Ancora a proposito dell argomento barberiniano

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1 Ancora a proposito dell argomento barberiniano (una possibile eco del Purgatorio nei Documenti d Amore di Francesco da Barberino) ENRICO FENZI 1. Questa nota tocca la vecchia questione, recentemente ripresa da Giuseppe Indizio (2002, 2003), che riguarda il valore da attribuire alla testimonianza di Francesco da Barberino nei suoi Documenti d Amore circa la composizione dell Inferno e del Purgatorio. Prima di arrivare al punto, è tuttavia opportuno un sia pur brevissimo sommario del dibattito critico sull argomento che si sviluppò dal momento stesso nel quale Francesco Egidi finì di pubblicare i Documenti d Amore, nel Subito dopo, infatti, lo stesso Egidi pubblicò un articolato saggio (1928) L argomento barberiniano per la datazione della Divina Commedia 2 nel quale poneva in rilievo le due esplicite menzioni di Dante fatte dal Barberino nella parte dedicata all auto-commento. La prima, c. 9, I p. 100 (= I, doc. VI sub docilitate) rientra in un elenco di poeti ch egli raccomanda alla lettura, dopo i provenzali: «Et de modernis ut notarij Iacobi, Guittonis de Aretio, domini Guidonis Guiniçelli, Guidonis Cavalcanti, Dantis Arigherij, domini Cini de Pistorio, Dini Compagni et multorum proborum dicta et actus que si non dormieris poteris recenseri». Qui il Barberino ha in mente il Dante giovane, il rimatore; parla invece del Dante della Commedia nel secondo caso, quello che soprattutto interessa, che occorre molto più avanti, a c. 63, II p (= IV, doc. III sub discretione). Venuto a parlare di Virgilio, il Barberino aggiunge: Hunc [Virgilium] Dante Arigherij in quodam suo opere quod dicitur Comedia et de infernalibus inter cetera multa tractat, commendat protinus ut magistrum, et certe siquis illud opus bene 97

2 Tenzone nº conspiciat videre poterit ipsum Dantem super ipsum Virgilium vel longo tempore studuisse vel in parvo tempore plurimum profecisse. [Dante Alighieri in una sua opera intitolata Commedia, che insieme a molte altre cose tratta delle realtà infernali, loda Virgilio come maestro: e infatti, se si guarda con attenzione alla sua opera, si vede come Dante abbia studiato a lungo sopra Virgilio, o abbia saputo giovarsene al massimo in breve tempo] Qui, non è dubbio il riferimento diretto a Inf. I 82 ss: «O delli altri poeti onore e lume...», e più in generale all Inferno. Di più, come ha recentemente segnalato Daniela Goldin Folena (2003: 269), già i versi volgari prossimi alla glossa manifestano un indubbia ascendenza dantesca, là dove il poeta raccomanda: E sai ben che son cari tutti andamenti oscuri. Per selva ignota d aver guida curi. A questo punto, la questione cronologica diventa estremamente interessante. Al proposito Egidi (1928: 25) riassume: Concludendo, siamo ormai in grado di affermare con certezza che il testo dei Documenti fu iniziato prima del 1309 e compiuto verso il 1310; che verso il 1310 fu anche pensata la forma del libro e furon scritte le prime copie ed eseguiti i primi disegni che ci rimangono nel ms. B [Vat. Barb. 4077] Nel 1312, oltre il testo, nel ms. A [Vat. Barb. 4076] erano state scritte per una quarantina di carte, le chiose, le quali furon poi continuate in Italia nel 1313 e compiute sul finire di quello stesso anno. Il libro fu poi, forse nel 1314, ornato di miniature e pubblicato. La chiosa, nella quale è cenno della Commedia, fu scritta a Mantova nel principio dell estate del In quel tempo certamente l Inferno, ma forse anche il Purgatorio eran dunque già pubblicati e diffusi. 3 Nel merito della data di composizione dei Documenti le conclusioni di Egidi, argomentate nel saggio come pure nella Prefazione all edizione, continuano tutt oggi ad apparire abbastanza solide. Ma, data la delicatezza del punto, qualche precisazione va fatta. 98

3 Enrico FENZI Ancora a proposito dell argomento barberiniano Il Barberino tornò dalla Provenza nella primavera del 1313, e sùbito fu prima a Bologna e poi a Mantova, e proprio durante la sosta mantovana gli avvenne di scrivere la glossa che riguarda Virgilio e Dante, com egli stesso spiega contestualmente, poco sopra le parole già citate: «Hic Virgilius, quia sumus in civitate sua Mantuana ex casu partem istam glosantes...», ecc. (continua con la citazione dell inizio della virgiliana Egloga IV). Ciò a c. 63, mentre a c. 94, III p. 354 (= XI, doc. II sub gratitudine), per un accenno, sembra dare ancora per vivente Enrico VII, che morì il 24 agosto di quello stesso 1313, sì che parrebbe convincente la conclusione sopra riferita di Egidi, circa la data prima metà dell anno- da assegnare alla glossa che riguarda Dante. Ma proprio questo punto, e cioè che i Documenti sarebbero stati compiuti prima della morte dell imperatore, è stato sùbito contestato da Vandelli, per il quale la glossa a c. 94 non sarebbe risolutiva, visto che il Barberino si limita a dire d aver scritto in passato un epistola «ad Augustum», che al presente potrebbe anche essere morto: 4 per di più, Romanorum rex semper Augustus Enrico si sottoscrisse negli atti ufficiali sino all incoronazione romana del giugno 1312, dopo la quale si firmò, secondo tradizione, come Imperator. Inoltre, proprio la morte di Enrico sarebbe dichiarata in una glossa a c. 50, II pp (= II, reg. CXVII) che conviene citare: Una pars istius regule habet exemplum in Tuscia et maxime in civitate Florentie; ad quam cum venisset Teotonici pauci numero, sciverunt Florentini et alii stare ad duram et se in periculo belli non ponere quia dubius est eventus belli. Sicque tenentes rem in longum iuvit eos mora: et capud illorum mortuum est, et [Florentini] tenuerunt terram suam. Quidam rudes dicebant: Ecce magna verecundia Florentini non bellare habentis longe numero gentem maiorem! Sapientum vero dictum contrarium, mortuo dicto capite, comprobatum est. Alia pars regule habet exemplum in Lucanis qui sciverunt male confidere et male custodire suam civitatem. [Una parte di questa regola trova esempio in Toscana, e soprattutto nella città di Firenze. Essendole venuti contro i 99

4 Tenzone nº Tedeschi, in piccolo numero, i Fiorentini e i loro alleati riuscirono a resistere senza porsi al rischio di uno scontro, poiché i risultati di una guerra sono sempre incerti. Tirando le cose in lungo, il temporeggiare li favorì perché il capo di quelli morì, e i Fiorentini conservarono la loro città. Qualche ignorante diceva: bella vergogna per i Fiorentini non combattere pur avendo la superiorità numerica! Ma il parere dei più saggi era l opposto, e la morte del capo nemico ne ha confermato la giustezza. L altra parte della regola trova esempio tra i Lucchesi, che confidarono a sproposito in se stessi e difesero male la loro città] Per Vandelli non sembra che qui ci si possa riferire ad altro che all inutile assedio di Firenze nell autunno del 1312 da parte di Enrico, costretto poi a ritirarsi a Pisa ove, come si sa, s ammalò di malaria, sino a morirne poco dopo, nell agosto, a Buonconvento, sulla via del Regno di Napoli. In ciò egli riprende l opinione già espressa da Thomas e poi da Davidsohn, il quale, in particolare, nella dettagliata cronaca che fa dell assedio, mette in luce benissimo proprio quel continuo temporeggiare dei Fiorentini (raccomandato da Roberto d Angiò, e giudicato il partito senz altro più saggio) e i contrasti interni che ne furono fomentati. 5 Circa il finale accenno ai fatti di Lucca, Vandelli pensa che non ci si possa riferire alla presa della città da parte dei pisani guidati da Uguccione della Faggiuola nel giugno del 1314, perché verso la fine dell opera, a c. 91, III p. 329 (X, doc. III sub innocentia) il Barberino dichiara di essere «in Curia tempore istius domini Clementis in camera camerarii sui, dominus Petrus de Columna Sancte Romane Ecclesie cardinalis», dalla quale ricava, senza incertezza alcuna, che a quella data ancora era vivo papa Clemente V, che morì il 20 aprile In definitiva, la citazione della Commedia andrebbe posta tra la morte dell imperatore e quella del papa, vale a dire tra l agosto del 1313 e l aprile del 1314: forse nel novembre-dicembre del 1313, data la sua posizione all interno dell opera. Lo stesso deve valere, naturalmente, anche per i fatti di Lucca, che in modo convincente Vandelli (1928: 19-21) riporta a una avventata e sfortunata sortita dei Lucchesi, nel novembre del 13, quando a Pontetto furono sconfitti con gravi perdite 100

5 Enrico FENZI Ancora a proposito dell argomento barberiniano da Uguccione della Faggiuola, e dovettero precipitosamente rientrare in città (diversamente, dunque, da quanto avevano fatto i Fiorentini: e ciò è perfettamente coerente con il tono dell ammonizione del Barberino). Recentemente, però, su questi ultimi punti Indizio (2003: 25-29) si è staccato da Vandelli, e propone risolutamente: a) che l accenno a Lucca si riferisca alla presa della città da parte di Uguccione nell estate del 1314; b) che, per logica conseguenza, la glossa su papa Clemente non ci dica affatto se in quel momento il papa fosse vivo o morto. Esprimere un giudizio sicuro su tutto ciò non è facile, e richiederebbe in ogni caso un riesame complessivo dell intero problema cronologico che in questa sede non è possibile. Mi limito perciò a osservare che, a leggere e a rileggere la chiosa relativa all assedio di Firenze, qualcosa torna e qualcosa no. Vandelli ha ragione nel dire, con altri, del resto, che le parole citate corrispondono troppo bene alle vicende dell assedio posto alla città da Enrico VII, con la tattica temporeggiatrice messa in atto dai Fiorentini e la finale rinuncia degli assedianti, tanto più, aggiungo, che Giovanni Villani ci parla proprio dell inferiorità numerica nella quale si trovarono in quell occasione le truppe imperiali. 6 D altra parte, come dar del tutto torto a Egidi quando pensa che si tratti di un episodio minore e cronologicamente precedente? È possibile, infatti, che il Barberino con il semplice caput di quei pochi tedeschi tacitamente designi addirittura l imperatore? Dopo averlo chiamato Romanorum Rex dominus Henricus (c. 38), e Augustus (c. 94)? La cosa davvero è molto strana, senza dire che, sottilizzando forse un po troppo, secondo la glossa il capo dei tedeschi sarebbe morto durante le lungaggini dell assedio, non dopo... 7 La controrisposta di Vandelli (1931) sul punto sviluppa un accenno di Thomas (1887: 73-91), che citando lo stesso passo osservava che chi poteva dare un simile annuncio della morte dell imperatore non era certo un gran ghibellino, e accenna dunque alla possibilità di un voltafaccia anti-imperiale, che in ogni caso ci dovette essere, visto che il Barberino riuscì tranquillamente a rientrare a Firenze nel primo semestre del E questa direi sia l unica possibile soluzione a quei dubbi, anche se, a mio parere, non li risolve 101

