n.209 mensile di interviste gennaio euro 7 una città

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1 n.209 mensile di interviste gennaio euro 7 una città

2 gennaio 2014 sommario IN COPERTINA, Istanbul. LA PAURA DEL MASCHIO. Il movimento delle donne ha costretto anche gli uomini a ripensarsi in chiave di genere e quindi come maschi; un lutto quello per il potere perduto, mai del tutto elaborato e un virilismo che, seppur scomparso come discorso egemonico, continua a sopravvivere; la funzione reintegrativa della violenza, messa in atto anche per esorcizzare un contatto con la donna che, nell immaginario maschile, indebolisce e depriva l uomo; un tentativo, quello di ridefinire ruoli e identità sessuali, fatto anche di bricolage individuali. Intervista a Sandro Bellassai (da pag. 3 a pag. 6). L ISTITUZIONE DELLA DOMENICA. Il fenomeno di Scientology mette in discussione non solo il rapporto tra Stati e chiese, ma anche il concetto stesso di religione; Scientology che per essere riconosciuta come culto si assimila alle altre religioni e la Chiesa cattolica che per vincere nel caso Lautsi definisce il crocifisso un simbolo passivo; Shabina Begum che nella scuola inglese più progressista si presenta con l unica variante non prevista, la jellaba e la signora Solberg che fa causa al governo Sudafricano perché, non credente, vuole poter vendere alcolici di domenica... Intervista a Marco Ventura (da pag. 7 a pag. 10). DAVVERO BRAVO. Anni trascorsi a fare l insegnante di sostegno per poi scoprire, con la nascita di un figlio disabile, che forse nulla può preparare a un tale sconvolgimento; la volontà, fin da subito, di andare oltre le definizioni cliniche salvaguardando l imprevedibilità di un percorso che non è già tracciato; la ferma convinzione che un compagno disabile migliora la classe; l importanza che anche il ragazzino disabile abbia la possibilità di sentirsi e di essere davvero bravo in qualche cosa. Intervista a Roberta Passoni (da pag. 11 a pag. 14). LE CASETTE DI PASSAGGIO. Nove piccoli condomini da abbattere, oltre cento famiglie da spostare, l iniziale diffidenza verso l amministrazione che piano piano lascia il posto alla fiducia, il ruolo, fondamentale, di alcuni abitanti e di una piccola cooperativa, che per tutto il tempo hanno fatto da cuscinetto, accompagnando gli inquilini in un passaggio non facile, e infine l orgoglio di un quartiere riqualificato, bello, che la gente viene a vedere anche da fuori; la storia del Contratto di quartiere di Borgo Nuovo, a Verona, raccontata dai protagonisti (da pag. 15 a pag. 18). DIFFERENZE DI FECONDITA IN EUROPA OCCIDENTA- LE. Per la rubrica neodemos, Sebastian Klüsener ci parla di come negli ultimi decenni si sia formata, in Europa, una nuova faglia nella geografia della fecondità (pag. 19). FABRICA SIN PATRON. All indomani del tracollo, in Argentina molti operai, di fronte alle fabbriche abbandonate dai padroni fuggiti all estero, decisero di occuparle e rimetterle in produzione; gli ostacoli legali, l appoggio dei quartieri, la necessità di cambiare mentalità e la sfida di trovarsi a decidere, da soli e tra pari, di orari, salari, disciplina e organizzazione del lavoro; un esperienza, quella dell autogestione delle imprese recuperate argentine, che, non solo continua a sopravvivere, ma si sta diffondendo anche ai paesi vicini. Intervista ad Aldo Marchetti (da pag. 20 a pag. 23). LUOGHI. Nelle centrali, fabbrica tessile cinese in Mali. IN AFRICA, COI PIEDI PER TERRA. Una cooperazione internazionale a fianco delle organizzazioni dei contadini nella lotta contro la desertificazione; la costruzione di sistemi irrigui e il sostegno alla commercializzazione attraverso l organizzazione delle filiere. Intervista a Federico Perotti (pag ). LA VOCE DEL MAIDAN. Di ritorno dall Ucraina, Paolo Bergamaschi ci parla di un paese al bivio, stretto tra i ricatti energetici di Putin e un aspirazione europea a cui Bruxelles pone via via nuove condizioni; una situazione aggravata dalla crisi e dalle lungaggini della burocrazia europea, ma ancora foriera di speranze ora che il genio della democrazia e della libertà è uscito dalla lampada... (da pag. 28 a pag. 30). QUANDO OLIVETTI MI CONVOCO A ROMA Quando nel dopoguerra il governo italiano ereditò dagli americani l Unrra nel cui consiglio c era Adriano Olivetti; l idea di dare un impronta comunitaria ai progetti per una pianificazione territoriale in zone estremamente disagiate come l Abruzzo, i sassi di Matera, la Nurra sarda; un esperienza di frontiera alle prese con mille ostacoli. Intervista a Francesco Gnecchi Ruscone (da pag. 31 a pag. 33). L ATTUALITA INATTUALE DI ELVIO FACHINELLI. Le ragioni dell oblio della figura di Elvio Fachinelli stanno forse proprio nell originalità della sua ricerca che contrapponeva prospettive impensate alla tragica necessità del dualismo ; la possibilità della ripresa aperta a nuove soluzioni; il rapporto fra individuo e società, fra psicanalisi e politica, che ritorna sempre nella sua ricerca. Un intervento di Lea Melandri (da pag. 34 a pag. 37). L EREDITA DI CAINO. Un appunto di Francesco Ciafaloni che, a partire dall ultimo Rapporto sullo Sviluppo Umano delle Nazioni Unite, ci parla di produzione e produttività, e ci dà qualche dato non scontato, che però conferma che nei paesi in cui si uccide molto ci si uccide poco, e viceversa (pag. 42). IL PAESE DELLE COOPERATIVE. Per appunti di lavoro, la storia di Jon Barbescu, di Massimo Tirelli (pag. 44). LETTERE. Pasquale Zagari, ergastolano ostativo, cioè senza alcuna speranza di uscire, mai, spiega cosa vuol dire aver trascorso più di metà della vita in carcere; da Hong Kong, Ilaria Maria Sala ci parla della stretta messa in atto dal governo cinese contro giornalisti e media che non parlano bene della Cina; Belona Greenwood, da Norwich, Inghilterra, ci parla del giorno del giudizio fiscale nazionale e dello schiavismo nel Regno Unito. LA VISITA è alla tomba di Lissi Lewin Pressl. APPUNTI DI UN MESE. Si parla di cosa succede quando sono i medici a cercare informazioni sui pazienti in rete, della nascita di Hassan, resa possibile dall evasione dello sperma del padre, detenuto nelle carceri israeliane, del ritorno degli scribi negli ospedali americani, di iniezioni letali, di scuole ebraiche piene di ragazzini musulmani, di madri single in Cina, di legge elettorale, di carcere, eccetera eccetera (da pag. 38 a pag. 45). UN PREGIUDIZIO SULLE ORIGINI DELLA GUERRA. In verità, la guerra odierna ancora una volta ha dimostrato che gli uomini sono mossi ad agire da idee, da sentimenti, da passioni, non certo da ragionamenti economici puri, per il reprint pubblichiamo un intervento di Luigi Einaudi uscito su L Unità di Salvemini nel gennaio del 1915 (pag ). 2 una città

3 cosa sta succedendo LA PAURA DEL MASCHIO I movimenti delle donne, ponendo la questione di genere, hanno costretto gli uomini a fare i conti con il proprio essere maschi; un lutto, quello per il potere perduto, non ancora elaborato; la violenza come reazione a una libertà femminile con cui non si riesce a fare i conti; la totale autoreferenzialità del desiderio maschile; la fiducia nelle nuove generazioni. Intervista a Sandro Bellassai. Sandro Bellassai, storico, insegna Storia contemporanea presso l Università di Bologna. Ha pubblicato, tra l altro, La mascolinità contemporanea, Carocci, 2004, e L invenzione della virilità, Carocci, è membro dell associazione Maschileplurale. A partire dagli anni Settanta, le donne, ponendo la questione di genere, hanno costretto anche gli uomini a pensarsi in quella chiave, cioè a interrogarsi sul proprio essere maschi. Gli uomini hanno sempre fatto resistenza a questa rottura. Penso ci siano diversi motivi. Il primo è che perdura, nel senso comune, l equivalenza genere uguale donne, quindi, ogni qualvolta parliamo in chiave di genere, tutti pensano immediatamente che stiamo parlando di qualcosa che riguarda le donne. Ma c è una ragione più antica e profonda che riguarda la storica identificazione degli uomini con il neutro, cioè con un soggetto che pretende di non avere specificità, di essere, cioè, universale. Che poi è una caratteristica di tutti i soggetti, fra virgolette, dominanti. Si tratta di una dinamica che ha riguardato lo stesso femminismo statunitense, un femminismo -come hanno fatto notare le donne nereche era fatto di donne bianche. Di nuovo, la bianchezza era scomparsa in quanto attributo del soggetto dominante. Gli attributi del soggetto dominante si rendono, o tentano di rendersi, invisibili. Si tratta di un privilegio della posizione del potere. Il che spiega, secondo me, anche una certa resistenza maschile a pensare la mascolinità in quanto genere. Non è soltanto questione di dover spiegare all uomo che i generi sono più di uno. Gli uomini sono affezionati all impersonalità, alla neutralità, prerogative della posizione di potere. Quella operata dai movimenti delle donne a partire dagli anni Sessanta -in Italia piuttosto negli anni Settanta- è stata pertanto una rottura radicale, politica, che col tempo ha investito un po l intera società. Oggi non sono solo gli uomini impegnati, militanti, a riconoscere un cambiamento: nel senso comune è ormai sempre più diffusa l idea che anche gli uomini siano un genere. Pensiamo solo ai cambiamenti che ci sono stati nei ruoli familiari, parentali; oggi si parla molto dei nuovi padri e di un nuovo rapporto con i figli e le figlie, con l infanzia. Nelle generazioni cresciute negli anni Cinquanta e Sessanta gli uomini delegavano il lavoro di cura e di educazione alle donne. Oggi gli uomini rivestono nuovi ruoli, e non soltanto perché le donne glielo chiedono, ma anche perché ci tengono, sentono una risonanza, qualcosa di buono, che arricchisce la loro vita. Oggi, fuori dagli asili, dalle scuole si vedono un sacco di uomini, di padri. In un radio-documentario di radio3 di qualche anno fa, nell ambito di una trasmissione sulla gravidanza, il parto, la genitorialità, una puntata era stata dedicata specificamente ai padri. Uomini normali che raccontavano, tra l altro, di come, dopo aver accompagnato i figli e le figlie all asilo, un paio di volte a settimana se ne andassero al bar con altri padri e si ritrovassero a parlare di pediatri, pannolini, malattie... Uomini che rivendicavano un coinvolgimento emotivo come qualcosa di assolutamente naturale, di cui anzi andare orgogliosi. Riappropriandosi insomma di una sfera emotiva che invece è sempre stata problematica per gli uomini. Già ai tempi dei primi movimenti emancipazionisti, di fronte alla minaccia della femminilizzazione del maschio, della femminilizzazione dell intera società, c è stato anche un rilancio del virilismo, che nella storia italiana abbiamo visto culminare durante il fascismo. Ecco, l impressione è che quel virilismo, pure se scomparso come modello egemonico, sia sopravvissuto in un modo informale, molecolare. È così. Questa è un evoluzione che possiamo osservare in molte dinamiche di potere, anche a livello macro. gli uomini sono affezionati all impersonalità, alla neutralità, prerogative della posizione di potere Pensiamo al colonialismo: se prima c era un esplicito rapporto di dominio con certi popoli, con certe zone del mondo, per cui il saccheggio, lo sfruttamento, la rapina si fondavano e giustificavano sulla base di una qualche forma di superiorità, in un secondo momento, non è che il saccheggio e la rapina siano terminati, però è come se non si potesse più legittimarli apertamente in modo gerarchico. È come se fosse venuta meno la dicibilità di questa gerarchia, ma non la sua sostanza. È una specie di de-istituzionalizzazione: non è più possibile ergere tutto questo a norma, a regola fondativa dell ordine sociale, però sotterraneamente, informalmente, l atteggiamento continua. Stesso discorso per il virilismo che, seppur in forme diverse, naturalmente, sopravvive. Negli anni Sessanta-Settanta, il virilismo classico, trionfale, di cui il fascismo rappresenta l acme, probabilmente è morto, nel senso che non è più possibile, da un certo momento in poi, affermare che le donne sono inferiori biologicamente. E tuttavia forse non è stato ancora sepolto (il funerale è il rito che consegna al passato e permette l elaborazione del lutto). Il genere maschile non ha ancora elaborato il lutto del potere perduto, di quel potere trionfale, indiscusso. In qualche modo siamo rimasti in mezzo al guado. Dobbiamo fare i conti con un mondo che è cambiato, in cui non puoi più dire torna a casa a far la calza (o meglio lo puoi anche dire, ma vieni considerato un retrogrado). Però, nello stesso tempo, non c è ancora una vera uguaglianza, una vera parità, perché quelle ragioni che spingevano gli uomini a difendere la gerarchia, il dominio, il piedistallo del potere nei confronti delle donne, sono ancora tutte lì. E riguardano la paura maschile delle donne, l incapacità di pensarsi in un ordine repubblicano e non monarchico. Tutto ciò ancora non è stato elaborato da parte degli uomini e quindi, ogni tanto, la frustrazione, l angoscia, la paura maschile, buttata fuori dalla porta, rientra dalla finestra. Il fenomeno della violenza contro le donne può essere interpretato in quest ottica? Esattamente. Quante volte leggiamo sulle cronache: lei lo lascia e lui la ammazza. È come se gli uomini non riuscissero a fare i conti con la libertà femminile. Stiamo vivendo in una fase storica assolutamente nuova: nella storia dell umanità non era mai successo che si creasse, almeno in Occidente, uno scenario in cui la libertà delle donne fosse un dato acquisito, in via di principio o di fatto. Ecco, gli uomini come fanno i conti con questa libertà delle donne? Maluccio, secondo me. Alcuni meglio, alcuni peggio, ma insomma, in generale, i discorsi pubblici non sono ancora fondati su questa novità. È come se mischiassero il vecchio e il nuovo, cioè ancora una volta cercano di rispondere a esigenze maschili, sotterranee, magari inespresse, silenziose e forse inconfessabili, di rassicurazione. E pare che l uomo si senta rassicurato solo se riconosciuto superiore. Questo spirito di dominio e di superiorità non è più maggioritario, ad esercitarlo sono rimaste delle specie di guardie armate di una rivoluzione virilista che si occupano di fare il lavoro sporco: i maltrattamenti, lo stupro. Resta il dubbio che quel lavoro sporco venga fatto anche nel nome e a vantaggio di una maggioranza silenziosa di uomini politicamente corretti. Insomma, l uomo medio, che pure sembra avere formalmente accettato la parità e non si sognerebbe mai di ricorrere ai vecchi argomenti, finisce però per incassare il dividendo dell azione estrema, violenta, una città 3

