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1 A1 gli studi universitari Il livello di istruzione della popolazione adulta e' uno degli indicatori adottati per monitorare il raggiungimento degli obiettivi di Lisbona (si veda Lisbona 2008 ) sui livelli di conoscenza degli adulti e sulla formazione lungo l arco della vita. In Italia, nel 2006, quasi la metà della popolazione italiana è ferma alla licenzia media: infatti il 48,7% della popolazione in eta' anni ha conseguito, al piu', un livello di istruzione secondaria inferiore e questo dato posiziona il nostro Paese, come si vede in fig. 1, in fondo alla graduatoria dei paesi UE, insieme a Spagna, Portogallo e Malta. L'Unione Europea a 27 Stati membri presenta una media degli abitanti in possesso solo del titolo di scuola media inferiore pari al 30% fig. 1 Per il Mezzogiorno l'istat rileva inoltre un peggioramento: dal 2004 al 2007 le regioni del Sud hanno visto aumentare la popolazione in possesso della sola licenza media di 2,4 punti percentuali. Nell'analisi per regione emerge che Sardegna, Sicilia, Campania e Puglia presentano un maggior numero di abitanti fermi agli studi di scuola media inferiore, con quote intorno al 56-57%. Al Nord le situazioni in cui si rilevano le quote più elevate degli adulti che hanno conseguito solo la licenza media inferiore sono quella della provincia autonoma di Bolzano (52,6%) e della Valle d'aosta (52,3%). L'Italia del resto non appare all'altezza neppure negli investimenti nella conoscenza (con poco più del 2% del Pil) In particolare l'italia, secondo l'ocse, è seconda solo alla Turchia con il 10,9% dei ragazzi e l'11,4% delle ragazze tra i 15 e i 19 anni che non vanno nè a scuola, nè lavorano. E i coetanei che frequentano una scuola certo non brillano, se paragonati agli altri studenti dei maggiori Paesi, come annualmente confermano i test di Pisa che vedono i liceali italiani nelle ultime posizioni (24esimi su 30 paesi) per abilità e conoscenze. L'Italia del resto non appare all'altezza neppure negli investimenti nella conoscenza

2 ( con poco più del 2% del Pil), nè per numero di ricercatori (24esima su 30 paesi ). È quanto emerge dalle statistiche diffuse dall'ocse Factbook 2008, che rappresenta l'italia come un paese in piena decelazione. Riguardo all'istruzione universitaria gli ultimi dati OCSE riferiti al 2006 (2) mostrano un lieve miglioramento per la percentuale dei giovani laureati italiani rispetto al 2001 fig.2 L'ISTAT (1) sintetizza nel quadro seguente la situazione dell'italia riguardo all'istruzione : In Italia nel 2005 l incidenza della spesa in istruzione e formazione sul Pil e' pari al 4,4%, ampiamente al di sotto della media dell Ue27 (5,1% nel 2004). Nel 2007 il 48,2% della popolazione in eta' compresa tra i 25 e i 64 anni ha conseguito come titolo di studio piu' elevato la licenza della scuola media inferiore, valore distante dalla media Ue27 (30% nel 2006), che ci colloca nelle ultime posizioni insieme a Spagna, Portogallo e Malta. Nell anno scolastico 2005/06 la quota di giovani che abbandona al primo anno gli studi superiori, senza completare dunque l obbligo formativo, e' del 11,1%. Forti i differenziali territoriali: e' il FriuliVenezia Giulia la regione con quota di abbandoni piu' contenuta (6,2%) mentre i valori piu' elevati si rilevano in Sicilia e in Campania, dove rispettivamente 15 e 14 studenti su 100 non completano il percorso dell obbligo formativo. Nel 2007 poco piu' del 75% dei giovani italiani in eta' anni ha conseguito almeno il diploma di scuola secondaria superiore, valore che colloca l Italia al di sotto della media Ue. In ambito comunitario sono alcuni Paesi di recente ingresso quelli che presentano i piã¹ elevati tassi di scolarizzazione superiore (in Repubblica Ceca, Polonia e Slovacchia 9 studenti su 10 hanno conseguito almeno il diploma superiore). In Italia circa il 41% dei giovani in eta' anni risulta iscritto a un corso universitario nell anno accademico 2005/06. Ed ancora l'istat sintetizza cosi' la situazaione universitaria :

