ARTE: STORIA E CONTEMPORANEITà DAL 2 AL 22 OTTOBRE Prima Edizione SPAZIO CUVART CASTELFRANCO VENETO. CITTà DI CASTELFRANCO VENETO

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1 ARTE: STORIA E CONTEMPORANEITà REGIONE DEL VENETO Prima Edizione SPAZIO CUVART CASTELFRANCO VENETO DAL 2 AL 22 OTTOBRE 2010 CITTà DI CASTELFRANCO VENETO

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5 ARTE: STORIA E CONTEMPORANEITà Prima Edizione CASTELFRANCO VENETO DAL 2 AL 22 OTTOBRE 2010 SPAZIO CUVART Centro di Cultura visiva della Città di Castelfranco Veneto per la valorizzazione dell arte contemporanea

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7 Patrocinio Regione del Veneto Provincia di Treviso Città di Castelfranco Veneto Organizzazione Arteficiolinea, Ponzano V.to (TV) Promozione Accademia Ponzanese Antonino Pizzolon, Ponzano V.to (TV) Collaborazione Alessio Elettrosicurezza - Castelfranco Veneto (TV) Curatore Maurizio Pradella Commissione Artistica Vittorio Badesso Valeria Bedendo Luciano BIASINI Vincenzo CICCARELLO - Presidente Arteficiolinea Larrio EKSON Maria GOMIERATO Marlene Ionesco Vladimiro LOMBARDO Jelena MICIC Pierduilio PIZZOLON Claude-Alain PLANCHON Maurizio PRADELLA - Curatore Renzo Ravagnan Gabriele ROMEO - Presidente Commissione Artistica Selma Schimmel Comunicazione Vincenzo PELLOIA Roberto Zanlorenzi Testi critici Pierduilio PIZZOLON Gabriele Romeo Allestimento Vittorio Badesso Luciano Biasini Vincenzo CICCARELLO Daniele MORETTO Francesco Pradella Matteo Pradella - Responsabile Fabio ZACCHELLO Illuminazione Patrizio Raponi Progetto grafico Maurizio PRADELLA Segreteria Antonietta ZANATTA REGIONE DEL VENETO CITTà DI CASTELFRANCO VENETO linea ACCADEMIA ANTONINO PIZZOLON Castelfranco Veneto Si ringrazia la società Alessio Elettrosicurezza di Castelfranco Veneto per l allestimento in mostra dell impianto di sicurezza e antintrusione. In copertina: Paolo Baratella - Dalla nigredo alla grande opera : Giorgione (particolare)

8 Saluto del presidente di arteficiolinea Arteficiolinea è giunta al decimo anno di presenza nel comune di Castelfranco Veneto e la mostra Arte: storia e contemporaneità vuole essere un occasione per ringraziare la cittadinanza della ricca e proficua collaborazione che ha permesso di realizzare insieme quanto è stato fatto insieme in questo decennio. L idea è stata quella di allestire una mostra collettiva che raccolga alcuni dei protagonisti della pittura italiana degli anni 20 e 30, e contemporaneamente, consenta a dei giovani artisti di presentare i loro lavori, raccogliendo tutte le opere in un unico grande e prestigioso spazio espositivo. La mostra è suddivisa in due sezioni: la prima Maestri, dove espongono ventitrè artisti che hanno rappresentato - ciascuno con il proprio linguaggio ed il proprio messaggio - un punto di riferimento nell arte italiana; la seconda, Contemporanei, raccoglie quarantaquattro pittori che stanno elaborando e rielaborando il loro linguaggio espressivo, per giungere alla maturità artistica. I Maestri: AMBROGIO, BARATELLA, BASAGLIA, BERTINI, BOSCOLO NATTA, CARMI, CELIBERTI, DEL PEZZO, DINETTO, DORAZIO, DOVA, MACCARI, MIGNECO, PERILLI, ROTELLA, SARRI, SASSU, SCHIFANO, STEFANI, TOMEA, TRECCANI, VESPIGNANI, ZOTTI, rappresentano l Italia da nord a sud, da est ad ovest, con opere - alcune inedite - che rendono palpabile la forza del linguaggio pittorico per la loro contemporaneità e pregnanza, sui temi della vita, dell uomo e dei conflitti interiori che esso vive. I Contemporanei: BIZZOTTO, BOMBEN, CARNIO, CECCHIN, CELLANETTI, CENSINI, CIPRIAN,, DE FELIP, D ORAZIO, DOMINICI, DONATI, FLOREANCIG, FUERST, FURLAN, GIRALDO, GRECO, LAI & LASZLO, LIGOTTI, MAGRO, MARINI, MASON, MAZZA, MERAVIGLIA, MILANI, MORELLI, MORO, MUNER, NARDI, PACCAGNELLA, PADOVAN, PAVAN, PELLIZZARI, POVEGLIANO, PRANDO, ROMINO, ROSSETTO, ROSSI, RUSCONI, RUZZENE, SARTORELLI, SCHAAB, TREVISAN, ZAMUNER, ZANATTA, presentano le loro opere con lo spirito e l approccio di chi è alla ricerca continua e costante di un linguaggio globale, che arricchisca la semiotica comunicativa tramite una sintassi distintiva ed efficace. L associazione Arteficiolinea con questa iniziativa ha confermato la sua linea culturale, che vede nelle contaminazioni un mezzo per favorire l evoluzione dell arte. La messa in relazione di storie di ieri e di oggi vuole favorire lo scambio di idee e pensieri, il confronto e il dibattito tra vecchie e nuove generazioni di artisti, sapendo che ciascuno è la storia di tutto ciò che ha incontrato e questo vuole essere un piccolo contributo allo sviluppo della cultura artistica nella Città di Castelfranco Veneto. Vincenzo Ciccarello

9 PREMESSA DEL CURATORE «La cultura, o civiltà, intesa nel suo ampio senso etnografico, è quell insieme complesso che include la conoscenza, le credenze, l arte, la morale, il diritto, il costume e qualsiasi altra capacità e abitudine acquisita dall uomo come membro di una società» (Edward Burnett Tylor, Primitive Culture 1871) Organizzare una manifestazione d arte contemporanea implica impegno, passione, fatica. Questo evento conclusivo per celebrare i 500 anni dalla morte di Giorgione, chiama in rassegna i più importanti artisti dell arte italiana, delle generazioni del primo Novecento, che rientrano nella prima categoria denominata maestri storici, descritta nel presente catalogo con scrupoloso rigore scientifico dal prof. Pierduilio Pizzolon. Mi sono posto l obiettivo di andare oltre una normale mostra, proponendo anche una sezione riservata agli artisti contemporanei attuali, per poter verificare in essi quali sono le tendenze e le nuove visioni di una realtà contemporanea che appare sempre in continuo mutamento, così come emerge nel testo del dott. Gabriele Romeo. Questo evento, per la Città di Castelfranco Veneto, insieme agli altri due (Premio Giorgione e L Arte Italiana Presente ), rappresenta, mi auguro, un momento di riflessione per il pubblico fruitore, nell apprezzare la cultura e degustarla lentamente, come in un oasi di pace. Così, i nostri artisti, stando alle parole ancora attuali di Tylor, descrivono, documentano con i propri occhi il mondo, mostrandocene l evoluzione. Per fruire del senso delle opere, si invitano i visitatori a guardarle attentamente e lentamente: vi si rivelerà un mondo altro, nel quale potrete fare affondare desideri e passioni, dubbi o risposte. Sono contento di essere riuscito a costruire questo progetto con la partecipazione ed il sostegno di collaboratori, artisti, amici e collezionisti. In primis con la promozione e l esperienza maturata nella benemerita Accademia Ponzanese Antonino Pizzolon che ha superato il Ventennale della sua fondazione e che si è recentemente rinnovata con la nuova filiazione dell Associazione Arteficiolinea. Ringrazio, infine, le istituzioni e tutti coloro che mi hanno sostenuto per la realizzazione del presente progetto. Maurizio Pradella

