11 PRIMO PIANO IL MESSAGGERO DOMENICA 1 AGOSTO 2004

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1 11 PRIMO PIANO IL MESSAGGERO DOMENICA 1 AGOSTO 2004 LA SVOLTA DEL TFR Scimia (Covip): triplicherà la platea della previdenza complementare ROMA «Con il dirottamento del Tfr verso i fondi pensione triplicherà da qui al 2010 la platea dei lavoratori iscritti a una qualche forma di previdenza complementare». Luigi Scimia, appena insediato alla presidenza della Covip, considera determinante la spinta della nuova riforma previdenziale per il decollo definitivo del "secondo pilastro". «Non è azzardato prevedere che nei prossimi cinque, sei anni i lavoratori con una seconda pensione passino dal 10 al 30% della popolazione attiva, anche perché - aggiunge Scimia - dopo gli anni bui delle Borse i rendimenti dei fondi hanno ripreso a salire». Per offrire maggiori garanzie ai lavoratori che opteranno a favore della previdenza integrativa Scimia propone tuttavia di inserire nel prossimo decreto attuativo della legge delega una clausola di garanzia: «Si può prevedere che venga garantito comunque un rendimento minimo del 2,5%, sopra il quale il lavoratore versa alla compagnia uno 0,65% a titolo di copertura del rischio». Con la riforma previdenziale novità per chi ha iniziato a lavorare dal 96 Colpite anche le pensioni contributive: la vecchiaia passerà da 57 a 65 anni Eliminata la flessibilità della legge Dini L uscita a 60 anni resta possibile per le donne e per chi ha i 35 anni di contributi di PIERO CACCIARELLI ROMA - Anche i più convinti fautori della riforma previdenziale approvata dalla Camera non possono negare che per alcuni lavoratori le nuove norme equivalgano a una dolorosa mazzata. La delega targata Maroni si accanisce con particolare durezza (vedi servizio a destra, ndr. ) sui dipendenti che ora hanno 53 anni e sugli autonomi che ne hanno 54. Seguendo le vecchie regole, e potendo contare su un sufficiente montecontributi, costoro erano sicuri di accedere al trattamento di anzianità dal gennaio 2008, a 57 o a 58 anni. Con le disposizioni appena varate, per un soffio si vedono bruscamente allontanare questo traguardo, che potranno varcare soltanto dopo un altro triennio di lavoro, una volta compiuti i 60 o i 61 anni di età. Ma c è anche un altra categoria di lavoratori che viene colpita pesantemente: si tratta di coloro che, rientrando nel sistema contributivo, speravano nel trattamento di vecchiaia flessibile, cioè di ottenere una pensione (sia pure di importo modesto) a 57 anni. Tale opportunità viene troncata dalla riforma con un colpo d accetta. Dal 2008, oltre a quelli dell anzianità, cambiano anche i requisiti della vecchiaia contributiva e viene mandato in cantina il regime delle uscite anticipate. Per avere la pensione sarà necessario avere maturato: 65 anni di età per gli uomini, 60 per le donne, e almeno un quinquennio di versamenti; oppure 40 anni di contributi a qualsiasi età; oppure 60 anni di età (61 gli autonomi) e 35 di versamenti. Il pensionamento di vecchiaia precoce era stato introdotto dalla riforma Dini a parziale compensazione di un inasprimento normativo che ha colpito soprattutto le nuove leve degli occupati, con una notevole riduzione dei futuri assegni. Al posto del più favorevole sistema di calcolo retributivo, che aggancia i trattamenti previdenziali agli stipendi degli ultimi anni, per i neo-assunti dal 1 gennaio 1996, privi di versamenti sui periodi precedenti, è scattato il metodo di conteggio contributivo. La pensione si liquida esclusivamente sulla base dei contributi pagati e di un coefficiente di trasformazione crescente al crescere dell età. In sostanza, ogni lavoratore incassa secondo il castelletto accumulato, quasi come accade con un assicurazione privata. La Dini però consentiva di abbandonare il lavoro in una fascia di età compresa tra 57 e 65 anni, senza distinzione tra uomini e donne. Uniche condizioni: avere messo nel carniere almeno 5 anni di contributi effettivi e avere diritto a un assegno non inferiore a 1,2 volte l entità di quello sociale, che per il 2004 ammonta a euro l anno (ma per i sessantacinquenni questo limite non vale). 1

2 La delega Maroni, che mira a ritardare i pensionamenti, ha fatto piazza pulita della flessibilità, cosicché dal 2008 i 57 anni diventeranno un bel ricordo. La vecchiaia contributiva si potrà ottenere rispettando questi requisiti: 65 anni di età per gli uomini, 60 per le donne e 5 di contributi. In alternativa, 60 anni di età (61 gli autonomi) e 35 di versamenti, oppure 40 anni di contributi a qualsiasi età. Dal 2010 al 2013 il secondo canale si alzerà a 61 anni di età (62 gli autonomi), per passare a 62 e 63 dal E ovvio che questo secondo canale sarà percorso soltanto dagli uomini, poiché per le donne si mantiene l età minima a 60 anni. Le nuove regole valgono pure per gli iscritti alla gestione separata, coloro cioè che non rientrano in altre forme di previdenza obbligatoria. Dalla stretta, invece, vengono risparmiate le casse privatizzate, che tutelano i liberi professionisti. Qui sarà ancora possibile, in teoria, conservare il trattamento flessibile. Se per i lavoratori più giovani, o per chi è entrato più tardi in un attività regolarmente retribuita, si chiudono le scorciatoie, niente cambia per chi conserva il regime retributivo totale (aveva almeno 18 anni di contributi a gennaio 1996) o il misto retributivo- contributivo (nel 96 già lavorava, ma da meno di 18 anni). Anche dopo il 2008, gli uomini andranno in pensione a 65 anni di età e le donne a 60, se avranno cumulato almeno un ventennio di contributi. I REQUISITI PER LA VECCHIAIA CONTRIBUTIVA REQUISITI INCENTIVI AL RITARDO REQUISITI INCENTIVI AL RITARDO ETA TRA 57 E 65 ANNI (1) E 5 ANNI DI CONTRIBUTI, OPPURE 40 ANNI DI CONTRIBUTI COEFFICIENTE DI TRASFORMAZIONE DELLA PENSIONE (2) 65 ANNI DI ETA (60 PER LE DONNE) E 5 DI CONTRIBUTI, OPPURE 61 ANNI DI ETA (62 AUTONOMI) E 35 DI CONTRIBUTI, OPPURE 40 ANNI DI CONTRIBUTI A QUALSIASI ETA DAL 2014 COME NEL 2004 COME NEL ANNI DI ETA (60 PER LE DONNE) E 5 DI CONTRIBUTI, OPPURE 60 ANNI DI ETA (61 AUTONOMI) E 35 DI CONTRIBUTI, OPPURE 40 ANNI DI CONTRIBUTI A QUALSIASI ETA SOLO LE DONNE POSSONO DIFFERIRE LA RICHIESTA DELLA PENSIONE DA 60 A 65 ANNI PER GUADAGNARE SUL COEFFICIENTE DI TRASFORMAZIONE (2) 65 ANNI DI ETA (60 PER LE DONNE) E 5 DI CONTRIBUTI, OPPURE 62 (3) ANNI DI ETA (63 AUTONOMI) E 35 DI CONTRIBUTI, OPPURE 40 ANNI DI CONTRIBUTI A PRESCINDERE ALL ETA COME NEL 2008 COME NEL 2008 N.B.: Occorre anche il requisito della cessazione dell attività lavorativa dipendente, anche all estero. Valgono le stesse regole per lavoratori dipendenti e autonomi. (1) La pensione a meno di 65 anni deve essere di importo non inferiore all assegno sociale maggiorato del 20%. (2) A 57 anni il coefficiente di trasformazione è al minimo (4,72%) e sale progressivamente fino al massimo (6,136%) a 65 anni. (3) Nel 2013 il Governo deciderà se differire l ulteriore scalino I più penalizzati? Chi oggi ha anni ROMA - I più danneggiati dalla riforma previdenziale saranno i lavoratori dipendenti e quelli autonomi che oggi hanno rispettivamente 53 e 54 anni. Nel 2008, l'anno dello spartiacque tra la legge Dini e l'entrata in vigore delle nuove norme, avrebbero potuto andare in pensione d'anzianità secondo le regole attuali, mentre saranno costretti a prolungare l'attività lavorativa. Il rischio per una generazione di lavoratori è di restare al lavoro quasi cinque anni in più dei loro colleghi più anziani. Le donne, anche dopo il 2008, potranno continuare ad andare in pensione d'anzianità a 57 anni con 2