3 Peraltro risulta confermato, rispetto ai dati precedenti, che in Italia nel 2006 (4) la percentuale delle ragazze supera quella dei maschi riguardo al livello d'istruzione universitaria: fig. 3 Secondo i dati del rapporto 2008 (2) le donne rappresentano in media il 54% della popolazione dei nuovi iscritti alla formazioone universitaria nei paesi OECD; peraltro percentuali considerevolmente minori di donne sono presenti in diversi settori della formazione. Le ragazze predominano nei settori delle scienze umane e riguardanti la salute ed il welfare dove rappresentano il 75 e il 68%, rispettivamente dei nuovi iscritti. Le scienze della vita, le scienze fisiche, la matematica e l'ingegneria e l'agricoltura attraggono un minor numero di donne che va dal 25/% a circa il 35%.

4 fig. 4 fig. 5

5 Ma quella che si mantiene costantemente bassa è la spesa per l'istruzione: nel 2005, rileva l'istat, l'incidenza di questa voce sul Pil era pari al 4,4%, ampiamente al di sotto della media dell'ue27 che era del 5,1% nel Riguardo agli investimenti nell'istruzione in Italia, vista l'attualita' degli ulteriori tagli decretati dal governo per la l'istruzione pubblica, si riportano gli ultimi dati OCSE (2): fig. 6

6 fig. 7 Inoltre (da un articolo di Ettore Livini - 12 novembre La Repubblica ) Tra il 1990 e il 2005 gli investimenti complessivi pubblici-privati in ricerca e sviluppo (R&S) sono cresciuti da 8,8 a 15,6 miliardi ma il rialzo, depurato dell'inflazione, è stato un modesto 4%. Non solo. Mentre il nostro paese cammina, il resto del mondo corre. Fatti 100 gli stanziamenti del 1990, noi siamo arrivati con il fiatone 15 anni dopo a quota 104 mentre Francia (121), Germania (138) e soprattutto Spagna (217) hanno dimostrato di credere molto di più nel futuro. Lo Stato mette pochi soldi per la ricerca e molti di quei pochi li spende male. I privati, anche per le peculiarità del nostro sistema imprenditoriale fatto di imprese medio-piccole, investono molto meno dei loro concorrenti europei. Gli stanziamenti pubblici, secondo i dati della Fondazione Cotec, sono fermi al livello del '90 (lo 0,52% del Pil contro lo 0,77% della Francia e lo 0,76% della Germania) con un preoccupante decremento negli ultimi quattro anni. Il gap è ancora più evidente sul fronte degli investimenti privati. Le imprese del Belpaese garantiscono poco più della metà dei soldi a disposizione della ricerca in Italia, una montagnetta di denari che - ed è uno dei pochi segnali positivi del settore tende negli ultimi anni a crescere (+6% tra 2003 e 2005). In valore assoluto, però, rimaniamo la cenerentola d'europa: i fondi garantiti dalle imprese all'innovazione sono pari allo 0,55% del Pil, contro il 2,54% del Giappone, l'1,83% della Germania e persino lo 0,6% della Spagna. La morale è semplice:

7 ricerca e sviluppo - in teoria uno dei volani in grado di far ripartire il paese e aiutare a ricostruire la sua classe dirigente - non decollano. Si riporta infine un articolo, a nostro giudizio significativo sull'argomento, comparso di recente sul Il Sole 24 ore di Guido Barbujani: pane per la ricerca Da qui al 2012 il taglio delle risorse scoraggerà gli studiosi più meritevoli e accelererà il declino del nostro Paese Nel suo bel libro L'ombra della guerra (Donzelli, 2007), Guido Crainz racconta come nel grande rivolgimento postbellico i braccianti agricoli avessero strappato salari più dignitosi. Dall'organo dei possidenti terrieri bergamaschi, Terra Orobica, sale un grido di dolore: «Un tempo la mercede oraria dei contadini era pari al valore di un chilogrammo di pane. Non sarebbe opportuno ed equo che si ripristinasse questa unità di misura?». Al panificio Orsatti di Ferrara un chilo di pane costa 6,50 euro. Moltiplicato per 40 ore la settimana e per 4 settimane fa euro al mese. È quanto guadagnano oggi (1.047 euro al mese, per l'esattezza) i dottorandi, cioè i laureati che lavorano a tempo pieno su un progetto scientifico che li porterà al più alto titolo universitario, il dottorato di ricerca. Studia; se sarai bravo ti laureerai; e se sarai bravissimo potrai aspirare a uno stipendio pari a quello che, nel '46, i braccianti di Bergamo non erano più disposti ad accettare. Questo è il messaggio che mandiamo agli studenti che puntano a ottenere la massima qualificazione accademica, alla futura classe dirigente del Paese. Il È frustrante parlare dello stato di abbandono in cui versano Università e ricerca nel nostro Paese. Le cifre sono grottesche, nessuno ci fa più caso. Tanto per dirne una: per i diritti degli highlights della serie A, la Rai ha speso più di quanto nel 2008 l'italia ha investito nella ricerca di base, i cosiddetti progetti Prin. Lo conferma il rapporto 2008 dell'ocse, Education at a glance (1) (dal quale si riporta in fondo una tabellla riassuntiva ). In media, nei Paesi dell'ocse si spende per l'università l'1,5% del prodotto interno lordo; in Italia, lo 0,9 per cento. Dietro di noi c'è solo la Slovacchia, per un pelo. Gli Stati Uniti investono nelle istituzioni universitarie il 2,9% del loro prodotto lordo, il Canada il 2,6 per cento. Grecia, Messico, Polonia, Israele, Portogallo, Turchia, Estonia, Cile: sono tutti davanti a noi, alcuni di un bel po'. Va bene, dirà qualcuno, ma negli Usa i privati sono molto più generosi. Vero, i privati americani lo sono sei volte più dei nostri (l'1,9% contro lo 0,3%). Ma negli Stati Uniti di George W. Bush i finanziamenti pubblici dell'università sono il doppio che in Italia. Presto rimpiangeremo i tempi in cui potevamo giocarci con la Slovacchia il penultimo posto. A giugno, infatti, con il decreto legge 112/08, inserito nella manovra finanziaria per il 2009 («Disposizioni urgenti per lo sviluppo economico, la semplificazione, la competitività, la stabilizzazione della finanza pubblica e la perequazione tributaria») l'università italiana è stata rivoltata come un calzino. Per cominciare, dovrà dimagrire: sarà assunto un nuovo dipendente solo ogni cinque pensionamenti. Ne deriveranno crescenti economie per il bilancio dello Stato, da 456 milioni di euro nel 2009 fino a milioni nel Sembrerebbe insomma che per garantire lo sviluppo economico e la competitività il nostro Governo abbia scoperto l'uovo di Colombo. Niente nuove risorse, anzi, noi faremo il contrario di quello che fanno gli altri: disinvestire, disinvestire! Barack Obama promette un milione di nuovi insegnanti? Che fesseria: noi, invece, per essere più competitivi, ce ne sbarazzeremo: dalla scuola elementare in su. A colpi di un'assunzione ogni cinque pensionamenti, c'è poco da fare: presto i docenti non basteranno più. Chiuderanno i corsi di laurea, poi le facoltà, poi interi atenei. Il decreto legge 112/08 offre però una scappatoia. Le università non vogliono chiudere? Si trasformino in fondazioni di diritto

