RIPARTIRE L ITALIA HA URGENTE BISOGNO DI UN NUOVO SISTEMA DEI PARTITI. IL FILO CONDUTTORE di Enrico Letta e Franco Marini

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1 copertina n2 marzo 2012:copertina.qxd 17/03/ Page 1 IL FILO CONDUTTORE di Enrico Letta e Franco Marini anno X - numero euro PRIMARIE Una camicia di forza per il Partito democratico LUIGI STURZO La sua riforma dei partiti pensata nel 1958 L OPINIONE di Stefano Graziano PRO E CONTRO L azione di Monti vista da Enrico Morando e Giulio Sapelli L ITALIA HA URGENTE BISOGNO DI UN NUOVO SISTEMA DEI PARTITI IGNAZIO MARINO «Serve un Garante per la salute» SPECIALE Azzardo: quando il gioco non vale la candela PAOLA BINETTI «Il rischio è che diventi una malattia» ACHILLE SERRA «È un mercato per la criminalità organizzata» POSTE ITALIANE S.P.A. SPEDIZIONE IN ABBONAMENTO POSTALE D.L. 353/2003 (CONV. IN L. 27/02/2004 N. 46) ART. 1, COMMA 1, AUT: 049/CBPA-SUD/NA VAL DAL 10/03/2010; ISCRIZIONE AL ROC RIPARTIRE

2 n 2 marzo 2012:2-marzo.qxd 18/03/ Page 1 un filo di ironia pagina uno

3 n 2 marzo 2012:2-marzo.qxd 18/03/ Page 2 dinp Direttore responsabile Alfredo Romano Direttore editoriale Stefano Graziano Comitato editoriale Enrico Letta, Bruno Tabacci, Roberto Rao, Flavia Nardelli, Stefano Graziano, Marco Follini Segreteria di redazione Mina Praitano hanno collaborato Paola Abbina, Nicola Antonetti, Emanuele Bianchi, Susanna Bonini, Giampiero Cazzato, Letizia D Adamo, Tiziana De Meo, Salvatore Di Palma, Alessio Gallicola, Domenico Graziano, Maria Graziano, Francesco Stefano Grossi, Francesco Indrizzi, Enrico Letta, Daniele Lo Dico, Mauro Magatti, Franco Marini, Lucrezia Martinez, Luca Mencacci, Sveva Pacifico, Maria Claudia Pastena, Carlo Rebecchi, Gianluca G. Ricci, Donatella Salari, Vincenzo Tarabuso Illustrazioni e vignette Alex Di Gregorio, Francesca Vacca Editore Noprofit società cooperativa giornalistica a.r.l. Viale di Val Fiorita, Roma Tel. 06/ Fax: 06/ Stampa Grafica Nappa s.r.l. via Gramsci, Aversa (CE) tel Distribuzione e diffusione S.E.R. srl Via Domenico de Roberto, Napoli Tel. 081/ Iscritto al n.506 del 15/12/2003 del Registro della Stampa del Tribunale di Roma 6 PRIMARIE Una camicia di forza per il Pd di Giampiero Cazzato pagina 6 ESEMPI Luigi Sturzo e la riforma dei partiti di Nicola Antonetti pagina 10 DOCUMENTI L attualità di quel disegno di legge Un filo obiettivo 4 un filo conduttore Il porcellum rischia di restare di Enrico Letta pagina 4 Riforma dei partiti e globalizzazione di Franco Marini pagina 5 politica pagina 12 L OPINIONE L'Italia del dopo Monti? Un Paese migliore con una Politica giusta di Stefano Graziano pagina 15 ENRICO MORANDO «Evitata la catastrofe grazie a Mario Monti» di Sveva Pacifico pagina 16 GIULIO SAPELLI «Finora solo decisioni disastrose per il Paese» di Francesco Indrizzi pagina 18 Li hanno spinti in un gabinetto e uccisi mentre le pallottole dei commando inglesi crivellavano i muri del compound. Sarebbero morti così Franco Lamolinara, l ingegnere italiano di Gattinara, e Christopher McManus. Lo ha raccontato la moglie di uno dei custodi del complesso, morto anche lui nel blitz di Sokoto, forse l'ultima persona, oltre ai sequestratori, che ha visto Franco Lamolinara e Chris McManus vivi. Non si placano però le polemiche sul fallimento del blitz britannico che avrebbe dovuto liberare l'ostaggio, rapito insieme al collega britannico, il 12 maggio 2011 a Birkin Kebin, in Nigeria. IGNAZIO MARINO «È necessario istituire un Garante per la salute» di Maria Claudia Pastena pagina 20 GIUSTIZIA LO stupro di gruppo non porta in galera di Donatella Salari pagina attualità AZZARDO Quando il gioco non vale la candela di Luca Mencacci pagina 24 PAOLA BINETTI «Il rischio è che diventi una malattia» ACHILLE SERRA «È un mercato per la criminalità organizzata» 30 economia pagina 26 pagina 28 L ANALISI Seconda globalizzazione e pensiero della libertà di Mauro Magatti pagina 30 ARTICOLO 18 Come la crisi scardina un tabu di Gianluca G. Ricci pagina 32 La testata beneficia di contributi diretti di cui alla legge 250/90 e successive modifiche e integrazioni pagina due

