Tratto da La mia esperienza di ascolto nel volontariato: il counseling al telefono di Costanza T.

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1 Tratto da La mia esperienza di ascolto nel volontariato: il counseling al telefono di Costanza T. IL VOLONTARIATO, UN CAMPO D AZIONE. La struttura e il servizio Tra il primo e secondo anno del mio corso di counseling sentivo la necessità di mettermi alla prova, di vivere in prima persona l insieme delle trasformazioni spirituali che l incontro con i principi rogersiani aveva avviato nella mia vita. Un giorno, verso sera, mentre tornavo a casa dall ufficio in cui lavoravo in quel periodo, mi trovavo in un vagone della linea metropolitana gialla di Milano quando scorgevo nei cartelloni pubblicitari posti in alto l inserzione di un Associazione di Volontariato di nome ARAS Onlus, la quale recava le parole di LIBERO SFOGO, GLI ANGELI RESTANO IN ASCOLTO, invitando chiunque avesse avuto bisogno di parlare di un proprio problema a mettersi in contatto telefonico, offrendosi disponibilità all ascolto nella più completa libertà. La pubblicità invitava inoltre a contattare l associazione anche nel caso in cui si avesse avuto interesse a proporsi presso di essa come volontari. Mi sentivo subito toccata dalla disponibilità che conteneva quell annuncio, perché anche se mi trovavo in un periodo positivo della vita, sapevo purtroppo per mia esperienza quanto a volte fosse orribile non essere ascoltati veramente o non sentirsi compresi da nessuno. Mi sentivo così attratta e chiamata da quella pubblicità, percependo che quell associazione sarebbe stata per me un luogo di nuove esplorazioni, di ricerca interiore, di scoperta, di crescita personale. Scrissi quindi il numero in un bigliettino, e a distanza di qualche mese telefonai alla signora Marinella Gandossi che ne è stata fondatrice e ne è ancora Presidente, e le espressi il mio interesse di fare un esperienza come volontaria presso la sua Associazione. Ne seguì un colloquio preliminare di motivazione, un corso di formazione durato una decina di incontri, una valutazione finale sull attitudine. Ci fu poi la consegna simbolica delle chiavi della sede in cui si andava a operare, e dopo un breve periodo di affiancamento con un volontario già esperto nella gestione dell utenza, avveniva l esordio nell autonomia. Aras è un associazione Onlus nata nel 2005, apolitica e laica, iscritta nella Sezione Provinciale di Milano del Registro regionale generale del volontariato, e fornisce servizi gratuiti di relazione e di aiuto, di ascolto telefonico, di counseling e di supporto psicologico alle persone in difficoltà. La sede dell Associazione in cui si svolgevano le attività di ascolto degli utenti che telefonavano, si trovava in un appartamento molto grande, fatto di

2 stanze munite di uno o più telefoni, oltre che di una segreteria telefonica sempre attiva. In esso i volontari operavano da soli o in coppie, su turni di tre ore che si susseguivano durante la giornata, dal lunedì mattina alla domenica sera di ogni settimana, continuamente, per tutto l anno. Mi sentivo contenta e soddisfatta per l opportunità che avevo incontrato: avevo ricevuto la fiducia da parte di un ambiente che sentivo sereno e positivo, dove fare qualcosa di utile per sé e per gli altri era anche un esperienza collettiva condivisa da tutti i partecipanti. Il gruppo dei volontari era costituito da persone di età, esperienze di vita, professionalità e provenienze diverse, ma le accomunava tutte il desiderio di essere utili ad altri. Per diventare volontari bisognava necessariamente aver frequentato il corso di formazione organizzato per gli aspiranti dall Associazione. Era ovvio che nella consapevolezza delle responsabilità che si andavano ad assumere nei confronti dei destinatari del proprio intervento, dovesse sussistere l opportunità di una formazione seria e costante. La decina di incontri nella quale consisteva, erano diretti da specialisti della relazione