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11 OLTREPASSARE IL TEMPO Considerazioni su consummatio e longevitas di alcuni artisti del Novecento, guardando a GIORGIONE PICASSO, CHI ERA COSTUI? SIAMO TUTTI UN PO PICASSO? Avere nel DNA il gene dell artista significa sentire l urgenza di dire qualcosa al mondo attraverso l arte (Si crede Picasso? F. Bonami, 2010) Come in tutti i secoli della storia dell arte moderna e in molti movimenti o correnti dell arte, dal Cinquecento al Novecento, dagli impressionisti ai futuristi, dal Der Blaue Reiter il cavaliere blu ai nabis, dai preraffaelliti agli iperrealisti e all Outsider art, l universo degli artisti dediti alla pittura e alle arti plastiche e visive ha sempre pullulato, come del resto in tutti i settori del sapere, di geppetti bonariamente confinati nel limbo dei minori, se non anche di inautentici maestri ciarlatani, impastati di accademismo tinto di finta perizia. Credersi Picasso è una sindrome come quella di credersi Napoleone, scrive Francesco Bonami nel suo recentissimo pungente saggio, citato in testa, dallo stile acuto e condito al vetriolo per ogni genere d arte e d artista. Sia chiaro e pacifico quindi che nessuno dei 23 artisti che andrò a visitare appartiene scientemente alla schiera dei temerari o sprovveduti sfidanti di uno dei più significativi artisti di tutta la storia dell arte, semmai lo fanno con ironia o con rare punte di genialità. Ribatte Bonami: Picasso, che artista lo era all ennesima potenza, era un orribile persona, uno che ha rovinato la vita di molte donne innamorate di lui trattandole come pezze da piedi. Ma Picasso, signore non diventato ma nato artista, rimane l artista moderno per definizione, l esempio, il modello che tutti gli artisti vorrebbero imitare, anche se non lo ammettono. Chi dei 23 artisti abbia avuto tale ardire e quanto abbia fruito del suo spregiudicato coraggio, di Picasso intendo dire, nel non porre limiti all immaginazione, lascio ad altri la sentenza. Ecco il perché della citazione in capite di Bonami, che richiama il saluto del Presidente di Arteficiolinea arch. Vincenzo Ciccarello. Il gruppo dei ventitrè pittori di questa serie a seguire, è chiaro che è un puro e fittizio modo per poterli separare dall altra serie descritta dal dr. Gabriele Romeo più omogenea di artisti che tuttora stanno calcando la scena del mondo espositivo italiano, europeo e talora transeuropeo. Costoro che sto tentando di presentare, dio mi perdoni, col minor danno per la loro fama e immagine già fortemente assodate, sono autori come dire storicizzati, quasi come il vino vecchio, ma non antico, archeologico, vino d assaggio, non per beoni incalliti, vino a piccole dosi, ossia per intenditori. La cernita è di un curatore che non pratica o frequenta il piccolo schermo, anche perché spesso questo è proprio piccolo nel senso figurato dell aggettivo. Questo signore di campagna che si chiama Maurizio Pradella, dallo stile di vita molto sobrio e volitivo, però con un fiuto finissimo e direi acuto per le cose dell arte, tali artisti li ha selezionati dal carnet dei suoi preferiti in trent anni e più di illuminata ricerca, alla fine, ora, dimostratasi vincente come spero. La rassegna dei 23 artisti sarà nell ordine alfabetico, il meno compromettente di tutti, e incontrerò i pochi ancor felicemente viventi, non i matusa, ma i saggi, i maestri come si intendeva chiamare una volta, ossia nei decenni appena trascorsi, con ciò intendendo significare i pittori che facevano scuola di pittura, non accademia, o meglio non pura accademia, ma trasmissione viva e personale dei segreti dell arte della Pittura. Come Gianni Ambrogio, al secolo Giovanni Ambroggio, pittore trevigiano di origini calabresi che ama definirsi autodidatta avendo da giovane disertato l Accademia veneziana di cui non condivideva il metodo didattico; pittore che oggi alla sua splendida età di venti lustri superati, inguaribilmente noncurante del tempo che ti ruba le ore e le energie - motus in fine velocior - tiene scuola, allievi, discepoli, atelier oltre al menage coniugale e la famiglia, più tutto quello che con la sua arte non confligge, come l attenzione agli eventi naturali e socio-politici, letture mirate, sguardo al mondo che cammina in rivolta con le antiche norme, apertura e interesse ai problemi attuali dell uomo e del cittadino, insomma di continuo immerso nella realtà con lo sguardo e la mente dei grandi maestri del passato, però ancora più penetranti e consapevoli. Immerso però, non sommerso, sapendo emergere di tanto in tanto come l occhio di un sottomarino a perlustrare l orizzonte e di nuovo sprofondare fra gli abissi della riflessione e della meditazione. Un grande laico dalla religiosità indomabile titanica insaziabile, dall apparenza di un monaco buddista o con la soavità di un olivetano. Non dialoga col fainòmenon bensì col noùmenon, con l essenza delle cose. Ambrogio scandaglia l essere non le sue fattezze esteriori, non gli accadimenti o i fatti ma l arkè che li ha generati. E lì attinge rinnovato splendore pittorico, eterna giovinezza, a mo dei divini olimpici, mi correggo dei semidei. Diventando così una specie di demiurgo, mediatore accorto e addestrato per un dialogo mai interrotto. Lasciatevi catturare anche da questa sua tela qui riprodotta: Modus vivendi Osservate i pochi calibratissimi colori, intellettivi, asettici, le luminescenze dei sottili tratti di disegno, di memoria tintorettesca, il bulbo oculare perforato, la postura della figura e il mistero che la contiene. Non ne rimarrete delusi. Il quadro 100x100 Senza titolo di Vittorio Basaglia, cugino del noto psichiatra Carlo che liberalizzò i manicomi, staglia con eleganza su un fondo grigio-rosa due figure, a mo dei cubisti, una specie di formiconi che si reggono su due zampe posteriori, ma è solo una impressione al primo sguardo. L artista veneziano, allievo all Accademia Brera di Milano di Marino Marini, è pittore e 11

