DATAGATE Ha ragione Snowden. Corte Usa: «La raccolta dati Nsa è illegale» ISRAELE PAGINA 7

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1 CON LE MONDE DIPLOMATIQUE + EURO 2,00 Poste Italiane S.p.A. - Spedizione in abbonamento postale - D.L. 353/2003 (conv. in L. 27/02/2004 n.46) art. 1, comma 1, Aut. GIPA/C/RM/23/2013 ALL INTERNO Sbilanciamo l Europa ANNO XLV. N VENERDÌ 8 MAGGIO 2015 EURO 1,50 Relitto e castigo SCUOLA Il Pd fa melina I sindacati: trattiamo solo col governo Tre ore di incontro al Nazareno tra i sindacati della scuola e i vertici del Pd. Ma nessun passo avanti: il partito di Renzi propone solo palliativi con emendamenti di facciata, mentre Cgil, Cisl e Uil vogliono modifiche sostanziali. E chiedono un incontro urgente con Renzi e il ministro Giannini. FRANCHI PAGINA 4 LAVORO L appello dei call center: «Guidi, ci hai lasciato soli» Migliaia di lettere di licenziamento sono in arrivo in tanti call center italiani, a causa della "ristrutturazione" causata dalla combinazione delle gare al massimo ribasso con gli incentivi legati al Jobs Act. Le imprese decidono di mandare via i vecchi dipendenti per assumerne nuovi, o, come nel caso delle multinazionali, decidono di lasciare l Italia. SCIOTTO PAGINA 6 SINISTRA La nuova forza? Il big bang dopo il voto delle regionali Qualcosa si muove nella sinistra. La road map potrebbe prevedere un grande evento dopo le regionali. Scommettendo su un risultato non smagliante del Pd di Renzi. Intanto Civati va nel gruppo misto della Camera, al senato gli ex 5 stelle vanno a caccia di dissidenti Pd. Che però non arrivano. PREZIOSI PAGINA 5 IL RELITTO DELLA STRAGE DEL 18 APRILE A 370 METRI DI PROFONDITÀ FOTO MARINA MILITARE ITALIANA Dagli abissi del mare libico riemergono le immagini del barcone affondato il 18 aprile scorso con circa 800 profughi. All interno ci sarebbero decine di corpi imprigionati nella stiva. In Libia arrestati centinaia di migranti in partenza. Bufera su Alfano che parla di lavoro gratuito per i richiedenti asilo nei comuni PAGINE 2,3 DATAGATE Ha ragione Snowden. Corte Usa: «La raccolta dati Nsa è illegale» Simone Pieranni I l tribunale d appello di New York, ha stabilito che quanto rivelato da Snowden, ovvero la raccolta di metadati da parte della Nsa americana, è illegale. Poco dopo la sentenza, dalla Casa bianca è stata sottolineata la necessità di «trovare un meccanismo alternativo» a quello utilizzato dall agenzia di sicurezza. La sentenza ha i contorni della decisione storica, per due motivi principali. In primo luogo perché conferma quanto reso noto da Snowden, l ex agente dell agenzia che ha svelato le tecniche di raccolta dei dati operata dagli Usa. CONTINUA PAGINA 7 ISRAELE PAGINA 7 Netanyahu sul fil di lana presenta il «nuovo» governo: più a destra ma ancora più debole MICHELE GIORGIO BIANI REGNO UNITO AL VOTO PAGINA 7 Chiuse le urne alle 23 è un testa a testa con i Tories favoriti Attesa per il Paese e i leader politici e soprattutto dei soliti mercati e dell Unione Europea in particolare, che teme il possibile connubio Cameron-Farage 70 DELLA SECONDA GUERRA MONDIALE Le memorie divise d Europa Angelo d Orsi È stato, ancora una volta, il papa a dire essenziali parole circa il 70 anniversario della fine del secondo conflitto mondiale che insanguinò l Europa e larga parte del globo terracqueo, fra il 1939 e il Francesco ha ammonito a guardare a quegli eventi per impararne le lezioni, non ripetendo gli errori del passato. Proprio nelle stesse ore, all incirca, il ministro degli Esteri italiano in visita a Kiev dichiarava che l Italia sostiene l integrità territoriale dell Ucraina. CONTINUA PAGINA 12 La scuola di Renzi è diseguale, gerarchica, sempre più privata. La contestazione non è ideologica, contiene proposte che studenti, insegnanti e sindacati hanno avanzato al governo SBILANCIAMO L EUROPA INSERTO all intento INTERVISTA A OSCAR MARTINEZ I Narcos, i migranti e la fabbrica del crimine GUIDO CALDIRON l PAGINA 8 VALLEY UPRISING AL TRENTO FILM FESTIVAL La rivoluzione di granito della valle di Yosemite MATTEO BARTOCCI l PAGINA 10

2 pagina 2 il manifesto VENERDÌ 8 MAGGIO 2015 RELITTO E CASTIGO Roma Via libera a una più equa distribuzione dei richiedenti asilo e alla realizzazione di hub regionali dove ospitarli. Aumentati fino a 40 mila i posti letto ROMA Rischio illegalità per migliaia di richiedenti asilo Valentina Brinis, Liana Vita L a cronaca dei naufragi di chi tenta di attraversare il Mediterraneo per chiedere asilo nei paesi europei ci ha abituati all'idea che, una volta raggiunta l'italia, tutte le difficoltà svaniscano. Ma non è così. Per dimostrarlo basterebbe visitare anche solo uno dei Cas (centri di accoglienza straordinaria) o un qualunque Cara (centro di accoglienza richiedenti asilo e rifugiati) per rendersi conto delle condizioni difficili in cui sono costrette a vivere centinaia di persone in attesa di completare l'iter per la richiesta di asilo. Tralasciando però questo aspetto dell'accoglienza, ci sono altri fatti che stanno accadendo in alcune città italiane che ben rappresentano il percorso a ostacoli (a volte insuperabili) che caratterizza la vita dei profughi in Italia. Uno di questi riguarda Roma, dove da qualche mese i titolari di permessi di soggiorno in scadenza stanno riscontrando difficoltà nel rinnovo se si trovano sprovvisti del certificato di residenza. Per completare quella pratica, infatti, è necessario comunicare agli uffici della questura un indirizzo a cui far pervenire le comunicazioni. Un passaggio che, fino a ora, quando non poteva essere compiuto autonomamente, veniva risolto grazie ad alcune organizzazioni autorizzate che correvano in soccorso rilasciando un certificato di residenza. Per una disposizione della Questura di Roma quelle residenze, considerate «virtuali», non sono più valide per il rinnovo del permesso di soggiorno, ai sensi dell'art. 10bis della legge 07/08/1990 n. 241, come riportato nelle lettere rilasciate dall'ufficio immigrazione in risposta alla richiesta di rinnovo. La motivazione è legata al fatto che quell'indirizzo non corrisponderebbe alla dimora abituale del richiedente che dunque risulterebbe irreperibile qualora lo si cercasse. Le nuove disposizioni prevedono che l'indirizzo fornito nella richiesta di rinnovo corrisponda a un domicilio effettivo, ma in molti casi, anche se il titolare del permesso di soggiorno ha un alloggio, difficilmente è in grado di dimostrarlo con la documentazione necessaria (contratto di affitto o cessione di fabbricato o con la dichiarazione di ospitalità). L'effetto di tutto ciò è che diventeranno presto irregolari migliaia di persone e tra queste anche molti titolari dello status di rifugiati, in possesso di un titolo permanente e la cui condizione è paragonabile a quella dei cittadini italiani. Ma l'aspetto che più preoccupa è che si creerà un vero e proprio commercio illegale di indirizzi di residenza falsi, con conseguente sfruttamento economico di chi deve rinnovare il titolo di soggiorno. Arrivati a questo punto il ministero dell'interno dovrebbe chiarire agli Uffici immigrazione delle questure italiane come sia da intendere il significato di «dimora abituale». Basterebbe una nota per affrontare e sanare una situazione che rischia di esplodere. È giunta infatti l'ora di correre ai ripari se non si vuole far precipitare migliaia di persone nella irregolarità. Il ministro delle gaffe Bufera su Alfano che invita i Comuni a far lavorare i profughi «che stanno lì a non fare niente». «Schiavista» lo accusano destra e sinistra. Accordo con le Regioni sull accoglienza Carlo Lania ROMA A surriscaldare Salvini: «Alfano è pagato per non farli sbarcare, non per sfruttarli». Le Acli: «Boutade elettorale» ulteriormente un clima già di per sé teso nel primo pomeriggio ci pensa Angelino Alfano. Parlando ai sindaci convocati al Viminale insieme ai presidenti delle Regioni per discutere come migliorare l accoglienza delle migliaia di profughi che sbarcano ogni giorno in Italia, il ministro degli Interni sceglie parole che sembrano un invito alla sfruttamento: «Dobbiamo chiedere ai Comuni di far applicare una circolare che permette di far lavorare gratis i migranti. Invece di stare lì a non fare niente, che li facciano lavorare». Parole peggiori il ministro non avrebbe potuto trovarle neanche volendo. E infatti, mentre tra i rappresentanti dell Anci - l associazione dei Comuni - e delle Regioni prevale l imbarazzo, fuori del Viminale cominciano a piovere sul Alfano accuse di schiavismo. Il paradosso si sfiora quando perfino Matteo Salvini si schiera a difesa dei migranti. «Non ho parole. Alfano da scafista a schiavista», attacca il leader della Lega che non risparmia l ironia nei confronti del titolare degli Interni. «Sarebbe pagato per impedire che sbarchino, non per sfruttarli», insiste. E dietro di lui critiche a ruota da Forza Italia a cui non pare vero di poter attaccare l ex alleato. Ma giudizi pesanti arrivano anche da Sel («Alfano si vergogni») e dai Verdi («insegue il populismo di Salvini»), mentre il presidente delle Acli Gianni Bottalico si augura che quella di Alfano sia «solo una boutade elettorale, altrimenti è un affermazione gravissima». Preso anche lui dall imminenza delle elezioni regionali, Alfano non ha evidentemente resistito alle sirene della peggiore demagogia. In realtà la circolare a cui il ministro degli Interni fa riferimento è tutt altro che un invito allo sfruttamento dei migranti. Da mesi anche tra le associazioni che si occupano di migrazione si svolge un dibattito su come impiegare le migliaia di persone che cercano rifugio in Italia e costrette nella maggioranza dei casi ad aspettare anche fino a due anni prima di avere una risposta alla loro richiesta di asilo. A novembre dello scorso anno il prefetto Mario Morcone, capo dipartimento Immigrazione del Viminale, ha inviato una circolare a tutti i prefetti invitandoli a far svolgere un attività volontaria ai migranti, anche come possibilità per integrarsi meglio nel territorio. «L inattività dei migranti si riverbera negativamente sul tessuto sociale ospitante», scrive il prefetto. Nessuna forma di sfruttamento: le attività svolte non devono avere uno scopo lucrativo e devono essere volontarie, i migranti devono essere assicurati e ricevere una preparazione adeguata. E come esempio si cita l esperienza svolta a Bergamo con l iniziativa «Bergamo pulita», alla quale hanno partecipato migranti e cittadini. Gaffe di Alfano a parte, l incontro che si è svolto ieri al Viminale doveva verificare la possibilità di fare qualche passo avanti nell accoglienza dei profughi, superando il muro alzato da Regioni come Lombardia e Veneto. Il muro non è caduto, tanto che Roberto Maroni non si è neanche presentato facendosi sostituire dall assessore all Immigrazione della Lombardia, ma il risultato non stato comunque negativo. «Il governo ha ricevuto la nostra disponibilità a riequilibrare il numero dei migranti nelle varie Regioni», ha spiegato alla fine il presidente della Conferenza delle Regioni Sergio Chiamparino. L impegno preso è quello di superare il Luciano Del Sette M ai amministratore regionale fu altrettanto rapido. Il giorno dopo la richiesta del governo di accogliere settantanove tra le migliaia di immigrati che arrivano ogni giorno davanti alle nostre coste, Augusto Arduino Rollandin, presidente della Regione Autonoma della Valle d Aosta, era in grado di rispondere no a ragion, secondo lui, veduta. Anzi, verificata «Ho effettuato una ricerca di eventuali altri posti presso i 74 comuni della Regione, ma tale ricerca ha sortito esito negativo... Non c è stata una mancanza di sensibilità. Noi riteniamo che se accoglienza deve essere, questa deve essere piena, non si possono piazzare queste persone da qualche parte». I dati anagrafici aggiornati a fine 2012 parlano di 6614 cittadini stranieri regolarmente residenti in Valle. Il 6% circa su una popolazione di 128mila abitanti. Dai primi anni 90 la Regione ha affidato alla Società Cooperativa La sorgente la patata appena tiepida dell immigrazione, ed è La sorgente a gestire i sessantadue immigrati già presenti sul territorio. Tutto esaurito, dunque. Anche se una semplice divisione tra i 74 comuni assegnerebbe un emigrante virgola zero sei a ciascuno di essi. E invece il risultato della divisione fa zero, significa che tutti hanno risposto picche al pur volonteroso e celere Rollandin. Niente posti, tanto metodo seguito fino a oggi dai prefetti - che spinti dall urgenza di reperire sempre nuovi posti letto, hanno via via stipulato convenzioni con alberghi, pensioni e case private - preferendo puntare su un ulteriore ampliamento del sistema Sprar, il sistema di protezione per richiedenti asilo gestito dai comuni, aumentando la disponibilità dei posti letto che potrebbe passare dagli attuali 21 mila a 40 mila. Per questo si è tornati a parlare della realizzazione di hub regionali dove accogliere i migranti in prima battuta. L ideale sarebbe poter utilizare le caserme dismesse ma ci sarebbe qualche problema da parte del ministeri della Difesa e dell Economia. In Piemonte, ha ricordato ad esempio Chiamparino, ce ne sono otto che si presterebbero ma che non è possibile utilizzare. Un punto comunque sarebbe stato chiarito: i costi delle ristrutturazioni saranno a carico dello Stato e non delle Regioni, mentre si sta pensando a una serie di incentivi per quei Comuni che presenteranno nuovi progetti per accogliere i migranti. In particolare è allo studio la possibilità di consentire uno sforamento del patto di stabilità. PROFUGHI ALL INTERNO DEL CARA DI MINEO FOTO MELANIA MESSINA Accoglienza / TUTTA LA REGIONE DOVREBBE OSPITARE APPENA 62 PROFUGHI La Valle d Aosta chiude le porte, solo i ricchi nel «gran paradiso» meno in località ancora vagamente blasonate come Saint Vincent, Courmayeur, Gressoney. Possibile? Certo che sì, quando ci si riempie la bocca di parole vuote «Se accoglienza deve essere, questa deve essere piena, non si possono piazzare queste persone da qualche parte». Non si possono o non si devono piazzare? L interrogativo è lecito pensando che Rollandin, militante da sempre nella centrista e autonomista Union Valdôtaine, deve la sua attuale presidenza alla coalizione Vallée d Aoste, costituita da Fédération Autonomiste e da Stella Alpina, cinque seggi in Consiglio sui 18 guadagnati dalla Vallée, alleata con la Lega Nord nel E che il suo futuro politico può dipendere non poco dai risultati del prossimo 10 maggio, sessantotto comuni al voto. Ammesso che si voglia rintracciare una vaga scusante nella crisi economica da cui la Val d Aosta non è esente, pare difficile trovarla. La regione ha un prodotto Interno Lordo di circa quattro miliardi e ottocento milioni di euro, in leggera crescita, + 0,30%. Il reddito medio annuo aggiustato pro capite 2012 (fonte Istat) è di euro. Il rischio di povertà relativa, percentuale aggiornata al 2102, è del 7,9%, contro quello di un altra regione autonoma, la Sicilia, pari al 42, 3%. Il turismo ha portato nel mila stranieri, con un milione e 118mila presenze (vale a dire coloro che hanno trascorso almeno una notte in albergo o in un altra struttura), una media di permanenza di 3,2 giorni e una spesa di 332 milioni di euro. Quanto costerebbero, a fronte di tutte queste positive cifre, settantanove immigrati in più? Sorge il sospetto che la non accoglienza valdostana sia un atteggiamento a prescindere dai numeri della politica e dalle cifre dell economia. Un atteggiamento che riguarda anche gli «altri», ma italiani. Se illecito è generalizzare, chi scrive ha sempre riscontrato nella gente, per esperienza sul campo, un certo distacco al limite della freddezza; persino un certo fastidio venato di superiorità autonomista. Potevi riscontrarlo, in particolare, quando riempivi il serbatoio dell auto con la benzina che, per decenni, è costata di più a chi non era di quelle parti. Piccolo dettaglio, certo. Ma i dettagli sono parte di un insieme dentro cui il no di Augusto Arduino Rollandin potrebbe risultare coerente.

3 VENERDÌ 8 MAGGIO 2015 il manifesto pagina 3 RELITTO E CASTIGO Tripoli La Marina ritrova il relitto della tragedia del Canale di Sicilia. In Libia ondata repressiva e pattugliamenti per allontanare un intervento armato MEDITERRANEO Per accreditarsi con l Ue Tripoli arresta 600 migranti, ma lascia liberi gli scafisti Ecco il barcone della strage Adriana Pollice S ono stati 630 i milioni spesi nel 2014 per l'accoglienza dei migranti. «Quest'anno spenderemo di più» ha spiegato ieri il capo dipartimento Diritti civili e immigrazione del ministero dell'interno, Mario Morcone, in audizione al Senato alla commissione d'inchiesta sul sistema di accoglienza, identificazione e trattamento dei migranti. Gli sbarchi sono cresciuti: nel 2015 sono arrivate 33mila 831 persone, il 15% in più rispetto allo stesso periodo del 2014 (oltre 7mila tra sabato e mercoledì). Così, in base alle proiezioni, probabilmente sarà superata la cifra record dell'anno scorso (170mila migranti) fino a sfiorare i 200mila. Un flusso, ribadisce Morcone, da organizzare con la gestione stabile e non con lo stato d'emergenza. «Abbiamo in accoglienza tra le 83mila e le 85mila persone, di cui 13mila minori non accompagnati - ha proseguito -. Poiché gli sbarchi avvengono ogni due o tre ore, i numeri sono in costante mutamento». Del resto anche la Germania ha rivisto al rialzo le stime: nel 2015 si prevedono oltre 400mila domande da parte di persone in cerca di protezione, oltre il doppio rispetto al Nei cinque Cie ci sono attualmente 340 migranti. Tutte le associazioni ne chiedono il superamento, Morcone si difende: «Abbiamo adottato un nuovo regolamento, civile e avanzato». Ci sono poi quasi 21mila posti attraverso lo Sprar (il Sistema di accoglienza per rifugiati e richiedenti asilo) a cui se ne aggiungono ulteriori 10mila delle strutture nazionali (che dovrebbero essere riassorbite) e 43mila in quelle temporanee: il 21% dei migranti si trova in Sicilia; 12% nel Lazio; 9% in Lombardia; 8% in Puglia; 7% in Campania. Seguono le altre Giuseppe Acconcia I l relitto del barcone della morte che portava centinaia di profughi affondato nel Canale di Sicilia il 18 aprile scorso è stato ritrovato ieri 85 miglia a Nord-est dalle coste libiche dalla marina militare italiana. L imbarcazione si troverebbe a una profondità di circa 375 metri. Una volta rilevato il moto-pesca affondato, i cacciamine Gaeta e Vieste starebbero procedendo al suo recupero. È possibile che nella zona ci siano anche centinaia di cadaveri dei dispersi nel naufragio. Il barcone, forse speronato da una nave battente bandiera portoghese e rovesciatosi durante il tentativo di prestare un primo soccorso ai migranti, avrebbe la lunghezza di appena 21 metri. Secondo la testimonianza dei 28 superstiti del naufragio ai magistrati catanesi che si occupano del caso, le vittime sarebbero state stipate nella stiva per mano dei contrabbandieri, salpati dal porto libico di Sabrata. La procura di Catania ha secretato immagini e risultanze sottomarine. Ma ora proprio sul business dei migranti è partita l offensiva «Q uesta è una mossa politica per evitare che si arrivi a una risoluzione dell Onu che autorizzi un intervento militare o un'occupazione dei porti da cui partono i migranti, così come si era paventato di intervenire bombardando e distruggendo i barconi». Non ha dubbi don Moussie Zerai, fondatore dell Agenzia Habeshia, su come interpretare l apertura fatta dal governo di Tripoli. «E' una mossa preventiva anche per mettere in ombra l'altro governo, quello di Tobruck, dimostrando che non ha nessuna autorità né controllo del territorio. VIMINALE I dati del ministero. Fino a oggi il 15% di migranti in più rispetto al 2014 «Uno sbarco ogni due, tre ore» di Tripoli. Sono arrivati provvedimenti senza precedenti per dimostrare alla comunità internazionale chi comanda in Libia. Come al solito, tutto sulle spalle di poveri disperati che scappano da gravi conflitti già costretti a stare agli arresti per mesi nei fatiscenti bunker libici. regioni con quote inferiori. Dalla fine del 2014 tutte le strutture sono state aperte con gara attraverso il sistema dell'offerta più vantaggiosa, eliminando il massimo ribasso. «Gli Sprar sono per noi la best practice - ha proseguito Morcone -, la soluzione a cui vorremmo ridurre tutto: sono progetti comunali finanziati all'80% dallo stato e stiamo ragionando se questo 80% può salire per i comuni virtuosi». Capitolo a parte per i minori non accompagnati: «Fino al 31 dicembre scorso ha proseguito il prefetto - il ministero non aveva alcun ruolo sui minori, dal primo gennaio 2015 ce ne siamo fatti carico, è una competenza che proprio non volevamo». Il primo bando ha stanziato 45 euro al giorno pro capite, in passato si pagavano dagli 80 ai 110 euro. «La cifra è bassa? - la replica - moltiplicando 45 euro per 30 giorni si arriva a 1350 euro al mese. Più di questo anche per mio figlio non potrei fare». Hanno fatto richiesta 16 strutture, autorizzate 10 del centro sud, nessuna in Lombardia, Veneto e Toscana. E' in corso un secondo bando a cui hanno partecipato in 11, ogni regione non ne può avere più di quattro. Si tratta di accogliere soprattutto ragazzi tra i 15 e i 18 anni, quindi già formati, che hanno però bisogno di essere accompagnati verso l'inserimento. «C'è un alto numero di irreperibili. Vengono con numeri di telefono di parenti da contattare e non ci sono soluzioni non coercitive per non farli andar via. Siamo preoccupati soprattutto dalle ragazze nigeriane che hanno il destino segnato dalla tratta». Procedono anche i lavori per gli hub regionali: terminati i lavori in quello dell'emilia Romagna, dove è stato trasformato il Cie di Bologna; in Sicilia è stata individuata DON ZERAI Il sacerdote fondatore dell Agenzia Habeshia «Una mossa per evitare la risoluzione» UNO SBARCO DI QUESTI GIORNI A PALERMO FOTO LAPRESSE PROFUGHI PRIGIONIERI A MISURATA, LIBIA FOTO HABESHIA Ma l'offerta di collaborazione con l'unione europea può essere sincera?_ Se è sincera lo si vedrà nel tempo. ma già adesso sento dire che si dovrebbe ripartire dall accordo fatto a suo tempo con Gheddafi: questo vuol dire che l'immigrazione tornerà a essere un'arma di ricatto verso l Europa. L annuncio di Tripoli peggiorerà ulterirmente le condizioni dei migranti? Questo già avviene, basta vedere i centri in cui sono trattenuti in condizioni pietose. Più gente verrà trattenuta, più questi luoghi diventerano un inferno. c.l. una caserma da ristrutturare; lo stesso a Civitavecchia, nel Lazio. Dagli hub le persone saranno inoltrate verso il sistema degli Sprar oppure in strutture aperte in via straordinaria. Lunghi i tempi delle commissioni per le richieste di protezione internazionale: sei mesi per decidere ma in caso di ricorso passa un altro anno e mezzo, quindi la media diventa due anni. «Le Commissioni - ha spiegato Morcone - sono state raddoppiate, da 20 a 40, e a oggi funzionano tutte anche se abbiamo fatto molta fatica per metterle in piedi». Ne fanno parte un presidente, un esponente della polizia, un rappresentante degli enti locali e uno dell'alto commissariato per i rifugiati. «Siamo gli unici in Europa ad avere questo meccanismo ha concluso -. Ho ritenuto che la commissione costituisse un elemento di garanzia e che non fosse sostenibile l'idea di affidare a una sola persona l'esame della domanda». 200 MILA sono i migranti previsti entro la fine dell anno. Oggi nei centri di accoglienza trovano posto 85 mila persone, 13 mila delle quali sono minori Incapace di pattugliare le coste occidentali di Tripoli, la Guarda costiera che risponde al parlamento decaduto ma combattivo di Tripoli ha disposto ieri l arresto di 600 migranti, anche donne e bambini, proprio nel porto di Sabrata, città a ovest della capitale libica. È paradossale che vengano arrestati i migranti e si lascino a piede libero scafisti, contrabbandieri e uomini senza scrupoli della mafia locale che fanno affari con il business delle migrazioni, molto spesso per conto del golpista Khalifa Haftar, epigono del presidente egiziano al-sisi, appoggiato dal parlamento di Tobruk, che sta facendo di tutto per innescare un intervento armato in Libia. Che la notizia faccia comodo alla propaganda tripolina lo conferma anche la fonte citata dai media locali, il portavoce del Dipartimento per l immigrazione della polizia, Mohamed Al-Ghawail. Ancora più insensato del gravissimo arresto di migranti, appare l altro provvedimento che corrobora la sensazione che l offensiva di Tripoli serva solo agli islamisti moderati, appoggiati dalle milizie di Misurata e da una parte consistente dell esercito libico, per accreditarsi agli occhi della comunità internazionale, riluttante a riconoscere il parlamento targato Fratellanza musulmana libica. Eppure anche il ministro degli Esteri italiano, Paolo Gentiloni sembra credere alle intenzioni di Tripoli auspicando «un coinvolgimento delle diverse autorità libiche» (inclusi gli islamisti) per combattere il traffico di migranti. Il governo del premier dimissionario Omar al-hassi aveva annunciato un piano in 5 punti che include il pattugliamento armato dei punti di partenza dei profughi verso l Italia. È vero che nella nota della polizia libica si fa anche riferimento al miglioramento dei fatiscenti centri di detenzione e all intenzione di deportare i migranti nei paesi di origine, dove verrebbero arrestati come disertori (è il caso eritreo), o affronterebbero la guerra che dilania Mali, Somalia e Siria. Queste parole resteranno sicuramente sulla carta mentre i pattugliamenti anti-migranti non potranno far altro che rendere ancora più triste la sorte di persone già provate da conflitti e mesi di viaggio in condizioni disperate. A chiarire che l offensiva tripolina serva ad agganciare l Unione europea ed evitare attacchi mirati, è la richiesta di cooperazione nella lotta all immigrazione arrivata ieri a Bruxelles e partita da Tripoli. «È la nostra priorità», si legge nel comunicato destinato all Ue ed elaborato a margine di un incontro tra le municipalità costiere libiche. Le amministrazioni locali avrebbero chiesto la creazione di una camera operativa di coordinamento per gestire i flussi migratori. Nell anarchia libica e nonostante l incongruenza di arresti e pattugliamenti sommari, le proposte di Tripoli risuonano come l ultima chance per evitare un nuovo intervento internazionale in Libia e dare nuovo slancio al negoziato tra le parti, arenatosi sulla bozza negoziale che avrebbe assegnato a Tobruk la sede del parlamento. I filo-haftar hanno fatto sapere ieri che l unica soluzione è tornare agli accordi siglati con l Italia al tempo di Gheddafi. Eppure anche allora i migranti erano vittime che anziché morire in mare, cadevano per stenti nel deserto libico o nei centri di detenzione.

