Una diversa prospettiva della schizoidia

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1 La prospettiva fenomenologica Una diversa prospettiva della schizoidia The schizoidia: a different perspective and a new interpretation GIORGIO de BENEDICTIS Psicopatologia Generale, Università di Padova RIASSUNTO. L Autore, prendendo spunto dalle concezioni di Jackson, Ey e Delay sulla struttura mentale, avanza una revisione concettuale sulla schizoidia e una ipotesi innovativa sulla sua interpretazione, ponendola a fondamento della condizione di normalità e valutandola in tutti i suoi aspetti psicologici e psicopatologici. Formula, infine, un principio (definito di integrazione e di sostituibilità) col quale la psicosi schizofrenica troverebbe una sua patogenesi in una sostituzione di struttura e in una resimbolizzazione dei relativi modelli espressivi. PAROLE CHIAVE: schizoidia, integrazione, sostituibilità. SUMMARY. Starting from Jackson s Ey s and Delay s conceptions regarding the mental structure, the Author advances a conceptual revision of schizoidia and an innovative hypothesis of its interpretation, proposing it as the basis of normality condition. He formulates, in the end, a principle (defined as principle of integration and replaceability ) with which the schizophrenian psychosis could find its pathogenesis in a structure substitution and in a re-symbolization of the relative expressive models. KEY WORDS: schizoidia, integration, replaceability. INTRODUZIONE Scopo della presente ricerca è quello di presentare la schizoidia da una nuova prospettiva, che, discostandosi dalle consolidate premesse dottrinali alle quali essa da sempre è rimasta ancorata, possa rivelarsi generosa di risvolti teorici, ai quali riferirsi nella conseguente pratica terapeutica. Nel farlo, utilizzerò un approccio particolare che si distingue da quelli finora seguiti, nella dimensione in cui, valutando ed osservando l argomento in maniera inconsueta, renderà palesi gli intendimenti che la ricerca si prefigge e gli scopi che tende a conseguire, che si riassumono in una diversa comprensione del fenomeno e in una analisi che, condotta con criteri diversi, possa comprendere il fenomeno stesso in una visione più generalizzata. È probabile che questo particolare modo di studiare e di valutare il fattore schizoide non raggiunga il risultato di ridurre quel margine di dubbio che rimane sempre immanente in ogni ricerca che verta su problemi alla soluzione dei quali si procede per tentativi. Sarebbe stato un disegno inutilmente ambizioso il pretenderlo e non avrebbe fornito niente di più. La caratteristica più pregnante di questo tentativo consiste nell aver perseguito una interpretazione diversa dei risultati finora conseguiti dalla dottrina corrente e nell aver cercato di riassumere quei risultati in una versione nuova di non nuove vedute. Si noterà che, in questo modo, si supererà la non obiettiva nozione di comune consenso alla quale si riferisce Laing e che contribuisce a fornire al disturbo mentale quella particolare connotazione i cui termini, come afferma Van den Berg, sembrano presi a prestito da un vocabolario di denigrazione (1). È, questo, anche il caso della schizoidia, se si considera che il suo inserimento nella consueta classificazione nosografica (per quanti sforzi si facciano al fine di di- 246

2 Una diversa prospettiva della schizoidia mostrarne l origine caratteriale o temperamentale) costituisce da sempre, per coloro che la evidenziano, motivo di non invidiabile devianza. La devianza è un corollario della classificazione: per questo, ritengo, che non si sia affermata a sufficienza la necessità, se non proprio di un capovolgimento, quanto meno di una radicale modificazione di una visione, senza dubbio unilaterale, delle cose. Si è detto che lo schizoide perde il contatto vitale con la realtà (2) o palesa una scissione per quanto attiene ai rapporti con l ambiente e con se stesso (con una definizione che migliora e precisa la intuizione minkowskiana del concetto di perdita) (3). Non si possono avere, in merito, motivi particolari di dissenso. Non se ne pone neppure la possibilità, perché la schizoidia è questo ed è anche questo. Ma mi sono posto ancora una domanda: la schizoidia è solo questo? Ed è sempre questo? Al fondo rimane, in ogni caso, l interrogativo di base, ad ulteriore dimostrazione di una difficoltà di comprensione, che supera ancora le nostre attuali possibilità. A Laing pare di rilevare l essenza della schizoidia in questa frattura nella totalità dell esperienza personale con la quale, in aggiunta alla già nota nozione di perdita di contatto con la realtà, si suggerisce quella di perdita di unità tra mente e corpo, come dovuta all incerta solidità di quei legami che, di norma, ne fanno un tutto inscindibile (4). Peraltro, la stessa ipotesi della insicurezza ontologica, attorno alla quale si organizzerebbe tutto il sistema dei falsi io inteso come modo di non essere se stessi, è più descrittiva ed interpretativa che eziologica. Essa è valida se le premesse continuano ad esserlo: se alle certezze della sicurezza ontologica (7) possono sostituirsi le ansietà e i pericoli della insicurezza, allora anche il discorso mantiene la sua validità. Ma è poi vero che l insicurezza ontologica si ponga alla base della schizoidia e non ne costituisca, piuttosto, una conseguenza? E, per quanto concerne la minkowskiana perdita di contatto vitale con la realtà, è poi vero che essa si riduca ad un affievolimento dell élan personell (8) e non rappresenti, invece, un altro binario o un altra possibilità di estrinsecazione? Ho, inoltre, sempre nutrito il dubbio che la psicosi (quale punto eventuale di arrivo di una spaltung (5) irreversibile) non debba e non possa esaurirsi in una troppo generica disperazione, quasi che stia a rappresentare la conseguenza necessaria di un fattore che, nelle premesse, non possa prevederla o si configuri come strutturata in modo da non contenerla. È possibile che la disperazione dello psicotico possa presentare un aspetto meno pauroso e costituire un rifugio più sicuro, dal quale poter controllare più agevolmente e più efficacemente un altra disperazione, quella di ogni giorno, non avvertita dai depositari del comune consenso, per una sorta di diversità di costruzione psichica. Una specie, cioè, di fuga da un altra disperazione, più terrifica e meno controllabile, di fronte alla quale la psicosi offrirebbe, a pochi fortunati, una possibilità che ad altri è negata. Sono, queste, alcune delle perplessità che hanno alimentato la ricerca, conducendola alla formulazione di un ipotesi particolare che, tenendo conto dei dubbi espressi, ne risolverà alcuni e ne produrrà sicuramente altri, da aggiungere al contesto dello sforzo comune di pervenire ad una verità conclusiva. Solo in questo quadro essa dovrà essere valutata e considerata: ogni altro giudizio, per il fatto di esulare dagli intendimenti dianzi formulati, tradirebbe i propositi che l hanno suggerita. La ricerca ha preso l avvio da un convincimento la cui formulazione costituisce, da tempo, dottrina. La prima fa capo alla cosiddetta legge di dissoluzione di Jackson, secondo il quale le malattie mentali dovrebbero essere considerate come delle regressioni dell evoluzione, cioè come delle dissoluzioni, intendendo il termine dissoluzione nel senso di Herbert Spencer, come il contrario del processo di evoluzione (6). La psiche, secondo questa concezione, viene intesa come una architettura che, man mano, si modella, acquisendo perfezionamenti e diversificazioni: l evoluzione permetterebbe, così, il passaggio da strutture più semplici, più organizzate e più automatiche ad altre più complesse, meno organizzate e più volontarie. Senza entrare nel merito dell azione disgregante delle malattie mentali (e, quindi, della legge di dissoluzione), ci è sufficiente, per il momento, riconoscere e ammettere anche se in pura linea di principio l esistenza di strutture volta per volta intermedie e capaci di assolvere a compiti compatibili, per difficoltà, con la organizzazione di ognuna di esse. Il secondo elemento dottrinale da me tenuto presente può essere fatto risalire (anche se con alcune sostanziali modificazioni) alla teoria organodinamica di Ey (7) che, partendo dalle concezioni di Jackson, ha elaborato una interessante formulazione interpretativa della malattia mentale. Questa, inficiando prima e dissolvendo poi l attività delle strutture superiori, permetterebbe ad altri dinamismi psichici (in questo caso inferiori e risparmiati dal fatto morboso) di determinare quelli che definiamo comportamenti patologici. Con ciò, una sovrastruttura debellata e non più capace di imbrigliare altre di natura più arcaica, determinerebbe la liberazione di funzioni psichiche di livello in- 247

