Discorso dell Ambasciatore Reinhard Schäfers

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1 Discorso dell Ambasciatore Reinhard Schäfers Il Presidente Federale ha deciso di conferirle, Professor Magris, la Commenda dell Ordine al Merito della Repubblica Federale di Germania. Questa decisione è per noi tutti talmente chiara e ovvia che a questa frase non dovrei aggiungere nient altro. Tale riconoscimento appare addirittura così ovvio che il Suo editore tedesco, oggi purtroppo impossibilitato a venire a Roma, ci ha scritto di avere in realtà sempre creduto che Lei lo avesse ricevuto già da tempo. Sono pertanto molto lieto che Lei oggi sia qui da noi nella Residenza, caro Professor Magris, proprio per tale motivo. Ancorché sappiamo di non farle un vero piacere con questo invito. Lei stesso infatti una volta descrisse la situazione di oggi con queste parole: Uno scrittore celebrato e festeggiato, quando viene sollecitato a parlare di sé, ha spesso un desiderio di fuggire. Il riconoscimento e l onore che vengono tributati a un individuo sono un ora di gioia ma soprattutto di malinconia, perché costringono a fare un bilancio della propria vita... Lo posso ben capire! Una mia difficoltà oggi è dovuta al fatto che così tante donne e uomini importanti hanno cantato le Sue lodi che si corre il rischio di ripetere quanto è ormai fin troppo noto. In particolare Karl Schlögel, nella laudatio pronunciata nel 2009 in occasione del conferimento del Premio per la Pace degli Editori e Librai tedeschi a Francoforte sul Meno, descrisse in modo ineguagliabile il Suo ruolo di scopritore e geografo dell altra Europa, dell Europa centrale e orientale. Le Sue produzioni letterarie, dalla tesi di laurea sul mito asburgico nella letteratura austriaca

2 4 al Suo libro su Trieste e alla Sua grande opera sul Danubio, per citarne soltanto alcune, sono celebri e non è necessario ripeterle in questa sede. Oggi tuttavia, a seguito della crisi di fiducia e orientamento che sta attraversando l Unione europea, queste opere, divenute ormai da tempo dei classici, acquistano un importanza nuova e attuale. La storia di Trieste è una lezione sulle modalità di una convivenza riuscita in Europa. Se osserviamo, guidati da Claudio Magris, come a Trieste tedeschi, sloveni, austriaci e croati, cattolici ed ebrei nonché tutti gli altri abbiano vissuto insieme o fianco a fianco, se osserviamo come il tentativo di una delle parti di avere il predominio e di emarginare le altre abbia condotto sempre ad un impoverimento sia intellettuale che economico, se osserviamo come proprio la realizzazione di determinate aspirazioni nazionali abbia portato rapidamente al disincanto e come le vittorie abbiano solitamente spinto il vincitore nell isolamento, possiamo trarre alcune conclusioni per la nostra situazione odierna: 1. L Europa esiste da molto tempo, anche se a lungo non ha avuto istituzioni e trattati europei. Non dobbiamo pertanto volerla reinventare di continuo. Non dobbiamo nemmeno andare freneticamente alla ricerca di un identità. Una ricerca di identità troppo ansiosa porta troppo facilmente al mito e alla fossilizzazione, come dimostra il Professor Magris. 2. In Europa siamo diversi e possiamo anche continuare ad esserlo. È proprio la convivenza di culture diverse che sembra aver fatto un

