anno VII numero agosto - settembre 2010

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1 anno VII numero agosto - settembre 2010

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3 COOLIBRÌ È inutile. La gente ci nasce. Sono cose che uno non fa con mestiere. Non bastano la pazienza o le notti bianche ad aspettare che qualcosa succeda. Io quelli che scrivono li conosco e non sono come te li immagini. Sono come i donatori di sangue, gente che si può permettere di regalarti qualcosa di suo. Storie e parole a riempirti la giornata e a farti più vissuta una vita incompiuta. Che a leggere sono buoni tutti, o quasi. Ma a scrivere, aihmè tutti credono di esserlo. E invece è difficile e ci vuole fortuna. C è chi ha la mano veloce, chi corre sulle pagine come un pianista in una fuga, ma sono pochi. Agli altri non resta che viver da gregari e aspettare con pazienza una volata e al traguardo una pubblicazione. Perché un libro non si nega a nessuno, il problema è saperne scrivere dieci o meglio avere dieci libri dentro. Come segreti che scoprire ti fa sentire fortunato. Così mi sento quando leggo un libro, come se qualcuno mi regalasse qualcosa di prezioso e intimo. Ed è per questo che nasce Coolibrì: per dare forma, anche se semplice, a piccole storie che altrimenti resterebbero di troppo pochi. Fin dall inizio, ormai molto tempo fa, ci sembrava carino, una volta ogni tanto, concederci completamente a una delle passioni che da sempre ci muove: la scrittura. Le pagine che avete tra le mani sono piene di racconti. Non troverete recensioni o interviste ma storie raccolte in giro tra amici e sconosciuti, alcuni sono celebri esordienti, altri generosi e navigati scrittori. Il risultato è l istantanea di un anno di incontri più o meno fortuiti, quello che conta è che alla fine, queste parole, abbiano trovato una pagina su cui posarsi per essere lette. Forse alcuni di questi racconti diventeranno libri, magari della nostra neonata collana editoriale Coolibrì pubblicata da Lupo editore. Magari alcuni più grandi di noi noteranno talento e lo faranno crescere, magari non succederà nulla. Intanto buona lettura. Questo numero vale doppio, Coolclub.it tornerà ad ottobre. Buone vacanze. Osvaldo Piliego Editoriale 3

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5 CoolClub.it Via Vecchia Frigole 34 c/o Manifatture Knos Lecce Telefono: sito: Anno 7 Numero agosto-settembre 2010 Iscritto al registro della stampa del tribunale di Lecce il al n.844 Direttore responsabile Osvaldo Piliego Collettivo redazionale Cesare Liaci, Antonietta Rosato, Dario Goffredo, Pierpaolo Lala Hanno collaborato a questo numero: Roberto Conturso, marco Montanaro, Simona Anna Sorano, Stefano Zuccalà, Francesco Santoro, Francesco Cortonesi, Antonio Bufi, Elisabetta Liguori, Nino G. D Attis, Lucio Lussi, Francesca Tomai, Giuseppe Braga, Antonio La Malfa, Daniele Coluzzi, Maurizio Cotrona, Michela Carpi, Marzia Grillo, Francesco Marocco, Eva Clesis, Maurizio Capriotti, Giovanni Dozzini In copertina: Ursula di Ivars Krutainis/Flickr Ringraziamo Manifatture Knos, Officine Cantelmo, Cooperativa Paz di Lecce e le redazioni di Blackmailmag. com, Radio Popolare Salento, Controradio di Bari, Mondoradio di Tricase (Le), Ciccio Riccio di Brindisi, L impaziente di Lecce, quisalento, Lecceprima, Salento WebTv, Radio Venere, Radio Peter Pan, Radiodelcapo, Musicaround.net. Progetto grafico erik chilly Impaginazione dario Stampa Martano Editrice - Lecce Chiuso in redazione con un po di tramontana, finalmente si respira Per inserzioni pubblicitarie e abbonamenti: COOLIBRÌ Aria Colpi di coda 11 4 maggio Da qualche parte 14 Queste mie parole sono come un fiume 15 Tunnel 17 Ombre 18 Morte misteriosa di un presidente di provincia 22 Stanza n Un uomo lavora onestamente un anno intero 30 Irida e Flakime 32 Le imperdibili avventure di mia cugina Piera 36 La nuotata 40 La stanza di sotto 42 Signore al trucco 44 Le carceri 46 36h 48 Frusciante 50 Le nozze di William 52 Eventi Calendario 54 sommario 5

6 ARIA Roberto Conturso Un greve odore di fogna ristagnava per le strade, il depuratore, all estremità ovest del quartiere, saturava l aria con i suoi miasmi. Facciate corrose dalla salsedine correvano lungo il marciapiede, cosparso di cicche e volantini pubblicitari. Camminavo senza meta, attraversando i luoghi della mia infanzia, riassaporando i ricordi che come in un film si traducevano in immagini. I miei eroi un tempo abitavano fra quelle mura, ragazzi più grandi che rispettavo, figure leggendarie come Alfio Missini, Gigi er Negro, Dario Bertello. Veri picchiatori, non quei pischelli scoppiati pronti ad aprirti lo stomaco per un cellulare o un ipod, era gente da cui avevi sempre da imparare, anche dopo un occhio nero e un labbro spaccato. La strada era stata ricucita da una distesa di asfalto e dove prima sorgeva il bar di Franco, si stava consumando un orgia di carne e lamiera. Un cordone umano scorreva di fronte una porta a vetri, incorniciata da colonne di legno zigrinato e grigie matasse di fumo che si contorcevano contro la luce bianca dell insegna. Non riuscivo a distinguere nessuno, volti anonimi nascosti dal chiarore dei fari si stagliavano sul perimetro di ghiaia del parcheggio. Da un cono di luce giallognola uscì una figura tozza e claudicante. Ondeggiava sul tronco facendo dondolare le braccia lungo i fianchi, come travi da un impalcatura. La camminata del Mastino era inconfondibile. Scandì il mio nome a gran voce prima di modellarmi le spalle sotto una morsa maleodorante che sapeva di posacenere. Fumare per lui era un passatempo, un modo per tenere occupate le 6 COOLIBRÌ