3 de Benedictis G feriore, inibite in precedenza dall attività di quelle appartenenti a livelli superiori. Un ultima ipotesi è quella avanzata da Delay, per il quale sembra che nell uomo si trovino sovrapposti due piani di pensiero: una sovrastruttura, o neo-intelletto, di formazione artificiale e tardiva, comportante un organizzazione sociale adattata alla vita, con le categorie logiche e cronologiche; e una infrastruttura, o paleo-intelletto, che rappresenta il gioco naturale e primitivo delle funzioni mentali, come si rivela nell essere privato della ragione (8). Le malattie attaccherebbero il neo-intelletto, pregiudicandone le funzioni e fornendo, nello stesso tempo, l impressione di aver creato qualcosa di nuovo. Impressione fallace, per il fatto che la malattia non può creare nulla; può soltanto rendere libera la strada a tutto ciò che prima poteva a malapena manifestare la sua presenza. Ciò che è liberato sono le produzioni del paleo-intelletto, avulse dalle pastoie delle categorie logico-razionali e ricche di contenuti e di immagini. È questo, per Delay, tutto ciò che resta quando l umanità si ritira dall uomo e lascia vacante il suo posto. Di conseguenza, la ragione tutta intera non sarebbe che l insieme delle forze che si oppongono alla follia. Il presente contributo si è fondato su queste tre concezioni, dalle quali ha mutuato una premessa sostanziale: la probabile presenza, nella psiche, di una struttura arcaica, primigenia, solo postulando la quale si può dare ragione di una serie di fenomeni non altrimenti chiarificabili. L ipotesi di lavoro che avanzo è, pertanto, la seguente: la struttura schizoide è preesistente alla formazione di quella sintonica, dalla quale si differenzia per funzioni e per importanza, costituendo, quest ultima, solo elemento di adattamento della prima alla realtà ambientale; essa costituisce elemento strutturale della condizione di normalità, indispensabile per l instaurarsi di un corretto rapporto col mondo; obbedisce ad un principio che definisco di integrazione e di sostituibilità e che regola l equilibrio tra normalità e patologia; si pone a fondamento di tutto l apparato delle conoscenze, costituendo l unico strumento di cui la psiche dispone per la costruzione delle categorie logico-razionali. Ipotizzo dunque, la psiche come disposta secondo tre strutture dinamicamente interagenti, che indico in somato-sensoriale, schizoide e logico-razionale. Nel corso della trattazione saranno privilegiate, volta per volta, la loro funzione o la loro architettura, a seconda che, nella esplicazione discorsiva, si imponga la necessità di fare uso dell uno o dell altro termine. Entriamo, quindi, nel vivo dell ipotesi, cominciando con l affermare, mediante alcune considerazioni preliminari, la netta prevalenza della funzione schizoide nell ambito dell intera struttura psichica. È di comune verificabilità un dato di fatto col quale si è costretti a confrontarsi, di continuo, nel corso della vita da svegli. Ad ogni istante l individuo, a meno che percezioni sensoriali o accadimenti improvvisi non gli impongano di fare altrimenti, è sempre a contatto col solo se stesso. La fantasticheria o la riflessione, intese come forme di distacco dalla realtà immediata, occupano la totalità del suo vivere, dilagando anche quando gli sembra di essere impegnato totalmente dalla realtà medesima. Anche nella conduzione dell attività o nel compimento dell opera (che il più delle volte, nella vita di ogni giorno, si basano su automatismi acquisiti) il soggetto precorre gli eventi, si proietta al di là del suo essere-nel-mondo, ne verifica la futura completezza o ne cerca soluzioni diversificate. Nel momento stesso in cui si è di fronte agli altri e li si ascolta, è molto improbabile che si resti attaccati al puro dato sensoriale del suono vocale o della specificazione semantica delle parti del colloquio. La mente fornisce l impressione di aver bisogno di vagare, di operare paragoni, di anticipare le conclusioni, di precorrere i significati. È un attività ininterrotta, a mezza strada tra il dato reale e quello irreale, tra il verificabile e il fantastico, quasi che un onda di marea invadesse un campo, sommergendolo con una frenesia apparentemente caotica e senza scopo. Si potrebbe obiettare che il disordine è apparente e che tutto questo rientri, comunque, nel gioco della funzione logico-razionale, ma l obiezione, se così formulata, si rivelerebbe subito inconsistente, se si considera che anche il semplice meditare in solitudine non è mai un attività perfettamente aderente al dato di realtà. Esso sconfina sempre nel fantastico, nel non realizzabile e nell irreale. Si è richiamati alla realtà immediata soltanto quando un dato sensoriale (che forse la psiche interpreta come non procrastinabile, per necessità e per accertamento del suo significato) interviene a distoglierci dalla meditazione, dalla riflessione o dal pensiero vagante. Si ha l impressione che la natura ci abbia costruito in maniera da non poter prescindere da un attività di pensiero capace di staccarsi dalla realtà, e che solo questo tipo di pensiero goda del privilegio di poter divenire temporaneamente silente, in attesa di riprendere il suo modus vivendi. 248

4 Una diversa prospettiva della schizoidia La riflessione, che Minkowski collocava al limite inferiore del campo d azione dell irreale, torna a rammentarci la sua squisita capacità di assaggio di un mondo diverso; ma proprio perché la riflessione impegna la quasi totalità della nostra esistenza, in minore o maggiore misura a seconda del bisogno o della opportunità, ci troviamo a dover concludere che essa non può costituire un fatto isolato nel contesto dell attività psichica. Essa impregna la psiche e la condiziona, esplicando una funzione che possiamo interpretare come una specie di sentimento d attesa. Un altro elemento da considerare con attenzione è che la riflessione ben difficilmente è solo proiettata verso il futuro. Il suo raggio d influenza spazia in tutte le direzioni della dimensione temporale, fino a perderne, a volte, la vera significazione e, cioè, quando palesa la sua capacità di operare sul presente, quale unica coordinata superstite di un sistema decapitato ai limiti superiore ed inferiore. Non più delimitata, infatti, viene a tramutarsi in una sorta di attività che si ripiega su se stessa, svolgendosi in un divenire privato di futuro. Se consideriamo che una delle caratteristiche delle attività mentali paleologiche è un disturbo dell esperienza di temporalità (9), e che nello schizofrenico vi è una tendenza a concentrarsi sul presente, ci potremo rendere conto di come questo tipo di riflessione stia a dimostrare una particolare forma di distacco dal dato di