12 scultore a tutto campo e di grande ispirazione. In questa opera, dove sembra prevalere l aspetto compositivo delle figure sul loro cromatismo, Basaglia ci mostra in pieno la sua vocazione scultorea, che sempre coltivò in tutto l arco della sua vita portandola ad analisi coraggiose, dal tormento alla gloria interiore. Grande questo artista, che senza mezzi termini ci riconduce sul finire del millennio, in piena e totale mistificazione delle arti e del pensiero, a venerare una pietra miliare della storia moderna dell arte, al cubismo ( ) di Picasso e Braque, (termine derivato da una recensione del critico parigino Vauxcelles che di fronte a un paesaggio di Braque scrisse tende a ridurre tutto a cubi.. ). E un memento carico di devozione filiale verso i giganti che fondano i movimenti dell arte del Novecento. I grigi-neri delle due figure si librano quasi danzanti stemperati su fondi permeati di luminescenze rosa, azzurre e di biacche. Più che alle monocromie primitive del primo cubismo, Basaglia rivisita qui il cubismo analitico, momento di ricerca (fine 1909) in cui i piani si spezzano e le figure si smembrano. mi ricordano F. Léger, che poi approdò al tubismo, superbamente esaltato dai fini pennelli di Tamara de Lempicka, e lo scultore lituano Jacques Lipchitz, approdato a Paris nell orbita dei cubisti. Il nostro pittore però in questo quadro ci dona un emozione nuova ed è per un verso la cattura dello spazio da bravo scultore e l aspetto segreto dei significati che le due figure possono nascondere. Teseo e il Minotauro o la Danza della Morte? Mito o rito funebre? È il caprone della tragedia greca che spadroneggia sulla stessa morte invitandola a una carambola finale? È il capolavoro dell enigma. Di Paolo Baratella non c è che da stupirsi per questo trittico (2010), che ha da qualche mese composto per onorare il grande Zorzi da Castelfranco, che quest anno celebra il mezzo millennio (1510) di sua dipartita nei campi elisi: un destino avverso lo rapì anzitempo perché come dicevano gli antichi era troppo caro agli dei e forse anche troppo invidiato dai suoi contemporanei. La grande e lodata mostra di questo anniversario e i convegni e studi, che fecero seguito, a lui dedicati con profusione di talenti e di molte energie positive, posso sommessamente dire che, pur tra tanti lodevoli e alti tributi di onore e di amore per l impareggiabile Giorgione, genio veneto e universale della pittura, non hanno eguali in questo omaggio d autore, in questa tela di grandi dimensioni, che percorre con la finezza e la forza mentale e spirituale tipiche di Baratella l intera opera pittorica del giovane e prodigioso maestro castellano. Essa meritava di essere posta ad insegna della copertina di questo catalogo, insieme memoria, rivisitazione iconologia e semantica, spunto ispirativo per nuovi traguardi. Dalla nigredo alla grande opera : Giorgione 270x405, misure da veri teleri veneziani, degni di misurarsi con le pareti dei palazzi in Canal Grande o nelle ville dei patrizi veneti. Pochi sono i pittori viventi capaci di confrontarsi con simili proporzioni. Come sparuti saranno oramai i freschisti di pareti e soffitte di chiese e di pubblici edifici. Sarebbe rivelante e proficuo mettere a confronto le opere che toccano il sacro sia di Ambrogio (esempio ultimo gli affreschi dell oratorio Cappella del Gesù nel parco di casa dr. Carlo Sala a Motta di Livenza, 2006) quanto di Baratella (La storia della salvezza, affresco della Sagrestia del duomo di Ferrara, 2006), questi due isolati ma fecondi artisti, ambedue laici convinti e militanti, ma non laicisti, anzi direi innamorati della grande lunga storia dell arte sacra, artisti che impiegano l anima prima del pennello, riversano il loro sapere nell umiltà della tavolozza, lasciandolo permeare dalle suggestioni e dalla vis emotiva del loro tormentato spirito. Ma tale digressione non mi è concessa per la ristrettezza di spazi. Qui poi non si confonda il sacro con la confessione di fede, né con la religione. Il tema sacro e prima ancora, mitologico, resta sempre tra i preferiti e maggiormente percorsi da tutti i pittori fino a metà Ottocento, con la potente intrusione del Caravaggio di cultura lombardo-veneta che dà la prima scossa alla struttura consacrata del sacro e sposa con segreta noncuranza e talora impudico erotismo il sacro al profano. Così lo vedeva, e me ne parlava, pure Giovanni Testori, drammaturgo e scrittore di eccelse doti. Di Baratella così scrisse a questo proposito l architetto che curò la ricostruzione della Sagrestia distrutta da bombardamenti bellici, Carlo Bassi fra i grandi protagonisti del 68 a Parigi, a Berlino, a Milano, negli anni e nei luoghi del furore giovanile, non è certamente un pittore di arte sacra. L icona segno ricorrente nelle sue lunghe e grandi tele e installazioni si richiama a quel crocefisso di Mathis Grunewald, icona violenta dove si traduce in sintesi tutto il male del mondo a cui sono stati condannati gli uomini. Sono d accordissimo, ma io dò al sacro un accezione più ampia, di pertinenza anche extra e ultra religiosa. Ora non posso esimermi da una breve riflessione sulla famosa pala, che ispira e sovrasta il nostro incontro e questo catalogo che lo descrive. Io non vado mai a Castelfranco senza una veloce visita alla Pala di Giorgione in duomo, anche se devo recarmi in libreria o dal notaio; sento un richiamo che non demorde. Essa è una specie di simulacro che attira e conquista e ti sazia i sensi, tutti. Forse non è un icona taumaturgica per i fedeli cristiani, ma veneranda e ancor più, valde admiranda. Per goderne pienamente il fascino e il mistero che da essa emanano, non è sufficiente essere credenti in Cristo, bisogna aprirsi al divino e al trascendente attraverso l impervio cammino della bellezza, come diceva il teologo Urs von Balthazar. Ideata per vegliare sulle spoglie mortali di un giovane guerriero figlio di un potente signore delle armi, la pala non muove alla preghiera facile, ma accende sopite profondità dello spirito, fa pregare il corpo e di riflesso l anima. L ultima volta, assieme a un prete parigino disquisivo, presenti due turisti stranieri, sul paesaggio dietro il trono della Vergine dalla parte di S. Francesco, che per una mia recente inedita intuizione considero il porto di Messina, città di origine della famiglia Costanzo committente dell opera. L acceso dialogo iconografico non impedì però di lasciarci penetrare qualche attimo dalla dolcezza di quei colori e di quei volti sovrumani. Così è successo per il maestro Baratella. Forse la terra di Lucca, dove ora vive, vicina a certe asprezze della macchia mediterraneatirrenica, innerva alla dolcezza dei colori della terra veneta una severità e una rigidità che trasfigurano le sacre figure in veri simulacri oranti, riempiendole di quella umanità ferita che il magnifico pittore tardoquattrocentesco mai avrebbe immaginato ma forse prefigurato. Il rosso che irrompe in quest opera è rosso animale, sanguigno-venoso, opaco, vicino alla macelleria del set di 12

