Autori e testi aggiuntivi

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1 Autori e testi aggiuntivi

2 Parte prima Tra Ottocento e Novecento Parte prima Tra Ottocento e Novecento autori e testi Arthur Rimbaud Il profilo letterario «L uomo era alto, ben fatto, quasi atletico, con un viso perfettamente ovale da angelo in esilio, i capelli castani sempre in disordine e gli occhi di un inquietante azzurro pallido»: ecco come si presenta agli occhi di Verlaine il ragazzo di provincia, diventato il ribelle avventuriero della parola. Arthur Rimbaud ( ) è un rivoltoso, tanto nella vita quanto nell arte. Il suo desiderio è quello di varcare il confine: il confine di Charleville, piccola città di provincia in cui nasce, troppo angusta per il suo animo; il confine della moralità borghese, troppo meschina per il suo temperamento; il confine della poesia dell epoca, troppo legata alla tradizione per il suo genio; il confine della sua stessa arte, troppo deludente per i suoi desideri. Avvicinatosi alla poesia tramite la lettura di Hugo e dei parnassiani, egli li supera, considerando i romantici inconsapevoli della loro «veggenza» e i parnassiani troppo legati all immaginario del passato. Nella lettera inviata a Paul Demeny il 15 maggio 1871, denominata «lettera del veggente» e considerata come il manifesto del suo primo progetto poetico, egli dichiara: «Io è un altro». La poesia deve dunque spingersi oltre la soggettività; essa dà voce all «altro» che l uomo ha dentro di sé. 2

3 Parte prima Tra Ottocento e Novecento Poesie Il poeta deve esplorare se stesso per provare ogni forma d amore, di sofferenza, di pazzia, esaurendo in sé «tutti i veleni, per non conservarne che la quintessenza». Egli si fa, così, «veggente mediante un lungo, immenso e ragionato disordine di tutti i sensi»; va verso l ignoto, valicando il limite che gli altri non osano oltrepassare. Il poeta, avendo coltivato il suo spirito fecondo, non ha paura di andare al di là, diventando «il sommo Sapiente». Egli ha su di sé l incarico dell umanità, «dovrà far sentire, palpare, ascoltare le sue invenzioni; se ciò che riporta di laggiù ha forma, egli dà forma; se è informe, egli dà l informe». Attraverso un inebriante audacia della visione, Rimbaud si allontana dall esperienza conformista della realtà, oltrepassando le apparenze. Alla stregua di Prometeo, che ruba il fuoco (simbolo della conoscenza) agli dèi per darlo agli uomini, egli si sente il liberatore dell umanità, il «moltiplicatore di progresso». Esplora dimensioni sensoriali ignote, godendo della sua capacità di percepire nuovi legami tra le cose: è così che, ad esempio, nel sonetto Vocali, una semplice vocale associata a un colore acquisisce nuovi significati attraverso l associazione di impressioni che sublimano la realtà. Tutto per lui, come per Baudelaire, può essere fonte di poesia: non è tanto importante il soggetto in sé, quanto la sensazione che esso riesce a trasmettere a un anima «eletta». Rimbaud esprime la sua comunione con l ignoto, essenza vera del mondo, attraverso un nuovo linguaggio atto a tradurre le scoperte del poeta; una lingua, dunque, «dell anima per l anima», che possa riassumere tutto: profumi, suoni, colori. I suoi versi, rapidi e vigorosi, riflettono il suo Io, rivoluzionando le tecniche stilistiche: la rima lascia ben presto il posto al verso libero, che si trasforma, poi, in poema in prosa. Il vocabolario è ricco di termini aulici che si mescolano a quelli popolari e ai numerosi neologismi. Attraverso la tecnica della sinestesia (l associazione di termini concernenti sfere sensoriali diverse) l autore va oltre il senso logico della parola, attribuendo a essa una nuova carica espressiva ed emotiva. Dopo l esperienza «veggente» Rimbaud scrive Una stagione all Inferno, in cui racconta e condanna la sua poetica, eppure non elimina del tutto la sensazione del piacere provato a esplorare universi sconosciuti: «Ho creato tutte le feste, tutti i trionfi, tutti i drammi. Ho cercato d inventare nuovi fiori, nuovi astri, nuove carni, lingue nuove. Ho creduto di poter acquisire poteri soprannaturali. Ebbene! Devo seppellire la mia immaginazione e i miei ricordi! Bella gloria d artista e di narratore andata in malora! Io! Io che mi ero detto mago o angelo, dispensato da ogni morale, eccomi qui steso al suolo, con un dovere da cercare, e la realtà rugosa da stringere!». Alla fine della raccolta, il poeta lascia intravedere un barlume di luce per il futuro, barlume che si trasforma in eclatanti Illuminazioni, titolo dato al suo canto del cigno. In quest opera la realtà viene trasfigurata in immagini inconsuete, che il linguaggio poetico, frutto di una grande libertà creativa, riesce a rendere sempre suggestive. Nella sua sfera poetica i nessi logici tradizionali sono aboliti, il tempo e lo spazio acquisiscono nuovi valori, non c è più distinzione tra essere animati e inanimati, tutto prende vita in una giostra di musica e colori, dove le sensazioni e le immagini si fondono nella rivelazione di mondi nuovi. Dopo le Illuminazioni, Rimbaud, per il quale l avventura poetica è soltanto una stagione della sua vita, tacerà per sempre, ma permane la sua musa, che, come asserisce Verlaine, ha assunto tutti i toni, pizzicato tutte le corde dell arpa, grattato tutte quelle della chitarra e accarezzato la ribèca (piccola viola a tre corde usata dal Medioevo al XVI secolo) con un archetto agilissimo, come nessun altra prima di lei. La raccolta Poesie riunisce i versi scritti da Rimbaud tra la fine del 1869 e il settembre del Le liriche dell opera non sono state né assemblate né fatte pubblicare dall autore, il quale anzi voleva che le ventidue poesie date a Paul Demeny, scritte perlopiù nel 1870, andassero distrutte. In una lettera inviata all amico nel giugno 1871, il poeta, ritenendo superati quei versi, esprime con fermezza le sue volontà: «Bruci, lo voglio, e credo che lei rispetterà la mia volontà come quella di un morto, bruci tutti i versi che fui abbastanza stupido da darle durante il mio soggiorno a Dou Arthur Rimbaud Parte prima Tra Ottocento e Novecento autori e testi Arthur Rimbaud 3