realtà. Un concetto che ritengo opportuno di dover inserire al fine di consentirci una corretta prosecuzione dell indagine è quello dei limiti di competenza della funzione schizoide. Essa ha avuto inizialmente la funzione di sopperire alle deficienze insite nell automatismo meccanico della funzione somato-sensoriale, alla quale può aver fornito una dose di spontaneità, precorrendo sul piano alogico e affettivo il successivo modello logico-razionale e gettandone le prime incerte basi. Per poter far ciò, deve essersi formata quasi contemporaneamente alla funzione somato-sensoriale: in tal modo può aver regolato e controllato il meccanismo psichico dell umanità nascente, non ancora maturo per dare inizio alla costruzione della funzione logico-razionale. Una riprova di quanto ipotizzato è desumibile dal comportamento dei primitivi e dei bambini, nei quali, ad una embrionale attività logico-razionale, fa riscontro una ipertrofia di quella schizoide, nella quale emozioni, affetti, sentimenti, si mescolano insieme e coprono tutta una zona di esercizio di uno psichismo ancora incompleto. L uomo antico, però, immesso in un mondo ostile, deve aver avvertito la necessità non solo di inserirvisi fattivamente, ma anche di tenere lontani pericoli e minacce. Il dover continuamente confrontarsi con tutto ciò che dava significato al mondo esterno, il dover darsi ragione di eventi inspiegabili, l aver dovuto porre in essere il concetto di relazione e quello di causa ed effetto, tutte queste cose insieme ed altre ancora, debbono aver posto, come non più rimandabile, la necessità di un altra struttura, da sovrapporre alla prima, che comprendesse i prodotti della riflessione produttiva, le leggi fisiche, il computo temporale, la logica degli avvenimenti e tutto ciò che caratterizza il mondo ambiente. Si sono poste così, forse, le premesse per la nascita del neo-intelletto, capace di riunire in sé tutti i dati verificabili o da sottoporre a verifica, e di subordinarli ad un processo di generalizzazione, al fine di ricavarne categorie logico-razionali da mantenere come biblioteca mentale o come strumento di misura o di controllo di avvenimenti futuri e analoghi. L accostamento al concetto di Io razionale è facile: non commetteremo, però, l errore di riferirci ad un entità ben definita, anche perché la struttura logico-razionale lo prefigura e lo contiene, pur senza identificarsi con esso. L umanità non ha ancora concluso il suo ciclo evolutivo biologico. Come le strutture cerebrali frontali si sono costituite filogeneticamente dopo le altre (10), per assumere funzioni non delegabili, così la struttura alla quale ci riferiamo è ancora troppo giovane per poter escludere o comprendere (assumendone i compiti) quella sottostante. Se è consentita una similitudine, possiamo supporla vincolata a quella schizoide per mezzo di agganci labili, suscettibili di una saldatura, la cui fase ultima è confinata nel futuro dell umanità. Al momento attuale, la labilità della connessione potrebbe operare in modo che la funzione schizoide sopravanzi e permei quella logico-razionale, alimentandola e mantenendola viva, nella misura in cui la rigidità delle categorie viene ammorbidita dalla fluidità di funzioni spontanee, operanti in modo da lubrificare e rendere adattabili e modificabili concetti e risultanze di processi psichici. Si impone, a questo punto, un nuovo accostamento dottrinale, per il fatto che la struttura schizoide, non regolata da leggi, è assimilabile al freudiano concetto di inconscio. Potremmo approfondire i connotati di questo accostamento, se solo lo ritenessimo essenziale per la verifica della ipotesi. Ci è sufficiente, comunque, constatare (e non soltanto a titolo di curiosità) come l inconscio, inteso come riserva di moti pulsionali disordinatamente in movimento, regga il confronto funzionale con la struttura schizoide, per il fatto che en- 249

5 de Benedictis G trambi si pongono come costrutti ipotetici (11), non verificabili sperimentalmente, ma indispensabili per fornire ragione di accadimenti non spiegabili altrimenti. A conforto della probabile correttezza delle considerazioni testé formulate, possiamo richiamarci alle teorie sul sogno e sulla sua funzione. È noto che, nel corso di un normale periodo di riposo, il sonno REM si verifica ogni novanta minuti per una durata di circa venti, ed è risaputo che in tale tipo di sonno sono presenti i comuni sogni (12). Ora, senza volere riferirci alle tante ipotesi psicodinamiche sulla funzione e sul significato della attività onirica, possiamo considerare il sonno REM e i sogni che vi sono contenuti alla luce della mia ipotesi. Se accettiamo la premessa della suddivisione filogenetica dello psichismo in strutture, non avremo difficoltà a rilevare alcuni aspetti di estremo interesse. Innanzi tutto, possiamo presumere che, col sonno, la labilità degli agganci della struttura logico-razionale con quella schizoide venga potenziata, sì da permettere al fattore schizoide di invadere la coscienza, coinvolgendola nella psicosi transitoria di freudiana memoria, altrimenti detta sogno, e che potrebbe rappresentare il trionfo di una funzione che, di giorno, pur possedendo la coscienza, deve scendere a patti con la realtà che le impone soste, ritardi e attese. Ma c è ancora un elemento suggestivo da considerare: la necessità, mai chiaramente accertata, di un sonno REM contraddistinto da una quasi cronometrica periodicità. L ipotesi della sentinella (18), formulata come necessità filogenetica di mantenersi periodicamente vigili di fronte ad un qualsivoglia potenziale pericolo, non regge come dovrebbe ad una indagine più approfondita. È sufficiente, al riguardo, una sola considerazione: se è vero che il sonno REM è il tipo di sonno realmente riposante (talché alcuni soggetti, privati di esso, hanno manifestato notevoli turbe psichiche), nulla avrebbe impedito alla natura di mantenerlo per tutta la durata del sonno. In tal modo, al vantaggio del riposo, si sarebbe sommata la possibilità di una vigilanza continua. Riteniamo, invece, che il sonno REM costituisca da una parte una necessità vitale, e dall altra una conseguenza di struttura. È necessità vitale per il fatto che determinate assemblee neuroniche, delegate a contenere le categorie logico-razionali, possono necessitare di una sollecitazione periodica, non differibile oltre un determinato lasso di tempo (e questo spiegherebbe l alternanza del sonno REM). Questo compito, non assolto dalla realtà temporaneamente dimenticata, potrebbe essere assunto dalla struttura schizoide, che provvederebbe alla necessaria sollecitazione con le modalità che le sono congeniali (di tipo psicotico, in questo caso transitorio ). Queste assemblee neuroniche, mantenute in esercizio periodicamente, potrebbero riprendere a funzionare correttamente in qualsiasi momento, senza presentare fenomeni di isteresi, quali si avrebbero in caso di riposo forzato e continuo. Il sonno REM è anche conseguenza di struttura, per il fatto che quella schizoide rappresenta, a mio avviso, all attuale stadio filogenetico, un costrutto più completo o non meglio perfezionabile. La completezza raggiunta le consentirebbe un buon controllo costante su tutte le attività cosiddette superiori, che verrebbero così non soltanto ad essere regolate nella loro dinamica, ma anche ad essere vigilate nel loro funzionamento. Di conseguenza, ipotizzo che la struttura delegata a svolgere le funzioni che definiamo superiori, necessiterebbe per la sua non ancora raggiunta completezza di una vigilanza e di un controllo costanti. E poiché l unica entità capace di assumersi l onere di svolgere efficacemente questa attività può essere solo quella che è più simile, per architettura, alla struttura logico-razionale, il compito