3 35 anni di contributi ma, in questo caso, il calcolo della loro pensione sarà fatto interamente con il metodo contributivo. Il risultato sarà un taglio in media del 20% del trattamento. Vediamo un paio di esempi: A- Lavoratore dipendente nato il 10 gennaio 1951 con 31 anni di contributi: Ha 53 anni di età e lavora continuativamente da quando ne aveva 23. Con le regole attuali avrebbe raggiunto i requisiti per la pensione (57 anni e 35 di contributi) il 10 gennaio 2008 e sarebbe uscito con la finestra del luglio A causa delle nuove regole dovrà aspettare il primo gennaio 2013 (a quasi 62 anni e quasi 40 di contributi) perchè nel 2011, quando avrà 60 anni, sarà scattata quota 61. Il 10 gennaio 2012 quando avrà 61 anni dovrà aspettare per uscire dal lavoro la finestra di gennaio dell'anno successivo. B- Lavoratore dipendente nato il 13 febbraio 1952 con 34 anni di contributi: Con le regole attuali, avendo nel 2008 solo 56 anni avrebbe comunque dovuto aspettare il 2009 per uscire (con la finestra di luglio). A questo punto dovrà aspettare il 2010 per avere i requisiti contributivi (40 anni) ma l'inizio del 2011 (a 59 anni) per uscire per la pensione di vecchiaia. 14 CRONACHE ITALIANE IL MESSAGGERO DOMENICA 1 AGOSTO 2004 STORIE DI IMMIGRATI A LIETO FINE Lasisi ottiene il permesso: grazie Italia Le prime parole da uomo libero del giovane sudanese sbarcato dalla Cap Anamur ROMA - Un'odissea in tre tappe (Africa, Mediterraneo e Italia) chiusa ieri mattina poco dopo mezzogiorno. Stretto in mano il permesso di soggiorno, Fatawu Lasisi, accompagnato dai legali che lo hanno assistito, è uscito dall'ufficio immigrazione della questura di Roma. «Grazie Italia, sono felice di poter restare qui», le sue prime parole da uomo libero. Sorrideva, il giovane sudanese di 24 anni, e ne aveva tutti i motivi ripensando alla sorte dei suoi compagni di avventura che hanno tentato la fortuna insieme a lui su una carretta del mare per sfuggire «alla fame, alla miseria ed alle guerre». Solo uno, il nigeriano Benjamin, è riuscito ad ottenere il permesso di soggiorno per avere collaborato con le autorità italiane; tutti gli altri, in varie tappe, sono stati espulsi verso la Nigeria ed il Ghana. Il Viminale non ha infatti creduto alla versione fornita dagli africani, che si dichiaravano tutti profughi del Darfur, la regione sudanese martoriata da violenze. Per Lasisi è stato accidentato anche il suo soggiorno italiano. All'inizio è stato ospitato, insieme agli altri 36, nel Centro di permanenza temporanea di Agrigento. Dopo un giorno, sono stati tutti trasferiti nel Centro di accoglienza Pian del Lago di Caltanissetta. Poi Lasisi, con altri 13, è stato portato al Cpt di Ponte Galeria di Roma. Ma non è finita qui; imbarcato a Fiumicino sull'aereo diretto ad Accra (Ghana), il sudanese è stato fatto scendere, insieme ad altri 5 che si opponevano al viaggio forzato. I sei sono stati trasportati quindi a Malpensa e, mentre 5 sono alla fine partiti, Lasisi è stato trasferito nel Cpt milanese di via Corelli. Martedì scorso, ritorno a Roma, ancora al Cpt di Ponte Galeria. Ieri, l'ultimo atto: il tribunale di Roma ha accolto il ricorso degli avvocati Simona Sinopoli e Fabio Baglioni contro l'espulsione; immediata la diffida dei legali a rilasciare Lasisi, questa mattina la liberazione. «Sono felice di poter restare in Italia». 21 ECONOMIA IL MESSAGGERO DOMENICA 1 AGOSTO 2004 I SINDACATI La Fiom: «Impianti e posti di lavoro a rischio» MILANO - La decisione dell'aprilia di non chiudere la trattativa con la Ducati e di riaprire i negoziati con la Piaggio genera «grandissima preoccupazione» nella Fiom-Cgil. È quanto afferma il segretario nazionale Giorgio Cremaschi. «Le ragioni industriali e occupazionali rischiano di passare in assoluto secondo piano rispetto a logiche finanziarie e speculative», dice Cremaschi. «Piaggio e Aprilia - aggiunge - hanno il massimo di sovrapposizione delle produzioni e quindi c'è il rischio di operazioni che mettano in discussione stabilimenti e posti di lavoro». «Chiunque acquisti il gruppo Aprilia - conclude il sindacalista della Fiom - dovrà garantire la piena integrità degli stabilimenti Aprilia e Guzzi e non tagliare neanche un posto di lavoro, altrimenti sarà uno scontro frontale». IL MESSAGGERO PRIMA PAGINA LUNEDÌ 2 AGOSTO 2004 Parificate a quelle private A rischio tagli le pensioni dei dipendenti pubblici 3

4 ROMA La riforma previdenziale colpisce in particolare le pensioni dei dipendenti pubblici. L applicazione della legge-delega approvata dal Parlamento può tradursi in una riduzione dell assegno pensionistico soprattutto per i lavoratori della scuola e dei ministeri. Quelli della sanità e dei comuni, invece, potrebbero persino guadagnarci qualcosa. Pochi rischi per chi ha cominciato a lavorare negli anni 90: il taglio per loro era già arrivato con le precedenti riforme. Piovani a pag. 9 LA BASE DI CALCOLO DELLA PREVIDENZA QUOTA A Numero di anni lavorati fino Al QUOTA B Numero di anni lavorati a partire dal Dipendenti privati Retribuzione media degli ultimi 5 anni Retribuzione media degli ultimi 10 anni Dipendenti pubblici Ultima retribuzione Retribuzione media delle ultime 80 mensilità (circa 7 anni) PER I LAVORATORI CHE AL NON AVEVANO 18 ANNI DI CONTRIBUTI, IL TRATTAMENTO PENSIONISTICO È MISTO (PRO-RATA): CON IL METODO RETRIBUTIVO (QUELLO ILLUSTRATO QUI SOPRA) FINO AL 95 E CON IL METODO CONTRIBUTIVO DAL 96 IN POI 9 PRIMO PIANO IL MESSAGGERO LUNEDÌ 2 AGOSTO 2004 La legge delega approvata dal Parlamento prevede che tutti i sistemi previdenziali si uniformino a quello dei privati Statali, la pensione sarà più leggera Per i dipendenti pubblici la riforma può tradursi in un taglio delle rendite Rischia soprattutto il personale di scuola e ministeri. Tutto da decidere ancora per quello di asl e comuni. Nessun pericolo per quello dell Inps. An promette ai sindacati: vi consulteremo di PIETRO PIOVANI ROMA Era da sempre un pallino di Roberto Maroni. E infatti nella sua riforma previdenziale il ministro leghista ha fatto in modo che fosse inserita un apposita norma: le pensioni dei dipendenti pubblici devono essere calcolate come quelle dei privati. Se il principio indicato dalla legge-delega sarà effettivamente applicato, si tradurrà probabilmente in un taglio secco delle future rendite pensionistiche per milioni di lavoratori pubblici. I privilegi dei pubblici. Anche se molte differenze tra pubblici e privati sono state già cancellate, esiste ancora qualche difformità nelle regole di calcolo. La pensione di un privato si calcola partendo dalla media degli stipendi degli ultimi anni; quella di un pubblico invece si calcola in base all'ultimo stipendio o comunque su un numero ridotto di anni. Quindi i dipendenti pubblici godono oggi di una pensione un po più alta. Almeno sulla carta. I privilegi dei privati. In realtà i vantaggi non si trovano tutti da una parte. Se gli statali sono favoriti dal ridotto numero di anni su cui si calcola la pensione, sono però penalizzati dall'entità dello stipendio su cui si fanno i conti. La pensione dei privati si calcola su tutto lo stipendio; quella dei pubblici solo sul salario tabellare, cioè quello base: le indennità di amministrazione e gli altri istituti del cosiddetto salario accessorio sono esclusi. 4

5 La riforma. La riforma del governo Berlusconi consiste al momento in una legge-delega: il Parlamento ha approvato i principi generali, ora il governo dovrà attuarli con una serie di decreti attuativi da elaborare entro un anno. Che cosa scriverà il governo nei suoi decreti? Potrebbe semplicemente stabilire che il numero di anni su cui si calcola la pensione dei dipendenti pubblici deve essere uguale a quello dei privati. Se così fosse, la riforma comporterebbe una forte riduzione delle pensioni per quasi tutti i lavoratori pubblici. Se invece i decreti attuativi correggeranno anche l altra disparità (la parte di stipendio su cui si calcola la pensione), il discorso cambierebbe: il personale della scuola e dei ministeri ci rimetterebbe un po, ma quello degli enti locali e delle asl potrebbe persino guadagnarci. Fondi pensione e liquidazione Ci sono anche altre disparità previdenziali che penalizzano i dipendenti pubblici. Non esistono ancora i fondi pensione (sta per partire quello della scuola). Gli accantonamenti per la liquidazione sono parzialmente (il 2,5%) a carico del lavoratore e non esiste la possibilità di ottenere l anticipo della buonuscita per l'acquisto di una casa. Il governo vorrà intervenire anche su questi aspetti? «Eliminare sperequazioni», come recita la legge-delega, dovrebbe voler dire anche questo. Per i lavoratori pubblici allora la riforma sarebbe addirittura un buon affare. Semmai a preoccuparsi dovrebbe essere il governo, perché la spesa aumenterebbe anziché diminuire. In base a un altro articolo della riforma Maroni oltretutto il dipendente pubblico può scegliere di versare il tfr a un fondo pensione aperto, cioè privato. Per lo Stato sarebbe un grosso problema: non sarebbe più possibile limitarsi all accantonamento virtuale, come si è fatto finora. Chi è escluso dalla riforma. Qualunque sarà l attuazione del governo, alcuni dipendenti pubblici non subiranno conseguenze dalla norma di Maroni. Per esempio il personale di Inps, Inail, parte di quello dell Inpdap, che già hanno le stesse regole dei privati. In tutte le amministrazioni inoltre hanno poco da rimetterci i giovani assunti dopo il '96: a loro si applica il sistema contributivo, che funziona in tutt'altro modo ed è identico per tutti i lavoratori italiani. Verrebbero appena sfiorati anche gli assunti prima del '96 ma dopo il '78: sulla loro pensione il vecchio sistema retributivo incide solo in parte. Governo e sindacati. Prima di scrivere i decreti attuativi, il governo dovrebbe aprire un negoziato con i sindacati. Così almeno An ha promesso a Cgil, Cisl e Uil. DAL DPEF ALLA FINANZIARIA Vegas: per i superburocrati si spende troppo Allo studio un freno agli stipendi. Consulto Roma-Berlino sul Patto di stabilità L OBIETTIVO Il deficit tendenziale per il 2005 è stimato al 4,4 per cento del Pil: il governo vuole farlo scendere al 2,7 LA MANOVRA Per aggiustare i conti del prossimo anno servono 24 miliardi di di cui 17 strutturali e 7 di misure una tantum ROMA Senato e Camera stringono i tempi per l approvazione delle risoluzioni parlamentari sul Dpef, ma come annunciato da Domenico Siniscalco il ministero dell Economia sarà da oggi al lavoro per la messa a punto della Finanziaria. Com è noto ci sono da trovare 24 miliardi, 17 strutturali e 7 ricavati da misure una tantum. Un menu che alla fine, come ha più volte evidenziato lo stesso ministro, non potrà risultare indolore. Intanto però Siniscalco ha deciso una consultazione-lampo con il suo collega tedesco Eichel: volerà a Berlino domani per preparare la riunione Ecofin di settembre, dove si parlerà probabilmente del futuro del Patto di stabilità. Intanto qualche indicazione sulla composizione della manovra è arrivata ieri dal sottosegretario Vegas. «Uno degli obiettivi - ha detto - è quello di riconsiderare la legislazione di spesa degli ultimi anni e di tener conto degli incrementi che si sono registrati negli ultimi 5 anni». Dunque il governo cercherà di individuare quei settori che si sono mostrati più spendaccioni, con l obiettivo «di introdurre i necessari correttivi per riportare la dinamica della spesa ad un andamento compatibile con gli obiettivi di finanza pubblica».. Il meccanismo di contenimento, però, «non avverrà in modo automatico, ma secondo una valutazione caso per caso che dovrà portare a un relativo definanziamento in sede di legge Finanziaria». Giro di vite, quindi, su alcuni settori considerati nevralgici. A partire dalla Pubblica Amministrazione. In particolare per quanto riguarda la dirigenza pubblica che dovrà dire addio ai mega stipendi e in parte all Aran, che vedrà ridimensionato il suo ruolo. «Malgrado siano stati fissati tetti, il numero dei dipendenti pubblici è aumentato - osserva Vegas - soprattutto il numero dei dirigenti contrattualizzati ed è aumentata anche la spesa pro capite». Occorre dunque, ad avviso di Vegas, «tornare ad una dinamica di spesa coerente con gli obiettivi del Governo». 5