7 mani quando non erano impegnate ad aprire serrature o a ripulire il malcapitato di turno. Gli altri ci aspettavano dentro. Era quello che temevo. Non avevo voglia di rivedere le vecchie facce ma non potevo tirarmi indietro, il Mastino poi non era uno di quelli che ti scrollavi di dosso facilmente, avrebbe attaccato con la storia dei vecchi tempi finché non avessi accettato il suo invito. Indicò al buttafuori l interno del locale e sfilammo sotto lo sguardo infastidito dei clienti ancora in fila. Una folata di calore mi accarezzò il viso insieme al respiro di quell orda ansimante. I bassi sferzavano l aria immobile della pista. Sgusciavo fra corpi sudati seguendo la testa ciondolante del Mastino che si faceva strada senza troppi complimenti. Raggiungemmo una pedana di perspex sagomata da un divano di pelle bianca e un tavolo di vetro puntellato da flute, un secchiello per il ghiaccio e un vassoio di metallo. Riconobbi immediatamente Marco Cafieri e Lello che scattò in piedi, allungandosi oltre il tavolo per abbracciarmi. Era felice di vedermi e me lo dimostrava vomitando frasi sconnesse e versandomi da bere da una bottiglia di Cristal che stringeva per il collo. Era strafatto e la mascella, anestetizzata dalla cocaina, si muoveva a fatica. Cafieri, dal canto suo, biascicava nomi incomprensibili di persone che negli anni erano state dentro, come se nella testa di quel coglione avessi trascorso metà della mia vita a Regina Coeli e conoscessi tutti i suoi amici passati di lì. Di fianco a loro sedevano altri due tizi, non li avevo mai visti prima, dovevano essere dell est a giudicare dai lineamenti spigolosi e la pelle olivastra. Quello magro con i capelli pettinati all indietro, cercava di impressionarmi con storie sulla malavita albanese e il suo compare, un ciccione dagli occhi tumidi e una fitta corona di capelli, mi studiava con attenzione; ogni volta che riesumava la testa dal vassoio, mi squadrava, grattandosi il naso e sgranando le pupille nere che gli riempivano completamente gli occhi. Considerando come se la godevano quei quattro, il locale doveva appartenere a qualcuno del vecchio giro. Provai a rilassarmi, allungai altri due bicchieri a Lello, uno per me e l altro per il Mastino. - Ecco er vero romano! Una voce roca, puntuale, mi colpì dritto allo stomaco. Alzai la testa e in piedi di fronte a me c era Mario Crialese, detto er Mazzinga. Sembrava se la passasse meglio dall ultima volta che lo avevo visto: indossava una camicia bianca e una giacca blu a doppio petto stretta sulle spalle, era appesantito e non si preoccupava più di radersi i capelli, erano più lunghi sui lati lasciando zone glabre al centro della testa. Nonostante si fosse ripulito, aveva sempre quell espressione truce stampata in faccia, come se i lineamenti del viso fossero stati risucchiati in avanti deformandogli il volto in una maschera dura che non lasciava trasparire la minima emozione. L aria satura di sudore e alcol si faceva irrespirabile. L estate era alle porte e dentro quel cazzo di locale si soffocava. Crialese inveiva contro i camerieri che si attardavano a rimboccare il secchiello del ghiaccio con nuove bottiglie di champagne. I brindisi si susseguivano e il Mazzinga teneva banco con vecchi aneddoti. Gli altri si divertivano, non perché fosse spiritoso, non lo era mai stato, semplicemente lo temevano e lui ne era consapevole. Molte volte mi ero chiesto se raccontasse storie per il semplice gusto di farlo o perché si divertisse a vedere fino a che punto la gente avrebbe assecondato le sue cazzate, ridendo a ogni suo cenno, a ogni sua impennata di voce. Solo il Mastino era esente da quella pantomima, in questi anni doveva aver stretto un rapporto privilegiato se poteva permettersi di parlare con lo smilzo, quello con i capelli impomatati, che ascoltava a testa bassa e ogni tanto buttava un occhio su di me. Crialese, stanco di recitare il suo monologo, si alzò e scomparve, mentre le luci della sala spezzettavano il suo corpo in un ventaglio di ombre. Il Mastino fece scivolare l indice sul vassoio, lo strofinò fra i denti, pulì il dito sulla coscia e mi disse di seguirlo. Non sapevo cosa volessero da me ma conoscevo bene quella sensazione di impotenza, la stessa che avevo provato nel corso degli ultimi due anni. Quell incapacità di gestire il mio tempo e il mio spazio. Lo seguii senza fiatare. La sala proseguiva in un angusto corridoio e terminava su una scalinata di ferro che portava al piano sotterraneo. Il peso dei nostri passi riempiva la tromba delle scale trasformando la musica in un eco lontano e l aria afosa in una coltre umida. Una lama di luce gialla fendeva il buio del seminterrato. Il Mastino aprì la porta, inondando il piano di una luce gelida e tornò di sopra. La stanza era vuota: Crialese sedeva dietro una scrivania scarna, occupata solo da un posacenere di ceramica bianca dalla cui scanalatura pendeva un filtro maculato. La giacca era appoggiata allo schienale della sedia, le maniche arrotolate sopra i gomiti liberavano avambracci robusti e nervosi. Non c erano altre sedie, il che lasciava intendere che le visite al piano di sotto fossero rare e sgradite e chi entrava fosse costretto a rimanere in piedi sotto il suo sadico sguardo. Eppure quel vuoto mi dava sicurezza, nessuno poteva nascondersi, c eravamo solo noi due. - Ti trovo in forma. Disse, estraendo dal cassetto una bottiglia di Jack Daniels e due bicchieri di vetro. - Il carcere ti ha rimesso a nuovo, te sei pure dimagrito. - A Crialè, che voi da me? COOLIBRÌ 7