13 Mel Gibson. Da macchia tetra scura e rappresa si stempera nel mantello sulle ginocchia della Vergine e diviene sottilissima velatura sulle forme scultoree in centroquadro. Servendosi di due colori più il bianco e il nero, Paolo scompone la sacra Conversazione classica e riduce la piramide compositiva a una curva ondulata, che ha il suo vertice a sinistra nella riproduzione quasi fotografica della Madonna in trono con il Bambino, taglia dritto sul collo di un Apollo acefalo che calza sandali romani (le caligae=calzari ), veste una tunica bianca orlata alla greca mentre novello Orfeo suona con la cetra, scende sulla proda rocciosa a lambire un corvo psicopompo intento a forarla per estrarre il verme della vita sepolta e resuscitarla non più in un disegno teleologico della salvezza cristiana, bensì nel sogno laico della soterìa degli gnostici e dei grandi umanisti, bramosi di veder spuntare dal sole cadente il novello salvatore, il giovane filosofo imberbe ormai concupito, seduto sull estremo lato destro del trittico mentre mostra i primitivi strumenti dell architettura mundi, squadra e compasso, simboli che Giorgione dipinge nella famosa fascia del salone Barbarella accanto al duomo di Castelfranco. Qui si adagia la curva della composizione circondando il trasognato efebo di un azzurro saettato di bianco come un aureola divina (richiamo fin troppo chiaro al Veltro dantesco e ancor più lontano al parve puer dell Età dell Oro preconizzata da Virgilio, sul modello esiodeo, nella celeberrima IV ecloga delle Bucoliche. Devo aggiungere che una mattutina conversazione telefonica con l autore ha chiarito ulteriormente la funzione del nero corvo, quella di spostare il macigno tombale e di fare uscire Lazzaro con le bende della sepoltura dalle tenebre infernali al chiarore della resurrezione, topica immagine dei sacerdoti mitraici e poi degli alchimisti, quando disquisivano sull atteso diradamento della tenebra nigredo al sorgere della sospirata albedo. Per Baratella, come per gran parte dei pittori contemporanei, il cielo ha spazio ridotto o addirittura è oblitterato, non sovrasta la natura né le opere degli uomini. La pittura che sta sopra le figure, nella parte superiore del quadro, non le distacca dal fondo che le sostiene, continua a inglobarle, negando loro una luce dall alto, perché la luce semmai proviene dall intelletto e dal cuore degli uomini. È il suo una specie di immanentismo pelagiano, di grande fulgore umanistico e di grande fascino e rischio spirituale. Mi viene in mente il celebre film francese diretto nel 1950 da Jean Delannoy Dieu a bésoin des hommes, che è stato un incarnazione moderna delle tesi di Pelagio, scomodo prete eresiarca (secc. IV/V). Nella parte superiore del trittico si nota il tentativo di una rada luce laterale consumata da una cortina impenetrabile di tenebre. I suoi personaggi sono come astri perduti nel vuoto, belli essenziali tratteggiati con scansione disegnativa decisa e forte. L erma accanto l Apollo si erge come un Davide vittorioso sui volti atterrati dei Golia, vecchi regimi dell universo. Sopra di essa il suo alter ego vincitore della nerezza astrale, nel cui silenzio sopravvive un segno larvale dell idolo incapace di saziare la sete umana. Che c entra Picasso? Questi non sono deliri da megalomene, bensì sono altezze e abissi di un autentico artista, che tenta e non teme la sfida al sommo Picasso. Un altra opera Senza titolo del pisano Gianni Bertini, scomparso a Caen l 8 luglio scorso, ci fa ripiombare nel cuore dell ultima contemporaneità. Anzi paradossalmente l olio su carta intelata risalente al lontano 57 lo si direbbe molto più recente. Ossia è un opera che precede, non che segue e ricorda. Bertini, laureato in matematica sceglie in arte l astrattismo e attraversa diversi stadi di formazione artistica, dal MAC (Movimento per l Arte Concreta) di Milano, al movimento nucleare fondato da Baj, Dova e Crippa nel 1951 sempre a Milano. Bertini porta un arricchimento dentro questo manifesto, approfondendo gli aspetti meccanici che animano le sue composizioni. Visitata la Spagna, si ferma, com era d obbligo, a Parigi, dove fa parte del gruppo Espaces imaginaires, promosso da Pierre Restany. L opera in catalogo appartiene proprio a questo felice periodo del grande artista, che poi attraverserà mezzo mondo lucido e coerente fino ad approdare all arte digitale. Sarei tentato di superare, osservando questo Senza titolo, facili accostamenti alla meccanica e alla geometria. Bertini voleva portare quella larga pennellata nel cuore della ragione e nell intimo dell animo umano, e ci lascia traccia di questo percorso recondito, suggerito dalla brusca interruzione del monolite nero. Che si libera dei suoi involucri esterni mostrando i nervi e le sinapsi che lo attivano e che lo rendono vitale. Inoltre i monoliti sono lambiti da sfumature azzurro-rosaceo, segno della loro trascendenza, di un destino eterno. Con il ciosoto Domenico Boscolo Natta sostiamo in laguna veneta e ci appaghiamo della tensione critica con la grande arte del colorismo veneto, unica al mondo per la vivezza e varianza di cromatismi, tale da distinguersi con caratteristiche personali da pittore a pittore. Mai venuta meno da Tiziano in poi. Anzi da Giorgione, suo giovane maestro, che travalica l impasto delle antiche tempere. Certamente in questo Interno con vaso di fiori e frutta del 98 abbiamo un Boscolo Natta che ha conosciuto l intero arco della pittura del Novecento, dall Espressionismo dell angoscia di V. Van Gogh e di P. Gauguin, a quello più pacato e mediterraneo di H. Matisse, R. Delaunay, Picasso e G. Roualt. Le pennellate hanno lo stile dei pittori del non finito, decise, cariche di energia cromica, spesso in un contrasto che seduce