1. il CONCETTO di NEOLITICO

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1 1. il CONCETTO di NEOLITICO 1.1 Il Neolitico come entità tassonomica All inizio del XIX secolo la periodizzazione della Preistoria si basava sul cosiddetto sistema delle Tre Età. Messo a punto dallo studioso danese Christian Thomsen 1, esso prevedeva una successione di tappe caratterizzate rispettivamente dall uso della pietra, del bronzo e del ferro. Le scoperte dei decenni seguenti indussero l archeologo britannico Sir John Lubbock a creare un ulteriore suddivisione nell ambito dell età della Pietra. Nel suo saggio Prehistoric Times, del 1865, egli introdusse infatti per la prima volta i concetti di Paleolitico e di Neolitico 2, caratterizzando le due epoche in termini essenzialmente tecnoloci. Il Paleolitico (o età della pie- Christian Thomsen tra antica ) risultò dunque essere il periodo nel quale erano in uso strumenti in pietra scheggiata, in opposizione al Neolitico (o età della pietra recente ), durante il quale fu introdotta quella levigata. Questa divisione veniva avvalorata anche dai dati paleontologici, poiché il Paleolitico aveva conosciuto la diffusione di faune pleistoceniche (cioè dell era glaciale), poi estinte e dunque assenti nei complessi neolitici. Successivamente, grazie all opera dell archeologo australiano V. Gordon Childe, fu possibile precisare meglio i caratteri del Neolitico e comprendere appieno la sua portata innovativa, non solo dal punto di vista tecnologico (es. introduzione della pietra levigata e della ceramica) ma, soprattutto, sul piano economico (transizione da un economia parassitaria di caccia e raccolta a modalità di produzione del cibo) e sociale (processi di sedentarizzazione delle comunità e di stratificazione interna della società). 1 Il sistema delle tre età fu utilizzato dal Thomsen a partire dal 1812 per la sistemazione e l edizione delle collezioni archeologiche danesi del Museo Reale di Copenhagen e fu pubblicato nel Il termine Mesolitico è invece di origine poco più recente e il suo uso sistematico risale all inizio del XX secolo. Questo periodo andava a colmare lo iato, la cesura tra Paleolitico e Neolitico che si era precedentemente ipotizzata. 1

2 1.2 Elementi di geocronologia e paleoclimatologia: l Olocene Come si è detto in precedenza, il Neolitico ricade nell era postglaciale, definita come Olocene. Già nell Ottocento alcuni studiosi osservarono che l era del Quaternario (cioè il periodo nel quale tuttora viviamo, che si caratterizza soprattutto per la comparsa e l evoluzione del genere Homo) poteva essere divisa in due grandi periodi, con caratteri climatici e ambientali del tutto differenti: fu definito Pleistocene il periodo delle grandi glaciazioni, mentre con il termine di Olocene venne indicato il periodo post-glaciale. Gli studi successivi condotti in Europa, basati essenzialmente sulle alterazioni morfologiche determinate dall espansione dei ghiacciai alpini, permisero di riconoscere per il Pleistocene una serie di distinti episodi di raffreddamento (o periodi glaciali), che Penck e Brückner denominarono convenzionalmente Günz, Mindel, Riss e Würm 3. Questi risultavano intervallati da fasi di relativo riscaldamento (o periodi interglaciali es. Mindel/Riss, Riss/Würm). Con il progredire degli studi, e in particolare con le analisi palinologiche, è stato possibile dettagliare meglio il quadro climatico, riconoscendo nell ambito di ciascuna glaciazione un andamento intermittente tra episodi stadiali (particolarmente freddi e aridi e marcati da una preponderanza di polline non arboreo o NAP, non arboreal pollen ) e interstadiali o oscillazioni (con temperature più miti, indicate anche dalla predominanza di polline arboreo o AP, arboreal pollen ). Gli studi più recenti, basati sull analisi degli isotopi dell ossigeno in alcuni campioni prelevati da fondali oceanici o dalle calotte glaciali, hanno sostanzialmente complicato il quadro climatico del Quaternario, rilevando per gli ultimi 2 milioni di anni una successione di più di venti oscillazioni di temperatura o stadi isotopici (OIS) 4. Secondo la cronologia tradizionale l Olocene inizia nell era postglaciale, in concomitanza con il primo periodo di riscaldamento successivo all ultima glaciazione, che le datazioni radiocarboniche collocano tra e bp (before present). Alcuni studiosi hanno peraltro proposto di retrodatare l inizio di tale periodo al pri- 3 PENCK & BRÜCKNER Successivamente furono riconosciute glaciazioni più antiche, denominate Donau e Biber. 4 Questi studi si basano sulla misurazione dei rapporti percentuali tra gli isotopi 16 O e 18 O fissati nei gusci dei foraminiferi contenuti nelle colonne stratigrafiche prelevate mediante carotaggi profondi. Questo rapporto (δ 16 O/ 18 O) è un ottimo indicatore della temperatura: nei periodi interglaciali, infatti, quando per effetto del disgelo gli oceani sono più vasti (trasgressione marina), le acque contengono una grande quantità dell isotopo leggero dell ossigeno ( 16 O); viceversa, nelle fasi fredde si hanno fenomeni di regressione marina e, mentre l isotopo leggero resta intrappolato nei ghiacci, le acque si arricchiscono dell isotopo pesante 18 O. SHACKLETONE E OPDYKE

3 mo effettivo rialzo della temperatura durante la cd. oscillazione di Allerød, comprendendo dunque nell Olocene anche il successivo periodo freddo e arido denominato Dryas recente. In questo modo l inizio dell Olocene dovrebbe essere collocato tra e bp. Per convenzione si è tuttavia soliti fissare l inizio dell Olocene a 8.050±150 a.c., cioè a bp. Il rapporto δ 16 O/ 18 O in alcune carote oceaniche Variazioni di temperatura tra Pleistocene e Olocene 3

