Sguardi da lontano: da Torino a Durban

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1 Sguardi da lontano: da Torino a Durban Progetto promosso e finanziato dalla Regione Piemonte Gabinetto della Presidenza della Giunta Regionale e Assessorato al Welfare e Lavoro

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3 Questa pubblicazione rappresenta l ultima tappa di Laboratorio Sudafrica, progetto voluto e finanziato dalla Regione Piemonte, all interno di un quadro complesso e coerente di azioni di promozione dell integrazione e dell inclusione sociale e di valorizzazione delle risorse culturali e identitarie del nostro territorio. Il Sudafrica è davvero un laboratorio a cielo aperto: una terra straordinaria e ricca, violentata ma indomita, che sta vivendo gli anni del riscatto e dell emancipazione dall apartheid con fatica ed entusiasmo. La Regione attraverso questo progetto ha voluto offrire il proprio contributo alla conoscenza ed allo studio della nuova realtà sociale in continua evoluzione di questo paese, che è diventato il protagonista di una vera e propria sfida sociale. Il Sudafrica, uscito senza violenze e gravi disordini sociali dalle secche di un regime segregazionista che della disuguaglianza e dello sfruttamento sociale aveva fatto legge, ha imboccato con decisione la strada della democrazia, ponendosi come obiettivo il recupero ed il riscatto di grandi masse della popolazione che ancora vivono in situazioni di enorme precarietà, cercando al contempo di conservare e consolidare il sistema economico e produttivo di livello europeo che il paese possedeva. I temi della sfida sono numerosi ed insidiosi: l ancora forte squilibrio sociale ed economico tra minoranza bianca e maggioranza nera, alcune profonde differenze etniche regionali, una situazione abitativa e sanitaria difficile, un livello di disoccupazione ancora molto elevato e ancora l immigrazione massiccia da altri paesi africani in condizioni più precarie. Dalle analisi svolte dagli studenti emergono comunque segnali incoraggianti: la determinazione, la volontà ed anche i risultati raggiunti fino ad oggi dalla fine dell apartheid, sembrano indicare che la strada intrapresa è quella giusta e che il Paese potrebbe vincere la sua scommessa ed ergersi a modello per gran parte di questo splendido continente che lotta disperatamente per migliorare la propria condizione. Il nostro è stato un progetto ambizioso che ha mirato a tenere insieme la dimensione della cooperazione internazionale, dell educazione alla mondialità e alla cittadinanza, della formazione universitaria, ponendosi anche la finalità di tentare un paragone tra la dimensione dell integrazione sociale in quel paese e ciò che accade in Italia con la sempre più massiccia immigrazione. Si tratta di elaborati molto diversi, ognuno con una salda impostazione, anche scientifica, ma tutti di piacevole e avvincente lettura, capaci di restituire con freschezza, non soltanto pagine di approfondimento sociologico o antropologico, ma la portata di un esperienza di vita. Sarebbe nostro desiderio che dalla lettura di questa pagine scaturisse un forte sentimento di solidarietà, di vero e proprio tifo per il Sudafrica, che consideriamo un paese amico, sicuro protagonista del futuro. Teresa Angela Migliasso Mercedes Bresso

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5 Sguardi da lontano. Da Torino a Durban a cura di Adriana Luciano

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7 Indice Pag 9 Pag 17 Pag 37 Pag 51 Pag 67 Pag 89 Pag 105 Pag 127 Pag 145 Pag 159 Pag 161 Adriana Luciano, Introduzione Sara Medici, La tirannia dello spazio. Processi di esclusione e inclusione sociale nel tessuto urbano di Durban Alex Giuliano Vailati, L area rurale tra autorità tradizionali e istanze di mutamento sociale. Spunti per una riflessione sull integrazione delle diversità politico - culturali Elena Caramia, Adult basic education. Un passo verso lo sviluppo Sara Borgiattino, La promozione dell inclusione sociale, della tolleranza e della democrazia attraverso l educazione non istituzionale Sabina Tangerini, Il diritto alla salute in una società in transizione. Sistema sanitario e accesso alle cure in Sudafrica Chiara Frencia, Il microcredito in Sudafrica: Accessibilità finanziaria per i poveri e Strategia di riduzione della povertà Elisa Rapetti, Introduzione alla cooperazione allo sviluppo dell Unione Europea in Kwa Zulu-Natal Ilaria Buscaglia, Gli italiani a Durban: parlando di sé e raccontando il Sudafrica Ringraziamenti Abstract