4 pagina 4 il manifesto VENERDÌ 8 MAGGIO 2015 POLITICA SCUOLA Al Nazareno tre ore «senza passi avanti» fra Pd e sindacati. Che chiedono di parlare con Renzi e Giannini «Vogliamo trattare, ma con il governo» FOTO SIMONA GRANATI ROMA Le ruspe abbattono lo Scup, via libera alla speculazione «Gli emendamenti non bastano, va cambiato l impianto della riforma». Via dalla commissione l M5S: «Teatrino penoso» Massimo Franchi D oveva essere un ora sola di confronto. Alla fine sono state tre. Il prolungamento però non ha portato a nessun sostanziale passo avanti. Sulla riforma della scuola rimane il muro contro muro: da una parte governo e Pd che non vogliono toccare i punti fondamentali della «buona scuola», dall altra i sindacati - assieme alle associazioni degli studenti e dei genitori - che senza distinzione, a parte qualche cedimento dello Snals - continuano a contestarne l impianto: mancato decreto sulle assunzioni, poteri dei presidi, albi territoriali da cui i presidi stessi potranno scegliere gli insegnanti. Che non si trattasse di un incontro col governo, i sindacati l hanno capito quando sono riusciti a strappare il cambio di programma. Inizialmente a Cgil, Cisl e Uil era stata riservata solo un ora di «confronto» - termine sostitutivo della rottamata concertazione - allo stesso modo di tutti gli altri interlocutori scelti dal Pd a due giorni dallo sciopero che ha dimostrato come il mondo della scuola consideri fallimentare la riforma targata Renzi e Giannini. Al Nazareno invece Susanna Camusso, Annamaria Furlan e Carmelo Barbagallo sono rimasti oltre tre ore. Il tempo necessario perché loro e i loro segretari di categoria (Mimmo Pantaleo Flc Cgil, Francesco Scrima Cisl Scuola, Massimo Di Menna Uil Scuola) spiegassero le loro posizioni. Rimaste totalmente distanti da quelle del Pd e dalle modifiche «palliative» proposte dal presidente Matteo Orfini, dal vicesegretario Lorenzo Guerini e dalla responsabile scuola Francesca Puglisi. Alla fine dunque si è trattato più di un incontro di «metodo» che di «merito». Tanto che Cgil, Cisl e Uil hanno chiesto di incontrare il manifesto DIR. RESPONSABILE Norma Rangeri CONDIRETTORE Tommaso Di Francesco DESK Matteo Bartocci, Marco Boccitto, Micaela Bongi, Massimo Giannetti, Giulia Sbarigia CONSIGLIO DI AMMINISTRAZIONE Benedetto Vecchi (presidente), Matteo Bartocci, Norma Rangeri, Silvana Silvestri il nuovo manifesto società coop editrice REDAZIONE, AMMINISTRAZIONE, Roma via A. Bargoni 8 FAX , TEL REDAZIONE AMMINISTRAZIONE SITO WEB: iscritto al n del registro stampa del tribunale di Roma autorizzazione a giornale murale registro tribunale di Roma n ilmanifesto fruisce dei contributi statali diretti di cui alla legge n.250 ABBONAMENTI POSTALI PER L ITALIA annuo 320e semestrale 180e versamento con bonifico bancario presso Banca Etica intestato a il nuovo manifesto società coop editrice via A. Bargoni 8, Roma ROMA, LA MANIFESTAZIONE CONTRO LA «BUONA SCUOLA». E A DESTRA: PROTESTA DAVANTI ALLA SEDE PD DEL NAZARENO. FOTO LAPRESSE Eleonora Martini ROMA S arà la «manifestazione dello strappo» con l amministrazione capitolina, IBAN: IT 30 P COPIE ARRETRATE 06/ STAMPA litosud Srl via Carlo Pesenti 130, Roma - litosud Srl via Aldo Moro 4, Pessano con Bornago (MI) CONCESSIONARIA ESCLUSIVA PUBBLICITÀ poster pubblicità srl SEDE LEGALE, DIR. GEN. via A. Bargoni 8, Roma tel , fax TARIFFE DELLE INSERZIONI pubblicità commerciale: 368 e a modulo (mm44x20) pubblicità finanziaria/legale: 450e a modulo finestra di prima pagina: formato mm 65 x 88, colore e, b/n e posizione di rigore più 15% pagina intera: mm 320 x 455 doppia pagina: mm 660 x 455 DIFFUSIONE, CONTABILITÀ. RIVENDITE, ABBONAMENTI: reds, rete europea distribuzione e servizi, v.le Bastioni Michelangelo 5/a Roma - tel , fax chiuso in redazione ore certificato n del quella che Cgil, Cisl e Uil, di nuovo uniti contro un sindaco di Roma, convocano per sabato 23 maggio. La rottura con la giunta Marino era stata già annunciata alla fine di marzo, con l approvazione del bilancio 2015, ma ora i sindacati suggellano la spaccatura mettendo insieme tutte le vertenze lavorative aperte sul territorio metropolitano - l hanno chiamata «Vertenza Roma», snodata su 13 punti che presenteranno nei prossimi giorni alle forze politiche, alle associazioni e ai movimenti - e scenderanno in piazza al grido «Marino svegliati» per «rimettere al centro il tema del lavoro, degli appalti e del fisco». Dal Campidoglio silenzio glaciale, non un solo comunicato di risposta. L annuncio della mobilitazione sembra essere arrivato come un fulmine a ciel sereno, o quasi, nelle stesse ore in cui il vicesindaco Luigi Nieri (Sel) e parte della giunta sono impegnati al tavolo della trattativa con le sole Cgil e Cisl sulla vertenza del salario accessorio tagliato ai dipendenti delle scuole comunali. E mentre si festeggia l intesa raggiunta in conferenza Stato-Città sulla rimodulazione dei tagli imposti dalla legge di stabilità a carico delle città metropolitane, che restituisce a Roma 9,1 milioni di euro rispetto agli 87,4 previsti inizialmente. E invece i toni dei comunicati sono molto duri contro il primo cittadino. «Manca un idea complessiva della città che vive immersa in una crisi profonda fatta ancora di tanta disoccupazione, un progetto per determinare una forte rigenerazione morale ed etica», spiega al manifesto il segretario generale Cgil Roma e Lazio, Claudio Di Berardino. E a Marino, accusato di pensare «solo al consenso personale» e di aver interrotto trattative e contrattazione, le tre sigle dicono «basta con lo scimmiottamento di un uomo solo al comando». «Non ci rassegniamo a una città che continua ad essere in piena emergenza abitativa - aggiunge Di Berardino - a un peggioramento della qualità della vita e dei servizi, a una contrazione e riduzione dei servizi pubblici nelle periferie, al taglio lineare del sociale». Per il segretario della Cisl Roma e Lazio, Mario Bertone, «Marino deve riflettere» in particolare sul fatto che «il bilancio capitolino sul lavoro dice zero e non coglie i problemi della città». Gli fa eco il suo omologo della Uil, Alberto Civica, che sottolinea la solitudine dei «lavoratori di grandi aziende che hanno licenziato». Eppure, «non siamo fuori tempo massimo, si può ancora intervenire», puntualizza Di Berardino. «Il giudizio sull operato della giunta non è del tutto negativo - aggiunge il segretario romano della Cgil - altrimenti avremmo proclamato anche lo sciopero. Abbiamo dato atto all amministrazione di aver fatto importanti passi rimettendo al centro le regole, dopo la bufera di "mafia capitale". Vanno bene l apertura dei varchi sul litorale di Ostia, la chiusura della discarica di Malagrotta, la pedonalizzazione dei Fori. Ma non basta». Nel paniere della manifestazione che sancisce lo strappo con Marino (il corteo si snoderà da piazza Esquilino fino a piazza Santi Apostoli) Cgil, Cisl «al più presto il governo». La sua assenza dal confronto - definita «surreale» da Stefano Fassina che appoggia la richiesta sindacale di un decreto sulle assunzioni - è considerata decisiva dai sindacati: «solo il governo può cambiare profondamente la riforma come chiediamo noi». Unico punto su cui - a detta del Pd - il confronto andrà avanti è quello sugli emendamenti per «rimodulare» il potere del preside - dirigente scolastico - che con la riforma diventerebbe il «sindaco della scuola», definizione del sottosegretario Davide Faraone. Ma dai sindacati non arriva alcuna conferma al proposito. Unico impegno preso dal Pd è quello di fare da latore alla richiesta di incontro col governo, ma fino a ieri nessuna risposta ufficiale era arrivata dal ministro Giannini. «Abbiamo molto apprezzato la disponibilità e il metodo di continuare a vederci ma non abbiamo fatto grandi passi avanti», ha commentato appena uscita dal Nazareno Susanna Camusso. «Su alcune cose stanno riflettendo ma ci sono ancora scogli importanti», le ha fatto eco Anna Maria Furlan. «È inutile parlare di aperture dopo un incontro con un partito - attacca Carmelo Barbagallo -. Valuteremo se ci sono aperture, quando il governo ci convocherà. Capisco che dopo avere abusato dei decreti si faccia appello alla democrazia dei disegni di legge, ma questa era l occasione per fare un decreto perché solo così si possono assumere i precari prima che inizi l anno scolastico», conclude. Sul piano parlamentare intanto ieri l iter del disegno di legge è andato avanti. E anche qui non si registrano cambi di verso. Anzi. Tanto che i componenti M5s della commissione Cultura della camera hanno deciso di lasciare i lavori. «In queste ore stiamo assistendo a un teatrino stucchevole, a tratti penoso - scrivono in una nota -. Quello che Pd e governo potranno concedere saranno, al massimo, briciole. È del tutto evidente che, come abbiamo sempre affermato, sui punti chiave di questo provvedimento, non si ci sono reali ripensamenti. Il governo fa finta di sfilarsi e lascia campo libero al Pd, che si porta al Nazareno associazioni e sindacati per parlare, all ultimo momento e in tutta fretta, di tutto ciò che non hanno voluto mai fare finora: confrontarsi seriamente suddl Istruzionee accettare il fatto che il provvedimento va gettato nel cestino. Al contempo speriamo che, tutti coloro i quali si sono opposti fino a questo momento alddl, nonabbocchinoa contentinieallepromesse da marinaio di Pd e compagnia». La ricetta per la riforma della scuola la offre poi in contemporanea Beppe Grillo, conversando con i cronisti a Montecitorio: «Un insegnante deve essere pagato bene altrimenti è un danno per le generazioni future, deve avere una didattica moderna. I soldi? Si trovano. Per esempio, i 500 milioni allascuola privata li depisterei sulla scuola pubblica». ROMA Cgil, Cisl e Uil convocano per il 23 maggio la «manifestazione dello strappo» Sindacati in piazza contro Marino tiratura prevista e Uil mettono un po di tutto: lotta alla corruzione, programmazione delle opere pubbliche con la richiesta di «gare trasparenti, senza massimo ribasso», la necessità di «un patto anti evasione fiscale tra il comune di Roma e l Agenzia delle entrate», il degrado delle periferie, l emergenza casa e la manutenzione stradale. La Cgil propone di «razionalizzare il sistema dei trasporti accorpando l azienda pubblica romana, quella regionale e la rete ferroviaria, per evitare la contrazione dei servizi e i tagli occupazionali». Ma al centro della protesta ci sono le vertenze dei lavoratori come quella di Assicurazioni di Roma, l azienda rappresentata dal sindacato bancari che è tra le partecipate che vedranno l'uscita del Campidoglio dalle quote azionarie. Oppure come la Roma multiservizi che si occupa della pulizia, manutenzione e sicurezza degli edifici e degli spazi pubblici, «i cui 3700 lavoratori - conclude Di Berardino - vivono ora nell incertezza, senza garanzie e senza un contratto di servizio». Sandro Medici E sei. Dopo l Angelo Mai, il Volturno, il Valle, l America, il Rialto Sant Ambrogio, a Roma, ieri mattina, è stato spento anche Scup. Acronimo che sta per Sport e cultura popolari. Sgomberato e abbattuto. Ai primi chiarori del giorno, scortata da uno squadrone di polizia, una ruspa ha schiantato i cancelli d ingresso e ha cominciato a demolire il fabbricato che da tre anni ospitava le seguenti attività: una palestra, una biblioteca, una radio, uno sportello d ascolto sociale, una ludoteca, un aula per corsi di lingue, nonché per il doposcuola a bambini e ragazzi, una mensa, una sala per la danza, uno spazio per il mercato biologico e tutto ciò che di volta in volta veniva richiesto dal quartiere, per organizzare una festa o un incontro o uno spettacolo, ecc. Fossimo nel secolo scorso, potremmo definire Scup come una Casa del popolo. Che le persone, le più varie, d ogni età, d ogni colore, vivevano come un luogo proprio, dove potersi incontrare, dove potersi rivolgere per un problema, per consultare un medico, uno psicologo o anche un avvocato, un fiscalista, dove semplicemente scambiare quattro chiacchiere o dove andare a ballare, a fare ginnastica, seguire un corso di judo, chiedere un libro, uno di quei libri, Cervantes, Tolstoj, Pavese, lo stesso Bradbury di Fahrenheit 451, che ieri mattina erano stati ammonticchiati in mezzo alla strada, miracolosamente scampati alle mascelle della ruspa. Era stato occupato tre anni fa. Uno stabile di tremilacinquecento metriquadri, su due piani e un interrato, con un giardinetto intorno, insediato nel quartiere di San Giovanni, in Via Nola, sul bordo delle Mura Aureliane, alle spalle della Basilica di Santa Croce in Gerusalemme. Abbandonato da circa un decennio, aveva ospitato la Motorizzazione civile, uffici, archivi, depositi, magazzini. Un bene pubblico, insomma, uno degli innumerevoli pezzi pregiati del patrimonio immobiliare di questo paese, che continua a essere privatizzato, espropriato ai suoi legittimi proprietari, cioè tutti noi. Messo all asta e acquistato a un terzo del suo valore da una non meglio precisata società, F&F, intestata a un signore di ottant anni e una signora di qualche anno più giovane. Che malgrado la ragguardevole età intendono impetuosamente trasformarlo nel solito, ovvio, desolante centro commerciale. In tanti sono accorsi in Via Nola per protestare. Lungo la mattinata e nel pomeriggio, tra gli stridori di cingoli e benne. E stata improvvisata un assemblea, che ha richiesto (e ottenuto) l interruzione della demolizione, che peraltro nessuno aveva autorizzato. Dal Comune fanno sapere di non sapere, addossando ogni responsabilità al magistrato che ha ordinato lo sgombero e alla Questura che l ha eseguito. E confermano tuttavia che quello stabile è destinato a servizi pubblici e non ad attività commerciali. Resta il fatto che un altra luce è stata spenta, chiuso un altro servizio sociale, strozzato un altro centro culturale, espugnata un altra casamatta popolare. L ordine regna a Roma, verrebbe da dire.