4 La fine delle glaciazioni fu marcata dallo scioglimento dei ghiacci, con una riduzione della grande calotta polare (inlandsis) e dei ghiacciai alpini, dal conseguente innalzamento del livello dei mari con arretramento della linea di costa, dall aumento delle precipitazioni. Naturalmente questi cambiamenti climatici ebbero un impatto notevole sull ecosistema, determinando l estinzione o la diversa dislocazione di alcune specie faunistiche e l introduzione di diversi paesaggi vegetazionali. La periodizzazione interna dell Olocene fu elaborata per la prima volta dal norvegese A. Blytt, che, basandosi sullo studio delle torbiere del Nord Europa, registrò l alternarsi di fasi umide (cioè di accrescimento delle torbe) e aride (indicate dalla pedogenesi della torba). Furono così individuati quattro periodi : Lo svedese R. Sernander, collaborando con il palinologo Van Post, correlò le fasi di tale sequenza con i mutamenti del livello dei mari e con quelli climatici riscontrabili mediante le analisi polliniche. zona pollinica Periodo Clima Epoca Bp IV PREBOREALE Freddo/arido Bc/ac bc a.c. V-VI BOREALE Caldo/arido bc a.c. VIIa ATLANTICO Caldo/umido bc a.c. VIIb SUB BOREALE Caldo/arido bc a.c. VIII BOREALE ATLANTICO SUB-BOREALE SUB-ATLANTICO SUB ATLANTICO Arido Umido Arido Umido Freddo/umido IX-VIII sec a.c. Da 800 a a.c. Il periodo Preboreale ( bc) si caratterizza per un clima ancora freddo e secco e la vegetazione dell Europa settentrionale

5 è caratterizzata da tundra, pino silvestre e betulla. Tra Preboreale e Boreale ( bc) la temperatura aumenta progressivamente, le calotte glaciali diminuiscono la loro ampiezza e il livello del mare si innalza 5. In questo periodo si assiste alla grande espansione del nocciolo, pianta termofila (cioè adatta a climi temperati), che migra verso nord a partire dalle aree mediterranee. Nel successivo periodo Atlantico, all interno del quale ricade il Neolitico, si instaurano condizioni climatiche calde e umide. In una prima fase (Atlantico antico, bc) si registrano ancora o- scillazioni fresche o fredde, mentre nell Atlantico recente ( bc) si affermano condizioni particolarmente propizie, che determinano il cosiddetto optimum climatico. Grazie all aumento delle precipitazioni si diffondono i boschi di latifoglie e si ha la massima diffusione del querceto misto (cioè di quell associazione formata da olmo, quercia, tiglio e ontano), nonché un innalzamento in quota dei limiti di bosco. Andamento delle temperature oloceniche (da Schönwiese 1995) Diagramma pollinico (da Van Post) 5 È probabilmente in questa fase che la zona a nord del delta del Po, ancora emersa durante il Preboreale, viene invasa dalle acque. 5

6 1.3 La Rivoluzione Neolitica Vere Gordon Childe La prima storica sintesi sulla portata delle innovazioni (tecnologiche, economiche, sociali ) che accompagnarono la comparsa dei primi agricoltori si deve all archeologo e teorico australiano V. Gordon Childe. Nato a Sidney nel 1892, professore di Archeologia a Edimburgo ( ) e poi direttore dell Institute of Archaeology dell Università di Londra (dal 1947 sino alla morte, avvenuta per suicidio quando si gettò da una scogliera nell ottobre 1957), Gordon Childe si occupò della preistoria e protostoria europea, mettendo a fuoco gli apporti delle civiltà del Vicino Oriente e del Mediterraneo che avrebbero fornito il loro contributo all alba della civiltà europea 6. Nelle sue opere individuò almeno due grandi svolte nella storia dell umanità prima della Rivoluzione Industriale: la rivoluzione neolitica, basata sull introduzione dell agricoltura, e quella urbana, che vide la nascita della città. Il progresso più evidente nel passaggio da Paleolitico e Mesolitico a Neolitico fu, secondo Gordon Childe, di natura economica: da un economia di caccia e raccolta, cioè di tipo parassitario/predatorio, si passò a un economia imperniata sulla produzione organizzata del cibo mediante coltivazione di alcune specie vegetali e domesticazione di alcuni animali. Le comunità del primo Neolitico avrebbero ricercato una maggiore garanzia di sicurezza economica sottraendo le basi del loro sostentamento alimentare al capriccio della Natura e affidandosi a una collaborazione con quest ultima, volta ad aumentare la produttività delle piante commestibili e a favorire la riproduzione degli animali. Le nuove risorse alimentari e la loro relativa sicurezza avrebbero indotto un rapido incremento demografico che, mutatis mutandis, sarebbe paragonabile solo a quello verificatosi nell Inghilterra della Rivoluzione Industriale. La pratica dell agricoltura avrebbe inoltre contribuito a radicare le comunità al territorio favorendo la sedentarietà e la costruzione di grandi villaggi, destinati a ospitare comunità piuttosto consistenti. Il termine rivoluzione adottato da Gordon Childe, nell evidenziare la carica straordinariamente innovativa e gravida di conseguenze del fenomeno, ne sottolineava la relativa rapidità di affermazione. Gli studi successivi hanno tuttavia dimostrato che queste innovazioni hanno avuto conseguenze la cui portata giustifica l idea di una vera e propria rivoluzione, benché essa non si 6 V. GORDON CHILDE 1925 (2 a ed. 1939), The Dawn of European Civilization. 6

7 sia configurata come fenomeno improvviso e inaspettato ma, piuttosto, risulti elaborata durante una lunga fase preparatoria. Appare infatti sempre più evidente che le diverse innovazioni non comparvero simultaneamente ma, piuttosto, per stadi, in una evoluzione lenta e graduale. Per questo motivo al concetto di una rivoluzione neolitica è a poco a poco subentrato quello di un lento processo di Neolitizzazione : «Nelle regioni di invenzione i diversi elementi del complesso neolitico sono stati elaborati progressivamente, gli uni dopo gli altri, nel corso di un evoluzione senza contrasti, che vede il naturale prolungarsi dei complessi culturali preesistenti. Al contrario, il termine rivoluzione può essere applicato legittimamente nelle regioni che non hanno partecipato a questo processo formativo, nelle quali il Neolitico è stato introdotto come un insieme globale, coerente e strutturato, rendendo talvolta quasi indistinguibili gli eventuali accenni di un evoluzione locale verso i nuovi modi di vita» 7. Una volta riconosciuti i tratti distintivi del periodo, la riflessione si è spostata sulle modalità di diffusione di tali caratteri da uno o più centri genetici. Questo dibattito si inseriva nel contesto delle speculazioni teoriche che hanno caratterizzato il pensiero antropologico e archeologico del XX secolo e che si sono concentrate soprattutto sull interpretazione dello sviluppo e della trasmissione culturale. 7 J. LECLERC E L. TARRÊTE 1991 (1988), Neolitico, in Dizionario di Preistoria, diretto da A. Leroi-Gourhan, Torino, Einaudi. 7