di aiuto, ossia da psicoterapeuti invitati per l occasione, o da lezioni anche sfondo esperienziale tenute dai volontari già più esperti e competenti. Frequentare il corso è stata un esperienza fondamentale per una serie di motivi: innanzitutto è stato necessario per iniziare, entrando nello spirito individuale e collettivo di quel particolare tipo di volontariato. Durante il corso ci si doveva infatti predisporre a comprendere modalità corrette di ascolto e di gestione delle situazioni che si sarebbero incontrate, affrontando in special modo i temi che si legavano alle casistiche dall impatto emotivo più elevato, inquietante e complesso, per es. situazioni di grave urgenza o di minaccia suicidaria. Anche se non venivano richieste preparazioni professionali specifiche, per essere volontari si doveva entrare nella consapevolezza di quelli che potevano rivelarsi i propri limiti e i propri blocchi nell ascolto degli utenti possibili. Durante l attività potevano infatti emergere diverse tipologie di problematiche di disagio o di comportamento socialmente deviante, e per sviluppare attitudine nell ascolto empatico e non giudicante della diversità dell altro, si doveva prendere innanzitutto coscienza con la necessità di conoscere se stessi, il modo nel quale certe tematiche in se sarebbero risuonate. Ci si doveva rendere consapevoli il più possibile della possibilità che le esperienze narrate dagli altri potessero suscitare in noi emozioni legate a propri vissuti dolorosi non sufficientemente elaborati per poter restituire all altro una risposta di ascolto positiva, ossia rispettosa ed accettante. Dovevamo verificare ed ammettere con onestà a noi stessi dove e come l esperienza dell altro potesse finire col trascinarci in emozioni difficili da contenere e da gestire in noi stessi, in quanto potevano scoprirsi problemi non risolti anche per noi. L abilità al colloquio, seppur qualità innata in chiunque, doveva 2

3 essere quindi attivata e affinata in un cammino serio di acquisizione di informazioni, condivisione di esperienze con altri volontari, riflettendo sia sulle problematiche che sulle delusioni che si sarebbero potute incontrare. Gli incontri dovevano infatti essere rivelatori delle proprie capacità ma anche dei propri limiti. Per tutti questi motivi, l Associazione Aras dedicava sempre molta cura nella formazione dei nuovi volontari, ogni qual volta si accingeva a preparare corsi nuovi, contando all oggi circa settantacinque operatori attivi. Aggregare, stimolare e rendere più facile la comunicazione fra i volontari, sia in formazione che già operativi, veniva infatti considerato dall Associazione come la miglior garanzia per creare scambi di conoscenze, notizie, opinioni, argomenti, vissuti ed esperienze. A questo stesso scopo, infatti, con la frequenza di una volta al mese tutti i volontari erano tenuti a riunirsi durante l anno presso l Associazione, al fine di svolgere momenti di comune condivisione sulle necessità o sulle difficoltà specifiche incontrate durante il servizio. I propri punti di vista venivano espressi, raccolti, confrontati ed elaborati dagli altri volontari o dai più esperti, costituendo un attività di formazione permanente indispensabile per la buona prosecuzione della propria opera. Di fatto, data l importanza che rivestiva, questa formazione non veniva indicata dall Associazione ai volontari come un attività da svolgersi facoltativamente, bensì come un obbligo e una necessità per far parte del gruppo, quindi da svolgersi in modo costante. Nell Associazione la socialità fra volontari era inoltre stimolata anche da momenti di convivialità, ossia da alcune cene e da feste che venivano organizzate regolarmente in certi particolari momenti dell anno, per esempio all inizio di ogni estate, o nel periodo natalizio. Oltre all ascolto al telefono, l Associazione si interessava poi di organizzare, ma in modo meno strutturato, anche visite a domicilio di anziani che ne avessero fatto espressa