per originalità e coraggio. Perviene a una sintesi di luce attesa e liberata dalle asfissie interne. Il collo del vaso dal verde opaco e il piatto di un bianco innaturale in contrasto col nero catrame del piano d appoggio, accendono la scena donandole una densità spirituale, che forse il grande artista chiozzotto poteva degustare solo nel suo ritiro di campagna, a Piombino Dese, lontano dai bragossi dei pescatori lagunari. C è anche un altro Boscolo Natta, pervenuto stremato a una iniziale defigurazione della materia, come avvenne nel processo di maturazione dell Espressionismo con Francis Bacon. Ma su questo non possiamo soffermarci. Eugenio Carmi con Spiraglio 16 del 1999, quadro ad olio di cristallina purezza, ci dà un piccolo ma sufficiente saggio della sua pittura. Carmi, un padre nobile dell arte del Novecento, discepolo ed emulo di F. Casorati, sceglie l informale versione afrana, i collages, la scultura, la grafica e l illustrazione di opere letterarie. Un lungo cammino in cui diversifica l ispirazione e affina la 13

14 tekne, fino ad eseguire opere elettroniche in piena maturità artistica (Carm-o-matic 1968). Con un vigile senso di artista ricercatore, lo stesso del mitico Apelle di Colofone, figlio di Apollo e ritrattista di Alessandro Magno, o se osiamo anche di Giotto di Bondone che pastorello si peritava di tracciare delle O in cerchio perfetto sui sassi dei pascoli. Carmi è un pittore teoreta, sente l impulso ad approfondire il farsi di un arte astratto-geometrica, instancabile nell analisi della percezione del valori cromatici. Quest opera si rifà alle opere degli Anni Settanta e Ottanta, influenzate per certi versi dal costruttivismo dell astrattista sovietico Lazar Lissitskij, arricchendosi però di colori vitrei delicatissimi assemblati a spettro in un atmosfera equorea e astrale. Come se fossero visti dal foro della camera oscura in alternanza con la luce e la tenebra fitta. Affascinante l affresco su tela del furlano Giorgio Celiberti, Perimetro e sostanza del 1990, con gli inconfondibili cuori rosso carminio e le tipiche nere crocette a X segnagiorno dei lager nazi. Credo che la ricorrenza di questi temi sia in Celiberti così alta, da farne quasi un icona della Shoà ebraica, riconosciuta universalmente dalla California al Giappone. Pur riconducendosi all astrattismo concreto di Braque e Metzinger, si avvicina in seguito a De Kooning. In questo affresco di medie dimensioni il perimetro è rappresentato dalle sbarre, dall incatenamento della ragione e della mente, la quintessenza pulsa sotto le forme dei due cuori, punto vitale turgido e pronto a scoppiare scatenando la libertà interiore dello spirito represso e del corpo graffiato e ferito.cito un breve passaggio critico di Sgarbi: Celiberti è in realtà un figurativo dell anima, e cioè riesce a rappresentare in modo realistico i sentimenti della sua profonda interiorità, qualcosa che si segna sul cuore mentre si segna sul muro. Pittore di memoria e pittore di emozioni. Nei suoi muri graffiati c è anche il recupero dell espressività primitiva. Di Lucio Del Pezzo, napoletano, viene presentato un pannello del 1996 con applicazioni a collage di balsa su campitura acrilica bipartita orizzontalmente e bicolore in grigio chiaro e scuro e incorniciata da fascetta azzurrina. L assemblage Trigon oro rappresenta un cerchio inscritto dentro triangolo sottolineato da una traversa a profilo semicurvo e terminali decussati, rivestita di foglia d oro su bolo. Sottostanno 4 simboli delpezziani in verticale: un seme verde in fase germinale, un cuneo giallo orlato verdolino, una barra o stecca di ghiacciolo rosa pallido arrotondata agli angoli e un arco di cerchio colorato di celeste. Ho provato a descriverli, ma si sa che è sempre aleatorio esporre dettami fissi di fronte un opera di stile neosurrealista e neodadaista. La pittura-oggetto di Del Pezzo si caratterizza anche per il sotteso aspetto ludico e il tono ironico. Nel Trigon non intravedo ironia ma la funzione ludica sì, ossia elementi materiali del gioco infantile che diventano paradigma del gioco della vita, nel tempo e nelle opere dell uomo. L Homo ludens di Huitzinga e l eterno giocattolo nelle mani di un dio ordinatore, che abbandonato l azzardo e superato il caos primordiale, diventa costruttore. Forse l ironia sta proprio nel denunciare la nostra ottusità a non percepire importante e carico di senso lo stato puerile, la semplicità segnica dell espressione infantile. Dunque una lezione psicanalitica diretta a chi vuol diventare adulto, anche e soprattutto rimanendo fanciullo, il puer centum annorum degli antichi romani. Pittore colto e filosofo, l estense Lino Dinetto, un grande maestro con studio a Treviso nel cuore della gioiosa marca, noto per le sue fanciulle, quasi angeli senza ali, ricco di esperienze artistiche che hanno attinto fino a Carrà e Sironi e successivamente al cubismo, è qui presente con una tela del 1989, Donna in verde. Si potrebbe affermare che Dinetto è fondamentalmente un pittore di arte sacra. Tali e tanti sono stati il suo impegno e genio nel dedicarsi ad affrescare chiese e abbazie, da Monte Oliveto a s. Antonio di Padova, da Montevideo alle Storie monastiche Ebbi l occasione di recensire un pannello rappresentante l annuncio di Gabriele a Maria, che volle creare in onore del sommo pontefice Benedetto XVI, ospite a Lorenzago di Cadore. Straordinaria sintesi pittorica permeata da una soavità autentica e racchiusa in uno spazio sacro visitato dallo Spirito. Non credo che ci siano sdoppiamenti in Dinetto. Anche questa giovane donna dal vestito verde, è ascritta alle donne angelicate. Non è però un processo di angelicazione esteriore, quanto una trasformazione tra il magico e il mistico. Tanta iconografia religiosa mostra questi volti trasfigurati. Anche il Rinascimento è testimone di tali modelli, ma sono in-formati dalla pura bellezza corporea con effetti estetici molto elevati. Verranno esaltati o sostituiti dai languori e rapimenti estatici di Bernini e in forma più composta dai volti radiosi di Sebastiano Ricci e dei Tiepolo. Cosa allora ci ispira questo volto straordinario di Dinetto? Il lungo collo riverberato dal verde della veste, la capigliatura elegantissima rinascimentale, da cui pendono anelli d oro e nastri colorati ricadenti sulle spalle, la fanno assomigliare a una dama da corte signorile, ma la sua veste disadorna la riporta alla