CASTELBASSO, LE SUE CHIESE E L ORGANO FEDRI di GIUSEPPE DI MELCHIORRE

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1 CASTELBASSO, LE SUE CHIESE E L ORGANO FEDRI di GIUSEPPE DI MELCHIORRE Heu tempora, heu sacrarum ædium progrediens ruina! Il lamento per i tempi grami che inesorabilmente lasciavano andare in rovina i sacri templi mons. Alessandro Berrettini, vescovo di Teramo, lo affidò alla relazione della visita pastorale che compì a Castelbasso nel luglio del Non era un caso isolato nella storia castelbassese quello constatato allora da Sua Eccellenza che probabilmente, ma senza colpa, non conosceva la storia del borgo e delle sue chiese, segnata lungo i secoli da altre e tante rovine. Di Castellum Vetulum, l odierno Castelbasso, si trova la prima notizia documentale nel Liber instrumentorum seu chronicorum redatto dall amanuense Giovanni di Berardo all incirca all inizio dell ultimo ventennio del XII secolo su ordine di Leonate, abate del cenobio di S. Clemente a Casauria, oggi nella campagna di Torre de Passeri (PE). Nella raccolta, più nota come Chronicon Casauriense, sono trascritti documenti notarili e fatti di cronaca relativi all illustre abbazia fondata tre secoli prima dall imperatore Federico II. Tra le tante carte ivi riunite alcune riguardano direttamente o indirettamente Castelbasso, l allora Castellum Vetulum, appunto, identificato anche come Castello Vecclo; un castello già vecchio, quindi, di qualche secolo, del quale studiosi di medievalistica fanno risalire le origini, in quanto insediamento d altura, fino all alto Medio Evo 1. Un castello importante, anche, ovviamente dotato di cinta muraria, una chiesa ed edifici all interno, tenimenti tutt intorno e un altra chiesa poco lontana, verso est, quella di S. Andrea, alla quale si aggiungevano la chiesa di S. Maria di Melano, quella di S. Maria di Arola e un altra, probabilmente a nord, dedicata a S. Giorgio. Opportunamente arricchito con altri beni e con lungimiranza donato a chi di dovere, quel feudo si sarebbe potuto rivelare utile a impetrare la salvezza dell anima. Questa era almeno la speranza di Adelberto e Raimondo, fratelli di stirpe longobarda, che, rispettivamente nel settembre del 1046 e nel gennaio del 1047, si recarono da Giso, notaio e giudice in Aprutium 2, dove fecero un atto di donazione a beneficio del Monastero di S. Clemente a Casauria, al quale cedettero, tra gli altri loro possedimenti, Castelbasso e le sue pertinenze in capite de Acqui, et Melano, et in Egiano, et in Colle Warracconi, et in Colle Meruli 3. Da allora, e fino al 1816, Castelbasso passò sotto la giurisdizione spirituale dell abate di S. Clemente, anche se nella sua vita laica conobbe altri padroni 4 Non lasciarono un grande ricordo gli abati di quell abbazia, se ancora fino a pochi anni fa gli anziani castelbassesi, quando imprecavano, spesso e con inconsapevole memoria storica se la prendevano con lu patr abbate. Imprecazioni contro il padre abate a parte, è doveroso riconoscere che gli abitanti di Castelbasso devoti sono sempre stati e sono, come hanno dimostrato e dimostrano. Per il passato ne è un esempio tal Filippu de 1 L incastellamento degli insediamenti d altura, in Abruzzo, si verificò in seguito alle scorrerie saracene (sec. IX). 2 Così allora veniva chiamata Teramo. 3 Capo d Acqua, Mulano, Eziano, Colle Varracconi, Colle del Merlo. 4 Diventato feudo del Monastero di S. Clemente a Casauria, Castelbasso, che per questo cambiò il nome da Castelvecchio a Castelvecchio Monacesco, nel sec. XV, dopo precedenti tentativi, fu conquistato dai Duchi Acquaviva di Atri, e da allora cominciò a chiamarsi Castelvecchio a basso. Gli Acquavivai nel sec. XVI lo cedettero ai Marchesi Valignani di Chieti che a loro volta lo vendettero ai Marchesi Ricci di Macerata che rimasero feudatari fino al 1806, quando Giacchio Murat abolì la feudalità. Nello stesso anno Castelbasso, già Università indipendente, fu unito all Università di Castellalto, del quale diventò una frazione.