4 n 2 marzo 2012:2-marzo.qxd 18/03/ Page 3 un filo di sommario INDUSTRIALI La Fiat riapre la partita di Confindustria di Gianluca G. Ricci pagina 34 MERCHANDASING Marchi e licenze Un mercato che fa boom di Letizia D Adamo pagina ambiente DISASTRI Prevenire costa meno che aggiustare (poco) di Emanuele Bianchi pagina sociale CARCERI Evado tra le pagine e penso a nuovi orizzonti di Lucrezia Martinez pagina mondo ITALIA-USA Mario l Americano che piace agli yankee di Susanna Bonini pagina 44 DIARIO AMERICANO Un candidato a 4 zampe per espugnare la Casa Bianca di Susanna Bonini pagina 47 ITALIA-SVIZZERA La pax elvetica con un bonifico di Carlo Rebecchi pagina 48 NON SOLO CIOCCOLATA L eccellenza elvetica a scuola pagina 50 L AMBASCIATORE REGAZZONI «Ora sediamoci al tavolo» di Carlo Rebecchi pagina 51 DIARIO ISRAELIANO La neve anche qui uccide i senzatetto di Paola Abbina pagina magazine Gli italiani si rifugiano nei valori del passato C è una Borsa valori nella quale termini come spread, credit crunch, default o credit default swaps hanno scarsa rilevanza. Così l altra faccia della crisi quella che ha ribaltato i paradigmi della ricchezza ai quattro angoli del mondo e spazzato via le velleità di chi voleva sostituire alla produzione la finanza diventa la capacità degli italiani di adeguarsi alle trasformazioni in atto. Di proteggersi riscoprendo istituti, come la tanta vituperata famiglia, che qualcuno voleva rottamare. Se la Grecia ha messo a dura prova il concetto di solidarietà europea e il Portogallo è già il prossimo banco di prova per la tenuta dell euro, in Italia sembra volgere al termine l era dell'individualismo più spinto. Infatti il motore di una ripresa che comincerà (si spera) soltanto verso la fine dell anno sta soprattutto nella rivalutazione del talento e nella riscoperta dei rapporti sociali. Secondo l ultimo rapporto del Censis I valori degli italiani c è un ritorno al passato. Il 65% degli italiani considera la famiglia un pilastro della società. Certo, una famiglia che deve fare i conti con le mode dell ultimo trentennio: nel primo decennio del duemila sono diminuite le coppie coniugate con figli (-379mila) e sono aumentate quelle non sposate con prole (+274mila), mentre, più in generale, è un dato di fatto che in Italia ci si sposi di meno ma si conviva di più. In ogni modo il 90% degli italiani si considera soddisfatto della propria relazione familiare, lega il concetto di felicità proprio a questo collante. Per l istituto di ricerca siamo un popolo di individualisti pentiti che finalmente sembra aver compreso l importanza delle relazioni interpersonali e la comprensione dell altro. Con il risultato che il ripudio del personalismo coincide con una maggiore richiesta di sicurezza e soprattutto di intransigenza nei confronti degli eccessi: l 89% dei cittadini vorrebbe misure più severe contro le droghe pesanti e il 76% nei confronti dell abuso di alcol. A sentire il Censis c è da essere ottimisti: gli italiani, forse fortificati dalla crisi che hanno e stanno ancora vivendo, riscoprono il gusto per la qualità della vita e si professano amanti del proprio Paese. È proprio dalle cose semplici che si trae la linfa per un rinnovato senso di amor patrio, diventato un orpello per chi ha fatto della modernità un mezzo e non un fine. Sì, c è da essere a ottimisti a leggere che mentre paghiamo ancora un industrializzazione fatta per decreto il 41% degli intervistati sia convinto che le bellezze naturali dell Italia possano essere il volano di una futura crescita sostenibile