4 compiuta da coloro che continuano a sottomettere le donne. Ogni qualvolta accendiamo la televisione o apriamo una rivista o giriamo in strada in mezzo a questi enormi cartelloni pubblicitari, ci imbattiamo nella rappresentazione, esibizione, esposizione spettacolare del corpo delle donne: il che, tra l altro, è un fenomeno soprattutto e tipicamente italiano. Ecco, questo non è altro, probabilmente, che una maniera obliqua e indiretta per ricacciare le donne indietro. Non a caso, il fenomeno ha avuto inizio negli anni Ottanta, cioè al termine di un decennio in cui le donne avevano ottenuto delle conquiste epocali. È come se, non potendo più dire: Torna a lavare i piatti, potessi però dire: il tuo valore come persona coincide soltanto con la desiderabilità del tuo corpo. E naturalmente, questa desiderabilità chi la stabilisce? Chi è l arbitro? Lo sguardo maschile! Quindi, ancora una volta, la posizione dominante cacciata dalla porta rientra dalla finestra. Un tale sistema simbolico viene sostenuto non solamente da una piccola minoranza di uomini; rappresenta piuttosto la logica dell ordine sociale, dell ordine culturale in cui viviamo. Tra l altro, in questo fenomeno non c è solo la riduzione delle donne a oggetto, c è anche l altra parte del discorso: e cioè, che effetto ha questo tipo di comunicazione sul desiderio maschile? A me pare che incoraggi una dinamica del desiderio predatoria, di tipo proprietario. Tutto questo, secondo me, ha a che fare con la violenza sulle donne, nel senso che ne prepara il terreno. ma allora il corpo maschile è qualcosa di sporco, qualcosa che contamina, che lascia un marchio sul corpo della donna In Italia, ogni anno, hanno luogo nove milioni di prestazioni sessuali. Va bene, parliamo sempre di una minoranza della popolazione maschile, ma è una minoranza molto, molto ampia. Nella testa degli uomini è perfettamente possibile, anzi, è forse la cosa più desiderabile, che tu possa fare sesso con una donna che non vuole fare sesso con te. Questo è un dato comune sia alla violenza sessuale che alla prostituzione. Quale tipo di piacere si prova con una donna che sai benissimo che, in quel momento, non avrebbe nessuna voglia di fare l amore con te? Tutto si riduce al tuo ombelico. Siamo di fronte a un autoreferenzialità del desiderio pazzesca. Certo, poi, magari chiedi di recitare, a maggior gloria del maschio, ma la dinamica è quella. Allora, per rispondere alla domanda, anche questo, accanto al fenomeno dell esposizione mediatica del corpo delle donne, ci dice di una cultura politica complessiva che ancora non ha fatto i conti con uno scenario in cui la libertà e la dignità dei soggetti sia davvero paritaria ed effettivamente conseguita. Colpisce che l unico erotismo che non indebolisca il maschio, che non lo femminilizzi, sia quello violento, brutale. Viene da chiedersi: l attrazione o la necessità della violenza è esclusivo appannaggio del maschio? cosa sta succedendo In parte sì, secondo me. Se guardiamo alla storia culturale, noteremo che la violenza, nella sessualità, ha avuto anche una funzione, per così dire, reintegrativa. Dobbiamo considerare che il contatto con il corpo della donna, l intimità con la donna, è sempre stato descritto come un passaggio che indebolisce l uomo, che lo depriva, lo svuota, lo svirilizza. Allora è come se, aggiungendo un di più di violenza, tu rivilirizzassi quello scenario, come se la violenza fosse il tratto tipico maschile, la dimensione naturale della virilità; l unica emozione che l uomo virile può permettersi senza sentirsi sminuito è infatti la rabbia. L addizione di virilità dovrebbe quindi esorcizzare e reintegrare la perdita subita nel contatto con la donna. Questo riguarda anche le dinamiche profonde del desiderio maschile. In passato ho condotto una ricerca sulla Legge Merlin. Mi interessava vedere come veniva costruito discorsivamente lo scenario del sesso, della prostituzione, dal punto di vista del desiderio maschile. Ecco, anche nei discorsi tenuti in Parlamento, c è un fiume di rappresentazioni che parlano della donna come di una mantide, di una ape regina. Cioè una donna che attraverso l atto sessuale si rafforza, cresce, mentre l uomo si infiacchisce, si intristisce, deperisce... È curioso come in questo immaginario baleni una straripante potenza femminile e una fondamentale debolezza maschile. Il che chiama in causa anche il rapporto che gli uomini hanno con il proprio corpo... Negli anni Novanta, nella ex Yugoslavia, abbiamo assistito allo stupro etnico, guidato dall idea di contaminare le donne del nemico. Di contaminarle con il proprio corpo. Ma allora il corpo maschile è qualcosa di sporco, qualcosa che contamina, che lascia un marchio, un segno di sporcizia, di peccato, di vizio, sul corpo della donna. Cioè il corpo maschile visto come arma, sostanzialmente. Io credo che crescere considerando il proprio corpo come un arma impoverisca moltissimo l esperienza degli uomini. Il corpo dei maschi poi è anche un corpo silenzioso. Il corpo delle donne parla: con le mestruazioni, senti e ascolti il tuo corpo che si modifica. E poi c è tutta una cultura che impone alle donne di sorvegliarsi, di essere costantemente attente al pelo, alle unghie, al capello, al neo, al brufolo... Le donne sottopongono il proprio corpo a uno scrutinio incessante. Invece, quello degli uomini è un corpo invisibile, silenzioso, che non parla mai. Noi uomini spesso ci accorgiamo del nostro corpo solo quando stiamo male. Altrimenti io getto la mia identità maschile al di là dell ostacolo, cioè al di là del corpo. Il rifiuto di riconoscere la fragilità del proprio corpo mi fa pensare a quanto le immagini maschili normalmente proposte come modello siano irraggiungibili, e dunque ansiogene. Rispetto ai modelli di vero maschio proposti dal virilismo classico, l uomo comune è sempre impotente, perdente. Sono assolutamente d accordo. Questo tipo di approccio al maschile ha aperto riflessioni anche su quest ambito, cioè su cosa accade tra maschi, su cosa succede nei mondi maschili. Pensiamo, per esempio, all esercito, allo sport. Anche laddove ci si ritrova esclusivamente tra uomini si costruisce la mascolinità, la virilità, inoltre si parla di donne ed è lì che si creano le norme, si rafforzano e si riproducono. La vulnerabilità di cui parlavi tu è costituzionale dell essere umano, cioè nessun essere umano è invulnerabile, ma è come se noi uomini fossimo chiamati ad amputare tutta questa parte di umanità e quindi di incertezza, di paura, di debolezza, perché non è conciliabile con la posizione del comando. negli ultimi decenni sempre più uomini hanno iniziato a chiedersi: Ma chi me lo fa fare? Questo è qualcosa che impoverisce moltissimo le vite degli uomini e io credo che il cambiamento di cui parlavamo all inizio venga anche dal fatto che negli ultimi decenni sempre più uomini hanno iniziato a chiedersi: Ma chi me lo fa fare?. Tu vai anche nelle scuole a parlare di questi temi. Che riscontri hai con i ragazzi? Nelle scuole in genere parliamo della violenza maschile partendo dagli stereotipi, dai ruoli. Non si tratta di proporre un modello buono contro un modello cattivo, tantomeno di fare un discorso moralistico, e cioè: le donne si devono rispettare, devi essere gentile, devi, devi... Tutti questi discorsi non avrebbero nessunissima efficacia, dal punto di vista pedagogico, nella relazione formativa. È molto più interessante guardare questi ragazzi negli occhi e provocarli proprio sulla questione dei modelli: Ma tu, che pensi di essere libero, che la tua identità sia il frutto delle tue scelte, dei tuoi bisogni, sei proprio sicuro che sia così?. Non è che c è un conformismo dell essere maschi a cui tu, senza neanche renderti conto, stai aderendo giorno dopo giorno?. Un conformismo difficile da incrinare perché continuamente rinforzato nel gruppo dei maschi, che, soprattutto a quell età, è importantissimo. Il sociologo statunitense Michael Kimmel dice che il gruppo maschile funziona come una polizia di genere, nel senso che gli uomini si sorvegliano gli uni con gli altri per vedere se accavalli la gamba, per controllare il tono della voce, la postura. Insomma, è come se ci fosse una specie di buon costume della virilità. Tutto questo riduce lo spettro delle esperienze possibili degli uomini, delle soddisfazioni possibili e, forse, anche della felicità possibile. È come se la parte umana, fragile, a volte spaventata, dovessi tenerla dentro di te, come un segreto. A me spesso viene in mente il tallone di Achille. È come se noi uomini, come genere, vivessimo esattamente in quella situazione: nessuno deve scoprire il segreto che noi siamo esseri umani come tutti gli altri. Tornando ai ragazzi devo dire che, rispetto a quando ho cominciato, registro delle reazioni 4 una città

5 sorprendentemente positive. Intanto è come se loro, su alcune cose, sapessero già di cosa stiamo parlando. La consapevolezza di sé in quanto genere, da parte degli uomini e da parte dei ragazzi, è cresciuta, è più diffusa. I ragazzi che spiegano di avere un rapporto diverso con la loro fidanzata non è che sono marginali, sono anche dei leader, all interno del gruppo, quindi sono uomini che potrebbero tranquillamente ricavare dei vantaggi dall abbracciare il comportamento opposto. A Reggio Emilia è in corso un progetto di lungo periodo su queste tematiche e alcune amiche mi segnalavano come nelle famiglie ad esempio di migranti, dove magari il padre non c è, perché lavora altrove, o perché c è stata una separazione; ecco, mi dicevano che in qualche modo te ne accorgi, nel senso che questi ragazzini sono più ricettivi a un discorso meno ortodosso, più eretico, che prova a decostruire un certo maschile autoritario e pomposo. A parte questo, io comunque sono ottimista. Venuti meno i modelli tradizionali -anche per le donne- la costruzione dell identità di genere è diventata una sorta di bricolage molto individuale. In questa revisione del maschile, non c è il rischio di buttar via anche cose buone? È una questione che non bisogna sottovalutare. Qualcosa di buono nel modello tradizionale c era. Quello che è meno buono, dal nostro punto di vista, è il sentirsi bene soltanto nella posizione del dominio, della purezza, della invulnerabilità, eccetera. Nella mia esperienza posso dire che, nel momento in cui fai questo salto, è come se non tornassi più indietro. È un po come la favola del re nudo: a un certo punto il bambino dice: Il re è nudo e da lì in poi nessuno può più far finta di niente. Intendiamoci, io non sono fanatico di un politicamente corretto a tutti i costi, sempre e ovunque. Nella mia vita personale posso anche essere disposto a impersonare alcuni ruoli, in determinate situazioni; la cosa importante è prenderla come un gioco, nel senso di poter entrare e uscire a piacimento nei ruoli e quindi sconsacrarli. La cavalleria, ad esempio, si salva o è irrimediabilmente legata a un idea della donna come soggetto debole, da difendere? Anche qui, secondo me, dipende; se il gesto cavalleresco viene compiuto a partire da una decostruzione, allora è un gioco dai ruoli intercambiabili, che oggi faccio io, ma domani puoi fare tu. Qui entra in campo anche l eterna questione della differenza tra l atteggiamento pubblico e quello privato, cioè di come poi effettivamente ci si comporta nel privato. Ho tante amiche femministe, anche del femminismo degli anni Settanta, le quali, ormai, si sono rassegnate; hanno dei mariti, dei compagni che, sì, qualcosina hanno fatto, ma ormai hanno sessanta, settant anni, e non li smuovi, per cui, alla fine, restano le donne a fare tutto, la spesa, cucinare, stirare... Il maschio, al limite, si offre di aiutare : anche questo è sintomatico, cioè, quello è il tuo ruolo in quanto donna, dopodiché io ti aiuto. A un certo punto, devi fare una scelta. Per me la relazione ha anche un ambito politico, ma non per questo deve essere trasformata in una specie di laboratorio bolscevico in cui si mette sotto il microscopio ogni minuto della tua esistenza, per carità! polizia di genere, nel senso che gli uomini si sorvegliano per controllare il tono della voce, la postura... Dopodiché, nella tua relazione d amore, ma anche negli spazi amicali, nella società in generale, accorgersi di certe dinamiche e sottoporle ad analisi critica, magari con un pizzico di ironia, che non guasta mai, secondo me, è già un lavoro politico... Tornando alla domanda, in effetti mi rimproverano spesso di parlare solo male della storia del maschile, come se fosse stato tutto un disastro. C è da dire che nelle mie ricerche mi sono concentrato sulla parte peggiore del maschile, che però è stata anche quella più influente, quella che, alla fine, ha condizionato, formato, modellato le mentalità, i valori, le regole, gli spazi possibili di libertà. Mi hai fatto venire in mente un episodio. Duuna città 5

6 rante il servizio militare, ho avuto la fortuna di incontrare, fin dal primo giorno, un mio conterraneo. Ne è nata un amicizia bellissima. Negli anni ci incontravamo quando tornavo in Sicilia e una volta, prima di ripartire alla fine delle vacanze, mi invitò a casa sua: doveva travasare del vino, che andava però ancora lasciato riposare in botte. Per farla breve mi disse: Poi ti do una bottiglia, così te la porti. Invece, non mi ricordo cosa successe, probabilmente anticipai la partenza, insomma, ci salutammo per telefono e niente. L anno dopo, al ritorno, quando l ho rivisto, aveva la bottiglia in mano. Dopo un anno, si era ricordato. Ecco, queste sono cose del maschile che mi piacciono: certe dinamiche dell amicizia, questo affetto che si esprime magari un po più ruvidamente, però con una grande generosità, anche con una grande passionalità. Per il resto, faccio fatica a rispondere alla domanda, perché secondo me non esiste niente di tipicamente maschile, e nemmeno di tipicamente femminile, se non la capacità di procreare. Quando voi ancora stavate nelle caverne, noi già eravamo froci!. Volendo dire, progrediti, raffinati cosa sta succedendo Per il resto, è tutto inventato. Alla fine, cosa vuol dire maschio? A parte il fatto di avere dei genitali di un certo tipo? E come la mettiamo con l essere omosessuale, eterosessuale, polisessuale? I bambini nascono e crescono con un esperienza del piacere che è panica, cioè totale, non indirizzata. Dopo, impariamo che esiste l azzurro e il rosa, anzi lo impariamo molto presto, e incaselliamo tutto. Noi parliamo la lingua che abbiamo trovato, e la parliamo anche nei desideri. Io so però che è una finzione, una rappresentazione, cioè che è tutto un teatro, non è proprio così in natura, però è così nella società, nel mondo in cui vivo. C è un ipervirilismo che non si manifesta come soggiogamento del femminile, come dominio, ma come totale rifiuto del femminile, come pura comunità omo-sociale, omo-erotica. Io vedo anche queste dinamiche legate a un angoscia maschile, cioè a un atteggiamento reattivo. Non a caso l esclusione delle donne è un fenomeno che si rafforza proprio a fine Ottocento, quando comincia la grande paura dell emancipazione femminile, della libertà delle donne. Ci sono studi, per esempio, sulla moltiplicazione delle confraternite negli Stati Uniti e non solo. Lo storico Michael Grossberg ha spiegato come i riti iniziatici di questi gruppi mettano in scena un nuovo venire al mondo dei maschi in cui finalmente le donne non abbiano alcun ruolo. Una specie di espropriazione, nei confronti delle donne, del loro grande potere, che è quello di generare. Tu capisci che c è un grande orientamento misogino dietro tutto questo; c è un nemico da cui difendersi; non a caso le donne venivano viste, in qualche modo, come le amazzoni che stanno invadendo lo spazio pubblico. Prima della Legge Merlin, i bordelli erano considerati, paradossalmente (essendo ovviamente pieni di donne!) le ultime cittadelle maschili. In fondo le prostitute non erano esattamente donne o comunque non contavano, diciamo così; come modello di donna erano talmente eccentriche e talmente fuori dai confini civili che non rappresentavano una minaccia per la virilità, anzi la rafforzavano. Per questo, nel 1958, l approvazione di questa legge, da tantissime logge maschili angosciate, venne presentata come l assalto a una delle ultime cittadelle maschili. La cosa si ripeté nel 63, quando la magistratura aprì alle donne. È come se di fronte alla modernizzazione, all apertura alla libertà femminile, regolarmente avanzasse un bisogno maschile di mettere dei paletti, degli ostacoli, per mantenere delle riserve esclusivamente maschili. È paradossale come la femminilizzazione della società sia interpretabile sia come misura di civilizzazione, sia come prova del suo degrado. Un ristoratore romano, il giorno in cui si insediarono in Parlamento i primi leghisti, all inizio degli anni Novanta, commentava così: Quando voi ancora stavate nelle caverne, noi già eravamo froci!. Volendo dire, progrediti, raffinati Sembra la parabola di ogni civiltà. È una battuta classica. In effetti, da un certo punto di vista, è vero che quando la società si raffina è perché normalmente l elemento femminile, uscito dall ambiente domestico, comincia a influenzare prepotentemente anche l immaginario maschile. Esiste anche tutto un filone impegnato a recuperare il cosiddetto maschio selvatico... Sono i neomaschilisti, che danno molto spazio alla sfera emotiva. Però a sentirli parlare alla fin fine il loro modello sembra l uomo nuovo fascista, siamo più o meno lì. Claudio Risè, ad esempio, parla molto del padre, del ritorno del padre, ma per padre lui intende il padre politico, il padre con la P maiuscola. In passato lanciò anche una campagna perché gli uomini avessero l ultima parola sull aborto. Ci sono altre associazioni, per esempio Uomini Tremila, che hanno un loro sito. E poi c è il movimento dei Men s Rights, nato negli Stati Uniti. Questi uomini dicono: Basta! Voi femministe, ormai, vi siete prese tutto. Pari diritti vuol dire che noi dobbiamo riguadagnare terreno. Sono associazioni ben organizzate che, tra l altro, ce l hanno a morte con noi di Maschile Plurale. il lamento per la mancanza di un maschile che parli in nome della legge mi insospettisce molto Hanno addirittura clonato il nostro sito, sfottendoci. Anche nei libri che scrivono ci attaccano pesantemente, ci accusano di essere i tappetini delle femministe, dei maschi pentiti, eccetera, eccetera. Il che ci conferma il fatto che andiamo a toccare dei nervi scoperti. Hai accennato all inizio ai nuovi padri. Oggi si parla molto dell assenza della figura paterna. Discorsi del genere mi inquietano sempre un po, perché bisogna vedere che padre andiamo a cercare. Il padre del passato, come la metti la metti, era un padre autoritario. Per carità, c è autorità o autorevolezza, bisogna sempre vedere che cosa si intende, e come si collegano i concetti astratti agli scenari concreti. Perché è lì che poi si gioca la partita. È chiaro che nei confronti dei figli non vi può essere un uguaglianza, non è che puoi fare della famiglia un collettivo. Però, anche questa idea che i bambini e le bambine, per una crescita sana, abbiano bisogno di un adulto autorevole, cioè di un riferimento che li rassicuri, che li salvi dal caos... Non so: intanto, che questo adulto debba essere un maschio non sta scritto da nessuna parte, e poi che impersoni l autorità, cioè che sia, come dire, la voce che chiude il discorso, e che quindi scavalchi l autorità materna... Ecco, il lamento per la mancanza di un maschile che parli in nome della legge mi sembra una nostalgia verso l autorità perduta: e per questo mi insospettisce molto. (a cura di Edoardo Albinati e Barbara Bertoncin) Avviso Le poste ci smarriscono dei bollettini postali. Li mandano bianchi, scusandosi. Noi non possiamo risalire in alcun modo al mittente, cioè a chi ha sottoscritto l abbonamento o ordinato dei libri. Per sicurezza sarebbe meglio comunicarci l avvenuto ordine (tramite bollettino postale) con una mail o un fax. E comunque chiamarci prontamente nel caso la rivista o i libri tardino troppo. 6 una città