ragazza veneta ideale, nobilissima nel tratto e semplice nell animo, senza astuzie, pura nel cuore come nell attesa. Una tempera su carta fatta a mano, pure essa Senza titolo, del 1989, ci conduce nel cuore dell astrattismo. È del pittore e architetto romano Piero Dorazio ( ), significativo seguace dell ortodossia astrattista. Conosciuto e stimato in Europa e negli USA, acquistò fama e popolarità. L astrattismo anni 10 / 20 dei pionieri viene rivisitato dopo un sessantennio e riproposto da Dorazio, che lo rende più morbido, pur non distaccandosi dal messaggio chiave originario: ricerca formale/informale, percezione visiva e no figurativo. Si studia la sintassi del linguaggio visivo, fino a semplificare e scomporre radicalmente la forma. Se Dorazio arriva a tale risultato, vuol dire che il processo di scarnificazione ha raggiunto in lui un grado così alto, da fare di quest opera un piccolo capolavoro, che ci calamita verso quella stesura di rosso geranio su cui poggiano fili di lana policromi dipinti, leggeri, aerei, densi di messaggi. Un diario. Un rigo musicale fatato. L artista si è collegato con l uomo e la sua humanitas. Si percepisce e ci emoziona. Particolare stimolo al nostro moderno gusto del colore ci viene dalla Testa tra le foglie, del 1957/ 60, di Gianni Dova, nato a 14

15 Roma ma cresciuto nella Milano di Cardazzo, epicentro e laboratorio europeo della rinascita dell arte. Egli firma il manifesto oltre Guernica e ben tre manifesti dello Spazialismo. Si avvicina inoltre al dadaismo e al surrealismo del tedesco Max Ernst e dal 54 introdusse alcuni elementi figurativi tratti da una natura fantastica, che contribuirono a enfatizzare la dimensione surreale e onirica dei suoi dipinti. Proprio a questa dimensione pare risalire questo favoloso olio su tela. Ha la lucentezza e la cromia degli smalti medievali dove i colori assumevano consistenza ed emanavano riflessi dalla pasta vitrea, composta di sabbie silicee, feldspati e ossidi metallici fusi ad alta temperatura. Smalti a cloisonné, racchiusi su alveoli d argento e oro delimitati, come nella Pala d oro di san Marco. L effetto magico dei colori è lo stesso di questo raffinato dipinto. Il bellissimo naso-becco fulgente d oro e le pseudopiume variopinte a spinapesce sono allineati alle linee che acutizzano il profilo di questa testa e le donano un tono surreale tra la ricercatezza dello stile egizio e l irradiazione di una vetrata gotica. Il senese Mino Maccari, scrittore, editore, giornalista, attraversa l intero secolo con il suo genio satirico e praticando la pittura e l incisione nel tempo libero. La sua presenza nel mondo culturale ed editoriale del regime fascista è molto intensa, scrivendo sulla Stampa di Curzio Malaparte e collaborando a diverse riviste, dal Selvaggio, che dopo il delitto Matteotti lui stesso contribuisce a sganciare dallo squadrismo della prima ora, a Quadrivio, Italia letteraria, fino a Omnibus di Leo Longanesi, al Primato di Bottai, al Mondo di Pannunzio La sua attenzione comunque è più concentrata a seguire costume, lettere e arti, e qui forse esprimerà il meglio di sé. Coltivando sempre la sua vena satirica. Nella sua Figura con cappello del 1959 ci consegna uno sprazzo del suo genio pittorico. Quasi un toscano macchiaiolo, con colori incipriati frequenti nei salotti e nei ridotti di teatro Fin de siècle e negli Anni Trenta. Mi ricorda G. Boldini e G. Ciardi e poi l incarnato da creola di Barbaro. La donna è concentrata nel suo pensiero. Non fa mostra di sé, è consapevole del suo ruolo sociale, il cappello le conferisce una stravaganza contenuta. È un gran bel dipinto, sganciato da correnti e cronologie, brilla di luce propria ed è avvolto da un atmosfera romantica, da passioni e delitto. Quasi non si direbbe sia di mano di un autorevole autore di satira. Con La spannocchiatrice (1955/60) di Giuseppe Migneco, messinese di formazione milanese, uno dei fondatori e membro affermato del gruppo Corrente, ci troviamo in pieno rinnovamento espressionistico, con una particolare influenza che l artista siculo captò dallo stile dei muralisti messicani, vicini al diffuso gusto per il realismo sociale del periodo di ricostruzione italiana postbellica. Splendida lezione picassiana la sua, in cui l umile mondo dei minatori e dei contadini viene esaltato in un disegno nitido e ben costruito. Come in questa contadina assisa in un trono agreste di sacchi di pannocchie arancione, sotto un portico a due archi, tratteggiata con una bicromia povera e terragna, invigorita da sciabolate ruggine e pennellate di biacca in contrasto con i colori bruciati del cielo pomeridiano. L eleganza che traspare dal volto protetto dalla calura mediante uno stretto fazzoletto e da un cappello le conferisce una signorilità superiore al suo rango. È la domina ruris, la signora potnia delle terre e delle campagne. Che magnificamente esprimono anche le forti e possenti fasce muscolari di gambe e braccia, disposte a quadrangolo per contenere e poter scartocciare i frutti benedetti della terra. Più realistico di così si muore. Ma quale incanto di colori e di vis compositiva! Quando a Milano incontrai negli anni 70 il pittore messicano Siqueiros mentre dipingeva un lungo coloratissimo murale all interno della Palazzina Liberty, mi parlò di Migneco, che stimava particolarmente. Correva un filo rosso fra i due artisti. Li accomunava un attaccamento viscerale alle loro terre e al sentimento popolare autentico delle loro genti. Attorno a quei murales Dario Fo mimava e declamava le sue istrioniche cantiche in lombardo medievale, mistero buffo e altre. Achille Perilli, classe 27, Roma, ci appare in catalogo con Spumeggianti fantasie, del 93. La sua polemica col neorealismo lo porta verso un interpretazione della realtà in un contesto simbolico, allusivo, combinando suggestioni e stimoli linguistici. Perviene a un astrattismo caldo, gradevole e rigoroso insieme. Presentato dal fior fiore della critica italiana (Lionello Venturi, Nello Ponente e Umbro Apollonio) partecipa a Congressi e Mostre internazionali della critica d arte e alla Biennale. Colto e raffinato di continuo si immerge nell astrattismo, lasciando che i colori, compito difficilissimo, aiutino l emersione e la strutturazione delle forme. Come in queste fantasie, che è dire poco e anche troppo chiamarle così. Eppure l accostamento e allineamento di quei tasselli o lamine dai colori puri e