5 VENERDÌ 8 MAGGIO 2015 il manifesto pagina 5 POLITICA La scommessa della Liguria e della Campania. Intanto alle senato gli ex 5Stelle chiamano i dissenzienti Pd: insieme contro Renzi SINISTRA Dall addio di Civati alle costituenti locali, road map del nuovo soggetto. Con incognite Il big bang? Dopo le regionali Daniela Preziosi N uovi gruppi parlamentari, un grande evento per annunciare il big bang della sinistra italiana, scommettendo su una battuta d arresto del Pd di Renzi alle regionali; e sulle scosse che, politicamente parlando, agiteranno il nuovo passaggio della riforma costituzionale al senato, probabilmente a partire da metà giugno. In quella landa abbandonata che ancora non ha un nome certo («sinistra»?, «cosa rossa»?, «casa comune della sinistra e dei democratici»?, queste le definizioni in circolazione in questo momento), qualcosa stavolta si muove davvero. Dopo l addio definitivo di Pippo Civati al Pd, comincia a definirsi qualcosa che assomiglia a una road map. A venire a galla un lavorìo iniziato da tempo. Qualche riunione molto molto riservata nella sede di Sel nelle ultime ore. Altre ne seguiranno. Nichi Vendola dalle colonne di Repubblica invita ex Pd ed ex 5 Stelle di sinistra a unire le forze in parlamento. «Siamo pronti a costituire gruppi nuovi sia alla camera che al senato. Partiamo con chi ci sta», «il nostro progetto politico non è la conservazione di un piccolo partito, vogliamo creare una grande sinistra innovativa». La proposta non preoccupa il Pd, per ammissione fuori dai denti del vice di Renzi Lorenzo Guerini; né preoccupa Beppe Grillo che ieri ha definito i dissidenti Pd «mezze calze». Per ora Civati non raccoglie l invito di Sel a Montecitorio, siederà nel gruppo misto. Quanto al senato, ieri il deputato è stato avvistato proprio a palazzo Madama in conclave con sei ex grillini (Fabrizio Bocchino, Francesco Campanella, Monica Casaletto, Paola De Pin, Francesco Molinari e Bartolomeo Pepe) che alla fine della riunione hanno fatto appello a chi nel Pd «è ancora sensibile alla forte domanda d integrazione sociale che viene dai cittadini». L idea per ora è di provare a costituire un nuovo gruppo al senato: attenzione, non con i sette senatori di Sel, ma con (eventuali) nuovi fuggitivi dal Pd. Lì i civatiani in teoria ci sarebbero (Corradino Mineo, Lucrezia Ricchiuti, Sergio Lo Giudice, Nerina Dirindin, Walter Tocci e Felice Casson), ma per ora nessuno avrebbe intenzione di mollare gli ormeggi. Mineo anzi parla dell «abbandono della trincea del Pd» come di «una diserzione». E nei giorni scorsi, in una riunione, i 24 senatori dem dissidenti, bersaniani e non, avrebbero stretto un patto di unità d azione sulle riforme costituzionali, quando arriveranno in aula. Proprio quelli però sarebbero, nell idea di alcuni, i giorni giusti per lanciare la nuova «cosa» di sinistra. Scommettendo di aver portato a casa, prima, un risultato deludente del Pd di Renzi alle regionali. In questa tornata la «nuova sinistra» si presenta unita in Liguria, Toscana, Marche e Campania (in Umbria Sel corre con il Pd, l Altra NDRANGHETA Maxi operazione a New York Il candidato nella rete del narcotraffico Silvio Messinetti G li agenti della mobile di Reggio e dell Fbi per oltre due anni hanno intercettato e filmato Gregorio Gigliotti e i suoi «agenti» in Centro America che gestivano una struttura dedita all export e import di frutta e derrate, che in realtà serviva a spedire in tutto il continente la polvere bianca. Come dimostrano i filmati la cocaina era nascosta in scatole contenenti banane e altra frutta che venivano poi caricate sui tir e mandate negli Usa e da lì in Europa. E dunque, sbarcata a New York la «Cosa nuova» che piace alle famiglie blasonate della vecchia «onorata società». Un matrimonio di interessi ha suggellato l arrivo dei Violi e degli Alvaro di Sinopoli, dei Berlingieri di Catanzaro, più altri esponenti delle cosche di Vibo e Crotone. Tra mafia italo-americana e ndrangheta ormai è coca-connection. Con questa operazione Fbi-Sco-mobile di Reggio si chiude davvero un epoca. Altro che i «cugini calabresi». La coca-connection, smantellata dall operazione Columbus messa a segno ieri con 15 arresti, Fermato anche un aspirante consigliere Cdu alle comunali di Lamezia aveva la sua base nel ristorante «Cucino a modo mio» nel Queens. Dove tra gli altri faceva la spola Franco Fazio, presunto trafficante nonché candidato nella lista del Cdu, che sostiene il candidato sindaco del centrodestra, Paolo Mascaro (Fi), alle imminenti comunali di Lamezia. Seguendo Fazio, gli inquirenti hanno ricostruito una lunga serie di contatti con i principali clan calabresi. Il candidato consigliere sarebbe cioè un broker di punta del traffico internazionale di droga. Gli investigatori sono convinti che Fazio sia il vero braccio destro di Gigliotti, al punto di lasciargli l onere di gestire le trattative più delicate con i narcos in Costa Rica, e che, sfruttando i contatti costaricensi, progettasse di mettersi in proprio. Per questo aveva concepito un sistema di copertura analogo a quello utilizzato negli Stati Uniti dalla famiglia Gigliotti per importare direttamente in Calabria grosse partite di stupefacente, occultate in confezioni di frutta e tuberi tropicali. Originario di Pianopoli, Fazio faceva il cameriere nel ristorante del Queens. Ma aveva trovato il tempo di candidarsi alle comunali della quarta città più grande in Calabria. Umbria e Prc sostengono Michele Vecchietti, in Veneto Sel e Rifondazione sono schierate con la democratica Alessandra Moretti e invece l Altro Veneto corre solo con Lucia Coletti). Ma è in Liguria che la futuribile forza politica gioca il suo jolly: lì il candidato presidente anti Pd, Luca Pastorino, è un civatiano che ha preceduto Civati nell uscita dal Pd. E ha fra i suoi grandi elettori Sergio Cofferati, campione di voti alle ultime europee. Anche in Campania Pasquale Vozza, a lungo uomo vicino a Bassolino, potrebbe dare qualche soddisfazione: quella di intercettare i voti degli elettori Pd in fuga dalle invotabili liste a sostegno di Antonio De Luca. Per saperlo, deve passare il mese di maggio. Nell attesa, intanto l attenzione si deve spostare su qualche movimento nelle città. Dove l obiettivo è la nascita di costituenti locali della nuova forza politica. «Noi siamo pronti», spiega Massimigliano Smeriglio, coordinatore di Sel e vicegovernatore del Lazio. «Non vogliamo riunire i resistenti, ma sfidare Renzi sul terreno dell innovazione», spiega. Ma questo, appunto, dipende molto da quello che succede nei fatidici «territori». Per ora non molto, ma è ancora presto. I due consiglieri comunali milanesi di area civatiana ieri hanno comunicato che resteranno nel partito, così come altri amministratori e dirigenti sparsi per il paese che hanno fatto le primarie a fianco del giovane deputato. «Mai rassegnarsi, né soli né in compagnia, meglio ribellarsi, FOTO LAPRESSE da soli o in compagnia. Poi ci si ritrova», twitta però Fabrizio Barca, che a sua volta di Civati è stato sostenitore e che ora a Roma collabora con il commissario del pd Matteo Orfini. Quello di Roma, in effetti, è un capitolo a parte. Il tormento politico dell ex ministro Stefano Fassina, peraltro fin qui molto vicino al popolare governatore del Lazio Nicola Zingaretti, potrebbe avere qualche contraccolpo più sostanzioso nella base dei militanti (alle parlamentarie del 2012 fu il più votato). Il deputato ora assicura di non pensare ad uscire dal Pd ma «di essere concentrato a provare a cambiare il ddl scuola». E cioè un altro dei provvedimenti che conterà, e molto, nell umore della base Pd. Camera e Senato/OK ALLA DELIBERA, PROTESTE DI FI E M5S Aboliti i vitalizi per i parlamentari condannati in via definitiva Riccardo Chiari A quasi un anno dall annuncio di Pietro Grasso di voler bloccare i vitalizi dei parlamentari condannati in via definitiva, la delibera è stata approvata ieri dagli uffici di presidenza di Camera e Senato. Non senza polemiche, visto che gli esponenti di Forza Italia hanno abbandonato le sedute, ritenendo che sarebbe stata necessaria una legge e non una semplice delibera degli uffici di presidenza. Mentre i Cinque Stelle a Montecitorio sono usciti dall aula e a Palazzo Madama hanno votato contro, giudicando la stesura finale del provvedimento troppo morbida rispetto ai loro desideri, e denunciando che la delibera ha «salvato» anche un condannato come Silvio Berlusconi. Lo stop alle pensioni a vita è arrivato dopo una efficace campagna di Libera e del Gruppo Abele che ha raccolto 500mila firme, e dopo che una proposta simile (il blocco dei vitalizi per gli ex politici condannati per mafia) aveva raccolto sul web altre 130mila firme. Tra i reati compresi nella delibera ci sono quelli di mafia e di terrorismo, e a seguire la maggioranza dei reati contro la pubblica amministrazione: dal peculato alla concussione, dalla corruzione alla violazione del segreto. Non c è però l abuso d ufficio, fatto che ha provocato la reazione pentastellata: «Non partecipiamo al voto, questa porcata se la votano da soli»: questo il commento del deputato e vicepresidente della Camera Luigi Di Maio, mentre Beppe Grillo protestava davanti al parlamento. Più in dettaglio, la delibera introduce misure per la «cessazione dell erogazione di vitalizi e pensioni» a favore dei parlamentari cessati dal mandato «che abbiano riportato condanne definitive per reati di particolare gravità». Invece per i reati minori è necessario che ci sia stata «una condanna definitiva con pene superiori a due anni di reclusione per delitti non colposi, consumati o tentati, per i quali sia prevista la pena della reclusione non inferiore nel massimo a sei anni». Fra i punti contestati della delibera c è poi quello della riabilitazione: nel caso in cui venga richiesta dall interessato (potrà farlo dopo 10 anni dalla fine della condanna per i reati più gravi, e dopo 3 anni nei casi meno gravi) e venga concessa dal giudice, comportando la cancellazione della condanna dalla fedina penale, il vitalizio potrà essere riassegnato. Stop alla pensione anche nel caso di patteggiamento, ma la misura varrà a partire dall entrata in vigore della legge. «Quando uno decide di patteggiare - è stato sottolineato - deve sapere prima a cosa va incontro». La delibera sarà operativa fra due mesi, le misure saranno applicate ai parlamentari «cessati dal mandato che, alla data di entrata in vigore» del provvedimento «siano già stati condannati in via definitiva, o che, successivamente a tale data, riportino condanna definitiva per i delitti previsti». Con questa formulazione, a chi non è più in carica non sarà chiesta la restituzione delle somme pregresse. C'è voluto quasi un anno per l'approvazione. Nel mezzo anche polemiche giuridiche, come quella espressa dal costituzionalista Mirabelli - e assunta dai forzisti - secondo il quale sarebbe servita una legge e non una semplice delibera. «Una tesi paradossale - hanno ribattuto Pietro Grasso e Laura Boldrini - perché la materia è ricompresa nell autonomia normativa delle Camere». Fra i più conosciuti ex politici colpiti dal provvedimento ci sono Cesare Previti, Marcello Dell Utri e Totò Cuffaro. Soddisfatta Libera: «Abbiamo raggiunto l obiettivo principale della nostra campagna di mobilitazione». E don Luigi Ciotti ha telefonato a Pietro Grasso per ringraziarlo. L EX M5S CAMPANELLA «Al senato nascerà un nuovo gruppo Ma non con Sel» ROMA S enatore Francesco Campanella, con altri colleghi ex 5 Stelle avete fatto una riunione con Civati. Conclusione: fondate un nuovo gruppo al senato? Abbiamo parlato di prospettive politiche, di scelte, di collaborazioni. E di un nuovo gruppo. Infatti poi avete dichiarato alle agenzie che la scelta di Civati di lasciare il Pd «apre prospettive nuove». In concreto quali? L idea è raccogliere energie per dare più efficacia alla nostra azione in parlamento. Fabrizio Bocchino ed io facciamo parte dell Altra Europa per Tsipras e abbiamo come prospettiva ideale una casa comune dei democratici e della sinistra. Ragioniamo su un alternativa di governo a Renzi, su un nuovo centrosinistra, ma vogliamo rivolgerci alle persone meno connotate politicamente. Non ho capito. Al senato voi siete sei, quelli di Sel sono sette. E siete tutti nel gruppo misto. Se volete fondare un nuovo gruppo non fate prima a farlo con loro? Preferirei creare un nuovo ulteriore spazio. Intendiamoci bene: con Sel abbiamo rapporti ottimi, facciamo moltissime cose insieme. Ma forse potremmo essere più convincenti se costituissimo un gruppo autonomo. Mantenendo tutta la collaborazione. In questa fase potremmo raccogliere più consenso. Sel è comunque un partito, noi vogliamo rivolgerci a un altro tipo di elettorato. Più distante dal Pd. In questo caso i quattro che vi mancano da dove potrebbero arrivare? Dal Pd o dagli ex 5 Stelle. Ci stiamo lavorando. Dobbiamo superare gli ultimi impedimenti. C è ancora da battere qualche discussione personale, qualche resistenza. Volete fare un gruppo «più distante» dal Pd e però composto da ex Pd? Perché no? Civati è un ex Pd. Il Pd non è più un partito di centrosinistra. Il programma del governo Renzi è il vademecum della JP Morgan. Prima se ne accorgono, meglio è per tutti. Cosa ci fanno quelli di sinistra ancora lì? Qualche senatore democratico si è mostrato interessato a voi? Ci stiamo lavorando, le cose cambiano rapidamente. In più Renzi a ogni passo che fa pesta i piedi a qualcuno. Il nostro disegno chiaro avrà una sua attrattività. Del resto io parlo con quelli del Pd con grande facilità. Dal punto di vista della cultura politica siamo uguali. Magari sulla pratica no. E comunque proveremo a convincerli: ho in programma una serie di serenate sotto varie finestre. Nel gruppo misto ci sono ex grillini sui quali Renzi punta per recuperare qualche voto in più alla sua maggioranza. Non mi pare sia così. Anche le persone più distanti da me fra gli ex 5 stelle non mi sembrano inclini ad appoggiare Renzi. Può darsi che sbaglio su qualche singolo voto, ma al posto di Renzi non starei tanto tranquillo. Ma questo vostro nuovo gruppo quando nascerebbe? Non faccio pronostici, ne ho sbagliati già molti. Per me il gruppo doveva farsi ieri. Stiamo perdendo tempo, ogni nuovo provvedimento che esce dall aula fa male al paese. Sblocca Italia, jobs act, riforma della pubblica amministrazione. d.p.

6 pagina 6 il manifesto VENERDÌ 8 MAGGIO 2015 LAVORO CALL CENTER In arrivo migliaia di lettere di licenziamento. Slc Cgil: dal ministero solo promesse e nessun atto concreto «Ministra Guidi, ci hai lasciati soli» Teleperformance e Transcom sarebbero pronte a lasciare l Italia: non reggono i costi L a matassa si aggroviglia sempre di più. E il governo continua a tergiversare. La sentenza della Corte costituzionale che ha dichiarato illegittimo il blocco delle rivalutazioni delle pensioni nel biennio montiano pubblicata ieri in Gazzetta ufficiale e che quindi da oggi acquisisce efficacia - continua a produrre una raffica di opinioni e nessuna certezza. Nemmeno per i milioni (sei in totale) di pensionati che attendono di vedersi riconosciuti gli arretrati, sebbene appaia ormai scontato che non dovranno fare alcuna domanda o PENSIONI Renzi (ancora muto) incontra Padoan Sentenza da applicare Governo in alto mare ricorso: sarà l Inps a liquidarli, in tempi però ancora tutti da definire. La promessa del governo è di prendere posizione all inizio della prossima settimana. Da palazzo Chigi filtra l irritazione di Renzi che continua a tacere (ma ieri ha ricevuto il ministro Padoan) e lascia parlare solo esponenti governativi di seconda fila. Ieri è stata la sottosegretaria all Economia Paola De Micheli a dichiarare: «Tutto il nostro impegno sarà giustamente e correttamente dedicato al fatto che ci sia una risposta coerente con le indicazioni della Consulta e compatibile con i conti pubblici del nostro paese. Noi al ministero stiamo lavorando sia nella parte interpretativa che nella parte dei numeri». Se nel 2011 la sentenza che dichiarò illegittimo il prelievo di solidarietà per le pensioni alte fu rimborsata nel giro di pochi mesi, questa volta vari esponenti del governo continuano a sostenere che «rimborsare tutti è impossibile e immorale», come La Consulta: «Pronunciamento già efficace, ma politica può intervenire» continua a sostenere il sottosegretario all Economia Enrico Zanetti, diventato da poco anche successore di Mario Monti alla guida della ormai microscopica Scelta Civica. Continua anche il balletto delle cifre sul «buco» dei conti pubblici prodotto dalla sentenza. Se il Nens la scorsa settimana aveva parlato addirittura di 16 miliardi, ieri si registra una stima molto più bassa. «In realtà l erario dovrà mettere mano a un esborso lordo di 5,5 miliardi, pari a un netto di 3,6 miliardi che ripartito in tre anni sono 1,2 miliardi l anno», sostiene Alberto Brambilla, presidente di Itinerari Previdenziali ed ex responsabile del nucleo di valutazione della spesa pensionistica del ministero del Lavoro. Dal fronte sindacale si continua a chiedere il rispetto della sentenza. «La sentenza della Corte si applica, poi si può discutere del tema delle risorse», sottolinea Susanna Camusso. Per il segretario della Cgil «questo è un paese che le risorse le avrebbe se decidesse di fare politiche più rispettose di quelli che hanno poco e invece più progressive rispetto a chi ha molto». Dopo le polemiche di mercoledì, ieri anche la Corte costituzionale stessa ha voluto specificare. Il presidente Alessandro Criscuolo, in una nota, ha aperto la porta a modifiche alla normativa: «Gli organi politici, ove lo ritengano, possono adottare i provvedimenti del caso nelle forme costituzionali». Ma per farlo servono leggi o decreti. E non semplici atti amministrativi. m. fr. Spesso aiutano gli incentivi legati al «Jobs Act»: via i vecchi dipendenti, dentro i nuovi Antonio Sciotto N onostante le interrogazioni parlamentari, gli scioperi, le dichiarazioni e gli impegni presi dalla ministra Federica Guidi, nonostante i tavoli e gli osservatori, le commissioni aperte al ministero dello Sviluppo, alla fine i licenziamenti sembrano inesorabili, e sono tantissimi: i call center, a causa delle gare al massimo ribasso e aiutati dal ricambio di personale favorito dagli incentivi della legge di stabilità, sono di fronte alla più grande "ristrutturazione" mai avvenuta, simile per proporzioni alla vasta campagna di stabilizzazioni del 2007, era Damiano. Le imprese hanno deciso o di lasciare l Italia (come si starebbero disponendo a fare multinazionali come Transcom e Teleperformance), perché non reggono più la competizione delle nuove arrivate, o in alcuni casi si disporrebbero a licenziare per poi riassumere con gli incentivi. In altri casi - ma sono quelli meno diffusi, come Almaviva - si firmano accordi per prolungare la solidarietà, ma non è detto che siano modelli che alla lunga possano reggere: solo i grossi gruppi riescono ad ammortizzare, tutti gli altri devono decidere in fretta. E questo vuol dire migliaia di lettere di licenziamento, da mandare a breve: la denuncia è venuta ieri dalla Slc Cgil, che ha stilato una tabella delle crisi occupazionali aperte in tutto il Paese, e ha lanciato un ultimo, disperato appello a un governo che in questi mesi è rimasto completamente fermo. «È vero - spiega Michele Azzola, segretario nazionale Slc Cgil - La ministra Guidi davanti a noi e poi anche al Parlamento ha dichiarato che avrebbe agito. Il ministero ha svolto un inchiesta per vedere se fosse applicata la normativa Ue sulla privacy che tutela dalle delocalizzazioni, e ci è stato detto che "quasi nessuna azienda la rispetta", parole del sottosegretario Giacomelli: ebbene, a dicembre ci hanno detto che avrebbero inviato le lettere di sanzione, ma sono rimaste sempre nel loro cassetto. Allo stesso modo, hanno convocato solo due volte la commissione che dovrebbe monitorare e riformare il settore, per poi revocare all ultimo momento l incontro». Una situazione paradossale, di "fuffa" in cui sia il ministero che la politica hanno avvolto il settore, lasciando imprese e lavoratori da soli. E quindi alcune aziende hanno cominciato a licenziare. I casi più eclatanti e attuali sono quelli di Transcom e Teleperformance, multinazionali che in questi giorni hanno annunciato al sindacato la volontà di "societarizzare" le loro sedi locali: «In poche parole - spiega il sindacalista Cgil - si dividerebbero in tante società, individuando quelle più redditizie, con le commesse migliori, per poi venderle, e chiuderebbero invece quelle in perdita. Faccio l esempio di Teleperformance, che ci ha fatto capire di essere pronta a chiudere la sede di Taranto, con 1800 dipendenti, mentre potrebbe tenere quella di Roma, magari per venderla, e la terza in Albania. A quel che abbiamo capito vuole proprio uscire dal mercato italiano, perché non regge i costi, al massimo potrebbe tenere il sito albanese. Analogamente la Transcom sarebbe pronta a concentrare quel che resta di buono, ad esempio la commessa Inps, in una società, e metterebbe tutte le altre commesse in un altra società, per vendere». La "societarizzazione" annunciata dalle due multinazionali al sindacato potrebbe aprire questi scenari, che non sono ancora stati ufficializzati dalle aziende ma rispecchiano i timori della Cgil e quello che gli stessi sindacalisti e manager si sono detti ai tavoli. Ecco l elenco delle crisi aperte nei call center: 186 lavoratori della sede di Call&Call di Milano andranno a casa a giugno; 360 lavoratori di Livorno sono destinati al licenziamento; di Teleperformance devono scegliere fra decurtare il proprio salario o essere abbandonati al proprio destino; lavoratori di Almaviva hanno dovuto accettare un altro anno di solidarietà mentre l azienda continua a perdere commesse a causa delle richieste di ribasso. E ancora: lavoratori di Infocontact devono accettare il capestro di dimezzare le ore; 700 di Gepin Contact subiranno una cig onerosissima; 400 della 4you a breve finiranno gli ammortizzatori sociali, e poi saranno licenziati. «Intanto - aggiunge Azzola - E-Care chiude la sede di Milano, mettendo in cassa 500 persone, e nel frattempo vince una commessa delle Poste che assegna a una sede pugliese: io mi chiedo, chi ci lavorerà? Non è che si faranno nuove assunzioni con gli incentivi?». La stessa E-Care aveva vinto un appalto per la romana Acea (controllata dal Comune di Roma), che però il Tar del Lazio ha annullato perché a suo parere, richiedendo il committente «un attività dall organizzazione complessa e non completamente standardizzata» non poteva far ricorso solo al criterio del massimo ribasso per assegnarla. La lettera/ «ASSICURARE CONDIZIONI DIGNITOSE NEI CAMPI» Pomodori italiani? Li vogliamo «etici» Danesi e norvegesi scrivono a Renzi «Sempre più rivenditori ci chiedono non solo la qualità dei prodotti, ma anche quella del lavoro». La lezione scandinava V olete che i danesi e i norvegesi continuino a mangiare pomodoro italiano? Caro governo, e care imprese che vi occupate della raccolta e distribuzione, dovete darvi una regolata ed escludere per sempre il lavoro nero, lo sfruttamento, la semi-schiavitù che sembrano la regola comune in tanti campi. Una lega di rivenditori di generi alimentari, imprese e sindacati dei due Paesi scandinavi, spinti dall attività del sindacato italiano e dalle tante denunce dei media, ha inviato ieri una lettera al premier Matteo Renzi per annunciare il progetto «Pomodori dall Italia», che vuole appunto, d ora in poi, selezionare esclusivamente fornitori «etici». «Una prevalenza di lavoro irregolare e sommerso, come anche l abuso di lavoratori migranti assunti per intermediazione illecita (tramite caporali) in gran parti del settore agricolo italiano, sono state cause di crescente preoccupazione per rivenditori di generi alimentari in diversi paesi europei, inclusi Danimarca e Norvegia», scrivono associazioni e imprese come Coop Denmark and Norway, Reitan Distribution, Dieh, Rema 1000, Virke, e diverse altre, insieme alla Effat, la federazione europea dei sindacati del cibo, dell agricoltura e delle attività turistiche. «Siamo al corrente di una serie di misure, anche legislative, attuate dalle autorità italiane e altri attori per contrastare questi problemi, che purtroppo persistono», scrivono ancora. «Per migliorare la situazione affinché ci siano condizioni lavorative dignitose per lavoratori agricoli migranti, troviamo di fondamentale importanza implementare meccanismi che: 1) Evitino l intermediazione illegale di manodopera agricola; 2) Contrastino l occupazione irregolare di lavoratori ; 3) Facilitino trasparenza nell incontro tra domanda ed offerta di lavoro agricolo». «Con questa premessa - aggiungono le associazioni, imprese e sindacati norvegesi e danesi - vi incoraggiamo fortemente a: 1) Attuare il Decreto Legge del 24 giugno 2014 n. 91, articolo 6 relativo alla Rete del lavoro agricolo di qualità; 2) Rivisitare la proposta congiunta di Fai Cisl, Flai Cgil, Uila Uil del 26 Febbraio 2014, per riformare il mercato del lavoro agricolo a modo che si raggiungano i tre obiettivi sopra descritti». «DIEH e IEH - spiegano gli autori dell iniziativa - sono costituite da sindacati, grandi imprese, ong e associazioni datoriali, con la missione di migliorare le condizioni di lavoro nelle catene di approvvigionamento globali. Il progetto mira, tramite collaborazione con parti interessate italiane, a contribuire a condizioni dignitose per questi lavoratori, come anche a fronteggiare abusi nelle catene di approvvigionamento dei prodotti agricoli italiani». «Pomodori dall Italia», già annunciata qualche mese fa a una conferenza di Flai, Fai e Uila a Rosarno, è stata rilanciata ieri dalla Uila Uil: «La larga adesione alla lettera anche di aziende della distribuzione alimentare - spiega il segretario Stefano Mantegazza - conferma che sempre più consumatori nel mondo vogliono avere certezze su qualità dei prodotti ed eticità del lavoro. Tema attuale durante Expo: il governo si attivi per completare la riforma agricola». an. sci. ANALISI Istat, una ripresa che ancora stenta a vedersi Roberto Romano G li istituti statistici ufficiali, durante il mese di maggio, forniscono le prime stime di crescita-decrescita di Pil, occupazione, investimenti, consumi e inflazione. Sono previsioni da maneggiare con cura. Troppe volte abbiamo letto e discusso dati che trovano un fondamento nei modelli economici di riferimento, ma poco coerenti con l andamento dell economia reale. Dopo la crisi del 2007 tutte le previsioni economiche hanno maturato una crescente distanza dai valori effettivamente conseguiti a posteriori, soprattutto negli investimenti. Se il sistema economico vive la più lunga e profonda crisi del capitalismo, utilizzare i modelli del passato assomiglia molto alla storiella dell ubriaco che di notte si mette a cercare una chiave sotto al lampione solo perché è illuminato. Ovviamente la statistica ha rigide norme, ma, alla fine, gli scienziati fanno le cose che conoscono. Un bel problema se il quadro di riferimento è profondamente cambiato. C è poi un problema comunicativo. La previsione di crescita degli investimenti per il triennio , più 7,5%, è impressionante. Tutti i giornali riportano l informazione con grande enfasi. La stessa cosa è fatta per il PIL: 0,7% per il 2015 e 1,2% per il Siamo proprio sicuri che sia il modo migliore per spiegare questi dati? Consideriamo solo gli investimenti. Se nel biennio gli investimenti sono diminuiti del 9,3%, vuol dire che nel triennio sono più bassi del 12,6% del biennio Se poi considerassimo i volumi, gli investimenti dell Italia sono del 34% più bassi del 2007 (S. De Nardis, Nomisma). Inoltre, qualcuno deve spiegare la distanza tra le stime europee e quelle nazionali. Perché l Europa prevede una crescita degli investimenti per il 2016 del 4,1%, mentre l Istat rimane ferma al 2,5%, con un tasso di disoccupazione sostanzialmente identico (12%) che, ricordo, nel primo trimestre del 2015 è salito al 13%? Un altro modo per leggere le previsioni di crescita-decrescita dell Istat è quello di compararli con le previsioni di altri Paesi. Solo in questo modo possiamo realmente capire come l Italia reagisce ai così detti impulsi esterni legati alla svalutazione dell euro, del prezzo del petrolio e del Qe (quantitative easing). Se consideriamo solo il Pil, l euro area cresce dell 1% nel 2014, dell 1,8% nel 2015 e dell 1,6% nel 2016, contro il meno 0,4% nel 2014, una modesta crescita dello 0,7% nel 2015 e dell 1,2% nel 2016 dell Italia. L Italia è uscita dalla crisi? Forse è più corretto dire che il Paese cresce meno della media europea di 0,6% nel 2014, di 1,1% nel 2015 e di 0,6% nel Raccontata in questo modo la realtà italiana assume un altra dimensione. L Italia da tempo non è più un Paese europeo, mentre la crescita della domanda interna, legata alla distribuzione del reddito primaria e alla crescita della disoccupazione reale, ormai prossima a 6 milioni di persone, è una frazione di quella europea. Ma l Istat è un istituto serio. Nel comunicato sulle previsioni economiche suggerisce, involontariamente, una preziosa informazione: «Gli Stati Uniti hanno continuato a beneficiare degli effetti positivi derivanti dagli stimoli di natura fiscale e monetaria». Vuol dire che le politiche restrittive hanno approfondito la crisi in Europa, mentre le politiche espansive funzionano. Forse meno di quello che sarebbe lecito attendersi, ma non hanno trascinato nella povertà e nella disoccupazione una bella fetta di popolazione.

