Rapporto sulla finanza previdenziale Relatori: Maurizio PALA Giovanni COPPOLA

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1 CORTE DEI CONTI - SEZIONI RIUNITE IN SEDE DI CONTROLLO - Rapporto sulla finanza previdenziale Relatori: Maurizio PALA Giovanni COPPOLA

2 INDICE Rapporto Sulla Finanza Previdenziale Parte I. La Previdenza obbligatoria 1. La spesa pensionistica e il disavanzo pubblico 2. Previdenza e assistenza 3. Il livello e le tendenza della spesa pensionistica 4. Sulla opportunità di un ulteriore revisione dell assetto attuale Parte II. La Previdenza complementare 5. Il Sistema della Previdenza complementare 6. La dinamica dei Fondi-pensione 7. Lo stato di evoluzione della Riforma 8. Considerazioni finali

3 Parte I LA PREVIDENZA OBBLIGATORIA

4 1. La spesa pensionistica e il disavanzo pubblico. La spesa per pensioni è da molti anni al centro dell attenzione del Governo e dell opinione pubblica, ma è anche sotto costante osservazione di varie istituzioni internazionali per il suo diretto collegamento con la finanza pubblica e in particolare con la formazione del disavanzo pubblico. E noto, infatti, che una quota molto rilevante del debito accumulato dal nostro paese è dovuta ai disavanzi che il settore pensionistico ha prodotto. Per una valutazione sintetica dell entità di risorse che ogni anno il settore richiede, in aggiunta ai contributi che provengono dagli assicurati e dai datori di lavoro, basti osservare che i conti della previdenza indicano, per il 2004, un concorso dello Stato per circa 69 miliardi di euro, di cui 52 destinati alle prestazioni per invalidità, vecchiaia e superstiti (I.V.S.), un valore, quest ultimo, che supera di oltre 11 miliardi il disavanzo complessivo delle amministrazioni pubbliche. Tavola 1 Concorso dello stato agli oneri della previdenza e della assistenza (in milioni di euro) TIPO DI INTERVENTO Variazioni percentuali Invalidità vecchiaia superstiti ,3 Infortuni e malattie professionali ,3 Cassa integrazione guadagni e ,9 disoccupazione Trattamenti di famiglia ,3 Incentivi alle imprese ,1 Interventi vari ,0 Avvenimenti politici calamità naturali TOTALE ,2 Fonte: Ministero del lavoro e delle politiche sociali Relazione Generale sulla situazione economica del Paese 2004 Come dire che i conti pubblici presenterebbero un apprezzabile avanzo se quelli del comparto pensionistico fossero in pareggio. Immediato si pone l interrogativo se lo squilibrio derivi da uno scarso livello di contribuzioni o da un eccesso di spesa. Il livello elevato delle aliquote che vige nel nostro paese esclude l esistenza di una insufficiente pressione contributiva, almeno sul piano formale. Sul lavoro dipendente gravano aliquote per pensioni che non hanno riscontro in Europa se si aggiungono ai 32,70 punti percentuali, o ai 33,70 per le

5 retribuzioni più elevate, circa 7 punti che finanziano il trattamento di fine rapporto (T.F.R.), una forma di tutela previdenziale che l Eurostat assimila alle pensioni. E dunque l elevata spesa a determinare lo squilibrio del sistema. La conferma può ottenersi da un confronto internazionale dei livelli della spesa, utilizzando l indicatore che deriva dal rapporto tra il suo ammontare e il PIL. Non appare molto significativo, infatti, comparare i saldi e nemmeno gli indici di copertura (rapporto tra contributi e prestazioni), almeno per la valutazione dell impegno o del livello di protezione che i vari paesi riservano alle persone anziane attraverso le prestazioni pensionistiche. Il finanziamento delle prestazioni, infatti, risulta molto differenziato e l apporto della fiscalità generale per la copertura delle prestazioni è molto diffuso, sia pure in misura e con modalità diverse da paese a paese. La Danimarca rappresenta la situazione estrema; essa pone infatti il primo pilastro della previdenza a totale carico dello Stato, ma, come è stato sopra accennato, l apporto fiscale al finanziamento della previdenza è presente con diversa intensità in tutti i paesi. 2. Previdenza e Assistenza. La comparazione a livello europeo della spesa pensionistica pubblica in percentuale del PIL vede il nostro paese superare il livello medio della U.E. di oltre 3 punti (13.8 contro 10.4, media dei 15 paesi dall U.E.). Se il confronto viene esteso anche alle istituzioni private la differenza si riduce a 2,5 punti, ma trova il nostro paese saldamente al primo posto nella graduatoria dei quindici (Tavole 2 e 3). Da qui l attenzione particolare che gli osservatori interni e internazionali riservano all Italia. Coloro che ritengono conclusa l opera riformatrice dopo i ripetuti interventi degli anni novanta (le riforme dei governi Amato, Dini, Prodi e, recentemente, Berlusconi) sostengono che il nostro livello di spesa pensionistica non è poi così elevato come viene riportato nelle statistiche ufficiali. Esso, per la parte che attiene alle prestazioni previdenziali, sarebbe gonfiato da spese che, per natura e modalità di finanziamento, dovrebbero essere classificate tra le prestazioni assistenziali e, pertanto, sottratte dalla spesa per pensioni.