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9 INTRODUZIONE di Adriana Luciano Otto studentesse e studenti dei due Atenei piemontesi, scelti tra 120 candidati, hanno trascorso il mese di settembre 2005 a Durban, ospiti dell Università Kwa Zulu-Natal, primi protagonisti di uno scambio culturale tra il Sudafrica e il Piemonte, voluto e finanziato dalla Regione Piemonte. Tra qualche mese arriveranno a Torino studenti di Johannesburg e di Durban per la seconda tappa di una staffetta che sembra destinata a durare nel tempo per volontà comune delle forze politiche di maggioranza e opposizione. Fatto raro in tempi di dure contrapposizioni politiche, la cooperazione con il Sudafrica non ha subito battute d arresto con l arrivo in Regione di una nuova maggioranza e si alimenta via via di nuove iniziative. Promozione di rapporti commerciali, aiuti a progetti di risanamento delle township, collaborazione con iniziative intraprese dalle comunità italiane e piemontesi in Sudafrica 1, realizzazione di spettacoli di artisti piemontesi, hanno permesso in questi anni di stringere rapporti con amministratori locali, funzionari di istituzioni italiane, cittadini Sudafricani, emigrati e figli di emigrati italiani, e di realizzare nuove iniziative nella convinzione comune che il difficile cammino che il Sudafrica ha intrapreso verso la democrazia rappresenti una speranza per l umanità intera e chieda di essere energicamente sostenuto. Le enormi disuguaglianze ereditate dal regime dell apartheid, le profonde cicatrici culturali, le sfide economiche della globalizzazione, la pressione delle popolazioni africane che cercano nel Sudafrica una speranza di salvezza, il genocidio provocato dalla diffusione dell HIV, rendono questo cammino quanto mai impervio. Straordinari successi sono stati conseguiti grazie alla Truth and Reconciliation Commission e al carisma personale di Nelson Mandela nel rendere possibile dialogo e convivenza pacifica tra oppressi e oppressori. Ma altrettanto straordinarie difficoltà si presentano nella costruzione di una nuova classe dirigente capace di sostituirsi con autorevolezza e competenza al vecchio regime, nelle azioni di contrasto delle nuove disuguaglianze che attraversano e lacerano la popolazione nera e di colore, nella realizzazione delle riforme sociali che stanno subendo significativi ritardi, nel fronteggiare le conseguenze della disaffezione che induce molti giovani provenienti dalla ex-classe dominante di origine europea a costruirsi un proprio futuro professionale in Europa e negli Stati Uniti. Parlare del Sudafrica, studiarne le vicende, scriverne, raccontarne senza ipocrisia le contraddizioni del presente, mantenere aperti tutti i canali della comunicazione e del dialogo, non basta per dare risposte adeguate all altissima sfida della transizione in corso ma serve a infittire quella trama di relazioni e di discorsi di cui i grandi cambiamenti sono intessuti. Le ragazze e i ragazzi cui la regione Piemonte ha permesso di fare l inconsueta esperienza di convivere per qualche settimana con ragazze e ragazzi Sudafricani in una delle più prestigiose università del paese, di confrontarsi con studiosi, funzionari pubblici, esponenti di ONG, cittadini 1 La cooperazione è cominciata nel 2002 per iniziativa di tre consiglieri regionali, Pino Chiezzi, Rosa Anna Costa e Enrico Moriconi, giunti a Johannesburg per partecipare al Summit dell ONU. 9

10 Sudafricani di diversa origine etnica, figli di emigrati italiani, hanno preso sul serio il loro compito. Il loro viaggio è cominciato parecchi mesi prima del loro arrivo a Durban. L hanno cominciato a Torino con l aiuto di Colin Marx, giovane ricercatore Sudafricano, di Mally Mokoena, attivista dell African National Congress e assessore ai Trasporti della città di Johannesburg, di Maria Teresa Rogers, figlia di immigrati italiani e sensibile interprete della delegazione piemontese a Johannesburg. Ascoltando i loro racconti e seguendo i loro consigli bibliografici hanno impostato i loro progetti di studio per il viaggio che si apprestavano a compiere. Le idee iniziali erano tutte molto ambiziose. Le domande difficili. Chi immaginava di poter svolgere una ricerca antropologica sul cambiamento delle relazioni sociali e dei rapporti di potere nel post-apartheid. Chi si proponeva di leggere successi e insuccessi delle politiche sociali alla luce dei significati attribuiti all idea di salute e di cura nei diversi gruppi sociali. Chi si chiedeva quale fosse il ruolo della cooperazione internazionale nella transizione democratica. Chi si interrogava sul ruolo dell educazione nella costruzione di una nuova identità nazionale. Eccetera. Nonostante i suggerimenti di restringere il campo e di formulare progetti di studio più circoscritti e più compatibili con la brevità del soggiorno, tutti giustamente - sono partiti con grandi aspettative. L occasione straordinaria di visitare un paese straordinario non poteva essere affrontata con un atteggiamento troppo parsimonioso. I progetti ambiziosi rischiano di produrre frustrazioni ma sono anche un modo per guardare lontano e per cercare in profondità. Servono grandi reti e non il retino per le farfalle per sperare di fare una buona pesca! È accaduto ciò che ci si poteva aspettare. Nonostante gli sforzi fatti per ridimensionare e articolare i progetti per renderli operativi, nonostante l aiuto competente dei professori e dei ricercatori dell Università di Kwa Zulu-Natal, nonostante la rete di relazioni tessuta attraverso il consolato italiano a Durban, tutti sono tornati con la sensazione di aver avuto troppo poco tempo, di non essere riusciti ad arrivare dove si erano ripromessi di arrivare, di essere tornati a casa con più domande che risposte. Il giudizio di chi li ha seguiti in questa avventura è meno severo. Sara Medici e Alex Vailati hanno affrontato due questioni di spiccato interesse antropologico: il sedimentarsi nello spazio del mercato urbano delle relazioni di potere, di conflitto, di cooperazione che hanno segnato la storia sociale e politica di Durban e il ruolo delle autorità tradizionali nelle zone rurali della regione del Kwa Zulu-Natal nel rapporto con il regime dell apartheid, prima, e con le nuove forme di governo democratico, poi. La scelta di lavorare su temi frequentati dalla letteratura storico-antropologica ha consentito loro di ripercorrere un lungo tratto di storia del Sudafrica alla luce di vicende locali che ben si prestano a mettere in primo piano la soggettività di individui e gruppi che, pur in epoche di dura repressione e di assoggettamento a un regime autoritario, hanno saputo mantenere una loro autonomia, hanno esercitato forme di resistenza, hanno eretto barriere allo strapotere dei dominatori, e qualche volta li hanno anche costretti a venire a patti con gruppi di potere locali decisi a difendere i propri interessi e la loro dignità individuale e collettiva. Dunque, la fine dell apartheid ha significato anche ridare dignità a ciò che segregazione, repressione e dominio economico non erano riusciti a distruggere: la fitta rete di relazioni sedimentata intorno all economia informale, la capacità di rappresentanza e di mediazione politica esercitata dai leader tradizionali. Nei progetti di recupero urbano, venditori ambulanti, negozianti, popolazione povera che occupa i quartieri degradati dei centri urbani, diventano interlocutori di un processo di democratizzazione che ancora deve trovare i modi per favorire l integrazione tra 10