4 Parte prima Tra Ottocento e Novecento ai». Demeny, fortunatamente, non gli diede ascolto e adesso anche i versi a lui dedicati fanno parte di questa raccolta. Le quarantaquattro liriche che compongono l opera sono, quindi, di ispirazione diversa, oscillando tra l innocenza, l esuberanza, la spontaneità della gioventù e l irruenza, la provocazione, il sarcasmo della rivolta. Le poesie appartenute a Demeny sono composizioni dai versi regolari, i cui temi sono l incanto della natura, il viaggio, la fuga, l euforia, il rifiuto dell idealismo, ma anche la misoginia, l opposizione alla borghesia, la condanna della guerra. Nelle poesie del 1871, la rivolta contro i limiti della condizione umana si fa più serrata; il verso è più audace, così come la satira. Poesie come I seduti e Accosciamenti inveiscono contro la mediocrità borghese; Prime Comunioni, I poveri in chiesa, Preghiera della sera prendono invece di mira la religione, rasentando addirittura la blasfemia. Decisamente anticlericale, Rimbaud in questi versi combatte il bigottismo e il moralismo dell epoca, ricordando e condannando la rigida educazione materna. Anche la parola in sé diventa argomento poetico, come nell enigmatico sonetto Vocali, dove il poeta, dichiarando di conoscere il segreto della nascita delle vocali, riprende temi quali la morte, la natura, la scienza, l amore. In queste liriche, la lingua, come asserisce Verlaine «è netta e resta limpida anche quando l idea si addensa o il senso s oscura»: assonanze, allitterazioni, termini ricercati accompagnano l esperienza del veggente che raggiunge il suo acme nel Battello ebbro. Il battello ebbro Ci prepariamo per un viaggio verso le profondità dell essere; lasciamo gli ormeggi della ragione e facciamoci guidare dal flusso delle sensazioni. Poiché andavo scendendo 1 lungo i Fiumi impassibili 2, Sentii che i bardotti 3 non mi guidavan più: Ignudi ed inchiodati ai pali variopinti, 4 I Pellirosse striduli li avevan bersagliati 4. Col mio cotone inglese, col mio grano fiammingo, Non mi curavo più di avere un equipaggio, Quando, assieme ai bardotti, si spensero i clamori, 8 I Fiumi mi lasciarono scender liberamente. Dentro lo sciabordare 5 aspro delle maree, L altro inverno, più sordo di una mente infallibile, [Poesie] 1. andavo scendendo: il battello, simbolo della rivolta attuata da Rimbaud, parla in prima persona, raccontando la sua esperienza. 2. impassibili: calmi, ma anche indifferenti alla condizione di schiavitù a cui è ridotto il battello. 3. bardotti: coloro che trainano le barche lungo l argine di un fiume, servendosi di funi denominate alzaie. 4. I Pellirosse bersagliati: i bardotti sono stati catturati dai Pellirosse e quindi adesso il battello, non più trainato dagli uomini, segue la corrente. 5. sciabordare: frangersi delle onde. 4 Autori e testi aggiuntivi

5 Parte prima Tra Ottocento e Novecento Io corsi! E le Penisole strappate dagli ormeggi 12 Non subirono mai sconquasso più trionfante 6. La tempesta ha sorriso ai miei risvegli in mare. Più lieve di un turacciolo 7 ho danzato sui flutti 8 Che eternamente spingono i corpi delle vittime, 16 Dieci notti, e irridevo l occhio insulso dei fari 9! Più dolce che ai fanciulli qualche acida polpa 10, L acqua verde filtrò nel mio scafo di abete E dalle macchie rosse di vomito e di vino 20 Mi lavò 11, disperdendo il timone e i ramponi 12. Da allora sono immerso nel Poema del Mare 13 Che, lattescente 14 e invaso dalla luce degli astri, Morde 15 l acqua turchese, dentro cui, fluttuando, 24 Scende estatico un morto pensoso e illividito; Dove, tingendo a un tratto l azzurrità, deliri E ritmi prolungati nel giorno rutilante, Più stordenti dell alcool, più vasti delle lire, 28 Fermentano i rossori amari dell amore 16! Io so 17 i cieli che scoppiano in lampi, so le trombe, Le correnti e i riflussi: io so la sera e l Alba Che si esalta nel cielo come colombe a stormo 18 ; 32 E qualche volta ho visto quel che l uomo ha sognato 19! [ ] Ho cozzato in Floride incredibili 20 : fiori Sbocciavano fra gli occhi di pantere con pelli Arthur Rimbaud 6. E le Penisole trionfante: il battello paragona la sua sconvolgente avventura allo schianto provocato da una penisola che si stacca dalla terra, diventando un isola alla deriva. 7. turacciolo: tappo di sughero. 8. flutti: onde del mare. 9. irridevo fari: schernivo la luce dei fari, appartenente a un mondo banale. 10. qualche acida polpa: nel testo in lingua originale: la chair des pommes sures, cioè «la polpa delle mele aspre». 11. L acqua verde Mi lavò: il battello è ormai purificato dalla grettezza e dall ipocrisia umana. 12. ramponi: grosse fiocine che rinsaldano l ancoraggio. 13. Poema del Mare: il Poema è qui simbolo di avventura. 14. lattescente: del colore del latte. Anche Jules Verne in Ventimila leghe sotto i mari scrive a proposito dell Oceano che sembra «lattificato». 15. Morde: espressione metaforica u ; questo verbo rende bene l impetuosità del mare. 16. Dove amore: qui si fondono le forze della natura e della passione che colorano di rosso l azzurro del mare. Il ritmo del mare è quindi accompagnato dai deliri della passione. Il termine in lingua originale bleuité (azzurrità), sostantivazione dell aggettivo bleu, è stato coniato da Rimbaud. La lira è il simbolo della poesia. 17. Io so: il battello è ormai tutt uno con gli elementi naturali. 18. l Alba stormo: la nascita del giorno schiarisce il cielo come uno stormo di colombe. 19. E qualche volta sognato: la frase, che in lingua originale è Et j ai vu quelquefois ce que l homme a cru voir, cioè «E ho veduto qualche volta ciò che l uomo ha creduto di vedere», è presa dagli scritti di san Paolo. 20. Floride incredibili: terre ricche di vegetazione, come la Florida. Parte prima Tra Ottocento e Novecento autori e testi Arthur Rimbaud 5

6 Parte prima Tra Ottocento e Novecento D uomo 21! In arcobaleni come redini tesi 48 A glauche mandrie sotto l orizzonte dei mari 22! Ho visto fermentare gli stagni enormi, nasse 23 Dove frammezzo ai giunchi marcisce un Leviatano 24! Frane d acqua scuotevano le immobili bonacce 25, 52 Cateratte lontane crollavano nei baratri! Ghiacciai, soli d argento 26, flutti madreperlacei, Cieli ardenti! Incagliavo in fondo a golfi bruni Dove immensi serpenti mangiati dalle cimici Cadon, da piante torte 28, con oscuri profumi 29! Ai bimbi, avrei voluto mostrare le dorate 30 Dell onda cupa e azzurra, o quei pesci canori 31. Schiume di fiori, mentre salpavo, m han cullato, 60 E talvolta ineffabili venti m han dato l ali. Martire affaticato dai poli e dalle zone, Il mare che piangendo mi addolciva il rullio Faceva salir fiori d ombra, gialle ventose 32, 64 Ed io restavo, simile a una donna in ginocchio, Quasi isola, scuotendo sui miei bordi i litigi E lo sterco di uccelli dagli occhi biondi 33, e urlanti. Vogavo ed attraverso i miei legami fragili Gli affogati a ritroso scendevano a dormire 35! Io, battello perduto nei crini delle cale 36, Spinto dall uragano nell etra 37 senza uccelli, Né i velieri anseatici 38, né i Monitori 39 avrebbero 72 Ripescato il mio scafo ubriacato d acqua, 21. fiori D uomo: gli uomini selvaggi si aggiravano tra i fiori. 22. In arcobaleni dei mari!: il battello ha visto arcobaleni tesi sull acqua che sembravano avere radici nella profondità del mare! 23. nasse: attrezzi di vimini usati per la pesca. 24. Leviatano: immenso mostro marino, divoratore di uomini, presente nel Libro di Giobbe della Bibbia. Esso è stato assunto dal filosofo inglese T. Hobbes a emblema dell onnipotenza dello Stato rispetto al singolo. Qui si riferisce a tutto ciò che è spaventoso e di proporzioni abnormi. 25. Frane d acqua bonacce: la straordinarietà delle immagini è data dall uso della metafora: Frane d acqua. 26. soli d argento: in questo mondo immaginifico gli elementi naturali acquistano nuova forza: il sole non è più unico, ve ne sono numerosi che irradiano una luce ovattata, diversa da quella del sole della gretta realtà. 27. cimici: insetti privi di ali, parassiti dell uomo o di vegetali; se toccati emanano un odore molto sgradevole. 28. torte: piegate. 29. oscuri profumi: ecco una bella sinestesia u. 30. dorate: pesci equatoriali dorati. 31. pesci canori: in questo mondo straordinario anche il pesce, l animale silenzioso per eccellenza, acquisisce nuovi poteri! 32. gialle ventose: alghe gialle che formano delle ombre simili a quelle dei fiori che, appiccicandosi alla chiglia del battello, a mo di ventose, ne rallentano la navigazione. 33. occhi biondi: ecco un altra metafora. 34. legami fragili: le alghe o anche le corde dell imbarcazione. 35. Gli affogati a dormire: l equipaggio del battello è annegato e viene trascinato dalle correnti. 36. crini delle cale: la vegetazione tropicale che cresce sulle insenature. 37. etra: aria. 38. velieri anseatici: navi commerciali. Il termine anseatici si riferisce dunque alle navi che, nel Medioevo, facevano parte delle leghe mercantili delle città tedesche situate tra la Schelda e la Livonia orientale; l Hansa era un associazione di origine medievale fra città mercantili. 39. Monitori: navi da guerra adatte a incursioni costiere. 6 Autori e testi aggiuntivi