viene assolto dalla struttura schizoide, secondo alcune modalità che sarà utile prendere in esame e che individuo come di seguito. La prima consiste nella fantasticheria, alla quale mi sono già in parte riferito e che sarà oggetto di ulteriore disamina più avanti. La seconda modalità di vigilanza e controllo è il dubbio. Col dubbio, l azione subisce una specie di stasi, tanto più temporalmente lunga, quanto più esso è consistente. Essa non si proietta più verso il futuro, ma si ripiega su se stessa, dimostrandosi incapace di scegliere tra le molteplici vie che si dispiegano ad offrirle la possibilità di compimento. Lo slancio personale si arresta e perde la sua carica vitale ; la realtà si fa tanto più lontana, quanto più si approssima e si presentifica la riflessione. Nell altalena dell incertezza, che si sposta dal reale all irreale sostenuta dalla riflessione, il distacco dalla realtà si realizza nella sua pienezza. Quando, al limite, il dubbio si impone, l azione si conclude a mezza strada. Se ricordiamo che le azioni dello psicotico sono proprio quelle che sono state definite atti senza domani o atti che si fermano a metà strada, potremo dedurre che, a somiglianza, un atto, privato della conclusione perché bloccato dal dubbio, non può che ricalcarne la sconcertante fisionomia. Ci si potrà domandare, a ragione, in qual modo per mezzo del dubbio la struttura schizoide possa svolgere azione di vigilanza e di controllo sul funzionamento di quella logico-razionale. La domanda è legittima e merita un chiarimento. Ho premesso che la struttura schizoide può svolgere l attività che le è con- 250

6 Una diversa prospettiva della schizoidia geniale solo con i mezzi di cui dispone: diversamente non potrebbe essere. Orbene, questi, pur essendo comprensivi degli elementi somato-sensoriali, inglobati dinamicamente, non possono disporre di quelli della struttura razionale. Essendo, perciò, privi di caratteristiche logico-razionali, agiranno conseguentemente con modalità pseudopsicotiche, regolando l attività della sovrastruttura in una maniera che, esulando dai nostri comuni schemi logici, potrebbe erroneamente farci presumere che, piuttosto che di vigilanza, possa trattarsi soltanto di interferenza disturbante. In un certo senso, le cose vanno proprio in questo modo. Non bisogna però dimenticare che l attività di vigilanza e di controllo più che azione diretta volontariamente è, come si è detto in precedenza, una conseguenza di struttura. È una vigilanza, cioè, costitutiva e incidentale, non voluta. Ciò nonostante, è continua e invadente, ma sempre pronta a cedere il passo di fronte alla chiusura del circuito logico-razionale. Possiamo suggerire che patologica non è la presenza, ma una eventuale sua insostituibilità. Quando, cioè, la struttura schizoide non si limita più ad invigilare e a controllare il funzionamento della struttura logico-razionale, ma vi si sostituisce; quando l attività di controllo diventa attività tout court, allora è presumibile che la psicosi stia affondando le sue radici. La terza modalità di vigilanza e di controllo è la curiosità. Nella curiosità la struttura schizoide manifesta la sua vera natura. A differenza del dubbio, infatti, che configura una funzione in un certo senso statica, la curiosità presenta un dinamismo particolare, che ne fa la qualità che più la avvicina alla struttura logico-razionale. La curiosità, contrariamente al dubbio, porta l individuo ad un sentimento di attività che gli procura la sensazione di indirizzarsi verso un futuro rinnovantesi ad ogni momento. Ciò che, però, fa della curiosità una modalità schizoide è la sua difficoltà ad aderire al mondo reale. Il continuo spingersi in avanti solo in una dimensione che prescinde dal tempo, configura la perenne ricerca, sempre perfettibile, di un approdo al quale il pensiero pur con ogni sforzo non riesce ad ancorarsi. Malgrado l evidente paradosso, possiamo con sicurezza affermare che in questa squisita manifestazione schizoide riposa il nòcciolo del progresso dell umanità, del suo attaccamento al reale e del progresso scientifico in genere. È la curiosità (che, peraltro, non agisce mai isolatamente, ma ricopre solo un ruolo nel contesto delle attività regolatrici) che, sposandosi al dubbio, alimenta la ricerca, genera l insoddisfazione, spinge ad altri traguardi e provvede di sempre nuova linfa l impulso dell uomo alla conoscenza. Ed è strano che proprio in un fattore schizoide debba trovarsi il fulcro attorno al quale ruota il contatto con la realtà. La curiosità alimenta la conoscenza; questo spiega il mistero e toglie i veli che coprono i fenomeni; i fenomeni spiegati permettono un più aderente contatto con la realtà, ma impongono, con le implicazioni che comportano, altri quesiti che suscitano altre curiosità. E così, in un gioco senza fine, un fattore schizoide si pone a capo e assume la paternità della lenta e progressiva acquisizione delle categorie logico-razionali, contribuendo a rendere sempre più saldi quei legami che uniscono la struttura razionale a quella che il fattore schizoide produce e contiene. La quarta modalità è il sentimento. A ben considerare, il sentimento è sempre comprensivo della curiosità e del dubbio e può attingere la sua consistenza solo alla struttura schizoide per una serie di motivi. Se riflettiamo sull aspetto semantico della locuzione nutrire un sentimento, potremo facilmente dedurre che l alimento capace di procurare nutrimento ad un fatto irrazionale (e tale il sentimento è), non può di certo essere tratto da una struttura razionale. Sono consapevole della apparente gratuità dell affermazione e della necessità di una dimostrazione. Possiamo tentarne una, esprimendo quelle che sono le caratteristiche comuni dei sentimenti. Questi sono produzioni psichiche del tutto prive di fondamenti razionali. Sono irrazionali come origine, come espressione, come manifestazioni e possono normalmente non poggiare su alcun sostegno logico. Di regola non sussistono (se non in apparenza) motivazioni che li giustifichino, e si dimostrano refrattari ad ogni tentativo di dimostrarne la sempre evidente illogicità. Possono essere contraddistinti, a mio avviso, da due attributi essenziali: la certezza con la quale sono vissuti e la impenetrabilità, in base alla quale essi restano solidi e non scalfibili anche di fronte a confutazioni inoppugnabili. Ma, se ricordiamo esattamente, la certezza e la impenetrabilità sono due caratteristiche essenziali dei deliri. E il delirio, in definitiva, è la più essenziale delle turbe psicotiche. Presumo, perciò, che i sentimenti abbiano radici nella struttura schizoide e da questa traggano alimento per sostentarsi e ingigantirsi. Ed anche in questo caso ci troviamo di fronte ad uno sconcertante paradosso. Infatti, nonostante che i sentimenti prendano origine dalla struttura schizoide e facciano presumere, per ciò stesso, un notevole grado di distacco dalla realtà, pur tuttavia soltanto con essi può realizzarsi appieno la fusione interindividuale che dà origine a quell essere-insieme-nell amore (13) che è una delle più alte espressioni di un corretto essere-nel-mondo. 251