11 gruppi storicamente in conflitto e che si deve confrontare con nuove forme di disuguaglianza. Nelle campagne la presenza di leader tradizionali è contemporaneamente risorsa e ostacolo per il processo di modernizzazione. Consigli di villaggio e autorità governative si contendono il potere di regolare gli affari della comunità e l autonomia riconquistata nella gestione della terra dalle autorità tradizionali si manifesta in forme di governo locale in cui la democrazia diretta si mescola con pratiche particolaristiche. Il modello di democrazia inscritto nella costituzione Sudafricana, largamente mutuato dalla tradizione occidentale, deve così quotidianamente fare i conti con il riaffiorare di forme tradizionali di esercizio del potere e con il riemergere di conflitti tra individui e gruppi in contesti ancora profondamente segnati da povertà, malattie, disoccupazione, analfabetismo, mancanza di servizi essenziali. Così la scommessa di vincere la sfida della globalizzazione dopo decenni di isolamento commerciale attraverso l aumento della competitività, deve fare i conti con un economia informale tanto estesa quanto indispensabile alla sopravvivenza di segmenti importanti di popolazione. E l anelito verso una piena democratizzazione delle istituzioni e verso l uguaglianza di opportunità deve misurarsi con un retaggio culturale, religioso e politico che, sopravvissuto ai tentativi violenti di strappare la popolazione locale alle proprie tradizioni, rivendica ora di essere riconosciuto con pari dignità dalle istituzioni della moderna democrazia. A Sara e Alex, a cui le buone letture e la consulenza dei ricercatori dell Università di Kwa Zulu-Natal hanno consentito di ricostruire una sintesi convincente di queste vicende, è mancata la possibilità di fare ciò che ogni antropologo ritiene parte essenziale del proprio lavoro: mettere alla prova le proprie ipotesi attraverso una lunga esposizione al confronto con persone, gruppi, situazioni di vita. Un mese è davvero troppo poco per pensare di diventare osservatori partecipanti di dinamiche sociali tanto complesse ma la loro curiosità insoddisfatta e il rammarico di essere rimasti ai preliminari di una ricerca sul campo li guiderà nel cercare altre occasioni di studio e di lavoro. Elena Caramia e Sara Borgiattino hanno scelto temi solo apparentemente più facili. L educazione degli adulti e l educazione informale, da tutti considerati strumenti fondamentali di emancipazione in un paese in cui la metà della popolazione nera è ancora analfabeta, da molto tempo sono oggetto di studio da parte di tutti gli organismi internazionali che si occupano di problemi di sottosviluppo. Studentessa di scienze dell educazione la prima e di relazioni internazionali la seconda, tutte e due pensavano di avere le idee chiare su che cosa cercare: dati, programmi, metodi usati, istituzioni di riferimento, studi di valutazione. Hanno rapidamente scoperto che parlare di alfalbetizzazione in un paese in cui 11 sono le lingue ufficiali e interrogarsi sul ruolo dell educazione nella costruzione di un identità nazionale, in un contesto in cui l esperienza della segregazione ha prodotto identità frammentate e appartenenze costruite sulla contrapposizione, richiede di fare qualche passo indietro e di prendere atto della difficoltà di mettere in pratica ciò che sta scritto nel secondo capitolo della Costituzione Sudafricana (Everyone has the right to a basic education, including adult basic education and to further education). In realtà, il sistema Sudafricano di educazione degli adulti è formalmente meglio strutturato di quello italiano. L Adult Basic Education Act del 2000 ha consolidato un sistema di istruzione che prevede centri pubblici e privati abilitati a organizzare corsi che potrebbero consentire agli adulti di raggiungere i livelli più alti di istruzione e di averne il pieno riconoscimento attraverso un meccanismo mutuato dal sistema inglese delle NVQ. Il National Qualification Framework Sudafricano è articolato in otto livelli. Gli adulti che frequentano corsi di istruzione possono ottenerne il riconoscimento attraverso un organizzazione non profit 11