7 Parte prima Tra Ottocento e Novecento Libero, fumigante 40, di brume 41 viola carico; Io che foravo il cielo rossastro come un muro Che porti, leccornie per i buoni poeti, 76 Dei licheni di sole e dei mocci d azzurro 42 ; Io che andavo chiazzato dalle lunule elettriche 43, Folle trave, scortato dagli ippocampi 44 neri, Quando il luglio faceva crollare a scudisciate 80 I cieli ultramarini dai vortici infuocati 45 ; Io che tremavo udendo gemere a cento leghe I Behemot 46 in foia e i densi Maèlstrom 47, Filando eternamente sull acque azzurre e immobili, 84 Io rimpiango l Europa dai parapetti antichi 48! Ho visto gli arcipelaghi siderei e delle isole Dai cieli deliranti aperti al vogatore 49 : È in queste notti immense che tu dormi e t esili 88 Stuolo d uccelli d oro, o Vigore futuro 50? Ma basta, ho pianto troppo! Le Albe sono strazianti. Ogni luna mi è atroce ed ogni sole amaro: L acre amore mi gonfia di stordenti torpori Oh, la mia chiglia scoppi! Ch io vada in fondo al mare! 40. fumigante: che esala fumo. 41. brume: foschie. 42. Io che d azzurro: il cielo rossastro viene paragonato a un muro che il battello, nella tempesta, riesce a forare. Il muro forato è formato da strisce di sole e gocce d azzurro, prelibati argomenti per i buoni poeti. C è qui una nota ironica u nei confronti dei mediocri poeti che, nei loro versi, eccedono nelle descrizioni di cieli azzurri e assolati. 43. lunule elettriche: riflessi della luce sottomarina specchiati dalle onde sul battello. 44. ippocampi: cavallucci marini. 45. Quando infuocati: quando la veemenza dei temporali estivi non faceva distinguere più il cielo dal mare, dando l impressione che il cielo precipitasse nell oceano. 46. Behemot: demone stolto e rude. 47. Maèlstrom: corrente marina del Nord. Se desidero un acqua d Europa, è la pozzanghera Nera e gelida, quando, nell ora del crepuscolo, Un bimbo malinconico abbandona, in ginocchio, 96 Un battello leggero come farfalla a maggio. Non posso più, bagnato da quei languori, onde 52, Filare nella scia di chi porta cotone, Né fendere l orgoglio dei pavesi e dei labari, 100 Né vogar sotto gli occhi orrendi dei pontoni 53. [Trad. di I. Margoni] 48. Io rimpiango antichi: il battello, dopo aver vissuto questa entusiasmante ed estenuante avventura, ha nostalgia dell Europa, dove sono stati costruiti dei ripari contro le tempeste. 49. Ho visto al vogatore: in questa immagine cielo e terra si confondono. Il battello dice di aver visto costellazioni ondeggianti nel cielo simili a isole pronte per essere esplorate. 50. È in queste futuro?: il battello si chiede se l avvenire sia nascosto lì. 51. L acre amore torpori: l intenso amore per l ignoto adesso lo ha spossato. 52. onde: il battello si rivolge alle onde. 53. Filare pontoni: il battello, dopo questa straordinaria avventura, non può più ritornare a trasportare cotone, né contemplare i pennoni e le bandiere delle altre imbarcazioni, e neanche navigare davanti ai galleggianti usati per traghettare i passeggeri. Arthur Rimbaud Parte prima Tra Ottocento e Novecento autori e testi Arthur Rimbaud 7

8 Parte prima Tra Ottocento e Novecento Leggere e interpretare Questa poesia, scritta da Rimbaud ad appena diciassette anni, è il simbolo dell avventura poetica del «veggente». Essa narra il viaggio di un battello fluviale, che, avendo perso il suo equipaggio, vaga liberamente per i mari, scoprendo paesaggi maestosi e mostruosi. Il battello personificato u non è altri che il poeta stesso, il quale, grazie al deragliamento di tutti i sensi, compie il viaggio verso l ignoto, verso ciò che giace al di là della superficie delle apparenze. Senza più freni inibitori, affrancatosi ormai dai dettami della società, guidato solo dal flusso incessante delle sensazioni, il battello-poeta è catapultato nei meandri dell anima, dove osserva un mondo mai visto prima e ascolta suoni mai uditi in precedenza. Questa avventura estrema, in cui si rivela ciò che l uomo ha soltanto potuto credere di vedere, in cui si prova il gusto dolce o amaro di ogni emozione, finisce per spossare l imbarcazione. Il battello-poeta è sconfitto, la sua impresa è stata vana, l esperienza della veggenza è fallita. Cosa fare allora? L unico luogo che può accogliere il malinconico relitto è la vecchia e protettiva Europa, nell evocazione della fanciullezza, quando un bambino giocava con una barchetta di carta in una pozzanghera / Nera, quando insieme a quel battello leggero navigavano i desideri e le attese di un vigoroso futuro. Dopo lo straordinario viaggio visionario, il battello non è più lo stesso: non può più calarsi nella sordida realtà dalla quale è stoicamente fuggito! La promessa dello spettacolo a cui il lettore assiste è già tutta nel titolo, in quello stato euforico, in quella confusione dei sensi, in quell ebbrezza già auspicata da Baudelaire, sentita come unica, vera condizione di vita. La poesia parla del mare, un mare che Rimbaud, all epoca del componimento, non aveva ancora mai visto. Molte immagini marine presenti nella lirica sono, quindi, reminescenze letterarie tra le quali si riconoscono il romanzo di Jules Verne Ventimila leghe sotto i mari e ancora la poesia Il viaggio del suo caro Baudelaire, considerato da Rimbaud «re dei poeti», vero veggente, sebbene ancora legato alle regole del classicismo formale. La poesia si apre con la constatazione da parte del battello, dotato di sensibilità e facoltà umane, di aver acquistato la libertà. L imbarcazione che fino a quel momento ha percorso sempre lo stesso tragitto in acque tranquille, trasportando cotone e grano per quegli uomini che l hanno sottomessa al loro volere, lascia i Fiumi impassibili (v. 1) per correre Dentro lo sciabordare aspro delle maree (v. 9). I bardotti e l equipaggio sono qui simboli delle imposizioni e delle norme dettate dalla società, alle quali Rimbaud si ribella. Il lettore fin dai primi versi è proiettato in una dimensione onirica, dove le immagini si susseguono in una consequenzialità che non deve più niente alla ragione. Magnificenza, ripugnanza, dolcezza, brutalità si avvicendano vigorosamente in un vortice di colori e impressioni. Il poeta descrive l avventura visionaria usando il registro linguistico della narrazione. Abbondano infatti i verbi coniugati all imperfetto e al passato prossimo, che calano le immagini in un atmosfera da sogno. Tutto ciò che vede, tutto ciò che sente il battello è raffigurato con un estrema dovizia di particolari: la straordinarietà delle visioni è data dall accumulo di sostantivi accompagnati spesso da aggettivi cromatici. Numerosi artifici retorici (metafore u, sinestesie u ) arricchiscono di fascino il racconto. I suoni, i colori, i profumi si corrispondono, richiamando le «corrispondenze» care a Baudelaire. La reiterazione di strutture uguali crea pathos, fino all urlo della disperazione (vv ) caden- 8 Autori e testi aggiuntivi