8 2. Il NEOLITICO del VICINO ORIENTE 2.1 Introduzione Nella ricostruzione di Gordon Childe la Rivoluzione Neolitica a- vrebbe visto l introduzione di una serie di innovazioni, tecnologiche e culturali, indicata spesso con l espressione di pacchetto neolitico : selezione di piante locali a ciclo annuale sino a renderle domestiche, ricavando vari tipi di orzo, frumento e lino; domesticazione di pecore, capre, bovini e suini; predisposizione di arnesi per mietere; allestimento di strutture per l immagazzinamento del raccolto e per la sua trasformazione; introduzione della ceramica; relativa stabilità dell insediamento; forme incipienti di stratificazione sociale. Secondo un modello interpretativo determinista, la maggiore complessità sociale era letta come fenomeno conseguente la sedentarietà, acquisita, a sua volta, grazie alla pratica della agricoltura. AGRICOLTURA e PASTORIZIA SEDENTARIETÀ COMPLESSITÀ SOCIALE ATTREZZATURE AGRICOLE CERAMICA Gordon Childe intuì che l epicentro della Rivoluzione Neolitica doveva essere localizzato nell Asia sudoccidentale, in un area favorita da particolari condizioni La Mezzaluna Fertile ambientali, che si estende dall Iran alla Palestina, alla Turchia meridionale (la cosiddetta Mezzaluna Fertile ); solo in un secondo momento le novità si sarebbero diffuse in Europa. 8

9 A riprova di questa interpretazione veniva indicata una serie di fattori: la mancanza di specie spontanee di frumento selvatico che potessero essere considerate antenate di quelle coltivate nel Neolitico portava a escludere che la domesticazione dei vegetali fosse avvenuta in Europa 8 ; la loro presenza nell area della Mezzaluna Fertile faceva supporre che la domesticazione dei cereali si fosse sviluppata per la prima volta nell Asia sudoccidentale; considerazioni analoghe venivano proposte per la domesticazione della capra/pecora 9 ; le più antiche attestazioni di pratiche agricole, risalenti al Preboreale e al Boreale (cioè a periodi in cui l Europa era ancora caratterizzata dai complessi mesolitici) erano localizzate in Asia sudoccidentale (es. Gerico I e II). In assenza di pratiche di irrigazione, i terreni esaurivano presto il loro potenziale, costringendo così le prime comunità di contadini a forme di agricoltura mobile e alla continua ricerca di suoli vergini da dissodare. Proprio questo fattore avrebbe contribuito alla diffusione del Neolitico in aree diverse. Lo spostamento delle comunità non fu l unico dei modelli invocati per spiegare l origine dell agricoltura in Europa, per la quale l Autore non escluse l ipotesi dell adozione da parte di ex cacciatori/raccoglitori convertitisi a una forma economica più vantaggiosa 10. Le ipotesi di Gordon Childe furono messe alla prova nel secondo dopoguerra mediante una serie di spedizioni e di ricerche multidisciplinari, che coinvolsero diverse aree della Mezzaluna fertile, dalle pendici dei Monti Zagros a quelle dei Monti Tauri, alla costa mediterranea: R. J. Braidwood condusse le sue ricerche in Iraq, F. Hole in Iran, K. Kenyon e J. Perrot in Palestina, J. Cauvin e H. de Contenson in Siria e J. Mellart in Turchia. 8 A queste conclusioni era giunto nel 1948 Robert J. Braidwood, dell Oriental Institute di Chicago. Egli ipotizzò per la prima volta che le origini dell agricoltura andassero ricercate nelle aree in cui esistevano forme selvatiche antenate delle specie coltivate (RENFREW & BAHN 1991, p. 242; BRAIDWOOD & HOWE, 1960). Solo nei Balcani meridionali esisterebbe un tipo di frumento selvatico spontaneo, antenato del Triticum monococcum, cioè del meno redditizio dei cereali, coltivato nel Neolitico solo in associazione con forme di qualità superiore (come il Triticum dicoccum e derivati, i cui antecedenti selvatici sono presenti solo nell area della Mezzaluna fertile, insieme a monococcum e a orzo selvatico). 9 La distinzione tra i due generi (Ovis e Capra) sulla base dei soli resti scheletrici che si rinvengono nei livelli archeologici è molto difficile se non impossibile: capra e pecora si differenziano infatti principalmente per il diverso numero di cromosomi, per le diverse ghiandole olfattive, per la presenza o assenza della barbetta. Per questo motivo si preferisce parlare genericamente di capra/pecora o di caprovini. 10 V. GORDON CHILDE 1957, op. cit. 9

10 L interesse per gli aspetti paleoeconomici favorì lo sviluppo di metodi di indagine sempre più sofisticati, che, per esempio, prevedevano la raccolta di resti organici (botanici e microfaunistici) mediante la flottazione 11. Il sito pluristratificato di Qualat Jarmo, nel Nord dell Iraq, fu indagato da Braidwood e da una équipe di vari specialisti (geomorfologi, palinologi, paleobotanici, archeozoologi etc.) e presto divenne uno dei principali punti di riferimento per la ricostruzione del clima, oltre che per lo studio della domesticazione delle specie vegetali e animali. Su un area di 140 x 80 m si scavò un deposito dello spessore di 7 m, formato dai resti di sedici insediamenti successivi. Negli undici livelli più antichi si trovarono in media venticinque abitazioni per ogni fase, caratterizzate da una pianta rettangolare e da strutture infossate interpretabili come silos e focolari. L assenza di suppellettili ceramiche permise di inquadrare tali livelli nel Neolitico cd. Preceramico 12. Nel frattempo nell area levantina (Libano, Siria, Israele, Giordania) venivano scoperti villaggi pre-agricoli della cultura natufiana 13 che dimostravano come la sedentarietà avesse preceduto la coltivazione e l allevamento, mentre gli scavi stratigrafici condotti da Kathleen Kenyon durante gli anni Cinquanta a Jericho (l odierna Tell Sultan, nella valle del Giordano) confermavano l esistenza di almeno due stadi neolitici caratterizzati da un economia produttiva ma privi di ceramica (Neolitico Preceramico o PPN = Pre Pottery Neolithic) 14. Ancora una volta si tratta di un sito pluristratificato, i- dentificato alla base di un tell 15, circostanza particolarmente propizia per la ricostruzione di una sequenza cronologica delle tappe che scandirono la comparsa del Neolitico. Lo studio delle sequenze stratigrafiche e le datazioni radiometriche che si andavano ottenendo per i diversi livelli indagati in vari siti del Vicino Oriente modificarono almeno in parte la ricostruzione di Gordon Childe: da un lato emergeva in modo sempre più chiaro come, in alcune aree, i diversi elementi del pacchetto neolitico fossero apparsi scaglionati gradualmente e non contemporanea- 11 Il procedimento della flottazione è finalizzato al recupero di resti organici di dimensioni molto piccole, che sfuggirebbero all occhio dello scavatore. Esso consiste nel rimescolamento in acqua di campioni di sedimento: durante l operazione i resti organici, grazie al loro basso peso specifico, galleggeranno sulla superficie dell acqua e potranno così essere schiumati mediante un setaccio a trama più o meno fitta. 12 Cfr. infra. 13 Cfr. infra. 14 Cfr. infra. 15 Il termine tell in arabo indica una collina artificiale. Si tratta di rialzi di terreno di natura antropica (determinati cioè dall uomo) caratteristici dell Asia occidentale e dell area balcanica, formatisi per la ripetuta sovrapposizione di livelli di abitato e dall accumulo del materiale di scarico e di disfacimento delle abitazioni. 10