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9 Sorrise, osservando il whisky che saliva lungo le pareti di vetro. Avvicinò uno dei due bicchieri sul ciglio della scrivania e si lasciò andare sulla sedia che scricchiolò sotto il suo peso. Rimase in attesa, simile a un cacciatore che studia i movimenti della sua preda. Feci un passo in avanti, afferrai il bicchiere e senza staccargli gli occhi di dosso mandai giù una lunga sorsata. Il calore scese lungo la gola ed esplose in petto, aumentando ulteriormente la mia temperatura corporea e il mio disagio. - Ho bisogno di qualcuno fuori di qui, uno che si sappia muovere nel quartiere. Sputò una nuvola di fumo che si dissolse pigramente nella stanza. - Non c è il Mastino che ti copre il quartiere? - Il Mastino mi serve al locale. Raschiai dal fondo l ultimo sorso di Jack Daniels. - Vuoi che vada in giro a battere cassa per conto tuo? Le parole attutite dal vetro formarono una condensa sul lato del bicchiere. - Per questo ci sono gli albanesi. A me serve qualcuno fidato da mettergli vicino. - Dovrei fa da balia a quei due pezzenti che stanno de sopra? - Le cose so cambiate e se ora stai qua sotto è grazie al Mastino che ha garantito per te. La voce del Mazzinga si era fatta aspra e i suoi occhi sprezzanti. Quel figlio di puttana credeva di potermi trattare come l ultima ruota del carro, il nuovo arrivato in cerca di raccomandazioni per entrare nel giro. - A me nun me serve la garanzia de nessuno, tantomeno quella de un chiacchierone come er Mastino. Crialese mi venne incontro, riducendo drasticamente lo spazio fra me e lui. La stanza appariva ancora più piccola di quanto non fosse. Sentivo una scarica di adrenalina salirmi al cervello insieme al fetido odore di alcol che mi sputava in faccia. - Stamose a capì, der vecchio giro nun è rimasto più nessuno: Missini, er Negro e compagnia bella, o stanno dentro o nun contano più un cazzo. Accompagnava le sue parole con stoccate della mano mentre le narici si dilatavano come se volessero prosciugare tutta l aria disponibile in quel seminterrato. - Perciò, se fai na cazzata, non hai più nessuno che te para er culo e io non voglio cani sciolti nel quartiere. So passati i bei tempi. Forse lo stronzo parlava degli ultimi due anni, quelli trascorsi in un buco di otto metri quadrati con altre cinque persone, dove la porta del cesso era una concessione e le pieghe di un lurido lenzuolo e una fetida coperta l unico riparo. Avevo il cuore in gola e il battito era talmente forte da riempire la stanza. Lasciai scivolare la gamba destra all indietro, il suono del vetro fu attutito dallo zigomo paffuto. Lo colsi alla sprovvista, sbandò all indietro inciampando sulla scrivania. Le sue mani premevano sulla ferita e il sangue colmava gli spazi fra le dita, lacrimando sul dorso. Cercò di chinarsi per aprire il cassetto, feci in tempo a prendere il posacenere e colpirlo con tutta la forza sulla testa. Rotolò a terra, scalciando come un bambino, mostrando un sorriso scarlatto al centro del cranio. Nel cassetto aveva un coltello a serramanico e una busta di carta marrone: dentro due mazzette da cinquanta tenute insieme da elastici azzurri, a occhio e croce mille, millecinquecento euro. Le infilai in tasca senza pensarci. Il tracciato di luce mi scortò oltre il reticolato di urla e lamenti. Camminavo spedito, sospinto dalla musica che aveva ripreso a scandire il tempo dei miei passi. Sfilai al lato del privè e con la coda dell occhio notai Lello e Cafieri farmi un cenno con la mano, evitai di guardarli e puntai dritto. Non si aspettavano di vedermi uscire da solo. Tagliai la pista in un groviglio di suoni e luci che mascheravano quei volti irreali. Mi voltai, nessuno mi stava seguendo, altri pochi passi e sarei stato fuori. La porta si aprì e vidi il buttafuori che presidiava l ingresso entrare nel locale. Feci scivolare la lama fuori dal manico e la adagiai lungo il fianco destro. Il sudore mi graffiava la pelle e la tensione inchiodava le gambe al pavimento, poi il palmo ruvido di una mano mi bloccò il braccio sinistro. - Che fai, già te ne vai? Il Mastino mi urlava nell orecchio cercando di prevaricare il battito delle casse. Inclinai la testa per assecondarlo e tenere d occhio le sue mani, una delle quali ancora aggrappata al mio avambraccio. - Esco a prendere una boccata d aria. Alzai il braccio nella speranza di riuscire, con un gesto disinvolto, a divincolarmi dalla sua stretta. Le dita affondarono nella carne, lo strattonai ma fu inutile, mi afferrò con entrambi le mani, poi le labbra si contrassero in una smorfia di dolore e stupore non appena gli piantai il pugno destro nella coscia. Osservai la gamba cedere sotto il peso del corpo e adagiarsi a terra in una pozza nera. Intorno a me si aprì una voragine. Ero stordito e confuso, feci un passo verso l uscita e poi iniziai a correre. Divoravo l aria umida della strada mentre l asfalto digeriva i miei passi pesanti. Svoltai in un vicolo e mi accucciai dietro un auto, avevo bisogno di riprendere fiato e riordinare le idee. La mano stringeva ancora il coltello, ripiegai la lama senza guardarla. Attraverso le stradine giungevano gli schiamazzi e le sirene delle guardie, dovevo allontanarmi il più velocemente possibile. Mi rimisi in marcia, senza correre, costeggiando i muri di cinta e le macchine parcheggiate, guardandomi continuamente le spalle. Anche il quartiere dove ero nato e cresciuto mi appariva minaccioso. COOLIBRÌ 9