7 de Benedictis G Col sentimento, l individuo realizza il contatto con l ambiente, ricorrendo a quel tempo vissuto e a quella spazialità che, insieme, configurano ancora una volta gli elementi essenziali per la costruzione della dualità indivisa di vecchia memoria 21. L ultima modalità di vigilanza e di controllo è l umorismo. Con l umorismo il fatto umano viene agito in una dimensione irreale, nella quale i comuni rapporti interindividuali sono collocati su un piano di assurdità. Una situazione non è mai umoristica di per sé. Lo diventa quando è la struttura schizoide a fornirne una interpretazione che esula dagli schemi logico-razionali. Questa interpretazione, se potesse rimanere confinata nell ambito della struttura, non assumerebbe mai caratteristiche umoristiche. L umorismo è sempre un fatto comparativo e questa comparazione si manifesta soltanto quando la struttura razionale esprime un giudizio sulla interpretazione schizoide, paragonando questa alla luce della logica e della razionalità. Sono convinto che l umorismo nasca dalla discrepanza che risulta da questa comparazione, secondo due aspetti essenziali: la risata e il sense of humour. Il secondo configura la capacità di rilevare un aspetto umoristico anche nelle comuni situazioni di vita; la prima manifesta in maniera palese e inconfondibile questa stessa capacità, amplificata con l apporto della struttura somatosensoriale. Ora, se riandiamo con la memoria all interpretazione che in merito è stata fornita dalla teoria psicodinamica, ci potremo accorgere di alcune interessanti analogie e, di converso, di altre sostanziali differenze che non sarà inopportuno mettere in luce. Per Freud, l umorismo nasce quando la situazione di vita viene tradotta nei termini del processo primario, assumendo determinate caratteristiche che, peraltro, scompaiono quando la stessa situazione si ritraduce con le modalità del processo secondario (14). Il risparmio di energia, totalizzato nel passaggio dal secondo al primo processo, verrebbe scaricato nella risata. Se alla nozione di processo primario sostituiamo quella di funzione schizoide e, al posto del processo secondario, quella di funzione logico-razionale, non soltanto perverremo alle medesime risultanze, ma acquisiremo una possibilità di interpretazione del fenomeno, in un certo senso più aderente ai termini del problema. Ci troviamo nelle condizioni di poter suggerire una concezione diversa, che propongo nei termini che seguono. Una stessa situazione di vita può essere osservata da due ottiche diverse: se è la struttura schizoide ad esprimere su di essa una valutazione, questa sarà fornita con un vocabolario irrazionale, assurdo e primario, almeno secondo il metro delle categorie razionali. I vocaboli adottati, però, non hanno caratteristiche umoristiche, fino a quando non è la struttura razionale a porli comparativamente a confronto con le categorie. Se, invece, ciò non avviene, la situazione conserva una fisionomia, non ancora umoristica, in attesa che il confronto venga operato. Voglio dire, con questo, che l umorismo nasce dal confronto tra le interpretazioni fornite dalle due strutture. Se non si procede a questo confronto, la situazione non può essere giudicata come seria o umoristica. Essa rimane soltanto una situazione. Illustro il concetto con un esempio. È noto che i bambini, pur disponendo di una modalità di pensiero improntata al processo primario, non posseggono il senso dell umorismo ed è nota anche la loro incapacità di cogliere i lati comici di quelle che più apertamente giudichiamo situazioni umoristiche. Possiamo dire, invece, sulla scorta della nostra ipotesi, che nel loro caso non è il senso dell umorismo ad essere deficitario, ma soltanto la capacità di operare un confronto comparativo. Se è vero, infatti, che il pensiero dei bambini è regolato dal processo primario, nessuno, in misura maggiore di loro, sarebbe capace di valutare umoristicamente le situazioni che gli adulti definiscono come tali. Invece, proprio questo non avviene. E non avviene perché la struttura razionale (il processo secondario della psicodinamica) non ha avuto ancora la possibilità di strutturarsi, almeno nei termini in cui negli adulti si manifesta. Con una grande differenza: mentre il processo primario è il prodotto di un attività il cui protagonista non è nominato dalla psicodinamica, la presente concezione deduce il prodotto da una entità esattamente configurata. Rimane da definire con precisione il modo in cui si produce la risata. Ho motivo di ritenere che la dinamica che la sottende possa essere diversa, in base ad alcune considerazioni. Innanzi tutto, la psicodinamica non spiega le ragioni per le quali l umorismo debba aver bisogno di una manifestazione fisica come la risata: nulla avrebbe impedito che esso potesse tradursi in un godimento squisitamente psichico. Non a caso, infatti, i più sottili piaceri dello spirito non hanno risvolti fisici. E poiché l umorismo è un piacere al quale il corpo non ha motivo di partecipare, non riusciamo a trovare una spiegazione plausibile che giustifichi la necessità di una estrinsecazione fisica. Ritengo, perciò, che il fenomeno possa avere un altra interpretazione. Generalmente l effetto comico ha luogo soltanto quando l ascoltatore di una storiella (o lo spettatore di un analoga situazione) comprendono l aspetto umoristico. Questo non soltanto conferma l intervento delle categorie razionali, ma lascia presupporre un fatto di gran lunga più importante. Sono del parere che l u- 252

8 Una diversa prospettiva della schizoidia morismo nasca quando la struttura schizoide, scoperta in fallo dalla struttura logico-razionale, ricorre ad un meccanismo atto a difendere la sua indipendenza di attività e di giudizio. In tal caso, essa, nell opporsi con tutte le forze ad un chiaro tentativo di razionalizzazione, chiamerebbe a raccolta tutte le sue difese e tutte le sue possibilità, comprese quelle che derivano anche dal controllo della struttura somato-sensoriale, la quale in questo modo parteciperebbe fisicamente (e, cioè, con le uniche modalità che le sono proprie) al fatto umoristico. Il sense of humour, al contrario, si differenzierebbe dalla risata per un corollario dello stesso meccanismo: per il fatto di dispensare la struttura somato-sensoriale da una partecipazione troppo palese. Esso assumerebbe, così, l aspetto di un fenomeno rarefatto, intellettivo, ragionato, nel quale la funzione schizoide agirebbe nella più completa autonomia e darebbe le sembianze ad un tipo di umorismo più raffinato e collocato, quasi, ad un livello superiore: molto più vicino alla struttura logico-razionale. Il fatto che il possesso del senso dell umorismo sia giudicato, nel contesto della cultura occidentale, una qualità positiva, forse dimostra una volta di più la predominanza di una struttura psichica, bene accettata dal comune consenso, perché capace di correggere l aridità delle categorie razionali con i colori di una spontaneità volta per volta ritrovata. Osservato da un punto di vista esistenziale, sono dell avviso che l umorismo nasca dalla scoperta (operata dalla struttura logico-razionale) di un diverso modo di essere-nel-mondo che, per il fatto di distaccarsi dal contesto delle categorie, si dimostrerebbe irrazionale, alogico, paradossale e, quindi, umoristico. IL PRINCIPIO DI INTEGRAZIONE E DI SOSTITUIBILITÀ IN PSICOPATOLOGIA Quando parliamo di vigilanza e di controllo, intendiamo riferirci ad un attività non marginale, ma pregnante e generalizzata. La struttura schizoide è una struttura arcaica: presumo che si sia innestata su quella somato-sensoriale come affinamento di quest ultima, non più idonea, magari, a sostenere un ruolo divenuto estremamente gravoso. Essa può aver agito con le modalità suesposte ed esaminate, e può aver contribuito, proprio con l esercizio di queste, alla nascita di una nuova struttura, atta a ricoprire un ruolo differenziato ed in grado di ricavarne e conservarne i risultati. La differenza tra struttura schizoide e struttura logicorazionale, pertanto, può essere compendiata in un solo concetto. La prima è varia, produttiva ma dispersiva. È probabile che da ciò sia nata la necessità di tesaurizzarne le risultanze da far valere come leggi o come modelli di condotta positiva. La seconda è più schematica, meno originale, meno produttiva, ma più efficace nel perseguimento degli scopi