7 Sbilanciamo l'europa VENERDÌ 8 MAGGIO N 65 SUPPLEMENTO AL NUMERO ODIERNO La scuola che ha in testa Renzi è diseguale, gerarchica e sempre più privata. La contestazione non è solo ideologica. Si fonda sull analisi dei contenuti della riforma, con proposte che studenti, insegnanti e sindacati hanno tentato di portare all attenzione del Governo, senza ricevere ascolto Non è solo un «no» l alternativa esiste Grazia Naletto D iseguale, competitiva, gerarchica, meritocratica e sempre più privata. È la scuola del futuro immaginata da Renzi. Specchio del modello di società che ci attende in cui istruzione, cultura, lavoro e riforme istituzionali separeranno con un filo spinato «chi decide» da chi, posto sotto ricatto, le decisioni è destinato a subirle. Le migliaia di insegnanti, studenti, genitori che hanno protestato il 5 maggio contro la riforma de «La Buona scuola» hanno dato una lezione straordinaria a chi sostiene che non c è alternativa alla rassegnazione. Una protesta significativa non solo per le sue dimensioni, ma anche e soprattutto per la sua qualità. Il no al ddl sulla scuola depositato in Parlamento, checché ne dica la ministra Giannini, non è un no ideologico. Si fonda su un analisi attenta e minuziosa dei suoi contenuti (e di quelli che mancano), con proposte dettagliate che studenti, insegnanti e sindacati hanno tentato di portare all attenzione del Governo, senza ricevere ascolto. Un nesso stringente lega la riforma sulla riforma del governo Renzi al «Jobs Act». Vi è un salto di qualità nella mercificazione e privatizzazione dei saperi e scompare l idea di scuola come spazio pubblico collettivo che educa alla cittadinanza e ha come obiettivo prioritario la garanzia universale del diritto allo studio. La scuola del futuro si intende subordinata alle logiche di mercato e alle esigenze di breve termine di aziende e imprese, interessate a comprimere il costo del lavoro. Sarà buona per pochi nella misura in cui sarà sempre meno pubblica e sempre più privata. Il Presidente del Consiglio rivendica investimenti sulla Buona scuola «come non si vedevano da anni». Sarà, ma al momento il Def 2015 non sembra darne conferma. Al di là dei dati congiunturali, contano le scelte di medio e lungo periodo e le previsioni del Def sono chiare: stimano una diminuzione tendenziale dell incidenza della spesa pubblica totale sul Pil dal 2015 (50,5%) al 2060 (43,3%). La spesa per istruzione, rapportata al Pil, è data al 3,7% per il 2015 e al 3,5% per il Ovvero: per un sistema scolastico pubblico che ha un tasso di abbandono scolastico pari al 18%, strutture fatiscenti, riscaldamenti che non funzionano, borse di studio riservate a pochi, molte scuole con barriere architettoniche che ostacolano l accesso ai disabili e fa fatica a confrontarsi con gli oltre 803 mila alunni e studenti di cittadinanza non italiana, la scelta è investire sempre meno, confidando sui contributi più o meno «volontari» delle famiglie per garantire servizi essenziali (persino la carta igienica) e sul 5 per mille che potrà essere devoluto alle scuole. Oppure si dirottano famiglie e studenti verso le scuole private grazie alla previsione di sgravi fiscali fino a 400 euro per studente. Tutto ciò mentre cresce in modo preoccupante il numero di giovani che non studiano e non lavorano (ormai più di 4 milioni di persone). Non stupisce allora che la protesta del 5 maggio abbia trovato un consenso così ampio anche nell opinione pubblica. È in gioco la possibilità che sia sancita una volta per tutte qualsiasi chance di mobilità sociale. Se il ddl in Parlamento non viene fermato, chi nascerà nei quartieri periferici o nel Mezzogiorno del paese e non avrà la fortuna di avere genitori ricchi, sarà destinato a frequentare scuole povere e poco qualificate. E se avrà il privilegio di trovare un lavoro, il figlio di operaio potrà, se va bene, fare l operaio, oppure accontentarsi di un voucher. La scuola insegnerà sempre meno a pensare e, dunque, come scriveva Gramsci, sarà sempre più difficile controllare chi ci governa. N ella prima risposta alla proclamazione dello sciopero della scuola, in cui ha difeso senza se e senza ma il disegno di legge del Governo, il premier Renzi ha ammonito gli insegnanti a ricordarsi che la scuola non è solo loro ma anche degli studenti e dei genitori. Non so che effetto gli ha fatto vedere le migliaia di studenti che hanno manifestato in tutta Italia, e i genitori, spesso con i bambini più piccoli per mano, che hanno aperto i cortei di molte scuole. Certamente non tutti. Perché sono tanti quelli che hanno una idea proprietaria dei loro figli, e un atteggiamento antagonistico verso la scuola, che per essere troppo inclusiva, troppo di tutti, Andrea Ranieri priverebbe i loro figli delle attenzioni di cui hanno bisogno. E vedono male gli «zingari» a scuola, e i «negri», e sempre più spesso anche i portatori d handicap. E non partecipano agli organi collegiali, e a scuola ci vanno come avvocati dei loro figli, spesso contro i figli degli altri. Un po di tempo fa Paolino Pulici, il mitico «puliciclone» del Torino dello scudetto che oggi allena ragazzini, parlando dell atteggiamento dei genitori che hanno investito costi quel che costi sul futuro da campioni dei loro La rilettura Una progressiva degenerazione Nella scuola attuale, per la crisi profonda della tradizione culturale e della concezione della vita e dell uomo, si verifica un processo di progressiva degenerazione: le scuole di tipo professionale, cioè preoccupate di soddisfare interessi pratici immediati, prendono il sopravvento sulla scuola formativa, immediatamente disinteressata. L aspetto più paradossale è che questo nuovo tipo di scuola appare e viene predicata come democratica, mentre invece essa non solo è destinata a perpetuare le differenze sociali, ma a cristallizzarle. La scuola tradizionale è stata oligarchica perchè destinata alla nuova generazione dei gruppi dirigenti, destinata a sua volta a diventare dirigente: ma non era oligarchica per il modo del suo insegnamento. Non è l'acquisto di capacità direttive, Antonio Gramsci figli, disse cha il suo sogno era di «allenare una squadra di orfani». Un sogno sempre più condiviso da tante e tanti insegnanti oppressi da genitori ossessionati dalla voglia di veder primeggiare i loro figli. Questo tipo di genitore è da sempre il target di riferimento della destra contro la scuola pubblica. Lo è stato dei repubblicani contro Obama, è stato un chiodo fisso della Moratti e della Gelmini. Fa un po impressione sentirlo evocare dal premier del Pd, che ne fa uno dei punti cardine della sua «rivoluzione» scolastica. CONTINUA PAGINA II non è la tendenza a formare uomini superiori che dà l'impronta sociale a un tipo di scuola. L'impronta sociale è data dal fatto che ogni gruppo sociale ha un proprio tipo di di scuola, destinato a perpetuare in questi strati una determinata funzione tradizionale, direttiva o strumentale. Se si vuole spezzare questa trama occorre dunque non moltiplicare e graduare i tipi di scuola professionale, ma creare un tipo unico di scuola preparatoria (elementare media) che conduca il giovinetto fino alla soglia della scelta professionale, formandolo nel frattempo come persona capace di pensare, di studiare, di dirigere o di controllare chi dirige. Gramsci, Quaderni dal Carcere, Volume terzo, Quaderni 12-29, Quaderno 12 XXIX pag. 1547, Giulio Einaudi Editore, 1977

8 VENERDÌ 8 MAGGIO 2015 SBILANCIAMO L'EUROPA N 65 - PAGINA II Altro che tagli, la crisi vuole investimenti Paesi in difficoltà hanno inciso sulle proprie capacità produttive grazie a una maggiore spesa pubblica riservata all istruzione GERDA MARTENS Elisabetta Segre M essage not delivered. I nostri governi, così ligi nell allinearsi ai diktat della dottrina dell austerity, non si sono forse accorti che, almeno per quanto riguarda l istruzione, gli economisti non chiedono tagli ma piuttosto investimenti e spesa pubblica. In più di qualche occasione, paesi fortemente in crisi sono riusciti a incidere efficacemente sulle proprie capacità produttive e di competizione attraverso un maggior investimento pubblico in istruzione (casi emblematici sono gli Usa degli anni 70 e la Finlandia ad inizio anni 90) e in generale la maggior parte degli economisti, anche i più ortodossi, ritengono il sistema di istruzione e la sua capacità di formare la forza lavoro un fattore essenziale dello sviluppo economico. Dando uno sguardo ai dati sulla spesa pubblica degli ultimi anni è chiaro che, in Italia (ma non solo) il messaggio non è stato recapitato. In Europa l Italia è il paese che in assoluto spende per il sistema di istruzione, attraverso la spesa pubblica, la quota più piccola della ricchezza prodotta ogni anno (4,1% del Pil, il Paese che investe di più è la Danimarca 7% del Pil seguito dal Portogallo 6,8%, tanto per farsi un idea). Questa quota, che avrebbe potuto aumentare anche solo grazie alla concomitante contrazione del Pil degli ultimi anni, si è ridotta a sua volta tra il 2009 (ho scelto questo anno perché è stato il momento di picco prima del declino) e il 2013 di 0,3 punti percentuali (passando dal 4,4 al 4,1). Andando a vedere, invece, la quota di spesa pubblica complessiva dedicata all istruzione la storia si fa ancora più triste, se possibile. Nel 2013 lo Stato dedicava all istruzione l 8% delle risorse. In Europa sono i paesi Baltici a tenere il passo con una quota che raggiunge quasi il 16%, seguiti dal Portogallo con il 13,5%. Per venire più vicini a noi il Regno Unito spendeva il 12% e la Francia solo il 9,6% (per Spagna e Germania i dati, stranamente, non sono disponibili). Solo la Grecia faceva peggio di noi (7,6%). Tra il 2009 e il 2013, questa quota si è ridotta dell 11 %, la contrazione più consistente in Europa, Romania esclusa. Ma di quanti soldi stiamo parlando? La spesa pubblica italiana nel 2013 si attestava a 818 miliardi di euro circa (ebbene sì! poco più della metà del Pil) di cui 65,5 destinati al sistema di istruzione (l 8% appunto). Tra il 2009 e il 2013 questo valore Radici estoni trapiantate in Italia per le illustrazioni che accompagnano uno dei più visionari racconti-reportage di Dino Buzzati. Ufficio progettazione del più grande studio di architettura La genesi che mai sia esistito. La commessa a cui si lavora L universo è davvero di portata eccezionale. I lavori stanno ormai volgendo al termine quando il più estroso dei giovani architetti, Odnom, si presenta all Onnipotente direttore generale. Avrebbe un idea. Galassie, nebulose, stelle, pianeti, tutto bello ma un po freddino. Perché non animarlo un poco, magari con un tocco di vita? Sorride l Onnisciente direttore generale, già sapeva dove Odnom sarebbe andato a parare. E tuttavia l accontenta. Subito una schiera di giovani architetti tutti Spiriti eletti si mette all opera, ciascuno su di un singolo progetto di essere vivente. Rarissimi i progetti che non diventano esecutivi. Uno solo, addirittura in fase preliminare, viene bocciato. Onnipotente e Onnisciente, il direttore generale sa bene cosa accadrebbe in futuro se quello strano essere per di più dotato di ragione, come spiegato dettagliatamente nel progetto vedesse la luce. Non se ne parla proprio. Cestinato. Poi il ripensamento La creazione, Orecchio acerbo 2015, 48 pagine a colori e un poster, 13,50 euro (espresso in termini nominali e quindi senza tenere conto dell eventuale effetto della variazione dei prezzi) si è contratto del 9% passando da poco più di 72 miliardi di euro a 65,5 miliardi (in Europa hanno fatto peggio di noi solo Romania, Grecia e Portogallo). Si potrebbe facilmente associare questa dinamica ad una più generale contrazione della spesa pubblica, ma così non è. Nello stesso arco di tempo e sempre in termini nominali, la spesa pubblica complessiva si è espansa dell 1,5% (da 805 a 818 miliardi -fonte eurostat). Non esiste solo il finanziamento pubblico ma anche quello privato, anche se ampiamente minoritario, almeno in Italia. Su questo tema i dati sono meno accessibili e meno recenti, tuttavia qualcosa si può dire. L Ocse ci dice che in minima parte la contrazione della spesa pubblica è stata compensata da un incremento del finanziamento privato (fonte: Uno sguardo sull istruzione 2014: indicatori dell Ocse e Education at a Glance 2014 Indicators). Se nel 2000 il finanziamento pubblico rappresentava il 94% dei finanziamenti delle istituzioni scolastiche, nel 2011 la quota era scesa all 89%; nello stesso arco di tempo l investimento privato è quasi raddoppiato arrivando all 11% nel Le differenze all interno del sistema di istruzione sono notevoli. La spesa pubblica rappresenta il 96,2% dei finanziamenti nei cicli primari e secondari e il 66,5% del ciclo terziario. In Germania, per esempio, la situazione sembrerebbe più equilibrata con una quota di finanziamenti pubblici pari all 88% nella scuola e all 86 all università, in Francia le quote sono rispettivamente il 92 e l 81, nel Regno Unito l 86 e il 30 (in Finlandia il 99 e il 96%, ma la Finlandia si sa è la Finlandia!). L Italia è nella media dei paesi Ocse (91 e 69). Un altra informazione è la spesa complessiva (pubblica e privata) per studente. Nella scuola primaria, secondaria e post-secondaria la spesa si è contratta tra il 2008 e il 2011 del 12% (peggio di noi solo l Ungheria, mentre dall altro lato della classifica, rimanendo in Europa, troviamo la Polonia dove l aumento è stato del 16% e la Germania +12%). Va meglio all università, dove la spesa per studente in effetti è aumentata ma solo perché sono contestualmente diminuiti gli studenti. L Ocse ci dice di più, i tagli che hanno ridotto così drasticamente la spesa per studente derivano principalmente da una contrazione del costo salariale per studente, che tra il 2008 e il 2011 nella scuola primaria è passato da 3242 dollari a 2769 dollari. Una contrazione del 15% che non si allinea con la media dei paesi Ocse dove la dinamica è stata opposta e ha registrato un incremento del 7%. Peggio è andata nella scuola secondaria dove si è registrata una contrazione del 20% da 3854 dollari a La riduzione del costo salariale è il risultato della politica di blocco del turn-over, ovvero del rimpiazzo del personale uscito per pensionamento. Questa politica ha portato l età media dei docenti italiani ad essere la più alta d Europa: nel 2012 più del 60% dei docenti aveva superato i 50 anni mentre la stessa quota non arrivava al 50% nel 2002 (fonte eurostat). In più il salario medio degli insegnati tra il 2008 e il 2012 si è contratto in termini reali del 2%. Ultimanota dolente le spesein contocapitale (investimenti in immobili, edilizia, attrezzature ) che in Italia rappresentano meno del 4% del totale, uno dei livelli più bassi registrati dall Ocse che registrauna media del 7,4% e per Paesi più vicini a noi come Francia e Germania valori superiori al 9%. Insomma pare davvero che non solo il messaggio non sia stato recapitato ma che in questi anni i Governi che si sono succeduti abbiano avuto la malaugurata idea di colpire proprio una delle poche aree di intervento pubblico che persino gli economisti chiedevano di valorizzare al fine di concretizzare una strategia di uscita stabile dalla crisi. SONO TANTI CON UN ATTEGGIAMENTO ANTAGONISTICO VERSO LA SCUOLA, CHE PRIVEREBBE I LORO FIGLI DELLE ATTENZIONI DOVUTE. E VEDONO MALE GLI «ZINGARI» E I «NEGRI» Genitori «proprietari» target della riforma La «libertà» di cui parla il premier significa la progressiva trasformazione della scuola in un servizio a domanda individuale DALLA PRIMA Andrea Ranieri Visto che le risorse pubbliche, è sempre il premier a dirlo, non potranno coprire tutti i costi delle scuole dell autonomia, si apre ai finanziamenti privati col bonus fiscale e col 5 per mille, da versare alle singole scuole. Soldi probabili per le scuole bene, molto improbabili per quelle in cui vanno i figli della povera gente. La disuguaglianza, e la dispersione scolastica che ne consegue, che è il problema più grosso della scuola italiana e che nel disegno di legge non è minimamente affrontato, crescerà, ma questo non è un problema se scegli di lisciare il pelo al familismo amorale e di cercarne il consenso. Ed è dentro questa cornice che si collocano le stesse agevolazioni fiscali per chi manda i propri figli alle private. La scuola della libertà non è più quella che, secondo Costituzione, deve dare a tutti gli strumenti per essere liberi, ma quella in cui i genitori «liberano» se stessi e i loro figli dalla solidarietà verso i più deboli. La «libertà» è la progressiva trasformazione della scuola in un servizio a domanda individuale, del resto coerente con la strisciante trasformazione di diritti in voucher, leggibile nel progetto di riforma del Terzo Settore. In piazza c erano i genitori che agli organi collegiali ci vanno e che si sentono solidali con la buona scuola reale che fa dell inclusione, della capacità di leggere anche le domande silenziose delle famiglie più povere, la propria ragion d essere. E che si sarebbero aspettate una riforma degli organi collegiali capace di rigenerare il patto tra insegnanti, studenti, famiglie e territorio, che è alla base della scuola dell autonomia. Altro che il dirigente capo azienda. Ma la riforma degli organi collegiali sarà, perlomeno secondo il disegno di legge arrivato in Parlamento, un decreto delegato, che né loro né il Parlamento potranno più discutere. Che poi questa è l assurdità più grande del disegno di legge approdato in Parlamento. Le cose più importanti per fare una buona scuola davvero o non ci sono, come l educazione degli adulti e il contrasto alla dispersione scolastica, o sono affidate a decreti delegati che saranno scritti da quegli stessi che hanno scritto le mostruosità su cui lo stesso governo sta facendo marcia indietro per effetto delle mobilitazioni dei sindacati e del lavoro di «riduzione del danno» in corso nella Commissione cultura della Camera. Ma di riduzione del danno si tratta, mentre la scuola avrebbe davvero bisogno di cambiamenti veri e profondi, magari a partire dalle tante esperienze di buona scuola reale presenti nel nostro Paese. Non si sa ancora quanti dei tredici decreti delegati previsti dal disegno di legge saranno cassati e restituiti ad un normale iter legislativo. Sarebbe auspicabile tutti. Ci sono in essi questioni decisive per il futuro della scuola. Dalla riforma degli organi collegiali al reclutamento e alla formazione degli insegnanti e al rapporto tra scuola e Università, al diritto allo studio, allo Statuto degli studenti in alternanza e ai requisiti che devono avere le imprese e le altre realtà che li ospitano, alle azioni necessarie per rendere effettiva l autonomia scolastica. Su ciascuno di questi temi i sindacati, le associazioni degli insegnanti e degli studenti hanno elaborato idee e proposte. Alcune erano scritte sui cartelli che hanno portato in piazza. Occorre ora raccoglierle e farne un progetto coerente. Sulla scuola non è più tempo di agire di rimessa rispetto alle proposte del governo. La sinistra che a vario titolo siede in Parlamento e che è stata in piazza coi lavoratori della scuola ha il compito importante di elaborare su ciascuno di questi temi proprie proposte da sottoporre al mondo della scuola e al dibattito parlamentare. Coerenti col dettato costituzionale che vuole la scuola laica, democratica, inclusiva. Di tutti e di ciascuno. Una scuola che non insegni ad adattarsi al mondo così com è ma tenga viva la voglia di cambiarlo.