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11 70. COLPI DI CODA Marco Montanaro la nostra relazione ebbe dei colpi di coda tra l aprile dell 86 e il maggio dell 87. di quegli avvenimenti che restringono il campo degli equivoci nascondendo un po di polvere sotto il tappeto. fu quasi tutto per merito suo, devo ammetterlo; in aprile uscì il suo primo libro di poesie, dei componimenti che un suo amico critico non voleva smettere di definire di derivazione orientale. io, che ora non so dire fino a che punto la conoscessi, non saprei neppure se ci fosse qualcosa di orientale nelle sue poesie. certo erano brevi, e dolci, e leggere; di una leggerezza che mi faceva invidia in fondo allo stomaco, forse neppure m accorgevo. a dicembre di quell anno, arrivò la malattia. entravamo e uscivamo degli ospedali, a volte ci rimanevamo per qualche giorno. io non potevo non starle accanto. in quel periodo lei non riusciva a parlare molto. ma lo sentivo, sentivo quello che provava, una grande forza d animo con cui si difendeva, come dire, da quel tentativo del destino di metterla in ginocchio. sapeva di non potersi permettere neppure mezzo passo nella disperazione, perché avrebbe inghiottito anche me, e per intero. e allora forse il malato, il paziente, ero io. io che l aspettavo, senza riuscire a proteggerla. quando si fu finalmente ristabilita del tutto, verso metà primavera, decise di affittare un piccolo appartamento sulla costa ovest coi pochi soldi che aveva fatto col libro. si trattava di un regalo per noi due; ci stabilimmo sulla costa fino a maggio, in un periodo magnifico per stare al mare. eravamo solo noi due e qualche amico che veniva a trovarci, di tanto in tanto. lei era bella, e contagiosa. per molto tempo sono stato impegnato a mettere radici nel vuoto. perché non è vero che ci sono persone incapaci di mettere radici; chiunque, anche senza accorgersene, è in grado, chiunque è impegnato a farlo. persino nella mancanza di qualsiasi ambizione, di qualsiasi idea che ti porti a guardare oltre la luna del giorno dopo. ecco, io non avevo ambizioni, e come ogni persona del genere ero molto pericoloso. mettevo radici, ma nel nulla, nell indefinito, radici che consumavano la pianta stessa. agli occhi dell altro dovevamo apparire molto maturi: non tanto nel non cercare una spiegazione quanto nel non voler giustificare in alcun modo la fine; o forse era solo il sintomo di una certa stanchezza. ci allontanammo un giorno come tanti; ed io non so dove sia finita, non lo so, non lo so quel tanto che basta per augurarle ancora buona fortuna. [tratto da malesangue.tumblr.com 169 inni, canti e salmi] COOLIBRÌ 11

12 4 MAGGIO 2009 Simona Anna Soranno 4 maggio ore Oggi vorrei donarvi 6 ore della mia serata del 4 maggio Ho incontrato delle persone e stranamente mi sono accorta di loro, non mi sono passate silenziosamente accanto nella furia di questo mondo. No! Mi sono dovuta fermare al loro passaggio e ascoltare i loro cuori e le loro visioni impetuose. Il tempo sovrano quasi non aveva importanza. Queste persone mi hanno presa con forza e sbattuta nelle loro vite e hanno riversato nella mia ignara esistenza le loro esperienze. Voglio rendervi partecipi di questo grande regalo che loro hanno fatto a me. La prima di queste persone era diretta a Sharm el Sheik, luogo di vacanze e intrattenimenti distratti, dove il sorriso sembra quasi un obbligo, dove il sole non bacia solo i belli, ma rende ogni cosa più luminosa e calda ed i colori di quel mondo sono un miraggio riflesso nelle iridi dei passeggeri della Livingstone. Questo signore però non ha lo stesso sguardo degli altri passeggeri dello SSH, sono due occhi dal colore del mare prima di una burrasca, due occhi navigati e quieti. Una voce allegra e profonda dona vigore e saggezza alle sue parole. Ha 86 anni, andrà a riposare le sue indolenzite membra senza sua moglie, salita in cielo, come dice lui, da quasi dieci anni. La dolcezza e la nostalgia di quell amore mi hanno fatto tremare le gambe, per la prima volta mi sono accorta che può esserci un modo di vivere nell attesa della morte, forma di una speranza, nella ricongiunzione con la persona amata, strana ma non difficile da comprendere per me che ho solo 22 anni. C è un abisso tra me e lui, non solo per il tempo che è trascorso dalla sua nascita alla mia. Mi parla della Francia, c è rimasto per 52 anni per studio e lavoro; quando gli chiedo che studi ha seguito a Parigi mi risponde con Ingegneria e guardando in cielo con un sorrisetto furbo dello spazio. Mi ha permesso di progettare satelliti, radar pacemaker accentuando il tutto con una curiosa pronuncia francese e toccandosi il petto. Anche a lui è toccato indossarlo. Mi spiega quanto sia importante fare le cose utilizzando tutte le risorse che abbiamo a nostra disposizione, tutta la nostra intelligenza, tutto ciò che possiamo dare e imparare, per noi e per gli altri. Spesso in Francia ci torna, a trovare sua moglie, adesso lei abita lì, vicino Jim Morrison. A lui piacciono le lingue: l inglese lo parla con i suoi customers, produce olive e olio come una buona parte dei pugliesi e una volta l anno riceve una telefonata dai suoi nipoti interessati alla qualità del nuovo raccolto. È bello sentirli, almeno quell unica volta. A lui piace leggere, a Sharm non andrà al mare (non ha più l età per certe cose,mi fa intendere), però porta con sé una buona dose di libri, che non lo abbandonano mai nei suoi viaggi e me ne consiglia uno, che ha a portata di mano, nella prima tasca della borsa dello stesso colore dei suoi occhi Malafemmina la vita di Totò. Io sorrido, perché che cosa sono le nuvole? Troppo presto, nonostante le due ore di ritardo è partito. Buone vacanze signore! Altro giro altra corsa, arriva da Bergamo, è il bambino più gioioso che io abbia mai visto, si chiama Davide. Appena i nostri sguardi si in- 12 COOLIBRÌ