6 In pratica si tratta di dare «uno stop ai megastipendi per i dirigenti tornando, ad esempio ai contratti a tempo indeterminato con stipendi coerenti con il resto del pubblico impiego». Inoltre, si potrebbe pensare, suggerisce Vegas, «di togliere la parte giuridica dei contratti all Aran per sottoporla alla competenza del Parlamento». Nel mirino del governo anche le pensioni di invalidità e il settore sanitario. In particolare, per quanto riguarda le prime, osserva il sottosegretario all'economia, «da quando le verifiche sono passate dalle commissioni mediche militari alle Asl la spesa si è impennata. O sono diventati tutti invalidi o il meccanismo non è in grado di reggere. Per questo - auspica il sottosegretario all Economia - occorre tornare alle commissioni militari in modo da ripristinare un sistema più rigoroso per tutelare chi ne ha effettivamente diritto». 17 CRONACHE ITALIANE IL MESSAGGERO LUNEDÌ 2 AGOSTO 2004 BESTSELLER IN FRANCIA Buondì pigrizia, ovvero come imboscarsi al lavoro PARIGI - Il trucco è facile: l'importante è camminare piano piano, portando sempre tra le braccia voluminosi incartamenti. Così Corinne Maier, consulente economica part-time della compagnia elettrica francese Edf, in un libro destinato ad essere un must dell'estate insegna i mille ed uno modi per imboscarsi sul posto di lavoro, senza incorrere in provvedimenti disciplinari. Una vera missione proclamata già nel titolo: Bonjour Paresse, cioé Buongiorno pigrizia, l'arte e la necessità di fare il meno possibile sul posto di lavoro. In tono leggero e scanzonato, già evidente nel titolo che è la parodia del famosissimo romanzo di Françoise Sagan Buongiorno tristezza, la Maier in effetti affronta un problema quanto mai caldo in questi mesi in Francia, dove il governo di Jean-Pierre Raffarin sta lanciando una dura offensiva alla conquista sindacale delle 35 ore che, secondo il premier conservatore, starebbe trasformando la Francia in un campo ricreativo. Un dibattito che la Maier traspone su un piano più filosofico-esistenziale: il problema non è il monte ore che un lavoratore si trova ad affrontare, ma la completa «mancanza di senso» della maggior parte degli impieghi. «Alla gente non viene più permesso di sognare, queste grandi compagnie ci vogliono trasformare tutti in dei robot», spiega l'impiegata diventata scrittrice. L'unica risposta - conclude la Maier - è quindi una sorta di resistenza passiva, vale a dire fare il meno possibile senza darlo a vedere. «Evitate di andare in giro con un giornale, ma portate sempre dei fascicoli - raccomanda l'autrice del manuale - e se proprio dovete fare del lavoro, fatelo nel modo più lento possibile. Non create nessun pericoloso precedente, mostrando al vostro capo che siete veloci». 21 PREVIDENZA & FISCO IL MESSAGGERO LUNEDÌ 2 AGOSTO 2004 Tutte le voci che concorrono a determinare i diversi trattamenti di fine servizio nel pubblico impiego Statali, tre formule per farsi liquidare Ente d appartenenza e data d assunzione mutano il volto della buonuscita: ecco come di BRUNO BENELLI LA BUONUSCITA dei dipendenti pubblici non è uguale per tutti: a seconda dei casi si presenta con un nome (e un contenuto) diverso. Le sigle da decifrare sono tre: Ib (indennità di buonuscita), Ips (indennità premio di fine servizio) e Tfr (trattamento di fine servizio). Per decenni nel pubblico impiego sono state liquidate: l indennità di buonuscita per gli statali; l indennità premio di fine servizio per i dipendenti degli enti locali, del servizio sanitario nazionale e di altri enti iscritti all ex gestione Inadel. Poi, con un decreto del presidente del Consiglio dei ministri del 20 dicembre 1999, fu introdotto per i nuovi assunti il trattamento di fine rapporto (fino ad allora prerogativa esclusiva dei dipendenti del settore privato), collegato anche a forme di previdenza complementare. Attualmente, quindi, sono tre le formule di pagamento e di calcolo della buonuscita. Vediamole nel dettaglio. L indennità di buonuscita spetta ai dipendenti statali e agli altri iscritti all ex gestione Enpas, assunti con contratto a tempo indeterminato entro il 31 dicembre La prestazione non deve essere richiesta: viene liquidata d ufficio all atto della quiescenza. Ne ha diritto chi: a) ha risolto per qualsiasi causa il rapporto di lavoro e quello previdenziale; b) ha almeno dodici mesi, anche non consecutivi, di iscrizione al fondo. 6

7 Per accantonare l indennità, durante gli anni di lavoro dell interessato il datore di lavoro versa all Inpdap un contributo del 9,6%, di cui il 2,5% a carico del lavoratore. Per calcolare l indennità, si prende un dodicesimo dell 80% dell ultimo stipendio annuo più il 48% dell indennità integrativa speciale e si moltiplica il tutto per gli anni utili di servizio. La frazione di anno superiore a sei mesi vale come anno intero, mentre quella inferiore non viene conteggiata. Entrano nel calcolo della buonuscita tutti i servizi già riscattati dall interessato: corsi di laurea, borse di studio, abilitazioni ad albi professionali, servizio militare, ecc. In caso di decesso dell iscritto, la buonuscita viene pagata, nell ordine, al coniuge, ai figli, ai genitori, ai fratelli e alle sorelle a carico. Se esistono contemporaneamente coniuge e figli: a) se i figli sono minorenni, la buonuscita va tutta al coniuge; b) se i figli sono maggiorenni, il 60% della buonuscita va al coniuge, il 40% al figlio. Se i figli sono più d uno, le percentuali si invertono. Il pagamento della buonuscita deve essere effettuato entro: 105 giorni in caso di quiescenza per limiti di età, per inabilità, per raggiunti limiti di servizio, per decesso; 285 giorni in caso di qu iescenza per dimissioni, destituzione dall impiego e altre cause. Superati questi limiti, scattano in automatico gli interessi legali per il ritardo. Ultima notazione: non è consentito chiedere anticipi sulla prestazione, al contrario di quanto accade con il Tfr pagato ai dipendenti privati. L indennità premio di fine servizio spetta ai dipendenti degli enti locali, del servizio sanitario nazionale e di altri enti iscritti all ex gestione Inadel, che siano stati assunti con contratto a tempo indeterminato entro il 31 dicembre Ne ha diritto chi: a) ha risolto per qualsiasi causa il rapporto di lavoro e quello previdenziale; b) ha almeno un anno di iscrizione all Inpdap. L indennità viene pagata dall ente datore di lavoro e dal lavoratore nella misura complessiva del 6,1% della retribuzione, di cui il 2,5% a diretto carico dell iscritto. L indennità è pari ad un quindicesimo dell 80% dell ultima retribuzione contributiva annua (compresa l indennità integrativa speciale), per ogni anno di servizio maturato. Rientrano nel calcolo tutti i servizi svolti e per legge valutabili, compresi quelli riscattati (per un massimo di 14 anni): ad esempio, quelli non di ruolo, il servizio militare terminato prima del 30/1/1987, corsi di laurea, periodi di tirocinio, diplomi d assistente sociale e tecnico fisioterapista, ecc. In caso di decesso dell iscritto, l indennità viene pagata a coniuge, figli, genitori, collaterali se a carico: una categoria esclude l altra. Anche in questo caso la prestazione viene liquidata d ufficio all atto della quiescenza. I tempi di pagamento sono gli stessi indicati per la buonuscita. Il trattamento di fine rapporto spetta ai dipendenti pubblici assunti a tempo indeterminato dopo il 31 dicembre 2000 e a quelli assunti con contratto a tempo determinato dopo il 30 maggio In ogni caso, i dipendenti assunti a tempo indeterminato prima del 31 dicembre 2000 possono optare per il Tfr al posto delle altre due indennità: in questo caso, però, devono contestualmente aderire ad un fondo di previdenza complementare. Ha diritto al Tfr chi: a) arriva alla risoluzione del rapporto di lavoro; b) ha un contratto di lavoro la cui durata sia di almeno 15 giorni nel mese. Il Tfr è costituito da accantonamenti annuali di quote della busta paga: per ogni anno di servizio si accantona una quota pari al 6,91% della retribuzione annua utile, e il contributo è totalmente a carico del datore di lavoro. L accantonamento scatta per ogni anno di servizio o frazione d anno: nel secondo caso, la quota è ridotta in proporzione (valgono come mesi interi le frazioni di mese pari o superiori a 15 giorni). Le quote accantonate (tranne quella maturata nell anno), sono rivalutate al 31 dicembre di ogni anno applicando un tasso pari all 1,5% più i tre quarti (75%) dell aumento annuo dell indice dei prezzi al consumo rilevato dall Istat. Fanno parte del calcolo del Tfr l'intero stipendio tabellare, l indennità integrativa speciale, la retribuzione individuale d anzianità e tutti gli altri emolumenti considerati utili ai fini del calcolo delle preesistenti indennità. In caso di morte del lavoratore il Tfr va pagato al coniuge, figli e parenti entro il terzo grado e affini entro il secondo. La ripartizione della somma, se non c è accordo tra le persone, va effettuata secondo il bisogno di ciascuno. Per il Tfr sono previsti anticipi dopo almeno otto anni di servizio, ma al momento la disciplina non è applicabile perché manca la contrattazione di comparto. Anche in questo caso, la prestazione non deve essere richiesta: viene liquidata d ufficio entro gli stessi termini indicati per le altre due indennità. L DENTIKIT INDENNITA DI BUONUSCITA Un dodicesimo dell 80% dell ultima retribuzione annua, più il 48% dell indennità integrativa speciale, moltiplicato per gli anni di servizio utili. 7