più immediati. Quando, perciò, parliamo di vigilanza e di controllo, non intendiamo riferirci ad un attività, per così dire, fiscale, ma all esercizio di una collaborazione intima, che unisca la varietà schizoide alla monotonia logico-razionale, in modo che la prima possa vegliare sulla sempre paventata eventualità che la seconda si irrigidisca in una schematizzazione non più funzionale e, di conseguenza, non più produttiva. Struttura schizoide, quindi, e struttura logico-razionale non configurano due posizioni estreme e contrapposte. Non rappresentano nemmeno due entità caratterizzanti rispettivamente patologia e normalità. Sono, piuttosto, un unico modo di essere, nel quale l una e l altra si intersecano e si completano, in un perenne gioco nel quale la irrealtà si lega alla realtà, la fantasia al dato di fatto, il mondo dei sogni alla quotidiana completezza. Trovare, in questo, un ricordo della proporzione psicoestesica significherebbe peccare di superficialità. In quella, l integrazione con gli altri e col mondo doveva confrontarsi con la tendenza all isolamento, sì che la dualità indivisa, più che una naturale costruzione, veniva a significare un continuo e debilitante confronto. Nel nostro modo d intendere, invece, la dualità si realizza ad ogni passo: nella curiosità che spinge a verificarne la vera fisionomia, nel dubbio che assale quando la ricerca si fa difficile, nella fantasticheria che ne cerca altre (anche se impossibili) rappresentazioni, nell umorismo che ne scopre deficienze, limiti e assurdità, nel sentimento che irrazionalmente la colora e la impreziosisce. Struttura schizoide e struttura logico-razionale, pertanto, si integrano e si completano a vicenda, ponendosi alternativamente in risalto a seconda delle occasioni offerte dal mondo ambiente, il quale può richiedere l intervento dell una e dell altra, nella soluzione di problemi che esigano, di volta in volta, una soluzione adeguata. Con questo, però, non facciamo che definire una situazione ideale: essa si realizza certamente, ma soltanto come incidente che avvalora, con la sua eccezionalità, una norma di tutt altro tenore. Le cose andrebbero diversamente se la struttura logico-razionale avesse raggiunto un livello di completezza e di autonomia sufficienti a farne una entità distinta. All attuale stadio filogenetico, non possiamo che riconoscere la superiorità della struttura schizoide 253

9 de Benedictis G e compiacerci di una realtà che, in ultima analisi, è da ritenersi vantaggiosa per il futuro del genere umano. Il pensiero dell umanità è ancora regolato dalla struttura schizoide: penso, tuttavia, che questo rappresenti il livello migliore di organizzazione della psiche e che ogni ulteriore variazione, in senso evolutivo, della struttura logico-razionale possa non costituire un fatto del tutto positivo. Chiariremo il concetto, riproponendo all attenzione il pensiero fantastico, il sogno, la memoria e i gesti. In genere il pensiero è definito come attività psichica... mediante la quale viene riconosciuta una realtà derivandone nozioni astratte (idee e concetti); nonché valutazioni, confronti, conclusioni e previsioni di ordine logico. L attività operativa del pensiero si avvale del ragionamento (confronto critico tra idee e concetti) e dell immaginazione o fantasia (spontanea formazione di idee, rappresentazioni, immagini, al di là dei controlli logici e razionali) (15). Questa definizione testimonia della copresenza di due strutture: una (logico-razionale), responsabile del confronto critico tra idee e concetti e una (alogica), alla quale attribuiamo la formazione (e quindi la paternità) delle stesse idee. Sembra di capire che gli strumenti di cui si serve il pensiero (ragionamento e immaginazione) abbiano solo lo scopo di consentirgli l esercizio di un attività di ordine logico, riconoscibile in confronti, previsioni e valutazioni, indispensabili per la derivazione di nozioni astratte. Un attività di pensiero, così intesa, sancisce in modo inequivocabile non soltanto una priorità operativa dell immaginazione, ma anche (e nello stesso tempo) un ruolo subordinato del ragionamento. Ora l idea, valutata come prodotto dell immaginazione, costituisce nell orizzonte conoscitivo dell individuo, quello che è stato definito un segno puro; l immaginazione ne è pertanto, l indispensabile matrice. Quando questa, attingendo a contenuti psichici preesistenti, produce forme e contenuti improntati a originalità, possiamo parlare anche di immaginazione creativa. Non è molto chiaro, invero, a che cosa l Autore voglia riferirsi, quando ammette la preesistenza di contenuti psichici. Pensiamo, però, con buona ragione, che essi altro non siano che il bagaglio della struttura schizoide: questo viene a popolare il pensiero, dandogli un contenuto che soltanto la ragione può mettere a confronto con le categorie. Questa sarebbe l attività che normalmente conosciamo come processo di pensiero equilibrato. Accanto, però, se ne pone un altra, che possiamo meglio identificare come puro prodotto schizoide: il pensiero fantastico. Nel bambino soprattutto, ma anche episodicamente nell uomo adulto, si hanno le c.d. réveries diurne: in certi momenti della giornata, di distensione, di abbandono, di stanchezza, tutto lo psichismo sembra concentrarsi sulla funzione immaginativa, sotto il suo aspetto più elementare e spontaneo. Quasi in margine alla vita cosciente, spesso in attitudine ludica, il soggetto lascia libero avvio al proprio pensiero; così le immagini si succedono in piena libertà o vengono subite passivamente o anche accettate con una sorta di compiacenza o talora, anzi, volontariamente favorite (27). Si impongono due considerazioni, peraltro già dianzi anticipate con uguale proposito. Innanzitutto, il fatto che le réveries si manifestino soprattutto nei bambini testimonia una volta di più della lentezza di formazione della struttura razionale in raffronto a quella schizoide. Questa, priva del vincolo delle categorie, avrebbe libero gioco nel condizionare l attività di pensiero che, in tal modo, assumerebbe modalità particolari di funzionamento. In secondo luogo, il loro carattere episodico nell età adulta deporrebbe a favore di una struttura razionale già formata (anche se, in linea assoluta, immatura) con la quale la struttura schizoide si troverebbe a contendersi il territorio d azione. Il fatto che le réveries sopravvengano nei momenti di distensione, di abbandono e di stanchezza, lascia anche presumere un certo sonno dell Io razionale, che differirebbe qualitativamente dal sonno vero, solo per una questione di grado. Il paragone con la attività di pensiero dei bambini si rivela di una certa importanza; nell un caso e nell altro, la struttura razionale è assente, o perché non ancora formata o perché temporaneamente assopita. La struttura schizoide, privata della vernice razionale, si manifesta in tutta la sua essenzialità e con tutto il suo potere: sovrasta e domina un pensiero costruito quasi su misura per contenerlo. Un discorso consimile può essere condotto per quanto concerne l attività onirica. Le ricerche sperimentali hanno convalidato ampiamente la presenza predominante nei sogni di materiali arcaici, subconsci, inconsci, che poi sono aboliti dalla dimenticanza e non pervengono che parzialmente alla coscienza riflessiva. Col sogno, la struttura schizoide ritorna padrona del mondo. Le categorie vincolanti ad una realtà immediata e povera vengono trascese e dimenticate: i materiali arcaici, simboli di un paradiso perduto nella piatta uniformità di ogni giorno, tornano a ristabilire un equilibrio senza il quale l Io diverrebbe progressivamente e irreversibilmente rigido. Senza il sogno, forse saremmo troppo rigidamente vincolati alle esperienze dell Io, al suo giudizio di fronte a certe situazioni; ma il sogno ci svela l attitudine dell inconscio, ci pone in presenza di correnti sotterranee di pensiero, talvolta in contraddizione con quelle della vita corrente, così che comportamenti troppo unilaterali della coscienza possono trovare un correttivo o una compensazione. Il sogno rappresenta, insieme, la rivin- 254