13 contrano mi sorride, uno di quei sorrisi che ti tolgono il fiato e ti fanno comprendere il valore dell aria nei tuoi polmoni. Il piccolo Davide non riesce a parlare, mi indica l aereo da cui stiamo scendendo con gli occhi luminosi, elettrizzato dal viaggio che ha appena fatto. Ha già viaggiato tante volte e l ultimo gli è decisamente piaciuto, lo comprendo dal suo sì convinto che mi indica con un movimento veloce della testa alla mia domanda curiosa. Mentre viaggiamo in ambulift, ancora una volta il braccio di Davide si alza e il suo dito indica la torre di controllo, il suo bel faccino corrucciato in un espressione interrogativa. È una caffettiera gigante! Alle prime luci del giorno corrono tutti qui per fare colazione. Gli racconto io, nella speranza che ancora una volta mi regali il suo meraviglioso sorriso. Non perde tempo, Davide mi regala il più bello. Siamo arrivati a destinazione, la mamma attende un po in ansia di rivedere la sua piccola vita. Davide è di nuovo con i suoi genitori, a loro regala un bacio. Che meraviglia, non si dimentica di me, si volta, mi guarda con un faccino triste che non avrei mai pensato facesse, fa un cenno della manina e continua a fissarmi sino a quando non sparisco dalla sua vista. Pochissimi minuti per questa signora con una mascherina e foulard in testa, tragitto brevissimo il mio accanto a questa donna, viene da Milano Malpensa, ieri è stata dimessa dall ospedale, dopo un mese di reclusione nei locali asettici e bianchi. Appena uscita voleva andare a fare shopping, mi racconta la sua accompagnatrice. La signora scoppia a ridere e ilare mi dice che era tutta colpa dell euforia, voleva vedere le strade di Milano piene di gente e i negozi di cui tutti parlavano. Non c è l ho fatta, ma la prossima volta la faccio stancare questa ragazzaccia!! riferendosi alla sua accompagnatrice, invece teneramente rivolgendosi a me, chiede perdono perché è troppo pesante e la strada è lunga. Io le sorrido non si rende conto della sua leggerezza nel corpo e nello spirito. C è chi arriva e c è chi parte... E questa partenza è piena di speranze. L ho già incontrato questo signore dagli occhi grandi, è dimagrito dall ultima volta che ci siamo visti e la sua pelle si è ingiallita. Lo ricordo bene, stava aspettando un nuovo fegato, il suo purtroppo non funziona più. Mi riconosce anche lui, mi saluta affettuosamente e mi guarda con un po di tristezza: è l ultima chiamata mi dice. Ultima possibilità per un organo sano. Una vita spezzata che può diventare dono e vita per gli altri. Io sono qui ad assisterlo, che posso fare se non sperare e donargli ciò che sono? Farò una preghiera per Lei e lui è contento così, mi sorride e mi ringrazia. So che tornerà, questa volta andrà bene Buio. Arriva la Myair da Venezia. Ed eccolo il nuovo arrivato, quando gli offro le mie mani sorride di tanta generosità e con la sua afferra sicuro il mio gomito sinistro. Devo guidarlo sino al suo posto e descrivergli cosa potrebbe intralciare il suo percorso. Quando ci sediamo cala il silenzio, questa volta il silenzio mi imbarazza ma non durerà molto: È da ieri sera che sono in viaggio, finalmente sono arrivato!. È a casa, torna da Bangkok questo viaggiatore solitario. Non riesco a trattenermi. Ho trovato un rarissimo viaggiatore per antonomasia, uno di quelli che gira il mondo per assaporarne ogni singolo dettaglio, ormai li riconosco quasi subito. Ho sempre sognato essere una di loro. E io su di giri per averne trovato un altro: e com è Bangkok???? Aspetta, aspetta, la mia testa va in una direzione: sarò mica un insensibile? Ma insomma Simona non vedi che è cieco? Mi si gela il sangue nelle vene in quell attimo, sono stata precipitosa, istintiva. Per lui però non ho sbagliato proprio niente, sorride alla mia domanda e inizia a raccontarmi di quella città, di quel mondo, in un modo straordinario. Dritto all essenziale, alla vera radicalità della cultura thailandese, parla dei cuori della gente, del bene che fai e ti ritorna, di un progresso che tutti ti dicono inesistente ma che è tangibile e supera la nostra cultura. I veri poveri siamo noi, non abbiamo ancora capito che tutto parte dal cuore. Avrei voluto che restasse a parlare con me molto tempo. Ho incontrato per la prima volta nella mia vita un uomo che comprende e legge la realtà per quella che è, senza badare alla apparenze, ai giri di parole, ai ghirigori assurdi che facciamo intorno alle cose essenziali. Mi ha parlato di pace interiore, del mondo interiore di altre persone che ha avvertito solo dal suono delle loro voci, dagli odori della loro terra. Ho sempre pensato alla vista, come uno strumento necessario per osservare il mondo, ai colori come delle straordinarie emozioni della natura senza cui non potrei vivere. Ancora una volta mi sono resa conto che ho molto da imparare, devo ancora viaggiare tanto nei cuori della gente che incontro ci sono mondi inesplorati e silenti, che aspettano di essere scoperti e la vera bellezza è lì, la incontri per strada ogni giorno. Grazie a chi ho incontrato, a chi sto incontrando ora e a chi incontrerò. Mi rendete una persona diversa, continuate a farmi viaggiare, io sono sempre pronta a partire! COOLIBRÌ 13