6 PAESE Caratteristiche dei sistemi pensionistici negli stati dell Unione Europea Anno 2001 Quota di imposte Aliquota Età Età media Spesa e contributi contributiva pensionabile pensionamento pensionistica sociali sulla IVS F/M effettivo su PIL retribuzione (%) (%) (%) Tavola 2 Quota degli occupati su forza lavoro (%) Austria 22,8 60/65 59,8 24,5 39,7 68,4 Belgio 37,9 62/65 57,0 10,0 49,1 59,9 Danimarca - 65/67 61,9 10,5 40,6 76,2 Finlandia 10, ,6 11,3 41,0 68,2 Francia 16, ,6 12,1 38,4 62,8 Germania 19, ,8 11,8 45,5 65,4(a) Grecia 20, ,9 12,6 34,3 55,4 Irlanda 13, ,1 4,6 17,4 65,7 Italia 32,7 60/65 59,4 13,8 42,8 54,9 Lussemburgo 24, ,8 7,4 28,8 62,7(a) Paesi bassi 19, ,9 7,9 36,8 74,1 Portogallo 26, ,0 9,8 29,5 68,7 Regno unito 22,2 60/65 62,1 5,5 24,5 71,8 Spagna 28, ,0 9,4 33,4 57,7 Svezia 18, ,0 9,0 46,8 74,1 Fonte: Missoc Eurostat (a) Anno Tavola 3 Prestazioni di protezione sociale per funzioni Anno 2002 (in percentuale del P.I.L.) PENSIONI (I.V.S.) MALATTIA FAM. E MATERN. DISOCCUPAZIONE ALTRO TOTALI Italia 17,0 6,5 1,0 0,4 0,3 25,2 Austria 16,1 7,1 3,0 1,5 1,7 29,4 Belgio 13,8 6,3 2,2 3,2 1,9 27,4 Danimarca 14,7 6,1 3,9 2,7 5,9 33,3 Finlandia 12,8 6,4 3,0 2,5 3,3 28,0 Francia 14,2 8,6 2,7 2,2 4,5 32,2 Germania 14,8 8,3 3,1 2,5 2,4 31,1 Grecia 14,4 6,8 1,8 1,6 4,7 29,3 Irlanda 4,4 6,4 2,4 1,3 5,5 20,0 Lussemburgo 11,6 5,5 3,7 0,8 3,2 24,8 Olanda 14,0 8,3 1,2 1,4 6,7 31,6 Portogallo 12,8 7,1 1,1 0,9 4,6 26,5 Regno unito 14,8 7,3 1,0 0,9 6,6 30,6 Spagna 10,4 5,9 0,5 2,7 1,6 21,1 Svezia 16,7 8,6 3,0 1,7 4,1 34,1 Media 15 14,5 7,5 2,2 1,8 10,9 36,9 Media euro 12 14,3 7,6 2,2 1,8 0,8 26,7 Fonte : Eurostat