e robusta. Oppure che, in anni nei quali la più pericolosa fuga è quella dei cervelli, il 56% si vanti che l'italia sia ancora il Paese migliore dove poter vivere. Per non parlare di quel 66% che si spinge ancora oltre e promette che non lascerebbe l Italia in nessun caso, neanche se ne avesse la possibilità. Ma questi dati, staccati per una volta dalla freddezza della statistica, non offrono soltanto un interessante fotografia dell Italia e nuovi spunti sui quali lavorare per rimettere in moto il Paese. Sono soprattutto un richiamo a quelli che dovrebbero rinnovare l offerta politica. Le ideologie e gli interessi corporativi non reggono davanti alla valorizzazione di un patrimonio culturale che tutti ci invidiano, alla riscoperta dell attenzione verso il prossimo anche grazie all'opera del non profit e a un ritrovato spirito religioso che spinge l 82% degli italiani a parlare di sfera trascendente e il 66% a dichiararsi credente. Tutti temi che possono indicare ai partiti politici la strada da seguire per riconquistare la fiducia degli italiani. pagina tre

5 n 2 marzo 2012:2-marzo.qxd 18/03/ Page 4 Il porcellum rischia di restare D di ENRICO LETTA La riforma della legge elettorale deve essere approvata prima della fine del 2012 per consentire alle forze politiche di definire alleanze, programmi e strategie elettorali alla grande occasione al grande bluff: è il rischio che incombe sulla possibilità di cambiare, entro la fine della legislatura, la peggiore legge elettorale della nostra storia repubblicana. Un rischio sottile e sottotraccia, nascosto dall unanimità delle tante dichiarazioni favorevoli all abolizione del porcellum. Un rischio, però, molto concreto, visto il ristretto tempo a disposizione e vista la scelta sbagliata di affiancare alla questione elettorale quella ben più articolata e complessa delle riforme istituzionali. È questa, a mio parere, la priorità su cui concentrare l attenzione nelle prossime settimane. Ribadendo a chiare lettere che andare a votare con l attuale legge elettorale sarebbe un suicidio per la politica. E soprattutto contrastando le tentazioni di quanti, evidentemente interessati al mantenimento dello status quo, pensano di poter sfruttare la sordina scesa sul dibattito per perpetuare un sistema che in realtà gli fa comodo. Basta, del resto, dare un occhiata al calendario per rendersi conto di quanto l allarme porcellum sia fondato. Si voterà per le amministrative il 6 maggio, verosimilmente in un clima di rinnovata politicizzazione del dibattito pubblico. La riforma della legge elettorale deve dunque essere messa in cantiere, e calendarizzata, prima che lo scontro renda impossibile un compromesso al rialzo tra i partiti presenti in Parlamento. Deve, soprattutto, essere approvata molto prima della fine del 2012 per consentire alle forze politiche di definire alleanze, programmi e strategie elettorali in funzione del nuovo sistema di voto. Il confronto sulle riforma delle istituzioni è invece esemplare di una tentazione dilatoria e calcolatrice, fondata sul proporre di cambiare tutto (o molto) per non cambiare nulla. S infoltisce, giorno dopo giorno, la schiera degli aspiranti (e insospettabili) riformatori in corner della Costituzione. Si allunga, di pari passo, la lista delle materie su cui eventualmente intervenire: riduzione del numero dei parlamentari, modifica del bicameralismo, premierato forte e democrazia decidente, sfiducia costruttiva. Sono tutte beninteso criticità oggettive, meritevoli di un intervento di revisione. Sono tutti, però, nodi a tal punto intricati che è impensabile immaginare di poterli sciogliere ora, con l assillo del tempo che scorre, con l approssimarsi della tornata elettorale per le amministrative e con governo e Parlamento impegnati a varare due sessioni di bilancio (quella estiva e quella