11 mente; dall altro si osservava come la sedentarietà avesse preceduto di qualche millennio l introduzione dell agricoltura. Il quadro attuale mostra una situazione estremamente complessa, dalla quale emerge come per il Vicino Oriente sia opportuno parlare di un lento processo di Neolitizzazione, che probabilmente ha avuto più di un focolaio di origine 16, mentre solo in aree in cui il Neolitico risulta essere un fenomeno di importazione si può parlare di una vera e propria rivoluzione, con adozione contemporanea di tutte le principali novità previste dal pacchetto. Tra i vari elementi innovativi se ne sono di volta in volta selezionati alcuni, a cui è stato attribuito un particolare rilievo. Per alcuni studiosi il carattere distintivo del Neolitico consisterebbe in una serie di cambiamenti sociali e ideologici, evidenziati da nuovi rituali, oggetti rituali e dall architettura funeraria 17. Altri hanno posto l accento su caratteri tecnologici (es. comparsa di una nuova tecnologia nella lavorazione della pietra, introduzione della ceramica ). Per altri ancora si tratterebbe semplicemente di uno stadio evolutivo delle società umane. Il carattere politetico della definizione di Gordon Childe (accentuata diffusione culturale, vita sedentaria, domesticazione di piante e animali, introduzione della ceramica e della pietra levigata) la rende poco operativa; per questo motivo alcuni hanno preferito utilizzare come principale parametro indicatore della Neolitizzazione il passaggio a un economia di tipo agro-pastorale. Resta ancora irrisolta la questione in merito all esistenza di uno o più focolai di origine per questi fenomeni: il corso del Medio e Alto Eufrate deve aver giocato un ruolo importante, dal momento che in questa regione si può osservare una evoluzione graduale e senza interruzioni dalla fase più antica del Neolitico Preceramico (PPN A) sino alla comparsa della ceramica mentre, come si vedrà, la situazione nell area palestinese presenta dei momenti di cesura che lasciano spazio alle ipotesi di una diffusione di taluni elementi a partire dalle terre del Nord GUILAINE CAUVIN GUILAINE

12 2.2 Le tappe del processo di neolitizzazione Secondo una recente sintesi il processo di neolitizzazione del Vicino Oriente può essere suddiviso in sei tappe 19 : PERIODI TAPPE della NEOLITIZZAZIONE BP * BP 3b * BP * BP Comparsa della ceramica nella Mezzaluna fertile Culture aceramiche (PPN B finale) nelle zone desertiche Nomadismo agro-pastorale Diffusione verso il deserto e l Europa (mediterranea e centrale) PPNB recente Nuove specie vegetali domestiche: frumento, orzo svestito, lino Aumento demografico generalizzato Diffusione del Neolitico verso il litorale e l Anatolia occidentale PPN B medio Architetture rettangolari standardizzate Cereali e leguminose domestiche ovunque Domesticazione di capra, montone, bue, porco Diffusione del PPN B verso il Levante meridionale PPN B antico sull Eufrate Case rettangolari, nuovo armamento Agricoltura predomestica Persistenza del PPN A nel Levante meridionale 2b * BP * BP * BP PPN A: Sultaniano, Aswadiano, Mureybetiano Grandi villaggi con capanne rotonde Prime strutture rettangolari sull Eufrate Agricoltura predomestica sull Eufrate (Mureybetiano) Diffusione del Mureybetiano verso l Anatolia sudorientale KHIAMIANO Prime punte di freccia Caccia-pesca-raccolta diversificate NATUFIANO del LEVANTE Primi villaggi sedentari in fosse rotonde Strumentario microlitico Caccia-pesca-raccolta diversificate * = a. C. calibrate (da Aurenche et al. 1981) 19 AURENCHE ET AL., 1981 ; HOURS ET AL.,

13 12000 BP PLEISTOCENE OLOCENE Oscillazione di Allerød Miglioramento climatico + Dryas Recente Freddo secco Optimum climatico secco - SEDENTARIETA MANIPOLAZIONE CEREALI e LEGUMINOSE PASTORALISMO CERAMICA NATUFIANO PPN A PPN B PPN C PN A PN B Mesolitico Neolitico Preceramico Neolitico ceramico Dalle tabelle sopra proposte risulta chiaro che la prima conquista fu quella della sedentarietà, da parte delle comunità mesolitiche del Natufiano; questa fu seguita poi dalla transizione alla coltivazione delle specie vegetali e, successivamente, alla domesticazione di quelle animali nel Neolitico Preceramico. Al termine di questo processo si colloca invece l adozione della ceramica, nel Neolitico Ceramico. 13