7 Le prestazioni considerate assistenziali - e impropriamente comprese nella previdenza - sarebbero le seguenti: i prepensionamenti, le integrazioni al trattamento minimo, il pagamento delle pensioni decorrenti prima del 1989 a favore dei coltivatori diretti, mezzadri e coloni, la quota parte delle pensioni di invalidità ante legge n. 222 del 1984, alcuni miglioramenti concessi a categorie di pensionati con diverse motivazioni (pensioni d annata, ex combattenti, etc.). I prepensionamenti, che nel passato hanno effettivamente agito come ammortizzatori sociali nei processi di riorganizzazione di imprese o settori in crisi, alla fine del 2003 e come effetto cumulato di un periodo di circa 25 anni di vigenza della normativa specifica - assommavano a in tutto, che si confrontano con oltre di posizioni pensionistiche o, se si preferisce, con oltre di pensionati. Peraltro, negli ultimi sette anni il ricorso a questo istituto ha riguardato complessivamente persone e appena 601 nel Considerando, peraltro, che di questo genere di prestazioni la parte impropria è quella riguardante il solo periodo che precede la maturazione dei requisiti per il pensionamento ordinario, la correzione ai conti pubblici che ne deriverebbe sarebbe del tutto trascurabile. Gli importi più consistenti interessati alla ipotizzata revisione e posti a totale carico dello Stato sarebbero quelli destinati al pagamento delle pensioni dei coltivatori diretti, mezzadri e coloni aventi decorrenza anteriore al 1989 e quelli stabiliti per adeguare le pensioni più basse al trattamento minimo. Gli altri apporti fanno riferimento a provvedimenti di rilevanza non significativa e che non sembrano peraltro presentare caratteristiche tali da richiederne lo scorporo dalla spesa pensionistica. Per quanto riguarda l aiuto alla gestione dei coltivatori diretti, nel 1997 il Governo decise di accollarsi una consistente parte della spesa al fine di ridimensionare l enorme differenza tra prestazioni e contribuzioni che caratterizzava la gestione e riportare così lo squilibrio a valori tollerabili. La situazione deficitaria rappresentava l ineluttabile esito dell istituzione, negli anni sessanta, di una gestione previdenziale per una categoria di lavoratori che fin dal dopo-guerra era in rapidissimo declino. Si riduceva di conseguenza il numero degli assicurati, cresceva fortemente quello dei pensionati. Erano gli anni della grande trasformazione della nostra economia da agricola in industriale con l abbandono in

8 massa della campagna e l impetuosa crescita dell occupazione nell industria. I figli dei contadini diventavano operai e versavano i propri contributi al fondo per i lavoratori dipendenti. La scelta di istituire una gestione specifica finiva per concentrare il disavanzo nel settore agricolo in declino e per gonfiare gli avanzi nel fondo dei lavoratori dipendenti. Le maggiori risorse che maturavano nella previdenza del settore industriale, a motivo della sua crescita dirompente, venivano utilizzate a copertura di generose provvidenze e benefici permanenti introdotti nel sistema previdenziale, come ad esempio il sistema di aggancio della pensione all ultima retribuzione, l istituzione delle pensioni sociali, di invalidità, accordate anche in seguito a disoccupazione involontaria, e soprattutto delle pensioni di anzianità con 35 anni di contributi e senza limiti di età. Inoltre erano ricorrenti perequazioni e miglioramenti dei trattamenti. L abbondanza di risorse permetteva di fronteggiare anche i disavanzi che produceva la gestione dei lavoratori dell agricoltura. Quando la previdenza dei dipendenti è venuta a maturazione, in parallelo con il ridimensionamento dello sviluppo industriale e di conseguenza il fondo pensioni dei dipendenti ha iniziato a deteriorarsi, è stato riversato sullo Stato il sostegno alla gestione previdenziale dei coltivatori. Se fosse stato usato lo stesso criterio anche per altre categorie, mestieri o professioni, mantenendo sempre per tutti il metodo di finanziamento a ripartizione, oggi ci troveremmo di fronte a molteplici contabilità deficitarie relative ai fondi previdenziali riguardanti settori scomparsi o in declino, e nel contempo a tante gestioni in attivo riguardanti i nuovi mestieri e le professioni emergenti, con il conseguente accollo allo Stato dei deficit e la redistribuzione agli assicurati più fortunati dei surplus. Una ulteriore conferma di quanto sostenuto emerge dalla situazione dei fondi settoriali che sono stati costituiti con l utilizzo del metodo a ripartizione. Quando il rapporto tra attivi e pensionati era all inizio dell attività favorevole venivano decisi trattamenti molto generosi. Quando invece quel rapporto è peggiorato fino a rendere insostenibili le promesse, i fondi hanno chiesto il rientro nel sistema generale dell INPS 1 caricando sullo Stato i relativi disavanzi. 1 Così, ad esempio, nel Fondo delle Ferrovie dello Stato si riscontrano pensioni e attivi, nell ex fondo elettrici i trattamenti sono e gli attivi