12 riconosciuta dal governo, l Indipendent Examination Board. Ma per ridurre del 50% l analfabetismo nei prossimi 30 anni sarebbe necessario far entrare in formazione 7,5 milioni di adulti e destinare al settore una quantità di risorse molto lontane da quelle attualmente impiegate. Inoltre, l attuale organizzazione dei corsi, il livello di preparazione degli insegnanti, la durata degli studi, sono ben lontani dal venire incontro alle esigenze di una popolazione che lotta per la sopravvivenza. Esiste a Durban un Centro Universitario per l Educazione degli adulti che lavora da anni per predisporre testi e metodologie didattiche adatte agli adulti. Sono attive organizzazioni non profit e istituzioni cittadine. Ma i risultati raggiunti finora sono di molto inferiori alle necessità. Così come non sembrano particolarmente incoraggianti i progressi compiuti dall intero sistema di istruzione che, anch esso segnato dal retaggio dell apartheid, offre buone scuole private a chi è in grado di pagare e non riesce ad offrire scuole decenti alle popolazioni più povere: un milione di studenti non ha né una sedia né un banco e l attività scolastica è spesso turbata da scioperi e da violenze. L educazione informale potrebbe rappresentare una parziale risposta al problema perché in grado di raggiungere le persone nel loro ambiente di vita e di rispondere più direttamente ai loro bisogni. Un esperienza descritta da Sara Borgiattino, quella della Street Law, che fin dai tempi dell apartheid coinvolge gli studenti di 21 facoltà di legge nella diffusione di una coscienza civile fondata sulla tolleranza e sulla democrazia partecipativa, rappresenta un esempio di educazione informale da cui trarre insegnamenti anche per la realtà italiana. Gli studenti si recano presso scuole, comunità locali, carceri, luoghi di incontro per insegnare i fondamenti del sistema giuridico e per diffondere metodi non violenti per la risoluzione dei conflitti e sono poi chiamati a riflettere sulle esperienze fatte e a dimostrare ai propri professori di essere in grado di insegnare il diritto alla gente comune. Questo dell educazione degli adulti e dell educazione informale è uno dei tanti casi in cui un osservatore italiano prova un senso di straniamento. Il Sudafrica ha ottime scuole, ottime università, una significativa tradizione di studi in molti campi, istituzioni che si ispirano ai modelli più avanzati della tradizione occidentale. Noi ci rendiamo conto di avere molto da imparare da loro. Ma queste istituzioni sono state create per una minoranza della popolazione e per molti anni non si sono misurate con i problemi dei più poveri e indifesi che, per legge, erano esclusi dalla loro fruizione. Ora i problemi che governo e amministrazioni locali devono affrontare sono enormi. Molti temono (e taluni ritengono che ciò sia già avvenuto) che dare a tutti ciò che era per pochi significa farne scadere la qualità, perdere il know how acquisito, tornare indietro. Non ci sono esperienze al mondo in cui una nuova classe dirigente debba affrontare la sfida di contrastare disuguaglianze enormi attraverso un apparato istituzionale di eccellenza ma che ha nel proprio DNA il principio della segregazione. Per questo il Sudafrica è un laboratorio unico al mondo e i suoi successi come le sue sconfitte riguardano l umanità intera. Se avremo la possibilità di approfondire gli scambi culturali con l Università di Kwa Zulu-Natal, il confronto non potrà che essere fonte di grande apprendimento reciproco. Analoghe riflessioni si possono fare leggendo il saggio di Sabina Tangerini che si occupa del sistema sanitario. In partenza per il Sudafrica il problema di Sabina era quello di studiare come i significati che le persone e i gruppi attribuiscono ai concetti di salute, malattia, cura, influenzino l uso stesso dei servizi sanitari a prescindere dal loro grado effettivo di accessibilità. Tema difficile, che avrebbe richiesto di essere affrontato con i tempi lunghi della ricerca etnografica e che non poteva trovare risposte soddisfacenti nel breve spazio di 12