3 5 tempo di Trieste una delle capitali letterarie della Mitteleuropa. Il consiglio del Professor Magris è di aprirsi all Altro senza perdere se stessi. 3. Sono proprio gli sviluppi più importanti che evidentemente ci sfuggono di mano: così come a Trieste le sedimentazioni del passato asburgico costituirono il terreno fertile che un tempo alimentò la letteratura triestina, anche dalle crisi dei nostri tempi può svilupparsi inaspettatamente qualcosa di nuovo. Lo stesso accade nella medicina: la crisi è il presupposto per la guarigione. Oltre al grande letterato, oggi onoriamo anche il commentatore politico Claudio Magris. Sono vastissime le tematiche e le occasioni in cui interviene. Tratta di pedagogia, di coraggio civile, di lotta contro l ipocrisia e ripetutamente del rapporto con la stupidità del male, con l idiozia della violenza che non ha scuse e che non può assolutamente indurre ad una reazione esagerata, se ad esempio è in gioco la dignità umana del criminale. Il tono di fondo che permea gli articoli di Magris è quello che noi tedeschi definiamo il gesunder Menschenverstand (il buon senso): Magris ci mostra quello che già sappiamo, quello che è giusto e sbagliato, buono e cattivo. Egli rifiuta ogni tipo di esagerazione, proprio anche quelle a fin di bene. Un saggio consiglio, così mi sembra, a tutti i commentatori di ogni provenienza in questa situazione di crisi europea. Claudio Magris è di un epoca, se mi è concesso dirlo, als das Lesen noch geholfen hat, ( in cui leggere ancora serviva ). Le sue asserzioni attingono sempre a conoscenze derivanti dalle sue letture e l intera letteratura mondiale è a sua dispo-

4 6 sizione come riferimento alle tematiche più attuali. Leggere serve a sopravvivere: Un libro ci aiuta a non essere soli col disordine che ci consuma E - per questo noi tedeschi gli siamo particolarmente grati - molto molto spesso, di fatto sempre, sono proprio gli spunti tratti dalla letteratura, dalla storia e dalla filosofia tedesca a costituire il punto di partenza, di arrivo o il momento di tensione delle sue riflessioni. Il lavoro di spiegare e mediare tra le culture e le lingue è tornato oggi a rivestire un importanza di primo piano. Mi chiedo: in fondo che cosa sappiamo veramente in Europa gli uni degli altri a sessant anni dal Piano Schuman? Io stesso, essendomi recentemente trasferito da Parigi a Roma, ho potuto constatare di persona come la mia immagine dell Italia, fatta di preconcetti, cliché e vecchie esperienze, ora stia cambiando quotidianamente e acquistando spessore. Ma quanta sensibilità linguistica, quanto impegno e tempo sono necessari per addentrarsi nella vita intellettuale di un altro Paese, di un altro popolo, affinché si possa parlare anche solo di un principio di comprensione! Claudio Magris per noi tedeschi rappresenta un doppio colpo di fortuna: i suoi scritti e saggi spiegano la Germania ai suoi lettori italiani, il che è già abbastanza difficile, ma d altra parte anche noi tedeschi ci rispecchiamo e riconosciamo in essi. Abbiamo la sensazione che Magris ci conosca meglio di noi stessi. Nell occhio dell Altro riconosciamo ciò che siamo. Professore Claudio Magris, alla fine del Suo saggio su La Politica Non Pop di Angela Merkel, in cui Lei loda come virtù la sobrietà e la razionalità tedesche ( più formica che cicala ), azzarda perfino una

5 7 sorprendente dichiarazione d amore in forma interrogativa, con tutte le cautele, le critiche e le riserve del caso, chiedendosi se si può forse tornare a dire la Germania che amiamo (richiamandosi alle parole di Benedetto Croce all indomani della seconda guerra mondiale la Germania che abbiamo amata ). Penso che i cinquant anni di lavoro da Lei dedicati alla Germania possiamo ben definirli utilizzando la grande parola amore, tuttavia: un amore critico, una passione che come ogni vera passione rende più acuto e più severo lo sguardo nei confronti di ciò che si ama. Con queste parole nel 1981 Lei descrisse l atteggiamento di Theodor Fontane nei confronti della Prussia. E benché ora siamo giunti senza accorgercene dagli Asburgo alla Prussia credo che con queste parole su Fontane Lei descriva anche se stesso. Illustre Professor Magris, spero di essermi espresso in modo comprensibile: noi Le siamo grati di cuore per la passione verso il nostro Paese e la nostra letteratura che ha pervaso tutta la Sua vita. Che Lei non possa fare a meno di esternare questa Sua passione ci rende ancora più felici. Oggi in Italia non abbiamo un miglior conoscitore del nostro Paese, della nostra lingua e cultura di Lei, un amico migliore di Lei è impensabile. Caro Professor Magris, alle parole voglio ora far seguire i fatti e procedo quindi alla lettura del diploma di conferimento.