9 Il sistema a ripartizione ha proprio la funzione di utilizzare i contributi degli attivi per il pagamento delle prestazioni dei pensionati ed è del tutto normale che i settori in declino vengano sostenuti da quelli innovativi ed emergenti. Il sistema a ripartizione, dunque, non ammette la costituzione di gestioni previdenziali separate per settori specifici di attività, pena la quasi certa insolvibilità finanziaria, una volta che un determinato mestiere venga posto fuori mercato dalle nuove tecnologie. Il concorso dello Stato alla gestione dei coltivatori è, dunque, da considerarsi sostitutivo degli apporti dei settori che presentano condizioni più favorevoli nel rapporto tra pensionati e assicurati. Comunque, al di là di ogni considerazione sul discutibile assetto finanziario stabilito per la previdenza del settore agricolo, gli interventi finanziari dello Stato, tenuto conto che vige un sistema retributivo a ripartizione nel quale il rapporto contributi-prestazioni ha scarsissimo valore, non sembrano contrastare con i comportamenti propri della gran parte dei sistemi previdenziali vigenti in Europa: essi erogano prestazioni a fronte non già e non solo di contributi, bensì di un attività lavorativa. Quanto al sostegno delle pensioni più basse, l aver stabilito un livello minimo garantito anche per coloro che non lo raggiungano per insufficienza di coperture contributive, conferma un orientamento molto diffuso nelle istituzioni previdenziali incluse quelle private. Esso consiste nel ricorso a meccanismi perequativi di tipo mutualistico e di parziale redistribuzione interna degli importi, per attenuare in qualche modo eccessive differenze tra i livelli delle prestazioni. Nel caso italiano, il legislatore ha stabilito un livello minimo a cui accedono coloro che presentano posizioni contributive insufficienti e destinati conseguentemente a percepire prestazioni ritenute inaccettabili. I relativi oneri sono stati posti a carico dello Stato. Parallelamente, ha operato in senso inverso sulle fasce di reddito più alte, riducendo in modo consistente le aliquote di rendimento dei contributi per le fasce di reddito che superano un tetto (per il 2004 stabilito in euro) senza operare una contestuale riduzione delle aliquote contributive, sempre in ossequio del principio redistributivo. Per la base pensionabile che supera il tetto fino a un terzo l aliquota passa dal 2 all 1,6; fino a due terzi, è pari a 1,35; fino al doppio l aliquota è stabilita all 1,1; oltre il doppio del tetto l aliquota scende allo 0,9.

10 Se, in definitiva, si volesse assumere come criterio esclusivo di separazione tra previdenza e assistenza la stretta relazione tra contributi e prestazioni, ci troveremmo paradossalmente a concludere che la gran parte delle pensioni di anzianità avrebbe, per una quota non irrilevante, natura assistenziale poiché, con il calcolo contributivo basato sulla equivalenza attuariale tra contributi e prestazioni, le pensioni risulterebbero più basse e molte in misura consistente. Infatti, in base al ragionamento dei sostenitori della netta divisione dei due campi (peraltro pienamente realizzata con il sistema contributivo) sarebbe legittimo domandarsi se la parte integrativa della pensione accordata ai pensionati di anzianità non debba essere coerentemente posta a carico dello Stato e inclusa nella Gestione per gli interventi assistenziali (GIAS), nonostante che l operazione non arrechi alcun vantaggio ai conti pubblici. L unico risultato apprezzabile sarebbe quello di identificare chiaramente una delle cause prevalenti della maggiore spesa pensionistica del nostro paese, che consiste appunto nella erogazione ai pensionati di anzianità di assegni sovradimensionati rispetto ai contributi versati. Un risultato ancor più sorprendente l ipotetico calcolo contributivo lo riserverebbe alle pensioni più elevate che, com è già stato rilevato, subiscono al di sopra di determinati livelli drastici tagli dei rendimenti contributivi. Il calcolo effettuato sulla base dell equivalenza attuariale tra contributi e prestazioni rivelerebbe l eccesso dei prelievi contributivi rispetto all ammontare della pensione. In conclusione le prestazioni pensionistiche sono determinate sulla base di criteri multiformi ed è sostanzialmente indifferente che la loro copertura finanziaria sia assicurata dai contributi sociali o dalla fiscalità generale in diverse combinazioni. La polemica sulla natura assistenziale di una quota significativa della spesa previdenziale tesa a dimostrare che essa non possa essere compresa in quella pensionistica perché ne risulterebbe alterato per eccesso il confronto con la spesa degli altri paesi va, dunque, ridimensionata. Gli istituti di analisi economica sia italiani che europei l hanno del tutto ignorata e non hanno apportato alcuna correzione alle statistiche previdenziali che sono redatte dall ISTAT secondo le convenzioni europee (il cosiddetto Sespros) valide anche per gli altri paesi. Ha tuttavia contribuito a meglio