7 cosa sta succedendo L ISTITUZIONE DELLA DOMENICA Il fenomeno Scientology, seppur in forma estrema, mette in luce ciò che sta accadendo in Europa, ma non solo, nei rapporti tra Stati e chiese, e l estrema difficoltà di definire una religione oggi; la sentenza della Corte di Strasburgo sul crocifisso nelle aule scolastiche, il dibattito sul riposo domenicale, l irrisolta questione del velo e dei segni religiosi a scuola. Intervista a Marco Ventura. Marco Ventura è professore di Diritto e religione nelle Università di Lovanio e di Siena. è in uscita, per Einaudi, Creduli e credenti. Il declino di Stato e Chiesa come questione di fede. La Corte suprema del Regno Unito a dicembre ha riconosciuto il matrimonio celebrato da Scientology. Cosa sta succedendo? Scientology è interessante perché è una sorta di test su due fronti. Da un lato sulla capacità inclusiva del diritto delle religioni, dei meccanismi attraverso i quali lo stato riconosce la libertà delle confessioni religiose ed eventualmente ne premia l attività. Dall altro, Scientology è un caso estremo rispetto al fenomeno religioso, a come si configurano le religioni. Nel senso che la grande disputa se Scientology sia o meno una religione è certamente una disputa giuridica, perché gli stati hanno bisogno di saperlo al fine di determinare in quale casella giuridica collocarlo, che statuto giuridico riconoscergli. Ma naturalmente il quesito giuridico rivela una domanda più generale, che è: come faccio io oggi a definire ciò che è religione e ciò che non lo è? Prima ancora che giuridicamente, da un punto di vista socio-religioso-politico. Scientology è allora l esperimento attraverso il quale in laboratorio si cerca di capire come si definisce la religione oggi. Comunque la dimensione giuridica è molto importante perché oggi le religioni cercano un riconoscimento legale che è funzionale al riconoscimento socio-politico. È una dinamica complessa: talvolta il riconoscimento giuridico arriva in fondo a un percorso di affermazione socio-politica, però è a sua volta il punto di partenza per un ulteriore sviluppo; un riconoscimento giuridico, inoltre, si colloca in un punto della storia di un gruppo religioso dal punto di vista dell organizzazione di quel gruppo, quindi nasconde sempre tensioni e interrogativi interni al gruppo. In qualche modo la questione giuridica è rivelatrice di questa dinamica. Ma è anche un grande alibi, nel senso che molto spesso le confessioni religiose -anche Scientology- scaricano su una tensione con lo Stato, con la magistratura, con l amministrazione fiscale, incertezze e conflitti interni che non vengono affrontati o a cui si dà risposta spostando il conflitto verso l esterno. Per Scientology, ad esempio, c è il problema del rapporto con i transfughi, l opacità delle dinamiche interne, ecc. Io però sostengo che il fatto che tutto si concentri sulla questione del tribunale invece che sulla realtà dell esperienza sia funzionale sia ai nemici che agli amici di Scientology. Per i nemici di Scientology, infatti, ammettere che possa esserci per qualcuno un esperienza spirituale così strutturata è un pugno nello stomaco. Qualcuno si potrebbe chiedere: ma la differenza tra certi gruppi cattolici e Scientology in fondo dov è? Oppure prenderne atto: Ragazzi, è questa la religione oggi. Sono questioni infinitamente scomode per chi è contro. Ma per Scientology stessa è preferibile identificare un nemico esterno anziché provare a sciogliere i nodi interni. il quesito giuridico rivela una domanda più generale, che è: come faccio oggi a definire ciò che è religione e ciò che non lo è? La questione se sia una religione o meno, ovviamente non è un mero formalismo perché vuol dire decidere se Scientology ha diritto o no alle stesse esenzioni fiscali delle altre religioni, ad esempio. Una sentenza recente del Tribunale d appello olandese riconosce la piena parità delle attività di Scientology con quelle delle altre associazioni religiose. Scientology ha dunque diritto a essere riconosciuto come un ente religioso? Finora il governo italiano ha risposto di no. In Francia, addirittura, ci sono stati casi penali: attività che Scientology ritiene religiose, a pagamento, sono state configurate dai tribunali come truffa. Sul presupposto, fondamentalmente, che la persona che paga per quei servizi non è messa in condizione di capire di cosa si tratta, perché vittima di un lavaggio del cervello. Questo è un presupposto molto precario, giuridicamente, perché allora bisognerebbe essere conseguenti con tutte le attività religiose per le quali in un modo o nell altro c è un corrispettivo. A meno che non mi si voglia far credere che tutta la differenza sta nel fatto che un attività sia fatturata o meno. Qual è la differenza con una decima pagata alla comunità musulmana o ebraica, o con un offerta deducibile fatta alla Cei? Non credo che la differenza la facciano i termini del pagamento. Infatti, la vera differenza, per i tribunali francesi, sta nella presenza di una manipolazione mentale. In Francia c è un organismo governativo che si chiama Miviludes (Mission interministérielle de vigilance et de lutte contre les dérives sectaires), che ha proprio come scopo istituzionale quello di combattere le derive settarie. Dopodiché, quando sul sito si cerca la definizione di derive settarie si trova qualcosa che potrebbe applicarsi a un azienda che richiede un training motivazionale particolarmente spinto ai suoi dipendenti, alla fossa dei leoni, non so come si chiama, del Cesena calcio, fino a tantissime attività religiose. Questa è una scelta specifica del governo francese; uno dei motivi tra l altro per cui la Francia, nei rapporti del Dipartimento di Stato americano, è considerata un paese a rischio per la libertà religiosa. Questa lotta alle sette colpisce in gran parte quei gruppi con una forte casa madre americana o, addirittura, come Scientology, gruppi nati negli Usa che tradizionalmente il Dipartimento di Stato sente proprio dovere di tutelare. In questo caso la tensione, la contrapposizione tra modello francese, direi franco-belga, e sistema statunitense, dove invece non si dubita che queste siano attività religiose, è particolarmente forte. Come si vede, la questione giuridica è molto appassionante. Ma non bisogna mai perdere di vista il grande scenario di fondo, che è proprio la trasformazione del religioso. Quindi Scientology, e come gli Stati si rapportano a questo fenomeno, ci dice qualcosa del panorama religioso contemporaneo, in cui coesistono secolarismo ed esperienze religiose inedite. Scientology è interessante proprio perché ci dice in faccia quanto è cambiato il religioso, ce lo dice con uno schiaffo. Altre religioni hanno fatto questo passo in modo più nascosto, più celato. Personalmente ritengo che molti gruppi cattolici propongano una spiritualità non molto diversa fondamentalmente da quella proposta da Scientology, semplicemente non lo dicono. La proposta spirituale di Scientology qual è? È quella di una purificazione dell uomo da incrostazioni che si accumulano; una purificazione che avviene con un training che include anche l uso di un apparecchiatura che rileverebbe queste impurità (engram) e che si chiama e-meter. Questa macchina, di cui negli anni sono state prodotte versioni più sofisticate, permetterebbe di sottoporsi a un trattamento complessivo - individuale o di gruppo- per liberare la persona, per restituire la persona alla sua purezza, che significa alla sua piena funzionalità. Alcune condanne penali sono state inflitte per abuso di professione medica. L apparecchiatura potrebbe infatti essere considerata un medical device, e c è anche un supporto farmacologico. Una reuna città 7

8 cente sentenza francese si è molto concentrata su questi aspetti. Indubbiamente tutto questo c è. Ma secondo me questo non è il vero cuore della materia, del contendere. Al fondo, questa proposta religiosa super-efficientista, fondata su un rapporto mente-corpo particolarmente spinto, su soluzioni all infelicità e allo squilibrio mentecorpo, sul denaro e su un estrema compattezza dell organizzazione, è una ricetta sulla quale Scientology ha semplicemente il merito (essendo stata fondata da un personaggio con una grande passione per la fantascienza) di averla declinata in modo super-moderno. Ma a parte questo surplus di modernità, la risposta sociospirituale all oggi non è diversa da tantissime altre risposte in ambito religioso. mentre Scientology si assimila, arrivano quelli che si fanno fare la foto sui documenti con lo scolapasta, i pastafariani In fondo io trovo che sia proprio questo l aspetto più intrigante. La reazione degli altri è quella di dire: Noi non siamo come loro. Sul piano della psicologia sociale è una risposta che mi pare dettata proprio dalla paura di riconoscersi invece simili. Quindi ci si smarca. Ma questo vale anche per Scientology: nella battaglia che ha vinto in Olanda, negli Usa, in Inghilterra con il riconoscimento che anche in un tempio di Scientology possono essere celebrati dei matrimoni civilmente validi, Scientology in tribunale si è auto-rappresentata come una religione come le altre. C è una giurisprudenza consolidata per cui i giudici inglesi negavano a Scientology la caratteristica di culto, sul presupposto che non c è una divinità, non c è una preghiera collettiva, non c è la venerazione. L espressione della camera dei Lord è non c è la venerazione di un essere superiore. Per vincere, Scientology ha allora cercato di auto-rappresentarsi come la religione in cui invece c è una venerazione. Il fatto è che se Scientology si assimila troppo, rischia di perdere quella specificità che è anche all origine del suo successo. Infatti, mentre Scientology si sposta, tra virgolette, al centro, arrivano gli estremisti, quelli che si fanno fare la foto sul documento di identità con lo scolapasta, i pastafariani. In Italia è successo qualcosa di analogo nel caso del crocifisso nelle aule scolastiche Il caso Lautsi: la signora Soile Tuulikki Lautsi, cittadina italiana di origini finlandesi, aveva chiesto che fosse rimosso il crocifisso dalle aule nella scuola frequentata dai suoi due figli. Ebbene, in quel caso, la chiesa cattolica non ha avuto paura di allearsi con il governo Berlusconi e di sostenere che in fin dei conti il crocifisso è un simbolo passivo. Che poi nei circoli cattolici si faceva intendere: Mah, per ottenere una sentenza favorevole lo diciamo, ma per noi non è passivo, è passivo per chi non crede. All inizio la corte di Strasburgo ha dato ragione alla famiglia, ma in appello ha rovesciato la sentenza, ritenendo che non ci fosse la prova che l esposizione viola la libertà di coscienza del cosa sta succedendo minore e quindi riconoscendo la legittimità dell esposizione del crocifisso nelle scuole. In assenza di un consenso europeo, in materie legate alla tradizione culturale si garantisce agli stati un ampio margine di discrezionalità. Ovviamente, per poter parlare di discrezionalità si è dovuto derubricare il caso rispetto a una violazione della libertà personale dei ragazzi. Altrimenti non ci sarebbe stata discrezionalità che tenesse. Se si fosse trattato ad esempio del caso di un ragazzo obbligato a partecipare a una preghiera o a una cerimonia religiosa, non ci sarebbe stato margine per lo Stato. Qual è stato però il prezzo di questa vittoria? Una svendita del crocifisso a una logica di patto tra governo e chiesa, a una geopolitica internazionale in cui Putin e gli altri paesi ortodossi sono diventati i campioni della libertà e delle tradizioni religiose; una svendita anche della storia italiana della laicità. Tant è che la Corte, rendendosene conto, ha dovuto precisare: non entriamo nella questione della laicità, avendo compreso che sulla questione della laicità l Italia era morosa. In termini di verità del diritto, ma anche proprio sul piano della religione, parliamo di un operazione molto spregiudicata. La teologia cattolica doveva sentirsi chiamata in causa da un crocifisso completamente appiattito su questo cristianesimo nazionale che non vuol dire niente, perché per sostenere che tutti vi possono aderire (come alla bandiera o al ritratto del presidente della Repubblica), lo devi svuotare di qualsiasi contenuto. Ecco, questo è esattamente lo stesso rischio che corre Scientology, forse non ora, ma in prospettiva, e cioè che nella rincorsa al pieno riconoscimento e al pieno affrancamento alla fine si appiattisca sempre di più su una religiosità fluida, di cui non farebbe che rendere espliciti tratti in realtà comuni a tutte le esperienze. Sempre nell ambito di questo percorso, va riconosciuto che Scientology ha fatto molta strada anche sul piano della risoluzione dei conflitti interni. Avendo capito che quella era una grande minaccia, ora sono pronti a restituire i soldi versati a chi se ne va, sono molto più elastici di un tempo. Anche se non abbastanza da evitare, in paesi come la Francia, come è accaduto un paio di mesi fa, la condanna penale. La situazione è un po a macchia di leopardo. In Italia, ad esempio, è più difficile ottenere il riconoscimento giuridico di ente di culto, rispetto all Olanda, ma l attività di Scientology è molto più libera rispetto alla Francia. È la classica soluzione all italiana: c è una grande disparità nel trattamento delle religioni, a cui si compensa con una sostanziale libertà di agire. Cioè non hai accesso all otto per mille, e questo ti penalizza, ma puoi raccogliere tutti i soldi che vuoi senza che nessuno ti porti in tribunale per truffa. I mormoni hanno rifiutato l otto per mille nella loro intesa. Gruppi che hanno una connotazione internazionale così forte, preferiscono rinunciare all otto per mille e ai condizionamenti in termini di controlli sulla spesa. La struttura di questi movimenti americani mondiali sopporta con difficoltà un confinamento dei finanziamenti su base nazionale. Un caso interessantissimo, sempre relativo a Scientology, riguarda il rifiuto del governo francese di far entrare dall Inghilterra dei capitali per Scientology Francia. Il caso fu sottoposto al tribunale dell Unione europea, la Corte di Giustizia in Lussemburgo, nel Il dato curioso è che i legali di Scientology si appellarono non tanto ai diritti sul piano della libertà religiosa, bensì sulla libertà di circolazione dei capitali, e vinsero. Nei tribunali ci sono state delle diatribe anche su quale dovesse essere il giorno di riposo. Non c è un segmento del vivere sociale in cui non si sia arrivati in tribunale con un caso connesso alla religione. C è di tutto, lo sport, l alimentazione, il cibo, la scuola. Su questo tema specifico, a differenza di altri casi, c è una lunga storia perché al giorno di riposo corrisponde anche l obbligo di santificare la festa e quindi la costrizione ad attività religiose o il bando, la proibizione di svolgere attività ritenute in contrasto con la religione, come le corse dei cavalli e in generale attività collegate con la scommessa, col gioco d azzardo. Abbiamo un lunga lista di casi legati allo sport domenicale soprattutto nei paesi protestanti. Questo divieto è tipicamente puritano. I cattolici in questo erano molto più permissivi. A un certo punto, la partita si sposta di più sulle attività commerciali, quindi sul diritto-divieto di lavorare la domenica. Si chiama Sunday Closing Close, la clausola della chiusura domenicale. qual è stato il prezzo di questa vittoria? Una svendita del crocifisso a una logica di patto tra governo e chiesa Nel 1996 ci fu una sentenza molto importante della Corte costituzionale sudafricana riguardo il divieto di vendita di bevande alcoliche la domenica. In quel caso non era in questione il fatto che si potesse tenere aperto il supermercato, ma che in quel negozio si potesse vendere alcol. La signora Magdalena Petronella Solberg portò in tribunale il governo sudafricano sul presupposto che, in quanto non credente, non poteva essere obbligata a rispettare una proibizione che ha senso solo per i credenti. È una sentenza straordinaria anche da un punto di vista politico, perché dalla data si capisce che è una delle primissime sentenze della Corte costituzionale sudafricana dopo la transizione, quindi del nuovo corso post-apartheid, in cui le questioni di religione diventano il test per una società ansiosa di superare una pregiudiziale cristiana che aveva coinciso in parte con la legittimazione dell apartheid. Questo calvinismo veniva infatti identificato con quello dei boeri, delle colonie, che proclamavano il fondamento biblico del razzismo, della separatezza delle razze, che dio aveva voluto diverse perché non 8 una città