invernale), oltreché naturalmente le altre riforme di sistema, quelle sì indispensabili per portare definitivamente l Italia fuori dall emergenza. Italia che non vuole più un Parlamento di nominati: su questo mi auguro non ci siano dubbi o distinguo. Così come, purtroppo, inopinabile mi sembra la degenerazione nel rapporto tra i cittadini e l intera classe dirigente che l antipolitica riflette e amplifica. Quasi la metà della popolazione (tra il 40 e il 45%) si riconosce ormai nell area del non so, non voto. È un dato spaventoso. Più alto che in ogni altro Paese europeo. Più alto di quello registrato in occasione di analoghe gravi crisi di sistema della storia italiana recente. Perfino nel tormentato biennio la fiducia nei confronti della politica e dei partiti era maggiore. Allora, pur nelle convulsioni e nel clima avvelenato caratteristici della fine di un epoca, il cambiamento della legge elettorale funzionò da passepartout per la nascita della Seconda Repubblica e l avvio di una lunghissima transizione, poi però rimasta incompiuta. Oggi possiamo e dobbiamo fare altrettanto, trovando l accordo su un modello elettorale capace di dar vita alla Terza Repubblica e di mettere, dopo il voto, la politica nelle condizioni di completare la transizione, riformando se stessa e le istituzioni, e migliorando la qualità della democrazia italiana. È una sfida che i partiti, a cominciare dal Pd, non possono permettersi il lusso di ignorare o, ancor peggio, di bypassare intenzionalmente. Miope la presunzione, presente a macchia di leopardo nel centrosinistra, di vincere grazie al porcellum. Miope l illusione, diffusa nel centrodestra, di contenere i danni grazie al porcellum. In entrambi i casi a perdere sarebbe la politica. Ancora una volta arroccata nella sua autoreferenzialità e nell ossessione di un presidio di potere, ma soprattutto incapace di comprendere che, dopo il governo Monti e la drammatica svolta che ha portato alla sua formazione, niente in Italia sarà più come prima. Capirlo ora e subito, e mettere fine all allarmante melina sulla riforma della legge elettorale, significa restituire alla politica una chance di sopravvivenza e di rilancio. In caso contrario avrebbero ragione i paladini della retorica contro la casta e dell antipolitica a dire che i partiti italiani non meritano il Paese che dovrebbero rappresentare. pagina quattro

6 n 2 marzo 2012:2-marzo.qxd 18/03/ Page 5 un filo conduttore Riforma dei partiti e globalizzazione I di FRANCO MARINI Deve essere data una struttura rispettosa del dettato costituzionale e della condizione di squilibrio tra le dinamiche economico/finanziarie e quelle politiche sondaggi ci aggiornano periodicamente sul basso livello del gradimento verso i partiti, sceso ben al di sotto delle due cifre. È un dato che deve allarmare perché una democrazia senza partiti può minarne i suoi stessi caratteri e finalità. Si pone con evidente necessità la questione di una riforma dei partiti, questione che andava affrontata (e risolta) già da diverso tempo e che invece si è lasciata aggravare. Disegni di legge sono stati depositati alle Camere e, al momento in cui scrivo, c è l impegno a portare il loro esame a breve in aula. A questo proposito sarebbe utile un consenso il più ampio possibile in Parlamento quale segno del comune convincimento della centralità dei partiti e sigillo del carattere nazionale e, direi, costituzionale della riforma. Ma, chiarita l importanza di questo aspetto, cadremmo in grave errore se pensassimo che un restyling dei contenitori basti da sé a riaccreditare la politica agli occhi dei cittadini. Occorre ben altro. Ed è fatica che anche noi, in Italia, possiamo e dobbiamo affrontare sapendo però che la soluzione travalica i confini nazionali e richiede il concorso di più forze - culturali, sociali, politiche - dislocate a diverse latitudini. Così siamo giunti a parlare della Grande Crisi che sconquassa, da quasi un quinquennio, le economie occidentali. Il primo punto su cui accordarsi non può che essere il seguente: non si tratta di una normale crisi ciclica. La sua origine non va ricercata in una delle classiche ragioni di affaticamento del corso economico (surplus produttivo, eccesso di inflazione, esagerato ricorso alla stampa di moneta e via discorrendo). È l esito, tutt altro che illogico, di un processo che viene da lontano. Gli anni 80 ne rappresentano il momento d avvio «quando - ha scritto Giorgio Ruffolo - le storiche decisioni di Thatcher e di Reagan liberarono i movimenti internazionali del capitale, disfrenando la sua potenza mondiale e sovvertendo i rapporti di forza tra capitale e lavoro e tra capitalismo e democrazia». Per quanto paradossale possa sembrare a monte della più grande tempesta dell economia e della finanza planetaria c è una causa politica, intesa come conflitto di potere. Capitalismo finanziario globalizzato da un lato, incidenza nazionale delle decisioni politiche dall altro: una lepre inseguita da una tartaruga. Se le regole sono nazionali e il terreno di gioco è sovranazionale le prime non sono utilizzabili, ed è quanto avvenuto. La crisi di oggi è il frutto di questa asimmetria. Che ha avuto riflessi sulla politica. Ben illustrati in un saggio recente dal sociologo Franco Cassano: «Nel nuovo quadro dell economia globalizzata il compito principale della politica non è più quello di dirigere, ma di garantire un certo grado di coesione sociale: essa non può più coltivare disegni ambiziosi ma solo rattoppare e tamponare. È allora che la politica e i suoi interpreti iniziano a perdere autorità e qualità». E ancora: «Questa politica degradata e improduttiva appare al senso comune sempre più solo come lo strumento attraverso cui una casta custodisce la propria auto-riproduzione». Il gioco è fatto. O, come dice Cassano, il delitto perfetto è compiuto: la decadenza della politica causata dall abbandono del capitalismo viene imputata all agire smodato e inefficace dei suoi protagonisti mentre il «potere vero gode della massima libertà di movimento e di tutte le franchigie». N aturalmente non può nascere dal dibattito di una direzione di partito la soluzione a questa questione. E nemmeno può nascere all interno di un singolo Paese, per quanto forte e solido possa essere. Nè tantomeno si può definire una specie di gerarchia di importanza in base alla quale se non si smonta prima il delitto perfetto è inutile mettere mano ai fatti di casa propria. Si può e si deve invece adoperarsi in Parlamento perché sia data ai partiti una struttura rispettosa del dettato costituzionale e al passo col tempo che viviamo. Ed anche - ma direi soprattutto - dedicarsi a riformare la legge elettorale così da liberare i partiti stessi da quelle incrostazioni e deviazioni scaturite dalla logica della nomina dei parlamentari da parte delle segreterie o comunque di ristrettissimi gruppi dirigenti. Tutto questo però senza dimenticare il contesto. Ovvero la condizione di squilibrio tra le dinamiche economico/finanziarie e quelle politiche. È su questo fronte che le forze riformiste e progressiste devono concentrare attenzione e capacità di proposta. Anche perché proprio i fatti recenti - la risposta dell Europa politica alla crisi dell eurozona - stanno lì a dimostrare che l unica strada perseguibile per uno scontro paritario, l integrazione in sistemi più ampi di quelli statuali parallela a quella dei mercati economici, non è stata nemmeno tentata con l effetto di far ricadere sui popoli costi decisamente più alti per evitare i default e di far arretrare significativamente la percezione dell Europa come casa comune. Eppure la strada non può che essere quella. pagina cinque