13 una ricerca bibliografica e di alcune interviste a operatori del settore. Ma porre le domande giuste è sempre un buon inizio e aiuta a impostare correttamente i problemi. Il caso della sanità è un altro di quei casi in cui il Sudafrica mostra impietosamente i suoi profondi contrasti. Nelle sue cliniche è state fatto il primo trapianto di cuore e ancora ora gli occidentali ricchi vi cercano risposte ai loro problemi di salute. Il Sudafrica ha raggiunto livelli di eccellenza nella chirurgia estetica. Ma il Sudafrica è anche il paese in cui milioni di persone muoiono per l AIDS. Meno del 20% della popolazione ha accesso ai servizi sanitari. La quasi totalità dei bianchi, ma meno del 10% dei neri si rivolgono alla sanità privata, che ancora oggi drena la maggior parte delle risorse economiche destinate alla salute. Governi e amministrazioni locali stanno cercando la strada per rendere accessibile la sanità di base, per costruire un sistema di prevenzione, ma medici e infermieri preferiscono lavorare nel settore privato e molta parte della popolazione preferisce affidarsi alla medicina tradizionale. Durban ha il più grande muthi trade del Sudafrica, un mercato delle medicine tradizionali e delle erbe curative che conta 500 venditori. Dunque, Sabina Tangerini ha ben colto il punto: di fronte a un problema sanitario di enormi dimensioni che costituisce il problema del Sudafrica di oggi c è, certo, un problema di risorse ma c è soprattutto un problema di organizzazione dei servizi per renderli davvero fruibili da parte della popolazione più indigente. Se la maggior parte della popolazione non si fida dei medici e degli infermieri; se questi ultimi non sono preparati e adeguatamente incentivati ad occuparsi della popolazione che affolla le township, che vive nelle aree rurali, che ha una speranza di vita di 47 anni (contro i 70 della popolazione bianca), se il modello di servizio adottato non trova riscontro nel modo in cui la popolazione percepisce i problemi della salute e della cura, sarà difficile fare passi avanti. Chiara Frencia ed Elisa Rapetti si sono mosse su un terreno meno impervio. Cooperazione internazionale e microcredito sono temi su cui esiste molto materiale bibliografico e su cui ci sono conoscenze consolidate. Quanto al microcredito, che gode ormai di un consenso generalizzato, il Sudafrica rappresenta un laboratorio di particolare interesse perché le nuove forme di sostegno finanziario rivolte alle popolazioni meno abbienti si sono innestate su una tradizione locale: quella delle stokvel, nate all inizio del XIX secolo nelle comunità nere dell Eastern Cape per far fronte a necessità impreviste attraverso accordi di solidarietà gestiti prevalentemente da donne. Il modello di raccolta di denaro e di prestito inventato dalle donne nere ha retto nel tempo e risponde ancora oggi efficacemente alle logiche di funzionamento del mercato. Un esperienza più recente è quella delle SACCO (Saving And Credits Cooperative) organizzazioni a base comunitaria o lavorativa, riconosciute dalla Reserve Bank of South Africa e dunque caratterizzate, a differenza delle stokvel, da un elevato grado di formalizzazione. I partecipanti si impegnano a versare periodicamente una quota che viene remunerata con tassi di interesse mensili e possono accedere a prestiti. La transizione dall economia informale a forme più evolute di economia passa probabilmente da queste forme di cooperazione nella gestione delle risorse finanziarie che, più di altri interventi dall alto, possono far crescere competenze imprenditoriali e finanziare posti di lavoro. Su un terreno decisamente diverso opera la cooperazione internazionale. Anche se i programmi che interessano la provincia del Kwa Zulu-Natal (Local Economic Development e Area based Management and Development Programme) hanno tra i loro obiettivi di coinvolgere la popolazione in azioni di sviluppo economico e di rigenerazione urbana, la struttura organizzativa dei progetti prevede un complesso sistema a scatole cinesi che va dall amministrazione locale fino al governo nazionale su su fino alla burocrazia di 13

14 Bruxelles e che coinvolge soprattutto funzionari. Intervistando un Project Manager Elisa Rapetti ha avuto l impressione che espressioni come quella di stakholder forum, che designa lo strumento organizzativo da utilizzare per coinvolgere la popolazione nella realizzazione dei progetti, facciano riferimento più alla logica della comunicazione (organismi da utilizzarsi per spiegare e far comprendere alla popolazione ciò che si sta realizzando) che non a quella della partecipazione dal basso. Dunque, sembrerebbe che anche nell estremo sud del continente africano la dialettica tra partecipazione dal basso e governo dall alto dei processi di modernizzazione sia lontana dall aver raggiunto un equilibrio soddisfacente e che si riproponga anche lì il problema di come evitare che i programmi di cooperazione finiscano con il destinare una parte troppo rilevante delle risorse disponibili alla macchina organizzativa, riservando una parte troppo piccola a quelli che, almeno sulla carta, dovrebbero essere i veri destinatari degli aiuti. Da ultimo, la parola agli italiani e ai piemontesi che vivono in Sudafrica. Ci ha provato Ilaria Buscaglia, che dopo aver sommariamente ricostruito, sulla base della letteratura esistente, la lunga storia dell immigrazione degli italiani in Sudafrica cominciata tra il XVI e il XVII secolo, è riuscita ad intervistare 11 persone (tra giovani, adulti e anziani, nati in Italia e in Sudafrica) e a raccogliere da loro qualche impressione. È piccola la comunità italiana di Durban, meno di 4000 persone, ed è fatta di famiglie che sono arrivate in tempi diversi quasi sempre per realizzare progetti di mobilità sociale più che per sfuggire a una difficile situazione economica, come è invece accaduto per la maggior parte degli emigrati italiani in Europa e in America. Dirigenti mandati a organizzare filiali di aziende italiane, aspiranti imprenditori, donne e uomini in cerca di una nuova frontiera. Il Comites (comitato degli italiani all estero), il club italo-sudafricano, l associazione Dante Alighieri, il Consolato Italiano, sono i luoghi in cui gli italiani potrebbero incontrarsi e insieme rinnovare il loro senso di appartenenza alla madre patria. Ma gli intervistati, che pure sono stati raggiunti proprio attraverso questi canali, non sembrano riconoscersi nelle istituzioni italiane, né mostrano di avere l abitudine di incontrare lì i propri connazionali. Gli amici italiani li frequentano abitualmente in casa dove i più anziani continuano a parlare italiano mentre i più giovani comunicano ormai abitualmente in inglese. Nonostante il disinteresse per l associazionismo italiano e la progressiva perdita della lingua presso le giovani generazioni, resta un legame forte con l Italia in cui molti ritornano ogni anno per le vacanze e che si esprime nelle abitudini culinarie, nell interesse al diritto di voto, nella frequentazione di amici italiani. Ma non c è grande nostalgia o desiderio di tornare stabilmente in patria. Il tenore di vita di una comunità che appartiene in maggioranza al ceto medio è decisamente più alto di quello dei connazionali rimasti in patria: le residenze sono lussuose, il personale di servizio è abbondante e a basso costo, i ritmi di lavoro sono più rilassati. I tempi dell apartheid sono stati vissuti con distacco: senza aderire del tutto all ideologia dominante ma anche senza combatterla. E ora si colgono soprattutto le conseguenze negative della fine del regime e i rischi di declassamento: i privilegi accordati ai neri nell attribuzione degli incarichi pubblici, lo scadimento della qualità dei servizi, i rischi di crisi quando uscirà definitivamente dalla scena Mandela. Anche i figli degli italiani, così come quelli degli inglesi e degli olandesi, stanno pensando di stabilirsi all estero perché non vedono più un futuro per loro in Sudafrica. Indizi preoccupanti di una società che è riuscita a fare una rivoluzione senza spargimento di sangue ma che ora fatica a metabolizzarne le conseguenze. La vecchia classe dirigente mantiene alcune posizioni ma sa di non avere più in mano il potere e osserva con distacco e rassegnazione quello 14