9 Parte prima Tra Ottocento e Novecento zato dalla ripetizione u del pronome personale Io che sembra quasi accompagnare la disfatta sempre più incalzante dell inconscio. La fine dell avventura è poi suggellata da quell eloquente punto esclamativo posto al termine del grido: Ma basta, ho pianto troppo! Dopo di ciò, gli aggettivi si fanno oscuri e le parole sono appena mormorate. Sergio Corazzini Il profilo letterario Sentirsi morire: questo tormento interiore corrode l animo del poeta, che nel suo desolato abbandono, non riuscendo a trovare una ragione di vita, si lascia andare al sogno di un esistenza semplice, per sfuggire così alla tristezza. I temi prediletti, o comunque più ricorrenti, dei versi di Sergio Corazzini ( ) sono le vecchie piccole cose, i giardini abbandonati, il suono degli organetti: insomma tutto quanto meglio manifesta il tema dell abbandono e del morire delle cose. Come Gozzano e gli altri crepuscolari, Corazzini canta le cose semplici, quotidiane; la sua è una poesia di tono basso che si compiace di contemplare gli oggetti più umili, che inducono alla malinconia e alla tristezza nate dalla consapevolezza di non poter aderire alla vita: la protesta contro la realtà diviene detrazione dalla vita fino a comprendere il desiderio della morte e del dolore. L animo di Corazzini è malato di sofferenza, di voluttà, di pianto e sente l angoscia delle cose che vivono in un desolato tremore, quasi trepidanti per un animazione simbolica. La stanchezza spirituale lo fa ripiegare sulle piccole cose; la sua personalità è caratterizzata dall umiltà e dalla dolcezza, la sua anima è un po malata di nostalgia, illanguidita dai profumi belli come le speranze: il poeta ha davanti ai suoi occhi il presentimento della fine. Fedele alla poetica negativa in cui è latente il senso della rinuncia e la scoperta che i tempi non sono più propizi per la poesia, dal momento che ormai si assiste alla crisi della scienza e alla dissoluzione del reale, il poeta ha la sensazione di non aver nulla, proprio nulla da dire; egli ha preso coscienza di aver esaurito ogni capacità espressiva, di non aver altro compito che quello di raccogliersi in un angolo e morire in silenzio. La sua poesia è tutta intrisa dell attesa della morte: l autore è ripiegato su se stesso, volto ad ascoltare il suo pianto, essenzialmente lirica monocorde, in cui i sentimenti sono espressi da un piccolo fanciullo triste, da un fanciullo dimenticato da tutti gli esseri viventi, che però non appare mai, nonostante le parole, come una figura di un fanciullo angosciato, ma di un piccolo che ha trovato nei propri limiti e nel proprio pianto una dolce consolazione. Sostanzialmente è poesia dello spleen, della profonda malinconia, del desiderio di morte, ma nello stesso tempo anche della nostalgia per la vita, motivo per cui, in relazione alla lirica di Corazzini, si può parlare più di rassegnazione che di disperazione. Per quanto concerne gli aspetti formali, indubbiamente Corazzini, nell ambito della scuola crepuscolare, presenta una notevole modernità stilistica sia per la frantumazione del verso che per la ricerca continua di nuove soluzioni formali: se da un lato rifiuta la tecnica espressiva tradizionale, quale quella di Carducci o di D Annunzio, dall altro tende, nel bisogno di confessione, a utilizzare un tipo di linguaggio discorsivo, colloquiale, una musica dimessa, che ben si accorda alla sua anima stanca. Sergio Corazzini Parte prima Tra Ottocento e Novecento autori e testi Sergio Corazzini 9

10 Parte prima Tra Ottocento e Novecento Piccolo libro inutile La raccolta più significativa di Corazzini è Piccolo libro inutile del 1906; qui, più che altrove, l interesse dell autore non va al clima eroico della tradizione precedente, ma ai sentimenti semplici, legati alla quotidianità. I temi ricorrenti sono quelli della rinuncia, della liquidazione di ogni fede e di ogni ideale: l esistenza quotidiana si presenta grigia, sonnolenta, stanca, svuotata di ogni valore, priva di ogni slancio ed entusiasmo. Ai sogni di vita inimitabile, all attivismo, alla mitologia del superuomo e delle donne fatali si contrappongono la consapevolezza della umana fragilità, le banalità quotidiane. Si passa dall eroe al fanciullo, dal titanismo al vittimismo, si compie l involuzione del costume romantico e così il fanciullo, che in Pascoli è l emblema spontaneo della vita, in Corazzini diviene una figura smarrita, dolente per un irrimediabile abbandono, per un lutto. Gli stati d animo che più concorrono a ispirare la rappresentazione del mondo di ogni giorno sono la noia, la sfiducia, l incapacità di dare un significato alla vita; tuttavia su questi si va a innestare il sogno di qualcosa per cui valga la pena vivere, anche se permane la consapevolezza che si tratta solo di un sogno. Di questa tematica sono protagonisti assoluti gli oggetti concreti, gli oggetti umili, che ben si addicono alla malinconica natura dell autore e rinviano alla sua triste vicenda e a quel destino inesorabilmente segnato; oggetti che tuttavia non riescono a definire un ambiente, ma che si manifestano come riflessi, quasi simboli cristallini di un dramma esistenziale. Desolazione del povero poeta sentimentale Vero e proprio manifesto dell antidannunzianesimo, questi versi dipingono, con toni cupi e dolenti, un immagine nuova di poeta, un triste fanciullo che piange e non sa altro che morire. Perché tu 1 mi dici: poeta? Io non sono un poeta. Io non sono che un piccolo fanciullo che piange. Vedi: non ho che lagrime da offrire al Silenzio 2. 5 Perché tu mi dici: poeta? [Piccolo libro inutile] Le mie tristezze sono povere tristezze comuni. Le mie gioie furon semplici, semplici così, che se io dovessi confessarle a te arrossirei. Oggi io penso a morire 3. I II 1. tu: è un tu impersonale; il poeta si rivolge a un possibile lettore, ma anche a se stesso. 2. non ho Silenzio: cosa è possibile offrire al Silenzio se non le lacrime? Bisogna notare che il Silenzio è personificato u, quasi un nume con cui entrare in comunione (fra l altro è un tema tipico della poesia crepuscolare). 3. Oggi morire: il tema della morte incombente è caratteristico della poesia crepuscolare, così come la ricerca delle cose semplici. 10 Autori e testi aggiuntivi