richiesta. Durante l anno ricordo che era divenuto un appuntamento costante anche una consueta cena con quegli anziani che venivano seguiti sistematicamente dall Associazione. Tra l utenza conosciuta dal servizio di volontariato, la parte più significativa era infatti costituita da anziani, molti dei quali conoscevano Aras per indicazione ricevuta da Assistenti sociali operanti presso il Comune di Milano, o da altre Associazioni di volontariato, come ad esempio l Associazione Seneca, che si rivolgeva prettamente all aiuto degli anziani bisognosi o in difficoltà della città. Alcuni di questi anziani che chiamavano, a volte chiedevano anche di essere richiamati in determinati momenti della giornata o della settimana. La continuità di questo nostro ricordarsi di loro, veniva a costituire un momento importante nel loro quotidiano, divenuto spesso monotono, povero di stimoli, solitario. 3

4 Molti altri utenti conoscevano invece Aras anche attraverso canali pubblicitari di diffusione radiofonica o televisiva che venivano offerti gratuitamente all Associazione da alcune società mediatiche per alcuni giorni dell anno a scopo di beneficenza. Nei momenti di pubblicità mediatica, il traffico dell utenza si faceva molto più intenso, fino a tornare al suo consueto target col cessare del picco. Tra i volontari, c era infatti sempre qualcuno che lavorava per Mediaset, Microsoft, in radio, nel settore editoriale o pubblicitario, e benché per diventare volontari dell Associazione non servissero e non fossero mai state richieste abilità o professionalità specifiche in alcun settore, chiunque di noi si trovasse in una condizione personale o di lavoro che potesse facilitare l Associazione nella propria capacità di comunicazione al pubblico di ciò che era il suo servizio, ben si rendeva disponibile a farlo, e così accadeva. Tra le attività espletate, Aras offriva anche a chi ne avesse fatto richiesta dei cicli di colloqui di counseling. Tra i volontari c era infatti chi si era diplomato in counseling ed apportava all attività del suo volontariato anche questo valore aggiunto di professionalità. Casualità aveva voluto poi che scoprissi che alcuni counselor che erano presenti fra i volontari dell Associazione, si erano formati proprio presso i corsi Siab che anch io stavo frequentando come allieva. Ero davvero divertita nello scoprire che in quella stessa Associazione di volontariato casualmente avessi incontrato persone che provenivano dalle mie stesse esperienze di formazione nella relazione d aiuto. Oltre agli anziani, ogni giorno chiamavano con il bisogno di essere ascoltate molte altre persone, di sesso ed età diversi. Tanti erano anche i giovani. La sofferenza incontrata in Aras ricordo che era però spesso colorata al femminile. Alcune donne erano conosciute da lunga data dall Associazione, e venivano seguite telefonicamente anche per molto tempo, se non da anni. In Sede erano ben organizzati sia la coesione tra i membri che il coordinamento delle funzioni. Aras era in contatto continuo anche con altre istituzioni, come ad esempio gli assistenti sociali che seguivano alcune persone cui si telefonava regolarmente, con continuità. Presso di essa si poteva poi reperire sopra ad alcuni mobili posti all ingresso materiale informativo pertinente a varie utilità, come ad esempio l esistenza di corsi o di servizi presenti in città. A volte, come accade in tutti i gruppi, l incontro tra le diverse sensibilità dei volontari non sempre faceva emergere i migliori sentimenti del nostro essere, e accadeva qualche litigio dovuto per lo più ad antipatie epidermiche, incomprensioni o rivalità. Eppure anche questi momenti diventavano un occasione di crescita per tutti, perché finivano col risolversi in una prospettiva di evoluzione, nell imparare a stare nelle proprie posizioni senza però distruggere quelle dell altro, non nella chiusura del conflitto. In Aras, per agire nella disponibilità all accoglienza della diversità portata dall utenza, ma anche da ogni volontario con cui si collaborava, o da chiunque altro si 4