15 che percepisce come declino. Nuove classi dirigenti si affacciano non sempre munite delle competenze necessarie per governare. La povertà arretra lentamente mentre nuove disuguaglianze attraversano la popolazione nera. Il laboratorio Sudafrica ha bisogno che i riflettori del mondo continuino ad illuminarne il cammino e che non si affievoliscano le spinte innovatrici liberate con la fine dell apartheid. Gli sguardi da lontano che in poche settimane otto giovani hanno potuto gettare su quel laboratorio non sono stati certo sufficienti per capirne la complessità e per trovare soluzioni. Ma hanno fatto sorgere nuove domande e hanno spianato la via per altri incontri e per altri sguardi. Gli studenti vincitori delle borse di studio 15

16 Casa dove visse Nelson Mandela ad Alexandra Bambini nella township di Alexandra 16

17 LA TIRANNIA DELLO SPAZIO Processi di esclusione e inclusione sociale nel tessuto urbano di Durban di Sara Medici Social relations exist in space; even as society shapes space, space shapes society B. Maharaj (1994:1) Introduzione L appartenenza individuale ad un gruppo sociale si basa generalmente su un identità condivisa, stabilita attraverso e all interno di uno spazio sociogeografico, che viene occupato, controllato ed organizzato dall insieme degli individui. L interazione fra la struttura della società e le sue forme spaziali è un tema ricorrente negli studi socio-geografici contemporanei; un determinato tipo di organizzazione spaziale può contribuire alla coesione sociale fra diversi gruppi oppure aggravarne le divisioni e, quindi, incidere sul processo di sviluppo di una determinata società. Lo spazio e il territorio rappresentano da sempre fattori cruciali per l evoluzione culturale e sociale dell uomo, una sorta di scenario d azione in cui si determinano i significati, le rappresentazioni sociali, i simboli e le scelte di individui e gruppi. L essere umano elabora una determinata identità a contatto con un certo tipo di spazio geografico, una consapevolezza di sé e degli altri per riflesso allo spazio in cui vive ed interagisce. L uso e il controllo dello spazio rivestono un ruolo importante all interno delle interazioni, cooperative e conflittuali, fra diversi attori sociali: i concetti di inclusione e esclusione sociale sono fortemente connessi con lo spazio geografico e la maggiore o minore vicinanza fisica. Poiché il criterio razziale è il mezzo più comune di esclusione sociale e segregazione spaziale, è possibile conferire a concetti come razza, razzismo e discriminazione razziale una forza incisiva e determinante nella configurazione di città e società. La distanza sociale e la differenza razziale non solo orientano ed indirizzano i comportamenti degli individui, ma tendono soprattutto a trascriversi nello stesso tessuto urbanistico di una città. La segregazione razziale all interno degli spazi urbani è una caratteristica peculiare delle città contemporanee, che è stata amplificata e rafforzata nel contesto urbano Sudafricano. La rigida separazione razziale imposta durante il periodo dell apartheid in Sudafrica ha rappresentato uno strumento concreto per mantenere ed accentuare le divisioni fra diversi gruppi etnici. Sebbene la segregazione razziale fosse una pratica comune già nel periodo coloniale e post-coloniale, il sistema dell apartheid la rafforzò attraverso un severo sistema legislativo con il quale venne pianificata ed implementata una città spazialmente divisa su base razziale. Con la fine dell apartheid, si sono sviluppati numerosi processi di desegregazione urbana con l obiettivo di interrompere la separazione razziale della popolazione. Ma la de-segregazione razziale non significa necessariamente la fine della frammentazione urbana che, sotto altre forme, continua a caratterizzare la società Sudafricana. Infatti, i cambiamenti avvenuti dalla fine dell apartheid hanno prodotto una nuova segregazione a livello economico, polarizzando e 17