brillanti rifugge il peso di una qualsiasi forma, quasi la potesse contaminare e squilibrare nel suo libero viaggio nel cosmo. E se preludesse alle piastrine di silicio, che si stanno ordinando e coordinando sotto impulsi a noi ancora ignoti, a reggere i mediadata dell intero universo? Perilli ha preconizzato un codice segnico il cui linguaggio è tuttora indecifrato, ed è per questo che è perfino gratificante soffermarsi su questa sua opera. Con Panorama TV 1992 Mimmo Rotella calabrese di Catanzaro, ci sprofonda ancor più nell astrattismo e in un nuovo metodo di collage e di décollage. Artista stravagante, è conosciuto dai critici come lo strappamanifesti o pittore della carta incollata. Di notte a Roma gira a strappare manifesti pubblicitari e lamiere dalle bacheche comunali. Segneranno le sue scelte future i maestri della Pop art e dell espressionismo astratto americani, che incontra nel 1952, Robert Rauschenberg, Oldenburg e Pollock. Dopo il 1986 realizza le sovrapitture ispirandosi al graffitismo, interviene pittoricamente sui collages. Vi traccia scritte anonime, messaggi d amore e politici. A 73 anni sposa la russa Agarounova, che nel 93 mette alla luce Asya. Poliedrico artista in continua ricerca. In questo splendido décollage riprende l elaborata tecnica degli anni 50 resa ormai quasi trasparente, ombreggiata e scorticata. 15

16 Sembra, per uno sprovveduto, un lavoro da scolaretto o di scenografo in erba per una quinta improvvisata. Niente più. Ma perché un artista che ha attraversato tante correnti d arte, quasi un secolo di storia e di sperimentazioni d ogni tipo, mietendo successi e critiche, insiste a sprecarsi in tecniche così primordiali, quasi prive di colore, ma che al contempo hanno un sapore gnomico antispreco, antieconomico, povero, misero, minimale? Rotella assume su di sé l ansia della ricostruzione del mondo, crede in una palingenesi del creato e come il dio Shiva va raccogliendo le tessere disperse del grande mosaico che egli stesso ha distrutto, le caselline infinite del gigantesco puzzle, i frammenti del disegno primitivo e con essi tenta di suscitare un immagine, un mantra che rievochi un attimo, una scansione, un passaggio sfuggito magari al dio creatore, ma rimasto sepolto nelle pieghe della materia inerte. Non lasciamoci ingannare dalle tecniche e dai titoli. Gli artisti resistono e sopravvivono solo per il seme creativo che inoculano sui loro pennelli sui colori e nelle loro mani plasmatrici. Target 05 del torinese Sergio Sarri del 2004, olio su tela 80x80. Sarri è un neofigurativista di derivazione pop. Si distingue per una fredda nitidezza delle forme, rigidamente chiuse in un mondo alienato. Come in questo dipinto in cui Sarri mostra la sua avversione alla tecnologia che annulla ogni calore e ogni anelito spirituale nell uomo moderno. La tela è tripartita in senso orizzontale. Molti elementi sono descritti e figurati con un certo equilibrio compositivo. In alto campeggia una pseudo incisione su linoleum, quadretto di sironiana memoria: due ciminiere con le chiome di fumo intrecciate sopra le fabbriche. Al fianco una fiamma di fuoco biforcuta rosso-oro, simmetrica all altra fiamma in basso, a sinistra. Nel centro una similcarta da gioco con l uomo in tuta da palombaro da puntare come bersaglio in un tiro a segno. È affiancata dalle saette infuocate, forse emblemi di mostrine di una qualche divisa militare. I segni si complicano ancor più sulla banda inferiore: un settore di goniometro con ingranaggi, che scorre su righello. Nel quadro centrale, semafori rosa, un parcometro. Una iconografia complessa, non descrittiva, ma pregna di significati, non sempre decifrabile senza l intervento diretto dell artista. Avvincente sempre la forza coloristica che nutre le forme pure degli oggetti. Il porto di Savona alla sera 1957, di Aligi Sassu è un olio dal sapore d epoca. L artista è di chiara fama internazionale, ha un lungo curriculum che qui devo omettere. Mi preme solo rilevare che nella sua biografia si riferisce che Sassu studiò Picasso e Diego Velàzquez. Questo riferimento mi permette di introdurmi nella visione di questo paesaggio. In realtà i cieli corruschi del grande maestro spagnolo sembrano qui aver suggerito le pennellate rapide del cielo, della cupa roccia a destra e del mare ricurvo. Vi è qui anche la lezione parigina del 1930/ 35 sulla pittura romantica francese, da Delacroix e Géricault, all impressionismo di V. Van Gogh, del Picasso periodo rosa Inviso al regime fu imprigionato nel carcere di Regina Coeli. Partecipa al gruppo Corrente e scrive nel periodico antifascista. Illustra i Promessi sposi con 58 acquerelli e con 113 tavole la Divina Commedia. Purtroppo la fondazione a lui dedicata, assieme a Helenita Olivares, non è in Italia, bensì a Lugano e conserva ben 356 opere da lui donate. Pregnante è la vibrazione della luce che incontra lo sguardo dello spettatore. C è nell aria un senso di mistero e questo è un dono che solo i grandi artisti riescono donarci. Con la Veduta del 1996, uno smalto con la cornice invasa, Mario Schifano ci appare nel suo inconfondibile modo di pitturare nella distrazione massima, in fuga sempre da gabbie e recinti, come il folle di dio, invasato e inebriato, come i sacerdoti della religione pagana della Grecia e dell antica Roma. Detestato dai puristi e osannato dai libertari. Scampato al mondo degli ossequi e delle sovrastrutture, delle convenzioni e delle somme ipocrisie, merum olocausto in nome di tanti artisti bambini che da sempre ma in particolare nell ultimo secolo e mezzo si sono immolati per aver creduto nella libertà dello spirito. Con astrazione crociana si può amare Schifano senza conoscere la sua vita le sue origini le sue opere le sue vicissitudini, possiamo fingerci dei giapponesi o dei cinesini o dei Kirghisi, turisti in Europa, ignari di ogni storia o profilo biografico, e nonostante sentirci partecipi, assaporare coinvolgerci e trovare complicità in questo artista-bambino che assembla l astuta magia dei colori alle forme senza sagoma e senza contorni, come se un alunno d asilo scarabocchiasse sul quaderno senza l occhio vigile della maestra. Forse il padre, funzionario del Ministero della Cultura, lo aveva introdotto nel Museo etrusco di Valle Giulia, dove lavorava, a Roma. Che siano stati gli affreschi e le sculture etrusche a inoculargli il germe della sregolatezza? O forse il godimento della