9 VENERDÌ 8 MAGGIO 2015 SBILANCIAMO L'EUROPA N 65 - PAGINA III L «Altrascuola», le proposte degli studenti Serve una Legge Nazionale sul diritto allo studio, che ponga fine alle disparità che vi sono fra le varie leggi regionali Il «merito» che premia il clientelismo Non si garantiscono gli investimenti necessari a livello centrale e si lega tutto alla capacità di ogni singola scuola di rendersi appetibile agli interessi dei privati Danilo Lampis* I n questi ultimi mesi il premier Matteo Renzi ha girato il Paese evocando la rivoluzione che il Governo avrebbe operato sulla scuola. Chi ha provato a porre delle critiche alle linee guida è stato celermente tacciato come conservatore, «squadrista», ancorato ad una vecchia idea di scuola prigioniera delle corporazioni. Di primo acchito le piazze studentesche autunnali e poi quelle primaverili, come quella del 12 marzo, sembrava non fossero riuscite ad ampliare l'arco del dissenso. Poi è arrivato il Ddl, ben peggiore delle 136 pagine di proposte in carta patinata messe a consultazione. Un ddl scritto male, tutto improntato ad una riorganizzazione in chiave competitiva e premiale. Le piazze e l'adesione massiccia allo sciopero generale del 5 maggio hanno palesato finalmente la riuscita di un difficile processo di disvelamento del progetto neoliberale che ha guidato le intenzioni del Governo. Quest'ultimo ha subito provato ad aprire alle modifiche al ddl, ma leggendo gli ultimi emendamenti approvati in VII commissione si rimane sbalorditi di fronte al tentativo dei parlamentari Pd di depotenziare il dissenso con degli emendamenti di forma e poco o nulla di sostanza. Permane un impianto fondato sulla valutazione e sul merito utilizzati come strumenti di feroce selezione, un potenziamento del ruolo manageriale su più fronti del Dirigente favorendo di fatto i clientelismi, la centralità del territorio e dei redditi delle famiglie nella determinazione della qualità di ogni singola scuola. Non si garantiscono gli investimenti necessari a livello centrale e si lega tutto alla capacità di ogni singola scuola di rendersi appetibile agli interessi dei privati e alle esigenze delle aziende della porta accanto. Sarà legittimato pienamente un sistema binario diviso tra scuole di qualità e scuole «parcheggio» o di serie B. Sul fronte lavorativo si supera definitivamente ogni margine di contrattazione a favore della chiamata diretta, mentre sul fronte della democrazia interna si rischia l annientamento di ogni forma di potere, anche consultivo, di tutte le componenti della scuola. Evidentemente lo sciopero del 5 maggio non è bastato e risulta stucchevole la falsa apertura messa in campo dal Pd in queste ultime ore. La strategia ancora una volta si conferma quella di dividere il fronte dell'opposizione, ascoltando magari qualche rivendicazione studentesca sull'alternanza scuola lavoro e sul diritto allo studio, procedendo però con forza sul mantenimento dei poteri dei dirigenti a sfavore della dignità del corpo docente. Dopo la contestazione colorata dell'uds, della Rete della Conoscenza e di Link di fronte alla sede nazionale del Pd, in tanti si sono affrettati a rimarcare la sostanziale apertura del processo. «Diteci quali emendamenti inserire per dar voce alle vostre rivendicazioni», così ha esordito il Pd nel corso dell'incontro con le associazioni studentesche nel giorno successivo allo sciopero generale. Fortunatamente in pochi oggi si son dimenticati della pessima gestione democratica della riforma messa in campo negli ultimi mesi. Non si può ragionare su qualche «aggiustamento», non si può legittimare la visione corporativista che si accontenta del dito senza scorgere la luna. O si blocca il ddl, riaprendo il dibattito democratico attorno ai nodi cruciali, o pensare che il movimento studentesco si possa arrestare in cambio di qualche briciola risulta l errore più grave che ora si potrebbe compiere. Il 12 maggio studenti e docenti bloccheranno nuovamente le scuole per boicottare gli Invalsi e costruire una nuova giornata di dissenso e proposta alternativa a partire dalle proposte contenute ne l'altra Scuola. *Coordinatore Nazionale Unione degli Studenti PENSARE CHE IL MOVIMENTO STUDENTESCO SI POSSA ARRESTARE IN CAMBIO DI QUALCHE BRICIOLA RISULTA L'ERRORE PIÙ GRAVE CHE ORA SI POTREBBE COMPIERE *** P er il diritto allo studio in Italia sono presenti 20 leggi regionali differenti, alcune più avanzate ma senza finanziamenti, e altre sostanzialmente immutate dai primi anni 80. Crediamo sia necessaria una Legge Nazionale sul diritto allo studio, che ponga fine alle disparità che vi sono fra le varie leggi regionali e che stabilisca i Livelli Essenziali delle Prestazioni che le Regioni dovrebbero erogare. Vogliamo che le Regioni ci garantiscano: borse di studio senza vincolo di spesa, improntate su un forte principio reddituale; reddito diretto ed indiretto; accesso gratuito o agevolato alle iniziative e ai consumi culturali; forti agevolazioni sui trasporti; comodato d uso per i libri di testo; sportelli d orientamento in ogni scuola; misure per tutelare la multiculturalità e l integrazione degli immigrati; supporto agli studenti portatori di handicap; istituzione di Conferenze regionali sul diritto allo studio, affinché si vigili sull applicazione delle norme e si instauri un dialogo fra le componenti della scuola. Valutazione e Organi Collegiali Da anni è presente un dibattito sulla valutazione di sistema riferita al modello Invalsi. Noi proponiamo la costruzione di un sistema di valutazione indipendente dal Miur, che sia basato non solo su test standardizzati, a carattere campionario e non più censuario, ma anche su altri parametri, fortemente basato sulle condizioni territoriali in raccordo con gli Enti Locali. Una valutazione che non sia una schedatura degli apprendimenti, ma sia basata sull autovalutazione delle componenti che vivono la scuola e sia volta al miglioramento complessivo. Stage e Alternanza Scuola-Lavoro Rigettiamo l idea che un contratto di apprendistato a 15 anni possa essere considerato istituto formativo e non una forma di sfruttamento e precarizzazione precoce. Proponiamo quindi il potenziamento ed il miglioramento dell istituto dello stage, con l istituzione di commissioni paritetiche docenti-studenti per costruire i progetti formativi, con garanzie di formazione reale, copertura assicurativa ed uno Statuto dei Diritti delle studentesse e degli studenti in stage. Proponiamo il rafforzamento degli stage nei licei e l idea che gli stage debbano essere al servizio del territorio e della comunità e debbano essere promossi anche presso enti locali, patrimonio pubblico, cooperative sui beni confiscati alle mafie. Cicli, Didattica, Programmi Proponiamo una revisione complessiva dei cicli didattici con un unico ciclo di 7 anni ed un ciclo secondario superiore basato su un biennio unitario ed un triennio specializzante, per abbattere il classismo che oggi si riproduce nella divisione tra licei ed istituti tecnici e professionali a seguito della riforma Gelmini. Un revisione totale del disciplinarismo ed il superamento del concetto di materia ci sembra necessario per costruire una scuola moderna, fondata sulla trasmissione di capacitazioni piuttosto che di nozioni. Immaginiamo dei programmi che abbattano gli stereotipi che oggi purtroppo si riproducono anche attraverso la scuola. Immaginiamo una scuola che insegni ad orientarsi nell attualità, che non abbia programmi machisti ed etnocentrici, che sia interculturale e promuova l insegnamento di altre culture e momenti di peer-to-peer education tra studenti di diverse religioni ed origini etniche. Finanziamenti Per una scuola di qualità sono necessari finanziamenti certi. Pensiamo sia necessario portare l investimento sull Istruzione dal 4,7 % al 6,5 % del Pil. Vogliamo un sistema di istruzione completamente gratuito che non si basi sui «contributi volontari» oggi richiesti alle famiglie, quantificati in oltre 1 miliardo di euro complessivi secondo le associazioni dei genitori, ma che sia a carico dello Stato. Ciò è possibile svincolando gli investimenti in istruzione dai vincoli di stabilità in quanto considerati per la crescita del Paese e modificando la legge 62/2000 dividendo finalmente giuridicamente le scuole pubbliche e le scuole paritarie degli enti locali dalle scuole paritarie non statali, che dovrebbero essere escluse dai finanziamenti, ogni anno sempre più ingenti nonostante il dettame costituzionale. Edilizia Scolastica Oggi in Italia il 32,5% degli edifici scolastici necessita di interventi urgenti di manutenzione. Il 58% delle scuole, inoltre, è stato costruito prima della normativa antisismica. Solo il 53% delle scuole possiede il certificato di agibilità e il 58,1% una certificazione igienico sanitaria. Alcune delle nostre proposte sono l avviamento dell Anagrafe sull edilizia scolastica, il finanziamento di un fondo pluriennale, la costruzione di scuole nuove che possano permettere l utilizzo di strumentazione didattica innovativa ed il ripensamento degli spazi scolastici, la conversione in scuole del patrimonio pubblico abbandonato e del patrimonio confiscato alle mafie. La versione integrale del testo è consultabile e scaricabile qui: 2_

10 VENERDÌ 8 MAGGIO 2015 SBILANCIAMO L'EUROPA N 65 - PAGINA IV Manca una vera politica del personale E a rimetterci sono gli insegnanti italiani. Perfino rimbrottati, perché non sanno apprezzare la grande bellezza delle 101mila stabilizzazioni Fiorella Farinelli I nchiodati, ancora una volta, in un immagine stereotipata, la stessa dalla defenestrazione a furor di popolo del ministro Berlinguer. Quella di una categoria conservativa, contraria alla valutazione dei risultati del proprio lavoro, poco o niente interessata al riconoscimento delle specificità professionali, lontana da un interpretazione autentica dell autonomia scolastica, intimorita dai cambiamenti organizzativi. Appassionata persino - questa la sola novità - IL RAFFORZAMENTO DEI POTERI DEI PRESIDI HA PRODOTTO UNA SORTA DI CHOC ANAFILATTICO IN UNA CATEGORIA GIÀ DISORIENTATA DALLE CONFUSE GIRAVOLTE DELLA «BUONASCUOLA» ad organi collegiali deperiti da decenni, e in verità diffusamente disertati. Ma non è così. A fare la differenza, non è solo la felice coincidenza di buoni dirigenti scolastici e di buoni insegnanti capaci di buone pratiche collaborative, ma una nervatura organizzativa e professionale degli istituti adatta ad esercitare meglio sia le competenze gestionali che quelle didattiche. In «pedagogese» si chiama, un po pomposamente, «leadership educativa diffusa», ma non è un araba fenice. Nei non pochi istituti di alta qualità - anche negli anni gelidi dei tagli e della massima inconcludenza della politica - l autonomia scolastica, sebbene imbrigliata, ha poco a poco sgretolato la vecchia struttura «a pettine», con un preside solo al comando e tanti insegnanti tutti eguali per compiti e funzioni ( e, secondo alcuni, per qualità professionale e per passione civile ed educativa ). Roba di quando ogni scuola era il terminale esecutivo di viale Trastevere, oggi in molti casi l apertura al territorio c è davvero, l offerta formativa si misura con le trasformazioni sociali e culturali degli studenti, si moltiplicano le reti tra scuole e i protocolli con aziende, teatri, biblioteche, associazioni, si impongono altri modi di fare scuola, circola aria nuova, e una nuova ricerca didattica. I laboratori, le tecnologie, l alternanza, gli studenti stranieri, l educazione degli adulti. Accoglienza, inclusione, educazione alla cittadinanza, intercultura. Quindi figure dedicate, incarichi precisi, responsabilità particolari, valorizzazione delle competenze che già ci sono, sviluppo di quelle che ancora mancano. Pur nei limiti del contratto del 1999, attento a scongiurare il «rischio» del duraturo ( non sia mai che possano nascerne super-insegnanti e insostenibili gerarchie ), e pur condizionati dall impossibilità di retribuire dignitosamente gli impegni aggiuntivi, i «quadri dell autonomia» in molte scuole ci sono. Bisognerebbe farli più stabili, sottrarli ai capricci dei collegi e alla variabilità delle disponibilità individuali, usare criteri di scelta basati su competenze oggettive, tradurre le esperienze in crediti per future carriere, ma intanto sono molti - più di 50mila l anno - gli insegnanti che lavorano anche fuori dalle classi, collaboratori del dirigente ( una funzione che, bontà sua, anche la «Buonascuola» riconosce, ma senza uno straccio di standard) e in altri campi. Come si fa, altrimenti, a gestire istituti su più sedi e con più tipi di scuole? O a condividere fra tutti il patrimonio di ricerca e di esperienza? Più in generale va detto che non si danno organizzazioni, pubbliche o private, in grado di funzionare senza l apporto di quadri, tecnici, specialisti. È di qui, inoltre, che si può partire per avanzamenti di carriera che non riflettano solo il trascorrere del tempo. Che talora, si sa, può anche trascorrere invano. Temi da mettere al centro se si voleva, come si sostiene, sviluppare l autonomia. Tanto più che i suoi «quadri» potevano contribuire non poco a rendere davvero «funzionali» quei 50mila docenti in più rispetto all organico ritagliato sulle classi. Ma si poteva anche destinare una parte delle risorse per avviare un evoluzione di carriera più credibile di quella della prima versione della «Buonascuola», così poco appetibile che si è capito subito che sarebbe caduta, come è infatti accaduto. Sostituita dai bonus del preside ai «migliori» che, al di là di rischi di discrezionalità che resteranno anche se a pronunciarsi saranno anche altri organi, è tutt altro da quello che si intende comunemente per carriera. Niente da fare. Le politiche del personale - la risorsa più importante della scuola - non ci sono, se non nella rozza tradizione quantitativa delle sanatorie. Non si interviene sugli orari e sui calendari e neppure sulle assurde gerarchie professionali che vogliono orari più pesanti e retribuzioni più basse dove gli studenti hanno meno anni, non c è una formazione verificabile nei risultati, e neppure risorse importanti dedicate allo scopo. C è invece il rafforzamento del ruolo del preside, non nel senso della «leadership educativa diffusa», piuttosto in quello approssimativo delle vulgate aziendalistiche, che infatti già si sta annacquando rispolverando organi collegiali che aspettano una riforma o spargendo locuzioni nebbiose sulla «chiamata diretta» degli insegnanti dai nuovi albi professionali. Ma è stato un boomerang. Il rafforzamento dei poteri dei presidi senza il bilanciamento di uno sviluppo delle funzioni e delle carriere docenti ha prodotto una sorta di choc anafilattico in una categoria già disorientata dalle confuse giravolte della Buonascuola. E ora, come altre volte, è il momento del risentimento, del rifiuto di tutto, della massima difficoltà a recuperare il filo di un ragionamento lineare sulla riforma della professione docente, che non ha affatto i suoi alfa ed omega nell abolizione di una parte del precariato. In mezzo a due fuochi, dunque, i poveri insegnanti italiani. E pure rimbrottati perché non sanno apprezzare la grande bellezza delle 101mila stabilizzazioni. Non è la prima volta che restano stritolati in giochi politici che non c entrano granché col merito dei loro problemi. Saranno capaci, prima o poi, di venirne fuori? Ecco la controriforma Tra le ipotesi, abolizione dei fondi statali per le scuole paritarie e il buono scuola, misura che frutterebbe 470 milioni di euro *** N on può esserci una «buona scuola» senza che tutte le scuole godano di un buono stato di salute. Per questo le proposte avanzate dalla campagna Sbilanciamoci! nella sua contro-manovra 2015, partono dall'innalzamento dell'investimento sull'istruzione dal 4,7 al 6,5 per cento del Pil. Come? Innanzitutto abolendo i fondi statali per le scuole paritarie e il buono scuola, misura che frutterebbe 470 milioni di euro circa, e sostituendo l'ora di religione con l ora di storia delle religioni o con insegnamenti alternativi scelti autonomamente dalle scuole, risparmiando così 1,5 miliardi di euro. In questo modo si potrebbero aumentare i fondi destinati all autonomia scolastica, rifinanziando per oltre 300 milioni la legge 440/97 e il Mof, il fondo per il miglioramento dell'offerta formativa, per 600 milioni di euro, ripristinandone così la dotazione originaria. Altri capitoli di spesa dovrebbero poi essere finalizzati alla promozione dei progetti studenteschi coordinati dai Comitati e dalle associazioni studentesche (finanziamento di almeno 10 milioni al Dpr 567); alla formazione di tutti i docenti sulle innovazioni pedagogiche e didattiche da poter apportare nelle classi, oltreché sui temi dell integrazione, dell intercultura e sull insegnamento dell italiano come seconda lingua, senza legare l attivazione di questi corsi a criteri di merito o demerito; e allo stanziamento di 200 milioni di euro per stage, alternanza scuola-lavoro e miglioramento della didattica. Per fare fronte ai problemi dell'edilizia scolastica, Sbilanciamoci! propone l'implementazione di un piano pluriennale straordinario nazionale che preveda lo stanziamento di almeno 20 miliardi di euro (1 miliardo l'anno), puntando sulla realizzazione di scuole ex novo e di plessi polivalenti per la messa in rete delle attività didattiche e sull'adeguamento delle strutture già esistenti per la messa in sicurezza, l agibilità statica e quella igienico-sanitaria, oltre all'eliminazione delle barriere architettoniche e all'adeguamento delle strutture e degli strumenti per i disabili. Infine, il diritto allo studio, per il quale Sbilanciamoci! propone l'approvazione di una legge nazionale che individui i Livelli essenziali delle prestazioni che le Regioni sono tenute a erogare in termini di servizi diretti e indiretti a sostegno degli studenti, imponendo alle amministrazioni minimi ineludibili di investimento che tengano conto della totalità dei soggetti aventi diritto. E l'inclusione scolastica degli alunni con disabilità, per cui si propone un investimento di 20 milioni di euro annui per la formazione di insegnanti curricolari. Il Rapporto integrale di Sbilanciamoci! è consultabile e scaricabile gratuitamente dal sito

11 VENERDÌ 8 MAGGIO 2015 il manifesto pagina 7 INTERNAZIONALE DATAGATE La Corte federale di New York: «Attività da considerarsi esterna al Patriot Act» «Illegale la raccolta dati Nsa» DALLA PRIMA Simone Pieranni I giudici: «Azioni non approvate dal Congresso, senza precedenti e ingiustificate» Il fatto che Snowden al momento sia in Russia, dopo essere transitato da Hong Kong e che - qualora tornasse negli Usa - si ritroverebbe in carcere, evidenzia ancora di più il peso della decisione della Corte federale e permette un rivincita all ex analista attaccato da gran parte dei conservatori americani e non solo. In secondo luogo la Corte - con la sua sentenza di 97 pagine - ha stabilito che quelle attività di clamorosa raccolta dei dati da parte della Nsa sarebbero da ritenersi, in verità, escluse dal Patriot Act. Siamo di fronte, questo il messaggio della Corte di New York, ad un atto che non è stato autorizzato dal Congresso. Anzi, specificano i giudici: se il Congresso avesse voluto, avrebbe potuto operare per la sicurezza dei suoi cittadini, con metodi ben più leciti. Il riferimento al Patriot Act finirà per scatenare una discussione che si tingerà ben presto di contorni politici, anche in vista delle prossime elezioni presidenziali (c è da credere che questa sentenza influenzerà non poco l attuale dibattito politico americano), perché arrivata proprio ad un mese dalla scadenza della Sezione 215 del Patriot Act, quella parte del provvedimento che istituisce il programma di raccolta di dati e informazioni nell ambito della lotta al terrorismo. Nel definire illegale quel programma, il giudice Gerald E. Lynch ha specificato che la Corte lo ha fatto «nella piena consapevolezza che se il Congresso decidesse di autorizzare un programma di così vasta portata e senza precedenti, avrebbe tutte le possibilità di farlo, senza alcuna ambiguità». Come hanno riportato ieri le agenzie, secondo le associazioni per la difesa delle libertà civili che hanno presentato il ricorso che ha portato alla sentenza di ieri, l attività di raccolta delle informazioni dovrebbe essere fermata, perché violerebbe il diritto alla privacy dei cittadini americani. Per altri, invece, la norma inserita nel Patriot Act (varato all indomani degli attentati dell 11 settembre 2001) dovrebbe essere rinnovata o solo modificata. La stessa Casa bianca si sarebbe espressa in questo modo, sottolineando la rilevanza della sentenza. Al Guardian Ned Price, portavoce della presidenza americana, ha specificato che «stiamo valutando la sentenza emessa; il presidente è stato chiaro e crede che dovremmo terminare il programma di raccolta dei metadati stabilito dalla Sezione 215 nella sua forma attuale, creando un meccanismo alternativo per preservare le capacità essenziali del programma». Più duro il repubblicano Mc- Cain: «Le persone - ha detto - si sono dimenticate dell 11 settembre». In realtà questi riferimenti all «11.9» così come ad una più generale necessità di salvaguardare il paese dal terrorismo, non centrano il punto. La questione in gioco è un altra: la capacità di registrare e immagazzinare, in totale spregio della privacy, masse impressionanti di dati che possono essere non rilevanti ai fini della lotta antiterrorismo. Quest ultimo aspetto appare, come già evidenziato dalle rivelazioni di IRAN/USA Tehran dissequestra il cargo Maersk È stato dissequestrato il cargo della compagnia danese Maersk, battente bandiera delle isole Marshall, fermato da una petroliera della marina militare iraniana al largo di Ban dar Abbas, la scorsa settimana, nello Stretto di Hormuz. Anche l equipaggio, composto da 24 membri, tra cui un cittadino britannico, è stato rilasciato. Il Pentagono aveva assicurato che il cargo commerciale si trovasse in acque iraniane aperte al traffico internazionale e aveva definito «inappropriata» la manovra della petroliera di Tehran che avrebbe sparato dei colpi per costringere il comandante Intanto non si fermano arresti e repressione contro gli attivisti per i diritti umani del cargo a raggiungere la costa. Per l Organizzazione del Trasporto marittimo iraniano, il sequestro era scattato dopo la denuncia della società iraniana Pars Talayieh aveva chiesto un risarcimento danni alla Maersk. Non si ferma invece la scure dei magistrati iraniani contro gli attivisti per i diritti umani a Tehran. È stata arrestata mercoledì l attivista e avvocato per i diritti umani, Narges Mohammadi, dopo essere stata incriminata per «crimini contro la sicurezza nazionale». Mohammadi è stata vicepresidente del Centro per la difensa dei diritti umani (organizzazione fondata dal premio Nobel per la pace Shirin Ebadi) e cofondatrice della campagna «Step by step to stop death penalty», la prima campagna nazionale per l abolizione della pena di morte in Iran. Mohammadi era stata arrestata già nel 2009, prima delle elezioni. Nell ottobre del 2011 è stata condannata a undici anni in prigione. La pena era stata ridotta a sei anni in appello, infine Mohammadi era stata rilasciata su cauzione a causa delle sue precarie condizioni di salute. Neppure si placano i continui arresti di arabi-iraniani in Khuzestan. Tra gli attivisti agli arresti figurano i leader della protesta anti-governativa, contro la crisi economica che colpisce la regione e le discriminazioni che subisce la minoranza araba in Iran, Hatam Ebyat e Mustafa Haidari. giu. acc. PROTESTE NEGLI USA CONTRO LE ATTIVITÀ DELLA NSA, A DESTRA FUORI DAI SEGGI IN UK, SOTTO SNOWDEN LAPRESSE Michele Giorgio GERUSALEMME «D atemi Snowden, come una scusa per procedere a una schedatura e una profilazione di massa della popolazione. Perché? «Perché non si sa mai», è la risposta preferita dei fautori dei sistemi più ottusi di sicurezza, non solo informatica. Nelle 97 pagine con cui la Corte spiega la propria posizione, i passaggi più interessanti si condensano da pagina 58 in avanti. Innanzitutto la Corte stronca il concetto di «rilevanza», utilizzato dal Congresso e più in generale dalla politica americana - e non solo - per giustificare la raccolta di una mole di dati che - ricordiamolo - è impressionante. Parliamo dei metadati, ovvero tutte quelle informazioni connesse ai contenuti intercettati via telefono o mail. Secondo la Corte, in pratica, il governo avrebbe scelto di specificare che i metadati raccolti in relazione alle telefonate - «in una quantità tale da non contenere solo elementi rilevanti» - «sarebbero comunque rilevanti perché possono consentire alla Nsa, in qualsiasi momento, in futuro, di utilizzare le sue capacità di analisi per identificare le informazioni rilevanti». Siamo invece d accordo, osservano i giudici, con chi ha fatto ricorso contro questa teoria e contro tale «ampio concetto di rilevanza» che sarebbe senza precedenti e «ingiustificato». Un duro colpo quindi alla necessità di collezionare così tanti dati, come già emerso dalle rivelazioni di Snowden. un ministero o non voto la fiducia e affosso il governo». Ayoub Kara, deputato druso del Likud, non ha perso tempo. Con il suo aut aut ieri ha evidenziato subito la debolezza del premier Netanyahu. La nuova maggioranza potrà contare alla Knesset su soli 61 seggi su 120. È un margine talmente risicato da tenere perennemente in bilico il nuovo esecutivo di destra, peraltro formato dal primo ministro all ultimo istante dopo una trattativa estenuante. Pesano anche i contrasti nella maggioranza tra gli ultrazionalisti religiosi di Casa Ebraica e i partiti religiosi ortodossi Shas e Lista Unita della Torah, ossia tra chi spinge per fare degli ebrei timorati (haredim) dei «sionisti convinti», ben inseriti nelle forze armate, e chi si oppone. È un punto così critico da aver spinto l ex ministro degli esteri Avigdor Lieberman, leader del laicissimo partito di estrema destra Yisrael Beitenu, a restare fuori dalla coalizione in polemica proprio con gli accordi raggiunti da Netanyahu con gli ortodossi. Netanyahu non ha alternativa, deve allargare subito la maggioranza se vuole sopravvivere e il suo obiettivo è (ri)portare dentro il governo Lieberman. Altrimenti dovrà corteggiare il capo dell opposizione e leader di Campo Sionista Yitzhak Herzog, che da parte sua avverte che «non farà da tappabuchi a Netanyahu». Per Herzog «il nuovo governo non potrà funzionare, è un fallimento». La montagna ha partito il topolino. Come sia potuto accadere che dalla vittoria elettorale del 17 marzo, ampia, devastante per gli avversari, Netanyahu sia riuscito a formare una maggioranza tanto instabile, è l interrogativo di tutti in Israele, dall uomo della strada al commentatore politico. Sima Kadmon su Yediot Ahronot si è divertita a raccontare la gioia degli ultranazionalisti di Casa Leonardo Clausi LONDRA I giochi sono finiti. Gli autobus e gli elicotteri elettorali tornati in garage, i telefoni si ISRAELE 900 case in più in una colonia a Gerusalemme Est occupata Il «nuovo» governo di Netanyahu, più a destra ma ancora più debole UK Urne chiuse ieri alle 23, troppo tardi per noi L attesa del testa a testa per ora favorisce i Tories Ebraica penalizzati a marzo dagli appelli all elettorato di destra al «voto utile» lanciati da Netanyahu e Likud - quando a inizio settimana Lieberman ha annunciato la decisione di passare all opposizione. Quel giorno si è aperta una autostrada davanti a Casa Ebraica che con soli 8 seggi alla Knesset ha ottenuto tre ministeri, strappando al premier anche quello della giustizia. E assieme al leader di Casa ebraica, Naftali Bennett, ieri festeggiavano i coloni che di questo partito sono i principali sostenitori perchè coniuga il sionismo con la religione, nel solco tracciato dai rabbini Kook, padre e figlio, gli ideologi della colonizzazione in nome della redenzione della «terra promessa». A completare la «festa», la notizia, diffusa dall ong Peace Now, che saranno costruite altre 900 abitazioni nella colonia di Ramat Shlomo, che la principale agenzia di stampa italiana ieri, incurante del diritto internazionale, ha definito un «sobborgo ebraico» nel settore palestinese (Est) di Gerusalemme occupato militarmente da Israele nel Il piano originale prevedeva per Ramat Shlomo 500 case si era poi passati ad un progetto di 1531 appartamenti, ora ridotte al 60%. Ramat Shlomo è stata a partire dal 2010 motivo di contrasti aperti tra Netanyahu e l Amministrazione Obama, contraria, ma solo a parole, all espansione delle colonie israeliane. Barack Obama ieri ha però scelto di non vedere l ulteriore sviluppo di Ramat Shlomo. Contrariamente a quanto aveva fatto dopo il voto del 17 marzo, Obama ha subito fatto le congratulazioni al premier israeliano per la formazione del nuovo governo, con il quale il presidente americano si dice pronto a «lavorare insieme», anche sulla soluzione dei due Stati, Israele e Palestina. Una illusione hanno commentato ieri i palestinesi. Per Saeb Erakat, il capo dei negoziatori dell Olp, «la nuova coalizione di governo israeliana è estremista. Si basa sull avversione alla pace e alla stabilità nella regione». raffreddano, e i social network si placano in uno di quei momenti di cui tutto il bailamme digital-comunicativo nutre sacro terrore: l horror vacui dell attesa, del silenzio, dell immobilità. Una percentuale, al momento di andare in stampa ancora ignota, dei cinquanta milioni d iscritti al registro elettorale si sta recando alle urne, nel religioso mutismo della Bbc, che osserva un giorno di tregua per non influenzare il voto e aggiunge così ulteriore suspense al meccanismo spettacolare della democrazia. Si attende febbrilmente lo spoglio delle urne dei cinquantamila seggi elettorali sparsi su e giù per il Paese: non solo dai leader politici e dai loro sostenitori, ma anche e soprattutto dai soliti mercati e dall Unione Europea in particolare, che teme il possibile connubio Cameron-Farage in pungente salsa euroscettica non meno dell improbabile rigurgito criptosocialista nei fondali del subconscio di Ed Miliband. È l ora in cui i leader si stanno godendo una breve, immeritata tregua dal loro folle zigzagare come galline decapitate - o come quelle rock star strafatte che in tournée non sanno mai dove sono - in giro per collegi che non hanno mai visitato, dopo aver baciato bambini sconosciuti a raffica, essersi immolati anima e corpo al cretinismo selfie che imperversa qui come nel resto del pianeta opulento, indossato gialli elmetti protettivi da cantiere, fatto promesse impossibili da mantenere, sorriso fino a slogarsi le mandibole e faticosamente zittito quella parte di coscienza che, prematuramente seppellita non si sa dove, forse ancora riesce a produrre urla soffocate. Ed è probabile che siano assaliti da un senso di scoramento e impotenza. Perché non importa quanta energia abbiano profuso nel loro ingrato compito, questa campagna elettorale di sei settimane non ha cambiato affatto le percentuali dei sondaggi, che si sono mantenute immobili come un elettroencefalogramma piatto. Dopo milioni di chilometri, parole, incontri, comizi, contraddittori, dibattiti più o meno tutti i leader hanno finito più o meno esattamente con le percentuali di partenza. E per la seconda volta dal 2010 la minacciosa fisionomia del parlamento «appeso» si staglia all orizzonte, facendo pensare più a quella di un impiccato. I due partiti maggiori, Tories e Labour, attorno al 35%, un 11% per l Ukip, il 9% per i Lib-Dem, un 5% per i nazionalisiti scozzesi e un 4% per i verdi. Tutto più o meno già anticipato ripetutamente dalle precedenti proiezioni, e che conferma spietatamente una cosa: a meno che un improvviso raptus anarcoide non colga l elettorato spingendolo a fare esattamente il contrario di quello che il sondaggismo imperante ha previsto, non importa quanto abbiano faticato finora: il grosso del lavoro propriamente politico deve ancora cominciare. Soprattutto David Cameron, il cui partito ha insistito come un disco rotto attribuendosi il ruolo di salvatore dell economia quando a leggere a fondo i benefici di questo salvataggio riguardano i soliti abbienti, sembra uscirne male. Non solo per via delle ultime, coreografatissime piazzate a maniche rimboccate, rubizzo di finta passione oratoria esattamente dopo essersi visto mettere in discussione la dedizione all ingrato lavoro del capo, lui, un leader cresciuto negli stenti del villone avito. Ma soprattutto per aver ormai imboccato una via anglocentrica, che non ha certo alienato i Tories scozzesi bensì i laburisti, oramai passati in cavalleria nelle fila del partito di Nicola Sturgeon dopo essersi visti sfumare la possibilità di svignarsela dall unione con il recente, perduto, referendum. E l allarme scomposto nelle file Tories è confermato dall inedita, berlusconiana mossa del Daily Telegraph, voce ufficiosa del partito e dell 1% nazionali: hanno scritto personalmente a tutti gli iscritti alle loro newsletter pregandoli di votare per i Tories. E una simile, quasi illiberale ingerenza nella terra del liberalismo denota panico. It s democracy, stupid, verrebbe da parafrasare: riposi in pace il bipartitismo perfetto, fonte di ogni governabilità.