18 concentrando le residenze ricche nelle aree precedentemente riservate ai bianchi. Le città Sudafricane presentano, nel loro panorama urbano, la combinazione di due elementi antitetici fra loro: servizi e infrastrutture tipicamente occidentali contrapposti a povertà e degrado di numerose aree urbane. Questa complessità del milieu urbano ha portato all attuazione di numerosi piani di rinnovamento urbano e strategie per lo sviluppo sostenibile, nel tentativo di incorporare i gruppi marginali all interno della città e di raggiungere un livello soddisfacente di giustizia sociale/spaziale. La città, quindi, è luogo privilegiato per cercare nuove forme di inclusione sociale e integrazione razziale. Infatti, all interno del tessuto urbano esistono numerosi spazi collettivi di incontro e scontro, dove convergono diverse forme culturali e identitarie. Spesso l aggregazione spontanea, fondata su una rilevante intensità relazionale e comunicativa, è più facilmente rintracciabile all interno di dimensioni informali non fittamente strutturate ed organizzate, dove è ancora possibile l incontro fra modernità occidentale e forme culturali tradizionali. Il mercato Sudafricano è uno di questi luoghi in cui si possono osservare processi informali di inclusione/ esclusione caratteristici dell incontro tra modernità occidentale e forme culturali tradizionali. Il Warwick Avenue Triangle, la zona di Durban che ospita il complesso di mercati più grande della città, è il luogo che ho scelto per leggere la grande trasformazione che il Sudafrica sta vivendo 1. Segregazione e de-segregazione dello spazio urbano L apartheid fu attuata su tre livelli spaziali diversi: individuale, urbano e nazionale. Inizialmente, l obiettivo principale del governo del National Party dopo il 1948 fu la realizzazione di una segregazione personale e residenziale piuttosto che l affermazione di una filosofia della divisione nazionale. La segregazione urbana ed i tentativi di limitare l accesso nelle aree urbane alla popolazione nera costituirono le questioni politiche dominanti dei decenni successivi. Il piano per la segregazione razziale e spaziale aveva come cardine teorico l idea che il contatto fra le razze nelle aree residenziali aumentasse i conflitti etnici e producesse, attraverso un rigoroso apparato amministrativo, città spazialmente divise in aree diverse per ogni gruppo razziale. Nel 1950 furono promulgate le due principali leggi ideate per realizzare la nuova città dell apartheid: il Population Registration Act e il Group Areas Act. La prima legge costituì la base per la classificazione della popolazione in gruppi razziali discretamente definiti. Furono identificati tre principali gruppi: Bianchi, Neri e Colorati, di cui l ultimo successivamente suddiviso in Cape Malay, Griqua, 1 Il mio lavoro si è avvalso della consultazione di articoli sulla struttura distributiva dei mercati, di rapporti di ricerca sullo sviluppo e rinnovamento urbano dell area, di mappe e cartografie descrittive della zona mercatale, di studi architettonici sulle strutture dei mercati e sul rinnovamento dello spazio urbano, di saggi sul tema dell integrazione razziale e cittadinanza attiva, di indagini statistiche sulla popolazione di Durban, e di testi teorici inerenti alla geografia ed antropologia urbana. Una breve osservazione sul campo e alcune interviste informali con venditori ambulanti mi hanno permesso di entrare a contatto con la realtà Sudafricana dei mercati e le dinamiche presenti al suo interno. La collaborazione di docenti dei dipartimenti di Storia Economica, Geografia Urbana e Sviluppo Economico dell Università di Kwa Zulu-Natal mi ha consentito di approfondire numerosi aspetti e di orientare in modo più proficuo il mio studio. 18

19 Indiani, Cinesi e Colorati del Cape. Il criterio adottato per la classificazione si basava principalmente sull apparenza fisica e l accettabilità sociale; questo provocò una suddivisione generalizzata e grossolana della popolazione che spesso si trovò divisa in gruppi diversi all interno della stessa famiglia. L obiettivo principale era quello di impedire che qualsiasi persona, non riconosciuta ed accettata socialmente come bianca, potesse essere dichiarata tale. Numerose furono le richieste di ri-classificazione che si susseguirono in quegli anni, soprattutto per venire classificati come Colorati al posto di Neri, e Bianchi al posto di Colorati. Successivamente alla suddivisione degli abitanti in diversi gruppi razziali, il Group Areas Act insieme al Natives Resettlement Act del 1954, che prevedeva la rimozione della popolazione nera dal centro città, realizzarono la completa segregazione spaziale a livello urbano della popolazione. Le città furono divise in group areas designate per la sola occupazione del gruppo razziale stabilito; gli appartenenti a un gruppo diverso da quello deciso dalla nuova pianificazione urbana furono obbligati a lasciare le loro residenze e trasferirsi nell area scelta per loro. Nel tentativo di creare uno spazio razziale omogeneo, riducendo al minimo i contatti sociali fra le comunità, la separazione razziale a livello urbano provocò enormi movimenti forzati di popolazione dalle aree dichiarate bianche. Migliaia di famiglie indiane, africane e colorate furono stanziate in township costruite nelle periferie delle città durante gli anni 60. Si stima che nel periodo fra il 1950 ed il 1966 la nuova pianificazione spaziale provocò il trasferimento di famiglie dalle zone centrali della città 2. Le linee guida per delineare i confini delle diverse aree residenziali furono stabilite dalla Durban Corporation, in base all esperienza di segregazione della popolazione indiana realizzata in questa città prima del Le diverse group areas furono separate da zone cuscinetto che potevano essere il letto di un fiume, una linea ferroviaria, una zona industriale o dei terreni agricoli e che fungevano da barriere allo spostamento fisico e ai contatti sociali. Qualsiasi collegamento stradale fra le diverse aree residenziali fu ridotto, garantendo un accesso diretto alle sole zone comuni della città, come la parte industriale ed il centro economico cittadino. Mentre tutte le zone centrali delle città furono riservate alla comunità bianca, le nuove periferie vennero assegnate agli altri gruppi razziali. In molti centri urbani la pianificazione delle aree residenziali fu tracciata nuovamente per poter escludere gli indiani dal CBD 3 e dalle attività commerciali ed economiche in genere. Infatti, le politiche di segregazione relative al GAA (Group Areas Act) non operarono solo a livello residenziale, ma anche sul piano delle attività economiche. Uno dei primi obiettivi della legge riguardava proprio la rimozione del commercio indiano dalle zone centrali bianche, limitando le attività commerciali all interno della propria area di residenza. Di conseguenza, nelle zone centrali e nei diversi CBD cittadini il commercio fu ristretto alla sola popolazione bianca. Mentre nella maggioranza delle città Sudafricane gli indiani non occupavano zone del central business district, nella regione del Natal la doppia struttura del CBD, costituita in larga misura da un business indiano, fu direttamente colpita da questo provvedimento. Nella città di Durban, sopravvisse solo una piccola sezione del CBD indiano; fu proibito ai residenti indiani di vivere nel centro città, ma fu consentito loro di continuare a commerciare. L ideale 2 A. Lemon, Imposed Separation: the case of South Africa in M.Chisholm, D.M.Smith, Shared Space:Divided Space Essays on conflicts and territorial organisation, London 1990, p Central Business District centro commerciale ed economico della città. 19