14 È una strana sera di giugno. Coi contorni delle cose liquefatti, imperfetti. Una sera in cui ti racconterò del mio nuovo lavoro stupido. E lo farò utilizzando le stesse parole di tutti. Quelle parole corrose, senza dignità. Quelle parole ripetute fino alla morte, sempre uguali a se stesse. Quelle parole che ci illudono di dire veramente qualcosa. Quelle parole che forse ci fanno esistere. Che ci ficcano in un ruolo, vendicative, a forza d esser spinte fuori dalla gola. Il caldo si è appena affacciato sopra un mese senza pretese ed io calcolerò ogni mossa. Tu sei tornata solo per pochi giorni, chissà da dove. Da una città che non conosco. Da una distanza che non coprirò mai. In questi mesi hai guidato a fari spenti come un bolide invisibile tra i cunicoli di dentro. Tra le viscere, gli incroci. In questi mesi ho pensato a te, credendo di poterti sentire lontana. Ma questa è la sera della grande valutazione. Questa è la sera in cui metterò i tuoi occhi sulla bilancia. E senza utilizzare alcun contrappeso. Quando arriva il caldo la gente alza la voce. Quando arriva il caldo la gente si sente in diritto di allargare la bocca utilizzando quelle parole che dicono sempre di calcio e contratti, sogni sbiaditi, amori senza sangue e macchine nuove. Quando arriva il caldo il ghiaccio incomincia a scivolare nei bicchieri. Nelle bocche. Il ghiaccio incomincia a tintinnare, e a noi tutto questo sembra quasi vita. Nell indecisione su quale camicia indossare resto immobile e senz aria seduto sul bordo di un letto che forse ricorderai. Accendo una sigaretta. C è qualcosa che somiglia alla paura. C è qualcosa che tento di arginare, qualcosa che riesco ad arginare perché questo tuo finto ritorno risulti perfetto una volta che si sarà installato tre le pareti della scena. Fumo. Artiglio l idea di una mossa che dovrò compiere. Come inarcare un sopracciglio. Come lasciarlo scivolare. Da qualche parte bisogna pur iniziare. Da qualche parte bisogna pure incominciare a tessere i fili di una tela che non so se sarà così forte da intrappolarci una volta per tutte. Sì, ti parlerò di questo nuovo lavoro stupido. Ti dirò della mia nuova vita. Si dice così. Tu mi dirai della tua. Sei già un bolide che sguscia velocissimo ed urta contro le pareti del mio dentro. Questo dovrai saperlo. Ma te lo dirò solo una volta che la sera si sarà mostrata senza difese. Una volta che avrò scelto già da molte ore quale camicia indossare. Una volta che ci saremo definitivamente assentati da noi stessi, per mostrarci nudi e quasi arresi. Resto fermo sul bordo del letto. I muri sono esattamente dove sono. Il vicino ucciderà a sangue freddo. Sale una vampa giù dal fondo e per un momento sono già seduto al tavolino, di fronte a te. In quel bar all aperto. Nel posto in cui forse vorrei essere per sempre. Nel posto in cui forse avrei voluto. Sentire le epoche crollare mentre ti sfioro la mano. 14 DA QUALCHE PARTE Stefano Zuccalà

15 COME I CASTELLI DI CARTE Marzia Grillo Le cameriere non andavano mai bene, e lo splendore non andava mai bene. La brillantezza. Diceva che la brillantezza lo abbagliava. Teneva le tende spesse e le lampadine a basso voltaggio, ma appena usciva noi aprivamo tutto, ci tenevamo in equilibrio sul balcone ad angolo, ci spogliavamo davanti alla finestra, accendevamo tutte le luci e lasciavamo il frigorifero aperto per via dell alone azzurrino. Da lui ci facevamo portare il caffè a letto. Nei ristoranti facevamo la parte delle figlie viziate. Poi loro si baciavano davanti alla cameriera, e io restavo la figlia viziata. Buttavo i bicchieri per terra per attirare la loro attenzione, poi facevo finta di piangere di rabbia e lui pagava il conto con la carta di credito. Le cameriere mi asciugavano le lacrime con il grembiule. Avevamo tre bicchieri davanti e lui mi aveva versato da bere per prima. Poi aveva sorriso senza esagerare. L amore costruito sui compromessi è come i castelli di carte aveva detto, poi aveva fatto una pausa con la bottiglia alzata, ma la cameriera gliel aveva tolta di mano: pensava dovesse essere lei a versare il vino. Lui ci aveva costrette ad andare via senza mangiare. La presunzione è come i castelli di carte aveva aggiunto. Sono stanca di vederti al buio mi aveva detto lei. Dormivamo bendati perché la fortuna è cieca. La mattina presto, quando lui si faceva la barba, gli contavo le rughe. Le tue rughe sono i nostri compromessi avrei voluto dirgli. Invece gli toccavo il mento e dicevo che era venuto perfetto. Avremmo dovuto scommettere di più sul futuro, invece di dormire nudi per la prima metà della notte. Poi a me veniva sete. Poi scavalcavo lui, svegliando lei. Uno dei due si alzava. Quando tornavo, non sapevo mai chi era rimasto. Non lo riuscivo a vedere, perché eravamo rimasti abbagliati dalla fortuna. Avevo le mie chiavi di casa, me le avevano date al ristorante. Lei mi aveva tenuto le mani dietro la schiena, lui mi aveva detto di chiudere gli occhi e aprire la bocca. Pensavo fosse un nuovo tipo di liquore, e invece era mercurio-argento contro i denti. Era freddo. Era sensazionalismo, e narcisismo, era puro esibizionismo. La cameriera aveva riso. È come dare il coltello ai bambini aveva detto. Lui l aveva fatta licenziare. Erano andati e tornati da così lontano, lasciandomi la casa. Io ci avevo messo due giorni. Erano in salotto, sul balcone ad angolo, in equilibrio sui bicchieri. Erano nel lavandino del bagno, in bilico sulle cornici spesse dei quadri spessi. Erano sotto il letto, castelli di carte di vario tipo, più e meno complessi, più e meno riusciti. Con tutte le luci accese. Con tutti gli specchi che le riflettevano all infinito, e gallerie di compromessi, e il bianco dei bordi, e fari al neon a sottolinearne l imperfezione. 15