5 incontrasse, dovevamo come volontari imparare a superare le nostre individualità. Si doveva sempre operare per la condivisione e l armonia con tutti. Una volta ricordo che, con la saggezza e le buone maniere che la contraddistinguevano sempre, la nostra Presidente aveva dovuto intervenire in una situazione allo scopo di calmare gli animi e fare da moderatore, perchè ci invitava sempre alla costruttività. E intervenne con un monito ironico, dicendo: Ragazzi! Ricordate che siamo Angeli!. Se penso ad una vera signora, ricordo lei. La mia esperienza in Aras si è conclusa quando sono rimasta in gravidanza. Per gli impegni legati alla mia maternità, ho dovuto malincuore dimettermi dal servizio e cessare l attività. Essendomi dedicata con cura per il tempo in cui sono stata presente, l Associazione so però che conserva un ricordo positivo di me, e nel momento in cui volessi tornare ad essere una volontaria attiva, la porta per me è sempre aperta. Il tempo trascorso in Aras lo porterò sempre nel cuore. ESPERIENZE SIGNIFICATIVE Quando una persona in relazione a determinati vissuti perde il contato con il sentimento dei propri reali e autentici bisogni, o con la percezione delle proprie vere emozioni e dei sentimenti, può accadere che perda la naturale e spontanea capacità di entrare in rapporto diretto con la propria esperienza, ossia con ciò che essa realmente senta e pensi. Facilmente diviene allora vittima dell incertezza, del dubbio, della sfiducia, della confusione, e quando non trovi attorno a se la comprensione e l attenzione che le sarebbero di aiuto, può accadere che si deteriori la sua capacità di attivare in sé le risorse che le permetterebbero di fare la necessaria chiarezza sulla situazione che causa il suo disagio. L impossibilità di esprimere, di rendere libere le proprie energie mentali ed emotive, l impossibilità di un ascolto, di una comprensione e di un accettazione da parte dell ambiente in cui una persona si trovi, possono infatti condurla alla perdita di speranza e di fiducia sia nella propria capacità di risolvere i propri problemi che nel mondo in cui si vive. E così che si entra nella spirale della mancanza di comunicazione con gli latri e nella solitudine. Cessa la fiducia negli interlocutori presenti nel proprio mondo, e la qualità della vita si impoverisce di relazioni significative. E quindi per sopperire a quest assenza di comunicazione che l esistenza ponti si rende allora necessaria, ossia di strutture in cui si possa facilmente avvicinare chi sia disponibile ad offrire un dialogo che interrompa il vuoto relazionale, la marginalità in cui ci si trovi. Il contatto con persone che siano in grado di addentrarsi nell isolamento emotivo se non fisico 5

6 dell altro, diventa così un opportunità fondamentale per chi si trova chiuso nella propria condizione di disagio. Servono persone capaci di riconoscere chi sia diverso da se come parte di un tutto cui tutti si appartiene, e che si pongano in opposizione alle situazioni che potrebbero diventare tragiche o irrecuperabili. Nell Associazione Aras, l intento di costituire un punto di riferimento e un collante psicologico per chi telefonava, veniva realizzato dall assetto della propria struttura di ascolto, che riusciva a raccogliere la voce di tanti che quotidianamente avevano bisogno di parlare per i più diversi motivi. C era chi si trovava in uno stato emotivo di assoluta e urgente necessità di comunicare con qualcuno, o chi chiamava solo per risolvere uno stato di confusione per problemi occasionali o determinati. Chi viveva invece stati di solitudine continui e generalizzati, o chi cercava conforto o consiglio per angosce o difficoltà momentanee dovute a situazioni di lavoro, abitudini, malattie, incidenti, relazioni, figli, coniugi, ex coniugi, amicizie varie. Tutti cercavano uno spazio di comprensione che sentissero fiducioso, sicuro, neutrale, e uno