12 pagina 8 il manifesto VENERDÌ 8 MAGGIO 2015 CULTURE I rentier armati delle migrazioni OLTRE I CONFINI Un intervista con lo scrittore e studioso salvadoregno Oscar Martinez, autore de «La bestia» (Fazi), puntuale analisi del ruolo dei narcos, dei corpi paramilitari e degli Stati nazionali nella «fabbrica umana del crimine» Guido Caldiron «S e INCONTRI/ IN FUGA DALLA POVERTÀ DEL CENTRAMERICA MA ANCHE ALLA RICERCA DI UNA VITA MIGLIORE Strategie di sottrazione dai campi di sterminio della economia globale Gu. Ca. A soli trentacinque anni, Diego Enrique Osorno è già considerato come uno dei più importanti giornalisti latinoamericani, grazie a decine di reportage e ad una mezza dozzina di libri nei quali ha raccontato i conflitti sociali e lo sviluppo del narcotraffico e delle culture criminali nel Messico dell ultimo decennio. Protagonista del nuevo periodismo che mette insieme timbro narrativo e tecnica d inchiesta, dice di ispirarsi al compianto Roberto Bolaño per cercare di creare un «giornalismo infrarealista» dove possano convivere realtà e immaginazione. Dopo aver pubblicato nel 2013 il suo Z. La guerra dei narcos, dedicato al fenomeno dei Los Zetas, la casa editrice la Nuova frontiera ha proposto recentemente ai lettori italiani Un cowboy attraversa la frontiera in silenzio (pp. 122, euro 10,00), nel quale Osorno rende omaggio alla figura di suo zio, Geronimo Gonzales Garza, un vaquero sordomuto che dopo aver vissuto per decenni negli Stati Uniti, prima da clandestino e poi ottenendo la cittadinanza americana, era tornato a vivere nel nordest i governanti di questo violento angolo del mondo e quelli dei saloni imbiancati di Washington avessero un idea di quello che devono passare molti migranti centroamericani per arrivare fino alla frontiera con gli Stati Uniti, saprebbero che nessuna legge, nessun esercito e nessun volo di deportati potrà impedire che i centroamericani lascino la loro ingiusta e violenta terra». Basterebbero queste poche parole per spiegare il senso di quanto Oscar Martinez ha raccontato a proposito dell «altra» grande corrente migratoria internazionale, rispetto a quella che varca il Mediterraneo in direzione dei paesi dell Unione europea, che spinge ogni anno decine di migliaia di centroamericani a rischiare la vita per attraversare il territorio messicano e raggiungere gli Stati Uniti. Un viaggio di cinquemila chilometri, spesso compiuto in condizioni pericolosissime, aggrappati ai treni merci che sfrecciano velocissimi tra deserti e montagne; che può riservare ai migranti che lo affrontano ogni sorta di violenza: possono essere rapiti, per ottenere un riscatto o per essere ridotti in schiavitù, o uccisi dai narcotrafficanti o dagli agenti della polizia locale, che talvolta rispondono ai medesimi «cartelli» criminali, o, se sono donne, stuprate o costrette a prostituirsi nei bordelli creati dai narcos e tollerati da autorità corrotte e conniventi con la malavita. Consapevoli di tutto ciò, da El Salvador, Nicaragua, Honduras e Guatemala, paesi in cui regnano violenza e povertà, uomini, donne e bambini continuano comunque a partire senza sosta, decisi, costi quel che costi, a tentare di costruirsi una nuova vita altrove. Giovane reporter salvadoregno, responsabile del progetto Sala Negra del quotidiano online El Faro (www.salanegra.elfaro.net), uno dei maggiori dell America Latina, dedicato allo studio dei fenomeni criminali, dal narcotraffico alle azioni delle pandillas, le gang di strada particolarmente diffuse in Centroamerica, Martinez ha compiuto più volte questo «viaggio» insieme ai migranti, di cui ha raccontato la tragica epopea in La bestia (Fazi, pp. 320, euro 16), il nome con cui è identificato il treno della speranza che attraversa il Messico, condividendo con loro pericoli, speranze ed illusioni. Un libro, di un estrema lucidità e di grande potenza narrativa, che non smarrisce mai il punto di vista dei migranti e la natura irriducibile e per certi versi drammaticamente entusiasmante del loro «sogno» che è valso a Martinez il Premio internazionale Marisa Giorgetti, nella sezione letteraria, giunto alla sua terza edizione e dedicato a scrittori e personalità che si sono occupate di migrazioni, del dialogo tra culture diverse e della salvaguardia dei diritti umani che il giornalista ha ritirato nei giorni scorsi a Trieste. Il titolo della prima edizione del suo libro era «Los migrantes que no importan»: perché la sorte di questi migranti non interessa a nessuno? Per molti versi, gli immigrati centroamericani che attraversano il Messico per cercare di raggiungere gli Stati Uniti, sono delle «vittime perfette», le cui tragiche traiettorie esistenziali non sembrano interessare a nessuno. In Messico non votano e perciò per i politici sono invisibili; viaggiano aggrappati ai treni e lontani dai centri abitati e hanno pochissimi contatti con la popolazione locale; inoltre loro stessi cercano di tenersi a distanza da ogni rappresentante delle autorità, visto che la polizia è collusa con le bande criminali. A tutto ciò si deve aggiungere che anche le istituzioni dei paesi di provenienza non sono interessate a cambiare la situazione: il Pil di Salvador, Honduras, Guatemala e Nicaragua dipende quasi integralmente dalle rimesse inviate dagli immigrati che si sono stabiliti negli Usa. Perciò, i governanti di quei paesi preferiscono permettere che chi affronta il viaggio rischi di essere rapito o stuprato, piuttosto che mettere in discussione quella che è la principale voce dell economia nazionale. Questi migranti fuggono dalla violenza e dalla povertà, ma in Messico affrontano pericoli altrettanto grandi, se non peggiori. Eppure continuano a partire, perché? Molti cercano di sottrarsi alla fame, ma ci sono anche altri che si mettono in viaggio per quello che è il legittimo desiderio degli uomini di cambiare la propria vita. Alcuni, più che partire, fuggono per paura delle DESOCUPADOS. UN OPERA DI ANTONIO BERNI DEL 1934 del Messico, nello Stato del Tamaulipas, proprio alla vigilia dell escalation violenta che aveva segnato l inizio delle guerre dei narcos. La storia di Geronimo sembra una metafora della condizione di una parte del suo paese privato della propria voce dalla violenza criminale. Era questo il suo intento? In parte sì. Era da quando andavo alle superiori che mi ero ripromesso di scrivere di questo mio zio cowboy che, quando ero piccolo, mi ha insegnato a seminare i campi, a «governare» le mucche, a guidare sulle strade dissestate di campagna. È stata una figura molto presente nella mia infanzia: ricordo che mandava la lana perché mia madre ci facesse i maglioni quando eravamo piccoli, ma spesso anche dei soldi per aiutare la mia famiglia quando non ce la passavamo tanto bene: è a lui che devo la possibilità di aver studiato e, forse, anche di aver scelto di fare questo mestiere. Ai miei occhi lui incarnava anche l idea di trasferirsi negli Stati Uniti, che non esaurisce solo in una migrazione economica, ma significa anche un idea del viaggio e dell avventura: lui aveva conosciuto gli hippie, visto tante cose e persone diverse. Poi, certo, era tornato a vivere nella regione del Tamaulipas, aveva messo su un proprio ranch mentre nella zona cominciava ad imporsi la legge della violenza, quello che diventerà il dominio dei «Los Zetas». Ogni volta che lo andavo a trovare, lui mi spiegava a gesti di questi uomini armati di fucili d assalto che pattugliavano la zona a bordo delle jeep, quasi fossero un esercito invasore e disseminavano di cadaveri i campi circostanti. Non era quello il Messico che immaginava di trovare al suo ritorno. Il racconto del ritorno di suo zio le consente di descrivere anche le trasformazioni conosciute da questa zona di frontiera, spesso attraversata dai migranti che cercano di raggiungere gli Usa. Qual è la situazione? In questo libro la violenza è onnipresente, anche se non descrivo praticamente nessun fatto di sangue. Questo perché mi sembrava importante dar voce alle vittime, ma farlo senza raccontare della loro sofferenza di oggi, quanto piuttosto dare spazio alle loro traiettorie di vita, spiegare come le cose sono giunte fino a questo punto. Il Tamaulipas è sempre stato caratterizzato da Parla lo scrittore Diego Enrique Osorno, autore del romanzo «Un cowboy attraversa la frontiera in silenzio». Un vivace affresco sulle trasformazioni del Messico una cultura delle violenza, le tradizioni popolari del luogo non si rifanno all eredità di Maya e Aztechi come nel resto del paese, bensì al Texas e alla sua lunga storia di massacri compiuti lungo la linea instabile della frontiera dai vigilantes e gli avventurieri che arrivavano dagli Stati Uniti. Oggi, a tutto questo si è aggiunta la violenza «istituzionalizzata» dei cartelli criminali di cui sempre più spesso sono gli immigrati a fare le spese. Inoltre si tratta di una regione dove l istruzione è poco diffusa, dove ci sono poche scuole e l intera vita sociale ha preso forma intorno alle attività economiche: prima l allevamento del bestiame, quindi l estrazione di petrolio o del gas di scisto. È un universo selvaggio dominato dall individualismo e dalla voglia di fare soldi a qualunque costo. Il giornalista americano Charles Bowden, in un libro dedicato a Ciudad Juarez - la città messicana che detiene il record internazionale di omicidi - ha utilizzato una formula scioccante, parlando della zona del confine come i «nuovi campi di sterminio dell economia globale». La realtà del Tamaulipas è paragonabile a tutto ciò? Per molti versi, Ciudad Juarez incarna il laboratorio urbano di questo massacro che si compie nel nome del capitalismo, il nord-est messicano ne rappresenta il volto rurale. Si tratta di una zona dove si calcola che solo negli ultimi siano state ammazzate e quindi seppellite clandestinamente, in enormi fosse comuni, oltre 20 mila persone, per lo più migranti caduti nella rete dei narcos o vittime delle continue guerre tra i cartelli criminali che dominano la zona. Qui l economia illegale e quella ufficiale finiscono spesso per intrecciarsi, al punto che sarebbe difficile immaginare che si possa affrontare la presenza crescente dei narcos come un esclusiva questione di polizia: si tratta prima di tutto di un problema sociale.