11 Parte prima Tra Ottocento e Novecento 10 Io voglio morire, solamente, perché sono stanco; solamente perché i grandi angioli su le vetrate delle catedrali 4 mi fanno tremare d amore e di angoscia; solamente perché, io sono, oramai, 15 rassegnato come uno specchio, come un povero specchio melanconico 5. Vedi che io non sono un poeta: sono un fanciullo triste che ha voglia di morire. Oh, non maravigliarti della mia tristezza! 20 E non domandarmi; io non saprei dirti che parole così vane, Dio mio, così vane, che mi verrebbe di piangere come se fossi per morire. Le mie lagrime avrebbero l aria 25 di sgranare 6 un rosario di tristezza davanti alla mia anima sette volte dolente, ma io non sarei un poeta; sarei, semplicemente, un dolce e pensoso fanciullo cui avvenisse di pregare, così, come canta e come dorme. III IV 4. solamente catedrali: sono tipiche della letteratura francese del Novecento queste impressioni mistiche, che derivano dalle grandi figure di angeli medievali poste sulle vetrate delle cattedrali; il fascino che esercitano è ricorrente in vari intellettuali, che pur avendo letto molti libri non ne hanno tratto consolazione. La grafia «catedrale», che rappresenta un vezzo ortografico, denota la predilezione per le forme desuete e il compiacimento per un immagine raffinata e preziosa. 30 Io mi comunico del silenzio, cotidianamente 7, come di Gesù. E i sacerdoti del silenzio sono i romori, poi che senza di essi io non avrei cercato e trovato il Dio. Questa notte ho dormito con le mani in croce. Mi sembrò di essere un piccolo e dolce fanciullo 35 dimenticato da tutti gli umani, povera tenera preda del primo venuto; e desiderai di essere venduto, di essere battuto di essere costretto a digiunare 40 per potermi mettere a piangere tutto solo, disperatamente triste, in un angolo oscuro. V VI 5. rassegnato melanconico: la rassegnazione e la malinconia di uno specchio trascurato. Questo motivo dello specchio indica il ruolo passivo del poeta nella società, una sorta di schermo dei dolori degli uomini. 6. sgranare: recitare. 7. cotidianamente: quotidianamente, ogni giorno. Sergio Corazzini Parte prima Tra Ottocento e Novecento autori e testi Sergio Corazzini 11

12 Parte prima Tra Ottocento e Novecento VII Io amo la vita semplice delle cose. Quante passioni vidi sfogliarsi, a poco a poco, 45 per ogni cosa che se ne andava! Ma tu non mi comprendi e sorridi. E pensi che io sia malato. VIII Oh, io sono, veramente malato! E muoio, un poco, ogni giorno. 50 Vedi: come le cose. Non sono, dunque, un poeta: io so che per essere detto: poeta, conviene viver ben altra vita! Io non so, Dio mio, che morire. Amen. Metro: versi liberi Dal testo alla produzione 1. Ricerca il tema centrale del testo Con chi dialoga il poeta? Cosa manca a Corazzini per essere definito «poeta»? Quali soluzioni formali sono in evidente relazione con la tradizione letteraria francese? Perché sono così frequenti le ripetizioni? Individuale e spiega perché il poeta ricorre a tale artificio retorico Corazzini scrive di non essere un poeta: quali sono, secondo te, le motivazioni che hanno decretato la caduta del mito ottocentesco del poeta? Esponi le tue conoscenze in merito in un breve testo argomentativo Autori e testi aggiuntivi

13 Parte seconda Il primo Novecento Federigo Tozzi 1. La vita e le opere Una giovinezza dura e tormentata Federigo Tozzi nasce a Siena nel 1883 da una famiglia contadina. Il padre, proprietario di una trattoria e di alcuni poderi, è un uomo insensibile e violento, dispotico e incapace di comprendere il figlio. Orfano a soli dodici anni della madre Annunziata, una donna remissiva e sofferente di disturbi nervosi, Federigo trascorre una fanciullezza particolarmente dura e tormentata, in balia di un genitore-padrone autoritario e grossolano, che suscita in lui quei complessi di colpa, frustrazione e paura tanto presenti nella sua narrativa. A scuola non ha molto successo: viene espulso da un collegio vescovile, dalla scuola di Belle Arti e non completa nemmeno gli studi tecnici intrapresi. Il padre si risposa (1900), ma anche la seconda moglie (la Luigia del romanzo Il podere) subisce gli stessi maltrattamenti della prima. Nel 1902 Tozzi si iscrive al Partito Socialista e conduce una vita piuttosto disordinata, che gli provoca anche una temporanea cecità. Ha una turbata relazione amorosa con Isola (la Ghisola di Con gli occhi chiusi), una contadinella conosciuta da bambino nel podere del Castagneto (Poggio a Meli in Con gli occhi chiusi). Dal novembre del 1902, in seguito alla risposta a un annuncio su un giornale, avvia un intensa corrispondenza epistolare, anche di natura affettiva, con Emma Palagi, che continua, nonostante gli impedimenti del padre, fino al 1908, anno in cui sposerà la donna. 13

14 Parte seconda Il primo Novecento Il sessennio di Castagneto La scelta definitiva della narrativa La pubblicazione del romanzo Con gli occhi chiusi Nel 1907 riesce a ottenere un lavoro stabile vincendo un concorso presso le Ferrovie dello Stato a Pontedera (Pisa); in seguito alla morte del padre, lascia il lavoro per dedicarsi all amministrazione dei poderi ricevuti in eredità e inizia a scrivere e a collaborare con varie riviste, stimolato dalla stessa moglie (è un periodo felice questo, definito «sessennio di Castagneto», dal nome della sua proprietà). La morte del padre e le controversie relative all eredità sono oggetto del romanzo Il podere. Nel 1911 appare la sua prima raccolta di versi, La zampogna verde, ricca di influenze dannunziane; due anni dopo scrive un poemetto, La città della Vergine, traendo ispirazione dagli antichi scrittori senesi, e il suo primo romanzo, Con gli occhi chiusi, che però non viene pubblicato. In effetti la sua vocazione di narratore era iniziata nel 1910 con Ricordi di un impiegato, un romanzo autobiografico in forma di diario che ritrae gli anni trascorsi durante la sua esperienza lavorativa a Pontedera, pubblicato postumo nel 1960 in edizione integrale. Postumo (nel 1970) è uscito anche il volume Il teatro, comprendente sedici commedie. Il 1913 è un anno di svolta: il poeta si libera dell influenza dannunziana e fonda con Domenico Gullotti, un cattolico reazionario di cui condivide le posizioni, la rivista «La Torre», rivolta ai giovani cattolici italiani, rivista che, autodefinendosi «organo della reazione spirituale italiana» si poneva in contrapposizione con «Lacerba» e la letteratura d avanguardia. L abbandono della poetica dannunziana e della poesia in genere, nonché la scelta definitiva della narrativa (romanzo e novella) sono i segni più evidenti della maturazione dell autore. Nel 1914, in seguito alla fallimentare gestione delle proprietà, Tozzi si trasferisce a Roma con la moglie Emma e il figlio Glauco e si dedica a molte attività culturali senza però aderire a particolari ideologie (periodo definito del «sessennio romano»). Il suo intento è quello di farsi conoscere e di dare un edizione definitiva ai suoi scritti; stringe amicizia con Pirandello e Borgese, che lo accoglie nella redazione del «Messaggero della Domenica» e lo presenta a Treves, il prestigioso editore milanese. Tozzi così pubblica finalmente nel 1917 i frammenti sparsi di Bestie, una serie di aforismi sul mondo umano e animale, e nel 1919 Con gli occhi chiusi, la sua opera forse più nota. Il romanzo è autobiografico: Pietro Rosi, protagonista e proiezione dell autore, è un adolescente introverso che si scontra col carattere egocentrico, dispotico e violento del padre, Domenico, proprietario di un avviata trattoria a Siena e di un podere. L uomo sottomette anche la moglie Anna che, debole ma sensibile, assiste in un solidale silenzio alle angherie del marito nei confronti del figlio. La morte di Anna inasprisce la situazione: Pietro resta nella solitudine e in balia di un genitore odioso, che lo disprezza profondamente per la sua inettitudine. Il romanzo mette in luce la timidezza e la fragilità di un ragazzo che, soggetto ad ansie, indecisioni e paure, preferisce vivere con gli occhi chiusi una realtà negativa, perdendosi in un sogno fantastico, in cui trova sicurezza e serenità. Nel 1920, con lo scrittore in fin di vita per una polmonite, escono Tre croci, composto nello stesso anno ed edito il giorno della scomparsa dell autore, e una raccolta di novelle, Giovani, mentre postumi sono Il podere e Gli egoisti (1921). 14 Autori e testi aggiuntivi