11 evidenziare le contraddizioni dello schema retributivo attualmente vigente e a valorizzare quello contributivo destinato a sostituirlo.

12 3. Il livello e le tendenze della spesa pensionistica. Sulla base delle precedenti considerazioni possiamo scomporre la spesa per pensioni come sopra definita - e riclassificarla in modo da poter meglio cogliere la natura delle singole componenti. Nella Tavola le pensioni vengono classificate secondo le varie tipologie. Spesa pensionistica anni Tavola 4 Numero Pensioni IVS (a) Indennitarie (b) Pensioni previdenziali (a)+(b) Pensioni assistenziali ( c ) Pensioni istituzioni pubbliche Pensioni istituzioni private Totale pensioni (a+b+c) Importo spesa pensionistica (in milioni di euro) IVS (a) Indennitarie (b) Pensioni previdenziali (a)+(b) Pensioni assistenziali ( c ) Pensioni istituzioni pubbliche Pensioni istituzioni private Totale pensioni (a+b+c) Spesa PIL (%) IVS (a) 13,56 13,53 13,59 13,70 Indennitarie (b) 0,37 0,35 0,34 0,33 Pensioni previdenziali (a)+(b) 13,93 13,88 13,92 14,03 Pensioni assistenziali ( c ) 0,97 0,96 1,09 1,12 Pensioni istituzioni pubbliche 14,52 14,46 14,63 14,77 Pensioni istituzioni private 0,38 0,38 0,39 0,38 Totale pensioni 14,90 14,85 15,02 15,15 Per memoria: PIL Fonte: ISTAT

13 I dati permettono di valutare la spesa nelle varie aggregazioni. Essi confermano la difficoltà a conseguire l obiettivo più volte dichiarato di stabilizzare il rapporto spesa/pil nelle sue varie articolazioni. Fa eccezione la spesa per le rendite da infortuni la cui tendenza alla riduzione è da collegarsi al miglioramento delle condizioni di sicurezza nei luoghi di lavoro. Nella già menzionata Tavola 2 sono esposti i principali parametri dei sistemi pensionistici della U.E. (a quindici paesi). La colonna, che compara la spesa calcolata in percentuale del prodotto lordo, vede il nostro paese secondo solo all Austria, ma come già ricordato - la quota risulta notevolmente superiore a quella media europea. Le cause di questa anomalia in parte si rinvengono nei dati relativi all età media di pensionamento effettivo esposti nella medesima tavola. Più dettagliatamente le tavole 5, 6 e 7 danno conto dell età media alla decorrenza della pensione per sesso, tipologia e gestione. Età media di pensionamento. Fondo lavoratori dipendenti - anno 2004 (a) MASCHI Numero Composizione %. Età media alla decorrenza Anzianita' ,9 56,3 Vecchiaia ,8 65,1 Prepensionamento 418 0,3 53,6 Invalidita' ,0 50,8 Totale ,0 57,6 FEMMINE Anzianita' ,9 55,2 Vecchiaia ,4 60,4 Prepensionamento 183 0,1 51,7 Invalidita' ,6 48,9 Totale ,0 57,8 TOTALE Anzianita' ,9 56,1 Vecchiaia ,6 62,1 Prepensionamento 601 0,2 53,0 Invalidita' ,3 50,2 Totale ,0 57,7 Fonte:INPS (a) Sono escluse le pensioni di reversibilità Tavola 5