13 VENERDÌ 8 MAGGIO 2015 il manifesto pagina 9 CULTURE LA MORTE DI CLAUDE DURAND Lo scrittore francese Claude Durand, presidente della casa editrice Fayard dal 1980 al 2009, è morto a Parigi. Figura leggendaria dell'editoria d'oltralpe, Durand ha contribuito a far conoscere i libri di Gabriel Garcia Marquez, Aleksandr Solzenicyn, Ismail Kadarè e Michel Houellebecq. SAGGI «Storia degli ebrei nell Italia moderna» di Marina Caffiero per Carocci Un mondo integrato in rete per sfuggire all assimilazione Claudio Vercelli C i sono libri che meriterebbero maggiore attenzione di quella che già non hanno raccolto, offrendoci il senso della complessità e della stratificazione dei processi storici senza per questo chiudersi nell ermetismo o in un compiaciuto accademismo che si preclude il pubblico dei più. È il caso dell ottimo studio licenziato da Marina Caffiero, dedicato alla Storia degli ebrei nell Italia moderna. Dal Rina- La difesa delle identità unita alla scelta di integrazione delle comunità ebraiche con le realtà cristiane e gentili della società italiana RABBINI IN SINAGOGA FOTO GABRIELLA MERCADINI gang o perché hanno subito minacce da parte dei criminali o dei poliziotti. Ci sono persone che decidono di tentare la sorte dopo aver visto uccidere un amico o un famigliare. In molti casi si tratta di gente che vive in zone dominate da pandillas come la Mara Salvatrucha, il Barrio 18 o qualche altro «cartello» del crimine. Perciò, i migranti che partono da queste regioni sono spesso disposti ad affrontare l inferno che li attende in Messico perché vengono da un inferno ancora peggiore. Molti di loro finiranno però per subire una tale violenza e affrontare sofferenze che in realtà non avevano mai provato nella loro vita: lo fanno convinti che si tratti di un dolore passeggero, quasi un tragico biglietto d accesso per quella che considerano come la «stanza del tesoro»: gli Stati Uniti. I narcos messicani si stanno riconvertendo nel «traffico» di migranti: quali dimensioni ha assunto quella che lei definisce come l «industria umana del crimine»? Si tratta di un circuito criminale molto esteso che comprende il «lavoro» dei coyote che guidano i migranti nell attraversamento delle frontiere, e pagano una tassa al cartello che controlla quella zona; i rapimenti e le estorsioni compiuti ai danni degli immigrati; la «tratta delle bianche» e la gestione dei bordelli dove le donne migranti sono tenute prigioniere dai trafficanti di esseri umani. Questo «mercato» terribile è cresciuto a tal punto che ormai è in gran parte controllato dai cartelli del narcotraffico e soprattutto dai Los Zetas, il più spietato tra questi network criminali fondato da alcuni ex appartenenti ai corpi speciali dell esercito messicano. Quanto alle proporzioni economiche di tutto ciò, si possono comprendere citando i dati di un indagine svolta alla fine del 2009 dalla Comisión Nacional de los Derechos Humanos messicana: in soli sei mesi Los Zetas avevano ottenuto oltre 25 milioni di dollari dai migranti che avevano sequestrato o taglieggiato in vario modo. Stiamo parlando di un vero impero economico che offre profitti altissimi a fronte di quasi nessun rischio, visto che questi immigrati senza documenti non denunciano quasi mai i loro aguzzini. A partire dagli anni Novanta, le autorità statunitensi hanno cominciato a costruire quel «muro» che oggi separa gli Usa dal Messico. Con Barack Obama è cambiato qualcosa? Intanto va detto come sia assurdo pensare che un muro, per quanto alto e consistente sia, possa dissuadere davvero chi ha già subito ogni sorta di violenza nell attraversare il Messico. L unico risultato che si è ottenuto è quello di moltiplicare i morti tra coloro che cercano di entrare illegalmente negli Usa, non certo di fermare la marea umana che arriva dal Centroamerica. Gli statunitensi non uccidono nessuno direttamente, ma il solo spazio della frontiera in cui non hanno costruito la barriera è in mezzo al deserto, senza un solo riparo né acqua; perciò lì vige una sorta di selezione maturale: chi sopravvive può entrare, gli altri ci rimettono la vita. Barack Obama aveva annunciato una grande riforma delle leggi sull immigrazione, ma c è riuscito solo in parte, anche perché ha contro una gran parte del Congresso e dell opinione pubblica: negli Stati Uniti, come credo accada anche in Europa, chi cerca di dire delle cose ragionevoli sui migranti e non parla solo di repressione è trattato come un appestato. scimento alla Restaurazione (Carocci, pp. 254, euro 19) dove, come il titolo chiarisce da subito, viene ricostruito un segmento significativo della storia del nostro Paese, dal XVI secolo, con il trapianto dell ebraismo iberico anche nella nostra Penisola, fino agli effetti di stabilizzazione e «normalizzazione» delle spinte innovative introdotte dalla lunga eco rivoluzionaria prima e napoleonica poi. L autrice insegna storia moderna all Università La Sapienza di Roma e ha alle spalle una solida esperienza pubblicistica. La lettura delle sue pagine rivela non solo la competenza nella materia ma la capacità di farla oggetto di una revisione anche di taglio metodologico. Va detto che a concorrere, in questi ultimi due decenni, ad una sistematica innovazione nello studio della storia dell ebraismo italiano, sono state anche e soprattutto le donne. Non citiamo nomi per non escludere nessuno ma rimane ferma l impressione che vi sia quanto meno una sorta di implicita alleanza tra una sensibilità di genere, traslata poi negli studi e nella ricerca, e il modo in cui l oggetto del proprio lavoro è stato integralmente riconsiderato. Entriamo quindi nel merito del lavoro medesimo. L insediamento ebraico in Italia vanta circa ventidue secoli di esistenza. Ha conosciuto profonde trasformazioni che, in età moderna, si sono riprodotte in vere e proprie cesure. La prima di esse si riconnette al ridisegno egemonico per parte spagnola che coinvolse il Mediterraneo, quando le espulsioni dalla Sicilia e dal Meridione d Italia si incrociarono con la Ernesto Milanesi R ovigo, almeno per un lungo week end, è al centro della «cultura popolare» grazie alla seconda edizione del festival di libri, musica e teatro organizzato dall associazione Liquirizia. Nel 2014 era stato un vero e proprio esperimento (riuscito a furor di presenze), ora Rovigoracconta torna a dispetto delle minori risorse, scommettendo proprio sulla vitalità della «periferia veneta» anche come crocevia di tendenze, gusti e perfino consumi diversi. La formula del festival che non può competere con i «Grandi Eventi» si traduce così nel piegare il format come una sorta di gioco in cui Rovigo si contamina e la gente che la invade scopre luoghi, note e sapori (non soltanto vegani ). Il sipario si alza venerdì 8 maggio alle ore 18 all Accademia dei Concordi: «faccia a faccia» con Massimo Fini che racconta la sua Italia controcorrente. Poi spazio al Vajont e non solo di Mauro Corona e al ventennio di Jack Frusciante con Enrico Brizzi. Alle in piazza Vittorio Emanuele concerto live di Dente. E fino a domenica un fitto programma di appuntamenti: tutto gratis a beneficio della prevedibile «carovana» di giovani, studenti e curiosi che in Polesine potranno divertirsi. «Costruire bellezza, non smettere di farlo. Ci ripetono spesso che viviamo in anni difficili e che questo tempo rallenta la nostra voglia di guardare avanti. La bellezza si costruisce insieme, gli artisti con il pubblico, e viceversa, scoprendo nuovi mondi e tenendoci stretti quelli che sono già nostri, perché è proprio attraversando mondi, come marinai folli in mezzo all oceano, senza uno straccio di bussola, che continueremo a costruire bellezza per noi e per chi abbiamo intorno, e saremo fiaccole luminose che illuminano i sentieri» sostengono i promotori di quest originale manifestazione che mette la «periferia» del Nord Est sotto i riflettori. cacciata dei marrani e dei moriscos dalla Spagna e dal Portogallo, insieme alla loro dispersione, soprattutto, per quello che ci concerne, nel Settentrione d Italia. Il secondo passaggio capitale è segnato dall introduzione e dalla diffusione del ghetto come area d obbligo residenziale per l ebraismo peninsulare, fatto che implicò, per almeno tre quarti degli interessati, il vincolo di soggiornare in luoghi prestabiliti e, soprattutto, per più aspetti isolati rispetto all ampia rete di interlocutori e relazioni che continuarono comunque a coltivare, sia pure con alterne difficoltà. Il terzo elemento, che sopravviene come esordio dell età contemporanea, è la diffusione degli statuti emancipatori e, con essi, l introduzione sistematica della cittadinanza, per gli appartenenti alle minoranze come per la maggioranza della popolazione. MEETING Al via domani l iniziativa «Rovigoracconta» Una kermesse per dare voce alle periferie del nordest Lezioni in piazza, presentazioni di libri, ma anche concerti e performance artistiche Rovigoracconta offre parole e suoni, sguardi e palcoscenici, suggestioni e dialoghi. Da Aislinn con la saga fantasy Angelize a Federico Baccomo con «Peep show»; da Massimiliano Santarossa con l apocalittico «Metropoli» a Marco Missiroli con «Atti osceni in luogo privato». In cartellone anche l islam e le donne (domenica alle ore 17 al Salone del Grano con Amina Sboui e Faria Sabahi) oil cibo fra costumeed Expo (domenica alle 11 al caffè Borsa con Antonio BellonieStefano Callegaro). Con Vito Mancuso spazio alla riflessione filosofica, mentre Alen Loreti offre la biografia e l opera di Terzani. Ancora letteratura con Carmen Pellegrino, Andrea Vitali e Vanessa Diffenbaugh. Ma Rovigoracconta propone sabato Giulio Casale al Conservatorio (ore 18.30), l aperitivo in via Cavour con Vanezze Jazz Group, l esibizione di Psycodrummers e a seguire Alessandro Haber con la musica elettronica di Alfa Romero in piazza per la rilettura di Bukowski grazie al visual ideato da Manuel Bozzi. E domenica (ore 16 Accademia dei Concordi) «Le tentazioni. Scrivere il cinema, scrivere il teatro» con il regista Tonino Zangrandi e il drammaturgo Massimo Munaro. Una segmentazione territoriale Fin qui, per molti aspetti, nulla di troppo nuovo. Una tale periodizzazione ci restituisce un principio di unitarietà per quelle dinamiche, altrimenti tra di loro molto segmentate, che rimandano agli «ebraismi» italiani. Poiché la segmentazione territoriale, che andava a sovrapporsi alla stratificazione delle origini nella composizione delle singole comunità locali, contribuì fortemente ad alimentare abitudini, condotte e modi di pensare che solo successivamente sarebbero divenuti parte di un più generale mainstream ebraico, oggi meglio conosciuto come «tradizionalismo», parola dai contenuti molto incerti, che coniuga per l appunto diversità ed eterogenità, tuttora permanenti. Su quali cose Caffiero ci offre uno sguardo inedito, o comunque nuovo? A parte il vivace enciclopedismo del testo, che intreccia una miriade di dati, di persone, di eventi e di situazioni, ingenerando così una robusta trama, dove la differenza fa premio su qualsiasi tentativo di omologazione (che fosse interno o esterno alle comunità ebraiche), l autrice ci guida, nella relazione tra dimensione locale e quadro generale, verso alcuni approdi metodologici, oltre che di contenuto, decisamente interessanti. Da un lato il libro si ispira ad una concezione della storia dove l interconnessione e la globalità sono due poli imprescindibili. Nella traiettoria dell ebraismo peninsulare sull insediamento territoriale fa premio, in una sorta di reciproca influenza, la transregionalità, la costruzione di reti di scambi e relazioni, l interazione permanente con l ambiente circostante. In altre parole, si danno confini mobili, sia all interno delle proprie comunità che rispetto alle società cristiane. L identità ebraica, in tal senso, non è quindi il prodotto di una separatezza (voluta o subita) ma di un integrazione e di un mutamento, persistenti ancorché problematici. Non è il caso di parlare di ibridazione o di meticciato ma senz altro di forme di contaminazione. La logica del network Si attenua così il paradigma periodizzante, altrimenti falsamente esclusivista e onnicomprensivo, delle persecuzioni e dello statuto di vittima, che da sé, pur raccontando di significativi aspetti del passato, non ce ne restituisce l intera trama. Mentre subentra la questione della mobilità, laddove essa è soprattutto logica di network. D altro canto, in un denso passaggio del testo, Caffiero constata che «sono i rapporti, e non la separatezza, a creare le percezioni reciproche e i discorsi degli uni sugli altri, compresi quelli negativi e detrattori, in un gioco di specchi rivelatore di diversità come pure di meccanismi mentali simili». Non di meno, se questo discorso rimanda immediatamente alla società cristiana nelle sue molteplici diramazioni e nelle sue tante trasformazioni, l altro lato sul quale il volume richiama l attenzione del lettore è il rapporto con i poteri che si sono alternati nel governo di una penisola molto frastagliata, soggetta a ripetuti cambi di «padrinaggio». Non basta, infatti, il riscontro della forza del potere temporale del papato per resocontare le dinamiche, sospese tra accondiscendenza, collusione ma anche estromissione e persecuzione, che si intrecciano in almeno tre secoli di storia. Entrano infatti in campo i due fondamentali capitali di cui gli ebraismi italiani sono andati dotandosi, con forme, modi, tempi e risultati differenziati, nel corso del tempo, tra le diverse comunità territoriali. Parliamo del capitale economico e di quello culturale. Entrambi rinviano sia ad una sfera materiale, molto concreta, diretta (nel primo caso, la capacità di condizionare certe scelte, laddove il denaro assume il valore di merce universale; nel secondo, la possibilità di costruirsi e preservare un identità a sé, non depositaria dei soli valori della maggioranza dominante, evitando così che l integrazione si trasformi in assimilazione nonché, infine, in scomparsa) ma anche simbolica, che si riproduce nel corso del tempo ed influenza la coscienza di sé degli stessi ebrei italiani. È su quest ultimo passaggio che, infatti, si apre una nuova stagione, quando, con l emancipazione giuridica e la partecipazione politica al processo risorgimentale, gli ebrei diverrano soggetti attivi nella costruzione di una identità non solo più nazionale ma anche societaria. Processo, quest ultimo, interrotto nel Siamo però in un ben altro quadro, a questo punto del discorso. Il testo di Marina Caffiero opera una valida sintesi di questo insieme di aspetti, operando una restituzione del discorso sull ebraicità italiana che ne innerva le dinamiche dentro il farsi di un Paese, il nostro, dai confini certi ma dalla sovranità debole.

14 pagina 10 il manifesto VENERDÌ 8 MAGGIO 2015 Cinema VISIONI Il film di Peter Mortimer e Nick Rosen è il titolo di punta nel concorso del Festival di Trento. Un epoca eroica e innocente raccontata dai suoi protagonisti Conquistatori dell inutile, la rivoluzione di Yosemite «Valley Uprising» è la storia nascosta della controcultura californiana, mezzo secolo di incredibili ribelli e di immense pareti di granito Giovanna Branca «C hi vorrebbe mai vedere un film sulle dighe?» si chiede Travis Rummel regista insieme a Ben Knight di DamNation, in concorso al Trento Film Festival. Gioco di parole tra «dannazione» e «il paese delle dighe» (Dam in inglese) il film indaga proprio la dibattuta presenza di queste costruzioni nel Paese che ne è tra i più ricchi al mondo, l America, e soprattutto il crescente movimento per la loro rimozione. «In un primo momento Ben ed io eravamo scettici rispetto a questo progetto, pensavamo che sarebbe stata una sfida troppo grande. Così abbiamo detto di no». Ma la proposta arrivava da due famosi ambientalisti, Yvon Chouinard e Matt Stoecker, con cui i registi avevano lavorato in precedenza. E il momento era quello giusto: a breve sarebbero state demolite due grandi dighe dello stato di Washington, sul fiume Elwha e sul Columbia, il cuore dell ecosistema dei salmoni che dal mare risalgono i fiumi per riprodursi. «Rifiutare una storia ambientalista a cui Yvon e Matt si erano così appassionati ci sembrava sbagliato - spiega Rummel - Inoltre quando abbiamo iniziato a girare, nel 2011, stava per cominciare il più grande processo di rimozione delle dighe nella storia degli Stati Uniti. Nei tre anni di lavoro abbiamo visto svariati corsi d acqua tornare alla vita davanti ai nostri occhi; così da scettici quali eravamo abbiamo iniziato a credere nel potenziale della rimozione». Matteo Bartocci L a «rivoluzione di granito» comincia negli anni 50, in quel dopoguerra in cui negli Stati uniti il gesto più rivoluzionario era comprarsi una falciaerba o una lavatrice. Già allora però ai margini della società alcuni avevano fiutato che il vero strumento rivoluzionario era il sacco a pelo. Per viaggiare e uscire dalle suburbie ordinate dell immensa provincia. E mani e piedi per andare dove nessuno era mai stato prima. Fino a quel momento l arrampicata era al massimo un attività preparatoria all alpinismo. Un allenamento per imprese più lunghe. Ma qualcosa, anche in California, stava cambiando. E da allora gli anni 50 sono noti in tutto il mondo della roccia come «l età dell oro». Valley Uprising (Sender Films 2014, scritto e diretto da Peter Mortimer e Nick Rosen) racconta questa straordinaria (e lisergica) epopea fino ai giorni nostri. Agli inizi, nell «età dell oro», si scalava piantando a martellate i chiodi nella roccia e appendendosi a scalette di fettuccia secondo i metodi sperimentati sulle Alpi. Ma il continente americano era giovane. E non aveva nulla delle ambizioni nazionalistiche europee per la conquista delle cime più alte. In California contava e conta solo l individuo. Niente bandiere da quelle parti. Puro sport. «Conquistadores dell inutile», li hanno definiti in seguito. Incontri / TRAVIS RUMMEL PARLA DI «DAMNATION», IN GARA A TRENTO La «dannazione» delle dighe, il sogno americano lungo il corso dei fiumi Utilizzate come fonti di energia idroelettrica queste monumentali creazioni dell uomo sono contestate perché distruggono l ecosistema di un fiume, e se in passato erano viste come l emblema della capacità dell uomo di piegare la natura, oggi testimoniano la fallacia di questa presunzione: hanno causato danni quasi irreparabili all ambiente, e i loro costi sono più alti di quanto non producono. «Le dighe provengono da un altro tempo, quando si perseguiva lo sviluppo e la conquista della natura a tutti i costi - dice ancora Rummel - In molti casi l impatto culturale e ambientale non veniva nemmeno preso in considerazione nella costruzione degli impianti. Dovevamo dotare il West dell elettricità e irrigare il deserto. Solo ora cominciamo ad accorgerci dei costi reali della folle corsa alle dighe nel periodo tra gli anni Quaranta e Settanta». E tuttavia la domanda che si poneva al principio Travis Rummel resta problematica: oltre a costituire un buon pamphlet ambientalista, e testimoniare un momento di passaggio, qual è l interesse di un film sulle dighe? Nel caso di DamNation, come spesso accade, la risposta è tra le righe di ciò che vediamo sullo schermo. La «corsa alle dighe» testimonia qualcosa di più recondito e profondo del rispetto per la natura o della contraddizione tra questa e la tecnologia. È l eterno riproporsi dell ossimoro al cuore dello stesso immaginario americano, quello che il western ci ha insegnato a vedere come l opposizione di Deserto e Giardino, tra civiltà e wilderness, l uomo che si fa largo nella natura selvaggia sulle ali di un «Destino Manifesto» o del sogno americano. Ma che si tratti della ferrovia che univa la costa atlantica al Pacifico, dell olio nero del Texas, delle dighe o dei trattati con gli indiani, ogni progresso del giardino nel deserto ha il suo oscuro risvolto della medaglia. Secondo Travis Rummel «è una coincidenza» che la Damnation a cui fa riferimento il titolo del suo film sia l opposto della «Deliverance», la «salvezza»- di cui parla ad esempio il film di John Boorman - da noi tradotto come Un tranquillo weekend di paura. Lì proprio la costruzione di una diga su un fiume dell Appalachia forniva il pretesto ai protagonisti per fare un ultima escursione in canoa sull acqua incontaminata, i cui mostruosi abitanti avrebbero messo a dura prova l allegra scampagnata. Le contraddizioni che John Boorman trasfigurava in una trama La valle di Yosemite riassumeva (e in parte riassume ancora oggi nonostante un boom turistico degno del Colosseo) tutto ciò che un alpinista poteva sognare: lisce pareti di granito immerse in uno scenario da cartolina. Oggi come allora il grande muro di El Capitan è alto come tre Empire State Building. E a forza di centinaia di chiodi e di metri di corda, pionieri come Royal Robbins e Warren Harding, Dean Caldwell e Yvon Chouinard, diventarono i «re» della Valle, salendo su tutte le pareti principali e definendo nuovi standard della scalata su roccia. Per loro non esisteva una tradizione. Né strumenti adeguati. Così li forgiarono con le proprie mani. Inventarono soluzioni nuove, dando vita a quella che oggi è una vera industria dell outdoor più o meno estremo. Marchi come Patagonia, North Face, Black Diamond, nascono tutti dalle scalate solitarie dei montanari emarginati di Yosemite. Nuovi tessuti e nuove leghe metalliche adeguati a imprese così estreme. Non c è discesa possibile nell alpinismo. Una volta partiti l unica via d uscita è in vetta. Un biglietto di sola andata. Quell epoca eroica e innocente si concluse nel 1970, con la conquista della parete del Dawn Wall da parte di Caldwell e Harding. Il film Valley Uprising lascia parlare i protagonisti di allora, oggi anziani, le loro facce scavate, gli occhi guizzanti che ripercorrono gioiose rivalità di gioventù, imprese immortali sul granito, l ascesa su fessure di pietra lunghe centinaia di metri. Eroi un po omerici un po ruspanti, come cowboy. Negli anni 70 l innocenza degli inizi era finita. E una nuova generazione superò i maestri. In seguito li chiamarono gli Stonemaster: Jim «the Bird» Bridwell, Ron Kauk, John Long, Dale Bard e una delle scalatrici più forti di sempre, Lynn Hill. La «controcultura» conquistò anche la valle. Con il suo tornado di libero amore e droghe di ogni genere. Non solo nei boschi ma anche sulle pareti l Lsd era uno spunto in più per «salire» a ri-trovare se stessi. A Yosemite in quegli orrorifica sono lontane eppure vicine a quelle che si intravedono appena in Dam- Nation, dove gli agguerriti sostenitori delle dighe elogiano l addomesticamento del deserto e della natura ottenuti attraverso la loro presenza, e biasimano il ritorno al passato che una demolizione comporterebbe. Rummel non la pensa così: «L era della costruzione di dighe su larga scala è decisamente alle nostre spalle, e credo che sia in corso un grande cambiamento nel modo in cui la nostra società vede la natura. La rimozione di queste opere è una grande manifestazione fisica di come è cambiato il rapporto tra uomo e ambiente: ci stiamo finalmente accorgendo della sua importanza e di quella di un ecosistema funzionante. Sono convinto che sia un passaggio generazionale: la nostra generazione e quelle future non sentono il bisogno di conquistare la natura. Il vero valore economico e spirituale sta al contrario Girato insieme a Ben Knight, il film, segue la demolizione delle grandi barriere e le battaglie ambientaliste per salvare gli ecosistemi nel preservarla e riportarla alla vita». Effettivamente, le sequenze più suggestive del documentario sono proprio quelle che ci consentono di assistere al rinascere di questa vita dove prima era scomparsa, al ritorno dei pesci e dell acqua azzurra dove prima scorreva il fango portato a galla dalle demolizioni. Ma sarebbe ingenuo pensare di aver sconfitto una contraddizione antica appunto come l America stessa, o di poter cancellare il passaggio del conquistatore. DUE IMMAGINI DA «VALLEY UPRISING». NELLA FOTO PICCOLA JIM BRIDWELL E IL PRIMO DA SINISTRA CON LA BANDANA. FOTO IN BASSO, UNA SCENA TRATTA DA «DAM NATION» 90 minuti appesi alla roccia, dall «età dell oro» degli anni 50 fino ai «base jumper» di oggi anni cadde un aereo pieno di marijuana colombiana. E gli scalatori se ne impadronirono per primi, superando i ranger. Sacchi di erba da portare a valle nella neve. Ma scesi al campo, le «canne» esplodevano: l erba era intrisa di gasolio. E così gli arrampicatori si affrettarono a smerciarla sulle due coste, autofinanziando la propria vita da homeless nella valle (all episodio si è ispirato anche Cliffhanger, un brutto film con Stallone). L asticella verticale in quegli anni si alzò fino all'impossibile. Su quelle mura si compì una rivoluzione che stupì anche gli europei più diffidenti: il free climbing. L «arrampicata libera», quella che si pratica anche oggi, che usa mani e piedi e una corda solo come sicurezza in caso di caduta. Cambiò tutto. Restare appesi a 300 metri di altezza poggiando su pochi millimetri di granito è un emozione difficilmente spiegabile a parole. Ma il film la mostra in tutto il suo sfrontato ardore visivo grazie a immagini d epoca e foto rare. All inizio degli anni 80 l arrampicata iniziò a diventare mainstream, un argomento da talk show. Si inizia ad arrampicare in artificiale, nelle palestre di plastica. E molti degli Stonemaster diventano professionisti simili agli sportivi di oggi, ricchi di sponsor e pubblicità. Eppure gli scalatori trovarono presto un nuovo limite da superare. Un limite quasi invalicabile anche oggi: il free solo. L arrampicata senza corda. Se cadi sei morto. Punto. Pochissime persone al mondo riescono ad avere la forza, l equilibrio e la concentrazione per scalare una montagna a mani nude anche per 12 ore consecutive senza nessuna possibilità di discesa o salvataggio. Paradiso o inferno sono due capolinea distanti un secondo di esitazione, una roccia più scivolosa delle altre, granelli di polvere sulle mani. Il californiano John Bachar, biondo, integro, silenzioso, un unica fibra di muscoli e testa, è stato il capostipite di questa pratica tanto pura quanto estrema. È morto a 52 anni mentre scalava senza corda, come forse avrebbe sempre voluto. Oggi il «mito» di Yosemite continua. Professionisti come Cedar Wright, Dean Potter, Alex Honnold, Kevin Jorgeson, Tommy Caldwell continuano questa stramba «corsa allo spazio». Si sono chiamati gli Stone Monkeys, sfrontato omaggio ai giganti dei 70. Speedclimbing, bouldering, varianti sempre più estreme su pendenze impossibili, in cui anche la roccia non basta più e allora bisogna mescolarla al vuoto del cielo con tute da scoiattolo volante (basejumping), lunghe corde da equilibrista da circo (slackline), o arrampicare direttamente col paracadute, senza corda, (freebase). «La gente viene nella Valle da più di mezzo secolo per affermare semplicemente una cosa: niente è impossibile se ci metti cuore, visione e passione», spiega Lynn Hill nel finale del film. «Perché alla fine non ricorderai il tempo passato in ufficio o a pettinare il giardino. Perciò scala quella maledetta montagna». Jack Kerouac.