15 Parte seconda Il primo Novecento 2. Il profilo letterario La rivalutazione di Tozzi Gli influssi di Joyce e Kafka A Tozzi spetta un posto di rilievo nel panorama letterario italiano di primo Novecento insieme con Svevo e Pirandello, perché la sua narrativa fonde le caratteristiche del romanzo naturalista (di Zola e Verga), ravvisabili nella descrizione della natia Siena e delle campagne circostanti (nonché le relative vicende, proiettate sullo sfondo economico-sociale contadino e piccolo-borghese, le forme dialettali, gli schizzi caratteriali dei personaggi minori) col gusto per l introspezione e il soggettivismo della generazione europea d avanguardia, il che permette all autore di delineare figure tormentate e infelici per un inguaribile inettitudine esistenziale. Tuttavia, nonostante Giuseppe Antonio Borgese nel lontano 1923 l avesse elogiato, l autore è stato relegato fino a oggi fra gli scrittori minori della letteratura italiana di primo Novecento, rispetto agli illustri colleghi, Svevo e Pirandello. Sta di fatto che l opera del senese è attualmente oggetto di studio per una sua rivalutazione, non solo perché Tozzi è il primo scrittore della letteratura italiana a rompere i canoni del Naturalismo, ma anche perché anticipa quelle che saranno le caratteristiche del romanzo sveviano sia nella forma (per la presenza di flashback, visioni, intrecci, monologhi e ritmi narrativi spezzati) che nel contenuto (per le vicende ricche di drammi psicologici inquietanti, scandagli interiori, senso di negatività della vita, ricerca fallita della propria personalità). La poetica di Tozzi, come lo stesso scrittore precisa, può essere definita del «qualsiasi misterioso atto nostro», fondata non sulla descrizione narrativa e cronologica dei fatti, ma su un gesto misterioso che determina l instabilità degli stati psicologici del soggetto. Tozzi deriva dall americano William James (autore del trattato i Princìpi di psicologia), la tendenza a registrare la continua variabilità degli stati di coscienza. È chiaro altresì il riferimento alla tecnica, inaugurata da Joyce e Svevo, del flusso di coscienza ; tuttavia, Tozzi ne prende le distanze per la tendenza a lasciare nel romanzo «un impalcatura», come egli stesso la definisce, cioè una sorta di trama in cui si muovono personaggi e ambienti reali. Il punto di vista narrativo non è mai quello del narratore esterno, come nei romanzi veristi, ma sempre calato nella dimensione allucinata e visionaria dei personaggi. Ne deriva una dimensione assurda della realtà, sulla quale domina un atmosfera di oppressione molto simile a quella descritta dallo scrittore praghese Franz Kafka, l autore forse più vicino, fra gli europei, a Tozzi. Anche se le trame rimandano al romanzo realista, siamo dunque agli antipodi del Naturalismo. Tozzi non descrive mai la realtà oggettiva: nel susseguirsi delle sensazioni e dei pensieri dei personaggi, la visione dei fatti è sempre soggettiva e deturpante. A un primo esame, nel tentativo di interpretare e spiegare le pulsioni interiori, l analisi della realtà può sembrare molto vicina all esperienza freudiana; ma, a considerare bene, Tozzi registra solo i moti dell animo e non li spiega affatto, come invece fa Svevo alla luce degli insegnamenti di Freud nella Coscienza di Zeno. Il critico Giacomo Debenedetti ribadisce, invece, il debito a Freud, sottolineando l affinità tra l autore senese e Kafka. Entrambi, infatti, hanno avuto con un padre prepotente un rapporto difficile, che li ha resi incapaci di sviluppare rela- Federigo Tozzi 15

16 Parte seconda Il primo Novecento L inettitudine nella narrativa di Tozzi L universo della colpa e del linciaggio zioni equilibrate con se stessi e gli altri, maturando, di contro, un profondo senso di inferiorità. Bisogna comunque sottolineare, nel tentativo di rivalutare la sua opera, che Tozzi non si presta a un agile lettura sia per la minuziosa descrizione dei drammi interiori dei personaggi e del loro stato d inferiorità, che corrisponde sempre a un esperienza dell animo dello scrittore, sia per lo stile, secco e arido, ricco di termini toscani arcaici e dialettali. Tozzi parte dall analisi della realtà per arrivare, attraverso la sua frantumazione, a un contatto più profondo col mondo stesso: nel rapportarsi all esistenza privilegia la sensibilità dell inetto ed enfatizza «lo sguardo spento degli occhi chiusi» rispetto al male della realtà che lo circonda. I personaggi di Tozzi, evidenti proiezioni autobiografiche, sono dunque una serie di inetti, disadattati, abulici, in balia di una coscienza frammentaria, smarrita e solitaria, che non riesce più a dominare la realtà circostante. Quella di Tozzi è un umanità sofferta, frustrata e delusa, senza illusioni o consolazioni, dominata da sentimenti negativi quali l astio e il rancore, in preda a reazioni violente e irrazionali, un umanità lacerata in cui si riflette l emarginazione e non la coralità, come in Verga. Ma se i vinti verghiani, attraverso una forza di volontà interiore, sfidano il destino avverso e rischiano (anche nel fare «il passo più lungo della propria gamba»), gli inetti di Tozzi sono eroi al negativo, falliti in partenza, in preda all angoscia e all ansia, in uno stato mentale torbido e confuso, in cui convergono gli intasamenti psicologici e il martellante susseguirsi di perché senza risposta, assolutamente incapaci anche di prendere una semplice decisione. Sono però figli della realtà e della crisi del nostro secolo: esprimono il dramma dell incomunicabilità, lo scontro perdente con le forze economiche della società, la solitudine. A un interiorità tanto oppressa e frammentaria corrispondono caratteristiche somatiche altrettanto sgradevoli: gli uomini appaiono per lo più deformi, gravati da malattie e spesso sono degradati e paragonati alle bestie nelle loro reazioni istintive (famoso l implicito paragone, nel romanzo Con gli occhi chiusi, fra la castrazione morale di Pietro e quella fisica del cane Toppa, per cui l autore-adolescente subisce psicologicamente quella stessa «lacerazione che il cane invece sperimenta materialmente sulla propria pelle»). Il fatto che questi personaggi siano implicati in un processo di abbrutimento interiore, che spesso corrisponde a un abbruttimento di tipo esteriore, deriva come afferma il critico Luigi Baldacci dal «sentimento dell assenza» e si manifesta in seguito alla percezione interiore di un senso di colpa e di peccato; si tratta di una proiezione simbolica in negativo della figura paterna, che avrebbe determinato nello scrittore una spaccatura dell Io, quasi un «dramma della mutilazione», come il critico Debenedetti lo definisce. L avidità e la bramosia dei personaggi, dunque, dietro un apparente bestialità, svelano in realtà quelle carenze affettive, quei traumi irrisolti e quelle privazioni subiti nell infanzia. Il romanzo di Tozzi è dunque espressione di una crisi interiore, di personaggi dilaniati da un orribile apatia, da una totale passività, deliri persecutori in una realtà contadina segnata da un vissuto adolescenziale traumatizzato e agitato da irreversibili sensi di colpa. Come sostiene S. Maxia, quello di Tozzi è «l universo della colpa e del linciaggio», dove il personaggio, anziché vinto, diventa capro espiatorio di una realtà esterna difficile, comple- 16 Autori e testi aggiuntivi