14 Età media di pensionamento. Anni FPLD Anzianità Vecchiaia Prepensionamenti Invalidità Totale pensioni dirette Superstiti Anno di decorrenza Numero età media Numero età media Numero età media Numero età media Numero età media Numero età media MASCHI Tavola , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , ,2 FEMMINE , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , ,7 Fonte:INPS

15 Pensioni liquidate per tipologie di prestazione Anno 2004 Tavola 7 GESTIONE Numero Età media alla decorrenza Anzianità Vecchiaia Prepensionamenti Invalidità Superstiti Totale Numero Età media Numero Età media Numero Età media Numero Età media Numero alla alla alla alla decorrenza decorrenza decorrenza decorrenza Età media alla decorrenza MASCHI Fpld , , , , ,2 181, ,4 Cdcm , , , , ,3 Art , , , , ,4 Comm , , , , ,0 Complesso , , , , , ,5 FEMMINE Fpld , , , , , ,4 Cdcm , , , , ,4 Art , , ,7 15,745 65, ,9 Comm , , , , ,7 Complesso , , , , , ,8 COMPLESSO Fpld , , , , , ,1 Cdcm , , , , ,7 Art , , , , ,0 Comm , , , , ,8 Complesso , , , , , ,2 FPLD: Fondo previdenza lavoratori dipendenti CDCM: Coltivatori diretti, coloni, mezzadri ART: Artigiani COMM: Commercianti

16 Nel 2004, nonostante l operare del graduale inasprimento dei requisiti di uscita dall attività lavorativa (gli anni di contribuzione necessari sono passati da 37 a 38) e i primi effetti degli incentivi diretti a ritardare il pensionamento, l età media dei nuovi pensionati di anzianità del FPLD è risultata pari a 56,1 anni (nel 2000 era di 56,5), quella relativa agli invalidi è stata pari a 50,2 anni, quella totale di 57,7. All interno dei lavoratori dipendenti i pensionamenti anticipati hanno rappresentato il 61,2%, il 76% se il calcolo si limita ai maschi. Solo il 14,4% dei lavoratori iscritti al fondo ha raggiunto l età media di 65 anni per pensionarsi. Nei calcoli non si è tenuto conto delle pensioni di reversibilità, di regola destinate a chi è già in pensione e che concorrono ad innalzare i valori medi delle età di pensionamento. L età dei percettori di queste prestazioni è superiore a 70 anni (Tavola 7). Se la precoce data di pensionamento viene da molti considerata la principale causa dell elevato livello di spesa del nostro paese, il dato tuttavia deve essere valutato in combinazione con il tasso di sostituzione (rapporto tra pensione e ultima retribuzione) che in Italia, a differenza della generalità degli altri paesi (anche di quelli in regime retributivo), non subisce alcuna correzione riduttiva con riferimento alla speranza di vita. L alto coefficiente di sostituzione accordato a pensionati relativamente giovani può essere ritenuto uno dei fattori principali alla base dell elevata spesa pensionistica. La Commissione Brambilla del 2001 calcolava che un lavoratore con 58 anni di età e 35 di contribuzioni, avendo una vita residua di 25 anni, godrebbe di un surplus di 8 anni di prestazioni, rispetto ai 17 corrispondenti al suo monte contributivo. Da qui nasce la scelta di inasprimento dei requisiti anagrafici per l accesso al pensionamento, che rappresenta una delle due modalità per avvicinare le contribuzioni alle prestazioni. L altra modalità, quella che si affida al calcolo della pensione basato sull equivalenza attuariale tra contributi e prestazioni, offrirebbe una soluzione adeguata, certamente migliore sul piano dell equità e altrettanto efficace su quello della sostenibilità, ma in questa fase nell orientamento del legislatore sembra prevalere la prima opzione, come si evince dall ultimo provvedimento di riforma che eleva a 60 anni nel 2008, a 61 nel 2010 e a 62 nel 2014 il requisito anagrafico per avere diritto alla