9 Parigi si mischiassero. La sentenza si è conclusa a favore della signora Solberg. Abbiamo così assistito alla rottura del confessionismo non formale (non c è mai stato un confessionismo formale in Sudafrica). Nella misura in cui la Gereformeerde Kerk, la Chiesa olandese calvinista, si riteneva di fatto la custode della purezza biblica delle origini dei coloni, e nella misura in cui queste proibizioni erano collegate a quella tradizione, rompere questa tradizione e dichiararla illegittima costituzionalmente è stato un passaggio di straordinaria importanza verso un multi-confessionismo. La domenica come giorno di riposo diventa argomento di discussione anche in Europa. Negli stessi anni in Europa si costruiscono delle direttive sul lavoro; nella regolazione generale dei diritti dei lavoratori ci si imbatte nel problema del riposo settimanale. Qui la questione è rovesciata e riguarda il diritto al riposo settimanale. Mentre si preparava questa direttiva, la domanda divenne appunto se si potesse configurare la domenica come giorno del riposo obbligatorio. Curiosamente, fu soprattutto il governo inglese, uno degli ultimi paesi con la Chiesa di Stato, a obiettare contro l istituzione della domenica. Si andò anche in questo caso alla corte di giustizia dell Ue, siamo sempre nel 96. L Ue stabilì che non si poteva istituire lo stesso giorno di riposo dal lavoro per tutti i paesi. Non c era e non c è alcun motivo per cui la domenica venga identificata come giorno di riposo obbligatorio per tutti. Un altra questione su cui non si riesce a trovare una soluzione univoca è quella del velo e in generale dei segni religiosi. È una questione infinita e va anch essa collocata nel grande scenario, per comprenderla. Sono tutte questioni molto appassionanti in cui da un lato è necessario uno sguardo molto ravvicinato, anche per una buona decisione dei tribunali. Bisogna comprendere molto bene il contesto, la legislazione di riferimento, i precedenti. Sul velo, ad esempio, bisogna capire chi vieta che cosa, in quali circostanze, che senso ha quel divieto nella storia di quel paese... Bisogna insomma affidarsi a una sorta di lente d ingrandimento per vedere il micro. Questo però ci sottopone al rischio di perdere di vista il macro. Non bisogna mai perdere di vista il grande scenario: che cosa significa oggi un simbolo religioso, chi ci fa che cosa. E anche la trasformazione: portare il velo significa cose diverse in contesti diversi. Ma questo discorso non vale solo per il velo. Pensiamo alla battaglia fatta dall hostess di terra della British Airways che voleva portare il crocifisso. Per qualche mese è stata sospesa, poi gliel hanno consentito. Quell episodio è interessantissimo perché per la prima volta in Europa, almeno nei tempi moderni, qualcuno combatte per il diritto di configurare il crocifisso come una specie di velo. sul velo bisogna capire chi vieta che cosa, in quali circostanze, che senso ha quel divieto nella storia di quel paese... Non a caso i responsabili di British Airways quando questa signora, Nadia Eweida, insiste per portare la croce, le rispondono: Ma non sei mica musulmana, Non sei una Sikh. Qualcuno ha interpretato queste reazioni come anticristiane. In realtà è vero il contrario: quelle risposte sono invece un riflesso del cristianesimo di Stato. Come dire: tu non sei mica una minoranza, non sei come quelli là, quei poveracci che devono distinguersi. Quando il caso è arrivato a Strasburgo, alcuni vescovi della Chiesa d Inghilterra sono andati a testimoniare, da esperti, che portare il crocifisso è un atto di fede. Di nuovo un argomento parecchio discutibile dal Fausto Fabbri una città 9

10 punto di vista teologico. Bisogna sempre cogliere dove vanno queste onde. Tornando al velo, la battaglia di una dissidente politica turca, per portare il velo, non è la battaglia, sempre per portare il velo, delle politiche del partito di Erdogan; la battaglia delle laiche per non portare il velo è anch essa un altra cosa. Sono pezzi completamente diversi. Tra l altro, c è sempre questa confusione tra burqa e velo. Il Belgio vieta il burqa, con una forte enfasi sul fatto che la riconoscibilità favorisce la socializzazione. In Italia non è vietato nulla, a differenza della Francia, che vieta i simboli religiosi a scuola. Per capire la struttura di questi divieti bisogna anche sapere come sono organizzate le scuole. tutti i governi europei sono terrorizzati da un Europa che sottragga loro l arma politica della religione Ad esempio, la scuola italiana non ha mai avuto una politica delle uniformi. Invece, per dire, le scuole inglesi, dagli anni Ottanta, hanno incluso nella codificazione delle uniformi, nel codice della scuola, tutto quello che si può fare. Resta emblematico il caso di Shabina Begum. Shabina frequentava una scuola all avanguardia dal punto di vista del riconoscimento dell abbigliamento delle giovani musulmane. Una scuola pilota della periferia di Londra, considerata un modello nelle politiche inclusive, dove la preside, tra l altro, era una signora del Bangladesh. Il codice di quella scuola era perfetto: erano stati inglobati nelle uniformi il velo, addirittura il salwar kameez, l abito lungo portato da alcune popolazioni del sud-est asiatico. Ma naturalmente nella battaglia per il riconoscimento niente è abbastanza, quindi la ragazzina si presenta cosa sta succedendo una mattina a scuola con la jellabah, la tunicona lunga tutta d un pezzo, che non era nel codice delle uniformi. E lì si apre questo grande caso, che in ultima istanza poi la ragazzina porta davanti alla House of Lords. Questo per dire le complicazioni. Invece quello francese è un caso diverso, è il caso della scuola laica, pubblica e repubblicana, un modello forse poco comprensibile fuori dalla Francia. Lì vengono vietati tutti i simboli religiosi, anche la kippah, il crocifisso, solo con una piccola furbizia nel regolamento attuativo che specifica che non si può portare il crocifisso solo se è grosso. Tutto ciò in Italia non esiste, chiunque può portare quel che vuole. Non so poi nelle scuole come ci si orienti, sinceramente. Credo che un preside impedirebbe a qualcuno di entrare a scuola col burqa. Nel nostro paese il burqa cade sotto la legge sulla pubblica sicurezza, la legge degli anni di piombo, che vieta di andare a volto coperto se non per un giustificato motivo. È una legge ragionevole: se sei in moto, usi il casco, così come se scii puoi usare il passamontagna, è un po il buon senso. Secondo me questa legge è sufficiente. Il problema in Italia è venuto dal fatto che alcuni giudici hanno ritenuto che ci fosse un giustificato motivo a portare il burqa anche nel senso di un esigenza culturale-religiosa. Su questo il dibattito resta aperto. Comunque l Italia non ha una norma che lo vieta. Il Belgio sì, la Francia sì. Quindi in Europa non c è un orientamento univoco. L atteggiamento comune da parte dei governi è L Europa è utile se mi rafforza. Tutti i governi europei sono terrorizzati da un Europa che sottragga loro l arma politica della religione. Non c è nessuno in questo momento che si senta talmente libero da dire: Non m interessa gestire in proprio i rapporti con le chiese. Governi deboli, stati deboli sentono che non possono rinunciare a un tale potere. Se i privilegi delle chiese, gli statuti giuridici delle chiese non dipendono più dal governo nazionale, questo perde una grande arma di condizionamento. Quindi la stessa Scientology è considerata una religione in un paese ma non in un altro? Proprio così. Le grandi chiese sono solidali con i governi in questo gioco, perché a loro volta sanno di poter ricattare il governo nazionale meglio di quanto non potrebbero fare a Bruxelles con qualche funzionario. Per la Chiesa cattolica in Italia veder messo in pericolo tutto ciò che è stato costruito, anche le cose più ambigue e problematiche, i pasticci dell ora di religione, l otto per mille, l Ici agli immobili ecclesiastici, il finanziamento diretto e indiretto, i simboli religiosi, il crocifisso... Se tutto questo dovesse essere rivisto dentro una logica più conseguente, più nordeuropea, più limpida, sarebbe una grande perdita di potere. Le piccole religioni, al contrario, spingono molto per una europeizzazione dei conflitti. Il sistema italiano, in realtà, è solido, ma ci sono paesi per i quali l europeizzazione implicherebbe una crisi dell intero modello confessionista. La Grecia è stata più volte condannata a Strasburgo. Non parliamo della Russia. Che poi, a monte cosa c è? C è, da un lato, un sistema confessionista che sa di aver bisogno della stampella dello Stato perché socialmente sempre più debole, e dall altro, una politica altrettanto in crisi, perché se si sentisse più sicura di sé avrebbe meno bisogno della stampella religiosa. (a cura di Barbara Bertoncin) Fra me e te la verità Lettere a Muska di Nicola Chiaromonte a cura di Cesare Panizza con un saggio di Wojciech Karpinski Edizioni Una città 312 pagine 18 euro (15 euro per gli abbonati) vendita diretta: una città

11 DAVVERO BRAVO problemi di scuola Niente prepara allo sconvolgimento che provoca la nascita di un figlio disabile, neanche gli anni passati a fare l insegnante di sostegno; la ferma volontà, fin da subito, di non rimanere imprigionati nella diagnosi, le difficoltà, ma anche le soddisfazioni degli anni di scuola, la convinzione che un compagno disabile fa bene alla classe. Intervista a Roberta Passoni. Roberta Passoni, insegnante elementare, è esperta di inclusione, coordina le attività educative della casa-laboratorio di Cenci e ha appena pubblicato, nelle edizioni Junior, A partire da un libro. Imparare a leggere e imparare ad amare i libri nella scuola primaria. Tu sei insegnante elementare e hai fatto l insegnante di sostegno. Tuttavia, quando è nato tuo figlio Lorenzo, ti sei trovata impreparata... Dico subito che un conto è pensare di occuparsi di disabili, un conto è improvvisamente avere un figlio con disabilità. È un altra cosa. Se tu fai l insegnante di sostegno, fai l operatrice, ti occupi di, ma sei un altra cosa. Quando ti nasce un figlio con disabilità tu diventi quella cosa. Non credo che le mie esperienze precedenti mi abbiano preparata a questo. Penso non ci possa essere niente che ti prepari allo sconvolgimento che si ha quando nasce un figlio disabile. Io ho fatto una grande battaglia con me stessa per non cedere ad alcuni pensieri, a non dimenticare mai che mi era nato un figlio. Lorenzo era un bambino. C è un momento in cui tutto diventa patologico, perché il sistema sanitario giustamente, o non giustamente, ponendo la salute come priorità assoluta, si sente autorizzato a utilizzare metodi anche aggressivi, difficili da tollerare. Il fatto che ti sia nato un bambino, cioè la cosa più naturale del mondo, diventa oggetto di osservazione: se si attacca quando allatti, se non si attacca, cosa succede Tutto cambia perché è come se continuamente volessero riconoscere in quel bambino i segni della malattia. Lo capisco, io stessa cominciavo ad avere dei dubbi i primi giorni dopo che è nato Lorenzo. Facevo strani esperimenti per capire. La cosa che suscitava stupore era che non lo avevo mai sentito piangere. Ritardavo apposta i momenti dell allattamento per vedere se piangeva. Però in quei giorni ho cercato di mantenere un contatto vero. Lui stava al nido e io volevo stare il più possibile con lui. Chiedevo di poter andare continuamente perché se c era un momento in cui ero serena era quando stavo con lui e potevo ritornare nella dimensione madre-figlio. Quando stavamo insieme, lui era mio figlio e io ero sua madre. La frase che dissi al primario dell ospedale, quando mi comunicò che Lorenzo aveva la sindrome di Down e cominciò a elencarmi tutte le caratteristiche di quella sindrome fu: Non ho partorito una sindrome, ho partorito un bambino. Lasciatemi scoprire da sola che cos è la sindrome di Down. A parte le indicazioni mediche importanti, per il resto non mi piaceva mi si dicesse che lui sicuramente avrebbe fatto questo, non avrebbe potuto fare quest altro... Non mi sembrava giusto. Non lo si fa con nessun bambino, perché bisognava farlo con lui? Ho sempre pensato che Lorenzo avesse il diritto ad avere un futuro incerto come ce lo abbiamo tutti, senza dovermi per forza aspettare delle cose. Questo credo mi abbia aiutata molto nel crescere mio figlio, il fatto di non pensare che tutto seguiva un percorso prestabilito. Mi sono detta che avrei fatto in modo che Lorenzo mi stupisse, che crescesse come Lorenzo. L ho pensato subito. Ho pensato che non volevo metterlo dentro alla letteratura. Ho pensato che, prima di avere la sindrome di Down, Lorenzo era figlio mio e di suo padre. la cosa che mi faceva stare più male era quando non gli si dava una seconda possibilità Questo era il mio chiodo fisso. Io ci ho sempre creduto, anche nei momenti più bui. Anche quando era molto difficile dal punto di vista della salute fisica, leggevo in Lorenzo un forte attaccamento alla vita che mi dava speranza. Anche quando la salute fisica ha lasciato il segno nella sua psiche e abbiamo attraversato momenti molto duri, non ho mai pensato che sarebbe stato sempre così. Ho creduto che saremmo cresciuti, cambiati, che ci sarebbe stata un evoluzione. In che cosa tuo figlio ti ha maggiormente stupita? È difficile da dire, Lorenzo mi ha stupita talmente tanto! Mi ha stupito la sua determinazione. Ho delle immagini di quando, a tre anni, non riusciva a camminare, però si muoveva da seduto e mi ricordo che aveva sempre le gambe graffiate. Quando voleva arrivare a qualcosa ce la metteva tutta. Un altro ricordo è la sua frase gliel ho fatta, perché lui ha sempre avuto l atteggiamento di provarci. Lui ci prova, non si ferma, ce la mette tutta e quel gliel ho fatta lo diceva sia quando riusciva a vedere un film alla televisione, sia quando riusciva a colorare qualcosa o ad andare in bicicletta... Quando sentivo dirglielo pensavo: Anch io gliel ho fatta, perché certe volte non è facile. Ho sempre pensato che Lorenzo dovesse sperimentare tante attività, ma questo sperimentare diverse cose spesso ci faceva trovare in situazioni in cui lui non aveva un comportamento adeguato e non era come gli altri si aspettavano che fosse, non reagiva come gli altri si aspettavano dovesse reagire. Ma io pensavo che solo attraverso l esperienza continua sarebbe migliorato, sarebbe riuscito a superare le sue difficoltà. Quindi, se io gli avessi evitato quelle situazioni non sarei mai riuscita a fargli superare quegli ostacoli e a farlo crescere. Certe volte noi genitori siamo restii a far sperimentare delle cose ai nostri figli perché il loro insuccesso provoca in noi un grande dolore. Dal momento in cui è nato la sofferenza nel vedere che in alcune situazioni poteva non farcela proprio bene, poteva creare situazioni imbarazzanti, tutto questo mi apparteneva, e io dovevo riuscire a controllare la mia ansia. Se riuscivo a controllarla avrei permesso a Lorenzo di andare avanti. Quindi ho cercato di offrirgli più opportunità possibili. Mi sono sempre assunta il rischio della non riuscita. Tante volte sono stata con un ansia da morire a guardare Lorenzo a scuola, quando faceva uno spettacolo o quando stava insieme agli altri, pensavo però che non c era altra strada. Soprattutto quando era piccolo, quando l incontro con Lorenzo era difficile perché lui era particolarmente aggressivo, ho sempre cercato di capire che ci poteva essere spiazzamento, spaesamento, paura. Davo per certo che Lorenzo, in certe occasioni, potesse spaventare, mettere in difficoltà ma mi dicevo: non ti puoi fermare, devi cercare di andare oltre. La cosa che mi faceva più male era quando non gli si dava una seconda possibilità. Avevo una smisurata fiducia nelle qualità di mio figlio, anche in quelle che non emergevano immediatamente, pensavo che chi si spaventava subito e lo allontanava, perdeva tantissimo di lui. Capisco che è difficile, perché dare una seconda possibilità vuol dire avere uno sguardo che va oltre l apparenza, sapere aspettare e riuscire a sospendere il giudizio. Ho sempre cercato di captare gli sguardi migliori, non soffermarmi su quelli che potevano ferire, e sperare che Lorenzo avrebbe mutato la situazione. Certe volte è successo, altre volte no. L esperienza scolastica com è andata? Nella scuola elementare è stato molto difficile, perché la sua inafferrabilità ha creato una situazione d ansia nelle insegnanti. È stato molto faticoso. Lui aveva l insegnante di sostegno, ma mi spaventava l idea che Lorenzo avesse questo satellite che gli girava sempre intorno, una sorta di assistenzialismo continuo. Infatti avevo preteso che ci fossero delle ore in cui Lorenzo restasse senza insegnante di sostegno per farlo stare in classe insieme agli altri bambini. Pensavo che i suoi compagni, gli insegnanti di classe e io, insieme, avremmo dovuto cercare di inventare delle cose adatte a lui. Nella scuola elementare è successo meno, mentre alle medie abbiamo vissuto un esperienza bellissima perché insegnante di sostegno, professori, consiglio di una città 11