10 Una diversa prospettiva della schizoidia cita della struttura schizoide e la sua conferma: le consente di tornare periodicamente a vivere la sua antica avventura, per mettere in guardia la mente da quello che sarebbe l orrore di un esistenza regolata dal rigido meccanismo della logica e della razionalità. Compensa quanto si è perduto di giorno in spontaneità e in libertà, restituendo in danaro contante quanto l uomo ha speso per adattarsi a quell esigente padrone che è il mondo. Possiamo domandarci fino a qual punto ciò che Minkowski chiamava contatto vitale con la realtà non costituisca una rinuncia imposta ed accettata in cambio di una misera contropartita, troppo dispendiosa per quel poco che riesce a restituire, ma che è stato ritenuto l indispensabile lasciapassare per poter camminare nel mondo. Ci domandiamo, perciò, se quella di Minkowski, più che di scienza, non sia stata una lezione di superiore saggezza. Ancora un dubbio resta, forse, senza risposta: quale possa essere stata la portata di questa rinuncia nella storia dell umanità. Ho motivo di ritenere che esso abbia costituito per il suo carattere di irreversibilità la svolta più traumatica, più vistosa e più importante in tutto il suo millenario e travagliato cammino. Chissà che la cacciata di Eva e di Adamo dal biblico Eden non stia a rappresentare, in termini ingenui, umani ed accessibili, quello che è stato il passaggio, da uno stato di libertà psichica, ad una condizione più crudamente terrena, quale si sarebbe rivelata l acquisizione delle prime embrionali forme della struttura razionale (imposte dall istinto di sopravvivenza e dalle esigenze del mondo ambiente), dalla cui progressiva organizzazione sarebbe derivato, per l umanità intera, un nuovo destino. L albero del bene e del male, allora, cioè la capacità razionale e logica di discernere l esatto dall errato, il giusto dall ingiusto, la causa dall effetto, altro non sarebbe stato che il simbolo di una tappa decisiva nell obbligatoria sorte dell umanità, troppo ricca di una libertà superflua e troppo povera di una schiavitù necessaria. Per tutto questo (in contrasto con altri pareri, magari meritevoli, per altri versi, di uguale attenzione), sono convinto che il sogno renda liberi, col restituire una libertà perduta. Tutto ciò che si era sacrificato sull ara esigente di un corretto essere-nel-mondo, con gli obblighi di una legge posticcia, si svincola dal gioco di un esistenza quieta e senza scosse e torna a riprendere l individuo per mano, per riportarne la mente dov era, prima che la ragione nascesse e si affermasse. Ed è lo stesso sogno a configurare quella che Delay chiama memoria desocializzata e che troverebbe il suo equivalente nel delirio della demenza. Nel sogno, come nel delirio, tornano alla luce visioni del passato sepolto, che del passato, però, non hanno più alcun aspetto. Essi sono il presente, quello stesso nel quale si manifestano e che ha coagulato ogni altra dimensione temporale, riducendole tutte all unica sicuramente controllabile: sogno e delirio vivono questi ricordi come se fossero dotati di realtà oggettiva. I quadri sociali si dissolvono nella misura in cui si polverizzano i rapporti temporali: la memoria, avulsa dal tessuto che le fornisce i contenuti sistematizzati nei quali essa possa riconoscersi, si desocializza. Nasce la memoria autistica, contraddistinta dal privilegio del fenomeno ecmnesico, nel quale il passato scorre davanti agli occhi della coscienza in forma paradossale e allucinatoria. Quando parliamo di passato, intendiamo riferirci a qualunque passato, anche a quello ormai perduto nei meandri di un tempo troppo lontano per poter tornare a vivere. Ed è stato forse questo a favorire la supposizione che l allucinazione del passato potesse accompagnarsi a fenomeni ipermnesici. Io ritengo, invece, che la pretesa ipermnesia traduca in realtà soltanto la liberazione della memoria autistica normalmente inibita dalla memoria sociale e, più genericamente, dal meccanismo di attenzione alla vita, attraverso le funzioni di adattamento alla realtà. Essa ci rivela quale sarebbe il gioco naturale della memoria liberata dai quadri sociali. L ipotesi da me formulata concorda perfettamente, come si può osservare, con quella di Delay. Se l assopimento della memoria sociale (o la sua distruzione, nel caso patologico) permettono la liberazione dei contenuti di quella autistica, dobbiamo pensare soltanto ad un attività inibitoria della prima sulla seconda. Quando quest ultima trova libero accesso alla coscienza, esplode con tutta la sua irruenza, in dispregio dei limiti che la socializzazione ha creato e imposto. Con un aggiunta sostanziale: fuori dalle immagini sensoriomotorie che sono delle rappresentazioni, la memoria autistica comprende una folla innumerevole di ricordi che non sono allo stato di rappresentazione, ma allo stato di emozione pura. Tutta la memoria affettiva è una memoria autistica, perché è una memoria allucinatoria. Rammentiamo a questo proposito, i concetti introdotti con la nozione di modalità di vigilanza e di controllo, per riferirci in particolare, al sentimento. Nella memoria autistica il bagaglio affettivo, emozionale, sentimentale, si traspone in immagini genuine, svincolate da remore, grezze ed essenziali, secondo un meccanismo che Delay definisce della spontaneità. È un meccanismo oscuro, capriccioso e profondo: solo la ragione può vederci contraddizioni e incoerenze. E la ragione può farlo (aggiungo io) solo ricorrendo alla razionalità, comparandola ad uno schema meccanico nel quale ogni fenomeno deve trovare la sua significazione e il rapporto casuale che lo governa. Ma la memoria auti- 255

11 de Benedictis G stica è incoerente e contraddittoria: presumere di volerne appurare l essenza, significherebbe possedere il dono di trasferirsi in un altro universo mentale. La sua logica (se così ci è permesso di chiamarla) non può rientrare negli schemi della struttura razionale: la si può supporre, ma sempre al di fuori dell usuale contesto creatosi sulla base di modelli comuni, perché comune fu l esigenza di trovare un sistema ottimale di adeguamento al mondo. La struttura razionale, interessandosi alla vita, rappresentò l unico modo di sostenerla e di accompagnarla: la struttura schizoide, nata per disinteressarsene, continuò ad ignorarla, opponendo alla oggettività dei dati logici e razionali, una aristocratica soggettività che ne prescindesse, col travalicarne limiti e barriere. Un altro esempio della dominanza della struttura schizoide e della sua indifferente alogicità è rappresentato da quel tipo di gesto che Krout (16) ha definito autistico e che possiamo comprendere nella più vasta gamma del manierismo espressivo: senza voler entrare nel campo della patologia (nel quale esso assume caratteristiche più massive, che richiederebbero una trattazione più particolareggiata) possiamo ricondurci alla nostra indagine, considerando il significato che il gesto autistico sottende e le sue modalità di manifestazione. Un gesto manierato è affettato e artificioso: ciò che di esso colpisce è la sua innaturalità e la scarsa rispondenza all azione che vorrebbe rappresentare, aspetti che raggiungono il culmine nel manierismo schizofrenico, nel quale il gesto si esprime come una speciale attività, consistente nella rappresentazione di sentimenti del tutto estranei all azione nell ambito della quale si