16 TUNNEL Francesco Santoro Foto di Martin-Neuhof on Flickr.com L appuntamento era alle otto di sera a metà del tunnel scavato sotto la ferrovia. Lei non veniva. L attesa fu ansiosa fino alle dieci, poi s illanguidì nelle necessità della fame. Aspettai comunque fino a mezzanotte. Non potevo credere che non arrivasse, almeno per quell ora, almeno per dirmi che le era accaduto un contrattempo o non poteva vedermi perché stanca o a causa di un indisposizione momentanea. Lei però non venne. Mi poggiai al passamano di ferro, che divideva il marciapiede dalla strada sotterranea, per avere qualche secondo di sollievo dopo l attesa estenuante. Cercavo, nel contatto con il ferro, l energia essenziale per incamminarmi verso casa, ritornare alla sicurezza delle pareti domestiche. Dopo due minuti o anche meno, senza rendermene conto, come altrimenti? mi addormentai. Al mattino fui destato dalle accelerazioni e dal fumo del traffico delle otto. Lentamente mi rizzai in piedi tenendomi alla ringhiera. Scoprii di avere ampi giramenti di testa. Tenendomi alla ringhiera come all unica fonte di salvezza, mi misi a sedere, lentamente strisciai il culo sul marciapiede spingendo con i piedi, fino a toccare con la spalla la parete ruvida della galleria. Automobili motorette furgoni sfrecciavano come maledizioni dinanzi agli occhi ancora intorpiditi dal sonno. Una bicicletta rossa mi sfiorò le dita dei piedi, la seguii con lo sguardo fino a quando non la vidi sparire con un salto dal marciapiede nel cerchio di luce in lontananza. Studenti, un anziana signora seguita dal carrellino della spesa vuoto, donne e uomini d ufficio passarono frenetici, indifferenti alla mia presenza. Solo qualcuno osava buttare uno sguardo di disprezzo; l anziana signora guardò compassionevole. Nessuno si scusava. 16 COOLIBRÌ

17 A poca distanza goccioloni scuri d umidità cadevano dalla volta ricurva del tunnel, formando un rigagnolo nero che cascava dal marciapiede in strada. Nella spossatezza osservavo come quelle grosse gocce alimentavano il fiumiciattolo e la pozza. Non ebbi il tempo di pensare alla mia situazione, quando l anziana signora di ritorno dal mercato mi offrì del pane e un arancia. Non potevo far altro che mangiare. Se n andò silenziosamente lanciandomi un sorriso triste. L immagine di quel sorriso rimase dinanzi agli occhi l istante necessario alla scomparsa della minuta figura verso il punto di fuga del tunnel. Dimenticai di ringraziarla, ma mangiai con gusto. Il frastuono del traffico si amalgamava a quello delle rotaie sulla mia testa. Sedevo dalla parte opposta ai tubi di scarico delle vetture, con scarso beneficio. Non potevo andarmene. Dimenticai. Dimenticai l attesa, la casa, il lavoro, la famiglia, gli amici. Nell idiozia ero solo. A sera un uomo della mia stessa età mi guardò un attimo, sorpassò, tornò indietro. Aveva l impermeabile zuppo di pioggia, accovacciandosi bagnò parte della gamba e del mio braccio sinistro. Disse alcune parole che non ascoltai, diede una pacca sulla spalla, si sedette al mio fianco, continuò a parlare ininterrottamente. Non lo ascoltavo, non per indifferenza, ma a causa dello sforzo che l ascoltare comporta. Mi venne in mente il sogno fatto la notte precedente. Glielo raccontai interrompendo il suo soliloquio in un punto importante, tanto che l uomo contrasse il volto in una buffa espressione. Aveva tratti scarni, occhi neri incavati nell arco delle sopracciglia sporgenti e folte, labbra pronunciate. Raccontai il sogno. Ieri notte il tunnel era morbido: mi rigiravo sul marciapiede come tra le coperte. All improvviso, mi alzai ad occhi chiusi e spinsi con una spalla sulla parete morbida, carnosa. Era caldo e rosso. Cominciai a girare su me stesso, le spalle sprofondate nella parete curva fino a quando non caddi di faccia sul marciapiede che morbido mi accolse A questo punto l uomo si alzò, guardò con espressione di rimprovero e pronunciò: Sempre gli stessi Morirete tutti. Aspettatemi quando sarà! Se ne andò con passo sicuro. Il tunnel iniziò a muoversi simile al ventre di una serpe o a un lombrico. Io mi sentivo al sicuro, confortato dal tepore: sentivo l acqua interna alla parete passare da una parte all altra, schioccare come se contenesse, oltre l acqua, bolle d aria. Mi destai a causa di uno starnuto. Nuovi giorni trascorsero uguali a loro stessi senza che riuscissi a muovermi, a spostarmi dalla realtà del tunnel. Dopo quel sogno non sognai più o, almeno, non ricordai più alcun sogno. Tra mattino sera pomeriggio notte non sussisteva differenza. Del resto non sapevo nulla. Ogni tanto uno studente mi lanciava una moneta, non sapendo che farmene gliela rilanciavo dietro o contro le auto. Due guardie mi passarono dinanzi, si fermarono un attimo, come sull attenti, ebbi un momento d esitazione, scambiarono qualche parola tra loro, scivolarono via com erano giunti. Mentre mi grattavo la nuca e le orecchie, uno scalpiccio di passi mi distrasse. Erano i tacchi di due donne. Alzai lo sguardo per meglio guardare. La luce arancio dei lampioni illuminava debolmente il volto noto. Era lei. Non ebbi la forza di parlare, se non quella di emettere un timido singulto di bestia ferita. Lei si volse. Mi guardava senza alcuna espressione in viso, mi riconobbe, sussurrò all orecchio dell amica qualche parola che non compresi e subito distolse lo sguardo e le gambe dalla mia testa. Superò la metà del tunnel senza difficoltà. Mentre andava per la sua strada, in compagnia dell amica, sentii che le disse. È fantastico sapere che qualcuno ti ama. COOLIBRÌ 17