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7 Discorso del Professore Claudio Magris Questo riconoscimento mi tocca in modo particolare così come le parole generose con cui mi è stato consegnato mi hanno toccato profondamente, perché hanno colto con vera affinità elettiva di sentire alcune mie corde essenziali perché è il riconoscimento di un Paese che da una parte non è il mio, dato che sono italiano, e che quindi ha tutto il fascino insito nell attenzione che ci arriva dall altro, ma da un Paese che, in un certo senso, è anche quasi il mio. Non spetta a me dire se lo merito o no, ma certamente viene da un Paese in cui mi sento a casa, che non è semplicemente uno degli altri Paesi non certo meno degni dell Italia o della Germania ma è un Paese che fa parte della mia vita, che mi ha fatto crescere, in cui ho anche le mie o almeno molte delle mie radici culturali. Me ne accorgo anche da piccole cose. Quando scrivo un libro, chiaramente sono contento se le reazioni sono positive, ma quelle che provengono dalla Germania mi toccano più da vicino, mi allietano o mi feriscono di più, a seconda dei casi. Ricordo che nel 1956 io avevo diciassette anni giravo a piedi per l Abruzzo e una volta in un paesino allora si vedevano pochi forestieri in quei paesini di montagna si era formato un capannello di persone incuriosite, che volevano sapere chi fosse quel giovanotto arrivato. Ho sentito qualcuno che diceva: Deve essere un tedesco dell alta Italia. Chissà, forse in fondo non aveva tutti i torti. Da dove viene questo mio legame con la Germania, tutto quello che ho avuto e ricevuto fino a questa giornata di oggi, per me così significativa? Certamente, come è stato ricordato dall Ambasciatore, molto è dovuto alla mia appartenenza triestina. Io ho avuto la grande fortuna di conoscere alcuni dei sopravvissuti di quella grande generazione triestina precedente alla Prima guerra mondiale, alcuni di quei grandi irredentisti che spesso, come Slataper, avevano nomi non italiani. Sono stato molto amico di Marin, di Devescovi, che

8 10 erano imbevuti di una profonda cultura tedesca. Non austriaca, tedesca. Penso a Guido Devescovi, autore di uno dei primi saggi sul Doktor Faustus, che piacque tanto a Thomas Mann. In qualche modo mi colpiva una cultura che, in loro, si mescolava con la vita, con le contraddizioni e le passioni della vita. Si trattava di un interesse che non nasceva in modo scolastico, ma per ragioni vitali. Poi c erano anche alcuni pochi compagni di scuola, nella cui biblioteca di casa c erano altri classici, non italiani ma tedeschi. E dunque mi arrivavano, come da piccoli rivoli, molti elementi della cultura tedesca e della sua letteratura. Ciò non vuol dire che la letteratura tedesca mi affascinasse più di quella russa o di quella francese o italiana, ma in qualche modo la letteratura tedesca era insieme altra e molto vicina. Poi c è stata l importante esperienza della lingua. Ho cominciato a studiare tedesco quando avevo undici anni e ho avuto la fortuna di avere uno straordinario professore di tedesco, per certi versi criticabile ma bizzarro, geniale, cui molti di noi devono molto. Chi nasce o cresce monolingue identifica il mondo con la realtà: un bicchiere è un bicchiere, strano che altri lo possano chiamare in modo diverso, si pensa. Poi ci si accorge che le cose possono avere diversi nomi, che dicono la stessa cosa ma non proprio la stessa, perché la rendono in qualche modo diversa. E a poco a poco soprattutto grazie anche alla lirica, che questo esigente professore ci faceva leggere ecco che, ad esempio, per me da allora gli occhi azzurri non sono tanto azzurri quanto piuttosto blau; si impara o meglio si assorbe - anche inconsciamente - che le parole sono anche, in certi casi soprattutto, musica. Inoltre dovevamo - non si dimentichi che avevamo dodicitredici anni leggere dei giornali, ad esempio la Zeit, che ci raccontavano della realtà tedesca, anche quella di ogni giorno. E poi naturalmente c era la grande letteratura con cui venivamo confrontati e che non comprendeva solo classici come Goethe o Schiller ma anche altri autori. Ad esempio, a quattordici anni