2 Masseo, uomo senz altro generoso tanto da non curarsi troppo dei soldi che spendeva. E ne diede la prova. Non è dato sapere quanto la chiesa del vecchio castello, citata nel Chronicon Casauriense, sia durata ancora nel tempo. Sta di fatto che nel 1338 il ricordato Filippu de Masseo fece costruire a Castelbasso, ovviamente a beneficio della sua anima, una nuova chiesa per la quale spese quel che ci voleva, senza star lì troppo a far di conto. E infatti fece incidere, nella tavolette a sbalzo su cui poggiano i leoncini che a loro volta reggono l archivolto del portale, l epigrafe sciolta come segue: QUESTA OPERA LASSAO PHILIPPU DE MASSEO PRO ANIMA SUA ONCE XXX E PLUS SUB ANNO DOMINI MCCCXXXVIII VI INDICTIONE. Insomma, generoso sì, ma che si sapesse che lui trenta once, e anche di più, le aveva spese. Generoso e orgoglioso pure doveva essere il buon Filippu, mentre guardava lo scultore, è facile immaginarlo, che incideva il suo nome nella pietra. Orgoglioso di quella chiesa ad una navata, crollata forse in seguito ad un terremoto (quello del 1456? 5 ) e ricostruita in seguito a tre navate 6. Il primo documento che descrive la chiesa di Castelbasso nelle sue strutture principali come oggi le vediamo risale al Esso riguarda la relazione della visita pastorale compiuta a Castelbasso dal vescovo Montesanto di Teramo il 29 giugno di quell anno. Il manoscritto contiene infatti la descrizione dell altare maggiore in pietra e della mensa anch essa di pietra (quella ancora oggi esistente), accenna al coro in legno dietro l altare, a tutto oggi visibile, visita il fonte battesimale in laterizio posto nella parete orientale della chiesa, dentro il quale è conservato un vaso in rame (esiste ancora oggi) contenente l acqua lustrale; vicino ad esso stava un nuovo fonte battesimale sostenuto da una colonna di marmo non ancora rifinito ma che don Giandomenico Clemente, parroco di allora, si impegnò in pulitam formam reducere 7. È quindi la volta della visita all altare della Madonna del Rosario che, al contrario di quello di oggi abbellito da una pala, presentava, al posto di questa, una finestra aperta nel muro al cui centro era inserita l immagine dorata e in rilievo della Vergine, mentre tutt intorno erano dipinti i 15 misteri del Rosario, molto apprezzati da Monsignore. Visitò poi l altare della Madonna della Neve eretto per devozione della famiglia Clemente ma da essa non ben curato, tanto da ordinarne la demolizione se non vi fosse stato posto riparo. Esaminò anche altri altari 8, prima di annotare lo stato generale della chiesa che era sostenuta da quattro colonne, aveva un decente pavimento in mattoni, il pulpito in legno, grandi campane ma le pareti bisognose di una bella imbiancatura. Ad una così meticolosa descrizione della chiesa non poteva sfuggire la presenza di un organo, per cui è necessario dedurre che esso non era stato ancora costruito. Nella chiesa matrice non c erano neanche le sepolture perché i morti venivano tumulati nella chiesa di 5 Il 27 novembre del 1456, tra le dieci e le undici di sera, si avvertì infatti la prima di una lunga serie di scosse telluriche, molte delle quali di fortissima intensità, che interessarono buona parte dell Abruzzo, senza risparmiare Teramo. È verosimile, anche se non certo, che il terremoto abbia potuto investire anche Castelbasso e quindi far crollare pure la chiesa trecentesca. 6 L ampliamento della chiesa è dimostrato dalla differente tipologia degli elementi costruttivi della parte sinistra e di quella destra dell attuale facciata e dallo spostamento del portale nell attuale collocazione rispetto a quella precedente, deducibile dalla tamponatura presente nella parte destra dell odierna facciata. 7 È il fonte battesimale odierno che don Giandomenico Clemente fece iniziare a scolpire nel Riporta, infatti, il suo nome quale committente e lo stemma di famiglia. 8 Vicino l altare dei Clemente ve ne era un altro malridotto eretto per devozione della casa Orsini de Orsini, quindi nel lato est della chiesa, vicino al fonte battesimale, c era l altare della Concezione della famiglia Paris di Canzano. Sempre nello stesso lato c era infine l altare dell Epifania eretto dalla famiglia Sperandij.