7 n 2 marzo 2012:2-marzo.qxd 18/03/ Page 6 Primarie, una camicia di forza per il Pd più volte in questi anni Marco Follini, «possono essere uno strumento ma non sono certo una politica». Se diventano il sole intorno a cui tutto il resto gira, non producono che danni. Lo si sta cominciando a capire e a dire. E un altra cosa si sta cominciando a capire: che l inceppamento delle primarie è (anche) il prodotto di un inceppamento delle alleanze. Monta nel Pd e non solo nei gruppi dirigenti, stando al voto siciliano, una insofferenza contro quella linea che ha reso il partito prigioniero dell abbraccio, ritenuto da molti soffocante, di Di Pietro e Vendola, i veri grandi azionisti dello strumento primarie. Insomma per dirla con il messaggio che Follini ha consegnato a twitter «a Palermo hanno votato contro Vasto. E non c entra la geografia». Vince insomma il candidato che sa guardare al centro. Bersani esce malconcio dal voto palermitano. E la sua leadership barcolla non poco. Se a Roma nessuno lo dice apertamente a Palermo Beppe Lumia si spinge a evocare le dimissioni del segretario. «Le primarie non sono un pranzo di gala» si difende Bersani, «ma non possono essere nemmeno una resa dei conti». Ma il rischio è esattamente quello se il Pd non trova una sua bussola o, come dice Enrico Letta, numero due del Pd, non si libera dagli schemi del passato. Se non ridefinisce il suo ruolo, se non chiarisce il suo campo d azione, il Pd finirà per avvitarsi in una guerra di apparati. Guerra in cui ogni leader, presen- R di GIAMPIERO CAZZATO ieccoci. Il terremoto stavolta arriva da Palermo. Alle primarie per la scelta del candidato di centrosinistra alle prossime comunali vince Fabrizio Ferrandelli, ex Idv, che supera per una manciata di voti Rita Borsellino. Il riconteggio delle schede, dopo le denunce di brogli, (e le voci di un appoggio occulto dell Mpa di Lombardo a Ferrandelli) è terminato all alba del 6 marzo. Risultato: primo Fabrizio Ferrandelli, seconda Rita Borsellino, terzo Davide Faraone e ultima Antonella Monastra. Dunque, nessuna irregolarità, come pure aveva tuonato un arrabbiatissimo Leoluca Orlando. Rieccoci. Ancora una volta il Pd non ha saputo trovare un accordo prima delle primarie: un po (la segreteria nazionale) con la Borsellino, un po con Davide Faraone, un po (area Lumia) con Ferrandelli. Rieccoci. Nubi fosche si addensano su Pierluigi Bersani che, come un disco rotto, continua a ripetere che «le primarie sono una risorsa ma devono essere migliorate». Nell attesa dei miglioramenti il Partito democratico è tramortito. Un equivoco però va subito sgomberato dal campo: non è che le primarie di coalizione vanno bene dove il candidato del Pd risulta vincente e vanno male dove, invece il Pd prende la scoppola. Perché altrimenti non se ne esce. Il fatto vero è che le primarie di coalizione - così come pensate e praticate - non vanno. Punto. Le primarie, come ha ricordato L esito della consultazione di Palermo ha confermato la criticità di un sistema che aveva creato problemi anche nelle precedenti esperienze da Napoli a Genova, passando per Milano e Cagliari pagina sei

8 n 2 marzo 2012:2-marzo.qxd 18/03/ Page 7 un filo di politica Se il Partito democratico non ridefinisce il suo ruolo, se non chiarisce il suo campo d azione, finirà per avvitarsi in una guerra di apparati. Guerra in cui ogni leader, presente o futuro, è destinato a bruciarsi te o futuro, è destinato a bruciarsi. Indipendentemente dalla primarie. Pier Ferdinando Casini, nel commentare la vicenda di Palermo, ha buon gioco nel sostenere che il Paese «non si può reggere in una fase così difficile se non c è un alleanza forte, un accordo serio tra moderati e riformisti perciò tengo al rapporto con Bersani che rappresenta l anima moderata e riformista del centrosinistra». Palermo. L ultimo capitolo