14 2.2.1 Il Corridoio levantino tra tardo Pleistocene e primo Olocene Si è soliti indicare come Corridoio Levantino un territorio (attraversato dal fiume Giordano) che si e- stende per una lunghezza di circa 1100 Km (in senso NS) e per un ampiezza da 250 a 350 km. La topografia dell area è contraddistinta da una stretta pianura costiera, due file continue e parallele di montagne, che delimitano una rift valley, e un altopiano che digrada verso est, attraversato da corsi d acqua che presentano il medesimo orientamento. Il clima della regione è caratterizzato da una marcata stagionalità, con inverni rigidi e piovosi ed estati calde e asciutte. La posizione geografica e i caratteri climatici determinano una certa variabilità nelle associazioni vegetali e faunistiche: dalla macchia mediterranea, estremamente ricca di piante commestibili ma con una scarsa biomassa animale, a paesaggi di tipo steppico, più ricchi dal punto di vista faunistico. Tra le specie animali più diffuse si possono annoverare vari tipi di gazzella (Gazella gazella e gazella subgutturosa), il Bos primigenius, un tipo di daino (Dama mesopotamica), il capriolo (Capreolus capreolus) e il cinghiale selvatico (Sus scrofa). La capra selvatica (Capra aegagrus) è rara e occupa aree aperte, mentre lo stambecco (capra ibex) è diffuso nei paesaggi rocciosi e aridi. Il record paleoclimatico disponibile per l area permette di ricostruire una sequenza in cui si alternano fasi umide e secche: al clima freddo e arido dell ultimo massimo glaciale ( BP ca.) seguì un significativo aumento delle precipitazioni (tra e BP). In questo periodo le comunità di cacciatori/raccoglitori del cosiddetto Kebariano, che nei periodi aridi erano stanziate solo lungo la fascia costiera e nelle oasi, poterono espandere il loro territorio in aree precedentemente desertiche ora trasformate in steppe. Vari indizi (come la presenza di mortai in pietra) sembrano suggerire il trattamento di alimenti di natura vegetale e una maggiore stabilità nell insediamento. Il Dryas recente ( BP ca.) riportò condizioni di aridità, mentre all inizio dell Olocene (10300 BP ca.) si sarebbe riaffermata una certa piovosità che, tra l altro, avrebbe indotto un graduale in- 14

15 nalzamento del livello del mare e un arretramento delle linee di costa La sedentarietà e il Natufiano ( BC) La civiltà Natufiana 21, diffusa nel Corridoio Levantino tra e a.c. ( 14 C cal.), è una cultura mesolitica particolarmente evoluta che, per molti versi, preannuncia quella Capsiana che si svilupperà circa 2000 anni dopo lungo le coste del Nord Africa. Rispetto ad altre culture del Mesolitico, quella Natufiana dell area del Carmelo e della Galilea si caratterizza per la presenza di grandi villaggi di capanne rotonde o ovali con piccoli muretti di sostegno e pavimento spesso lastricato (es. Aïn Mallaha in Israele, Abu Hureyra e Tell Mureybet in Siria, Rosh Zin, Rosh Horesha). L area è geograficamente e climaticamente disomogenea e la Distribuzione dei siti natufiani (da Bar-Yosef 1998) sedentarietà natufiana sembra dettata da una particolare forma di adattamento all ambiente. Non tutti i siti si prestavano a questa forma di insediamento che, di fatto, risulta limitata solo al Levante mediterraneo e forse alla sola Galilea e all area del Carmelo. Queste aree risultano dominate da foreste di querce e pistacchi, con un sottobosco formato da erbe con alte frequenze di cereali selvatici. Questo nuovo modo di vita, sedentario, deve essere risultato in qualche modo attraente perché popolazioni vicine si sforzassero di imitarlo, adattandolo a condizioni ambientali molto meno favorevoli rispetto a quelle mediterranee che lo avevano inizialmente permesso BAR-YOSEF Il Natufiano, definito per la prima volta da Garrod e Neuville sulla base di ritrovamenti effettuati nelle grotte del Monte Carmelo e nei colli della Giudea, prende nome dal sito eponimo di Wadi Natuf, in Palestina. 22 VALLA

16 L ampiezza degli insediamenti è varia: da piccoli agglomerati di capanne estesi su aree inferiori ai 100 mq si arriva sino a grandi villaggi di più di 1000 mq. Le abitazioni sono costituite da edifici seminterrati (pit-houses) di forma circolare o a C, con diametro variabile da 3 a 6 m, fondazioni in pietra e alzato in legno e frasche. Nel Natufiano antico di Aïn Mallaha le abitazioni sono a pianta circolare o semicircolare (diam. 5 7 m), seminterrate, molto ampie (circa 25 mq), allineate in modo regolare. Tra le unità abitative meglio conservate si può ricordare la capanna 131: le sue dimensioni sono maggiori rispetto a quelle delle altre abitazioni (diam. 9 m ca.) ed è caratterizzata da un perimetro in pietra, da una fila di buche di palo concentrica rispetto al filare di pietre, da diversi focolari e da varie concentrazioni di manufatti. Aïn Mallaha: i livelli superiori. Planimetria e sezione (da Bar-Yosef 1998) Aïn Mallaha: la casa 131 in fase di scavo (da Valla) Aïn Mallaha: la casa 131. Alzato e planimetria (da Bar-Yosef 1998) Esempio di strutturazione interna di una capanna di Aïn Mallaha. È possibile osservare la presenza di un focolare, mortai e pestelli, di una rifiutaia e di una sepoltura multipla in un pozzetto adiacente all ingresso dell abitazione. 16

17 Le capanne della Grotta e del Terrazzo di Hayonim risultano invece addossate le une alle altre in prossimità dell apertura di una grotta, secondo una planimetria agglutinata. Il loro diametro va da 2,5 a 3,5 m e sono costruite con pietre disposte a secco. Ciascuna contiene uno o due focolari. I siti del tardo Natufiano hanno restituito informazioni meno complete: si tratta comunque di abitazioni a pianta circolare o subcircolare. Nel Natufiano recente di Mallaha le case sono più numerose e di ampiezza minore: la maggior parte di esse copre infatti meno di 10 mq. Nelle case sono presenti fosse adibite a sepolture, focolari e mortai. Nella fase finale si accentua la tendenza a costruire capanne di dimensioni minori (7 10 mq), che richiedevano un minor dispendio di risorse. Aïn Mallaha: le case e 203 (da Valla) In tutti gli abitati del nucleo centrale dell area natufiana sono state rinvenute sepolture scavate in abitazioni abbandonate o al di fuori di quelle occupate. Si tratta di tombe singole o multiple in cui gli inumati erano deposti in posizione supina, flessa o semiflessa. Il corredo era costituito da diademi, collane, bracciali, cinture, orecchini e pendenti ricavati da conchiglie marine, osso, denti di animali e perle. Nella fase tarda del Natufiano si osserva il fenomeno della deposizione secondaria del cranio. Un altro fenomeno interessante è quello della deposizione di cani accanto agli inumati, documentato in una tomba di Aïn Mallaha e in una di Hayonim. Tomba natufiana con cane da Aïn Mallaha L industria litica è caratterizzata da microliti geometrici tipicamente mesolitici (segmenti e triangoli) ricavati da lame e lamelle 17