9 11 quel professore ci ha fatto leggere le lettere di Lutero in cui definisce Enrico VIII in termini che qui non potrei certo riferire. Così imparavo a conoscere, a respirare quel mondo che Thomas Mann chiamava disperatamente tedesco quei grovigli di interiorità, di passione per l ordine, di vocazione al disordine che avrei incontrato più tardi in tanta grande letteratura. Poi c è stata, in questo cammino verso la Germania, l Università di Torino con un grande maestro di germanistica come Vincenti, che aveva vissuto tanti anni in Germania. Anche la frequentazione, dopo la laurea, in casa sua; sua moglie, la quale faceva parte di quella grande borghesia intellettuale ebraico-tedesca che era stata un spina dorsale della Germania e che era sopravissuta alla Shoah, aveva frequentato il George-Kreis, il circolo di Stefan George, uno dei grandi poeti del secolo; aveva conosciuto von Stauffenberg. Era sopravissuta alla Shoah, a quel culmine delle barbarie che è stata, fra le altre cose, anche un suicidio della Germania. Attraverso di lei ho conosciuto una delle componenti essenziali della grande civiltà tedesca ossia la simbiosi ebraico-tedesca, poi finita come sappiamo, che aveva costituito il nerbo della grande cultura tedesca. Ad esempio mi raccontava della passione patriottica della sua famiglia. Quando suo fratello, più anziano di lei, che era andato in guerra nel primo conflitto mondiale, nel 18 era tornato a casa in licenza, aveva detto al padre che la partita era persa e che la Germania avrebbe perso presto la guerra. Il padre, indignato, gli rispose: Come puoi credere che Hindenburg possa essere battuto? e per qualche giorno non volle parlare con lui, accusandolo di disfattismo. Anche qui, si trattava di respirare non solo un atmosfera culturale, ma anche un atmosfera umana in generale e di conoscere dunque non solo la letteratura tedesca, ma la Germania. Certamente è necessario leggere Stefan George,

10 12 e io l ho fatto con passione, ma conoscere persone che avevano frequentato gli ambienti in cui egli era vissuto, apprendere le storie del suo mondo, insomma accostarsi alla vita quotidiana legata a quelle grandi opere era un modo, una chiave per entrare nella cultura e nella realtà tedesca. E per questo che ho con la letteratura tedesca un rapporto che non ho con le altre grandi letterature, le quali certamente non sono meno grandi e non significano meno nella mia formazione, ma che non vivo in questo loro rapporto diretto con la realtà in cui sono nate. Un grande germanista e filosofo triestino, Carlo Antoni, parlava del pathos che c è nella parola Kultur ; pathos di una cultura intesa come tentativo di cogliere le categorie fondamentali per capire la storia e soprattutto per capire la vita vera e le possibilità di vita vera. C è un genere letterario tipicamente tedesco che mi ha segnato profondamente ed è il Bildungsroman, il romanzo di formazione, un genere nato nell età di Goethe e di Hegel e che affronta uno dei problemi fondamentali della civiltà moderna e contemporanea, essenziali ancora oggi, ossia la domanda se - in un mondo che stava già allora diventando sempre più complesso e sempre più difficile da vivere direttamente per il singolo individuo, processo che nei decenni successivi si è accentuato e sta ancora accentuandosi l individuo può inserirsi attivamente nel suo meccanismo, divenendo un utile componente di tale meccanismo (della prosa del mondo, come diceva Hegel) conservando la propria personalità, i propri valori, la propria individualità, oppure invece se egli, per diventare un elemento positivo in questo grande ingranaggio deve amputarsi di una buona parte della sua individualità, di molti suoi sentimenti e passioni, dei sogni che ha nel cuore. Questa domanda continuerà a suonare nei decenni successivi riemerge, ad esempio, anche se in forma semplificata, nell uomo a una dimensione di Marcuse.