manifestano (17). Riconosciamo, con Allport (18), l esistenza di conflitti interni alla radice del comportamento manierato, ma riteniamo che, se un tale conflitto sussiste, esso non può che trovare origine nei rapporti interazionali fra le strutture. Il manierismo, secondo la mia ipotesi, si giustifica supponendo, in primo luogo, un sostanziale disaccordo tra struttura schizoide e struttura razionale e, in secondo luogo, un difetto di collaborazione tra struttura schizoide e struttura somato-sensoriale. Il disaccordo nasce quando le esigenze di espressione della struttura schizoide non trovano possibilità di giustificazione logica da parte della struttura razionale che, negandone la manifestazione, ne impedisce anche una espressione corretta, secondo le regole di una finalizzazione logica. Può verificarsi, allora, che la struttura schizoide decida di ignorare il divieto e di procedere egualmente alla realizzazione del comportamento espressivo. Questo, scisso dagli schemi razionali ai quali fa normalmente capo, adotterà le proprie modalità alogiche di manifestazione, utilizzando le capacità della struttura somato-sensoriale, senza poter fruire del senso dei limiti e della misura che solo dalla sovrastruttura potrebbe essergli fornito. Il gesto, quindi, non più misurato e non più rispondente alle reali necessità di espressione, si farà artificioso, affettato e innaturale, rivelando per ciò stesso la sua origine ancestrale, primitiva e irrazionale. Avevamo ripreso i concetti di fantasticheria, di sogno, di memoria e di gesto, osservandoli da un altra ottica, allo scopo di poter meglio illustrare l idea che l attuale stadio filogenetico potesse rappresentare il livello ottimale di organizzazione della psiche, in base al quale ogni altra variazione avrebbe potuto alterare un equilibrio già raggiunto, funzionale pur nella sua necessaria imperfezione. Possiamo chiarire l affermazione, considerando quelle che potrebbero essere le potenziali strade evolutive della costruzione psichica. Allo stadio attuale, l evoluzione potrebbe imboccare due percorsi: uno (del tutto assurdo) consistente nella atrofizzazione della struttura logico-razionale e nella conseguente perdita delle categorie, con i risultati che possiamo fin d ora osservare nelle malattie mentali a sindrome processuale; l altra, identificabile in una definitiva organizzazione della medesima struttura, che assumerebbe una posizione di chiara dominanza nei confronti di quella schizoide e somato-sensoriale. La prima, proprio perché assurda, si rivelerebbe non solo inattuabile e poco economica in rapporto alle esigenze che la situazione di essere-nel-mondo comporta, ma contrasterebbe anche con tutte le leggi che presuppongono un dinamismo evolutivo, orientato sempre verso forme più complesse e meglio strutturate di organizzazione. La seconda, per contro, inaridirebbe lo psichismo, privandolo di spontaneità e di originalità e trasformandolo in una costruzione schematica, perfettamente razionale ed incapace di potersi proiettare in un futuro, ridotto ormai ad un fatto del tutto prevedibile. Dubbio e curiosità, quali motori di una umanità mai paga e soddisfatta, non avrebbero più alcuna ragione d essere, né potrebbero giustificarsi. Tentativi e ricerche non avrebbero più scopo, essendo venuta a mancare la spinta che continuamente li alimenta e li rinnova. Non rimane che un alternativa: ritenere completata una evoluzione giunta, peraltro, ad uno stadio di incompletezza. Tutto ciò può non sembrare logico, ma non dobbiamo dimenticare che la logica con la quale valutiamo questa illogicità è frutto acerbo di una ancora più acerba struttura. Conviene accettarne la pochezza, per evitare il rischio di cadere nella presunzione di una illogicità ben più grave. La mente dell uomo ha bisogno del futuro e dell imprevedibile per sentirsi viva: ritengo che l unica possi- 256

12 Una diversa prospettiva della schizoidia bilità sia quella che, con queste considerazioni, ho proposto all attenzione. Sono certo che altre ipotesi siano ugualmente possibili. Da parte nostra, finora e tutti insieme, siamo nella incapacità di trovarne altre che, tenendo conto dei dati di fatto profferti, riescano a soddisfare le legittime aspettative del campo di indagine che stiamo esplorando. E i dati sono quelli che abbiamo finora esposto, col palese intento di osservarli in una prospettiva più ottimistica di quella che la realtà ci ha abituato a considerare. La struttura schizoide, secondo le mie vedute, presiede ancora (e, aggiungo, per fortuna) a tutto lo psichismo dell umanità, regolando l attività della struttura razionale con quelle che ho definito modalità di vigilanza e di controllo e che ho identificato nella fantasticheria, nel sogno, nella curiosità, nel sentimento e nell umorismo. Sono del parere che tutte operino concorrentemente e concordemente, perché la attività psichica, nel suo complesso, funzioni ad un livello ottimale, con un opportuno dosaggio di tutti gli ingredienti in grado di farne una architettura funzionale, flessibile e produttiva. Ho inoltre ipotizzato che la psicosi possa instaurarsi quando il gioco sottile delle tre strutture perde l accordo finalizzato e diviene un fatto anarchico. Ritengo, cioè, che la psicosi configuri un misterioso errore di dosaggio (conseguente a qualsivoglia causa) che sconvolge un ordine filogeneticamente precostituito. Ho affermato che quella della struttura schizoide è essenzialmente un attività di vigilanza e di controllo.penso (e ne ho dato un accenno in precedenza) che quando essa abbandona questa funzione e si sostituisce integralmente a quella della struttura razionale (utilizzando la propria anche per attribuzioni e compiti che non le competono) possa scatenarsi progressivamente o in forma cataclismatica il fenomeno schizoide-schizofrenico, nella misura in cui questa sostituzione sia stata operata processualmente o in forma esplosiva. In questo caso, la fantasticheria, il dubbio, la curiosità, il sentimento e l umorismo cesserebbero di rappresentare delle semplici modalità di funzionamento e si trasformerebbero in attività stabili, ossessivamente cementate e non più finalizzate. Troverebbero, così, una più corretta giustificazione quelle turbe che osserviamo negli psicotici e che, di regola, riassumiamo sotto le etichette di perplessità anancastica, tempeste emotive, sarcasmo schizofrenico, apragmatismo, perdita di contatto vitale con la realtà. Definizioni vere al di là di ogni dubbio, ma semplicemente esplicative e che possono assumere un significato più preciso e profondo e una giustificazione più scientifica, se consideriamo che in esse possiamo ritrovare, con sconcertante esattezza e facilità, tutte e cinque le modalità che ho proposto come emblematiche dell attività schizoide. Sono convinto, di conseguenza e sulla scorta di tutto ciò che precede, che la psicosi possa instaurarsi per un fenomeno di sostituzione di una struttura con un altra, che ne dissolverebbe la funzione con l esercizio della propria e che opererebbe con modalità di integrazione e di resimbolizzazione (19). Propongo, pertanto, di interpretare la psicosi in base ad un principio di carattere generale annunciato in apertura, applicabile ad ogni processo psicotico e che definisco di integrazione e di sostituibilità. Con esso, la patogenesi schizofrenica troverebbe la sua base dinamica in una sostituzione operata per un processo morboso dell attività di una struttura con quella di un altra adiacente, che ne integrerebbe i modelli espressivi, resimbolizzandoli in relazione alla propria fisionomia e alle proprie modalità di funzionamento. BIBLIOGRAFIA 1. Van den Berg JH: Fenomenologia e psichiatria, Bompiani, Milano, 1971, 33 (1) 2. 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