18 con la tecnica del microbulino e derivanti dal precedente Kebariano geometrico, localizzato tra Israele, Libano, Siria e Giordania. Sono presenti anche nuove tipologie di strumenti, come i picconi bi- o trifacciali e le lame di falcetto con usura lucida (sickle gloss) 23, utilizzate per la raccolta di cereali. Occorre ricordare che lo strumentario natufiano comprendeva anche oggetti in pietra di grosse dimensioni, come mortai e recipienti di varia tipologia. Le analisi microscopiche hanno dimostrato che il loro utilizzo poteva essere legato al trattamento di materie vegetali o per la macinatura dell ocra. Molto ricca è anche l industria in osso-corno, spesso riccamente decorata. Tra gli oggetti d ornamento si possono citare una serie di conchiglie di molluschi del Mediterraneo o del Mar Rosso, ma talora anche di provenienza esotica (Oceano Atlantico e Nilo), pietre verdi e malachite. L esistenza di traffici a lungo raggio è confermata dalla presenza di ossidiana anatolica nei contesti tardo natufiani di Aïn Mallaha. 23 Con l espressione sickle gloss (o lustro ) si indica una particolare usura lucida (gloss) presente su alcune lame in selce che erano inserite nei falcetti (sickle) o nei coltelli da mietitura. Lo sfregamento ripetuto del margine tagliente della lama sugli steli dei cereali, ricchi di particelle silicee, determina infatti un abrasione caratteristica dall aspetto estremamente lucido (cfr. infra). 18

19 Manufatti natufiani in pietra scheggiata o levigata e in osso. 1. segmento tipo Helwan 2. segmento 3. triangolo 4. microbulino 5. microbulino 6. troncatura 7. perforatore 8. bulino 9. lama di falcetto tipo Helwan 10. lama di falcetto a ritocco erto 11. piccone 12. punta in osso 13. punta in osso 14. manico di falcetto decorato 15. pendente in osso 16. pendente in osso 17. pendente in osso 18. pendente in osso 19. pendente in osso 20. spatola in osso decorata 21. pestello 22. mortaio 23. mortaio profondo in basalto 24. punta di Harif (da Bar-Yosef 1998) Oggetti d arte natufiani (provenienze varie) (da Bar-Yosef e Noy) Teschio del Natufiano antico di El- Wad con diadema in tubicini di Dentalium (da Bar-Yosef 1998). J. Cauvin, che ha scavato il sito di Tell Mureybet, ha potuto osservare che i villaggi sono ubicati nei punti di cerniera tra più territori 19

20 con risorse alimentari complementari. Essi prediligono inoltre grotte precedute da terrazzi e situate vicino a sorgenti (es. Aïn Mallaha, grotta di Hayonim, El Ouad, Nahal Oren ) 24. Nella zona inospitale del Negev si preferiva l insediamento su alture, per sfruttare terreni più umidi (es. Erq el-ahmar, Rosh Zin). In questi casi i siti sembrano tuttavia riflettere aggregazioni stagionali di gruppi costretti a disperdesi periodicamente per insufficienza delle risorse 25. L economia si basava prevalentemente sulla caccia, sulla pesca, sulla raccolta di molluschi e crostacei e su quella di cibi vegetali, tra cui semi di cereali selvatici e leguminose. Ci si è chiesti se i Natufiani non avessero iniziato ad addomesti- care le gazzelle, una delle prede preferite nei grandi villaggi del Carmelo e della Galilea, e se Frequenza dei resti di mammiferi nei siti Natufiani e Neolitici (da Bar-Yosef 1998) non siano stati i primi coltivatori di cereali. Oggi la prospettiva è mutata e pare che i Natufiani non abbiano praticato una domesticazione delle gazzelle ma, piuttosto, una caccia intensiva e forse eccessiva. Accanto a resti di gazzelle si trovano quelli di daino, cervo, bue, capriolo, cinghiale, stambecco, onagro, volpe, coniglio e vari uccelli, forse cacciati mediante trappole. Migliaia di vertebre di pesce rinvenute a Mallaha evidenziano il ruolo importante della pesca e la dieta natufiana prevedeva anche il consumo di tartarughe, serpenti, lucertole e molluschi. I resti faunistici mostrano dunque un economia predatoria orientata verso uno spettro di risorse quanto più vasto e vario possibile. Anche la pratica della frantumazione delle ossa per l estrazione del midollo (che non è praticata presso le comunità di allevatori) depone a favore della caccia piuttosto che della domesticazione 26. Le risorse vegetali non si conservano altrettanto bene nei livelli archeologici ma erano verosimilmente ricercate con la stessa cura con cui si ricercavano quelle animali. Resti di vegetali carbonizzati sono stati recuperati in molti siti natufiani (Mureybet, Abu Hureyra, Hayonim etc. ): ad Abu Hureyra e a Mallaha sono documentati resti di mandorle e pistacchi, ad Hayonim alcuni legumi (lupini, lenticchie, piselli) e alcuni cereali (soprattutto grani d orzo). 24 HENRY VALLA L unica prova di domesticazione è quella del cane (cfr. infra). 20