6 Tenzone nº del tutto. 8 Resta da dire delle recenti prese di posizione di Indizio, che si costringe a qualche contorsione per togliere ogni valore di testimonianza alla frase che, in buona compagnia, mi sembra confermi che in quel momento il papa era ancora in vita («in Curia tempore istius domini Clementis», anche se, è vero, quel tempore può insinuare qualche sospetto), mentre la soluzione di Vandelli per i fatti di Lucca resta, come ho detto, sensata e convincente. Insomma, l idea di spostare la fine dei Documenti poco oltre la morte di Enrico VII, come vuole Vandelli, va presa in seria considerazione e approfondita, mentre la tesi più radicale di Indizio comporta alcune forzature, e non pare veramente necessaria. Nel caso l accettassimo, tuttavia, con le cautele del caso, cosa comporterebbe per la questione che ci riguarda? Indizio (2003: 27) 9, considerando la glossa citata: «sumus in civitate sua Mantuana», ecc., scrive: La chiosa ci porta nel mezzo della questione dantesca. Da essa sappiamo che Francesco è in viaggio e si trova a Mantova. Sono due le occasioni sicure in cui egli si mosse da e per Venezia, e poté quindi soggiornare a Mantova: la prima, verso l aprile-maggio 1313, proveniente da Avignone e diretto in laguna; la seconda, uscente da Venezia per dirigersi a Firenze nel corso del Visto che, in virtù della chiosa precedente [quella relativa alla presa di Lucca] è trascorso il giugno 1314, è da credere che Francesco sostasse a Mantova (presumibilmente proveniente da Venezia e diretto a Firenze), nel 1314 inoltrato. In sintesi, ripeto, con la sistemazione data dall Egidi la glossa relativa alla Commedia risalirebbe alla tarda primavera del 1313; con Vandelli, al tardo autunno dello stesso anno; con la nuova proposta di Indizio, alla metà circa del E per il momento dovremo accettare questo margine di incertezza, anche se la soluzione mediana, almeno a me, pare quella preferibile. Detto questo, torniamo all altro problema che ci interessa, che si può così formulare: il Barberino nel 1313/14 rimanda solo all Inferno, oppure anche al Purgatorio, come Egidi ritiene? La risposta è stata in 102

7 Enrico FENZI Ancora a proposito dell argomento barberiniano genere negativa, stante il giudizio di massima che vuole l Inferno divulgato prima del 1314, e il Purgatorio qualche tempo dopo. Così conclude autorevolmente Folena (1965: 40-43). 10 Ma non si può semplificare un nodo tanto intricato che ha prodotto ipotesi diverse e molte anche minime varianti. Solo per avere qualche sommario punto di riferimento, si vada infatti alla sistemazione ormai vecchia ma sempre sensata e autorevole del Parodi (1921: I, ), simile a quella che sarà poi di Barbi, per il quale l Inferno è stato composto dal 1307 al 1309/10, il Purgatorio tra il 1309 e il 1313, mentre le due cantiche sono state pubblicate insieme «o quasi insieme» sùbito dopo; a quella di Giorgio Petrocchi (1957; 1969: 85) (Inferno: ; Purgatorio: circa; Paradiso: , con un periodo intermedio, , per la revisione e la pubblicazione delle prime due cantiche); 11 a quella di Giorgio Padoan (l ultima con pretese di organicità) che torna alle notizie di Boccaccio e crede che Dante abbia dapprima concepito e parzialmente realizzato, negli anni , un poema in onore di Beatrice, e sia poi riuscito, esule in Lunigiana nel 1306, a riavere il vecchio quadernuccio che a quel punto avrebbe radicalmente mutato ricavandone i primi due canti dell Inferno. Nel Casentino avrebbe poi composto altri cinque canti, e questo primo gruppo (Inferno I-VII, dunque) egli avrebbe diffuso nel 1308, nella speranza che ciò gli favorisse l amnistia da parte dei Neri. I canti VIII- XVI sarebbero stati composti anch essi durante l ultimo soggiorno casentinese e divulgati nel 1311, mentre la seconda parte della cantica sarebbe stata licenziata alla fine del 1314 o i primi mesi del 1315 quando era ospite di Guido da Polenta, a Ravenna. Per il Purgatorio, invece, i tempi sarebbero assai stretti: seconda metà del , e ad esso sarebbe sùbito seguita la composizione del Paradiso, terminato più o meno nella primavera del In questa ricostruzione, per quanto ci riguarda, Padoan deprime l importanza della glossa barberiniana, per lui troppo tarda e generica, e riferibile in ogni caso solo ai canti III-VI, diffusi da tempo, e dove l influsso virgiliano è più forte. 12 Detto questo, occorre però aggiungere che si potrà trattenere qualcosa della ricostruzione di Padoan, ma certo non l abbassamento della data per 103

8 Tenzone nº quanto riguarda il Purgatorio, dato che le ipotesi degli studiosi precedenti hanno ricevuto solida conferma da Furio Brugnolo (1987) che, riprendendo, un indicazione già di Guido Mazzoni, ha finito di dimostrare come le iscrizioni in terzine che compaiono sulla Maestà di Simone Martini, nel Palazzo pubblico di Siena, derivino non solo dall Inferno ma soprattutto dal Purgatorio tutt intero (si segnalano echi dai canti XXVIII, XXX e XXXII): e ciò quando la seconda di tali iscrizioni, che si trova nella fascia inferiore dell incorniciatura dell affresco, è autodatata al giugno Tutte queste ipotesi, come ben si sa, e soprattutto quelle sull Inferno, sono complicate dalle diverse valutazioni delle profezie reali o post factum? e dunque dal sospetto di successivi interventi dell autore. 13 Ma alla fine il caso più delicato resta sempre quello di XIX 79-87, ove Dante profetizza la morte di Clemente V, che avvenne, abbiamo già visto, il 20 aprile del 1314, e che il Barberino, verso la fine dei Documenti, sembra proprio dare ancora per vivente. Il dato fuoriesce così vistosamente dalla cronologia dell Inferno altrimenti accertabile che da sempre si sono prospettate due soluzioni alternative: la prima, che Dante non doveva faticare molto nel prevedere la morte di un papa che da vari anni si sapeva da tempo molto malato e soggetto a gravi crisi, forse per un cancro (Pepe, Repetti, Troya, Scherillo, Cian, Parodi, Hauvette, Egidi, Torraca, Vallone, Sapegno, Folena e recentemente ancora Veglia); la seconda, che egli abbia inserito quella profezia in un secondo momento, dopo la morte del papa (Witte, Barbi, Vandelli, Ferretti). Anche su ciò è tornato Indizio (2002) cercando di dimostrare che quel canto non è stato composto prima del 1312, dato che sino a quel momento Dante non avrebbe avuto alcun motivo per odiare Clemente V, e che la profezia sarebbe stata inserita sùbito dopo la sua morte, a metà del 1314, poco prima di licenziare la cantica. Cantica che, infine, il Barberino sarebbe riuscito a procurarsi quasi immediatamente e a scorrere assai velocemente, sì da inserire nell auto-commento quella sua famosa glossa (Indizio 2003: 40-42). 14 Di nuovo, però, la tesi di Indizio mi lascia perplesso, non foss altro perché, se ammettiamo, come lo 104

9 Enrico FENZI Ancora a proposito dell argomento barberiniano studioso fa, che la profezia della morte di Clemente V sia un tardo rifacimento, riesce difficile limitare le parti nuove a pochi versi e siamo costretti a non dire più nulla della stesura originaria: neppure, a rigore, se vi si parlasse, e in che termini, del papa. Sì che l idea, invece, che se ne parlasse e male, e dunque non prima del 1312, costituisce una catena di illazioni affatto indimostrabili. Come scriveva già il prudentissimo Vandelli (1928: 28), infatti: «la linea del canto -non so se altri l abbia rilevato- non apparirebbe interrotta anche se il cenno profetico mancasse, o mancassero addirittura tutti i versi relativi a Clemente V». Torniamo finalmente alla nostra glossa, avendo accertato, per quanto sommariamente, che l arco di tempo entro il quale è stata indubitabilmente scritta -1313/1314- corrisponde a uno snodo ritenuto da molti studiosi centrale nella composizione e diffusione dell Inferno e del Purgatorio. Più in particolare, risulta anche abbastanza chiaro che ormai la glossa non ha molto da dirci circa la composizione dell Inferno, a quella data sicuramente compiuto. 15 Notevole resterebbe invece il suo peso nei confronti del Purgatorio, se si tornasse ad accogliere la vecchia opinione di Egidi che vedeva anche questa cantica coinvolta nelle parole del Barberino, opinione che però fu sùbito bloccata dalla reazione negativa di Vandelli (1931: 50) il quale preferirebbe limitare la conoscenza che il Barberino avrebbe avuta dell Inferno ai primi diciotto canti. È altrettanto chiaro, tuttavia, che la discussione su tale ipotesi è sùbito arrivata a un punto morto, bastando contrapporre a Egidi, come appunto per lo più si è fatto, l opinione contraria, nei termini seccamente enunciati, per esempio, ancora da Folena (1965: 41): «È questo il primo accenno alla circolazione dell Inferno (non direi anche del Purgatorio, che non mi pare possa essere adombrato in quel vago cetera multa, e anzi mi pare che ne sia assolutamente escluso)». 2. Un altra via è però possibile (e con ciò entro nel merito di questo piccolo contributo): quella, cioè, di cercare nei Documenti altre possibili tracce dantesche, che possano corroborare o precisare meglio il 105

10 Tenzone nº contenuto della glossa. O di entrambe le glosse, per la verità, dal momento che ogni traccia di conoscenza di Dante da parte del Barberino è di per sé importante. Ora, proprio riguardo alla più antica, che nomina Dante entro un elenco che comprende Giacomo da Lentini, Guittone d Arezzo, Guido Guinizzelli, Guido Cavalcanti, Cino da Pistoia e Dino Compagni, c è qualcosa che a mio parere rimanda piuttosto direttamente alle sue rime: in particolare, alle rime petrose. Dicono i Documenti, c. 55, II p. 290 (= II, doc. XXXIX): 106 Caro impetra amor di petra chi so petra petre impetra Carum impetrat petre amorem, qui sub petra petre impetrat, e la relativa glossa: Ista est obscura lictera in vulgari et in latino. Sed si eam sic exponas ut dicam tibi non est obscura. Dic ergo: Ille impetrat carum amorem Petre, quod est proprium nomen, qui sub petra Petre, idest sub soliditate ipsius mulieris Petre, impetrat, idest efficitur petra, scilicet solidus, che si può tradurre così: Il senso letterale è oscuro sia in volgare che in latino. Ma se lo esponi come ti dirò, non sarà più oscuro. Spiega dunque: Paga caro l amore di Petra (che è nome proprio) colui che per effetto della petrosità di Petra, e cioè della durezza della donna, impetra, cioè diventa di pietra egli stesso, e cioè altrettanto duro. Poco importa che la glossa continui con una improbabile spiegazione, secondo la quale caro andrebbe preso in senso buono, e il senso generale si rifarebbe al caso di chi, essendo un uomo dissoluto, amando e sposando una donna di nome Petra, si trasforma in un uomo solido, stabile, costante e continente. Conta, invece, la curiosa e rara corrispondenza delle immagini essenziali: la donna petra, e la durezza del rapporto con lei, e la metamorfosi per impetramento dell amante medesimo... Tutto è concentrato in un distico (a rima petra: impetra, come già in Dante, Così nel mio parlar 2-3), ma è la spiegazione in

11 Enrico FENZI Ancora a proposito dell argomento barberiniano latino, soprattutto, che a mio parere toglie ogni dubbio residuo circa la matrice dantesca. Resta un particolare curioso, che sollecita ulteriori domande: Petra, sottolinea il Barberino, è nome proprio, e si dà il caso che una Petra defunta e chiusa in petra, cioè nella tomba, sia pianta in un sonetto, Deh, piangi meco tu, dogliosa petra, che qualcuno in passato ha attribuito a Dante. Ora, tuttavia, dopo i dubbi di Barbi (dubbie 4) e quelli, radicali, di Contini, gli è stato definitivamente tolto da De Robertis, che espellendolo anche dalla sezione delle dubbie ne fa un rappresentante della discreta fortuna delle petrose : fortuna che andrebbe meglio studiata, alla quale assegnerei anche il distico e le chiose del Barberino. 16 Esiste poi un testo, le Lamentationes di Mateolo, lunga invettiva anti-femminista del 1290 circa, più nota nella traduzione francese fatta circa un secolo dopo dal Le Fèvre de Resson, 17 che mette in scena una Petronilla che merita d esser chiamata Petra per la sua crudeltà verso il povero marito, e mi stupisce che in due versi e una breve glossa il Barberino ne raccolga e però anche ne capovolga totalmente il senso, facendo della uxor Petra l artefice della solidità morale di lui. Che qui si nasconda, insieme all evidente eco dantesca, anche un rimando diretto e polemico alle Lamentationes? Non so rispondere, e resto a ciò che mi sembra in ogni caso importante acquisire: la dimestichezza del Barberino nei confronti di Dante, che emerge anche da questo piccolo particolare relativo alle rime petrose. Questo non è tuttavia che un primo passo, verso qualcosa di più. Passiamo, infatti, a una glossa assai significativa, c. 50, II pp (II, reg. CXIV). I versi volgari e la loro traduzione raccomandano a chi vive in una città sottomessa a un tiranno di andarsene; in caso contrario, di non edificare e di occultare le proprie ricchezze, sino al momento in cui Iddio farà giustizia, e cioè abbatterà il tiranno. Ma ecco, appunto, la glossa: In hac regula que clara est et ex effectu sepius et a pluribus probata, pone ergo super eam exemplum in habitantibus civitatis Ferrarie, que semper quasi occupata est a tirannis. Sed quid domina ista tiranniditas hodie regnat in qualibet Lombardie ac Tuscie civitate: 107

12 Tenzone nº ubi enim singulares aliqui non tiranniçant, ibi sunt quidam cives qui tiranniçant, preter quam in civitate Florentie ubi semper est pax et unitas civium. [Adduci a esempio di questa regola, che è chiara e sperimentata da molti, gli abitanti di Ferrara, che è stata quasi sempre dominata da tiranni. Ma questa tirannia signorile oggi regna in tutte le città di Lombardia e di Toscana: infatti, dove non sono i singoli a tirannizzare, sono i cittadini a farlo, con l eccezione di Firenze nella quale sempre regna la pace e la concordia tra i cittadini.] Leggendo queste righe è facile distrarsi e scattare immediatamente in avanti, sino a Petrarca, il quale difendendosi nel 1355 dalle accuse del Caraman per aver scelto di vivere sotto quei lombardi tiranni dei Visconti, gli controbatte che la tirannia ormai è dappertutto...: Verte te quocunque terrarum libet: nullus tyrannide locus vacat; ubi enim tyranni desunt, tyrannizant populi; atque ita ubi unum evasisse videare, in multos incideris [Volgiti a qualsiasi parte della terra: nessun luogo è senza tirannide; infatti, dove non ci sono tiranni, è il popolo che tirannizza, e mentre credi di essere scampato a uno solo finisci sotto i molti] (Petrarca 1975). La corrispondenza è troppo forte, sancita com è dall apax così spiccato di quel tyrannizant, per non far pensare a una derivazione diretta: diretta e sorprendente. Ma non basta, perché pur scrivendo a un francese, è chiarissimo a chi Petrarca alludesse. Basta andarsi a leggere la Senile VI 2 al Boccaccio, nella quale egli ribadisce che è meglio un tiranno unico come il milanese piuttosto che un popolo tiranno come il fiorentino, oppure già la Familiare III 7, 3, a Paganino da Besozzo, del 1348, nella quale la botta è ancora più dura: Luchino Visconti non è affatto un tiranno, come vorrebbe la propaganda fiorentina, ma un rex verus, e tiranni sono semmai loro, i capi della repubblica: «quamlibet tyrannum vocent verissimi omnium tyranni, qui se patres patrie dici volunt». 18 L argomento è importante e seducente (tra l altro, a me pare di osservare altri contatti tra i Documenti e l opera di Petrarca), ma, dopo aver almeno raccolto la conferma della forte valenza anti-fiorentina della 108

13 Enrico FENZI Ancora a proposito dell argomento barberiniano adnominatio (tyrannus/tyrannizare), va sùbito lasciato, per tornare a ciò che ci interessa più da vicino. Il Davidsohn ha notato il passo dei Documenti, ed ha scritto: «Francesco da Barberino nel suo Commentario ai Documenti d amore dice che molti Comuni soffrono sotto la tirannia di gruppi di cittadini, ma che soltanto in Firenze si godono eterne la pace e la concordia, e la sua ironia è tanto più efficace in quanto parrebbe seria ed obiettiva constatazione». 19 Ma non ha notato (né altri, ch io sappia, l ha fatto) la straordinaria coincidenza tra le parole del Barberino e quelle di Dante, nel sesto del Purgatorio, vv , ove l ironia è per la verità freddo ed elaborato sarcasmo: Ché le città d Italia tutte piene son di tiranni, e un Marcel diventa ogne villan che parteggiando viene. Fiorenza mia, ben puoi esser contenta di questa digression che non ti tocca, mercé del popol tuo che si argomenta. Non che un simile esercizio sia indispensabile, ma si ricolleghino i versi che ho distinto con il corsivo e sarà chiara la sorgente alla quale il Barberino ha attinto l essenziale arcatura del suo discorso: «domina ista tiranniditas hodie regnat in qualibet Lombardie ac Tuscie civitate [...] preter quam in civitate Florentie ubi semper est pax et unitas civium». 20 Non posso, qui, affrontare la parte sostanziale del discorso dantesco e poi tipicamente trecentesco sul tiranno (parte importantissima, alla quale è dedicata una ingente bibliografia), e mi limito a osservare che Francesco da Barberino, così ben collocato tra Dante e Petrarca, davvero non sfigura con la sua bella e intensa glossa, per ciò che ha saputo prendere e ciò che ha saputo dare. Posso, invece, rilanciare e aggiornare la vecchia idea di Egidi: il Barberino, all altezza di quella c. 50 e quindi, senza troppo rischiare, tra l estate e l autunno del 1313 (e in ogni caso entro la prima metà dell anno seguente) conosceva il Purgatorio, almeno sino al canto VI. 109

14 Tenzone nº Folena ha segnalato da tempo che nel volgarizzamento dell Eneide di Andrea Lancia, trascritto nel codice Martelli la cui parte prima è sicuramente del 1316 (stile fiorentino, e dunque 1317), alla fine del secondo libro esiste una indubbia eco del II del Purgatorio, v. 81, e ha aggiunto: Che nel torno di tempo immediatamente precedente al 1316, durante il suo lavoro di volgarizzatore dell Eneide, il Lancia conoscesse già il Purgatorio di Dante, o diciamo pure anche soltanto i primi canti di esso o l episodio di Casella, insieme con l Inferno, non è cosa che possa sorprendere, né solleva difficoltà cronologiche. Solo il terminus a quo della composizione o della redazione finale del lavoro del Lancia andrà avvicinato considerevolmente alla data della copia martelliana; e questa e altre testimonianze potranno valere anche come conferma indiretta della circolazione delle prime due cantiche prima che il Paradiso fosse compiuto. 21 La cosa è indubbiamente interessante, ma a questo punto è lecito tornare alle sintetiche parole di Barbi (1940: 78), il quale riassumendo l opinione largamente condivisa giudicava: «che l Inferno e il Purgatorio fossero pubblicati, se non insieme, a breve distanza fra loro poco dopo la morte di Arrigo»: parole che la glossa del Barberino, per quanto la si abbassi (e la si potrebbe invece alzare, sulle orme di Egidi) non può che confermare. Si potrebbero raccogliere a questo punto altre osservazioni sparse: per esempio la testimonianza del Barberino («in quodam suo opere quod dicitur Comedia et de infernalibus inter cetera multa tractat») corrisponde al fatto che Dante anni dopo designasse con inferna regna sia l Inferno che il Purgatorio, nella prima egloga a Giovanni del Virgilio, vv : «Cum mundi circumflua corpora cantu / astricoleque meo, velut infera regna, patebunt...» [Quando il mio canto rappresenterà i rotanti corpi dell universo e gli spiriti celesti, come già ha fatto con i regni infernali...]. Oppure, che nel XIX dell Inferno Dante non rimprovera a Clemente V la cattività avignonese, che risale al 1309, 110

15 Enrico FENZI Ancora a proposito dell argomento barberiniano il che potrebbe addursi a prova ex silentio che a quella data la cantica era compiuta Ma vale soprattutto la pena di sottolineare come ne risulti confermato come anche il Purgatorio avesse cominciato a circolare, e non necessariamente, a grappoli, così s ammette sia avvenuto per l Inferno, 23 visto che nel giugno del 1315, come abbiamo detto, lo conosceva per intero l estensore dei versi inseriti nell affresco della Maestà di Simone Martini (Brugnolo 1987). Non è dunque vero, come da ultimo argomenta Indizio, che la seconda cantica sia stata pubblicata tra la fine del 1315 e il Semmai, occorre andare indietro, non solo alla primavera del 1315, teste l affresco di Simone Martini, ma addirittura all anno precedente, e forse più, sì che non può ormai far meraviglia che echi consistenti di essa, per tutta la sua estensione, siano nella traduzione dell Eneide di Ciampolo di Meo degli Ugurgieri, a sua volta utilizzata dal Lancia per la sua che, abbiamo visto, è da porre a ridosso del 1317 del codice Martelli 24. Si è naturalmente liberi di pensare che il Barberino, nel 1313 (o, al più tardi, nel 1314) sia riuscito a leggere non l intero Purgatorio, ma solo una parte che arrivava, quanto meno, al canto VI. Ma la primavera del 1315 non è poi così lontana, e si ammetterà che esiste la possibilità che egli abbia letto sei mesi prima quanto ha poi letto l autore di quelle iscrizioni. E a questo risultato, per piccolo che sia, per ora mi fermo. 111

16 Tenzone nº NOTE 1 I Documenti d Amore di Francesco da Barberino secondo i mss. originali, a cura di Francesco Egidi, Roma, Società Filologica Romana, , in quattro volumi (rist. anastatica, Milano, Arché, 1982). La testimonianza del Barberino già era stata segnalata e discussa, seppur non organicamente: vedi Melodia (1896: 1-3); Ortiz (1948). Ma vedi molti altri rimandi (a Del Lungo, Antognoni, Renda, D Ovidio) in Ferretti (1935: 76-77). 2 Questo saggio aprì sùbito una discussione che vide la presa di posizione di Giuseppe Vandelli (1928); la risposta dell Egidi (1929); la controrisposta di Vandelli (1931), mentre Luigi Pietrobono (1929) affermava che il Barberino poteva solo aver avuto notizia indiretta del poema, che Dante avrebbe cominciato a comporre solo nel 1313, dopo la morte di Enrico VII (vedi anche Pietrobono 1954). Aggiungo che i due saggi di Vandelli sono ora ripubblicati in Vandelli 1989: e Vedi anche Egidi (1928: 19), per quanto si dirà appresso. 4 Non c è, per Vandelli (1928: 16), alcuna parola della chiosa che ci obblighi «a credere Enrico vivo piuttosto che morto, o morto piuttosto che vivo». Quanto alla lettera, essa è stata scritta nel 1311 a Enrico VII: vedi Thomas (1887). Indizio, nel caso, ripropone fedelmente tutti gli argomenti di Vandelli. 5 Vandelli insiste su ciò soprattutto nel secondo saggio, (1931), contro le obiezioni di Egidi (vedi sotto). Per l accenno all assedio nei Documenti, vedi Antoine Thomas, Francesco da Barberino et la littérature provençale en Italie au moyen âge, Paris, Thorin, p. 32; per la sua completa ricostruzione storica, vedi Davidsohn ( : IV, 670 ss., -in particolare, per la tattica temporeggiatrice, pp. 679; , ecc.-); infine, per l identificazione di quel caput dei pochi Teutonici con Enrico VII, Davidsohn ( : V, ). 6 Vedi Cronaca X 47, per un dettagliato resoconto delle forze in campo: quattromila cavalieri e innumerevole fanteria per i Fiorentini, e milleottocento cavalieri e «gente a piè assai» per l imperatore, ma costituita per lo più dai contadini toscani che si erano schierati con lui e dunque, presumibilmente, poco efficienti e affidabili. Nel corso dell assedio, infatti, «allo mperadore medesimo mancò gente» (X 48, 3), sì che infine «lo mperadore veggendosi così assottigliato e di gente e di vittuaglie, e eziandio di monete», ripiega da Poggibonsi a Pisa, rinunciando all assedio (X 49, 1). Anche Davidsohn ripetutamente sottolinea che le truppe imperiali erano poche, per l assedio a una grande città ( : vedi per es. IV p. 670). 7 Questi argomenti sono messi avanti da Egidi (che conferma le sue precedenti opinioni) nella sua risposta, (1929), al primo saggio di Vandelli. 112

17 Enrico FENZI Ancora a proposito dell argomento barberiniano 8 È forse opportuno ricordare che il Barberino, quale esule fiorentino, il 30 maggio del 1313 si vide compreso in un lungo elenco di persone convocate a Pisa d autorità da Enrico VII, per aiutarlo nella sua impresa contro Roberto d Angiò, il che deporrebbe a favore dei suoi trascorsi ghibellini (sul suo ghibellinismo, contro l opinione di Thomas, insiste infatti Francesco Novati (1887) pubblicando il testo della convocazione imperiale, che imponeva al nostro di presentarsi con cinque cavalli). Ma, come scrive Davidsohn ( : VII, 228, nota 3): «la morte dell imperatore lo liberò dall ubbidire all ordine; certo è che il ritardo con cui esso giunse gli rese più facile il ritorno nella città natale» (e insiste avanti, ibid. p. 397, sul fatto che il Barberino, dopo il 1313, sia passato pieno di contrizione al guelfismo). Più recentemente, Catherine Guimbard (1982: 12-15) ha suggerito una linea di continuità filo-fiorentina nell esperienza politica del Barberino, evidente nei suoi legami con gli ambienti ecclesiastici e in particolare con il vescovo di Firenze Antonio dell Orso, che lo nominerà suo esecutore testamentario. 9 Ma vedi pure, per le precisazioni di tipo storico-biografico, pp Per un ottimo panorama complessivo della questione, vedi Antonio Enzo Quaglio (1965). 11 L Inferno in particolare sarebbe stato licenziato nel secondo semestre del 1314, onde il Barberino ne avrebbe parlato senza conoscerlo, solo per sentito dire (su altre basi, abbiamo visto che era già la tesi di Pietrobono): ma anche per Petrocchi la data della glossa si dovrebbe abbassare di almeno un anno. 12 Rimando per tutto ciò ai primi capitoli del volume di Padoan (1993), e alla chiara sintesi finale, pp (ma vedi in part. pp , per l argomento barberiniano). Ricordo che l importanza del quadernuccio quale probabile incunabolo di una Commedia anteriore all esilio, poi ripresa e mutata nel 1306, era già stata sottolineata da Michele Barbi, recensendo il Dante dello Zingarelli (nel «Bullettino della Società Dantesca», n. s., XI, 1904, pp. 1-58, poi in Problemi di critica dantesca. Prima serie ( ), Firenze, Sansoni, 1934, pp , con il titolo Una nuova opera sintetica su Dante: vedi qui in part. pp ). Per Barbi, ancora, l Inferno era compiuto nel 1308, e il Purgatorio sicuramente prima della morte di Enrico VII. 13 Paul Renucci (1954: ) ha sfruttato sistematicamente il terreno delle profezie post factum, azzardando un minuzioso scaglionamento dei tempi di composizione che non ha trovato molti consensi. In ogni caso, l Inferno sarebbe stato terminato nel 1310 circa, e il Purgatorio nella primavera del

18 Tenzone nº A proposito del canto XIX, conferma ora l opinione di un rifacimento d autore, sulla base di un diverso e più comprensivo discorso storico-critico Umberto Carpi, nel suo recente fondamentale volume La nobiltà di Dante (2004: I, 199). 15 Si può registrare qui il saggio di Armando Antonelli e Riccardo Pedrini (2001), i quali segnalano che sul margine sinistro della coperta di un registro bolognese, il Liber securitatum (Bologna, AS b. 6 reg. 56), stanno, difficilmente leggibili, i versi di Inf. V («Amor, ch a nullo amato amar perdona...»). Il registro è del 1304: ma i versi, quando sono stati trascritti? È questa la domanda alla quale sarebbe interessante rispondere [Ho visto in ritardo il breve intervento di Giancarlo Savino (2004), ove si precisa che quei versi sono stati trascritti intorno alla metà del secolo, forse da un notaio, ser Giovanni Antonioli, e non hanno dunque interesse per le questioni di cronologia dantesca]. 16 Per la presenza di una Petra nei capoversi di alcuni epitaffi latini, per esempio di Pietro Mangiatore e Pietro Abelardo, vedi Gorni (2002: ; e 2003: 15-16). 17 Vedi l edizione di questo lungo poema latino, composto nella Francia del Nord: Les Lamentations de Matheolus et le Livre de Leesce de Jehan Le Fèvre de Resson (poème français du XIVe siècle). Édition critique accompagnée de l originale latin des Lamentations, d après l unique manuscrit d Utrecht, d une Introduction et de deux Glossaires par A. G. Van Hamel, Paris, Bouillon Van Hamel conosceva, all epoca, solo il manoscritto di Utrecht: altri quattro sono stati poi segnalati da Paul Lehman, Zur Überlieferung der Lamentationes Matheoli, «Zeit. fur romanische Philologie», 46, 1926, pp L editore lo datava al , ma successivamente il Langlois ha persuasivamente dimostrato che la data va alzata al 1290 (Charles V. Langlois, La vie en France au moyen âge de la fin du XIIe siècle d après les moralistes du temps, Paris, Hachette, 1926 [Genève, Slatkine Repr., 1970], t. II, pp (per la data, pp ). Mi sono occupato di questo testo in rapporto a Dante in Da Petronilla a Petra, saggio che sarà stampato con altri d argomento dantesco in un volume in allestimento, per la cura della Società Dantesca Italiana. 18 Sen. VI 2, 1-2: «spero fore ne discam servire senex utque ubilibet animo liber sim, etsi corpore rebusque aliis subesse maioribus sit necesse, sive uni ut ego, sive multis ut tu. Quod nescio an gravius molestiusque iugi genus dixerim: pati hominem credo facilius quam tyrannum populum» [spero di non imparare a servire da vecchio, e di conservare in ogni circostanza la mia libertà d animo, anche se per quanto riguarda il corpo e altre cose è necessario essere soggetti ai potenti, si tratti di uno solo com è il caso mio, o di molti com è il tuo. E dei due, non saprei quale giogo sia più pesante e fastidioso a portare: ma credo che sopportare la tirannia di un uomo solo sia più facile che sopportare quella di un popolo]. 114

19 Enrico FENZI Ancora a proposito dell argomento barberiniano 19 Davidsohn ( : VII ) (ma vedi già V p. 155). Circa il giudizio su Ferrara, si ricordi che alla morte di Azzo VIII d Este, nel 1308, scoppiò la guerra di Ferrara tra la Chiesa e la repubblica di Venezia, per il possesso della città (vedi Soranzo 1905). Nella glossa il Barberino, che ebbe un probabile ruolo di intermediario, penserà appunto al passato dominio estense (vedi Vandelli 1928). 20 Ricordo appena che Bartolo da Sassoferrato, concludendo il suo De regimine civitatis (1355 circa), ripeterà, con Dante: «quia hodie Italia est tota plena tyrannis», dopo aver esclamato: «Ve ergo illi civitati, qui plures habet tyrannos». Cito da Diego Quaglioni (1983: 475 ss, ). E ancora Petrarca, Fam. XV 7, 3 (1352, con aggiunte del 1356): l Italia «tota pene quam magna est, tyrannide premitur». 21 La istoria di Eneas vulgarizzata per Angilu di Capua, a cura di Gianfranco Folena, Palermo, Mori [Pubblicazione del Centro di Studi filologici e linguistici siciliani - Collezione di testi siciliani dei secoli XIV e XV, 7], 1956, pp. XXXIV. Vedi la descrizione del codice Martelli, «il codice più antico, anche se già piuttosto lontano dall originale», pp Ma vedi ora in particolare Giulia Valerio (1985). 22 Vedi per ciò Veglia (2003: 76). (Veglia, con la maggioranza degli studiosi, pensa che la profezia della morte del papa sia ante factum, e cioè reale). 23 Su questa diffusione a grappolo insiste Veglia, nell eccellente saggio citato sopra, (2003: 79 ss), rinviando ai risultati emersi dalle indagini codicologiche di Gabriella Pomaro che parla di manoscritti della Commedia prodotti per «assemblaggi» di cantiche o di unità minori (vedi per esempio Pomaro 1994: ; 2001: 1060). 24 Vedi Indizio 2003: 31-34, e per Purg. XXIII , ove non sarebbe dubbia per lo studioso la profezia post factum della sconfitta fiorentina di Montecatini, nell estate del Circa l anteriorità del volgarizzamento dell Ugurgieri (Ciampolo di Meo degli Ugurgieri, L Eneide di Virgilio volgarizzata nel buon secolo della lingua, a cura di Aurelio Gotti, Firenze, Le Monnier, 1858) rispetto a quello del Lancia, vedi Giulia Valerio

20 Tenzone nº RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI ANTONELLI, A., PEDRINI R. (2001): Appunti sulla più antica attestazione dell Inferno, in Studi e problemi di critica testuale, LXIII, pp BARBI, M. (1940): Dante: Vita, Opere e fortuna. Con due saggi su Francesca e Farinata, Firenze, Sansoni. BRUGNOLO, F. (1987): Le terzine della Maestà di Simone Martini e la prima diffusione della Commedia, in Medioevo romanzo, XII, pp CARPI, U. (2004): La nobiltà di Dante, Firenze, Polistampa [Studi su Dante, a cura della Società Dantesca Italiana, I]. DAVIDSOHN, R. ( ): Storia di Firenze, 8 vol., Firenze, Sansoni. EGIDI, F. (1928): L argomento barberiniano per la datazione della Divina Commedia, in Studi Romanzi, XIX, pp EGIDI, F. (1929): Per la datazione della Divina Commedia, in Rassegna bibliografica della letteratura italiana, XXXVII, pp FERRETTI, G. (1935): I due tempi della composizione della Divina Commedia, Bari, Laterza. FOLENA, G. (1965): La tradizione delle opere di Dante Alighieri, in Atti del Congresso internazionale di studi danteschi, (20-27 aprile 1965), I, Firenze, Sansoni, pp, GOLDIN FOLENA, D. (2003): Il commento nella pagina autografa di Francesco Barberino, AA.VV.: Intorno al testo. Tipologie del corredo esegetico e soluzioni editoriali, Atti del Convegno di Urbino, 1-3 ottobre 2001, Roma, Salerno Editore, pp

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