12 classe, dirigente, insomma l intera scuola si è fatta carico di lui. Per Lorenzo il cinema è sempre stato fondamentale. Fin da piccolo vedeva qualsiasi tipo di film. Un periodo gli piacevano molto i film comici, da Chaplin a Buster Keaton, che lui chiama il fratello di Charlot, fino a Benigni e ad Aldo, Giovanni e Giacomo. Film in cui contano molto i gesti e la fisicità dei personaggi. quell anno è stato speciale non solo per Lorenzo, ma per tutti. Quella è diventata la classe di Lollo Kong Alla fine delle medie aveva una grande passione per King Kong e, su suggerimento dell insegnante di sostegno e dell operatore, a scuola hanno deciso di girare un film. Per dei ragazzi di terza media scrivere la sceneggiatura, costruire e dipingere le scene, andare in giro per Amelia e nei boschi circostanti per scegliere i luoghi e fare gli attori è stata una esperienza che ha reso quell anno speciale non solo per Lorenzo, ma per tutti. Quella classe è divenuta la classe di Lollo Kong. A un certo punto avete mollato sulla questione del leggere e scrivere. Dopo anni di tentativi e sollecitazioni, anche eccessive, a un certo punto si è capito che Lorenzo non avrebbe imparato né leggere né a scrivere. Visto che questo provocava in lui una grande sofferenza, ho insistito perché l attenzione si spostasse verso altri linguaggi. Avevo paura che, a insistere, avremmo perso tutto il resto. Vedevo che Lorenzo aveva una capacità di stabilire contatti e relazioni con gli altri che andava oltre le sue notevoli difficoltà di linguaggio, difficoltà che ci sono tuttora. Quindi, sostenuta dal dottor Carlo Berardi, lo psicologo che lo ha seguito fin dalla nascita, ho pensato che, oltre che a puntare sulla logopedia, bisognasse potenziare altro: il linguaggio del corpo e la musica. Con la musica abbiamo cominciato quando era piccolissimo, quando passava la maggior parte del tempo a occhi chiusi, quando sembrava non comprendesse niente, mostrando una totale chiusura verso il mondo. All inizio gli cantavo delle canzoncine che lo aiutarono ad alzare il volto, a guardarci negli occhi e a mimare dei semplici gesti. Poi siamo passati ad ascoltare la musica. Quando andavamo in giro in macchina mettevamo sempre le canzoni che a lui piacevano molto a volume altissimo e abbiamo cominciato a cantare insieme. Cantare, urlare, gli dava sicurezza. Per rompere questo muro, questa difficoltà nel linguaggio, ci siamo anche messi a parlare in un inglese inventato. Una volta, a casa, abbiamo costruito una finta televisione con uno scatolone di cartone e io e Amedeo, suo fratello più grande di tre anni, facevamo ogni giorno il gioco di infilarci dentro questa televisione parlando in modo strano e Lorenzo ci imitava. Lorenzo ha sempre avuto un grande senso del ritmo e io volevo che il corpo fosse un canale vivo per lui. Così a casa si ballava sempre. Riguardo al contatto fisico, i lunghi mesi di ospedalizzazione nei primi problemi di scuola tre anni di vita gli avevano fatto sperimentare contatti sempre molto aggressivi, così non lo si poteva toccare, come non gli si potevano lavare i capelli, tagliare le unghie... Io naturalmente tenevo molto a che lui, piano piano, sperimentasse un contatto con gli altri e un corpo a corpo che potesse essere per lui una cosa bella. Mi ricordo le lotte sul letto in cui io e suo fratello passavamo da una fase iniziale in cui Lorenzo, in qualche modo, voleva restituire tutta l aggressività che aveva ricevuto, a momenti di gioco. Poi, man mano, le cose si sono evolute e Lorenzo è diventato un ragazzo che ama accarezzare e, soprattutto, essere accarezzato, un ragazzo che saluta, che abbraccia, si presenta e dà la mano a tutti. Tu sostieni che avere per compagno un ragazzo disabile migliora la classe. Ne sono convinta e ci sono statistiche che avvalorano questo dato. Nella mia esperienza avere delle disabilità in classe offre l opportunità di sperimentare concretamente cose che non immaginiamo nemmeno. In una classe avevamo tempo fa una bambina con una gravissima difficoltà di linguaggio. I compagni dovevano essere attenti a capire che tipo di gesti stava facendo, così tutti abbiamo lavorato nel costruire un vocabolario di gesti. È stato per tutti un esercizio di attenzione e di concentrazione nato da un esigenza prioritaria e vera, che era quella di non perdere nulla di ciò che Valeria voleva dire. Quando mai la scuola ci offre l opportunità di esercitare la nostra attenzione con un senso di necessità così evidente? Naturalmente c è stato un grande lavoro dietro. Tantissimo dipende dallo sguardo che noi insegnanti rivolgiamo ai ragazzi che hanno difficoltà o disabilità, perché gli altri imparano molto da questo sguardo. È la stessa cosa che succede con il più bravo della classe. Quando l insegnante comincia nella sua testa a guardare un bambino come il più bravo, la maggioranza dei bambini lo vedrà così. Noi insegnanti dunque abbiamo una responsabilità enorme. Non voglio con questa negare la fatica, che c è, che non bisogna negare. Con l altro mio figlio, a casa, non la negavo. Dico sempre che Lorenzo mi ha aiutato a educare l altro mio figlio, ma con lui ho sempre cercato di riconoscere la fatica che comportava avere un fratello con problemi. Ero vicina a lui quando mi diceva. Non ce la faccio più, mamma, e io cercavo di non farlo sentire in colpa per questo perché anch io, a volte, non ce la facevo più. Una volta eravamo soli e Amedeo mi ha detto: Mamma, io penso proprio che Lorenzo sia uno stronzo. Avrà avuto 9 anni e io gli ho risposto: Hai ragione, certe volte, in certe situazioni, Lorenzo è così!. Non credo sia giusto pensare che tutto sia tollerabile. Del resto, la cosa a cui aspiriamo di più per un ragazzo con disabilità è che abbia una vita normale e nella vita è normale incontrare anche qualcuno che ti dica: Sei uno stronzo, no? Anche in classe avere una vita normale vuol dire accettare momenti in cui gli altri non ne possono più. A casa ho cercato sempre di dare ad Amedeo degli spazi suoi, in cui Lorenzo non doveva entrare. Purtroppo la fatica a volte è talmente forte che non riesci a vedere il resto. Oggi non si parla di integrazione, ma di inclusione. Il passaggio dall integrazione all inclusione richiede un cambiamento di ottica. Noi osserviamo cosa c è nel contesto che fa sì che il ragazzo non funzioni bene. Se pensiamo che dobbiamo modificare il contesto per far sì che il ragazzo stia bene, funzioni bene, reagisca bene, cambia tutto. Il limite non è nel ragazzo, ma nel sistema, nel contesto che si deve modificare perché lui riesca a stare bene con gli altri nel senso più pieno della parola. Il cambiamento è radicale perché dobbiamo tutti metterci in discussione. Certe volte a noi insegnanti succede che, quando abbiamo un ragazzo in difficoltà, basta che il neuropsichiatra o lo psicologo facciano la loro diagnosi e noi siamo a posto: lui è così. Questo ci tranquillizza perché il problema sta tutto nel ragazzo, nelle sue mancanze. Ma cambia tutto se noi ci domandiamo: cosa manca al contesto per fare in modo che lui possa stare nel miglior modo possibile insieme agli altri? Il problema è che, per operare questo cambiamento, dobbiamo cambiare continuamente e imparare a tarare di nuovo ogni volta il nostro intervento. Se il ragazzo con difficoltà alcune cose non può farle, io, nella mia testa, dovrei sempre domandarmi: come posso modificare i tempi e il resto per far sì che lui riesca? Ma per ricalibrare devo avere un attenzione continua verso quello che si sta facendo, un apertura che mi permetta di capire cosa non funziona. Debbo costruirmi un bagaglio culturale che mi permetta di attingere a diverse fonti e anche di cambiare. La cosa più difficile sta nel non affezionarsi, nel non pensare che quel metodo, quel modo di fare scuola sia sempre giusto e chi non si adegua è sbagliato. Si tratta di cambiare l ottica, cominciare a pensare che quello che facciamo forse non funziona. se mi comportavo in modo da produrre in lui continui insuccessi, ci avvitavamo in un circolo vizioso Faccio un esempio. Per un anno ho seguito come insegnante di sostegno Stefano, un ragazzo che aveva disturbi di comportamento molto seri. Era aggressivo e violento con gli altri e con se stesso. Uno dei primi obiettivi che ci siamo posti, nei primi due mesi, era che entrasse in classe, perché lui urlava, picchiava i compagni. Insieme al dottor Berardi, abbiamo deciso che io, nonostante fossi insegnante di sostegno, dovevo avere due ore alla settimana in cui facevo l insegnante di tutta la classe. Era importante per Stefano, ma anche per gli altri bambini, che fino ad allora avevano percepito me e gli operatori esclusivamente come coloro che li difendevano da Stefano. Ho cominciato dunque a condurre un laboratorio di arte e immagine in classe, mentre un operatore seguiva Stefano. Questo ci ha aiutato 12 una città

13 Milena Scatolini moltissimo perché in quelle due ore proponevo cose spiazzanti. Una volta, ad esempio, poiché lui amava moltissimo le ruspe e i trattori, abbiamo approfittato della presenza di una ruspa fuori dalla scuola e nelle mie due ore siamo andati tutti insieme fuori a osservare la ruspa, a disegnarla e a domandarci come funzionava. Un altro giorno, poiché Stefano non voleva mai entrare in classe e arrivava sempre in ritardo, gli abbiamo fatto trovare tutta la classe con i banchi fuori dall aula, in corridoio. Stefano individuava sempre dei limiti per potersi opporre e allora ho pensato che l unica possibilità che avevo stava nel modificare quei limiti. Non dandogli l opportunità di opporsi, lo mettevo in difficoltà rispetto ai suoi comportamenti abituali e questa difficoltà ha mosso delle cose in lui. Quell anno con Stefano per me è stato fondamentale. Ho imparato moltissime cose. Facevamo un lavoro a classi aperte e lui aveva stabilito una buona relazione con un operatore che proponeva attività teatrali nella scuola. Avevo ottenuto che Stefano potesse partecipare al laboratorio teatrale anche quando lo facevano altre classi. Si trattava di training e attività corporee, fondate una città 13

14 sulla fiducia. Per Stefano affidarsi agli altri era molto difficile, ma piano piano, da una grande distanza iniziale, ha cominciato a sperimentare il fatto che i compagni si lasciassero cadere verso di lui, avendo fiducia che lui li avrebbe presi. Questo lo ha aiutato moltissimo. Stefano mi ha aiutato a capire che a volte bisogna rompere, cambiare prospettiva. si pensa che per rendere delle attività fruibili a un ragazzo disabile bisogna semplificarle, ridurle, impoverirle Credo che, quando una situazione è davvero molto difficile, dobbiamo avere chiari alcuni obiettivi. Anche questo me lo ha insegnato Lorenzo. Mi ricordo che all inizio ero in grande difficoltà e nella più grande confusione, perché cercavo di fargli seguire le regole che ritenevo giusto seguire. Ma ero perdente, non riuscivo mai a vincere con Lorenzo, perché lui non ce la faceva, quindi mi provocava continuamente Allora ho cominciato a riflettere: quali sono le regole fondamentali? Così ho cominciato a togliere, a sfoltire, a concentrarmi solo su alcune. Anche a scuola certe volte le nostre pretese per alcuni bambini sono altissime. Noi pensiamo che siano giuste, ma questo a volte non aiuta ed esaspera la situazione. Poi i bambini non hanno gli strumenti e magari reagiscono negativamente. Dobbiamo capire quali sono le regole di cui, con quel bambino, non possiamo fare a meno e pensare che magari ci arriveremo piano piano. È più importante che loro sperimentino il fatto di riuscire a fare una cosa, piuttosto che porli continuamente di fronte a tanti insuccessi. Lorenzo sperimentava la fiducia in se stesso quando riusciva a fare qualcosa. Se mi comportavo in modo da produrre in lui continui insuccessi, ci avvitavamo in un circolo vizioso. A scuola penso sia lo stesso: dobbiamo sperimentare momenti di successo, di riuscita. In questi ultimi anni c è stato un proliferare di diagnosi e certificazioni. Questo può essere effetto di una maggiore sensibilità, ma può anche costituire un alibi. In questi ultimi anni mi sono trovata in una classe con due bambini con problemi molto seri dal punto di vista comportamentale, emotivo, affettivo. Bambini con forti difficoltà di relazione che sfociano in situazioni di aggressività, di violenza, con lancio di oggetti, morsi, calci, tentativi di fuga. Di fronte a queste situazioni, nei primi due mesi della prima ho vissuto una profonda crisi. Non riuscivo a pensare ad altro. Non avevo alcun insegnante di sostegno, ma devo dire che non ho mai pensato subito che ce ne fosse bisogno. Mi sono detta che avrei dovuto cercare di capire. Quando mi sono rivolta al dottor Berardi per capire cosa avrei dovuto fare io, per me stessa, lui mi disse di vederne l aspetto positivo: Non riuscire a pensare ad altro può renderti anche particolarmente creativa. Il fatto che per me fosse un chiodo fisso poteva aiutarmi a trovare strade diverse. Allora sono partita da cose molto semplici. Per esempio ogni giorno, quando tornavo a casa, scrivevo quello che aveva funzionato e quello che non aveva funzionato. La mia idea di base era che una scuola pensata solo nell aula non era assolutamente possibile per quei bambini. Mi dovevo togliere dalla testa una certa aspettativa e una certa idea di scuola. Dovevo ricalibrare tutto. E dovevamo muoverci tanto. Così, tutte le mattine, cominciavamo la giornata facendo attività di movimento tutti insieme. Questo mi fa tornare alla mente il concetto di agentività, sostenuto da Andrea Canevaro. Il portatore di disabilità in genere è molto agito dagli altri. È controllato, subisce molti interventi, anche terapeutici. Quando lui diventa agente, sembra che questo provochi il caos o comunque situazioni di grande complessità, perché a volte il suo essere agente lo rende in qualche modo disturbatore. La scuola, di fronte a questa complessità, va in tilt perché ha bisogno di incasellare, di mettere a posto e di trovare una risposta a tutto. Invece è come se in un cielo apparentemente sereno arrivassero delle perturbazioni. Avevo in classe 17 bambini: come far sì che stessero nel miglior modo possibile? La mia idea è che noi eravamo una piccola comunità e, come piccola comunità, insieme dovevamo affrontare i problemi che incontravamo. Io, le colleghe e i bambini tutti insieme, a volte seguendo i bambini stessi. Per esempio noi uscivamo tantissimo. Per Matteo uscire era fondamentale, perché lui scappava continuamente. La sua casa ha un grande recinto e nella scuola dell infanzia non è mai stato portato a nessuna gita a causa di questa sua tendenza a fuggire. Io ho pensato che avremmo dovuto rompere questo tabù, concedergli di stare fuori. La conseguenza di questo continuo uscire ha aumentato tantissimo la sua motivazione. Matteo, che in classe correva e saltava sui banchi continuamente, veniva percepito come disturbatore. Cambiando l ambiente, portandolo fuori, facendogli vivere uno spazio in cui tutti correvano e saltavano, il suo comportamento diventava adeguato. Il training tutte le mattine, le camminate all aperto, le osservazioni scientifiche nella natura e il teatro ci hanno molto aiutato. Ho cominciato a fare teatro con loro all aperto, un teatro che all inizio era di movimenti, capriole, rotoloni nell erba, storie che venivano. Gli altri, in questo modo, potevano dire: Vedi com è bravo Matteo. Mi disturba sempre molto quando verso i bambini con disabilità si utilizzano toni un po paternalistici. Noi dobbiamo creare delle occasioni in cui si sentano e siano davvero bravi. Un giorno, un insegnante che aveva visto mio figlio partecipare a una piccola recita scolastica, si è avvicinata a me al supermercato e mi ha detto: Lorenzo è davvero bravo a ballare. Quel davvero bravo, quel giorno, mi è apparso qualcosa di diverso da quando a scuola dicevano a Lorenzo che era stato bravo a fare un disegno e io capivo che in quel bravo non c era un apprezzamento vero. Quando dico che il mio chiodo fisso sta nel cercare di dare dignità a ciascuno, questa si trova quando si individua un problemi di scuola terreno in cui uno è davvero bravo. Allora bisogna fare in modo che tutti se ne accorgano. A scuola lavoro tantissimo con il teatro. Ogni volta che mi capita di mettere in scena un bambino in difficoltà ci penso tantissimo: per me è fondamentale che nei dieci minuti in cui appare lui possa presentarsi con un aspetto dignitoso, possa stupire gli altri mostrando una cosa che sa fare davvero, che la sua sia una presenza significativa, che lasci il segno e che chi sta guardando veda in quell occasione aspetti che non era riuscito mai a vedere prima. Quando dico che bisogna guardare alto è perché spesso, quando pensiamo alla disabilità, facciamo quella cosa assurda per cui, ad esempio, a mio figlio hanno proposto per anni compiti da prima elementare, come se il concetto di ritardo consistesse nel fatto che lui arriva in ritardo alle stesse cose. Lui non arriva in ritardo, lui arriva in un modo differente. Si pensa che per rendere delle attività fruibili a un ragazzo in difficoltà bisogna semplificarle, ridurle, impoverirle. I bambini non hanno avuto dubbi sul fatto che lui poteva avere una parte da protagonista nello spettacolo Io penso al contrario che noi dobbiamo immaginare in grande, osare. Ci vuole questa apertura, questa visione, altrimenti il loro destino sarà sempre e solo quello di fare un po meno e un po peggio quello che fanno gli altri. Nello spettacolo teatrale di fine d anno Matteo fece la parte di Puk in una nostra versione del Sogno di una notte di mezza estate. Il giorno dopo tutti i bambini della scuola dicevano: Matteo è stato davvero bravo! Ha imparato a memoria tutte le parti. Nella scuola e nel paese c era l eco del suo impegno e della sua riuscita. Lui ha fatto un grande sforzo, è riuscito a imparare perfettamente la sua parte e ad attendere il suo turno dietro le quinte. Tutti hanno potuto vedere cose che nella quotidianità non riuscivano a vedere. Un altra cosa bella era avvenuta prima. Quando avevo raccontato in classe il sogno di Shakespeare e dovevamo scegliere le parti, tutti i bambini della classe si sono girati verso Matteo e, senza essersi messi d accordo, hanno detto: Tu sarai Puk!. I bambini non hanno avuto dubbi sul fatto che lui poteva avere una parte da protagonista nello spettacolo. Certo, ci sono stati momenti difficili durante le prove, non voglio nasconderlo, ma alla fine dell anno il successo ottenuto nel teatro ha fatto sì che Matteo lo abbia messo tra le dieci cose più belle che aveva fatto nell anno. La sera dello spettacolo Matteo, di fronte a tutti i genitori di Giove, ha sentito che gli applausi ricevuti erano un apprezzamento vero. (a cura di Franco Lorenzoni) 14 una città

15 buone pratiche LE CASETTE DI PASSAGGIO Nove piccoli condomini da demolire e ricostruire, oltre cento famiglie da spostare, un quartiere da ripensare dall edilizia alla viabilità agli spazi comuni, la diffidenza iniziale, i cambiamenti in corso d opera, una partecipazione, chiara sulla carta, ma tutta da inventare, il ruolo di Antonietta e di una piccola cooperativa: la storia del contratto di quartiere di Borgo Nuovo a Verona. Maristella Bortolotti è insegnante, Antonietta Cordioli, dell Ass.ne Vita e Cultura-il Mosaico, Valli Rossi, resp. del Centro servizi territoriali, Adriano Martinelli, ingegnere, dirigente Politiche della casa, Marco Guerra e Mauro Mussolini, dell Ass.ne Mondo Fantastico, Giovanni Residori, consigliere di Circoscrizione con delega al Cdq, Elena Traverso, già consigliere comunale e vicepresidente della circoscrizione, Liliana Verdolin, presidente dell Associazione per la pace tra i popoli, Luca Zanotto, già presidente di Circoscrizione, oggi è presidente del Consiglio Comunale. La versione integrale dell intervista è stata pubblicata in Una città da abitare. Rigenerazione urbana e processi partecipativi (a cura di Lucia Bertell e Antonia De Vita), Carocci A metà degli anni Duemila, Borgo Nuovo è stato coinvolto da un grosso progetto di riqualificazione urbanistica, ma non solo. Potete intanto fare qualche cenno al quartiere? Mauro. Sono venuto ad abitare qui nel 66 e ricordo che già nel 76 ci fu una prima ristrutturazione che però risultò fallimentare, per il semplice motivo che decisero di aggiungere a gente con problemi altra gente con problemi. Dopodiché ci avevano pure costruito un muro attorno, così questo era diventato un ghetto a tutti gli effetti. Io all epoca vivevo nelle cosiddette casette di passaggio di via Erice. Nonostante il marchio io ho dei bei ricordi: era ancora una di quelle vie in cui si mangiava assieme, dove se avevi bisogno di una scatola di pelati andavi dal vicino; non era come abitare in un condominio di oggi dove non ci si conosce nemmeno da scala a scala. Erano tutte famiglie che avevano più o meno gli stessi problemi e che cercavano di aiutarsi. All inizio questa era una via povera però solidale. La mia infanzia è trascorsa lì. Il problema storico del quartiere è sempre stato la concentrazione di situazioni problematiche: tutti quei soggetti che potevano essere di disturbo altrove li avevano messi qui. Tra l altro a un certo punto c erano due o tre famiglie che facevano a gara a chi aveva la posta prima, che insomma gestivano lo spaccio. D altra parte avevano ben pensato di metterne una sopra e uno sotto nello stesso condominio... cosa ti aspettavi? Liliana. Vivo qui da quarantadue anni, i miei figli hanno frequentato le scuole del quartiere, anche negli anni in cui la gente mi diceva: Tu sei pazza ad abitare lì. Questo era un quartiere Bronx. Io però mi sono sempre trovata benissimo, anche a scuola. Certo ho sempre lottato: nel volontariato, nella scuola, nella parrocchia, per il mio quartiere. Giovanni. Io sono nato qui quarantacinque anni fa e sono trent anni che lavoro in questo quartiere, ho un negozio. Questo per dire che so benissimo cosa voleva dire vivere qui negli anni Settanta e Ottanta. Questo era un quartiere emarginato, isolato, dimenticato, ma con il Contratto di quartiere secondo me è rinato, rifiorito. Com è nato il Contratto di quartiere di Borgo Nuovo? Elena. La prima volta che si cominciò a parlare della necessità di mettere mano su Borgo Nuovo fu nel 1995, su iniziativa di Agec. All epoca vennero fatti una serie di preventivi perché inizialmente si pensava di ristrutturare le casette di passaggio dove abitavano i residenti del villaggio. Nel frattempo stava anche cambiando la filosofia alla base dell organizzazione dei quartieri della città. Si voleva cioè evitare di perpetuare il modello del quartiere ghetto, con i casi sociali della città. La sfida era di integrare le fasce più deboli con quelle, fra virgolette, normali. Non dimentichiamo che il cosiddetto Villaggio Dall Oca Bianca (costruito grazie a una donazione dell omonimo pittore) e in seguito ampliato con il suo lascito testamentario), negli anni Ottanta era noto come città della droga. Così, quando uscì il Contratto di quartiere I, l Amministrazione dell epoca inoltrò domanda al Ministero e alla Regione per accedere ai contributi e quant altro. All epoca, purtroppo, non andò a buon fine. Ma nel 2002, con l uscita del nuovo bando (Contratto di quartiere II), presentammo domanda, che venne accettata. Ecco, qui abbiamo spostato centodieci famiglie! Antonietta. Sono 23 anni che vivo qui. L Agec, quando si è manifestata la necessità di intervenire, mi ha chiesto di aiutarli a trovare una soluzione per liberare le case di passaggio. Così mi sono trovata con centododici famiglie da spostare in un anno e mezzo. Ovviamente l Agec metteva a disposizione altrettante case. Si trattava di spiegare a queste famiglie che dovevano andarsene. È stata dura, però ci sono riuscita. Non da sola ovviamente, però ci tengo a dire che siamo riusciti a spostare centododici famiglie senza un uscita di pattuglia e senza un ufficiale giudiziario. Com è riuscita nell impresa di convincere oltre cento famiglie a lasciare la propria abitazione? Antonietta. Facendo riunioni, assemblee, parlando insomma. Qui, come altrove, ti trovi ad avere a che fare con persone che a volte capiscono le cose a modo loro. Non dimentichiamo poi che in quelle case c erano anche persone che non erano neanche in grado di fare la propria firma. Mi spiego? Capitava così di dover ripetere la spiegazione tante volte e poi magari il giorno dopo t accorgevi che ancora non avevano capito bene e allora dovevi tornare a rispiegare tutto. Per mesi ho avuto sempre l ufficio pieno per star dietro a tutti. C erano anche diversi anziani. Loro mi dicevano: Guarda che mi fido di te. Mi raccomando.... Con questo discorso del mi fido di te, mi sono sentita caricata di una grande responsabilità. Ho fatto il possibile e l ho fatto volentieri, anche se, sinceramente, non so se lo rifarei... Elena. E, attenzione, ha fatto tutto volontariamente, non è stata pagata da nessuno. Luca. Le persone si fidavano di Antonietta e questo è stato decisivo. Potete immaginare: famiglie che dopo una vita trascorsa in quelle case si vedevano l Amministrazione arrivare e dire: Vi dovete trasferire. Andare a parlare con le famiglie che vivevano nelle case Ater e Agec voleva dire imbattersi in una resistenza dovuta al fatto che c era una palese diffidenza verso l Amministrazione. Antonietta è una persona del quartiere, conosciuta; una persona di riferimento che non solo c ha messo la faccia, ma ha accompagnato queste famiglie concretamente, anche aiutandole a leggere le carte, non sempre così accessibili; cosa che aumentava la diffidenza: Cosa mi fai firmare?. È stata Antonietta a far loro capire che avrebbero avuto una sistemazione, magari in un altro quartiere, però assolutamente migliore, non più in luoghi fatiscenti. Bisogna infatti dire che la situazione qui era veramente grave. Ater e Agec avevano la necessità oggettiva di provavevano aggiunto a gente con problemi altra gente con problemi. Dopodiché ci avevano pure costruito un muro attorno Grazie quindi ai finanziamenti, molto cospicui, avuti dallo Stato, dalla Regione Veneto, e una parte anche dal Comune di Verona, nel 2005 è cominciato l abbattimento della vecchia struttura, le nove case di passaggio, che ha visto lo spostamento di oltre centodieci famiglie. Qui voglio subito citare lo straordinario lavoro di Antonietta Cordioli, che ha fatto da ammortizzatore, da cuscinetto, tra il quartiere e l Amministrazione comunale perché si rischiava una rivoluzione. Parliamo infatti di persone che vivevano qui da generazioni e a cui si prospettava la necessità di un trasloco, in alcuni casi temporaneo, in altri definitivo. Devo dire che le cose sono state gestite talmente bene che alcune famiglie, pur essendo in una soluzione provvisoria, hanno preferito restare dove si erano stanziate piuttosto che tornare indietro. Adriano. Quando parlo di questa esperienza, faccio sempre questo parallelo: pensate solo a quant è difficile spostare un cartello stradale. una città 15

16 vedere alle ristrutturazioni di questi edifici e l economicità di scala imponeva di abbattere tutto e di fare qualcosa di nuovo. Non aveva senso fare interventi di risanamento. Sarebbero stati antieconomici. Oggi queste persone risiedono in un abitazione che magari beneficia di impianti fotovoltaici, di sistemi di ricircolo dell acqua, di riscaldamento a pavimento, con impianti elettrici nuovi e quindi sicuri. Nelle vecchie case di passaggio spesso il riscaldamento non andava: se mettevi il phon nella spina saltava la corrente e rischiavi anche di farti del male; i bagni erano fatiscenti e le condizioni igienico-sanitarie precarie. Però ci voleva il filtro di una persona del quartiere per convincere una famiglia che abitava lì da cinquant anni che sarebbe andata a stare meglio. Ecco, Antonietta, assieme alle associazioni, è riuscita a farsi garante del quartiere e a convincere le persone. Una volta convinti i residenti, le case di passaggio sono state demolite. Adriano. Come diceva Luca, i residenti erano inquilini di alloggi assegnati con bando regionale, quindi facevano parte di graduatorie pubbliche. Nelle case nuove hanno mantenuto questo stesso status. Ovviamente i canoni sono leggermente aumentati, però parliamo al massimo di qualche decina di euro. D altra parte, bisogna anche ricordare che le case di passaggio, case a due piani a ballatoio, erano abitazioni provvisorie allestite negli anni Sessanta per le emergenze abitative e assegnate a nuclei familiari in difficoltà. Tant è che si parlava anche di case minime. Queste case, però, da provvisorie, di passaggio, nel tempo erano diventate stabili. ci voleva una persona del quartiere per convincere chi viveva lì da cinquant anni che sarebbe andato a stare meglio Bisognava dunque intervenire. Ecco, mi sembra importante sottolineare che Verona è forse l unica esperienza in Italia che ha avuto il coraggio e la volontà di demolire. Gli altri contratti di quartiere hanno ristrutturato, aggiunto, migliorato. Verona ha demolito. E non una, ma nove case, nove piccoli condomini. Dopodiché sono stati costruiti sei condomini nuovi per un totale di appartamenti. Il tutto senza aumentare la volumetria. Potevamo costruire molto di più, circa m³ in più, e non l abbiamo fatto. È stata fatta una scelta di sostenibilità. Luca. Dal punto di vista urbanistico è stato importante ridefinire gli spazi senza andare ad appesantire la densità abitativa del quartiere. L intervento urbanistico è stato affiancato da una sorta di accompagnamento sociale... Luca Z. Come ha spiegato l ingegner Martinelli, le problematiche che hanno portato al Contratto del quartiere erano di riqualificazione urbanistico ed edilizia, non sociali, e tuttavia proprio l entità e il tipo di intervento richiedevano un affiancamento. Quando abbiamo iniziato, io ero responsabile della Commissione lavori pubblici, successivamente mi sono trovato coinvolto nella Circoscrizione come presidente. Elena e io buone pratiche abbiamo seguito il Contratto dall inizio. Elena. È uno dei contratti più grossi in Italia. Luca. Oggi si fanno tanti spot sulla politica partecipata, sul coinvolgimento dei cittadini, a cui non sempre seguono fatti concreti. Va allora riconosciuto che il Contratto di quartiere, da questo punto di vista, ci ha costretto a una modalità partecipata, non solo con i cittadini, ma anche all interno dell Amministrazione. Il Contratto ha avuto inizio con una sorta di progettualità urbanistica tesa appunto a riqualificare il quartiere. Già in nuce c era però l idea che qualificando l area potevi poi intervenire su altre logiche. Se vuoi, la parte urbanistica, che pure è stata una grande impresa perché, con Ater, Agec e i vari uffici occorreva decidere come riposizionare gli edifici all interno del quartiere con annessi e connessi, in realtà è stata quella più facile. La sfida vera è arrivata con la seconda fase, quella dell aspetto sociale. In questo passaggio direi che i protagonisti sono diventati le associazioni del territorio e lo Studio Guglielma che, con l ingegner Martinelli, hanno offerto un accompagnamento costante, quotidiano, ai cittadini del quartiere. Parliamo di migliaia di persone che andavano innanzitutto comprese nel disagio di una decisione molto forte. Alla fine si trattava letteralmente di sradicare delle famiglie, riqualificare l area e poi riportarle nel quartiere. Adriano. Preciso che una parte delle aree che ospitavano le nove case abbattute sono state vendute per costruire edilizia privata. Una parte è rimasta di edilizia sovvenzionata, un altra è stata dedicata all edilizia convenzionata destinata a soggetti prima casa e giovani coppie. L obiettivo era di ringiovanire il quartiere e di promuovere una dimensione mista, che non fosse più quella del ghetto. Anche l azienda che gestisce gli edifici comunali ha avuto un ruolo importante... Adriano. Per quanto riguarda gli inquilini delle case di passaggio, Antonietta ha avuto il merito eccezionale di farsi carico dell accompagnamento, però va riconosciuto anche il ruolo dell Agec. Le persone, infatti, una volta convinte, andavano trasferite in altri appartamenti. Soprattutto Agec, il Comune e -in maniera più ridotta- Ater, hanno manifestato la loro disponibilità. Agec addirittura ha sospeso per due anni l assegnazione di alloggi pubblici. Questo ha anche voluto dire che le persone in attesa di una casa sono state in qualche maniera sorpassate per dare spazio a queste, quindi il piano di mobilità ha rallentato l inserimento. Anche questo bisogna dirlo. Il primo impatto cittadini-amministrazione com è stato? Elena. Abbiamo iniziato con una serie di assemblee in cui si è spiegato ai cittadini quello che sarebbe successo. Fin dall inizio, come abbiamo ricordato, le associazioni hanno svolto un ruolo fondamentale. Non esagero se dico che senza non saremmo riusciti a spostare neanche una famiglia. Luca. Da parte nostra comunque non c è mai stato un irrigidimento... Certo, all inizio ci siamo anche spaventati perché il progetto era ambizioso ed era una cosa nuova, però c è stato un confronto costante con i cittadini, a volte anche acceso, ma sempre con uno spirito costruttivo e comunque non solo di facciata, tant è che alcuni interventi sono stati modificati in itinere. Adriano. All inizio, l obiettivo era quello di riuscire a presentare il Contratto nei termini previsti dal bando ministeriale, per cui ci siamo occupati soprattutto di fare progetti. Ovviamente abbiamo messo tutto quel che si poteva, quindi demolizioni e ricostruzioni, vendita di aree, ristrutturazione degli edifici, opere di urbanizzazione, verde, viabilità, la vasca di raccolta dell acqua piovana, i tre nuovi edifici, ecc. Verona è forse l unica esperienza in Italia che ha avuto il coraggio e la volontà di demolire Luca. A un certo punto ci siamo accorti che alcune vie andavano girate come sensi unici, poi c è stato problema dell area verde, che è stata ricollocata. Adriano. Anche il progetto del nido è stato rivisto. Il progetto prevedeva un nuovo asilo nido integrato a fianco del nido esistente. Un nido integrato è una struttura che accoglie i bambini ancora più piccoli di quelli del nido; integrato perché va co-gestito con i genitori che fanno appunto delle ore di compresenza. Il settore competente ha confermato che questo bisogno era reale e quindi l abbiamo inserito. Ora, bisogna sapere che nei lavori pubblici c è il progetto preliminare, in cui si studia la fattibilità, poi c è il definitivo in cui si quantifica la spesa, e poi c è l esecutivo. Ecco, in fase di progetto esecutivo abbiamo fatto ulteriori riunioni, anzi sono stati i genitori dei bambini che c hanno detto: Ma perché andate a costruire un nido proprio nel giardino dell asilo? I nostri bambini così non avranno più spazio per giocare. A quel punto abbiano detto: Sì, avete ragione, ma ce l avete chiesto voi. Insomma, riconosciuto il problema, l Amministrazione in itinere ha accolto le osservazioni e ha deciso di non farlo più. Dal punto istituzionale noi però c eravamo impegnati con il Ministero, che ci aveva dato anche un punteggio per quell asilo, per cui andare a toglierlo... Dovete infatti sapere che il Contratto di quartiere era stato depositato al Ministero. L ho portato personalmente: 78 chili di carta pesati al checkin dell aeroporto. Quando c hanno visto arrivare con i valigioni, 18 faldoni... Abbiamo anche azzardato: Ma... e se la prossima volta vi mandassimo un cd?. Il Contratto di quartiere è un vero e proprio contratto, per cui il Ministero e la Regione hanno voluto un provvedimento amministrativo, quindi una delibera, in cui si diceva che si rimandava quell intervento a un momento successivo. Questo per far sì che non si bloccasse tutto. Questa è stata la filosofia che abbiamo seguito anche in momenti successivi. L ambizione era infatti quella di andare avanti. Avete investito molto sul rapporto coi cittadini, sul tenerli informati una città

17 Il Villaggio Dall Oca prima e dopo l intervento di riqualificazione Luca. Una delle cose più qualificanti di questa che il Punto ascolto che è durato sette anni, riqualificazione è stata proprio quella di avere dove venivano raccolte le segnalazioni dei cittadini e successivamente portate all attenzione una presenza costante nel quartiere. Borgo Nuovo si è subito rivelato un terreno particolarmente fertile proprio per il tessuto di associazioni la Circoscrizione, il Comune, ecc. degli organismi competenti che potevano essere presenti sul territorio che hanno mediato, anche Voi amministratori come avete vissuto questo rapporto con cittadini? Le istituzioni non direttamente, con i cittadini smussando le tensioni legate al grande trasloco. Lo studio Guglielma ha fatto da collante tra l Amministra- confrontarsi con cittadini competenti o co- sempre hanno le capacità, o l esperienza, di zione comunale, le associazioni del territorio e munque desiderosi di darsi da fare... i cittadini, informando costantemente su quelle Luca. Bisogna ammettere che noi amministratori non è che fossimo nati imparati, come si che erano l evoluzione e le prospettive future del progetto di riqualificazione urbana. dice. Abbiamo dovuto, giorno per giorno, confrontarci e capire. Questo, tra l altro, è un quar- I cittadini infatti vogliono sapere. Questo in Amministrazione lo viviamo quotidianamente: tiere talmente animato che non c è mai stato il quando sposti un cartello, inverti un senso unico problema di far partecipare la gente rispetto ad o un cittadino vede una ruspa arrivare, c è sempre qualcuno che chiede: Ma cosa state facenponi la riunione per riqualificare il marciapiede altri quartieri, magari più borghesi, dove se prodo? Perché fate un buco? Perché c è la ruspa. non viene nessuno. Qui, ancor prima di aver fatto un passo, si muovono tutti! C è un controllo territoriale costante da parte dei cittadini, a maggior ragione in un quartiere Questo è uno dei quartieri più vivi; nel corso come questo, che è molto sensibile. dell anno c è il cinema all aperto, le iniziative La decisione di allestire un punto d ascolto fisso degli alpini, della Casa della pace, di Mondo nel palazzo della Circoscrizione comunale è stato decisivo perché ha fatto sì che ogni persona giusta per dirlo, in questi anni è diventato un Fantastico... Anche se non sono la persona più potesse trovare in qualsiasi momento qualcuno quartiere ancora più vivo e più bello da abitarci. che gli spiegasse cosa stava succedendo. Quando siamo partiti con quest avventura -Elena si ricorderà- avevamo ideato una Elena. Fino allo scorso 31 maggio c è stato an- commissione ad hoc proprio per i contratti di quartiere, perché neanche noi conoscevamo bene i confini dell operazione. Riconoscevamo che si trattava di un progetto urbanistico avvincente, ma anche particolarmente complesso perché non si andava a intervenire su un edificio, ma su un quartiere. Insomma, neanche noi avevamo effettivamente un idea chiara di quello che sarebbe stato. Fortunatamente c è stato l appoggio di tutte le forze politiche senza distinzione, che evidentemente hanno capito la portata dell operazione. 78 chili di carta, 18 faldoni... Abbiamo anche azzardato: Ma... e se la prossima volta vi mandassimo un cd? Direi che la nostra strategia è stata di puntare a un radicamento quasi tentacolare nel quartiere, con tutti i soggetti in campo, quindi i servizi sociali, l ingegner Martinelli, lo Studio Guglielma che, pur essendo un associazione privata, era la mano longa dell Amministrazione. Dunque l istituzione ha cercato di essere presente su tutti i fronti, mettendo in moto i vari sensori. Adriano. Consideriamo che a livello istituzionale non si è mai lavorato con un metodo condiviso. Io non so cosa facciano i servizi sociali e loro non sanno cosa faccio io. Allora, la metodologia Lucia Bertell una città 17

18 che ci siamo dati fino da subito è stata quella di istituire dei tavoli di lavoro intersettoriali in cui la Circoscrizione, i vari uffici comunali, i vigili, ecc., si riunivamo regolarmente. In questo modo l Amministrazione è riuscita a colloquiare al suo interno e a migliorare il servizio da offrire all esterno. C è stato uno sforzo di apprendimento anche a livello istituzionale. Ci sono stati momenti di difficoltà? Mauro. Io alcune lacune le ho viste e le vedo nelle associazioni. È vero, in questo quartiere ce ne sono molte, però ciascuna coltiva il suo orticello, c è voluto il Contratto di quartiere per farle stare assieme. Ho provato a spezzare queste dinamiche, a intromettermi, per così dire. L ho fatto anche con la parrocchia. Al parroco che c era prima gliel ho detto: Tu coltivi le tue pecorelle, quelle che hai dentro e però non vai a prendere quelle che hai qui fuori, solo perché magari a qualcuno scappa una brutta parola. Il mio intento poi era di tirar fuori i ragazzi della parrocchia per farli partecipare anche alle altre attività, e viceversa. Ma non ci sono riuscito. Liliana. Ci sono state delle belle litigate, intendiamoci, però non è mai venuta meno la volontà, da tutte le parti, che questo progetto andasse a buon fine. Ci abbiamo creduto subito. Alcune tensioni erano dovute anche al fatto che in certi momenti non sentivamo le istituzioni vicine. Si facevano vedere poco anche fisicamente. In più di un occasione ci siamo sentiti soli. Magari c è stato qualcuno che, di sua spontanea volontà, alle riunioni o telefonicamente è sempre stato presente, come Elena, però lì capisci che è la persona, non l istituzione. Non so come dire. Mauro. Con l istituzione è sempre stata una battaglia. La vera rivoluzione nel rapporto con le istituzioni direi che è arrivata con lo Studio Guglielma. Io continuo a mal sopportare l eccessiva burocrazia. Voglio dire: uno fa delle attività per il suo quartiere, lavora gratuitamente... Prendiamo il cinema: per avere i 350 euro del Comune, ogni volta diventiamo matti con le domande da presentare per l occupazione del suolo pubblico, lo spegnimento delle luci, le pezze giustificative, e poi ogni volta cambia qualcosa... Devo dire che durante il Contratto di quartiere era Guglielma che si accollava tutto il giro burocratico. La mia preoccupazione è che se adesso viene meno questo punto di riferimento, noi da soli non ce la facciamo. Forse bisognerebbe istituire in ogni quartiere una figura come quella di Guglielma, che aiuti cittadini e associazioni a relazionarsi con le istituzioni. Antonietta. Per quanto mi riguarda, nonostante le diffidenze iniziali, adesso con i servizi sociali del mio quartiere mi trovo molto bene. All inizio è facile che non ci si capisca, anche perché non ci si conosce. Ricordo che i primi tempi, quando andavo ai servizi sociali con una persona in difficoltà, mi chiedevano: Ma lei chi è?. Valli. Bisogna dire che il Contratto di quartiere in termini di servizi sociali ha avuto un costo. Considerate che all epoca la signora Antonietta era nei nostri uffici un giorno sì e uno no a chiedere aiuti economici. Per il cambio alloggio era necessario chiudere le utenze da una parte e aprirle dall altra. Il fatto è che l Agsm non apriva i contatori se non si era saldato il pregresso. Questo ha costretto i servizi a un ingente sforzo economico perché le famiglie si stavano indebitando. Ovviamente non era in discussione l assenso a intervenire, tanto più che i servizi sociali partecipavano al tavolo del Contratto di quartiere. Il fatto è che i servizi hanno un budget da rispettare e quindi c è stato da far quadrare i conti, che ha voluto dire dirottare qui fondi che servivano anche ad altri quartieri. Ecco, anche questa è una cosa da dire. La riqualificazione urbanistica ha avuto un effetto catalizzatore rispetto ad altri interventi... Valli. È proprio così. L operazione Contratto di quartiere ha attratto anche altre iniziative, per cui il Borgo oggi ha un insieme di servizi che tanti altri quartieri non hanno. Per esempio si è deciso di fare qui una casa famiglia per anziani. È di tutta la città, ma si dà la precedenza ai residenti nel quartiere nella Circoscrizione. È una bella risorsa. vengono a vedere il quartiere, come si vive e si lavora; arrivano addirittura da altre città. Beh, è una bella soddisfazione! buone pratiche Antonietta. Qui nel quartiere abbiamo anche la Casa della donna. È una casetta dove abbiamo le misure alternative al femminile, cioè le ragazze che escono con la legge 199, la nuova legge svuota carceri, possono venire da noi. Abbiamo un appartamento dove scontano la pena in misura alternativa. Ci sono due stanze e una cucina, ma pensiamo di allargarci; abbiamo anche costituito una cooperativa dove lavorano e producono qualcosa. Che problemi ci sono oggi? Mauro. Problemi di droga pesante non ne vedo più per fortuna. Dal 70 in poi ho visto un sacco di amici morire. Adesso non è più così, magari fumano degli spinelli... Poi c è il problema dell alcol; ci sono ragazzini che già a 16 anni girano per i bar, bevono parecchio. Ci vorrebbe più attenzione a queste problematiche. Per i ragazzi c è poco. Invece abbiamo visto che quando vengono stimolati, partecipano. Quando abbiamo fatto il karaoke in piazza sono venuti. In un altra occasione abbiamo organizzato delle attività con la cartapesta, non sapevano neanche cosa fosse! Certo l età è critica, ma non è un buon motivo per non provarci. Purtroppo ci sono problemi anche all interno delle famiglie. Io trovo ragazzi fuori fino alle tre, alle quattro di notte, anche ragazzine. Lì vuol dire che i genitori vanno a dormire senza preoccuparsene. Forse bisognerebbe lavorare con i genitori, ma è difficilissimo. Elena. Gli abitanti del Borgo già tenevano al loro quartiere prima, nonostante il degrado generalizzato. Vedendo il quartiere migliorare e diventare anche il centro di iniziative dell Amministrazione, il cittadino di Borgo nuovo si è affezionato ancora di più al suo quartiere. All inizio le assemblee erano molto di contestazione, via via sono diventate più propositive. Valli. Certamente il quartiere con questa trasformazione edilizia e queste iniziative ha in parte cambiato aspetto. Il Borgo non è più quello di una volta, però stiamo assistendo alla nascita di nuovi problemi, come quelli legati all immigrazione, che però sono comuni a tanti altri quartieri. In questo senso possiamo dire che in fondo il Borgo è diventato un quartiere come gli altri, è uscito dall eccezionalità. Maristella. Anche a scuola i cambiamenti si sono avvertiti. Per dire, all inizio di quest anno, quando ho letto l elenco degli allievi, per la prima volta non riconoscevo nemmeno se fossero maschi e femmine; metà della classe ha origini straniere. Mauro. Poi c è un altra questione. È vero, il quartiere, sul piano urbanistico, è cambiato moltissimo, ma la gente non lo so se è cambiata, bisognerà vedere. Bisognerà vedere soprattutto se le famiglie nuove si mescoleranno con le altre. Il mio timore è che questo torni a essere un quartiere dormitorio. Marco. Proprio per questo a settembre faremo la festa del buon vicinato in cui ci troveremo tutti assieme invitando i nuovi arrivati. Vogliamo appunto evitare che le famiglie arrivate negli ultimi anni si isolino. È un modo per coinvolgerle. I rapporti tra popolazione autoctona e nuovi nuclei non è tutto rose e fiori, c è del lavoro ancora da fare. Liliana. Anche con gli autoctoni c è da lavorare! Comunque quello che mi piace e che mi incoraggia è che oggi vedo arrivare tante persone da fuori: vengono a vedere il quartiere, come si vive e si lavora; arrivano addirittura da altre città. Beh, è una bella soddisfazione! Che progetti ci sono per il futuro? Elena. Voglio ribadire un aspetto che forse non è stato abbastanza enfatizzato: questo enorme lavoro è stato reso possibile, certo da un sacco di persone che c hanno creduto, ma soprattutto da un cospicuo finanziamento. Qui parliamo di un contributo di dieci milioni di euro. Adriano. Nella mia visione il motore siamo noi, ma la benzina è il finanziamento pubblico. Questo dev essere chiaro. Elena. Noi adesso ci troviamo in una condizione tale per cui mancherebbe un pezzo. A Borgo nuovo ci sarebbe un grosso intervento da fare con il caseggiato chiamato la nave. È l unica parte che rimane veramente degradata, e con la riqualificazione spicca ancora di più. Solo che richiederebbe un Contratto di quartiere solo quello. Questo per dire che certi passaggi vengono fatti anche perché c è una congiuntura economica favorevole. Peccato perché riqualificando anche l area della nave il quartiere sarebbe perfetto! Antonietta. Beh, nel caso, non guardate me... Elena. Il problema è che lì ci sono dei proprietari. Comunque trovare un accordo con i proprietari per demolire un immobile fatiscente in cambio di uno nuovo non è impossibile. Antonietta. Così, ma solo per curiosità, di quante famiglie si tratterebbe? (a cura di Barbara Bertoncin) 18 una città