8 Contributo : 9,6%, di cui il 2,5% a carico del lavoratore. INDENNITA PREMIO DI FINE SERVIZIO Un quindicesimo dell 80% dell ultima retribuzione annua (compresa l indennità integrativa speciale), moltiplicato per gli anni di servizio utili. Contributo : 6,1%, di cui il 2,5% a carico del lavoratore. TRATTAMENTO DI FINE RAPPORTO Somma degli accantonamenti annui, pari al 6,91% della retribuzione annua utile, rivalutata ogni anno con il tasso dell 1,5% più i tre quarti dell indice Istat dei prezzi al consumo. Contributo : 6,91% totalmente a carico dell ente. LA POSTA a cura di BRUNO BENELLI Precoci, i vantaggi svaniranno In servizio nella Polizia di Stato dal marzo 1978, ho ulteriori 5 anni figurativi e 11 mesi di ricongiunzione di precedenti servizi Inps nel periodo compreso tra i 14 e i 19 anni d età. Posso essere riconosciuto lavoratore precoce? In relazione alle finestre d uscita, potrei avere qualche beneficio concreto nell essere considerato precoce? Nicola Fiorita Rosarno (Rc) Innanzi tutto va chiarito che viene dichiarato precoce il lavoratore che entro il 19 anno d età abbia almeno 52 contributi settimanali da effettivo lavoro. Se ho ben capito, lei ha solo 11 mesi e 9 giorni: in questo caso, anche se per soli 21 giorni in meno, non può essere considerato precoce. In ogni caso,niente male: anche se fosse stato dichiarato precoce, la sua situazione pensionistica non avrebbe ottenuto alcun miglioramento. Lei, infatti, è ancora troppo giovane per la pensione, e quindi dovrà attendere di compiere 57 anni d età (se li compie entro il 2008, altrimenti subirà gli effetti della riforma): in ogni caso si tratta di un evento ancora lontano nel tempo, quando non esisteranno più i vantaggi concessi ai precoci, che svaniranno definitivamente entro un paio di anni. Lavorare fino a 70 anni Verso contributi da aprile In precedenza ho lavorato all estero senza contributi e fui assunto in qualità di profugo. Ad ottobre avrò 65 anni d età e 27 di contributi. Posso chiedere alla mia azienda di lavorare fino a 70 anni, o almeno altri tre anni per arrivare a 30 anni di contributi? Posso versare contributi volontari? Se sì, quanto dovrei pagare, visto che il mio reddito annuo è di euro? Giulio Ariani Roma Non può vantare un diritto a restare al lavoro: può chiederlo all azienda, che ha però tutti i diritti di licenziarla. Non può versare i contributi volontari: se così facesse, vorrebbe dire che, una volta licenziato, lei non chiederebbe la pensione per tre anni per aumentare la base di calcolo. Pensione delle casalinghe: i dubbi Il suo giudizio sulla pensione delle casalinghe è negativo, poiché occorre pagare cifre elevate per avere una pensione decorosa. Vorrei porre all attenzione dei lettori due ulteriori aspetti negativi del sistema creato dal decreto legislativo 565 del Le somme che si versano come contributi, che fine fanno in caso di premorienza? La pensione entra in conflitto con la pensione sociale, per cui si potrebbe perdere il diritto a questa seconda pensione? Su quest ultimo punto si dovrà necessariamente individuare un sistema di armonizzazione tra le due confliggenti pensioni soprattutto quando l importo quasi identico fra le due pone l assicurato di fronte al dilemma: «Ma chi me lo fa fare di pagare i contributi se poi incasserò una pensione più o meno uguale a quella sociale che avrei ottenuto senza pagare nulla?». Questi due punti sono i veri talloni d Achille del sistema. Qual è il suo parere? Paolo Di Primio Roma Primo punto: non è prevista la pensione ai superstiti, per cui in caso di morte i contributi versati vanno in fumo. Secondo punto: è tutto vero ciò che dice, ma ha dimenticato un dettaglio assolutamente non secondario: l assegno sociale viene dato solo a chi ha redditi personali e coniugali ai limiti della sopravvivenza. Quindi il suo discorso è valido solo per chi si trova nella condizione di poter avere diritto all assegno sociale. Ma se si trova in questa condizione, le chiedo: come può pagare il contributo (pari alle vecchie 50 mila lire al mese) per ottenere la pensione delle casalinghe? Quindi, a mio parere, il dilemma non si pone. Il problema nasce solo per chi è in condizione di pagare il contributo, per piccolo che sia, e sa di non poter avere l assegno sociale. In questo caso bisogna stare attenti a ciò che si fa e fare bene i conti prima di iscriversi al Fondo. Anche perché la conseguente pensione, che sarà chiesta a 65 anni, non è legata alle variazioni del costo della vita. E anche questo è un elemento determinante per prendere una ponderata decisione. 8

9 I congedi per i figli disabili Sono sposata, ho un figlio di due anni e mezzo con un handicap grave, rivedibile ad aprile Sono dipendente ospedaliera (Inpdap) e mio marito versa contributi Inps. Posso usufruire lo stesso dei due anni di congedo retribuiti? Ho due fratelli con handicap grave e i nostri genitori sono morti: per loro usufruisco di tre giorni di permesso al mese, insieme a quelli spettanti per mio figlio. Se prendo i due anni per mio figlio, quando rientrerò al lavoro potrò prendere altri due anni per i miei fratelli? Due anni per tutti e due o due anni per ogni fratello? Ultima domanda: prendendo i due anni retribuiti si perdono i permessi dei tre giorni per i miei fratelli? Rosaria Zingaro Roma Andiamo con ordine. Lei può chiedere i due anni di congedo per curare suo figlio, anche perché di recente la Corte costituzionale ha tolto di mezzo la condizione secondo cui per poter avere questo beneficio era necessario che la disabilità fosse stata dichiarata da almeno cinque anni. Ovviamente il congedo può essere chiesto anche da suo marito, in via alternativa, nel limite massimo complessivo dei due anni per entrambi i coniugi. Risposte negative alle altre due domande: a) consumato il biennio riconosciuto dalla legge, non si possono più avere congedi; b) è del tutto evidente che durante il congedo si perda il diritto ai permessi mensili per i fratelli, dal momento che si è lasciato il posto di lavoro. Un angosciante problema Mio nipote ha lavorato dal 1970 al 1984 nella distribuzione alimentare arrivando alla qualifica di dirigente d azienda. Ci fu detto che poteva rientrare nei 15 anni per avere la pensione minima se l Inps avesse consentito di riscattare otto settimane che risultavano scoperte. Siamo riusciti a pagare il periodo mancante e, sempre in base ai consigli Inpdai, nel 2000 abbiamo chiesto il trasferimento di tutti i contributi all Inps. Dai conteggi Inpdai, però, è emerso che l anzianità era di soli 14 anni e 9 mesi, che quindi il pagamento delle otto settimane era stato inutile e, soprattutto, che non era stato raggiunto il diritto alla pensione minima. Chi aveva fatto i primi calcoli non si era accorto della sovrapposizione di alcuni periodi pagati sia all Inps che all Inpdai. Nel frattempo mio nipote ha accettato delle collaborazioni coordinate e continuative versando i contributi Inps ala gestione separata. Ormai ha 60 anni e scarse possibilità di lavoro: vogliamo aiutarlo a pagare i cinque anni e tre mesi di volontaria che mancano per arrivare al minimo. La domanda è stata però respinta perché proprio il lavoro parasubordinato non glielo consente. Perché mai? T. P. Roma Purtroppo è proprio così. Per versare i contributi volontari quale ex lavoratore dipendente deve essere completamente disoccupato e non avere collaborazioni. Mi sembra che l unica possibilità sia quella di esprimere opzione di trasferimento dei contributi da lavoro dipendente nella gestione separata. In tal modo raggiungerebbe subito il diritto alla pensione contributiva (avendo superato i requisiti minimi di 5 anni di contributi e 57 d età). Per ottenere tutto ciò, però, è necessario che i contributi messi insieme diano luogo ad una pensione non inferiore alla misura dell assegno sociale maggiorata del 20%, vale a dire una pensione 2004 di almeno 441,56 euro al mese. Se non toccherà tale quota, suo nipote dovrà versare altri contributi da co.co.co (anche volontari, se smette di lavorare) per raggiunge la soglia della pensione minima, oppure attendere i 65 anni. I tetti per l integrazione al minimo Pensionato al minimo, 77 anni, ho una pensione dalla Svizzera di 750 euro, (tassata alla fonte con trattenuta del 5%) e la casa in cui vivo. Avrò sempre diritto all integrazione al minimo che ricevo oggi? Felice Albertini Pergola (Pesaro) Non credo proprio. Chi ha redditi personali superiori a ,68 euro lordi annui perde l integrazione al minimo. Lei ha, se ho ben capito, una rendita di almeno euro che, presa al lordo (presumo infatti che lei abbia indicato la cifra netta), probabilmente supera quel tetto. Lei, quindi, o non ha diritto più ad alcuna integrazione, oppure ne ha diritto in misura molto ridotta. Il ricongiungimento automatico Ho versato contributi come lavoratore autonomo dal 1992 al 2001, e da allora sono dipendente. Ho sentito parlare di ricongiungimento: di cosa si tratta? Giuseppe Mastrocola Lanciano (Ch) In base ad una legge del 1990 i contributi da lavoro autonomo si legano in automatico (senza doverlo chiedere) con quelli da lavoro dipendente, per dar luogo ad una sola pensione. In generale è superconveniente. In alcuni casi può convenire chiedere la pensione, ad esempio, solo con i contributi da dipendente (sempreché si raggiunga il diritto solo con essi) e poi il supplemento per quelli da lavoro autonomo, tenendoli distinti. Ma quasi sempre va bene l automatico ricongiungimento. 9

10 Due figli valgono otto mesi A marzo 2005 compirò 57 anni, e nel 1995 avevo meno di 18 anni di contributi: vorrei quindi optare per il sistema contributivo. Ho due figli e vorrei fruire della legge 335/95 per anticipare i tempi e andare subito in pensione (otto mesi per due figli) e aggiungere sia il riscatto figurativo del periodo di maternità obbligatorio, sia il riscatto a pagamento per l assenza facoltativa, per un totale di 11 mesi (ho già presentato domanda all Inps). E corretto il ragionamento? Supererò ad agosto 2004 il minimo pensionabile del 20% senza aspettare il 2008? Allego estratto conto. Laura Manesco Roma Risposta affermativa su tutto il fronte. IL SOLE 24 ORE PRIMA PAGINA Lunedì 2 Agosto 2004 DIPENDENTI PUBBLICI I dati dall analisi su 2,4 milioni di rendite previdenziali della Pa Pensione sì, ma anticipata La metà «lascia» dopo anni di lavoro Percentuali più basse tra gli statali (18%) mentre il top (74,4%) si registra tra i maestri ROMA Seppure dal 2008, il sistema pensionistico cambierà faccia. Lo impone la riforma approvata mercoledì scorso, anche se una parte del nuovo assetto rimane ancora da scrivere attraverso i decreti attuativi. Le nuove regole dovranno incidere anche su settori in cui rimangono ampie aree di privilegi. È il caso del pubblico impiego, dove quasi la metà dei pensionati ha lasciato il lavoro prima del previsto. Secondo le rilevazioni della Ragioneria generale dello Stato, relative al 2002, su 2,4 milioni di trattamenti erogati dall'inpdap il 46% sono di anzianità, con una punta che, per gli insegnanti d'asilo e delle elementari, va oltre il 74 per cento. La scuola mantiene il primato perché anche tra i docenti delle secondarie si registra un alto numero di pensionamenti anticipati, più del 58%, quanti negli enti locali. Le percentuali si abbassano nel comparto statale (ministeri, aziende autonome, militari e Università), dove le pensioni di anzianità sono il 18 per cento. Situazione ribaltata completamente nel settore privato: gli assegni di anzianità pagati dall'inps rappresentano il 21,8% del totale. SERVIZI A PAG. 7 Riforma alla prova DI GIULIANO CAZZOLA La delega in materia previdenziale è finalmente legge dello Stato. Ma i problemi non sono finiti. Occorre dare attuazione, attraverso i decreti legislativi, a un provvedimento articolato per l'ampiezza delle questioni affrontate e per la necessità di fornire soluzioni lineari e coerenti a problemi delicati e complessi. Sempre che, ovviamente, in autunno non si riapra il tormentone delle pensioni, nell'ambito di una manovra di bilancio che sarà chiamata a reperire 24 miliardi, di cui 17 da interventi di carattere strutturale. Volendo, tuttavia, rimanere all'interno della delega (senza prefigurare prossime misure urgenti tagliaspesa), molti aspetti sono lontani dall'essere chiariti. CONTINUA A PAG. 7 Chi si è ritirato Le pensioni erogate nel pubblico impiego e la differenziazione dei comparti Pensionati Ivs* Rendite Anzianità Uomini Donne Totale

11 I COMPARTI Enti locali Maestri d asilo ed elementari Sanità Scuola Stato Ufficiali giudiziari *Invalidità, vecchiaia, superstiti Fonte: Ragioneria generale dello Stato (dati 2002) IL SOLE-24 ORE DEL LUNEDÌ ITALIA - POLITICA Lunedì 2 Agosto N. 212 PAGINA 7 PUBBLICA AMMINISTRAZIONE Su quasi 2,4 milioni di trattamenti Inpdap nel 2002 il 46% è di anzianità Nell Inps sono il 21,8% Un esercito di giovani pensionati La percentuale più elevata nella scuola: hanno lasciato il lavoro prima il 74,4% dei maestri e il 58,4% dei docenti delle secondarie Le ultime modifiche hanno in parte riallineato il quadro Uno dei meriti generalmente riconosciuti alla legislazione del decennio Novanta in materia di pensioni (normativa che ha avuto al centro la riforma Dini del 1995 ora per l'esattezza domenica prossima, 8 agosto al suo nono compleanno) è quello di aver impostato una sostanziale armonizzazione delle regole laddove esistevano vistose e radicate differenze, soprattutto tra il settore privato e quello delle pubbliche amministrazioni. I privilegi della pubblica amministrazione. Certo, i dipendenti pubblici non erano i soli a godere di condizioni di miglior favore, ma, in conseguenza del loro numero, i diversi trattamenti spesso a parità di condizioni erano divenuti un motivo di malcontento all'interno del mondo del lavoro. Balzava immediatamente in evidenza (il tema è caldo anche adesso) la questione dell'età pensionabile. A parte la vergogna delle baby pensioni (che, in alcuni casi, permettevano alle lavoratrici pubbliche uscite molto anticipate) era consentito, in generale, percepire il trattamento di anzianità dopo venti anni di servizio, se statali, oppure, se impiegati negli enti locali o nelle Usl, dopo 25 anni. La riforma Prodi del 1997 ha riallineato, sia pure gradualmente, la normativa dei dipendenti pubblici con quella dei privati, anche per quanto riguarda il pensionamento di anzianità. Tale indirizzo è confermato dalla delega assegnata al Governo Berlusconi, la quale inasprisce i requisiti a decorrere dall'inizio del Le positive correzioni degli ultimi anni non sono, però, state in grado di modificare la composizione dello stock, dove il numero dei trattamenti anticipati rimane ancora la causa assolutamente prevalente di quiescenza. Ne dà conto una pubblicazione della Ragioneria dello Stato, assai recente anche se i dati risalgono al 2002 (il ritardo non è, però, tale da pregiudicare la validità delle linee di tendenza; si vedano le tabelle). Le pensioni di anzianità. Tra i pensionati pubblici (in totale quasi 2,4 milioni) il 46% (1,1 milioni) lo sono a titolo di anzianità. I, lavoratori maschi sono poco meno di 500mila, mentre le lavoratrici sono ben 602mila. In pratica, su 57 milioni di italiani, 4,2 cittadini sono pensionati, già dipendenti della pubblica amministrazione: di questi, quasi 2 hanno potuto avvalersi del ritiro anticipato. Gli assegni erogati dall'inpdap riconducibili a tale tipologia di pensione (calcolati sul numero complessivo delle prestazioni lvs) sono in maggioranza, quanto meno relativa, in tutte le aree geografiche del Paese: il 51 5% al Nord (il 52,3% dei maschi e il 50 9% delle femmine); il 43 5% al Centro (il 45,3% dei maschi e il 41,9% delle femmine); il 40,9% al Sud e nelle Isole (il 46,1 % dei maschi e il 36,4% delle femmine). Considerando i diversi comparti, le percentuali più basse si trovano tra i pensionati statali (ex dipendenti dei ministeri, delle aziende autonome, militari, universitari: sono il 18,4%) e tra i sanitari-medici (34,7%); quelle più elevate nella scuola (74,4% tra i maestri d'asilo e delle elementari). Ci sono poi i docenti delle secondarie: il 58,4% ha lasciato il lavoro in anticipo, tanti quanti i dipendenti degli enti locali. 11

12 Il settore privato. Per avere un raffronto col mondo privato, che pure non scherza, si tenga conto che, nel complesso delle gestioni Inps, le pensioni di anzianità sono il 21,8% del totale. Un'altra fondamentale differenza con i regimi privati sta nell'ammontare della prestazione. Nell'Inps, in generale, il trattamento medio di anzianità è più elevato di quello di vecchiaia, perché il secondo, di solito, può contare su peggiori storie contributive. In pratica, il dipendente privato, quasi sempre, va in pensione di vecchiaia solo perché non può fare altrimenti e non è in grado di far valere i requisiti per l anzianità. Nel pubblico impiego succede il contrario: le pensioni di vecchiaia (e anche quelle conseguenti a una condizione di inabilità e cosiddette privilegiate poiché si avvalgono di un conteggio favorevole) sono generalmente più elevate, perché sostenute da carriere lavorative più lunghe. In ogni caso come si evince dalle tabelle gli importi medi annui dei trattamenti riservati ai pubblici dipendenti sono abbastanza dignitosi, soprattutto se si pensa che sono riferiti allo stock delle pensioni vigenti. ARTEMIO RUGGERI 12

13 Ventimila insegnanti a riposo già a 50 anni È la scuola il comparto del pubblico impiego che vanta il primato delle pensioni di anzianità. Gli insegnanti d'asilo e delle elementari che hanno lasciato il lavoro in anticipo sono il 74,4 per cento. Ci sono, poi, i professori delle secondarie: in , il 58,4% del totale delle prestazioni Ivs, percepiscono una rendita di anzianità. Restringendo l'analisi al comparto scuola più rilevante (quello delle secondarie) si rileva che l'importo medio annuo delle pensioni Ivs ( euro) è sostanzialmente allineato con quello dell'intero stock riguardante tutte le tipologie (17.501). Sono state soprattutto le donne a essersi avvalse del pensionamento anticipato: contro uomini. L'importo medio annuo delle prime è superiore a quello dei maschi di circa 600 euro. La geografia. È il Nord ad avere il maggior numero di trattamenti di anzianità: ben donne (delle quali in Lombardia) e uomini. Nelle regioni del Centro vi sono rispettivamente pensionati maschi e femmine; nel Sud e nelle Isole si trovano in quiescenza anticipata uomini e quasi 98mila donne. L'importo medio annuo erogato al Nord agli ex insegnanti di ambedue i sessi è inferiore a quello delle altre due aree. L'età. Quasi 110mila pensionati dello stock hanno tuttora meno di 59 anni (oltre 74mila sono compresi nella fascia tra 55 e 59 anni); più di 293mila si sono avvalsi di un'anzianità contributiva compresa tra 20 e 39 anni. Tra le donne in pensione di anzianità solo (su 293mila) hanno versato contributi per un periodo compreso tra 35 e 39 anni; le rimanenti hanno usufruito di una minore anzianità di servizio. I circa 20mila ex dipendenti della Pubblica istruzione che sono andati in pensione con un'età inferiore a 50 anni, percepiscono un assegno medio annuo di euro. Invece, la prestazione più elevata (in media pari a euro) è percepita dai pensionati di entrambi i sessi di età compresa tra 75 e 79 anni, che hanno beneficiato delle regole più generose vigenti prima delle riforme pensionistiche. Maggioranza femminile. Gli effetti della presenza nella scuola di una predominante componente femminile si riscontrano anche nella discreta consistenza delle pensioni ai superstiti (in tutto 104mila), una prestazione che di solito è percepita dalle donne, più longeve dei colleghi maschi. 13

14 È, infine, bene ricordare che nel nostro Paese ci sono 1,25 insegnati in pensione su 100 italiani. Un altro dato che salta agli occhi riguarda il limitato numero di pensioni privilegiate (in sostanza, l'inabilità): nel comparto scuola sono in tutto 838, contro le quasi 100mila dello Stato. I trattamenti di vecchiaia ( ) sono meno della metà di quelli di anzianità. Anche in questo caso le donne surclassano ( ) gli uomini (62.647). L'importo medio annuo di questa tipologia è di euro per gli uomini e di per le donne. AR.RU. DALLA PRIMA Riforma alla prova A parte il fatto che, strada facendo, il disegno di legge si è caricato di un rosario di norme particolari, la difficoltà non investe tanto le nuove regole attinenti alla previdenza obbligatoria, a proposito delle quali i criteri della delega sono abbastanza precisi e comprensibili. C'è forse l'esigenza di meglio definire aspetti come la cosiddetta certificazione dei diritti la comunicazione con la quale gli enti previdenziali dovrebbero garantire che i lavoratori manterranno, pure in futuro, la possibilità di andare in pensione secondo le regole vigenti al momento dell'acquisizione del diritto anche se non se ne se ne sono avvalsi subito o come la totalizzazione dei periodi contributivi, che si intende favorire ed estendere. La parte della delega più oscura è, invece, quella riguardante la previdenza complementare. Sono previste norme che hanno un contenuto meramente programmatico e la cui attuazione è sottoposta al vincolo della disponibilità di risorse. La riforma prevede, infatti, una ridefinizione completa della disciplina fiscale della previdenza privata a capitalizzazione, con l'obiettivo di ampliare, a favore dei lavoratori dipendenti e dei titolari di piccole e medie imprese, la deducibilità della contribuzione alle forme pensionistiche complementari, siano esse collettive o individuali. Inoltre, vanno meglio definite, a favore delle imprese (visto che il conferimento delle liquidazioni deve avvenire in assenza di oneri) le misure di compensazione in termini di facilità di accesso al credito e di equivalente riduzione del costo del lavoro: norme queste che comporteranno inevitabilmente una perdita di gettito. Ma la trama più complicata da dipanare riguarda il rapporto tra i lavoratori e le forme di previdenza complementare. I criteri della delega sono attraversati da una folata di dirigismo. Si prevede, ad esempio, che «i fondi pensione possono dotarsi di linee di investimento tali da garantire rendimenti comparabili al tasso di rivalutazione del trattamento di fine rapporto»: il che apre la strada a tentazioni perniciose di rendimenti garantiti difficilmente conciliabili con la natura stessa della previdenza a capitalizzazione. Merita poi una specifica attenzione la questione dello smobilizzo del Tfr (ora non più obbligatorio) dopo l'introduzione del principio del silenzio-assenso. Il lavoratore interessato potrà decidere di tenere per sé la liquidazione maturanda oppure scegliere la forma pensionistica privata a cui devolvere la propria quota. Se non esercita alcuna opzione, il decreto delegato dovrà definire le «modalità tacite di conferimento» del Tfr «ai fondi istituiti o promossi dalle regioni tramite loro strutture pubbliche o a partecipazione pubblica all'uopo istituite» oppure ai fondi su base contrattuale o di altro tipo. Come si farà a dare un indirizzo definito a una "non scelta" dell'interessato resta un mistero da scoprire. Infine, nella delega è presente una norma di ardua interpretazione. Delle due l'una, infatti. O vi è il proposito del Governo di ricondurre verso l'inps e gli altri Enti quote crescenti di Tfr oppure si tratta di una norma "di chiusura" coerente nel precedente contesto, quando la dismissione del Tfr era un fatto obbligatorio ma non più giustificata ora in un regime di libera scelta. Poiché il legislatore non commette errori, la prima interpretazione pare più realistica. Il punto 7 della lettera g) dell'articolo 1 prevede infatti «la costituzione, presso enti di previdenza obbligatoria, di forme pensionistiche alle quali destinare in via residuale le quote di Tfr non altrimenti devolute». GIULIANO CAZZOLA IL SOLE-24 ORE DEL LUNEDÌ DIRITTO & SENTENZE Lunedì 2 Agosto N. 212 PAGINA 20 Le massime Pubblici ufficiali Quando scatta il reato di abuso d ufficio Costituisce reato di abuso d'ufficio (articolo 323 del Codice penale) la condotta di chi esercita i poteri attribuitigli per scopi personali, privatizzando in tal modo la funzione che gli è stata affidata. Sulla base di queste considerazioni, la Corte ha ritenuto dovesse essere ravvisato il reato di abuso d'ufficio nella condotta di un appartenente alla Polizia di Stato, il quale, al solo fine di reagire a quella che aveva percepito come un'offesa nei confronti del fratello (gli era stato impedito l'accesso in una discoteca), aveva 14

15 abusivamente richiesto l'intervento di una "volante" al fine di procedere ad un controllo amministrativo nel locale. Sezione VI, 23 giugno 2004, n IL SOLE-24 ORE DEL LUNEDÌ Lunedì 2 Agosto N. 212 PAGINA 21 ENTI LOCALI & Pa PAGELLE La Corte dei conti dà il voto ai ministeri e «rimanda» Istruzione, Interno e Welfare perché mancano gli obiettivi Promossa la presidenza del Consiglio Buoni i risultati di Economia, Comunicazione e Infrastrutture, nota di merito alla Difesa Scuole con troppi precari Immigrati: gestione in tilt Promossi ma con riserva. Volendo riassumere, è questo il giudizio sui ministeri italiani che emerge dalla relazione della Corte dei conti sul rendiconto generale dello Stato per il Il rapporto sulla gestione finanziaria e sull'attività corrente dei diversi dicasteri mostra una realtà in evoluzione, con ampi settori dell'amministrazione statale che stanno recuperando il terreno perduto. Con tre eccezioni: Istruzione, Interno e Welfare, che faticano più degli altri a raggiungere gli obiettivi prefissati. Le differenze tuttavia non mancano. Promossi. Innanzitutto la presidenza del Consiglio, che ha beneficiato dello snellimento («riconduzione all'essenziale», dice la Corte) operato dal segretario generale Catricalà. Grazie alla cessione di una serie di uffici o direzioni a beneficio degli altri ministeri, la presidenza è stata riorganizzata attorno al suo core business: supporto e coordinamento del premier nell'attività di governo. A detta della Corte dei conti, tuttavia, il processo non può ancora dirsi concluso, perché restano alcune competenze da smaltire. Soddisfacenti sono anche i risultati di Economia e Comunicazioni. A via XX Settembre i miglioramenti interessano sia l'area Economia, con una nota di merito per la capacità di programmazione, lo stato dei controlli interni e la prosecuzione delle privatizzazioni, sia quella Finanze, in cui «va rimarcata si legge l'accelerazione del processo di aziendalizzazione». Per quanto riguarda il dicastero guidato da Maurizio Gasparri, la relazione si sofferma sugli adempimenti legati alla diffusione del "digitale terrestre" e riporta le attività messe in cantiere dal ministero per lo sviluppo di questa nuova tecnologia: contributi, agevolazioni, rilascio di abilitazioni. La Corte dei conti riconosce anche i buoni risultati raggiunti dal ministero delle Infrastrutture. Un giudizio che si basa su due elementi: sono finalmente partite le procedure relative al programma di "grandi opere" varato dall'esecutivo; il varo della cosiddetta patente a punti ha comportato una «diminuzione degli incidenti stradali e delle conseguenze alle persone». Nota di merito, infine, anche per la Difesa, impegnata in importanti interventi di peacekeeping nonostante disponga di risorse finanziarie inferiori a quelle degli altri Paesi Nato, Beni culturali, che ha semplificato l'apparato burocratico e Salute, che ha rivisitato la struttura contabile. Rimandati. Accomunati dalla Corte dei conti in quanto a ritardi, Interno, Istruzione e Lavoro nel 2003 hanno dovuto fronteggiare problematiche differenti. Nel caso del Viminale i maggiori ostacoli riguardano la trasformazione delle Prefetture (vedi altro articolo in questa pagina), gli adempimenti legati all'entrata in vigore della legge Bossi-Fini sull'immigrazione e l'emanazione del "regolamento d'asilo" per l'accoglienza dei clandestini. Il ministero di Letizia Moratti sconta invece il mancato adeguamento del modello organizzativo alle competenze in materia di istruzione e di formazione professionali, che la riforma del titolo V attribuisce a Regioni, Province e Comuni, e il perdurare di una situazione di precariato diffuso tra gli insegnanti. La Corte rileva inoltre «ricorrenti fenomeni di eccedenze di pagamento» rispetto ai capitoli di spesa e il fatto di non aver ridotto il personale in organico. Al Welfare viene rimproverato il ritardo nell'attività di monitoraggio degli interventi finanziari effettuati dal Fondo nazionale per le politiche sociali e nella fissazione del relativo regime sanzionatorio e la «stasi nello smaltimento dei residui del fondo per l'occupazione». La Corte sollecita il ministero a una «celere emanazione» del nuovo regolamento di organizzazione. Stazionari. Un sostanziale equilibrio fra critiche ed elogi è la situazione che accomuna dicasteri altrimenti diversi per struttura, compiti e dimensioni: Affari esteri, Ambiente, Attività produttive, Giustizia e Politiche agricole. I rilievi sono i più disparati. Si va dal lieve progresso della Giustizia nello smaltimento dei carichi di lavoro allo strano accentramento tra funzioni di indirizzo politico e compiti amministrativi realizzato dal ministero dell'ambiente nella gestione dei fondi per la difesa del suolo e la tutela ambientale. EUGENIO BRUNO 15

16 Ministero Giudizio Presidenza del Consiglio + Economia e Finanze - area Economia + - area Finanze + Attività produttive = Lavoro e politiche sociali - Giustizia = Affari esteri = Istruzione, università e ricerca - Interno - Ambiente e tutela del territorio = Infrastrutture e trasporti + Comunicazioni + Difesa + Politiche agricole e forestali = Beni e attività culturali + Salute + FRANCHINO GLOSSARIO PRESIDENZA DEL CONSIGLIO. Tra i soggetti promossi per l'attività svolta nel 2003 c'è anche la presidenza del Consiglio che supporta il premier nell'attività di coordinamento amministrativo e legislativo e accorpa tutti i ministeri senza portafoglio: Rapporti con il Parlamento, Attuazione del programma di governo, Affari regionali, Politiche comunitarie, Innovazione, Funzione pubblica, Italiani nel mondo, Pari opportunità CORTE DEI CONTI. Istituita nel 1862, la Corte vigila sulle amministrazioni dello Stato, così da prevenire e impedire sperperi e cattive gestioni. In questa funzione, ha assunto la veste di una magistratura, e risulta indipendente da Governo e Parlamento. La Corte è composta da magistrati e da personale amministrativo e svolge funzioni di controllo, giurisdizionali, amministrative e consultive. LE AGENZIE. II ministero di Via XX Settembre è suddiviso in area Economia e area Finanze. All'interno di quest'ultima sono comprese le quattro agenzie: Demanio, Dogane, Entrate e Territorio. Dall'economia dipendono anche i Monopoli di stato I PUNTI CRITICI Privatizzazioni «assenti» e troppi ritardi Delle 11 Agenzie previste ne esistono solo sei mentre gli UtG non sono ancora operativi Molte occasioni perse nel processo di riordino dell'amministrazione statale. Secondo l'ultima relazione della Corte dei conti sull'assetto organizzativo della Pa, nel 2003 sono state molte le scadenze non rispettate, altrettanti gli appuntamenti mancati. Come quello con le privatizzazioni. Nonostante l'impegno profuso nelle tre ultime finanziarie e nonostante la necessità di ridurre la spesa pubblica, secondo la Corte non si sono realizzate privatizzazioni di enti e organismi pubblici. A parte il semplice riassetto di enti già trasformati in fondazioni. Le Finanziarie, dal 2002 al 2004, hanno insistito sulla 16

17 riduzione degli enti pubblici, mediante fusioni, trasformazioni e privatizzazioni. I criteri per individuare gli organismi da trasformare o da sopprimere erano la riduzione della spesa di funzionamento delle amministrazioni, l'incremento della loro efficienza, il miglioramento del servizio pubblico. Sono stati emanati decreti legislativi che hanno variamente riordinato enti e istituzioni, ma di privatizzazioni vere e proprie neanche l'ombra. Le Agenzie. Anche in questo caso, la Corte individua una situazione di stasi nel processo di riordino. Le Agenzie sono strutture tecnico-operative dei ministeri, deputate allo svolgimento di attività specialistiche. Nonostante il Dlgs del 1999 e la proroga dell'autorizzazione al Governo a trasformare o sopprimere enti, non sono ancora tutte operative. Delle 11 Agenzie previste, ne risultano oggi in attività soltanto sei (Agenzia industrie difesa, Agenzia per la protezione dell'ambiente e quattro Agenzie fiscali). Sono state invece soppresse l'agenzia delle comunicazioni e quella della protezione civile. Da questa situazione deriva la persistente attribuzione dei compiti tecnici a uffici ministeriali. E non sembrano risolte neanche le incertezze nella ripartizione delle competenze regionali in alcuni dei settori nei quali svolgerebbero la loro attività le Agenzie. Fermi gli UtG. Gli Uffici territoriali del Governo, invece, non hanno mai raggiunto la soglia dell'operatività. Nelle intenzioni del Governo, dovevano essere decisivi nel processo di ridimensionamento e semplificazione organizzativa dell'amministrazione statale in ambito territoriale. In essi avrebbero dovuto confluire le preesistenti articolazione periferiche dei ministeri. Nella realtà, gli Uffici non sono mai diventati operativi a causa delle resistenze opposte dalle amministrazioni centrali, contro l'assorbimento di una quota di uffici statali. Prendendo atto della mancata realizzazione degli UtG, sono state riportate al Prefetto le funzioni nei confronti degli uffici statali periferici. In quest'attività, il prefetto è coadiuvato da una conferenza provinciale permanente composta dai responsabili di tutte le strutture amministrative periferiche dello Stato che svolgono la loro attività nella Provincia e dai rappresentanti degli enti locali. II prefetto del capoluogo di Regione è coadiuvato anche dalla conferenza permanente dei rappresentanti delle strutture periferiche dello Stato, alla quale possono essere invitati i rappresentanti della Regione. LU.B. Comitato di controllo / Il Presidente Zampini La ricetta per l efficienza «Circondarsi di dirigenti esperti e competenti, organizzare un buon controllo interno, curare la fase iniziale della programmazione». Mauro Zampini, presidente del Comitato tecnico scientifico per il coordinamento in materia di valutazione e controllo strategico nelle amministrazioni locali presso la Presidenza del consiglio, non ha dubbi: per rendere efficienti i propri dicasteri, «i ministri devono assumersi la responsabilità della fase iniziale della programmazione. II loro è un ruolo simile a quello che un amministratore delegato ha all'interno di un'azienda». Un ruolo che gli attuali ministri riescono ad assumere? Chi più, chi meno. Sicuramente c'è un progresso in corso. Proviamo a fare dei nomi? Non è mio compito fare pagelle. Sicuramente, però, i ministeri della Giustizia, dell'interno e della Difesa hanno buoni livelli di programmazione. Ma oltre a programmare quale dovrebbe essere il ruolo di un ministro alla ricerca dell'efficienza? Quello di fissare gli obiettivi, di costruire un efficiente sistema di controllo interno messo in mano a esperti e quello di nominare i massimi dirigenti, non con arbitrio ma tenendo conto delle loro competenze. Il tutto tenendo fuori la politica dalla gestione amministrativa. Cosa realizzabile in Italia? La tradizione culturale italiana vuole che spesso i ministri delighino funzioni di loro competenza e assumino la gestione di momenti che esulano dal loro compito. Qualcosa sta cambiando rispetto alla Prima Repubblica ma la spinta propulsiva degli anni '90 sta scemando. Cosa è cambiato? In quegli anni al centro c'era la riforma della pubblica amministrazione. Leggi sono state anche fatte. Ma questo non basta: bisogna passare dalla fase legislativa all'amministrazione reale spesso impermeabile ai cambiamenti. Ho auspicato che l'efficienza fosse al centro di una riunione del Consiglio dei Ministri. Questo non è mai avvenuto, l'efficienza è uscita dall'agenda politica. D.CIO. Il sindacato / Foccillo, segretario confederale Uil Valorizzare il personale «L'efficienza dei ministeri non può prescindere dalla valorizzazione del personale e da una politica che investa in maniera mirata sulle risorse umane e sulla capacità organizzativa». Punti deboli di una struttura «dalle grandi potenzialità», secondo Antonio Fuccillo, segretario confederale della Uil, sui quali «il sindacato 17

18 era riuscito, nel '97, a portare dalla sua il Governo Prodi e in particolare l'allora ministro alla Funzione pubblica Franco Bassanini». E ora qual è la situazione? È in atto un'inversione di tendenza dove la politica si riappropria del controllo della dirigenza senza valutare nel merito l'operato dei singoli. Dunque la politica come freno all'efficienza? Bisogna distinguere tra gestione e indirizzo. Quest'ultimo deve rimanere di competenza della politica per non tradire la volontà degli elettori. Ma la responsabilità gestionale deve far capo alla dirigenza che deve essere valutata in base al suo operato. È necessario responsabilizzare la macchina burocratica valorizzandola se lavora bene, penalizzandola in caso di disfunzioni. Anche economicamente? Certo, perchè non legare il 40% dello stipendio al risultato del lavoro e alla sua efficienza? L'investimento sulle risorse umane e sulla capacità organizzativa è fondamentale. E invece? Invece assistiamo a una fase di destrutturazione dove a ogni Finanziaria si tagliano i fondi e dove si fa sempre più ricorso all'esternalizzazione dei servizi a scapito delle fasce più deboli. Il tutto per ridurre i costi senza guardare all'incoerenza del sistema. Quale incoerenza? Il frequente ricorso a costose consulenze esterne, invece che puntare sull'organico interno che anche nei ministeri soffre la precarietà. Come sindacato abbiamo accettatto forme d'inserimento flessibile come il telelavoro, ma è necessario trovare anche strumenti di accesso al tempo indeterminato oggi ottenibile solo attraverso concorso. Non c'è efficienza in un lavoratore senza dignità. D.CIO. PROMO PA Il Ddl per il 2005 mira a snellire i tempi ma non elimina la causa delle lungaggini Semplificare? Taglio alle pratiche inutili «Sono tanti 18 mesi per i decreti attuativi» Non si può che essere d'accordo con i commenti critici al disegno di legge delega di semplificazione amministrativa Viene giustamente rilevata la lunghezza del termine (18 mesi) per l'emanazione dei decreti legislativi di attuazione, che appare quasi provocatorio di fronte alle sollecitazioni che vengono dal mondo delle imprese, specie piccole e una mistificazione dello stesso concetto di semplificazione, dimostrata dal fatto che gli ultimi due governi con un'unica logica bipartisan sembrano aver emanato più norme di "complicazione" di quante ne siano state abolite. Quest'ultima considerazione merita di essere approfondita perché evidenzia una visione della semplificazione, concepita principalmente come necessità di rendere meno farraginose le procedure quando il vero obiettivo è quello di eliminarne ove possibile la causa. Quando qualche anno fa, durante un convegno, un relatore illustrò con soddisfazione la riduzione delle procedure per il rinnovo della patente un collega straniero ironicamente fece notare che il problema nel suo Paese non esisteva perchè le patenti una volta rilasciate non andavano rinnovate. Eliminare, anziché solamente semplificare, autorizzazioni concessioni e permessi inutili significa anche porre le condizioni per ridurre gli apparati pubblici e per evitare che un certo tipo di semplificazione, basata solo sugli aggiustamenti procedurali si riduca a un turnover normativo, che inevitabilmente continuerà a produrre più norme di quante non riesca a eliminarne. Eliminare quanto possibile e semplificare il resto è sicuramente una delle condizioni perché il sistema pubblico non sia di ostacolo allo sviluppo. L'interlocutore di queste giuste aspirazioni è senz'altro lo stato centrale ma non basta perché le riforme prodotte dal centro hanno i difetti di essere calate dall'alto, non incidono sull'atteggiamento culturale e sui conseguenti comportamenti degli addetti ai lavori, anche perché raramente sono frutto di una sperimentazione dal vivo: si pensi al tema dello sportello unico a oggi ancora sconosciuto in troppe realtà locali, nonostante gli ingenti investimenti pubblici per farlo decollare. Per non parlare dei tempi troppo lunghi, come dimostrato dal citato disegno di legge. Per questi motivi è forse illusorio pensare che la riforma della pubblica amministrazione, che è stata recentemente e autorevolmente riproposta come priorità, possa essere affidata sul versante della semplificazione solo a una task force ministeriale, che dovrebbe avere l'autorevolezza, la determinazione e gli strumenti per incidere sui comportamenti dei soggetti istituzionali e degli operatori. Bisogna ormai fare i conti con un decentramento avviato e con un processo di federalismo, che nelle varie accezioni che vengono proposte (da quello più radicale a quello "ragionevole "a quello "solidale") ha comunque raggiunto un punto di non ritorno. Se così è le Regioni sono interlocutori necessari e indispensabili per promuovere una diversa cultura amministrativa sul proprio territorio, orientata a costruire sistemi pubblici locali più attenti alle esigenze di imprese e cittadini. Esse hanno per la molte materie competenze legislative che possono esercitarsi in concreti atti di deregulation e semplificazione e una maggiore oggettiva possibilità di verificare l'esito di processi di semplificazione in tavoli di confronto con le categorie. Inoltre in un contesto socio economico omogeneo è più facilmente realizzabile un'azione mirata a incidere positivamente sui comportamenti dei 18

19 funzionari pubblici, sviluppando: un processo di coesione amministrativa, intesa come capacità di raccordarsi fra soggetti di amministrazioni diverse, ma consapevoli di appartenere a un sistema pubblico, la cui unitarietà è data dall'appartenere o comunque dal risiedere nella stessa Regione; una condivisione culturale su principi di buona amministrazione, basati su una nuova etica delle responsabilità, da cui non può prescindere un sistema pubblico efficiente; una valorizzazione delle "buone pratiche", validate dalle categorie piuttosto che dichiarate in modo autoreferenziale. Su questi temi PromoPa ha attivato una riflessione con le Regioni più sensibili all'innovazione e intenzionate a assumersi la responsabilità di attivare, nei confronti di tutti i funzionari pubblici che risiedono sui propri territori, un processo di rifondazione di una "corporate culture" comune, anche per fronteggiare quell'eccesso di localismo ma anche e forse soprattutto di particolarismo, derivante dall'iperfrazionamento delle competenze recentemente autorevolmente denunciato. GAETANO SCOGNAMIGLIO IL SOLE-24 ORE DEL LUNEDÌ AFFARI PRIVATI Lunedì 2 Agosto N. 212 PAGINA 25 Undici Garanti a difesa del cittadino Dal Fisco alla Privacy, di cosa si occupano le Authority Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato. Vigila sui comportamenti che impediscono la libera concorrenza e sulla correttezza dei messaggi pubblicitari. Autorità per la Vigilanza sui lavori pubblici. Attraverso decisioni e pareri vigila sulla qualità delle opere e dei lavori pubblici. Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni. Ha funzioni di vigilanza, controllo e regolamentazione nei settori dell'editoria, radiotelevisivo e delle telecomunicazioni. Autorità per l'energia elettrica e il gas. Controlla le modalità di accesso ai servizi e si occupa di determinare e aggiornare le tariffe. Centro nazionale per l'informatica nella pubblica amministrazione. Pianificazione, progettazione, realizzazione e gestione di sistemi informativi negli uffici pubblici. Commissione vigilanza fondi pensione. Autorizza l'attivazione dei fondi pensione. Consob. la Commissione nazionale per le società e la Borsa è l'autorità di controllo dei mercati valutari italiano. Garante per la protezione dei dati personali. Si occupa della tutela della privacy dei cittadini. Istituto per la vigilanza sulle assicurazioni private e d'interesse collettivo. Ha funzioni di controllo nel settore delle assicurazioni. Autorità garanti del contribuente per il fisco e la burocrazia. In ogni Regione d'italia esiste un Garante del contribuente, che si occupa delle segnalazioni dei cittadini su disfunzioni e irregolarità del Fisco. Agenzia per le organizzazioni senza scopo di lucro di utilità sociale. Vigila sull'applicazione delle norme fiscali da parte delle Onlus e sull'attività di raccolta fondi e finanziamenti. IL SOLE-24 ORE DEL LUNEDÌ LAVORO & CARRIERE Lunedì 2 Agosto N. 212 PAGINA 28 INTERVENTO Perché in Italia le società di lavoro temporaneo non riescono a generare ricchezza Risorse umane, non conta solo il prezzo Il mercato è cresciuto ma i profitti rimangono esigui Ora la legge Biagi offre opportunità di sviluppo DI GABRIELE PILLITTERI* Con l'introduzione nel 1997 della legge che regola l'utilizzo del lavoro temporaneo, si è formato anche in Italia il nuovo mercato della risorsa umana. Proprio come un biscotto o un detersivo, si tratta di un prodotto che dovrebbe essere analizzato, studiato e, quando è possibile, migliorato dalle società di lavoro temporaneo per poterlo offrire alle imprese clienti con un prezzo remunerativo. A distanza di sei anni, il valore del mercato ha raggiunto e superato la cifra di tre miliardi di euro; la previsione per il prossimo triennio è di una crescita più contenuta, ma sempre nell'ordine dell'otto-dieci per cento medio annuo in più. Il valore del mercato di fatto il fatturato delle società si ottiene moltiplicando il prezzo orario della risorsa per il numero delle ore lavorate. Di conseguenza, il ricavo lordo delle società di lavoro temporaneo si ottiene sottraendo dal fatturato il costo della risorsa umana. Naturalmente i costi non finiscono qui. Al costo del lavoro bisogna aggiungere anche il costo della gestione amministrativa, i costi di vendita e di marketing, i costi generali. Nondimeno, l'attività nasconde un 19

20 rischio-prodotto che si rivela al termine della missione del lavoratore; poiché l'impresa paga solo le ore lavorate, i giorni di malattia sono a carico della società di lavoro temporaneo che ha assunto il lavoratore. Alla crescita del mercato hanno concorso due fattori: la vivacità della domanda delle imprese e la disponibilità del prodotto risorsa umana. Una felice combinazione che avrebbe dovuto favorire la realizzazione di buoni margini di guadagno. Invece gran parte delle 70 società autorizzate dal ministero del Lavoro presentano bilanci in rosso, mentre quelle in attivo (poche in verità) hanno profitti esigui, insufficienti per remunerare gli investimenti ed il cash necessario per fare da banca ai clienti che pagano il fornitore a 60, 90, 120 giorni e in taluni casi a «babbo morto». Le società di lavoro temporaneo, invece, devono pagare i lavoratori assunti puntualmente una o due volte al mese. Perdere soldi in un mercato che è cresciuto con i ritmi vertiginosi dei mercati tecnologici è un fenomeno solo italiano. Negli anni 70 agli albori del mercato in Francia, Inghilterra, Olanda, è stato proprio nella fase di partenza che le società hanno fatto buoni profitti. Hanno quindi potuto alzare il livello qualitativo del servizio, quotarsi in Borsa e, con i nuovi capitali, espandere il business in settori di media ed alta specializzazione. Niente di tutto ciò è avvenuto in Italia. Il fatto è che il nostro è un paese estremamente resistente al cambiamento, non solo nella politica e nella società, ma anche nel mondo del lavoro. Sindacati e imprese si muovono due passi avanti e uno indietro, astutamente e con circospezione alla ricerca di settori protetti. Il caso del lavoro temporaneo è emblematico. Le società hanno creduto che il fattore di successo fosse dovuto alla limitazione della competizione implicitamente garantita dalle condizioni per il rilascio dell'autorizzazione dal ministero del Lavoro. Solo che l'autorizzazione contemplava un unico ed esclusivo oggetto sociale: la fornitura di lavoro temporaneo. Venendo a mancare la possibilità di modificare il mix dell'offerta, le imprese hanno utilizzato il prezzo come leva competitiva; la via più facile ma anche la via della commodity e della banalizzazione. Peter Drucker ci ricorda che quando la competizione avviene col prezzo e non col servizio l'organizzazione tende ad assomigliare ad un organismo biologico il cui fine è la sopravvivenza. Invece le organizzazioni sono mezzi che hanno l'obiettivo di massimizzare le capacità dell'impresa nella creazione di ricchezza. Che le società di lavoro temporaneo non siano in grado, salvo rarissime eccezioni, di generare ricchezza determina inevitabilmente l'allontanamento dal settore delle persone più qualificate e ricche di talento; conseguentemente viene a mancare anche la capacità di valorizzare il prodotto risorsa umana. Per questo, anche l'impresa che fa del prezzo il motivo centrale per l impiego temporaneo della risorsa umana, dimostra poca lungimiranza; dimentica che in futuro avrà sempre più bisogno di personale qualificato e flessibile. È come la massaia svogliata che al supermercato compra le offerte speciali ma non controlla gli ingredienti e il rapporto peso-qualità-prezzo. Entrambi perdono di vista l'unica cosa che realmente conti nella formazione del prezzo: il rendimento del prodotto. Le criticità che rendono anemico il mercato potrebbero in gran parte venir rimosse dalla nuova legge che regola il mercato del lavoro, nota come Legge Biagi. Essa elimina l'handicap dell'esclusività dell'oggetto sociale e permette alle società di lavoro temporaneo, che assumono ora la nuova denominazione agenzia per il lavoro (salvo quelle che non dispongono delle risorse finanziarie necessarie per richiedere la nuova autorizzazione), di offrire all'impresa non solo la flessibilità del lavoro temporaneo, non solo la flessibilità organizzata per i processi di lavoro (staff leasing e appalto di servizi) ma il più articolato e completo ventaglio di servizi e specializzazioni per l'ottimizzazione e la valorizzazione delle risorse. Le agenzie per il lavoro hanno l'opportunità di offrire lo strumento di flessibilità coerente con la missione delle imprese e le risorse umane a un prezzo "variabile" in funzione della qualità e del rendimento. Una legge questa che vale per tutti. * Progetto Lavoro IL SOLE-24 ORE DEL LUNEDÌ L esperto risponde 1436 e Numero cinquantotto - 2 agosto 2004 PUBBLICO IMPIEGO QUALI VANTAGGI DERIVANO DAGLI ANNI NELL ESERCITO 3380 Sono dipendente dell'amministrazione provinciale con qualifica di istruttore contabile C2. Ho prestato servizio militare di leva per 10 mesi; per 14 mesi servizio militare come ufficiale di prima nomina e per altri 24 mesi per ferma breve volontaria. Ai sensi dell'articolo 20 della legge 958 del 24 dicembre 1986, questo servizio è valido, così come recita la legge: «...a tutti gli effetti per l'inquadramento economico...». In materia, ho trovato numerose sentenze che confermerebbero il dettato di legge ma, nella mia amministrazione si sostiene che io posso riscattare tutto il periodo del servizio militare soltanto ai fini pensionistici. Nel periodo relativo al servizio militare prestato, essendo stato impiegato in missioni all'estero per conto dell'onu, mi sono stati riconosciuti con decreto del ministero della Difesa i cosiddetti «benefici combattentistici» che, ai sensi della legge 24 maggio 1970, n. 336, e della legge 1746/62, opererebbero in favore dei dipendenti civili degli enti pubblici ex combattenti. L'area risorse umane del mio ente asserisce che: «i benefici sono attribuiti alla cessazione del servizio per qualsiasi causa». In altre parole dovrei licenziarmi o andare in pensione. 20

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