata l Economia di mercato civile. Voi sapete che gli ospedali, gli orfanotrofi, i monti di pietà (prima esperienza di microcredito) li abbiamo inventati noi tanti anni fa all epoca dei saggi Francescani. Essi avevano davvero a cuore il bene comune delle persone, della comunità. Poi siamo diventati tutti egoisti ed ora vediamo i risultati. Io sono moderatamente ottimista sul futuro, perché le cose che ho detto non le ho inventate io, semmai le ho riscoperte ma già erano nel nostro DNA culturale di noi italiani da secoli (non dimentichiamo che il 1400 è il secolo dell Umanesimo, il 1500 è il secolo del Rinascimento). Perciò dobbiamo coltivare questa nuova esperienza. 6

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