vita, estremo irrinunciabile bisogno dell uomo sapiens? L accostamento unanime della critica a Andy Warhol, alla cultura pop e all ambiente musicale beat non può occultare la sua figura, unica, come di pochi artisti veraci. Se fosse possibile, non lo so, tenterei di accostarlo per certi versi e gesti al grande Caravaggio, anch egli pittore maledetto come altri dell ultima Modernità. Quando ebbi l occasione di incontrare a Milano l eccentrico signor Warhol, in occasione di una sua mostra in Galleria Brera, non ricordo l anno del fervido decennio Settanta, fui molto impressionato dell apparenza curatissima del personaggio che l artista bene rivestiva, della sua affascinante chioma bianca sulla fronte, della camera fotografica appesa al collo ecc... Abbiamo guardato assieme la foto di Marilyn Monroe da lui ritoccata pittoricamente. Gli ricordai come i nostri fotografi d inizio Novecento facevano come lui nei ritratti delle nostre nonne. Mi rispose really? (davvero?) e sorrise. Per questa Veduta del 96 posso solo dire che la dipinse due anni prima della sua morte a Roma. La Composizione con girasoli del 92 di Ottorino Stefani, trevigiano del Montello, ci godiamo un attimo di paradiso in terra. Vive immerso in una ombrosa collina, vicino all antica Asolo dai cento orizzonti, feudo dell ex regina Cornaro, rifugio del Bembo, di Eleonora Duse e dei Browning. Corte artistica e letteraria unica per un pittore di grande talento e sensibilità artistica. Il richiamo ai grandi del Cinquecento, da Giorgione a Cima, scrive in un presentazione critica Paolo Rizzi, finiva per paralizzare il suo pennello. 16

17 Stefani allora si inventa uno stile suo, inconfondibile. Continua Rizzi: i suoi quadri ritraggono Asolo come se di fronte ad essi si aprisse un velo, lo stesso velo che Giovanni Bellini scostava per mostrare sullo sfondo delle sue celestiali madonne il profumo del paesaggio veneto un apparizione, un incanto virginale questa è la sensazione di fronte ad una pittura di Stefani, che sembra tralasciare la sua ben corroborata saggezza, che dimentica persino Cézanne, che filtra appena i ritmi di Gino Rossi, che vuole sorgere ogni volta ab ovo, stupefatta e fanciulla. Rizzi ha centrato il cuore della pittura del maestro montelliano, dalla quale io sono sempre stato conquistato. Il fine giudizio del critico ben si adatta ai nostri girasoli, dove ogni riferimento naturalistico e realistico è negato e superato, perfino nel vaso celeste e nelle strelitzie apicali. Con Senza titolo del 1955/ 60, un piccolo olio su tela del cadorino Fiorenzo Tomea, apriamo un varco nel surrealismo. Nel suo viaggio con Sassu a Parigi nel 34, incontrò gli impressionisti Cézanne, Van Gogh e J. Ensor. La sua è una pittura essenzialmente lirica, nei paesaggi cadorini anche elegiaca, attraversata tuttavia da una vena grottesco-surreale. E questo olio (Senza titolo ) ne è chiaro esempio. La doppia linea frastagliata del mare unita al cielo turchino si unisce magicamente con un arenile violastrovinaccia, profondo e deserto: è già un dipinto di gran classe, cui si aggiunge un elemento estraneo, funereo o stregonesco, i sette moccoli di candele spente. Di bianca paraffina con finto piede di cera fusa e stoppino nero. Un vento del mattino ha spento la loro fiamma, soffocando la parola e l ardente desiderio. Altare votivo marino per riti orgiastici notturni o per memorie sepolte di vittime belliche, riposo di un eros mattutino stremato o litorale della rimembranza di uno sbarco inatteso? Mar Egeo, approdi omerici, Ostia, Normandia, Lampedusa o coste del nostro Meridione assalite dalle carrette del mare e dagli ultimi yachts sotratti ai distratti vip mediterranei? È sorprendente navigare nelle pieghe del surreale. La Testa di Ernesto Treccani risale al lontano periodo ed è un olio su tela di piccole dimensioni. Ma ha tutta la forza e il fascino per far bella mostra di sé nel carnet del grande maestro milanese, scomparso l anno scorso a 89 anni. Figlio del senatore Giovanni Treccani degli Alfieri, fondatore dell Istituto Enciclopedico omonimo, fece parte delle avanguardie artistiche che militavano nell antifascismo. A 18 anni, nel 38, con l aiuto del padre fonda la rivista Vita Giovanile che si trasformerà in Corrente di Vita Giovanile e alla fine in CORRENTE, cui aderirono gran parte degli artisti allora operanti (Guttuso, Morlotti, Migneco, Birolli, Sassu, Cerchi). Nel dopoguerra entra nella redazione del Il 45, dove scrivono Vittorini, de Micheli e De Grada, quindi aderisce al gruppo Pittura ( Ajmone, Chighine, Francese, Testori). La sua, come del resto si rileva in questa testa di donna, è una pittura veloce ed essenziale al limite dell astrazione. Volto affilato, cavallino, con pochi tratti ma sufficienti a suggerirci l animo e la natura misteriosa della donna. Un occhio allineato e l altro un po di traverso, capigliatura rossiccia, classe, fascion o carattere? La Veduta marina con barche del 55/ 60 di Renzo Vespignani, pittore intellettuale romano di ispirazione realista, incisore e illustratore di capolavori letterari, è un piccolo bellissimo saggio della sua prodigiosa e molteplice creatività artistica. Due barche approdate in una rada immaginaria sullo sfondo di una tundra siberiana innevata. Il disegno molto espressionistico forte e calcato, deciso e perfetto nell impostare le curve delle due povere imbarcazioni, che forse vedeva sul Tevere, rappresentano un approdo ideale, solitario e lontano dai rumori del mondo, in un attesa senza limiti. È un incontro felice tra espressionismo e simbolismo. Vespignani fondò la rivista Città aperta sui problemi dell aggregazione urbana. La sua opera trattò il tema delle periferie, che egli rappresentò con linguaggio intriso di pietà e di sentimento umano privo di folklore di maniera. Come ben disse Pasolini: Vespignani ha davanti a sé il mondo popolare come oggetto di pura denuncia o di dolorosa descrizione i luoghi dove il proletariato lavora, soffre, ha le sue disperate allegrie, i suoi tremendi grigiori, le sue tristezze senza fondo: riprodurlo significa necessariamente giungere a una contaminazione stilistica. Carmelo Zotti, triestino di nascita, veneto di adozione, maestro di pittura dal 1967 al 90 nell Accademia delle Belle arti di Venezia, è presente in mostra con Figura e piante, del 1998, un olio su tela 100x80. Un universo intimo di figure caratterizzate da sagome più che da figure umane. