Fines de siglo y fin de mundos. Moreno Fraginals e i tre novantotto di Cuba

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1 MARCO CIPOLLONI Università di Brescia Fines de siglo y fin de mundos. Moreno Fraginals e i tre novantotto di Cuba 1) // '98 egli '89 Cuba/España España/Cuba, historia común, il lungo saggio pubblicato nel 1995 dallo storico cubano Manuel Moreno Fraginals sulla storia dell'isola caraibica dalle origini fino al 1898, offre ad una riflessione sul rapporto tra fini di secolo e fini di mondo il contributo di una prospettiva tanto inusuale quanto radicalmente critica (sia nei confronti delle tradizionali storiografie patriottiche, spagnola e cubana, quanto nei confronti della logica che ne falsifica la visione, prima e più che la voce). Terminando con la fine della dominazione spagnola a Cuba, il libro di Moreno Fraginals è il primo testo di storia cubana che inserisca la propria lettura del '98 entro la cornice fornita da altre due fini di mondo: il crollo dell'antico Regime nel 1789 e la fine della Guerra Fredda e del Socialismo Reale nel Entrambe le date, che altrove segnano un drastico derrumbamiento e un altrettanto drastico cambio de rumbo, coincidono a Cuba con la riaffermazione di una specificità che solo in apparenza assume la forma del continuismo (nell'ottocento Cuba continua formalmente ad essere colonia rispetto alle altre ex colonie; oggi continua formalmente ad essere un paese socialista rispetto agli altri paesi ex socialisti). Si apre cosi, in entrambi i casi, un periodo di sperimentazione, caratterizzato dalla compresenza, tutt'altro che pacifica, di mondi diversi (nell'ottocento la rivoluzione industriale e la schiavitù, il liberalismo e il sistema coloniale; oggi la rivoluzione castrista e il mercato, il socialismo e il turismo). In questi universi parentetici, prolungamento apparente di mondi altrove travolti dalle vicende della storia, specificità e sopravvivenza si legittimano e rafforzano a vicenda, nel senso che la specificità spiega la sopravvivenza e la sopravvivenza diventa il tratto più evidente e la prova più tangibile della specificità.

2 434 Marco Cipolloni Di queste due isole della storia - quella che va dal 1789 al 1898 e quella che è iniziata con il 1989 e che, con il viatico della benedizione papale, sembra in grado di approdare al terzo millennio della storia cristiana - il libro di Moreno Fraginals include e tratta esplicitamente solo il primo, ma tanto il severo bilancio della storiografia cubana dal Settecento ad oggi contenuto nel "Pròlogo para terminar", quanto le numerose osservazioni critiche sulle semplificazioni propagandistiche della storiografìa rivoluzionaria ("La actual historiografía oficial cubana, pseudomarxista", p. 293) sembrano legittimare e quasi suggerire, se non una vera e propria lettura in chiave, perlomeno qualche riflessione e più di un parallelo con l'attualità. Il paragone è in alcuni casi molto esplicito: (con la guerra di Cuba) Comenzó un proceso de migración interna de la ciudad al campo (...) Se fue produciendo una espiral inflacionaria a la que se sumó una desenfrenada especulación (...) Las monedas de oro y plata y, especialmente, el dólar que llegaba a través de los emigrados se convirtieron en los únicos signos con valor de cambio; cien años más tarde se repetiría la historia (p. 280). Tuttavia, lungi dal prendere le distanze dalla prospettiva marxista, dal punto di vista metodologico, il volume ne riafferma la validità, presentandosi come un compromesso, quasi gramsciano, tra realismo e materialismo, cioè tra la storia delle élites e delle classi dirigenti e la continua rivendicazione della sua incompletezza, in nome di una costante attenzione per l'evoluzione delle strutture economiche e della stratificazione sociale nel suo complesso (profondamente ancorata a questa prospettiva è, per esempio, la visione della letteratura e della storiografìa, di cui vengono sempre sottolineate le valenze ideologiche e sovrastrutturali). 2) II decennio breve:'92/'98 Proprio in virtù di questi sostanziali ancoraggi all'eredità della storiografia marxista, se dovessi cercare, nella saggistica storica di questi ultimi anni, un possibile termine di paragone, mi parrebbe di poterlo trovare, più che altrove, in II secolo breve di Eric J. Hobsbawm. L'accostamento può forse sembrare paradossale, dato che tra i due libri e trattandosi di libri di storia non è cosa da poco - non c'è la benché minima sovrapposizione cronologica e geopolitica: l'uno ha infatti per limiti il sistema

3 Fines de siglo y fin de mundos. Moreno Fraginals e i tre novantotto di Cuba 435 culturale e coloniale spagnolo, dal descubrimiento al fracaso; l'altro la storia europea e occidentale dallo scoppio della prima guerra mondiale alla caduta del muro di Berlino. Insomma, Ultramar versus continente, storia moderna versus storia contemporanea, Spagna versus Europa, ecc, con in mezzo uno iato, dal 1898 al 1914, che, nel mondo ispanico, coincide perfettamente con l'apogeo del modernismo metropolitano e della campagna rigenerazionista. Se nel libro di Hobsbawm 1914 e 1991 segnano i limiti del secolo breve, raccontandoci una storia globale, caratterizzata da una vorticosa accelerazione, da una violenza senza precedenti e da una sempre più vistosa superficialità, 1492 e 1898 sono per Moreno Fraginals i limiti naturali di una storia comune che è lunga, lenta, profonda e, sia pure a prezzo di una costante militarizzazione della società e dei porti, relativamente pacifica. Quando Moreno Fraginals constata che negli anni (quando Cuba fece da base militare alla Spagna) "se vivió en la Isla una atmósfera de guerra en medio de la paz" (p. 228) dice qualcosa che potrebbe facilmente essere generalizzato ed esteso a buona parte del periodo coloniale. Nonostante queste ed altre differenze, rese ancor più evidenti dall'insistenza con cui Hobsbawm e Moreno Fraginals le valorizzano (l'uno per evidenziare le specificità del Novecento, l'altro per ridefinire le forti peculiarità di Cuba entro il sistema spagnolo), l'accostamento tra i due libri mi pare più che legittimo per il modo originale, radicale e spregiudicato con cui entrambi affrontano il problema, tipicamente postmoderno, del rapporto tra periodizzazione e celebrazione. In un mondo sempre più incline al marketing della memoria è forse inevitabile che il calendario emotivo e quello culturale tendano a mescolarsi un po' alla rinfusa, generando un piccolo carnevale di centenari e di "occasioni" (con autentici disparates, come i parallelismi propagandistici tra 1789 e 1989 o, in un recente film di fantascienza, la metamorfosi del 4 di luglio in Indipendence Day dell'intera umanità, costretta a soprassedere sul male relativo per far fronte ad una spieiata aggressione del male puro), ma, proprio per questo, diventa importante e significativo non lasciarsi travolgere, continuando puntigliosamente a fondare le cronologie dentro e non contro la complessità del reale e prendendo il più possibile le distanze dalle ormai onnipresenti scadenze commemorative (nel corso della historia común, la constatazione che "la realidad era mucho más compleja que la teoría", p. 221, compare non a caso in infinite varianti).

4 436 Marco Cipolloni Per essere letto come possibile manifesto di irriducibilità alla logica celebrativa, il libro di Moreno Fraginals, pubblicato nel 1995, occupa una posizione ideale, collocandosi esattamente a metà di un decennio breve, limitato da due grandi compleanni del calendario culturale ispanico. Le celebrazioni del Quinto Centenario e del Novantotto, prese nel loro insieme, segnano tra l'altro la prima ricorrenza del vero decennio breve, quello che, un secolo fa, scosse nel profondo la coscienza della Spagna fin de siede, facendola precipitare in pochi anni dalle illusioni della retorica imperiale e della Hispanidad alla vergüenza di Melilla prima e al trauma ad fracaso poi. La sensazione di impotenza davanti alle vicende di una storia sempre più fuori controllo, destinata a diventare la nota dominante della psicologia storica del secob breve, fu anticipata e accelerata, nei mondi ispanici dalle vicende del decennio breve, cioè dal fatto che la celebrazione dell'incipit e la consumazione dell'explicit della historia común furono, al tempo stesso, molto vicine tra loro e molto lontane dalla quotidianità del canovismo. Il libro di Hobsbawm e quello di Moreno Fraginals risultano perciò accomunati, oltre che da alcune opzioni metodologiche, da un analogo atteggiamento di critica nei confronti degli eccessi del pragmatismo post-ideologico (entrambi gli autori, autocollocandosi tra gli eredi di un marxismo critico spiccatamente antidogmatico, sottolineano in limine la propria opzione in favore di metodi e valori che rinviano alla necessità, tanto scientifica quanto etica, di una originale ricombinazione di razionalismo e materialismo). 3) II Novantotto visto da Cuba Per tutte queste ragioni il libro di Moreno Fraginals merita fin dal titolo di trovar posto in una riflessione sulla possibile attualità del 1898 e dei suoi significati (il plurale mi pare d'obbligo): Cuba/España, España/Cuba, historia común, pur nella apparente reciprocità, introduce nello schema da biglietto di viaggio A/R un sostanziale rovesciamento prospettico, nel senso che Cuba e non la Spagna diventa punto d'arrivo e di partenza, riducendo la propria metropoli a mero scalo di transito. Lungi dall'essere una provocazione, questo rovesciamento ha le proprie radici nella convinzione che "Cuba, en una serie de aspectos, desbordaba a la metròpoli" (p. 294). Tanto nel ricordare il detto secondo il quale "Prim fue asesinado en Madrid, pero el gatillo lo apretaron en La Habana", quanto nel commentarlo dicendo che "Cuando 30 años más tar-

5 Fines de siglo y fin de mundos. Moreno Fraginals e i tre novantotto di Cuba 437 de sea asesinado Cánovas del Castillo, el gatillo también será apretado en La Habana" (p. 238), Moreno Fraginals non fa che registrare gli effetti di questo primato di Cuba nella e sulla politica metropolitana. Cuba è fin dall'inizio una colonia sui generis, così atipica che, scrivendone nel 1841, il francese Adolphe Jollivet arrivò a dire che "no era una colonia" (non era coloniale il suo rapporto con le Cortes, non era coloniale la sua legislazione doganale e, soprattutto, non era coloniale il fatto che nel dare e avere con la madrepatria, il riparto dei benefici fosse organizzato in modo tale che la maggior parte dei profitti derivanti dal sistema di produzione in vigore restava capitalizzata nell'isola, sia pure nella forma paradossale e condizionante dell'ipoteca e dell'immobilizzo schiavista). Nonostante lo spazio concesso a queste ed altre spregiudicate analisi della situazione cubana, gli intenti dichiarati del libro di Moreno Fraginals, un viaggio nelle radici e nelle relazioni che uniscono le storie moderne di Cuba e della Spagna in una sola "historia común", sembrerebbero, almeno in partenza, assai compatibili con la retorica dello encuentro e della Comunidad Hispánica, che, negli anni del Quinto Centenario, avevano caratterizzato molta parte della bibliografia spagnola. Novantadue e Novantotto, pur essendo i caopolinea logici e in apparenza obbligati (e obbliganti) della historia común, non lo sono però di quella di Moreno Fraginals che, significativamente, sceglie di iniziare da prima della Conquista, cioè dalle vicende e dalle sopravvivenze archeologiche del "larguísimo proceso migratorio" che caratterizza il "lentísimo poblamiento de la isla" (p. 17), argomento assai interessante, ma tutt'altro che facilmente rapportabile alla nozione di Comunidad hispánica. Questa sorta di Prologo postprologico (il libro ha in effetti un prologo vero nel citato "Prólogo para terminar") ha l'importante funzione retorica di innestare la storia della Cuba spagnola su una prospettiva più lunga e meno documentata, una storia pre-storica di cui Moreno Fraginals sottolinea, oltre alla lentezza e alla durata, già ricordate, l'anonimato e la natura composita ("en los procesos migratorios del Caribe precolombino no existió nunca un movimiento unilineal", p. 20; "la llamada cultura taina no fue un todo carismàtico y homogéneo, sino un conjunto de expresiones", p. 21, etc.). Conquista e conquistatori fanno così la loro comparsa nel testo non già direttamente, ma in quanto testimoni e artefici della lacuna informativa che la loro azione ha provocatati) e la loro scrittura ha solo parzialmente contribuito a colmare e risarcire: "Desdichadamente es muy poco lo

6 438 Marco Cipolloni que sabemos al respeto porque el impacto de la conquista/colonización cayó sobre estas sociedades que fueron desarticuladas en brevísimo tiempo" (p. 24); "en Cuba, la conquista es en cierta forma la historia de la destrucción de los indios" (p. 33). II primo dei tre finimondo (il primo dei novantotto) contenuti nella storia raccontata da Moreno Fraginals non è dunque un fracaso ispanico, ma un collasso indigeno e non si colloca alla fine, ma all'inizio di una historia común i cui conflitti strutturali (tra cabildos criollos e funzionari peninsulari, tra liberi e schiavi, tra saccarocrazia e negrieri, tra vocazione marittimo-militare ed economia di piantagione, tra tabacco e zucchero, tra indipendentisti e annessionisti, etc.) saranno, al di là di ogni retorica, tutti e del tutto interni al mondo colonizzatore e ai suoi mutevoli equilibri. Se confrontata ai tempi lunghissimi di ciò che la precede, la storia coloniale di Cuba è - ancor più di quella del secolo breve di Hobsbawm rispetto a quella dell'ottocento - una storia breve ("sólo cinco siglos", p. 25) e relativamente fitta di documenti, nomi e date "más o menos exactas", anche se la "saga española en el Nuevo Mundo", proprio come quella del secolo breve, è selettiva, nel senso che, in essa, non tutti sono presenti come soggetti: "el indio pasa a ser el problema indio, del mismo modo que años más tarde los negros serán estudiados como el problema negro" (p. 25). Le coordinate prospettiche delineate in questi primi capitoli ridimensionano dunque abbastanza drasticamente la portata comunitaria della "historia común", che, in quanto forma specifica del discorso conquistatore, trova nei limiti e nella parzialità le proprie caratteristiche salienti. Tutti i passi successivi - dalla falsificazione della tradizionale opposizione tra Conquista e Colonizzazione alla geniale descrizione di Cuba prima come colonia di transito ("una sociedad residual: la sociedad de los que se quedaron", p. 54) e poi come "colonia de servicios", fornitrice non già di prodotti, quanto di prestazioni, legali e illegali, al sistema delle flotte - configurano il libro di Moreno Fraginals come una controstoria e una sistematica demistificazione della tradizionale storia coloniale. La mancanza di violenti conflitti tra Corona e Conquistadores e la tendenza dei residenti ad identificare la propria prosperità con il buon funzionamento del sistema coloniale trasforma i cubani "en los más fieles de todos los subditos españoles en América" (p. 61), creando lo spazio per il compromesso, economico e matrimoniale, tra militari spagnoli e civili creoli, dalla cui unione

7 Fines de siglo y fin de mundos. Moreno Fraginals e i tre novantotto di Cuba 439 nasce un'oligarchia destinata a controllare il potere e le risorse dell'isola per oltre due secoli. Il "papel semiperiférico" di Cuba, colonia di transito e scalo obbligatorio della rotta di ritorno e/o base di appoggio per il contrabbando, somiglia più a quello delle Canarie, scalo obbligatorio dell'andata, che a quello, spiccatamente periferico, degli altri possedimenti americani, colonie di produzione ed esportazione. Il mare e le opere di difesa diventano, non a caso, i luoghi attorno ai quali si fecalizza l'attenzione degli abitanti e si orienta lo sviluppo della vita cittadina e delle sue fortune, legali (la ricchezza derivante dai situados) e illegali (contrabbando e pirateria). A questo panorama socioeconomico, legato ad "una cultura militar y marinera" (p. 105), si aggiungono nel Settecento il conflitto tra tabacco e zucchero e quello contro i monopoli che caratterizzano e controllano la produzione dell'uno e la commercializzazione dell'altro. Nel corso del secolo "La fuerza demoledora del azúcar sobre las antiguas superestructuras" (p. Ili) porrà le basi per la nascita di un sistema contraddittorio, basato sulla compresenza del lavoro schiavo e della modernizzazione tecnologica e culturale. La nuova oligarchia creola, legata a questi interessi e a questi valori, esemplarmente tradotti in "ideología plantadora" da autori come José Martín Félix de Arrate ("un criollismo aristocrático, colonialista, esclavista y racista", p. 125), esce rafforzata dal riassetto coloniale che segue la parentesi dell'invasione inglese del , luogo di così intensa deformazione retorica da rendere "imprescindible un replanteo, no de los hechos, que han sido muy bien estudiados, sino de las categorías manejadas por los historiadores tradicionales" (p. 130). Per quanto implicitamente razzista, intimamente contraddittorio e potenzialmente conflittuale, il nuovo assetto sociale (saccarocrazia creola e schiavitù negra) consente alla Cuba dello Entresiglos di sopravvivere al secondo finimondo (il secondo novantotto) della sua "historia común". Il trauma che sarà del '98 metropolitano arriva infatti a Cuba con un secolo breve di anticipo, cioè con la fine dell'impero spagnolo nell'america continentale e con il conseguente collasso del modello di colonia di servizio e delle connesse rendite di posizione. Durante e dopo gli anni dell'indipendenza, la lealtà politica della plantocrazia cubana alla corona spagnola rimane forte, ma radica, con grande disappunto dei liberali metropolitani, in un totale rovesciamento della tradizionale logica coloniale, cioè in un rapporto quasi competitivo con la ma-

8 440 Marco Cipolloni drepatria e in una sempre maggiore attrazione verso l'orbita economica degli Stati Uniti. La ricchezza economica e la vivacità culturale dell'isola nel periodo rivoluzionario e nei primi anni della restaurazione sono impressionanti. Nel corso dell'ottocento l'oggettiva difficoltà di mobilizzare le ingenti risorse capitalizzate nella schiavitù impiomba le ali tanto all'indipendentismo rivoluzionario quanto all'annessionismo riformista. Il sistema coloniale, pur con tutti i suoi limiti, continua ad essere la migliore garanzia tanto per l'assetto sociale esistente, quanto per i capitali in esso immobilizzati. Per Moreno Fraginals, autore tra l'altro di una importante monografia sullo ingenio, la questione centrale della politica, della cultura, della società e dell'economia cubana del secolo XIX resta infatti la schiavitù, nella necessaria difesa ad oltranza della quale affondano le proprie radici e trovano spiegazione quasi tutte le tensioni strutturali che attraversano l'ultima parte della historia común (dalla tardiva e solo parziale modernizzazione del settore zuccheriero alla frattura economica, politica e sociale tra le province orientali e occidentali dell'isola; dalla divaricazione tra agricoltura e industria al conflitto tra produttori creoli e commercianti catalani; dalla questione razziale a quella doganale; dal progetto di blanquear los ingenios al sogno individualista di blanquearse a si mismos; dai paradossi dell'utopia siboneysta - "una especie de indigenismo sin indígenas", p alle molte ipocrisie della letteratura antischiavista). La fragile libertà dei piantatori era un composito accumulo di privilegi (economici, sociali, politici, culturali, doganali) ed era paradossalmente basata sulla schiavitù e su una doppia dipendenza: dalla Spagna in politica e dagli USA in economia. In questo senso, per Cuba ancor più che per la Spagna, il lungo e dorato autunno della schiavitù prepara la strada al terzo finimondo della nostra serie, cioè, finalmente, il novantotto propriamente detto: "La esclavitud", scrive Moreno Fraginals, "era el presagio del desastre" (p. 223). La guerra dei Dieci Anni e la Guerra Chiquita, in quanto "lucha de dos impotencias" (p. 254), sono, in questo senso, cronache di morte annunciata, attraversate da processi sociali tanto vorticosi quanto disordinati (immigrazione massiccia, violenze squadriste, speculazioni commerciali e finanziarie, etc.). La somma tra questi processi e gli effetti del Bill McKinley, il provvedimento commerciale che nel 1891 segna di fatto la definitiva annessione dell'economia cubana al sistema statunitense, non fa che accelerare la decomposizione

9 Fines de siglo y fin de mundos. Moreno Fraginals e i tre novantotto di Cuba 441 della schiavitù di piantagione e delle sue basi tecnologiche, economiche e sociali. L'ultimo paradosso, consumato ormai a ridosso del '98 vero e proprio, risiede nell'arrivo a Cuba di sempre più consistenti contingenti migratori ispanici, nella speranza di arginare il movimento indipendentista e di compensare, almeno in parte, i molti squilibri introdotti dalla guerra nella società cubana. Sulle conseguenze delle dinamiche di popolamento scatenate da questo processo lo stesso Moreno Fraginals è ritornato, riprendendo le linee generali della propria analisi, nel saggio "El 98 en Cuba", pubblicato di recente in un volume miscellaneo dedicato a El 98 iberoamericano. La historia común assume qui il volto concreto dei circa centomila soldati spagnoli che decisero di non tornare in Spagna (molti aspetti di questa curiosa realtà sono raccolti e rappresentati anche nel recente film Mambí, dei registi Santiago e Teodoro Ríos, storia di un giovane canario che, grazie alle molte ambiguità della historia común, può partire come soldato e finire la campagna come mambí, senza essere, né sentirsi un traditore). Non a caso, scrive Moreno Fraginals, quella di Cuba è stata l'unica guerra d'indipendenza dell'america spagnola "en donde no hay un solo español asesinado al terminar la guerra, donde no hay un solo levantamiento antiespañol, donde no se arrastra la bandera española por las calles, donde los soldados españoles, y esto parece aún más increíble, prefieren quedarse en Cuba como exiliados que regresar a España" ("El 98 en Cuba", in AA.W., El 98 iberoamericano, Fundación Pablo Iglesias, Madrid 1998, p. 44). Lo scontro decisivo si svolge inoltre, da ambo le parti, sotto l'ipoteca determinata dalla consapevolezza del decisivo e inevitabile intervento USA: "Ya en 1896 todos los políticos (spagnoli) estaban seguros de que Estados Unidos intervendría en la guerra: lo que se ignoraba era cuándo, cómo y a qué costo" {Cuba/España, España/Cuba, cit., p. 277). Tra i cubani circolava, in modo non meno inquietante, la stessa certezza: "el '98 cubano", terzo e ultimo finimondo della nostra historia común, "fue como una batalla larga y tormentosa en espera de la victoria que con la intervención norteamericana se suponía cercana" (p. 287). A partire da questa comune consapevolezza, si può dire che, "La intervención de Estados Unidos en la guerra tuvo, a la larga, un efecto solidario para españoles y cubanos" (p. 295), nel senso che, accomunando le due parti nel segno della frustrazione, finì per rafforzare e cementare il massiccio proces-

10 442 Marco Cipolloni so di ispanizzazione della società cubana che era iniziato con la guerra dei Dieci Anni e la Guerra Chiquita. Visti da Cuba, i due '98, quello spagnolo e quello cubano, oltre ad essere uno lo specchio dell'altro, sono anche due frammenti, tardivi e parziali, di una fine di secolo e di mondo già largamente consumate. Anche per questo tanto l'isola quanto la sua ex metropoli possono sentirsi accomunate dalla lacerante sensazione di nascere superate e di essere pertanto emarginate dalla radicale contemporaneità della loro stessa storia: Para España, el '98 fue un año que comenzó quizás en 1895 y tardó mucho tiempo en terminar (...) Para Cuba aún no se ha hallado la definición exacta (...) y la complejidad del hecho radica en que Cuba nunca fue una colonia típica (pp ). Alle soglie del secolo breve e alla fine della loro historia común, là dove la ricostruzione di Moreno Fraginals le abbandona ai destini delle rispettive contemporaneità, Spagna e Cuba incominciano ad esplorare e vivere, con la stanchezza e il disincanto di chi è sopravvissuto a troppi novantotto, i paradossi di una storicità postuma e residuale, una storicità che, pur partendo dal fatto annunciato e consumato di una definitiva separazione, finisce per accomunare la ex madrepatria alla ex colonia, avvicinandole l'una all'altra assai più profondamente e radicalmente di quanto quattro secoli di atipica historia común non avessero saputo fare.

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