11 13 Sono stato profondamente influenzato da tanti aspetti delle letteratura tedesca, che qui non posso nemmeno elencare, e che vanno dalla lirica romantica al grande romanzo novecentesco, dai grandi autori teatrali alla grande saggistica. Un profondo influsso, sul mio modo di pensare e di sentire, l ha avuto quella grande cultura tedesca tra fine 800 e inizi 900 (penso a Max Weber, a Simmel e ad altri) che, analizzando anche problemi sociologici (la burocrazia, il denaro), si è cimentata con le domande ultime sul senso della vita e dell uomo, sulla possibilità o meno di vivere una vita vera, una vita autentica. Si tratta di problemi centrali della modernità che la cultura tedesca non è certo stata l unica ad affrontare ma ha vissuto con particolare intensità, nel suo nesso strettissimo tra filosofia (intesa come domande sul senso del vivere) e letteratura (intesa come capacità di calare queste domande nella vita concreta dell individuo). Nel mio noviziato ci sono stati anche altri momenti, a parte il Goethe- Institut, di cui frequentavo ogni anno l ultimo corso, la Oberstufe 2, quando frequentavo l Università di Torino. Ero un po il beniamino dell istituto e molto spesso ricevevo piccole borse di studio che mi permettevano soggiorni in Germania. Varie città tedesche sono diventate così città della mia vita. Tübingen, ad esempio, dove ho anche recitato avevo ventun anni - in Mittelhochdeutsch (medio alto tedesco), in un dramma di Hans Sachs, nel quale facevo la parte di un contadino sciocco a cui i ladri rubano tutto e che poi regala ai ladri anche il suo cavallo. A dire il vero ho recitato perché nella compagnia di studenti c era anche una bellissima ragazza danese e io speravo, in questo modo, di avere qualche chance maggiore, ma purtroppo le cose non sono andate così. Parecchi anni dopo lei si è pentita, ma era troppo tardi A dire il vero, questa esperienza non ha nulla a che fare con la passione per il teatro che ho avuto in seguito e che mi ha portato anche a tradurre molti grandi testi teatrali tedeschi, di Kleist, Büchner, Grillparzer ed altri.

12 14 Nei confronti della Germania c è soprattutto c era anni fa, anche fra i germanisti - una sorta di complesso, una riserva aprioristica nei confronti della Germania, quasi un mettere le mani avanti a scusarsi di occuparsi di un paese sul quale era doveroso avere molte riserve. Non ho mai condiviso questo atteggiamento e non perché non abbia voluto condividerlo, ma semplicemente perché non ho avuto questo sentimento. Certamente è giusto avere delle riserve verso ogni paese, a cominciare dal proprio, e certamente nella storia tedesca vi sono anche pagine orribili, come la pagina forse più infame della storia del mondo scritta con la Shoah, sulla quale il giudizio deve essere, ovviamente, durissimo e sempre vigile. Ma tutto ciò non giustifica altri pregiudizi che pesano sulla Germania, così come pregiudizi d altro genere pesano su altri Paesi e altre culture. Si pensi ad esempio all iniqua e ingiusta pace cartaginese, come l ha definita Massimo Salvadori, imposta alla Germania con il trattato di Versailles, attribuendo alla Germania la responsabilità della Prima guerra mondiale, cosa assolutamente falsa, perché di questa inutile strage e di questo suicidio d Europa, come allora Benedetto XV aveva definito la Prima guerra mondiale, sono stati egualmente colpevoli tutti e la Germania non era né migliore né peggiore dell Inghilterra o della Francia. Probabilmente, rispetto all Inghilterra, era ad esempio un po meno avanzata sul piano del liberalismo parlamentare, ma certamente più avanzata sul piano della tutela sociale. Come ogni male, anche questa ingiustizia della pace di Versailles è stata stupida, perché ha contribuito all ascesa dell efferata tirannide nazista. Poi ci sono state molte altre tappe, molte altre dimore della mia vita tedesca. Anzitutto Freiburg in Breisgau, nella Foresta Nera, dove ho passato, grazie a una borsa di studio, tre semestri indimenticabili. Sia perché l Università di Freiburg era estremamente viva e culturalmente ricca, c erano molti maestri di cui seguivo le lezioni, ad esempio ma è uno solo fra i tanti Walter Rehm sia