solo era il motivo che li accomunava tutti: il bisogno di essere ascoltati da un altro essere umano come loro. Per me è stato un momento felice quando ho deciso di attivarmi nel volontariato per aiutare per un po di tempo qualcuno nella direzione della soddisfazione di questo bisogno. Un bisogno umano, semplice, elementare, quasi ovvio per il modo in cui è connaturato all esistenza, ma per alcuni a volte difficile da vivere, inaccessibile, negato, proibito, escluso dal campo della sua possibile esperienza. Purtroppo la vita oggi è per tanti così, nella quotidianità di ogni giorno. Tra gli incontri al telefono che ho avuto durante l attività di volontariato svolta in Associazione Aras, ci sono casi che ricordo con una leggera allegria, perché le telefonate si concludevano con un saluto piacevole, con sentimenti positivi di speranza e serenità.. Ma altri li rammento invece con un certo dolore. C erano gli anziani soli, uomini e donne, ed erano tantissimi. C era chi si sentiva sempre abbandonato, a prescindere da ciò che avesse o non avesse attorno a se, incapace di sentire qualcosa di diverso dal vuoto. C erano ragazzi giovani, vittime di dipendenza affettiva, devianza sessuale, abuso di alcool. Altri avevano vissuto molti anni della loro vita in strutture di comunità, alloggi per senza tetto, ospedali psichiatrici, ed erano persone senza tante gioie. C erano poi tante donne che avevano subito abusi, violenze. E così seguivano tutti questi uomini e queste donne certi giorni a telefonare, uno dopo l altro, come una sfilata di ombre. E io cercavo di ascoltarli tenendo vivo lo spirito e la speranza 6

7 insita nei principi rogersiani. In alto il più possibile, per i drammi che sentivo. E per non deprimermi con loro. Se penso a una di queste persone, un esperienza di ascolto che per me è stata particolarmente significativa sia dal punto di vista umano che tecnico, circa l approccio rogersiano che ho usato nel gestire il contatto e sintonizzarmi nell ascolto, tra le tante voci che potrei ricordare penso innanzitutto ad una ragazza che chiamerò Carla. Quando la penso, ricordo ancora la sua persona con grande commozione, anche perché, credo, il suo dolore per tanti aspetti può rispecchiare e contiene quello di tutti. Questa ragazza aveva circa trenta anni. Quando chiamava in Aras, chiedeva regolarmente sempre di parlare solo con due specifici volontari che erano entrambi maschi, o con una precisa volontaria. Se non trovava loro a risponderle al telefono, cominciava a svalutare immediatamente chi aveva incontrato, sminuendo chi le dava ascolto e dicendo che tanto non avremmo capito niente di lei. Quando la incontrai per la prima volta al telefono, sentendo che non ero uno dei suoi affezionati, subito riattaccò la conversazione. Ricordo di essermi sentita un po rattristata da quel suo rifiuto. Percepivo che era una persona interessante, e con lei volevo avere un dialogo prima o poi. Una delle volta successive, riuscii a fermarla prendendola forse di sorpresa, e le dissi: scusa, ma non avresti niente di cui parlare con una volontaria come me? Riuscii allora ad agganciare il suo interesse, ma successivamente, poco dopo iniziava ad esprimere la costante spirale di rabbia che era solita mettere in atto con gli altri volontari di cui si fidava. Ce l aveva contro lo stato, la politica e i politici, la società tutta, il sistema, l ipocrisia, le contraddizioni sociali. Con le sue parole riusciva a demolire regolarmente ogni cosa, inclusi i volontari che cercavano di darsi da fare. Riusciva a vedere nel mondo solo il suo male, e con lei non era certo facile comunicare. Distruggeva tutto e tutti, non poteva lasciare spazi minimi di speranza su nulla e nessuno. Aveva un intelligenza lucida, attenta, e le sue ferree analisi erano implacabili e spietate. Nella sua logica espositiva era realistica, profonda, coerente, articolata, era contraddirla impossibile. Cosa dire a una persona così? Non accettava alcun limite, alcuno stimolo, nessun