21 Nel passato si è molto insistito sull uso dei cereali da parte dei Natufiani. Prove indirette di un utilizzo intenso dei cereali erano ravvisate nella presenza di pezzi di selce con lustro (sickle gloss), dei cosiddetti coltelli da mietitore, di grandi mortai in basalto o in calcare e di macine piatte (es. Nahal Oren, Hatula, Kebara, Beidha). Un altro indizio erano le fosse di Mallaha, interpretate come silos di stoccaggio, che avrebbero permesso di conservare i grani da un raccolto all altro, assicurando così un certo surplus alimentare. Di fatto, ora si sa che la maggior parte di queste fosse erano tombe o rifiutaie, ma una piccola fossa foderata di pezzi di calcare sulla terrazza di Hayonim poteva in effetti avere questa funzione. I resti vegetali rinvenuti nei siti natufiani conservano comunque la loro morfologia naturale e non si hanno prove né di domesticazione né di uno stoccaggio sistematico su vasta scala. I dati disponibili portano a concludere che i Natufiani si sono limitati a raccogliere ciò che la natura offriva loro spontaneamente, secondo modalità ancora di tipo predatorio. La pratica del taglio con il falcetto, della caccia intensiva alla gazzella e dell uccellagione, unite agli altri indizi presentati, indicano comunque che queste risorse spontanee erano sfruttate in modo più intenso e con una maggiore efficacia rispetto alle epoche precedenti. Caccia e raccolta comportavano ancora una certa mobilità ma la presenza di villaggi strutturati depone a favore di una sedentarietà molto precoce e precedente l introduzione dell agricoltura 27. Quello che in passato era stato interpretato anche da Gordon Childe come epifenomeno delle pratiche di produzione del cibo verrebbe dunque a costituire, piuttosto, uno dei presupposti che determinarono l adozione di tali pratiche 28. La sedentarietà non sarebbe dunque stata indotta dalla pratica della agricoltura (che farà il suo ingresso più tardi) ma dalla ricchez- 27 Tra le diverse prove della sedentarietà delle comunità natufiane vengono spesso citate le sepolture all interno dei villaggi. Sono stati inoltre condotti studi faunistici sulle specie cosiddette commensali dell uomo: si è infatti osservato come, delle due specie di topi che vivono ancora oggi nel Levante (Mus spicilegus e Mus musculus) quella selvatica (Mus spicilegus) evita le nicchie ecologiche disturbate dalla presenza dell uomo, nelle quali prospera invece il Mus musculus. Basandosi sullo studio delle diverse dimensioni del molare inferiore delle due differenti specie, è stato possibile rilevare che dal Paleolitico antico sino al Natufiano in Israele esistono solo topi selvatici, mentre proprio dal Natufiano in poi compare il Mus musculus che vive in una sorta di simbiosi con le comunità umane sedentarie. (TCHERNOV, in BAR-YOSEF & VALLA 1991). La nicchia ecologica creata dall uomo intorno ai suoi villaggi stabili avrebbe attirato anche piccole popolazioni di lupi che avrebbero assunto caratteri particolari. Vi sono prove della domesticazione del cane da parte dei Natufiani, e della loro introduzione non solo nei villaggi ma anche nelle tombe (per esempio a Mallaha). Il cane era dunque simbolicamente assimilato all uomo (TCHERNOV & VALLA 1997). 28 G. CAMPS 1985, pp. 241 e ss. 21

22 za di risorse animali e vegetali fornite dall ambiente, a sua volta favorita dal rialzo della temperatura e dell umidità. Una volta stabiliti, i villaggi hanno esercitato nelle loro vicinanze una pressione alimentare sulla natura, ogni qualvolta i prelievi hanno superato le capacità di rinnovamento dei territori. Secondo un ipotesi determinista le comunità preistoriche sarebbero state costrette a ricorrere sempre più spesso a cibi che si ricostituivano velocemente, per esempio i semi delle piante erbacee annuali e i legumi. Un impatto decisivo sulla popolazione natufiana sembra essere stato esercitato dalla crisi climatica del Dryas recente ( BP ca.): il clima freddo e arido avrebbe determinato una diminuzione nella produzione spontanea di cereali, che si sarebbero concentrati soprattutto nella porzione occidentale della Mezzaluna Fertile. Nelle aree del Negev e del Sinai settentrionale le comunità tardo natufiane cercarono di affrontare la crisi dettata dalla brusca diminuzione di risorse vegetali mettendo a punto nuove tecniche di caccia (basate, per esempio, sull utlilizzo delle cosiddette punte di Harif, da cui il termine di Harifiano ). Altrove l emergenza fu affrontata con un ritorno a schemi insediativi basati su una rinnovata mobilità e, forse, con i primi esperimenti di coltivazione dei cereali. Nell arco di due millenni la parabola natufiana si esaurisce, i primi villaggi vengono abbandonati, compresi quelli nella regione del Carmelo e della Galilea. I gruppi neolitici non si insedieranno più nella zona mediterranea del Levante, ma al margine delle steppe, lungo il medio corso dell Eufrate, nel bacino di Damasco e nella basse valle del Giordano 29. Tra Natufiano e prime culture neolitiche si inserisce un periodo di transizione, definito Khiamiano e compreso tra e BC (cal.). I siti di questa fase si estendono su un area che va dalla costa israeliana alla valle del Giordano, al corso dell Eufrate, al Sinai. L economia è ancora di tipo predatorio e lo strumentario litico si arricchisce di nuove punte di freccia di forma specializzata con tacche laterali, che, dal sito eponimo della Palestina, prendono nome di punte di El Khiam. Tra le novità più significative si segnala la comparsa di statuette antropomorfe in pietra calcarea o in terracotta, che raffigurano in modo estremamente stilizzato individui a- sessuati o di sesso femminile. La simultanea attestazione di un particolare interesse per i bovidi selvatici, le cui corna sono spesso inserite nelle abitazioni come elementi decorativi, sottolinea la comparsa di due importanti figure simboliche che, come si vedrà, domineranno anche il successivo immaginario neolitico: la donna e il toro VALLA CAUVIN

23 2.2.3 La domesticazione delle piante Anche la domesticazione delle piante, così come quella del bestiame, si configura come un processo di lunga durata, scandito da una serie di tappe. Alla fine dell Ottocento, A. de Candolle individuò alcuni parametri utili ai fini dell individuazione delle aree di origine delle specie domestiche. Secondo questo studioso perché un sito potesse essere identificato come nucleo originario della domesticazione dovevano essere soddisfatte cinque condizioni: esistenza, allo stato selvatico, delle specie progenitrici di quelle domestiche; clima mite; temperature elevate almeno per una parte dell anno; presenza di insediamenti umani; insufficienza delle altre risorse alimentari (caccia, raccolta etc.). Sulla base di questi elementi l interesse dei ricercatori si concentrò soprattutto su alcune aree geografiche e, anche alla luce degli studi più moderni, l ipotesi di un origine orientale dell agricoltura è confermata: i resti più antichi che attestano la raccolta di cereali selvatici sono documentati nel Vicino Oriente, un area caratterizzata da un clima particolarmente favorevole e da una grande abbondanza di risorse spontanee. Il sito di Ohalo II, in Galilea, ha restituito resti di frumento, orzo e lenticchie allo stato selvatico, risalenti alla fine del Paleolitico Superiore (ca a.c. in cronologia radiocarbonica calibrata) 31. Macina e macinello Esempio di lama in selce con usura lucida lungo il margine sinistro (da Calani) 23 Come si è visto, una forte intensificazione nella raccolta dei resti spontanei si registra intorno a a.c. (cal.), in concomitanza con il Natufiano. Molti siti di questa cultura hanno dato resti vegetali carbonizzati, altri invece hanno fornito indizi indiretti della loro raccolta, come lame di falcetto, macine etc. 31 KISLEV ET AL. 1992, Epipalaeolithic (19,000 BP) cereal and fruit diet at Ohalo II, Sea of Galilea, Israel, in Review of Palaeobotany and Palynology, 73, pp WILLCOX 2000.

24 Come si è detto, un indizio a volte interpretato a favore di una raccolta intensiva di graminacee spontanee è la presenza di lame di selce che presentano una particolare usura lucida ( lustro o sickle gloss), attribuita al taglio degli steli dei cereali, ricchi di particelle silicee (fitoliti) 32. Al di là della fossa foderata in calcare di Hayonim, non si hanno invece indizi sicuri in merito allo stoccaggio dei prodotti selvatici all interno di strutture sottoescavate (silos). Esempi di falcetti. Le lame litiche erano solitamente montate in serie e l analisi della dislocazione e dell ampiezza dell usura lucida consente di ricostruire il tipo di immanicatura. (da Calani). 32 I fitoliti sono corpi microscopici di silice che formano lo scheletro di alcuni vegetali e che non si alterano durante la decomposizione della pianta. La formazione dei fitoliti è dovuta al fatto che la membrana delle cellule dei tessuti funzionali delle piante si impregna di composti silicei. È bene ricordare che attualmente il lustro presente sulle lame in selce non è più ritenuto un valido indicatore della pratica della raccolta dei cereali; prove sperimentali (ANDERSON 2000, p. 100) hanno infatti dimostrato che usure lucide a- naloghe al cosiddetto sickle gloss si possono produrre anche mediante attività di diverso tipo (lavorazione della pietra, dell argilla, della pelle, etc.). 24

25 Carta di distribuzione dei siti tra 9500 e 8000 a.c. (cal.) con la percentuale di presenza dei diversi tipi di cereali (senza distinzione tra specie domestiche e selvatiche) (da Willcox 2000, rielaborato) In seguito, in una fase compresa tra il a.c. (cal.), si verifica il lento passaggio dalla raccolta intensiva di cereali selvatici alla loro coltivazione e, probabilmente solo in seguito, alla loro domesticazione. Dalla mappa di distribuzione dei siti tra 9000 e 8500 si può vedere come essi siano situati lungo il cosiddetto corridoio levantino e come, a seconda della loro ubicazione e del clima, prediligano specie di cereali diverse. In alcune località è stato possibile recuperare resti di malerbe caratteristiche (avena, centaurea, papaveri etc.), che solitamente si sviluppano accanto a specie coltivate e in terreni preparati; il fatto che siano associate a specie morfologicamente ancora selvatiche induce a ipotizzare che la coltivazione di queste abbia preceduto la loro domesticazione 33. Il paleobotanico danese H. Helbaek, che ha studiato molti dei resti recuperati nel Vicino O- riente (es. Çatal Hüyük, Beidha, Tell - es Aswan, Hacilar ), ha operato una distinzione tra i concetti di coltivazione e di domesticazione: con il termine coltivazione si intende infatti un attività che (mediante preparazione del terreno, drenaggio, estirpazione delle malerbe etc.) altera l ecologia naturale cercando di favorire la crescita di una o più specie, non necessariamente domestiche. Viceversa, la domesticazione consiste nella selezione di alcuni mutanti tra le specie selvatiche, che, mediante la coltivazione, vengono protetti in modo speciale affinché non soccombano per selezione naturale. La domesticazione è stata definita anche come un processo che ricorre per coltivazione in popolazioni di piante selvatiche e seminate in origine con semi 33 WILLCOX Questo stadio intermedio, caratterizzato da un comportamento già agricolo da parte dell uomo e da una morfologia ancora selvatica delle specie vegetali è stato definito da Gordon Hillman come agricoltura predomestica. HILLMAN et al

26 raccolti da piante selvatiche 34. Ne consegue dunque che mentre una pianta coltivata non è necessariamente domestica, una pianta domesticata è necessariamente coltivata. Questo processo arreca vantaggio a piante poco mutanti che sono prive delle caratteristiche (soprattutto riproduttive) necessarie per la sopravvivenza allo stato selvatico e continua sino a quando i tipi mutanti non dominano nella popolazione e quelli selvatici non sono eliminati. Le specie domestiche divengono così dipendenti dall intervento umano per la loro sopravvivenza. Il processo della domesticazione provoca dei cambiamenti nel genotipo di intere popolazioni di piante (o di animali) ed è stato al centro di un forte interesse scientifico già dal secolo scorso: risale infatti al 1868 il saggio del naturalista inglese Charles Darwin On The variation of animals and plants under domestication. 34 G. C. HILLMAN & M. STUARD DAVIES 1992, Domestication rate in wild wheats and barley under primitive cultivation: preliminary results and archaeological implications of field measurments of selection coefficient, in Préhistoire de l agricolture (a c. di P. Anderson), monographie du C.R.A. n. 6, Paris, 1992, pp.113 e ss. 26

27 Differenze tra specie selvatiche e specie domestiche Come si è detto, la domesticazione induce alcune modifiche a livello genotipico. I resti archeologici solitamente conservano tratti morfologici diagnostici, sulla base dei quali è possibile distinguere gli esemplari selvatici da quelli domestici. Esistono tuttavia specie in cui la morfologia della pianta non cambia in modo significativo (o comunque le modifiche non risultano apprezzabili sulla base dei resti che si conservano nei livelli archeologici). Solitamente la determinazione viene effettuata osservando le variazioni anatomiche su resti macrobotanici e risulta più semplice per i cereali, più complessa per i legumi. Anche lo studio dei fitoliti 35 può fornire indicazioni utili: sembra infatti che quelli di alcune specie domestiche risultino presentare dimensioni maggiori rispetto agli antenati selvatici. Recentemente la ricerca dei caratteri domestici viene condotta anche mediante un approccio biomolecolare, attraverso lo studio del DNA. Gli studi sulle origini dell agricoltura nel Vicino Oriente hanno messo in evidenza la domesticazione (più o meno contemporanea) di otto specie di piante, a partire da predecessori selvatici annuali autoimpollinanti: SELVATICO Triticum dicoccoides Triticum boeoticum DOMESTICO Triticum turgidum subsp. Dicoccum Farro Triticum monococcum Farricello Hordeum spontaneum Hordeum vulgare Orzo Lens orientalis Lens culinaria Lenticchia Pisum umile Pisum sativum Pisello Cicer reticulatum Cicer arietinum Cece Vicia ervilia Vicia sativa Veccia Linum bienne Linum usitatissimum Lino 35 I fitoliti, derivanti dall assorbimento di silice da parte della membrana cellulare, conservano l impronta della cellula nella quale si sono formati e consentono di identificare famiglia e genere vegetale di appartenenza. 27

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