3 Sant Andrea 9, dove il vescovo si recò il 30 giugno, prima di lasciare Castelbasso per andare a Guardia Vomano. Non sappiamo se don Domenicantonio adempì alle prescrizioni di Montesanto di porre rimedio alle carenze rilevate nella chiesa di S. Pietro dal presule nel corso della sua visita pastorale, anche perché il parroco non ne aveva più l obbligo in considerazione della ristabilita autorità dell abate di S. Clemente a Casauria. È certo però che fece in tempo a far rifinire il battistero a forma di calice, posto oggi nella parte destra del presbiterio della chiesa di Castelbasso; infatti il povero prete, quattro anni dopo la visita di Montesanto, precisamente nel 1599, fu ucciso dai fratelli de Angelis e da altri complici non ben identificati. Prese alta vendetta 10 per l assassinio dello zio prete il nipote Ganimede Clemente il quale solo molti anni dopo, precisamente nel 1620 quando aveva cinquant anni, diede esecuzione all ordine di Montesanto di ornare e consolidare l altare di famiglia. Ma più che consolidarlo, preferì sostituire l altare in mattoni con uno in legno policromo abbellito da una pala di autore ignoto che raffigurò Ganimede in basso a sinistra; l altare è lì ancora oggi, addossato alla parete occidentale della chiesa castelbassese. Oltre al donatore vi si riconoscono la Maria Maddalena, S. Francesco e S. Rocco; santo, quest ultimo, di cui i Clemente erano particolarmente devoti e da lunga data, forse per qualche epidemia di peste scampata. Di una chiesetta costruita fuori le mura del castello e dedicata a S. Rocco, difatti, si ha notizia fin dal 1506 quando tal Domenico Clemente la dotò di ben 100 ducati co quali i di lui successori nel 1514 acquistarono tanti beni fondi posseduti e amministrati dai Rettori pro tempore di detta Cappella. 11 Allo zelo di Ganimede Clemente fece riscontro quello del prete B. Paci, castelbassese anche lui, il quale il 24 aprile del 1626 fu autorizzato da G. V. De Vincenzi di Notaresco, vicario generale dell abate di S. Clemente a Vomano 12, a costruire entro le mura di Castelbasso una chiesa dedicata a S. Nicola di Bari, ricevendone anche la cappellania con una dotazione di 200 scudi. Di quella chiesa, utilizzata oggi come fondaco, rimangono, oltre al ricordo nella toponomastica, solo le modanature della facciata visibili nella casa d angolo in p.tta S. Nicola. Ordinamo, e commandiamo à tutte, e singole persone di qualunque Stato, Grado, e condizioni, che siano commoranti, et abitanti in questa Terra, ò che siano Cittadine, ò che siano Forastiere della medesima Era febbraio del 1742 quando il balivo, unico dipendente e quindi factotum dell Università di Castelbasso, il Comune di allora, annunciò che la Regal Mente della Maestà del Ré nostro Signore, che Iddio sempre conservi, benignamente preoccupata del bene dei sudditi, aveva ordinato di formare un nuovo catasto affinché ognuno pagasse le tasse secondo le proprie possibilità e i poveri comunque meno degli altri. Ad onor del vero le buone intenzioni del re non ebbero fortuna, tuttavia il catasto onciario, considerato la base di tutta la moderna tassazione e 9 La chiesa di Sant Andrea versava in pessime condizioni: non aveva pavimento, le pareti erano senza intonaco, le sepolture (nella chiesa si seppellivano i morti di Castelbasso) senza coperchi, i banchi per sedere vecchi e semidistrutti. Anche i due altari erano mal messi: sopra quello maggiore, ma raggruppate sotto una cupola di legno tutta dipinta, vi erano le immagini della Vergine e di altri Santi quasi irriconoscibili per la vecchiezza e il pessimo stato di conservazione. Vi era poi l altare dedicato a S. Tommaso sotto il patronato della famiglia Flaiani. Era in mattoni, piccolo e coperto da una cupola in pietra sostenuta da quattro colonne. 10 Ganimede Clemente ( ) era nipote di don Giandomenico in quanto figlio di suo fratello Vincenzo I Clemente. 11 La chiesetta di S. Rocco esisteva, sebbene crollata, ancora nei primi anni del sec. XIX e apparteneva sempre alla famiglia Clemente. 12 Castelbasso, nel frattempo, era passato sotto la giurisdizione dell Abbazia di S. Clemente a Vomano, che comunque dipendeva sempre da quella di S. Clemente a Casauria.