della saga. Il penultimo capitolo si chiama Genova. Nella città della Lanterna ha vinto l outsider Marco Doria, appoggiato da Sinistra e libertà. Ha umiliato con il 46 per cento dei voti gli altri contendenti, le due esponenti del Pd, Marta Vincenzi e Roberta Pinotti che si sono annullate a vicenda. Venticinquemila i votanti, diecimila meno della volta scorsa: cifre che parlano, per chi vuole capire, del disamoramento degli elettori di centrosinistra per uno strumento che mostra vistose rughe (a Milano le cose non andarono meglio e l affluenza alle urne fu scarsina assai: 52mila persone a fronte degli 82mila del 2006). Non ci voleva molto a capire che tra le due litiganti a godere sarebbe stato Doria. «Anche uno sprovveduto sa che quando un partito presenta più candidati alle primarie alla carica di sindaco normalmente se ne avvantaggia un terzo»: parole di assoluto buone senso quelle del parlamentare e vicepresidente della commissione di Vigilanza Rai, Giorgio Merlo. «Quando discuteremo di statuto qualche rifinitura del meccanismo ci vorrà» aveva detto anche allora il segretario Pd Bersani, secondo cui, «forse la preselezione di un candidato del Pd sarebbe più utile». Traduzione: se il Pd continua a presentarsi alle competizioni con più campioni la sconfitta è sicura. «Mai più primarie come queste» pare abbia detto il segretario Pd. Anche dopo lo schiaffone di Milano e la vittoria di Giuliano Pisapia sul candidato del Pd, Stefano Boeri, Bersani aveva detto che «così sono solo uno strumento con il quale i partiti più piccoli possono aggredire dall esterno il nostro». Solo che poi si è continuata a percorrere la stessa strada. È evidente che se si sancisse una volta per tutte che il candidato Pd alle primarie di coalizione non può che essere uno la miccia si disinnescherebbe. Ma non si può perché i talebani delle primarie si alzano in piedi, sventolano lo Statuto come il libretto rosso di Mao, e denunciano l attentato alla democrazia e gli oscuri maneggi del ceto politico (di cui pure essi fanno parte). Se il candidato del Pd perde la colpa è del candidato non delle primarie: questo più o meno il ragionamento di Matteo Renzi. Così posta la questione rischia di essere fuorviante. Rinnovare i partiti è impresa politica e culturale profonda, non basta mettere in fila qualche migliaio di persone e scegliere tizio piuttosto che caio. Per dirla diversamente se un sindaco amatissimo dai romani e che seppe innovare profondamente la città e il modo di fare politica, Luigi Petroselli, avesse avuto la (s)ventura di vivere ai nostri tempi, e di doversi sorbire le primarie difficilmente sarebbe salito al Campidoglio. «Abbandonare le primarie significa riconoscere il fallimento del Partito democratico» ripete incessantemente Arturo Parisi. Per i prodiani l equazione è stringente e lo hanno scritto nero su bianco in una lettera che lo scorso anno hanno fatto trovare sul tavolo di Bersani: le primarie rappresentano «l unico strumento sino a ora proposto per allargare e rinnovare la democrazia competitiva aumentando il potere dei cittadini e contrastando la tendenza che li va allontanando dalle istituzioni». Il parlamentare Jean Leonard Touadi all assemblea nazionale del Pd che si è svolta lo scorso maggio ha detto che le primarie «sono l essenza del Pd». Le primarie, come ha ricordato più volte in questi anni Marco Follini, «possono essere uno strumento ma non sono certo una politica». Se diventano il sole intorno a cui tutto il resto gira, non producono che danni pagina sette