18 Foto di Hamed Saber on Flickr.com 18

19 OMBRE Deadtoday Conobbi la paura, l amore, l odio, il dolore, l azione. E la morte. Percy B. Shelley Dall ottantacinquesimo piano 14 agosto 2010 Kurtz Vecchio mio, è Ferragosto! Sei felice? C è morte nella tua spiaggia? Nella mia si. Oggi pomeriggio mi sono addormentato e ho sognato l apocalisse. All improvviso le ombre degli alberghi si avventavano sulla sabbia con l evidente intenzione di inghiottirci e nessuno sembrava aver possibilità di scampo. E stato orribile, mi sono svegliato urlando e c ho messo un mucchio di tempo a ritrovare il contegno. Piuttosto, ti è mai capitato di aver paura della tua stessa

20 Ombra? Voglio dire, temere che questa un giorno di questi possa prendere il sopravvento tanto da spingerti a fare cose che tu non faresti mai? Certo, è una paranoia vecchia come il mondo, nulla di nuovo sotto il sole, ma per quel che ne so, può succedere davvero. E non è cosa da prendere alla leggera. Faccio qualche esempio, senza stare a pensarci troppo. Sicuramente deve essere accaduto a Gilles De Rais, nell anno del Signore 1432 che dopo aver combattuto per la cattolicissima Francia ed essersi distinto in azioni di bontà e coraggio, a quanto pare decise all improvviso di passare le sue giornate torturando e uccidendo tutti i bambini che gli capitavano a tiro di spada, fischiettando motivetti arcani che nessuno aveva mai sentito prima. Deve essere successo, intorno alla metà dell Ottocento, pure a Vincenzo Verzani, il primo serial killer italiano, che passò in un batter d occhio da essere ragazzo esemplare e tranquillo a feroce assassino dallo sguardo dannato. E di certo, per arrivare ai giorni nostri, non può che essere accaduto a Bernard Cantant, leader dei Noir Desir, che mentre inneggiava alla pace e all anarchia bastonava a sangue l amata Tirtignant tanto da spedirla all altro mondo. Storie terribili, mostruose sinfonie di Ombre che all improvviso si ribellano al loro padrone e lo rendono schiavo dei suoi luoghi oscuri. E allora? E se, come ti dicevo, un giorno fosse la nostra Ombra a ribellarsi? Cosa proveresti a fare per neutralizzarla? Sventoleresti bandiera bianca o gli daresti un appuntamento inderogabile dall altra parte della barricata? Impossibile dirlo lo so, ma d altronde i fili che ci tengono ancorati alla realtà si sono fatti sottilissimi. Meglio la pillola rossa? O quella blu? Poche storie. Sono i Tempi Moderni. Ci vogliono i nervi saldi! Per tornare al punto, a volte amico mio, mi viene da pensare che le nostre Ombre stiano da secoli reclamando un diritto all esistenza che solo a tratti gli abbiamo concesso e che adesso siano di nuovo sul piede di guerra. Non è escluso che un alba di queste, svegliandoci, ne vedremo a migliaia oscurare il nostro orizzonte, pronte a marciare in perfetto assetto da guerra verso l accampamento. E noi, del tutto privati della nostra parte oscura, eccoci lì, incapaci di fare cerchio per difenderci, completamente ipnotizzati e paralizzati da una visione per forza di cose immensamente pura, che di fatto non ci appartiene. Chissà, forse dovevano aver presente proprio questo agghiacciante scenario i vecchi mistici quando, nei loro sermoni, tracciavano un cammino verso la luce pieno di ostacoli e trabocchetti. Dovevano essere perfettamente consapevoli del fatto cioè, che nessuno all Eden sarebbe mai veramente arrivato e che le ombre alla fine avrebbero comunque prevalso. Oppure no? Ok, ok, la mollo qui. L esistenzialismo è una brutta bestia. Di sicuro appartiene proprio alle Ombre e non vorrei passare per un collaborazionista. Ovviamente però la storiella di questa sera è a tema. Come al solito prendila per quella sciocchezzuola che è. Ci si sente presto Cuore di Tenebra. Tuo Dead. 20 COOLIBRÌ

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