ragionamento a contrario, nemmeno accettava di ricevere un confine temporale alla durata della telefonata. Le sue telefonate, infatti, erano sempre lunghissime, e non permetteva che in questo le si desse lei confini, contrariamente ad ogni indicazione impartita dall Associazione. A noi operatori era infatti sconsigliato di rimanere al telefono più di mezz ora con ogni utente. Le sue telefonate finivano invece per durare quasi sempre più di un ora, e se si cercava di spiegarle che era corretto salutarsi e riprendere la conversazione un altra volta, lo assumeva come pretesto per riattivare la sua sfiducia nel prossimo e la sua rabbia furiosa. Non si poteva negare che il suo atteggiamento suscitasse in noi volontari anche molto fastidio e ulteriori risposte di rifiuto e di 7

8 rabbia. Aveva avuto un esistenza contrassegnata da episodi familiari drammatici. Aveva vissuto abusi, abbandono, mancanza di amore. Come dirle nell insieme delle conversazioni di cercare di guardare in altre direzioni che non fossero solo quelle dei suoi brutti ricordi? Come favorirla nel cercare di sviluppare anche un piacere di vivere, se la sua esperienza aveva sempre negato tutto questo? Dove trovare un punto da cui far partire la sua speranza in un esistenza più positiva? Che tipo di ascolto offrirle? Non potevo invitarla a vedere nient altro di diverso dal male che aveva conosciuto. Non potevo salvarla dal suo turbine di dolore in alcun modo, e capivo che in realtà non potevo fare davvero niente per lei, se non accettare la sua rabbia e la sua disperazione. Non era facile però, quando parlava, trascinava tutto nello sconforto profondo. Non ero neanche più intelligente o più arguta di lei, non se ne faceva nulla dell esperienza degli altri, non potevo riempire il suo vuoto, e non potevo rendermi utile in nessun modo. Personalmente, sono riuscita a portare avanti un dialogo con lei, solo quando ho sviluppato uno spirito di totale rinuncia a ogni aspettativa nei suoi confronti. Dovevo capire e accettare che in realtà non potevo fare nulla che la facesse sentire più serena, e quindi non dovevo attendermi che migliorasse. Ho capito che se volevo aiutarla anche solo un po, se davvero volevo salvarla un po dalla sua distruttività e dalla sua infelicità, potevo solo farle arrivare, mediante la mia mera paziente presenza, il messaggio che anch io esistevo, oltre alla sua furia, e che in quel momento c era qualcuno li, proprio per lei, che poteva ascoltare una persona così tanto arrabbiata come lei era,con i suoi sfoghi, e che non era sola nel farlo. Punto e basta. Quando telefonava, imparavo ad attendere che spremesse la sua rabbia, dandole tutto il tempo per farlo, anche se per non sentire io tutto quel suo dolore, avrei voluto darle subito dei consigli che più razionalmente la aiutassero a relativizzare quello che le era accaduto. Ma in quel modo avrei negato la verità del suo vissuto, ossia la realtà della sua sofferenza personale, generalizzandola ed appiattendola in un esperienza comune. E così, piano piano, quando di volta in volta chiamava, anche se non mi cercava mai in particolare modo chiedendo a chi le rispondesse se ci fossi io a fare un turno in sede, aveva però cessato di rifiutare la possibilità di parlare anche con me. Se ero io a risponderle, fin da subito non chiedeva più di parlare con i soli tre volontari di cui si fidava. Ero entrata anch io nel suo mondo, e riusciva a stare e a farsi ascoltare anche da me, calmandosi un po dopo gli sfoghi, prima di risentirla una nuova volta, nuovamente in preda ad un latra crisi e ad un altra furia. Entrando in relazione con Carla, con le sue grosse problematiche emotive che non erano facili da ascoltare, restava per forza un senso di disgrazia, di isolamento, di inutilità. Non riusciva a scoprire dentro di sé alcuna soddisfacente strada per accedere alla fiducia nelle sue risorse e nel mondo, e parlare con lei non dava certo immediate soddisfazioni. L unica gratificazione che si 8