17 pensione, e non prevede alcun correttivo alle aliquote di rendimento per coloro che anticipino il pensionamento rispetto all età nella quale si assegna la pensione di vecchiaia. L inasprimento del requisito anagrafico non tocca, tuttavia, coloro per i quali vige il requisito contributivo senza limiti di età e che vanno in pensione molto giovani, con elevato numero di anni di contribuzione e con pensioni vicine al massimo. Gli anni di contribuzione richiesti per evitare i limiti di età sono pari a 38 nel 2004, 39 nel 2005, 40 nel E da ritenere che in futuro un numero consistente di lavoratori si avvarrà di questa modalità di uscita dal lavoro, anche in relazione all inasprimento del requisito anagrafico di coloro che possono far valere contribuzioni superiori a 35 anni. Nel nostro paese, per contrastare la crescita della spesa, le due modalità di intervento si sono, infine, sovrapposte. Si è infatti scelto solo per i lavoratori più giovani il metodo del calcolo contributivo che, come è stato più volte sottolineato, ha implicito nel suo meccanismo le garanzie di sostenibilità ed equità, mentre per coloro ai quali continuerà ad applicarsi il metodo di calcolo retributivo si è proceduto con l allungamento dell età di pensionamento. Ma poiché durante un lungo periodo transitorio per molti soggetti i due schemi si applicheranno contestualmente per il calcolo della pensione, l allungamento dell età finisce per riguardare tutti. Viene così a restringersi il periodo di tempo (57-65 anni) previsto dalla legge n. 335 (riforma Dini) entro il quale il lavoratore avrebbe potuto scegliere liberamente il momento di chiedere la pensione, senza alcun pregiudizio per le finanze pubbliche. Il legislatore, sempre nell intento di migliorare il controllo della spesa e nel contempo di rendere i due schemi (il retributivo e il contributivo) più omogenei, avendo ben presente che quello finale sarà contributivo, avrebbe potuto scegliere di anticipare il metodo di calcolo contributivo solo per coloro che avessero fatto ricorso al pensionamento di anzianità, senza procedere quindi all allungamento obbligatorio dell età di pensionamento. Gli effetti di tale correzione si sarebbero palesati più efficaci sul piano dei risparmi, più equi e con minori vincoli alla libertà di scelta dei lavoratori. Il calcolo contributivo avrebbe agito come efficace incentivo alla permanenza in attività per la generalità dei lavoratori senza punire coloro che per le più svariate ragioni avessero desiderato ottenere subito la pensione sia pur ridotta.

18 4. Sulla opportunità di un ulteriore revisione dell assetto attuale. Conviene brevemente domandarsi se l attuale assetto che ha assunto il sistema pensionistico, alla luce delle riforme che lo hanno caratterizzato e che produrranno pienamente il loro effetto nell arco di un cinquantennio (le valutazioni più attente collocano intorno al 2070 il completo esaurimento degli effetti del regime retributivo), possa essere considerato accettabile in ordine ai seguenti criteri: a) Sostenibilità: se, in prospettiva, la spesa pensionistica mantenga stabile o declinante il proprio rapporto in percentuale del P.I.L.. b) Equità: se in concreto garantisca tassi di rendimento omogenei per tutti i lavoratori, quale che sia la natura del rapporto di lavoro o il settore di attività. c) Adeguatezza : se garantisca un livello di reddito tale da assicurare un tenore di vita accettabile per i più deboli e un rapporto tra pensione e ultima retribuzione (tasso di sostituzione) in linea con quelli che si riscontrano nei maggiori paesi industrializzati. d) Flessibilità : se sia in grado di adattarsi alle nuove forme di organizzazione del lavoro, alle mutevoli strutture contrattuali e alle nuove forme con cui si presta l attività lavorativa, senza porsi come fattore di rigidità e di ostacolo alla mobilità. e) Neutralità: se assicuri la piena libertà nelle scelte individuali del lavoratore sia sull età del pensionamento (a partire da un età minima), sia sulla possibilità di cumulare pienamente il reddito da pensione con quello dell attività lavorativa. a) Sostenibilità Sul problema della sostenibilità, tutte le proiezioni sulle tendenze dei prossimi cinquant anni (da quelle dell I.N.P.S. a quelle della Ragioneria Generale dello Stato) prevedono, per un periodo ancora lungo, un continuo aumento della quota percentuale della spesa pensionistica sul PIL. In particolare il modello della R.G.S., nelle previsioni aggiornate al 2005, prevede l effettivo inizio del declino della quota solo dopo il 2038, anno nel quale la percentuale spesa/pil dovrebbe raggiungere il livello massimo che, dopo la recente ultima correzione, sarebbe del 15,5% (contro il 23% che si sarebbe registrato in mancanza delle diverse riforme disposte a partire dal 1992). La crescita,