8 privato. Non è ancora ben chiaro cosa questo comporti, ma è chiaro come andrà a finire. Chi non ce la fa muore, chi ce la fa le università che troveranno uno sponsor si privatizza. Anche così, però, i fondi per sopravvivere (e non parliamo di crescere) saranno scarsissimi. Oggi le tasse nelle università private sono dieci volte più alte che in quelle pubbliche. Prima di mettersi a licenziare i dipendenti, le università superstiti si adegueranno. Quando nel nostro Paese l'università sarà solo privata ci si laureerà a prezzo di mercato. Potremmo non preoccuparcene. All'università, si sente dire, non si lavora; i professori non ci sono mai e quando ci sono battono la fiacca. Venite a controllare, non è così. Ma qualcosa di vero c'è: non tutte le sedi, non tutti i corsi, sono all'altezza del loro compito. Che fare, allora? Altrove si valuta la produzione scientifica; si premia chi lo merita, si penalizzano gli altri. Da noi, invece, si spara nel mucchio. I professori vogliono soldi? Che se li trovino. E la ricerca di base, l'alta formazione postlaurea? E chi se ne frega. La pensano così in molti: il decreto 112/08 ricalca una proposta di legge presentata nella scorsa legislatura da Nicola Rossi, allora deputato Ds, oggi senatore del Pd. «L'Italia ha bisogno di un soffio di libertà. Libertà di competere, libertà di rischiare, libertà di inventare, libertà di scommettere sul proprio talento» scrive Rossi al proprio sito web. «Non crediamo», continua, «che la giustizia sociale si misuri in quantità di spesa pubblica». Giusto. Resta da capire come potranno scommettere sul proprio talento i nostri migliori laureati, senza investimenti nella ricerca, senza borse di studio, senza futuro nel sistema accademico. E soprattutto come potrà il Paese, liquidate università e ricerca pubbliche, restare a galla in una competizione internazionale che si gioca sempre più sulle conoscenze e sull'innovazione. Perché di questo si tratta. Dei tagli forsennati alla spesa per l'università soffrirà inizialmente solo chi ci lavora. Sarà sempre più difficile fare ricerca, e senza ricerca si sforneranno laureati sempre più scadenti. Ma lì per lì se ne accorgeranno in pochi: ci sarà qualche disoccupato intellettuale in più, e sui giornali compariranno sempre meno titoli del tipo: "Scienziato italiano scopre questo o quello". Ma quando avremo definitivamente scassato il nostro sistema di istruzione superiore ci vorranno decenni per ricostruirlo. Per decenni saremo privi di personale qualificato, di ricerca di base, di progetti innovativi, di strutture per l'alta formazione: di tutta quella paccottiglia su cui, chissà perché, insistono a spendere denaro pubblico gli americani e i loro compari canadesi, tedeschi, inglesi. Vogliamo che vada a finire così? Sembra proprio di sentir echeggiare dal Parlamento un bel "Sì" bipartisan. Fra qualche anno magari gli storici distingueranno fra chi quel sì lo ha pronunciato implicitamente non mantenendo le promesse elettorali, e chi lo ha esplicitato con atti vandalici contro il sistema universitario. Ma oggi non importa. Importa che, in controtendenza con tutto il mondo civile, stiamo gettando nel cesso un patrimonio culturale accumulato attraverso secoli. Presto per le menti migliori delle nuove generazioni non ci sarà nemmeno quel chilo di pane all'ora che un'italia enormemente più povera della nostra destinava ai suoi contadini senza terra. (1) (2) (3) (4) ISTAT 100 statistiche per il Paese - Indicatori per conoscere e valutare 2008 OCSE (2008), Education at a Glance, OECD, Paris. CNEL - Rapporto sul mercato del lavoro ISTAT Univerista' e lavoro Orientarsi con la statistica 2008

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