9 poteva provare, era quella di aver cercato di essere umili nel capire i suoi problemi, di averla accettata per come era, di averla rispettata. Con lei diventava subito evidente cosa non dovesse essere il volontariato, ossia quello che in realtà non è. Non poteva essere un mezzo per sentirsi necessari nella condizione di bisogno dell altro, o per esercitare su di esso un proprio senso di efficacia o di potere. Non era un occasione per dare prescrizioni sul modo di comportarsi, sulle scelte che l altro avrebbe dovuto fare per se stesso, secondo la propria visione delle cose, secondo il modo in cui si riteneva che si dovessero fare, o sul come dovessero andare a finire. Non era un modo per confermare in positivo l immagine di se, che facesse sentire per sentirsi bravi, efficaci, buoni, utili, o più capaci degli specialisti che avrebbero dovuto tenerla in carico. Non faceva sentire indispensabili per il bene dell altro. Con lei non si poteva avere alcun piacere nella relazione. Secondo la mia personale esperienza, credo che il vero volontariato sia in realtà un gesto che debba essere sempre solo fine a se stesso. Un donare per il piacere di restituire al mondo un po della vita che si ha ricevuto. Infatti, in casi difficili come l ascolto di Carla, può essere vissuto con soddisfazione solo se si entra in questo spirito. CONCLUSIONI La scelta di immettermi nell esperienza del volontariato che ho svolto, per me è stata un iniziativa senz altro attualizzante, nel termine concepito da Rogers. Ho ascoltato innanzitutto un bisogno di farne la semplice esperienza, al di là e prima di ogni altro scopo. Mi sono avventurata nell esplorazione di capacità e risorse, apprendendo modalità di essere e di leggere gli accadimenti della vita che mi hanno resa più consapevole dei problemi dell esistenza, e delle modalità adatte per risolverli. Ho scoperto che le mie paure, i miei sentimenti e i miei bisogni assomigliano più di quanto immaginavo a quelli degli altri, ed ho imparato che siamo tutti dotati di risorse, potendo ognuno di noi provare sempre a riattivarle. Ho acquisito maggior capacità di entrare in contatto emotivo con me stessa e con gli altri, sviluppando più semplicità e immediatezza nel dare ascolto e spazio ai miei sentimenti e ai messaggi che mi portano. Sento una libertà più ampia, e percepisco un senso generale di maggior fiducia, riuscendo a dare più valore alla mia esperienza di vita, nel bene e nel male. Il volontariato è un esperienza che consiglio a tutti. 9

10 A conclusione di questo mio percorso triennale in counseling, altra esperienza che è stata attualizzante nella mia vita, posso inoltre dire di sentirmi adesso una persona meno giudicante, più disponibile, tollerante, più cosciente di quanto ogni essere umano sia limitato, con il compito di dover crescere e di maturare per diventare semplicemente ciò che è. Una fatica comune a tanti. E in omaggio alla mia personale assunzione di responsabilità nel voler crescere, quest anno dedico questa tesina a tutte le persone che mi hanno permesso di migliorare, ma anche a me stessa! La vita a volte mi ha tenuta lontana dal vero ascolto dei miei bisogni, dei miei sentimenti. A fronte di ciò, le esperienze di cui ho parlato sono state un dono che questa volta ho fatto solo a me stessa. Resto quindi grata a tutto ciò che ho vissuto, incluso questo compito finale, perché ne ho tratto un nutrimento reale, non fittizio, ingannevole, apparente. Mi sono immessa in un teatro dell anima in cui ho sentito che le tante parti di sé di coloro che in tali esperienze ho incontrato, volontari, utenti, docenti del corso di counseling, compagni di viaggio, mi hanno resa protagonista di un movimento interiore che ha offerto al mio cuore l occasione di un balzo in avanti, di una maggior apertura verso la vita cui ora sento di appartenere in una dimensione di me più ricca, armoniosa, rappacificata, amorevole, sperante. 10

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