13 15 perché c era tutto un ambiente culturale assai vivo. Poco lontano, nella Foresta Nera, c era la famosa Hütte, che evoca i nomi di Heidegger, Celan, cui era vicino un altro professore che seguivo all università, Gerhard Baumann. Ma soprattutto c era la locanda dove ho abitato, il Goldener Anker, gestito da tre generazione femminili, la nonna, la Omali, la madre, Pauline, e la figlia Angelika, col fratello Friedrich. Normalmente, era solo una locanda dove si andava a mangiare e a bere, non un albergo, ma c era un unica stanza, che in genere non affittavano, ma a me sì. Ho abitato per quasi due anni, e, a parte lo studio, sono entrato nella vera e propria vita tedesca. Non era un luogo per turisti; era frequentato soprattutto dalla gente del quartiere Uhlandstrasse 13 in genere artigiani, con i quali la sera chiacchieravo e giocavo a carte. Ogni tanto, quando nel quartiere c era un matrimonio, mi si chiedeva di fare da testimone, evidentemente avere un testimone proveniente da un altro paese dava un aura di prestigio alle nozze del rione. Il Goldener Anker è stato per me una vera Alma Mater, come le Università di Torino e di Trieste; quella famiglia la considero un po mia. Quando sono ritornato in Italia, ho portato con me la chiave del locale e, almeno una volta all anno, capitavo d improvviso, magari a mezzanotte, entravo nel locale, se la famiglia dormiva andavo in cucina, mi tagliavo una fetta di Speck; in genere a sentirmi era la nonna che mi diceva, vedendomi: Biste wieder da?. Quando, dopo qualche anno, mi dissero che avevano deciso di vendere il locale mi sentii spaesato, un po senzatetto, tanto che telefonai subito a Trieste, a mia moglie, dicendole: Non ci sarà più il Goldener Anker, non abbiamo più casa!. Poi ci sono state le altre città: la Berlino divisa, Francoforte, soprattutto Monaco, dove ho più volte insegnato, dove ho la mia casa editrice, Hanser. E tante altre cose ancora, per non parlare delle città, cittadine e paesi lungo le rive del Danubio. C è un altro aspetto della cultura tedesca che oggi potrebbe offrire un buon esempio da imitare, nei modi appropriati e adeguati alla situazione del

14 16 momento, nel corso della crisi economica che tutta l Europa sta vivendo. Sto parlando della tradizione del capitalismo renano o tedesco rispetto al capitalismo anglosassone. Su questo tema c è un bel libro di Michel Albert Capitalismo contro capitalismo. Il capitalismo renano è una tradizione tedesca, all interno del capitalismo, che punta a valorizzare il risparmio, a porre l accento più sulla produzione che sulla speculazione, più sulla Banca che sulla Borsa. A porre l accento piuttosto sulla durata durata e continuità di ragionevoli profitti piuttosto che avventure gigantesche e brevi, durata di rapporti fra imprese e proprietà e di rapporti fra clientela e impresa. È uno stile di vita diverso dalla corsa al profitto immediato, all instabilità dell azzardo, corsa che è anche geniale e avventurosa ma in sé, come la realtà di oggi sta dimostrando, qualcosa di pericoloso. Anche l idea dello Stato, che fin dai tempi di Bismarck non interviene in senso statalista sull economia, ma garantisce il rispetto di alcune regole fondamentali. Questo capitalismo renano è un capitalismo che ama più le regole che la deregulation. Esso implica anche l idea che correggere le disuguaglianze non sia soltanto un fatto morale, un esigenza etica di correggere l ingiustizia, ma anche garantisca una vita ordinata e un benessere generale. Una tradizione che privilegia la solidità; una mentalità in cui esiste non solo la commodity ma anche la community e in cui tra i beni c è naturalmente il lavoro, ma vi sono anche le condizioni di lavoro, le quali sono un bene, come lo stipendio che si percepisce. Come ha sottolineato efficacemente Albert, questo capitalismo renano può apparire meno affascinante - meno sexy, egli scrive - di quello anglosassone con la sua idolatria dell effimero, con la sua febbre di successo che brucia, con la sua atmosfera hollywoodiana in cui danaro ed eros trascolorano l uno nell altro. Nel suo libro, Albert paragona la rassicurante corposità del cancelliere Erhard, artefice del miracolo

15 17 economico, col suo amabile sigaro e la sua rispettabile pancia, e il fascino trasgressivo di Michael Milken, detto The King, il re americano del gioco in borsa e della speculazione finito peraltro in galera con la condanna di dieci anni. E interessante notare come, da molto tempo e per molto tempo, la cultura politica o meglio politico-filosofico italiana abbia sempre trovato i suoi riferimenti nella cultura tedesca. Il liberalismo crociano, a lungo egemone in Italia, aveva i suoi punti di riferimento nell idealismo tedesco; il marxismo così rilevante in Italia dopo la Seconda guerra mondiale si è riferito a modelli teorici tedeschi, basti pensare al grande influsso di Lukács soprattutto per quel che riguarda il profondo intreccio tra politica e letteratura. Quando la sinistra italiana è passata dal modello classico lukacsiano a modelli più sperimentali avanguardistici, ancora una volta il punto di riferimento sono stati i tedeschi, basti pensare a Brecht. Anche il pensiero contestativo, l anima della protesta sessantottesca ha avuto la sua origine in modelli culturali tedeschi, nella Scuola di Francoforte. E, ancora, la riscoperta di Nietzsche in chiave libertaria, che ha caratterizzato e continua a caratterizzare una parte della sinistra, ha trovato il proprio grande modello nella cultura tedesca. Sono infine molto grato all Ambasciatore per il suo accenno a quel mio piccolo articolo in cui tessevo le lodi del costume politico tedesco. La politica tedesca al di là delle singole prese di posizione dell uno o dell altro governo, sulle quali si può essere d accordo o in disaccordo ha mantenuto uno stile meno inquinato da quella politica pop che mescola indecentemente pubblico e privato; una politica pop che ha caratterizzato e continua a caratterizzare l Italia ed ha inquinato pure altri paesi, ad esempio la Francia, in parte la Spagna. Questo deriva forse dalla generale decadenza della borghesia. Io ho inventato una parola che purtroppo diventa sempre più valida, in Italia come in altri paesi,

16 18 anche se forse, almeno per ora, in Germania un po meno. La parola è Lumpenbourgeoisie. Marx parlava di Lumpenproletariat, proletariato pezzente, riferendosi a un sottoproletariato talmente oppresso e incapace di svilupparsi intellettualmente, culturalmente e politicamente, incapace di assumere una coscienza di sé, da essere disponibile per ogni avventura politica regressiva, per il populismo e il fascismo. Questa parola, Lump, pezzente nel senso che ho ricordato, ha una forte valenza nella tradizione socialista. Ricordo che, dopo uno dei primi delitti delle Brigate Rosse, Pertini parlò di questi pezzenti che disonorano un colore per noi sacro ; non intendeva certo riferirsi alle condizioni economiche dei terroristi, fra l altro spesso tutt altro che misere, bensì a quella degradazione mentale e ideologica. Oggi abbiamo una Lumpenbourgeoisie, una borghesia culturalmente, intellettualmente e moralmente pezzente che ha perso le grandi qualità che ne avevano fatto una vera classe dirigente, una spina dorsale del Paese. Vorrei concludere con una delle tante testimonianze di amore per la Germania, in questo caso particolarmente significativa per la persona da cui proviene, il fratello di Gershom Scholem, uno dei più grandi rappresentanti della cultura ebraica, magistrale studioso di mistica ebraica. Questo suo fratello era un patriota tedesco e, anzi, da studente era stato membro delle associazioni studentesche tinte di nazionalismo; era profondamente convinto del primato culturale e spirituale della Germania in Europa. Riuscì a sopravvivere alla Shoah e si trasferì in Israele. Un giorno, durante una conferenza stampa, un giornalista gli chiese se, dopo tutto ciò che era accaduto, dopo la spaventosa atrocità dello sterminio, era sempre convinto che alla Germania spettasse quel primato culturale in Europa. Al che egli rispose: Certo! Non penserà che basti un Hitler qualunque per farmi cambiare idee e sentimenti.

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