17 Parte seconda Il primo Novecento tamente sottomesso a una forza più grande di lui. Ciò che affligge il personaggio di Tozzi è un profondo senso di colpa, derivante da un cattolicesimo primitivo, che si identifica con un Dio che sovrasta gli uomini minaccioso, senza attente considerazioni, proprio come il terribile padre della sua biografia. Per questo Giulio di Tre croci, Pietro di Con gli occhi chiusi e Remigio del Podere incarnano bene la figura della vittima sacrificale tozziana: incapaci di sviluppare armoniose relazioni con se stessi e la realtà, in preda a un cupo disadattamento esistenziale, affondano nell impotenza a reagire, pervenendo al fallimento finale. Ecco perché sono eroi al negativo, quasi metafore della solitudine umana, delle inquietudini e della crisi del XX secolo. A partire dagli anni Sessanta, i saggi di Debenedetti e Baldacci hanno promosso la riabilitazione di Tozzi a grande maestro della narrativa espressionistica del Novecento. I due critici ne hanno considerato gli aspetti psicologici e la loro connessione con quelli stilistici, sottolineando la differenza dai narratori naturalisti: questi scrivono per spiegare la realtà attraverso un metodo scientifico, Tozzi invece non sa spiegarla e rimane nell ambito di un «soggettivismo da drogato», come sostiene Baldacci. Parte seconda Il primo Novecento i testi Con gli occhi chiusi Con gli occhi chiusi esce nel 1919 presso i fratelli Treves di Milano, grazie all interessamento di Pirandello e Borgese. L editore, tuttavia, ne rimanda la pubblicazione a causa di un articolo dell autore un po scortese nei confronti di Gabriele D Annunzio; in esso Tozzi definisce falsi e artificiosi i romanzi del pescarese e propone un ritorno alla naturalezza della narrazione, rivalutando il realismo, sebbene non inteso in senso verghiano, dal momento che, oltre ai fatti veri e propri, l autore racconta il mistero dell esistenza e il complesso mondo surrealistico della mente. La mescolanza tra oggettività e soggettività, tra sogno e realtà, tra romanzo e autobiografia costituisce la vera novità del libro. La trama Il romanzo, autobiografico, è l esposizione della nevrosi di Pietro Rosi, derivante dal rapporto conflittuale con un padre-padrone, autoritario e prepotente. Il figlio, vittima di un conseguente estraniamento dal reale, vive la propria esistenza ad occhi chiusi, tra confusione mentale e immaginazione. Secondo una ricostruzione per nuclei narrativi, invece, l opera narra la storia d amore fra Pietro e Ghisola, ostacolata dal padre di lui e conclusasi in modo poco felice, con la protagonista incinta di un altro uomo. In realtà si sottende una trama psicologica più sottile: è la narrazione della formazione psicologico-caratteriale del piccolo Pietro, che, persa la mamma a soli dodici anni, rimane in balia di un padre oppressivo e spaccone, Domenico Rosi, oste della trattoria Pesce azzurro, che non esita a soffocare prima la personalità di una Federigo Tozzi Parte seconda Il primo Novecento i testi Federigo Tozzi 17

18 Parte seconda Il primo Novecento moglie mite e remissiva e poi quella del figlio, che vorrebbe invano a sua immagine e somiglianza. Il romanzo non sempre segue un ordine cronologico lineare: il primo capitolo narra come antefatto le storie precedenti della famiglia, fino a quando Pietro incontra Ghisola a otto anni. I fatti dell adolescenza, le prime gelosie, i dispetti si svolgono in modo semplice, ma noioso per quasi una ventina di capitoli, alternando scene ambientate in campagna, a Poggio a Meli, e scene nella trattoria di Siena. Nei capitoli centrali si colloca sia l interruzione della storia d amore dei due adolescenti a causa dell intervento di Domenico sia la partenza di Ghisola dal podere. A questo punto la ragazza sparisce dalla storia e inizia il romanzo di Pietro, caratterizzato da alcuni episodi-chiave, come la morte della madre, il conseguimento della licenza tecnica e l adesione del giovane al socialismo. Parallelamente procede anche il romanzo di Ghisola, che nel frattempo trova un altro uomo, fino a diventare una ragazza di facili costumi. Negli ultimi capitoli le storie dei due giovani si riuniscono fino all episodio conclusivo nel quale Pietro viene informato da una lettera anonima dei tradimenti di Ghisola. L accostamento delle vicende dei personaggi e l omissione dei nessi logici, che le legano l una all altra, rendono la storia inquietante e misteriosa. Gli avvenimenti si succedono senza che vi sia connessione tra quanto avviene prima e dopo. Accanto a queste vicende, e in uno spazio narrativo ampio, si collocano descrizioni paesaggistiche, storie di bestie e di persone, come se fossero digressioni di vita contadina vissuta. I ritratti psicologici e i deliri hanno la stessa importanza dell accaduto vero e proprio, tanto che i fatti reali sono mescolati con quelli immaginari, i paesaggi esterni sono uniti a quelli interiori. Per questo motivo il lettore fa fatica a seguire il tempo della narrazione e rischia di non apprezzare il testo per la frammentarietà della narrazione. Secondo una chiave di lettura freudiana, il rapporto fra un padre-padrone e il figlio-vittima è all origine della nevrosi di Pietro. Il genitore, oltremodo sicuro di sé e autoritario, impedisce al figlio un equilibrata crescita psicologica, alimentando in lui sentimenti di inferiorità, inibizione ed esclusione. Il padre, insensibile e aggressivo, infierisce sempre nei confronti di un figlio eternamente indeciso, anche nel gestire la propria relazione amorosa con Ghisola. Un padre-padrone Uno dei momenti più importanti del romanzo, quando, qualche anno dopo la morte della madre, il sedicenne Pietro, già afflitto e incupito, subisce la prepotente arroganza del padre. Lo scontro acuisce lo stato di frustrazione e inferiorità del giovane protagonista. Domenico [ ] chiese al figliolo: A che pensi? Pietro sorrise, e disse: Io? A niente. Perché, dunque, stai con la testa bassa? Non me ne accorgo, lo sai! [Con gli occhi chiusi] 5 18 Autori e testi aggiuntivi