4 della divisione della proprietà, ha anche il merito di essere una miniera di informazioni sulla vita non solo economica delle Università del Regno di Napoli. Si apprende, quindi, che le Chiese, Cappelle e Beneficij di Castelbasso erano ben diciotto 13 delle quali, però, solo otto erano soggette a tassazione perché i pesi sostenuti dalle altre dieci (celebrazioni di messe, costo delle suppellettili sacre, olio per le lampade, candele, l insegnamento gratis della grammatica a Discepoli del Paese, ecc.) assorbivano le loro rendite. Questo gran numero di enti religiosi implicava la celebrazione di ben 60 feste all anno che all Università di Castelbasso costavano in tasse la bellezza di 115 ducati. Accompagnava tanto slancio devoto un ottavino, piccolo organo costruito probabilmente nel corso del XVII secolo, del quale parlano i restauratori dell organo castelbassese, oggetto del presente volume. Erano anni, quelli a cavallo alla metà del XVIII secolo, in cui un organaro di Atri, tal Adriano Fedri, esercitava alacremente e con successo la sua attività tra il Lazio e l Abruzzo, ivi compresa l attuale provincia di Teramo. E infatti nel 1756 aveva costruito un organo nella chiesa parrocchiale di Fano Adriano, verso la montagna, poi un altro nel 1758 nella chiesa di Morro d Oro, verso il mare; si riaccostò alla montagna nel 1760 quando costruì l organo della chiesa di Basciano. Tanto fervore musicale dovette sollecitare l orgoglio dei Castelbassesi che decisero di affidare alle sapienti mani del Fedri l ampliamento del loro ottavino; operazione che l organaro realizzò nello stesso anno , trasformando il piccolo strumento in positivo da otto piedi con l intervento sul somiere mediante la scalatura dei registri verso il grave, con l aggiunta del principale di otto piedi e con lo spostamento dell ordine di alcuni catenacci. Insomma l ottavino diventò un Fedri a tutti gli effetti, assumendo quindi una nuova identità costruttiva, come meglio è detto in altra parte del presente volume. Non si sa se al tempo qualcuno suonasse l organo ed è scoraggiante immaginarlo muto, anche se proprio così doveva essere. Risulta infatti che la parrocchia di Castelbasso fu vacante tra il 1787 e il 1788 per la morte del parroco don Francesco Remigj (9 luglio 1787) e la chiesa era in stato di grave abbandono tanto che vi si trovavano solo un calice da riconsacrare, il messale romano e nessun paramento utilizzabile. In tanta miseria è difficile credere che qualcuno si preoccupasse di suonare l organo tanto che è più verosimile pensarlo invecchiato per il mancato utilizzo. Forse proprio per questo il 3 maggio del 1791 il parlamento castelbassese decise che era tempo di scomporre, accordare e spolverare l organo ormai muto da anni. Il 19 dello stesso mese, perciò, il magnifico capo reggimento di questa Università Di Giovanni Giuseppe Emidij e D. Emidio Federi della Città d Atri, figlio di Adriano Fedri, sottoscrissero un contratto d appalto della durata di tre anni. Detto contratto prevedeva che don Emidio si recasse a Castelbasso all inizio di giugno per accordare l organo nei primi due anni, mentre nel terzo anno doveva scomporlo, spolverarlo ed accordarlo conforme trovasi attualmente, 13 Ne riportiamo qui di seguito il lungo elenco, anche se è facile presumere che di molte di esse esistevano solo il titolo, le rendite e ovviamente il beneficiario: la chiesa abbaziale di S. Martino, la chiesa di S. Nicola di Bari, la chiesa di S. Rocco, la cappella del Santissimo e del Rosario, la cappella di S. Carlo, la cappella del Carmine, la cappella di S. Mattia, la cappella della Madonna di Loreto, la cappella del Sacro Monte dei Morti, la cappella dell Assunta, la cappella della Concezione, la cappella di S. Nicola da Tolentino, la cappella dell Epifania, la cappella della Madonna degli Angeli, la cappella di S. Giovanni, la cappella di S. Tommaso, la chiesa di S. Maria di Mulano, la chiesa di S. Cipriano. 