9 n 2 marzo 2012:2-marzo.qxd 18/03/ Page 8 Per i prodiani l equazione è stringente e lo hanno scritto nero su bianco in una lettera che lo scorso anno hanno fatto trovare sul tavolo di Bersani Eppure basterebbe (senza scomodare Popper e la sua teoria della falsificazione) una semplice considerazione per smontare queste affermazioni: le primarie da quando esistono non è che abbiano rivitalizzato poi tanto l asfittico Pd. Non è che abbiano immesso nuova linfa, forze nuove, energie fresche nei luoghi della politica e là dove le decisioni politiche vengono prese. Non è che abbiano contribuito a definire il profilo del Partito democratico, a dargli una linea politica condivisa e convincente e a renderlo attrattivo e meno rissoso. Anzi. Bastano poche carrellate per verificarlo. Napoli L esito delle elezioni comunali che vedono salire sulla poltrona di primo cittadino l ex magistrato e candidato dell Italia dei Valori, Luigi De Magistris sono solo l epilogo di una vicenda tra il grottesco e il surreale dove, come si usa dire, volano stracci. Anzi accuse al veleno e scambio di dossier. L europarlamentare Andrea Cozzolino si aggiudica la vittoria per palazzo San Giacomo. Ma il suo competitore, Umberto Ranieri, non ci sta. Così tra lo sbigottimento dei cittadini prende le mosse una polemica al vetriolo sulle anomalie del voto, sui presunti brogli (in fila per votare si sono visti esponenti del centrodestra e forse la camorra). Intervengono comitato dei garanti e collegio di garanzia mentre sul partito napoletano si allunga l ombra del commissariamento. Il linguaggio è quello di un conflitto: il parlamentare ulivista Mario Barbi, invoca una «task force per assistere i garanti nella disamina dello svolgimento delle primarie». Conclusione ovvia: primarie annullate e sindaco di Napoli De Magistris. In quei giorni a chi gli chiede un commento sulla situazione partenopea Romano Prodi risponde che «le primarie si possono fare anche bene». Intanto fanno male. Altra batosta: quella di Cagliari. Antonello Cabras, candidato Pd si ferma al 34%, il suo competitore, il vendoliano Massimo Zedda, ottiene il 46,64%. Oltre a questi altri numeri, ancora una volta, meritano una riflessione: i votanti sono 5700, la metà di quelli che ci si aspettava. Da Cagliari a Piacenza. È vero che nella città di Bersani, ha vinto il candidato del Pd, Paolo Dosi, ma anche qui non sono mancate polemiche e accuse: stando alle denuncia del locale segretario del Pd, qualcuno, il candidato dell Idv, avrebbe «giocato sporco». Stranieri pagati pochi euro per andare a votare. Pure a Palermo gli ingredienti della querelle c erano tutti. Un candidato del Pd, Davide Faraone, che però non era sostenuto dal suo partito. Che sosteneva invece Rita Borsellino, che, ovviamente, non avendo in tasca la tessera del Pd aveva già detto che in caso di vittoria avrebbe fatto un bel ticket con l Idv. A scompaginare i giochi ci ha pensato Ferrandelli, consigliere comunale ex Idv che ha presentato la sua candidatura nel nome di un rinnovamento e di una disponibilità ad aprire al Terzo Polo. Nel Pd si è litigato su tutto, pure sui finanziamenti arrivati al comitato di Rita Borsellino. Sulla testa del segretario cittadino del Pd Giuseppe Lupo una mozione di sfiducia con quasi 200 firme. All ombra delle primarie si sono consumati e si consumano scontri opachi nei partiti e tra i partiti, si esalta in una sorta di eterogenesi dei fini la competizione dei leaderismi, delle correnti. Ovviamente nel nome del popolo. «Se noi rivedessimo il criterio della prevalenza dell elemento partitico nell esperienza delle primarie, se si togliessero di mezzo i partiti e si candidassero le persone, che sono di vari partiti, e il popolo scegliesse, forse eviteremmo di vivere le primarie come un guerra». Parole e musica di Nichi Vendola, dopo Genova. Il senso è chiaro. In quel togliere di Il Pd è un partito indefinito, incerto se consegnarsi a Di Pietro piuttosto che a Casini, incapace come ha scritto Michele Salvati dopo le primarie milanesi di imporre una sua visione delle cose politiche pagina otto

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