19 DIFFERENZE DI FECONDITA IN EUROPA OCCIDENTALE di Sebastian Klüsener* neodemos.it Negli ultimi decenni si è formata, in Europa, una nuova faglia nella geografia della fecondità, con i paesi dell Europa centrale e meridionale ben al di sotto del livello di rimpiazzo, e tra questi, in particolare, quelli di lingua tedesca. In Germania, il tasso di fecondità totale delle generazioni di donne nate nel 1960 è pari a circa 1,6. è un valore sensibilmente inferiore a quello proprio dei paesi dell Europa nord-occidentale, che hanno tutti tassi di riproduzione vicini al rimpiazzo. Così è, tra gli altri, per il Regno Unito (2,0), il Belgio (1,9), la Francia (2,1) e la Danimarca (1,9). Recenti stime per le generazioni di donne nate nel 1979 suggeriscono che il divario tra le due aree persiste, e anzi si è andato allargando lievemente nel tempo. Fecondità, politiche della famiglia, valori Nell intento di spiegare queste differenze, alcuni studiosi (Chesnais 1998) hanno sottolineato il ruolo del sistema delle politiche sociali, e in particolare delle politiche favorevoli alla famiglia attuate in molti paesi dell Europa nord-occidentale. Altri (Sobotka e Testa, 2008) han-no posto in rilievo l influenza di norme sociali riguardanti la riproduzione, suggerendo che esiste, nei paesi di lingua tedesca, una cultura del vivere senza figli, che genera stili di vita altamente attrattivi. Appare però problematico districare il rispettivo ruolo -nella realtà fortemente interconnesso- delle norme sociali da un lato e delle politiche sociali dall altro, nel determinare le tendenze della fecondità (Neyer e Andersson, 2008). E poiché gli attori politici, nelle democrazie, tendono a disegnare le loro politiche in funzione delle aspettative dominanti del loro elettorato, le politiche familiari conservatrici -per esempio- tendono a rispecchiare i valori tradizionali prevalenti nelle loro società. Queste politiche familiari, dal loro canto, rinforzano le norme sociali, dal momento che il contesto delle azioni pubbliche tende a creare incentivi che premiano comportamenti ad esse conformi La minoranza linguistica tedesca in Belgio: cultura tedesca, politiche belghe Uno studio recente cerca di districare il rispettivo ruolo delle norme sociali e delle politiche familiari, su base quasi sperimentale (Klüsener, Neels e Kreyenfeld, 2013). Dopo la Prima guerra mondiale, la Germania dovette cedere al Belgio una parte del suo territorio (Eupen-Malmedy). Le 11 municipalità che ne fanno parte sono prevalentemente di lingua tedesca, e costituiscono la Deutschsprachige Gemeinschaft in Belgien (comunità di lingua tedesca in Belgio, di circa abitanti). Questa comunità ha le stesse prerogative costituzionali delle altre due comunità linguistiche prevalenti nel paese, quella Fiamminga e quella Vallone. Nella comunità di lingua tedesca, il tedesco è la lingua ufficiale dell amministrazione e di tutte le istituzioni scolastiche. Ci sono stretti contatti con la Germania per il traffico frontaliero e pendolare e per la diffusione dei media tedeschi. Ma la minoranza tedesca del Belgio è stata inserita nel contesto istituzionale dello stato belga per quasi tutto il corso degli ultimi cento anni, incluse le politiche riguardanti la famiglia e il mercato del lavoro. Le politiche belghe si differenziano fortemente da quelle della Germania occidentale per l alto livello di copertura delle misure di sostegno che aiutano i genitori a conciliare la cura dei figli col lavoro. Avviene così che la comunità tedesca del Belgio orientale è stata sollecitata da due forze rilevanti per le scelte riproduttive, e cioè: 1) gli incentivi strutturali offerti dalle politiche familiari belghe; 2) le norme sociali prevalenti nella società tedesca come risultato dei frequenti contatti transfrontalieri, così come per l esposizione al dibattito sulla fecondità in Germania e la rappresentazione della famiglia. L influenza delle politiche familiari Lo studio in questione cerca di comprendere se le tendenze riproduttive e l inserimento nel mercato del lavoro delle madri nel Belgio di lingua tedesca seguano il modello belga oppure quello tedesco occidentale. E infatti, se le politiche familiari nazionali fossero il fattore principale nel determinare le differenze nei livelli di riproduttività dei due paesi, allora la fecondità della minoranza di lingua tedesca dovrebbe seguire il modello riproduttivo prevalente nel resto del Belgio. Se, invece, fossero le norme sociali a determinare tali differenze, allora i livelli di fecondità della minoranza tedesca in Belgio dovrebbero assimilarsi ai livelli prevalenti nella Germania occidentale. I risultati dell analisi mostrano che la prima alternativa è vera: lavoro materno e modello riproduttivo della minoranza ricalcano il modello del Belgio. All inizio del primo decennio del secolo, due terzi delle madri con figli di meno di due anni della minoranza linguistica tedesca erano occupate a tempo pieno o a tempo parziale, contro appena un terzo nella Germania occidentale. Nei modelli multivariati adottati nell analisi non abbiamo trovato divergenze nei comportamenti riproduttivi tra la regione a minoranza tedesca e quelle fiamminghe e francofone del Belgio. Nella prima, la discendenza finale delle generazioni nate nel (escludendo dal computo i cittadini tedeschi presenti nella regione) era pari a 1,88, addirittura lievemente superiore a quella del paese nel suo insieme (1,84). Si aggiunga che le differenze nel livello di riproduttività secondo il livello di istruzione sono assai meno pronunciate nella minoranza rispetto a quelle prevalenti nella Germania occidentale, dove le donne con alto livello di istruzione hanno una bassissima riproduttività. Questi risultati sostengono assai bene la teoria che il peso della cura della prole è molto rilevante per le persone altamente istruite che si confrontano con alti costi-opportunità se vengono costrette a ridurre la loro attività lavorativa in conseguenza di un limitato accesso a servizi extra-domestici di cura dei figli. I risultati dello studio suggeriscono che i fattori istituzionali sono assai importanti per spiegare le attuali differenze nei livelli di fecondità nell Europa occidentale. Per saperne di più Chesnais Jean-Claude (1998), Below-Replacement Fertility in the European Union (EU-15): Facts and Policies, , Review of Population and Social Policy, 7: pp (http://www.ipss.go.jp/publication/e/r_s_p/no.7 _P83.pdf). Klüsener Sebastian, Karel Neels e Michaela Kreyenfeld (2013), Family Policies and the Western European Fertility Divide: Insights from a Natural Experiment in Belgium, Population and Development Review, 39(4): Neyer Gerda e Gunnar Andersson (2008), Consequences of Family Policies on Childbearing Behavior: Effects or Artifacts?, Population and Development Review, 34(4): Sobotka Tomáš, Maria Rita Testa (2008), Attitudes and Intentions Toward Childlessness in Europe, in C. Hoen, D. Avramov, I. Kotowska (eds.) People, Population Change and Policies, European Studies of Population Volume 16/1, Springer, pp * Max-Planck-Institute for Demographic Research di Rostock. Questo articolo è apparso su Openpop.org, sito dell Università di Oxford, il 17 Dicembre è uscito inoltre su neodemos.it con il titolo Politiche per la famiglia e differenze di fecondità in Europa occidentale. UNA CITTA Comitato redazionale: Barbara Bertoncin, Guia Biscàro, Francesco Ciafaloni, Luciano Coluccia, Fausto Fabbri, Joan Haim, Silvana Massetti, Annibale Osti, Paola Sabbatani, Alessandro Siclari, Gianni Saporetti (direttore responsabile). Collaboratori: Isabella Albanese, Katia Alesiano, Rosanna Ambrogetti, Giorgio Bacchin, Luca Baranelli, Sergio Bevilacqua, Marzia Bisognin, Stephen Eric Bronner, Thomas Casadei, Enrica Casanova, Alessandro Cavalli, Carlo De Maria, Michele Dori, Ildico Dornbach, Bruno Ducci, Enzo Ferrara, Andrea Furlanetto, Carlo Giunchi, Bel Greenwood, Anna Hilbe, Stefano Ignone, Massimo Livi Bacci, Giovanni Maragno, Franco Melandri, Cristina Palozzi, Cesare Panizza, Giovanni Pasini, Iole Pesci, Edi Rabini, Alberto Saibene, Ilaria Maria Sala, Sulamit Schneider, Franco Travaglini, Alessandra Zendron. Hanno collaborato: Nadia Bizzotto, Francesca De Carolis, Antonio Fedele, Alberto Mattei. Foto. La copertina è di Alessandro Siclari. A pag. 5 dal video L'Onda di Federica Pecorelli. Proprietà ed editore: Una Città società cooperativa. Amministrazione: Silvana Massetti. Questo numero è stato chiuso il 2 febbraio una città 19

20 problemi di lavoro FABRICA SIN PATRON All indomani della crisi in Argentina, molti operai occuparono le fabbriche chiuse e abbandonate dai padroni e le rimisero in produzione; gli ostacoli legali, l appoggio dei quartieri, la necessità, una volta da soli, di decidere di salario, disciplina e organizzazione del lavoro; un esperienza, quella dell autogestione delle imprese argentine, che continua. Intervista ad Aldo Marchetti. Aldo Marchetti ha insegnato Sociologia del lavoro nell Università Statale di Milano e in quella di Brescia. Giornalista pubblicista, è stato direttore di diverse riviste di cultura. Il libro di cui si parla nell intervista è Fabbriche aperte, L esperienza delle imprese recuperate dai lavoratori in Argentina, Il Mulino, Nel corso della crisi che ha colpito l Argentina nei primi anni Duemila alcune fabbriche sono state occupate e recuperate dai lavoratori. Puoi raccontare? La storia delle imprese recuperate, che è un esperienza di autogestione operaia, comincia con la crisi economica del 2001, che ha portato al fallimento dello Stato e a una crisi politica durante la quale si sono succeduti tre o quattro governi durati pochi mesi, sino a che, dopo le elezioni del 2003, è stato eletto il governo di Nestor Kirchner, che ha posto le basi per una ripresa economica e che ha portato l Argentina a svilupparsi a un ritmo del 6-8% all anno; una ripresa che è durata sostanzialmente fino agli anni recenti, quando anche sull Argentina comincia a pesare la crisi economica mondiale. Parliamo di un tracollo -questa è ormai la versione comunemente accettata- dovuto a un utilizzo indiscriminato delle politiche neoliberiste, quindi svendita dell industria pubblica ai privati, completa apertura del mercato interno a quello internazionale, finanziarizzazione dell economia, deregolamentazione del mercato del lavoro. Tutto questo, in un contesto di grave crisi economica, ha portato alla chiusura di migliaia e migliaia di fabbriche, alla fuga dei capitali all estero, fino allo scontro sociale che ha visto in pochi giorni quasi una quarantina di morti nelle strade, e poi manifestazioni e barricate in tutto il paese. Ricordiamo ancora le immagini della gente camminare battendo le pentole vuote e degli assalti al Bancomat e ai supermercati. Una delle conseguenze di questa crisi è stata l occupazione, da parte degli operai, di oltre un centinaio di fabbriche che nel frattempo erano state chiuse dagli imprenditori. Molte volte dietro questi fallimenti c era il fatto che gli imprenditori, nel marasma generale, avevano cercato di vendere i macchinari e gli impianti per realizzare del denaro liquido e scappare all estero, oppure trasferirsi in altre parti del paese aprendo aziende nuove dopo aver mandato sul lastrico i vecchi operai. Ecco, in diverse di queste situazioni gli operai hanno occupato la fabbrica e hanno cercato di rimetterla in funzione. Parliamo di un processo estremamente complicato, che ha visto anche un profondo conflitto con le forze dell ordine, le istituzioni, la magistratura, il governo. Molte di queste fabbriche occupate infatti sono state prese di mira dalle forze di polizia chiamate a svuotarle dei lavoratori per riportarle nelle mani degli imprenditori. A quel punto interi quartieri sono scesi in lotta per difenderle. Bisogna infatti considerare che nel frattempo in Argentina erano sorti movimenti sociali di grande portata, come quello dei disoccupati, delle donne, ecc., che in questo clima di crisi profonda hanno costituito un elemento sociale di coesione e solidarietà che ha consentito alle imprese recuperate di restare in piedi. In molti casi il quartiere, i piqueteros o le assemblee popolari dei quartieri hanno proprio fatto barricata davanti alle porte delle fabbriche, le hanno presidiate per difenderle materialmente dall irruzione delle forze di polizia. questi lavoratori hanno dovuto trasformarsi, anche dal punto di vista antropologico, da dipendenti a imprenditori Insomma, attorno a queste imprese recuperate, si è creato un movimento di grande solidarietà. Bisogna anche tener conto che i lavoratori dei livelli più elevati, manager, impiegati e tecnici avevano già dato le dimissioni perché riuscivano ancora a trovare un altra occupazione sul mercato. Per gli operai questa possibilità non c era assolutamente: sarebbero rimasti disoccupati, perdendo così qualsiasi fonte di reddito; i deboli elementi di welfare con il default dello Stato, con il crollo delle finanze pubbliche, non sarebbero stati più garantiti. Quindi l alternativa era semplicemente quella di rimanere privi di reddito, i lavoratori e le loro famiglie. La scelta di occupare la fabbrica e cercare di riavviare la produzione è stata quindi una scelta obbligata, prima che ideologica. Ma come hanno fatto a rimettere in piedi le fabbriche senza manager, senza quadri, senza tecnici? Infatti si è subito posto il problema di riempire il vuoto di direzione aziendale. In una prima fase questo vuoto è stato riempito soprattutto dalla solidarietà che si è formata attorno alle fabbriche. In molti casi le università sono entrate in contatto con gli operai e hanno fornito le competenze necessarie, nel senso che studenti e insegnanti sono andati nelle fabbriche e hanno aiutato materialmente a rimettere in moto gli impianti, ad aggiustare le macchine; insegnanti di materie economiche hanno aiutato i lavoratori a garantire un minimo di managerialità, a tenere l amministrazione. Si sono creati anche dei microcircuiti di acquisto dei beni prodotti da queste imprese. È stato soprattutto grazie a questo movimento sociale che queste imprese sono riuscite a stare a galla. In un secondo tempo, alcune amministrazioni locali, alcune organizzazioni imprenditoriali o delle cooperative hanno fornito alle imprese strumenti più solidi e continuativi per affrontare tutti i problemi relativi all amministrazione, alla gestione dell impresa. Dicevi che c era anche un problema legale... C era un problema enorme con la giustizia, con la legge. L esperienza delle imprese recuperate, agli occhi del mondo imprenditoriale e di una parte dell opinione pubblica, rappresentava quasi un attentato al principio di proprietà. Va detto che questa argomentazione era soprattutto l arma propagandistica da parte degli imprenditori. Quello che non si diceva è che in molti casi erano stati proprio loro ad abbandonare le imprese. E allora succedeva che appena l impresa veniva rimessa in funzione, gli imprenditori tornavano a mettere gli occhi su quella proprietà che prima avevano abbandonato. Ovviamente i soggetti coinvolti nell occupazione delle fabbriche non erano affatto interessati a mettere in discussione il principio della proprietà privata. Loro volevano molto più semplicemente difendere il posto di lavoro. Non era un movimento che in qualche modo voleva instaurare un principio rivoluzionario, che voleva restituire al popolo quella proprietà privata, ritenuta -secondo l antico slogan- un furto. Niente di tutto questo. Il problema legale però rimaneva e allora si sono trovati dei trucchi legislativi per consentire, in una situazione di crisi enorme, che queste esperienze continuassero. Uno di questi stratagemmi è stato il ricorso alla legge che permette l esproprio quando è necessario disporre di terreni che si trovano nel tragitto di opere pubbliche come strade, ferrovie, ecc. È stato quello il dispositivo che ha permesso di espropriare le fabbriche in quanto ritenute di interesse collettivo, di interesse pubblico. Attraverso questa piccola strettoia legale, i tribunali di diverse città e di diverse province hanno consentito ai lavoratori di riprendere la produzione come affidatari di queste imprese. Così, grazie a leggi ad hoc, diverse amministrazioni locali hanno consegnato le imprese ai lavoratori che nel tempo avrebbero potuto riscattarle, diventandone proprietari. Questo in estrema sintesi, perché i problemi giuridici restano ancora oggi molto complessi. Nel corso di questa battaglia su più fronti, i lavoratori mobilitati hanno anche dovuto rivedere 20 una città

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