14 La scoperta del costruttore dell organo castelbassese fu fatta negli anni 70 del secolo scorso, prima che si conoscesse il diario di Don Francesco Saverio Foschi di cui si dirà in seguito, dal dott. Mario Bravi della Direzione Generale delle Antichità e Belle Arti del Ministero della Pubblica Istruzione. Nella scheda di catalogazione degli organi il dott. Bravi annotò, tra le altre notizie tecniche sull organo e oltre una breve nota biografica sul suo costruttore, la scritta rinvenuta all interno della secreta del somiere maestro destro: Adriano Fedri fece nel 1760.

5 e non mangare per qualsiasi causa, con la riserba, però, che esso D. Emidio non sia tenuto in caso di fulmini, o altro accidente, che potesse rovinare l organo sudetto. Il costo convenuto per le operazioni elencate fu di 25 carlini l anno, salvo di spese di vitture d accesso, o recesso, e cibarj per tutto il tempo, che l organaro qui si tratterrà per accordare e ripulire l organo sudetto. Dopo quel triennio di attenzioni l organo di Castelbasso piomba nel silenzio della storia locale. L Università castelbassese, infatti, cessa di esistere nel 1806, quando, in seguito al riordino amministrativo della Repubblica Partenopea operato da Gioacchino Murat, fu unita a quella di Castellalto, diventandone frazione. Non ci fu più, quindi, nessun parlamento che avesse a cuore le cose castelbassesi e men che meno le sorti dell organo. Né miglior fortuna venne a Castelbasso dal fatto che, a seguito della bolla pontificia del 27 giugno 1818, passò dalla disattenta giurisdizione spirituale della diocesi nullìus di S. Clemente a Casauria alla non più di tanto interessata diocesi di Teramo. Erano ormai passati 221 anni da quando il vescovo Montesanto tentò inutilmente di affermare la sua giurisdizione su Castelbasso, ma ne passeranno ancora 8 prima che il vescovo pro tempore di Teramo vi si recasse per la visita pastorale. Finalmente il 18 ottobre 1825 mons. Giuseppe Maria Pezzella si portò a Castelbasso ma, altro che organo!, c era da preoccuparsi soprattutto di riparare al più presto possibile il tetto, le pareti e l altare della chiesa Cosa di cui si era preoccupato già dal 1813 l arciprete don Domenicantonio Ventura il quale aveva chiesto al muratore capomastro patentato Domenico Quintiliani di fare una perizia sui lavori necessari a mettere in sicurezza la chiesa di Castelbasso che minacciava rovina. Il risultato della perizia fu che bisognava rifare per intero il tetto, costruire una scarpa nel lato est della chiesa, muri di contenimento nei lati est e sud, fare nuovamente gli intonaci delle due navate ammalorate dalle infiltrazioni d acqua e ripristinare la pavimentazione in mattoni. Il tutto per una spesa di lire 2.507,84. Uno sproposito per l arciprete di Castelbasso che il 23 giugno 1813 chiese al Comune di Castellalto l autorizzazione a formare un comitato di parrocchiani per la raccolta dei fondi necessari. Il 29 giugno l Amministrazione comunale, premesso di non esservi altro mezzo di risorsa nelle casse comunali, aderì volentieri alla richiesta di don Domenicantonio, premurandosi di suggerire di raccogliersi l elemosina da pii fedeli per più anni, fino tanto che non si giunga alla somma riportata nella perizia. Fu quindi la volta di Mons. Alessandro Berrettini, quello, già citato all inizio, del grido di dolore per la rovina cui andavano incontro i templi sacri. Anch egli, arrivato a Castelbasso l 8 luglio 1836 per la visita pastorale, ordinò di munire il tetto di travi più robuste per evitare che, cedendo, gravassero sulla volta della chiesa parrocchiale. Si preoccupò di dare disposizioni per la ricostruzione della chiesa di S. Andrea, allora già crollata e oggi cancellata senza che ne sia stata lasciata traccia, e di ripristinare la metà caduta del tetto della chiesa di S. Martino, trasformata nel 1984 in casa parrocchiale. Con questi guai, l organo fu non fu di certo nei pensieri di monsignore, tanto che nemmeno lui lo citò nella relazione della visita. Non sappiamo, poi, quanto e se gli ordini di mons. Berrettini influirono sulla raccolta di offerte iniziata dall arciprete Ventura; sta di fatto che solo nel 1856, quando era preposto don Pio De Sanctis, furono completati i lavori previsti dal muratore capomastro patentato Domenico Quintiliani. Ce lo conferma la scritta incisa su un mattone inserito nel muro di rinforzo della parete ovest della chiesa: D. Pius De Sanctis Prepositus curavit restaurationem Non erano passati trent anni, quando nel 1885 il parroco del tempo don Silvestro Di Pietro dette inizio ad una partita a quattro, tornando alla carica ancora per il restauro

6 della chiesa di S. Andrea, la quale più che essere crollata non poteva, e per nuovi interventi nella chiesa parrocchiale di S. Pietro, pericolante. Cosa fosse successo non è dato sapere, visto che i documenti consultati non contengono la descrizione dei lavori. Tuttavia l ammontare della cifra per essi occorrente, pari a ben 3.749,78 lire, dette inizio ad un rimpallo di declino di responsabilità tra la parrocchia di Castelbasso che non aveva rendite sufficienti, il Comune di Castellalto che, appellandosi al fatto che la parrocchia era di regio patronato, si chiamava fuori anche perché le sue finanze erano del tutto insufficienti, la Prefettura di Teramo che sollecitava il Comune a trovare una soluzione e chiedeva nel contempo l intervento del Regio Economato Generale per le Province Napoletane, il quale, anch esso senza fondi, suggeriva di far leva sulla devozione dei fedeli. Il risultato fu che della chiesa di S. Andrea non si preoccupò più nessuno e per la chiesa di S. Pietro dovette pensarci il nuovo parroco. Si chiamava Don Francesco Saverio Foschi e arrivò, originario di Guardia Vomano, a Castelbasso il 26 ottobre del Aveva appena 26 anni per cui si può dire che era un sacerdote novello e come tale pieno di entusiasmo. Al quale dovette attingere a piene mani per dare riparo allo stato di abbandono in cui versava la sua nuova chiesa. Nella mia venuta regnava un grande disordine: la chiesa cadente, senza suppellettili, senza candele affatto, [...] l organo sfasciato, le porte della chiesa si può dire che erano aperte. Insomma la chiesa era un porcile, e non la Domus Dei. Don Foschi lo scrisse nel diario che cominciò a comporre nel 1907, dove comunque non mancò di riepilogare quanto successo fin dal Era suo intento, infatti, lasciare una documentazione che ricordi ai posteri lo stato della chiesa e dei suoi beni per evitare lo smarrimento provato da lui quando, insediatosi nella nuova parrocchia, non trovò nessun documento che potesse attestare qualche cosa. Perché il predecessore don Silvestro Di Pietro, così annotò ancora nel suo diario don Foschi, se aveva dato prova di possedere, oltre alla bontà d animo, [...] un elevatezza ed acume di mente, di sicuro era stato poco o affatto curante dell incremento, della nettezza e del decoro della casa di Dio. Fu giocoforza, dunque, per il nuovo parroco rimboccarsi le maniche. Non stiamo qui a descrivere quanto egli fece per la chiesa di Castelbasso, pur tra incomprensioni con la popolazione, la velata ostilità dei benpensanti locali, le dicerie raccolte dalla stessa Curia teramana, cosa che tanto lo fece soffrire. È qui perciò doveroso dargli atto, e quindi ringraziarlo, che molto di quanto ancora esiste nella chiesa di Castelbasso è stato fatto da lui, sì con le offerte dei fedeli, ma ancor di più con il suo contributo personale. Per rimanere al tema del presente lavoro, ci limitiamo a dire che don Foschi si preoccupò anche dell organo. L organo della nostra Chiesa può dirsi fosse una gran cassa, non sonavano che pochi tasti; era insomma una rivoluzione. Pensai allora di metterlo a nuovo e mi si fu offerto un giovane di Teramo, un tal Vincenzo di Pietro di Teramo, discepolo del Veneziano Bazani. Non era stato accomodato più dal 1760 dappure fatto da un tal Fedri di Aquila: entro al cassone v erano due piccoli mantici impotenti a dare tanto fiato quanto ne serviva: così ne comprai due della Madonna delle Grazie di Teramo per 83. Vi fu restaurata e completata la voce umana come pure vi fu completato il registro del flauto: fu cambiata la registratura, vi fu messa la tastiera nuova (ma usata) come nuova anche la pedaliera. Il somiere fu ripulito per intero: e così per tali accomodi se n andò la bellezza di 200 senza contare l alloggio e il vitto per oltre tre mesi che sarebbe stato di oltre 150. Intanto feci alzare l organo fin dove sta ora oltre cioè un due metri, facendo rimanere per ora la cantoria e spesi per il muratore 5,00, pel manipolo 2,00, per calce e mattoni 6,00. Nel maggio 1906 rincominciai il lavoro: facendo alzare la cantoria e la porta. [ ] Carta per l organo e ciarniere 1,40.

7 Lavori all organo 8,50. Rappezzi al cassone - un Kg. di punte 3,20. Lavoro alla cantoria - n. 7 giornate 31,50. Questo annotò diligentemente don Foschi nel suo diario circa il restauro dell organo. Pur contenendo qualche imprecisione (la provenienza del Fedri) e denotando la mancata conoscenza dell intervento di Emidio Federi del 1791, lo scritto rappresenta un prezioso documento nella storia dell organo castelbassese, e questo può ben essere considerato anche un prezioso regalo dell allora giovane parroco alle future generazioni. Un documento che testimonia anche il modo di lavorare del giovane organaro teramano di Pietro che interveniva nelle opere altrui senza intenti filologici (del resto ai tempi non era ancora maturato il rispetto per la testimonianza del passato), ma con l unico proposito di far suonare lo strumento. Anche se, lo dicono i restauratori d oggi, il suono che veniva fuori dall organo non era certo quello voluto da Adriano Fedri. Fu così che il Di Pietro sostituì anche i mantici voluti dal maestro organaro settecentesco, e alloggiati dentro la cassa armonica, con i due più grandi provenienti da Teramo. Fu necessario, perciò, allargare la cantoria settecentesca che era proporzionata alla larghezza dello strumento ed era delimitata nella facciata da una balaustra costruita a bugnato. Ad essa si aggiunsero, perciò, due specchiature laterali in finto bugnato, contenenti immagini simbolico-devozionali in stile santino. L organo Fedri, rivisto da Di Piero, ha suonato fino agli anni Sessanta del secolo scorso. I bambini facevano a gara per andare a tirare i mantici quando Centino, così veniva chiamato Innocenzo Bellini che lo suonava, saliva la scala a chiocciola della cantoria per poi sedersi davanti alla tastiera e, dopo aver impostato i pochi registri funzionanti, si accompagnava con l organo nella Missa de Angelis e nella messa da Requiem. Poi il Fedri tacque e fu sostituito da un armonium che non durò molto. Le donne continuarono a cantare Mira il tuo popolo e Noi vogliam Dio senza accompagnamento e nelle funzioni serali si spegneva tra le navate della chiesa di Castelbasso il brusio di speranza delle vecchiette: Spappé cciatté scand imbace, ammèn È la versione dialettale della seconda parte del Requiem æternam recitata dai fedeli: Et lux perpetua luceat eis, requiescant in pace. Amen.

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