19 rispetto al 2001, risulterebbe di circa 2 punti di PIL, con un andamento pressoché continuo in questi tre decenni a causa essenzialmente di fattori demografici. Si cumula infatti il tendenziale allungamento della vita media con un consistente aumento di nuovi pensionati nati negli anni del cosiddetto baby-boom. Parallelamente e pur nell ipotesi di costanza delle aliquote contributive (oggi pari al 32,7% per i dipendenti e, quindi, molto più elevate della media europea) il disavanzo pensionistico o, più precisamente, il trasferimento di risorse statali a copertura delle prestazioni tenderebbe, anch esso, ad aumentare almeno fino al 2010 (dal 3% del PIL, comprensivo delle prestazioni assistenziali, al 4,5%), per poi stabilizzarsi fino al Tale prospettiva conferma, dunque, che il rilevante periodo di transizione necessario perché entri pienamente a regime l assetto pensionistico che discende dalle riforme adottate non consente di compensare gli effetti espansivi sulla spesa prodotti dai menzionati fattori demografici. In conclusione, sotto questo aspetto l azione riformatrice, che è stata posta in atto negli anni novanta e, di recente, integrata - pur caratterizzata da contenuti fortemente innovativi ed efficaci, non raggiunge in pieno i suoi obiettivi. Anche le recenti correzioni, infatti, pur ponendosi nella giusta direzione di contrasto della crescita della spesa, non appaiono pienamente adeguate alle esigenze della sua stabilizzazione in un arco di breve-medio periodo. Emerge, pertanto, la questione dell opportunità di prospettare ulteriori interventi correttivi intesi a contenere il flusso della spesa, accorciando significativamente il percorso di stabilizzazione al fine di evitare ulteriori tensioni sui conti pubblici negli anni futuri ed eccessive penalizzazioni per le generazioni più giovani, che si trovano a subire elevata pressione fiscale durante il periodo di attività e ridotte prestazioni pensionistiche nel periodo di quiescenza. b) Equità Sul piano dell equità, nell attuale situazione il calcolo della pensione, per coloro ai quali si applica il metodo retributivo, ignora sostanzialmente il rendimento dei contributi versati. Così le storie lavorative con rapporto di lavoro stabile e continuità di carriera assicurano rendimenti elevati. Viceversa i lavoratori che si trovino ad avere

20 carriere piatte o peggio incorrano in cadute di reddito legate al declino della loro professionalità in seguito ad innovazioni tecnologiche e organizzative, vedono ridursi a volte notevolmente i rendimenti dei loro contributi. Ulteriori differenze emergono tra settori e comparti sul numero di anni utili ai fini della definizione della retribuzione pensionabile, sul tipo di emolumenti da comprendere nei calcoli, sulle percentuali di rendimento fissate dalle singole gestioni previdenziali, etc. In breve, nonostante i continui interventi diretti a rendere più omogenee le norme che regolano i vari regimi, restano diffuse e consistenti le disparità di trattamento tra soggetti appartenenti a gestioni diverse ma anche tra lavoratori facenti parte del medesimo fondo. c) Adeguatezza Sul criterio di adeguatezza già gli indicatori indiretti (l elevato livello delle aliquote contributive e quello della spesa in rapporto al PIL) collocano anche per il futuro il nostro paese tra quelli più generosi nell azione di protezione degli anziani. Ma una conferma più diretta proviene dagli studi condotti dal Comitato di Protezione Sociale della U.E. che ha elaborato in modo ampio e dettagliato i tassi di sostituzione per i 15 paesi dell Unione Europea. Per un soggetto percettore di un salario medio per l intera carriera lavorativa(40 anni), il tasso di sostituzione lordo risulta nel nostro paese del 79.6% nel 2002, del 77,6% nel 2010, del 69,2% nel 2030 (Tavola 8).

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