19 Parte seconda Il primo Novecento Così tu sei brutto, mentre io ti avrei messo al mondo simpatico. E a scuola perché ci vuoi tornare? Non ti sei fatto mandar via? Domenico gli parlava della scuola con risentimento e in quei momenti creduti da lui più opportuni a influire sul suo animo. Il giovinetto tacque, sentendosi come svenire: il padre non si sarebbe mai dimenticato di fargli questo rinfaccio 1, per valersene! E, vedutolo confuso e mortificato, riprese: Potresti aiutar me, e tra qualche anno prender moglie. Domenico trovava conveniente ammogliarlo presto, ora che non c era una padrona nella trattoria; e più di una volta gli aveva misurato con un occhiata l aspetto e la statura; per convincersi che non era presto; per quanto avesse soltanto sedici anni. Io non mi sposerò. E, allora, pensaci bene: sarò costretto a riprenderla io. Ti dispiacerebbe? Pietro esitò; ma, per non esser distolto dalla voglia di tornare a scuola, chiese: E chi sarebbe? Il padre, per provare il suo vero sentimento, rispose: Te lo farò sapere presto. E lo guardò. Ma Pietro ne aveva parlato come di cose altrui; e aggiunse: Mi hanno detto quella signora che ha due figlie. La signora che venne a mangiare anche ieri l altro. Si trattava di una ciarla 2, e basta. Domenico riprese: Sarebbe meglio che sposassi tu una di quelle. Io? Arrossì un altra volta, perché gli parve una cosa troppo sopra a se stesso; quantunque lo agitasse un poco. T insegnerò quella che mi piacerebbe per te. Egli rise: Ho capito: la minore. Ma Domenico non rispose più, già pensando che la sera avanti si era dimenticato di mandare a dire ai suoi assalariati 3 che portassero alla monta 4 le vacche. Se non rispondi, perché ne abbiamo parlato? Si arrischiò a chiedere Pietro. Ma Domenico gridò con collera: Tu non sei in grado d immischiarti in quello che faccio io. Darei da mangiare anche alla tua moglie? Se non la finisci! Vedi: dovresti andare a Poggio a Meli! E, come faceva ad ogni occasione, trasse dal taschino del panciotto una piccola corona nera, che teneva lì con alcune sterline d oro; e disse la solita frase, dopo avergli quasi toccato la fronte con la croce. Vedi? Questo è il ricordo della mia povera mamma Gigella. Io la porto sempre con me. Non mi dette altro, quando la lasciai per venire a Siena. E tu che cos hai che ti ricordi la tua mamma? Ma, accortosi che ora, a sua volta, Pietro non lo ascoltava né meno 5, s inquietò: gli pareva impossibile che un figliolo facesse così! E dire che aveva avuto intenzione perfino di mettergli il suo nome, tanto doveva assomigliargli, appartenergli 6! Quasi l avrebbe preso con le mani, per stroncarlo come un fuscello! Proprio il figlio sfuggiva alla sua volontà? Non doveva obbedire più degli altri, invece? 1. rinfaccio: rimprovero. 2. ciarla: pettegolezzo. 3. assalariati: dipendenti, contadini stipendiati. 4. monta: luogo in cui avviene l accoppiamento delle bestie. 5. né meno: forma aulica per «nemmeno» di derivazione dannunziana. 6. appartenergli: Domenico stenta a credere che il figlio possa essere diverso da lui Federigo Tozzi Parte seconda Il primo Novecento i testi Federigo Tozzi 19

20 Parte seconda Il primo Novecento Ad un tratto, come un insinuazione a tradimento, capì che anche egli era come un altra persona qualunque. E, allora, sarebbe stato meglio che non gli fosse nato. Perché gli era nato? Meglio non parlargli più, sopportando che camminasse accanto, in silenzio, magari a testa bassa, fino a batterla sul lastrico 7. Pietro portò le chiavi della bottega ai camerieri che lo attendevano nella strada; ed entrò con loro anche lui; ma, senza la voglia di restarci, come avrebbe dovuto, salì in casa. Domenico gli aveva dato le chiavi evitando che i loro occhi s incontrassero; e, fatta tutta la spesa, lo mandò a chiamare perché aveva lasciato i sottoposti 8 soli. Tu non saprai mai essere un padrone. Come farai a comandare se tu stesso non impari 9? Ora parlava con il figlio per sfogarsi; e il suo rimprovero era pieno di bontà. Poi, presi in mano tutti i mazzi degli uccelli da cuocere allo spiedo, gli disse: Questo è un tordo, e questa un allodola: aiutami a pelare. E si sedé dinanzi a un gran paniere, dove andavano le penne. Ma Pietro era così distratto che canticchiò un poco, sottovoce; e poi rispose: Se tu sei contento, vado a leggere un libro. Domenico finì d infilare in uno spiedo gli uccelli già spennati, pose in ordine il girarrosto; poi gli chiese: Che libro è? Quando te l ho detto, non capirai lo stesso. Domenico, tenendo una mano alzata, sentenziò con la sua aria di padrone: Io me ne intendo più di tutti gli scienziati, perché sono tuo padre. Nessuno meglio di me sa quello che ci vuole per te. E si mise la mano sul petto, come per confermare che diceva la verità; sul grembiule tutto insanguinato e impennato. Poi andò al fornello, spezzò con la paletta la brace grossa; prese per le spalle Tiburzi, e lo piegò alla buca del carbone, gridando: Non vedi da te che c è più fuoco? Domenico, ormai, non pensava più a Pietro; ma, quando lo rivide lì, gli s avventò con il pugno chiuso: Vattene! Pietro stette fermo, e abbassò la testa; guardando da sotto in su. Il movimento trafelato 10 dei cuochi, continuamente stimolati e ripresi anche con male parole e con spinte da Domenico, che in un ora voleva sempre preparare tutte le pietanze, non riusciva a toglierlo da quelle distrazioni. Già la violenza del trattore aveva fatto tacere tutti; a nessuno poteva fare a meno d obbedire, magari sbagliando anche di più. Ma quando egli entrò in un bugigattolo buio per attaccare da sé agli uncini i pezzi di carne che voleva lasciare cruda, Guerrino si volse subito a Pietro, mettendo la lingua tra i denti, perché si ricordasse di una sua barzelletta raccontata la sera innanzi. Tutti sorrisero, senza smettere di lavorare. E Pietro disse sottovoce: Raccontamene un altra. Il cuoco, sdrucciolando in 11 una fetta di codenna 12, gli fece un altro gesto per fargli capire d aspettare. Tiburzi, con la giacca turchina, che sopra la legatura del grembiu lastrico: in queste battute la figura di Pietro viene a delinearsi sempre più come quella di un inetto. 8. sottoposti: i sottomessi, cioè quelli che lavorano per lui. 9. Come impari?: domanda provocatoria pronunciata da Domenico e che rivela tutta la sua ostinazione nei confronti del figlio; quasi un rifiuto per chi ama i libri e la cultura, tipico di una mentalità ancora troppo gretta e arretrata. 10. trafelato: affannato. 11. sdrucciolando in: scivolando su. 12. codenna: cotenna, la pelle e lo strato di grasso sottocutaneo del maiale. 20 Autori e testi aggiuntivi

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