20 promosso dall apartheid di restringere il commercio alle rispettive aree residenziali, si rivelò ben presto impossibile per comunità come quella indiana, la cui sopravvivenza dipendeva interamente dal commercio. I commercianti indiani, infatti, normalmente vivevano all interno dei locali che adibivano a negozi e, poiché approvvigionavano la maggioranza della popolazione urbana, era essenziale garantire loro un adeguata sistemazione. Questa venne riconosciuta nel 1957 attraverso il principio delle Free Trade Areas, zone in cui bianchi, colorati ed asiatici potevano vivere e condurre un attività commerciale. Nelle altre zone residenziali a indiani, cinesi e colorati era permesso di continuare a commerciare liberamente. Nelle aree nere, invece, il solo commercio consentito era quello dei residenti africani, anche se con numerose restrizioni che andavano dalle dimensioni dei negozi alle tipologie di prodotti che potevano essere venduti. Verso la fine degli anni 70 le politiche di segregazione e la rigida implementazione del Group Areas Act iniziarono ad indebolirsi a causa dell arrivo di residenti non-bianchi nelle zone centrali della città soprattutto per ricercare lavoro nelle zone bianche. Gli anni 80 videro un afflusso sempre maggiore di africani nei centri urbani causato anche dalla mancanza di abitazioni e da schemi immobiliari inappropriati nelle township periferiche, contro un aumento di edifici abitabili nelle zone centrali. La massiccia urbanizzazione africana iniziava a minacciare l esclusività residenziale bianca tipica degli spazi urbani centrali e l assetto spaziale delle città basato sulle divisioni razziali. La classe media africana, indiana e colorata prese il posto dei bianchi che si spostarono nelle zone suburbane delle città. Nelle zone centrali tutti i gruppi razziali crebbero di numero, ad eccezione dei bianchi, provocando così uno dei primi fenomeni di derazializzazione spaziale: la creazione delle grey areas. Si trattava di spazi grigi caratterizzati dalla co-presenza di diversi gruppi etnici e razziali, la prima forma di zona residenziale mista. La risposta statale, nel tentativo di controllare questo fenomeno impossibile da arginare, fu l introduzione del Free Settlement Areas Act nel 1989 che prevedeva l apertura di alcune zone a tutte le razze e l adozione di misure più rigide nel resto della città. A partire dalla metà degli anni 80, la geografia residenziale della città si è quindi trasformata verso un modello razziale misto. Poiché il concetto di razza ebbe un ruolo strutturale nell organizzazione socio-spaziale della società Sudafricana, l analisi della segregazione e desegregazione razziale si rivela cruciale nell analisi dello sviluppo urbano. Infatti, sebbene il GAA sia stato abolito nel 1991, le cicatrici e le impronte della legge saranno visibili nel paesaggio urbano del Sudafrica per molto tempo (Maharaj, 1993). La fine dell apartheid ha accelerato i processi di de-segregazione razziale all interno del territorio urbano, ma i cambiamenti che hanno interessato le città non hanno determinato meccanicamente la caduta delle barriere razziali. Il modello della città basato sulla segregazione razziale non esiste più, ma la moderna geografia residenziale dipende dal costo degli alloggi, dal mercato immobiliare e dalla percezione di sicurezza nelle aree residenziali. Nelle periferie urbane le nuove dinamiche nate dall incrocio fra pianificazione pubblica e interessi immobiliari del settore privato hanno aumentato le divisioni fra classi economiche; questi quartieri, da sempre residenza della classe medio-alta bianca, rappresentano l obiettivo della maggior parte degli investimenti commerciali. La forte concentrazione di centri commerciali in queste zone suburbane sposta gli investimenti dai luoghi dove vive la popolazione più povera e rafforza la persistente frammentazione sociale dello spazio urbano. Nel contempo, i centri urbani sono stati oggetto di una massiccia urbanizzazione, in prevalenza africana, che ne ha modificato l assetto socio-spaziale. L alto livello di densità, l aumento di criminalità e violenza, il visibile degrado di numerose zone, 20

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