15 VENERDÌ 8 MAGGIO 2015 il manifesto pagina 11 VISIONI GREGORY PORTER Il baritono americano, la vera rivelazione del jazz vocale americano delle ultime stagioni, è fra i protagonisti della ventesima edizione di Vicenza Jazz (8-16 maggio). Oltre a Porter nel cartellone anche Jan Garbarek con Trilok Gurtu, Paolo Fresu con Richard Galliano, Anthony Braxton con Mary Halvorson, Maria Schneider con Fabrizio Bosso, Arturo Sandoval. Info e programma: ORSON WELLES Come ottenere i finanziamenti per concludere «The other side of the wind», l opera incompiuta di Orson Welles di cui ha parlato Giulia D Agnolo? Con un colpo di teatro, il team dietro il film si è rivolto alla piattaforma Indiegogo per la campagna di crowdfunding. L'idea sarebbe di raccogliere almeno 2 milioni di dollari entro il 14 giugno. Info: JOSS WHEDON Il regista parla dell ultimo «Avengers- Age of Ultron» «In questo pianeta inquieto serve sempre un... tocco Marvel» TV Il 14 maggio su Fox il primo episodio con la star Matt Dillon Benvenuti a Waynard Pines nell incubo di Shyamalan Stefano Crippa U na campagna mediatica monstre che dura da oltre un anno - con teaser annunciati a cadenza mensile in rete così come le star messe sotto contratto. È sì perché il debutto televisivo - o meglio seriale - di M. Night Shyamalan e del protagonista - Matt Dillon - non poteva che nascere intorno a un idea forte. E Waynard Pines indubbiamento lo è sia per il fatto di essere tratto da un cult per gli appassionati di thriller paranormale - lo script si basa infatti sul best seller di Blake Crouch I misteri di Waynard Pines - sia perché l episodio pilota che viene lanciato il 14 maggio alle 21 su Fox e in contemporanea mondiale in altri 125 paesi, gioca su più piani omaggiando a più riprese Twin Peaks, con più di un riferimento alla deriva claustrofobica in cui precipita Jim Carrey in Truman Show e la catarsi di alcuni romanzi di Stephen King. Dieci episodi di una serie che si autoconclude, in cui si muovono i personaggi che popolano l immaginaria cittadina di Waynard Pines, immersa in una foresta sulle rive di un lago (le riprese sono state effettuate in Canada, nella Columbia britannica). Il prologo è la scomparsa di due agenti dell Fbi sulle cui tracce viene inviato il collega Ethan Burke (Dillon). Ma prima di arrivare sul luogo della scomparsa, viene coinvolto in un grave incidente. Si risveglierà in uno spettrale ospedale dove è unico paziente «soccorso» da un infermiera (Melissa Leo) che manifesta lo stesso spirito caritatevole di Kathy Bates in Misery non deve morire. Ma è solo l inizio dell incubo; nella misteriosa cittadina non si riesce a telefonare, UNA SCENA DI «WAYNAD PINES», A FIANCO MATT DILLON. A DESTRA TRAILER DA «AVENGERS - AGE OF ULTRON» l identità dell agente viene messa in forse e le autorità (lo sceriffo (Terrence Howard, protagonista anche in Empire) gestiscono la sicurezza in modo alquanto opinable. E soprattutto, Waynard non consente vie di fuga: è circondata da una grigia e cupa barriera elettrificata... «Ho sempre avuto paura del piccolo schermo - confessa Dillon nel corso di un incontro con la stampa Dal best seller di Blake Crouch, un mystery con molti omaggi a Lynch e a Stephen King alla vigilia del lancio della serie - perché per bene o male che sia un film ti permette di definire un personaggio, in tv non sai mai cosa si nasconda dietro l angolo». Ma questo era vero in passato, ora la serialità è sempre più strutturata quasi fosse un lungo film in cui la storia e i suoi caratteri possono crescere: «L esperienza con Shyamalan è stata importante e mi ha fatto ricredere sui pregiudizi legati alla serialità. La scrittura ti consente di dare ancora di più al personaggio, perché i suoi contorni e la sua vita crescono in parallelo al copione. E per una storia così il mezzo televisivo è quello migliore per raccontarla...». L agente Burke è un carattere complesso: «Vive sensi di colpa irrisolti - sottolinea Dillon - dopo una missione contro alcuni terroristi. Ha una moglie (Theresa Burke) che ha tradito e ora non sa se quello che sta vivendo è un incubo o realtà». Intorno personaggi borderline, la collega Kate Hewon (Carla Cugino): la reincontra nella città e la donna gli confessa di essere finita a Waynard proprio come è accaduto a lui, dopo un incidente. E mentre la moglie e il figlio adolescente si mettono sulle sue tracce, nella vita di Ethan si affaccia un altra presenza femminile Beverly (Juliette Lewis). Mistero dark e soprannaturale e in diversi frangenti parecchia ironia, è il segno distintivo di Shyamalan che, come Dillon, è sempre stato diffidente nei confronti del mezzo televisivo: «Mi è stato proposto in passato di occuparmi di serie, ma ho sempre avuto l impressione che non fosse nelle mie corde. Ma ora le cose sono cambiate completamente. C è stata un evoluzione in positivo, basti pensare a I Soprano o a Mad Men. La tv oggi è sulla bocca di tutti, è argomento di discussione. E quando la Fox mi ha chiesto di realizzare questa serie, ho pensato fosse giunto il momento. La sceneggiatura poi mi ha rassicurato del tutto». SKY «Diversamente giovani» al Bar del Barlume Tornano in tv - lunedì 11 e 18 maggio alle su Sky cinema «1 Hd i gialli di Marco Malvaldi I delitti del Barlume, fortunata saga letteraria edita da Sellerio. «Siamo veramente tornati sul luogo del delitto», spiega Nils Hartmann, direttore delle produzioni originali Sky, alla presentazione dei due film del secondo ciclo: «La tombola dei Troiai» e «La briscola in cinque». Nei panni di Massimo è ancora Filippo Timi che prova a risolvere gli omicidi che coinvolgono l'immaginaria Pineta con i suoi vecchietti (loro si definiscono «diversamente giovani») aspiranti detective. Dopo la scomparsa di Carlo Monni (Ampelio) entra nel cast Alessandro Benvenuti che interpreta Emo, ex suocero di Massimo. La regia è del pisano Roan Johnson, che nei prossimi mesi girerà altri due nuovi film della serie. «Ho cercato di restituire quel gusto scanzonato per il cazzeggio alla Amici Miei - ha detto - e in questo senso la presenza di Alessandro Benvenuti è stata come avere Pirlo a centrocampo- Le due nuove storie de I Delitti del BarLume sono state realizzate per Sky Cinema da Palomar, casa di produzione di Carlo Degli Esposti, che ha portato con successo in tv le storie di Montalbano ideate da Andrea Camilleri. Le riprese - dalla durata di otto settimane - si sono svolte fra Marciana Marina e l isola dell Elba Andrea Voglino N on ha incassato nel suo primo week end di programmazione come il primo capitolo milioni di dollari - ma anche il secondo episodio della saga Avengers, Age of Ultron, ha guadagnato qualcosa come milioni di dollari soltanto nel primo fine settimana di programmazione americano. E Variety annuncia un secondo weekend altrettanto trionfale al box office. Ne sarà felice Joss Whedon, nei giorni scorsi a Milano per le chiacchiere di rito, una conversazione che comincia proprio dalle location italiane utilizzate per le riprese di questo Avengers. Com è nata la scelta di ambientare parte del film in Val d Aosta? Solo un effetto collaterale della sua simpatia nei confronti del cinema di Sergio Leone o c è dell altro? Mai visto il forte di Bard? È una location spettacolare, per la sequenza iniziale dell assalto alla base dell Hydra avevamo vagliato diverse possibili destinazioni ma nessuna in grado di eguagliare il forte e le vicine località di Verrès e Pont Saint Martin. È stato anche un omaggio alla mia adolescenza: quand ero ragazzino mia madre ha fatto un corso d italiano a Cortona, quindi ho passato qualche settimana visitando Firenze, Roma e Orvieto insieme con mio fratello... E il film mi ha offerto un ottima scusa per tornarci. In alcune delle riprese aeree l impressione è che la troupe abbia usato dei droni. Non in Italia. Li abbiamo usati in numerose occasioni durante le sequenze in Gran Bretagna e in Corea del Sud, e ci hanno offerto la possibilità di portare sullo schermo inquadrature «impossibili» e uniche. Quando non servono a bombardare civili inermi, personalmente li trovo fantastici. Ecco un elemento di realtà che ci porta dritti al cuore del successo di «Avengers» e più in generale dei film targati Marvel. Come lo motiva? L attualità ci racconta un mondo terribilmente complicato, un mondo che quasi costringe a sognare le scorciatoie rappresentate dai super-eroi. Ma accanto a questo spunto inquietante su cui bisognerebbe riflettere a fondo, giocano altri elementi. Innanzitutto, c è il cosiddetto «tocco Marvel» quel mix di umorismo, avventura, epica tipico dei fumetti Marvel... E in cui lo humour si sposa alla perfezione con il respiro epico delle storie. O ancora, la scelta di avere sempre nuovi personaggi da proporre al pubblico. Una strategia su cui inizialmente coltivavo qualche dubbio. Ma che nel corso della lavorazione mi ha permesso di esplorare lati inediti dei personaggi. Fra gli eroi di «Age of Ultron» spicca la Vedova Nera, qui più in vista che nell «Avengers» originale, a ennesima dimostrazione della sua attrazione per i personaggi femminili. Fra tutti gli Avengers è la mia preferita. Un po per il fatto di essere l unica super-eroina senza poteri, ma anche per il suo passato oscuro nel Kgb. Studiandola a fondo, mi sono reso conto di tutto il suo potenziale inespresso e ho fatto del mio meglio per approfondirlo e bilanciarlo con un elemento romantico spero non banale. È stato un po come recitare, si è trattato di impadronirsi del personaggio e tentare di infondergli un po della mia personalità. Ora che ha concluso con la saga, avrà già cominciato a pensare ai suoiprogettiperl immediato futuro. Non so ancora se tornerò a collaborare su altri film Marvel. Prima che un regista, mi sento uno scrittore che negli ultimi anni ha spremuto all osso le stesse strade, gli stessi stilemi e le stesse strutture narrative mi piacerebbe tentare di fare qualcosa di completamente diverso. Anche se ancora non so cosa. Data la sua idiosincrasia per la Rete, che ha ormai quasi completamente abbandonato, verrebbe da escludere le attività «social» Fino a qualche tempo fa, ero un assiduo frequentatore dei social network, ma poi ho chiuso tutti i miei profili tranne quello su Twitter. Non tutto quello che c è in rete è da buttare, intendiamoci, il problema è che ci sono in giro troppi haters e troppa visceralità, roba che rovina la nostra cultura. Chiudiamo con un argomento che conosce bene: i fumetti. Hanno ispirato tanto cinema recente, ma paradossalmente sembra stiano perdendo attrattiva negli Stati uniti come altrove.. Bisogna guardare in faccia la realtà: nonostante il potenziale narrativo e i personaggi davvero interessanti, oggi i «Comic Books» non vendono più quanto un tempo. In casa Marvel, per limitare i danni, abbiamo sempre tentato di mantenere le storylines dei fumetti e quelle dei film su piani ben distinti ma la questione resta complicata. Da un punto di vista puramente egoistico, penso che sia un bel momento per essere nei miei panni, perché posso dar corpo a tutte le mie fantasie sui personaggi che ho sempre amato. D altro canto, credo che i fumetti debbano trovare il modo di reinventarsi. Superando tendenze come quella di resettare periodicamente canoni e paletti narrativi per tornare a pestare sempre la stessa acqua nel mortaio e puntando in direzioni nuove. MUSICA «Abbi cura di te» è il secondo album della cantautrice catanese a breve in tour Levante, canzoni che parlano al cuore Francesca Angeleri A bbi cura di te. È una bella frase. Ci sta dietro un mondo. Un mondo di una giovane donna piena di talento e di forza di carattere che ha saputo prendere le sue paure e le sue perdite, passarci attraverso, lasciarsene martoriare, ed infine usarle, per fare quello che meglio sa fare: cantare. Questa giovane e bella donna è Levante, vero nome Claudia Lagona, nata a Catania, città che ancora oggi ama pazzamente ma sostituisce con una più fredda, solo meteorologicamente, Torino. Abbi cura di te è il titolo del suo secondo nuovo, ottimo, album dopo la precedente rivelazione Manuale Distruzione. È una frase forte se detta da una di quelle persone che rappresentano dei punti di riferimento, volti, cui ripensi nei momenti in cui hai necessità di linfa cui attingere, perché non importa quanto tu possa essere brava e neppure quanto le cose possano andare bene o male. Nella vita tutto è relativo. E sono quei volti che, tornandoti in mente, ti stringono forte la mano e il cuore e ti aiutano a superare l empasse. E vai avanti. «Me lo disse la mia vecchia insegnante di canto. Era il periodo in cui lavoravo su Manuale Distruzione e non stavo per niente bene. E mi disse questa frase. Mi rimase nel cuore. E poi me la tatuai sul polso, per ricordarmelo sempre. Sono una persona piena di difetti e a tratti parecchio autodistruttiva. A volte la sofferenza che ci invade è così potente e così tanto il tempo investito a rimuginare sulle cose negative che bisogna imporsi: adesso basta! È arrivato il momento di stare bene». Abbi cura di te è il risultato di questo processo. Un disco di cui Claudia è orgogliosa e soddisfatta dall inizio alla fine. È stato scritto velocemente, durante il 2014, sull onda buena del tour di Manuale Distruzione. Frutto di un periodo bellissimo, il momento della raccolta. Dopo aver tanto seminato, senza compromessi, niente talent per la precisione «è una diatriba aperta, nel senso che non ho niente contro lo show in generale ma non trovo giusto che ci sia solo quella come possibilità per chi vuole fare questo lavoro» l anno scorso il fenomeno Levante scoppia. E vola. Anche oltre oceano. Qualche settimana fa ha partecipato ad Austin al Festival South by SouthWest per poi andare a Los Angeles e New York. «È stata un emozione grandissima trovarsi su un palco nella grande mela con sotto di te un sacco di gente che urla Che vita di merda. Ascoltare gli americani che cantano in italiano è la prova che in quel momento è solo il potere della musica, puro, in atto. Di tutti i sogni che potevo sognare questo è stato il più grande». Questo disco rappresenta la sua maturazione artistica e non lascia l amaro in bocca, anzi. Superate le nubi del potere negativo interiore, anche giovanilista in un certo senso, libera le energie. Le 12 tracce portano questo messaggio «è stato scritto in un momento in cui la vita mi stava sorridendo e lo rispecchia in pieno! Parlo la lingua del cuore perché racconto le cose reali che mi accadono». L album è edito da Carosello ma la produzione artistica è sempre riservata a INRI, la squadra di lavoro che l accompagna dall inizio. L Abbi Cura di Te tour «un po uno scioglilingua» partirà il 7 giugno. Prima molti showcase, tutti gli appuntamenti saranno riportate su Facebook.

16 pagina 12 il manifesto VENERDÌ 8 MAGGIO 2015 L ULTIMA La Russia celebra i 70 anni di liberazione, grazie all Armata rossa, dal nazi fascimo in Europa. Domani la parata commemorativa a Mosca. Ma i leader occidentali di Usa, Germania, Gran Bretagna e Francia disertano l appuntamento. Per Gorbaciov, si tratta di un «segno di disprezzo verso chi ha sofferto ingenti perdite per sconfiggere la peste nera del nazismo» La guerra ERA FINITA anniversario Fabrizio Poggi I l 9 febbraio 1946, nove mesi dopo la fine della Seconda guerra mondiale, Josif Stalin ricordava come quella fosse «stata la più crudele di tutte le guerre combattute nel corso della storia della nostra patria». Ma, aggiungeva, non era «stata soltanto una maledizione. Essa è stata anche una grande scuola», che «ha sottoposto a una specie di esame il nostro regime sovietico, il nostro Stato, il nostro governo, il nostro partito comunista» dimostrando la loro «piena vitalità». La guerra si era conclusa con la capitolazione senza condizioni della Germania hitleriana, sottoscritta alla mezzanotte dell 8 maggio Settant anni dopo non ci sono più né regime sovietico, né Stato plurinazionale, né partito comunista al governo. Ma la Russia di Vladimir Putin celebra ancora quella «storica vittoria». La Russia del Partito del Presidente e degli oligarchi (apparentemente) privati dello strapotere politico acquisito nell era Eltsin, sembra non aver bisogno di operare le drastiche scelte di ottant anni fa - industria pesante o leggera? - in economia; ma, domani, si appresta a dare sulla Piazza Rossa una dimostrazione di come la sua industria e le sue Forze armate si siano lasciate alle spalle lo sgretolamento degli anni 90. Carri armati e blindati da trasporto truppe considerati i più avanzati a livello mondiale, missili da difesa costiera, MOSCA, PROVE DELLA PARATA DEL 9 MAGGIO. SOTTO, MILIZIANO UCRAINO DI PRAVI SEKTOR /LAPRESSE Così schierandosi accanto al governo golpista che è al potere da poco più di un anno in quel Paese, dove, sempre nel mese di maggio lo scorso anno si consumò uno degli episodi più atroci seguiti al colpo di Stato: la strage di Odessa, i cui autori, essendo al governo, ovviamente non sono mai stati perseguiti. La grande parata celebrativa che si tiene a Mosca ogni anno il 9 maggio quest anno non vedrà la presenza di Obama, Merkel, Cameron, Hollande Giustamente, potremmo aggiungere: sono loro i principali responsabili della condizione endemica di conflittualità internazionale, e, in particolare, coloro che stanno tentando nuovamente di realizzare l accerchiamento della Russia, la cui potenza evidentemente comincia a impensierire gli Stati uniti e i suoi servi-alleati. Sono loro che hanno favorito prima, sostenuto poi, il golpe ucraino, portando al potere un loro uomo, con il sostegno attivo di gruppi neonazisti. Curiosamente (ma nemmeno troppo) a Mosca andrà Alexis Tsipras, in omaggio al sostegno che la Russia sta dando alla Grecia, mentre l Unione Europea tenta di strangolarne l economia, per piegarne le scelte politiche ai dettami del Fmi e sodali; ma la presenza di Tsipras alla parata moscovita sottolinea altresì l accordo russo alla richiesta dei danni di guerra presentata dal governo greco alla Germania, che non può «dimenticare» quello che Wehrmacht e SS fecero al popolo greco. L Europa si presenta, dunque, più frammentata e divisa che mai all appuntamento dell 8/9 maggio In un convegno tenutosi a Varsavia pochi giorni fa, precisamente sul tema della Seconda guerra mondiale e le memorie dell Europa, anche tra gli studiosi partecipanti sono emerse le fratture, che il tempo non può sanare. Le memorie dell Europa sono e restano divise: e non potrebbe essere diversamente, tanto più in un clima politico che ancora papa Francesco, inascoltato, aveva già mesi or sono definito come preparatorio a una Terza guerra mondiale. E l Unione europea non sembra affatto indirizzata a costruire un tessuto politico comune: il 9 maggio per Bruxelles è la festa dell Europa, con riferimento alla dichiarazione di Schumann del 1950, «casualmente», data della vittoria sovietica contro il artiglieria semovente, bombardieri strategici, elicotteri d assalto, sistemi di puntamento sfileranno sulla Piazza Rossa insieme a soldati e a un migliaio di militari stranieri, in rappresentanza della coalizione antihitleriana. E la rappresentanza degli alleati si limiterà a questo. Perché alla settantina di inviti spediti da Mosca a capi di Stato e di governo per assistere alla parata della Vittoria di quest anno, la maggioranza dei leader di Europa occidentale, Usa, Canada, Australia, insieme a gran parte degli odierni «satelliti» Nato in Europa, ha risposto picche. «Mancanza di rispetto verso i vincitori del fascismo» ha detto ieri l ex Presidente dell Urss Mikhail Gorbaciov; gli Russia «solidale» con Atene per la richiesta di riparazioni dei danni di guerra alla Germania CELEBRAZIONI La decisione di non andare da Putin da parte di molti leader europei, non è un invito a celebrare la pace L Ucraina frantuma la memoria d Europa DALLA PRIMA Angelo d Orsi nazismo, giorno in cui, come immortalato dalla immagine della bandiera rossa issata sul Reichstag, l Armata rossa entrò a Berlino, scrivendo la parola fine sulla catastrofica esperienza del Terzo Reich. Bizzarramente, per la prima volta, il governo della neutralissima Svizzera ha deciso di ricordare l anniversario della fine della guerra, partecipando a eventuali manifestazioni celebrative. E anche l Austria si appresta a celebrare degnamente la ricorrenza, non dimenticando evidentemente che a Vienna sta in bella vista il monumento al soldato dell Armata Rossa. Alla principale manifestazione, quella di Mosca del 9 maggio, saranno tuttavia pochi i leader europei, tra i quali il primo ministro slovacco (ma non il presidente della Repubblica, critico di Putin) e il presidente della Repubblica Ceca, e, appunto, il primo ministro ellenico Tsipras. Intanto la Polonia dal canto suo, animata da un diffuso odio antirusso, ha cercato di impedire, contro ogni diritto internazionale, l ingresso sul proprio territorio, dei motociclisti russi (i «lupi notturni») diretti a Berlino per il 9 maggio, per rendere omaggio ai compatrioti caduti nella guerra contro la croce uncinata. E il governo ucraino si è spinto molto più in là, decidendo di commemorare e onorare, alla memoria, tanto i caduti contro il nazismo, quanto quelli che combattendo a fianco dell esercito tedesco, o in esso inquadrati, si erano battuti contro la Russia. Insomma, la carta d Europa appare in movimento, e il 70 della fine del più grande, devastante conflitto militare della storia, non si presenta come occasione per celebrare la pace, con un rinnovato impegno a ripudiare la guerra (per riprendere la bella espressione della nostra carta costituzionale), ma piuttosto come una fotografia di una nuova linea di demarcazione, dove gli attori sulla scena fanno le facce feroci, irresponsabilmente, lasciando credere di essere pronti a ricominciare il gioco della guerra, salvo farne ricadere sulla opposta squadra la responsabilità. Esattamente come accaduto nel 1914 e poi nel Tra i presenti, invece, la Grecia di Tsipras con Cuba, Cina, India, Vietnam, Sudafrica, Egitto, Cipro «Usa risolvono i propri compiti ideologici e politici: ecco come si spiega il loro rifiuto di venire a Mosca». «Ignorare questa opportunità di dimostrare la loro attitudine verso la lotta intrapresa dall'unione Sovietica contro il fascismo diventa un segno di disprezzo verso la gente che ha sofferto grandi perdite, verso lo sconfinato coraggio mostrato da questa gente nel combattere la peste nera», ha dichiarato Gorbaciov. E per quanto riguarda la Germania il Ministro degli esteri Steinmeier si è incontrato però ieri con l omologo russo Lavrov a Volgograd - Gorbaciov ha detto che la decisione di Angela Merkel di non presenziare alla parata del 9 maggio è il frutto delle pressioni di Washington. Merkel sarà comunque a Mosca il giorno successivo e, insieme a Putin, deporrà una corona alla tomba del milite ignoto. In sostanza, l anello con cui la Nato sta tentando di stringere la Russia l Ucraina ne è la punta di lancia, ma proprio ora sono in pieno svolgimento in Estonia manovre militari su vasta scala, con la partecipazione di Usa, Gran Bretagna e vari paesi Nato, nelle immediate vicinanze della frontiera russa - trova il suo complemento nel boicottaggio delle celebrazioni per il 70 della vittoria sul nazismo. Non che la cosa stupisca più di tanto, nel quasi generale appoggio occidentale a un potere golpista che a Kiev poggia sul sostegno anche di gruppi neonazisti. Se il premier ucraino Jatsenjuk dichiarava mesi fa che «l Urss aveva invaso Ucraina e Germania», oggi gli storici ucraini includono l Upa (il braccio armato del movimento di Stepan Bandera che combatté a fianco delle SS) nientemeno che nella compagine degli eserciti alleati. E il Presidente polacco Komorovskij ha dichiarato di vedere nella parata della Vittoria un simbolo di «instabilità e turbamento della pace»; gli ha replicato il vice presidente della commissione esteri della Duma, Leonid Kalashnikov: «Se non ci fossero stati i carri armati sovietici, oggi sulla carta del mondo non ci sarebbe alcuna Polonia». Se alle precedenti parate in occasione del 50 e 60 della Vittoria vennero a Mosca i leader dei principali Paesi, per domani hanno assicurato la presenza, oltre al Segretario dell Onu Ban Ki Moon, il rappresentante dell Unesco, i leader di India, Vietnam, Sudafrica, Mongolia, Egitto, Cipro, Cuba, Cina, Grecia e pochi altri. Il Presidente bielorusso Lukashenko sarà oggi a Mosca, ma domani presenzierà alla parata a Minsk. Altri leader, come il ceco Zeman, saranno a Mosca, ma non sulla Piazza Rossa. Fino a ieri era incerta la presenza di rappresentanti da Francia, Austria e, naturalmente, Italia. L invito a venire a Mosca, ha detto Sergej Lavrov, «non è una cartolina precetto del distretto militare. Se qualcuno non lo può accogliere, noi lo comprendiamo. È una grande festa del nostro popolo. Noi saremo lieti di accogliere chiunque vorrà condividere con noi tale festa»: qualunque siano le motivazioni, i pretesti, le «giustificazioni», addotte da chi non verrà a Mosca, pare comunque problematico negare l evidenza su cui poggia l orgoglio con cui ogni russo guarda alla data del 9 maggio. Per quanto fondamentale sia stato il celebratissimo D-Day, a fronteggiare i duecentomila alleati che il 6 giugno 1944 sbarcavano in Normandia, c erano una quindicina di divisioni germaniche: meno di centocinquantamila uomini. Nella sola battaglia di Kursk, nel luglio 1943, si scontrarono un milione di sovietici contro quasi altrettanti tedeschi. Nel corso di quattro anni di guerra, dall aggressione nazista del 22 giugno 1941, fino alla presa del Reichstag, il 30 aprile 1945, sul fronte orientale tedeschi e loro alleati ebbero schierate circa 230 divisioni, contro la sessantina che combattevano sul fronte occidentale. Come non comprendere la convinzione russa su chi abbia portato il peso maggiore nella sconfitta dell esercito nazista?

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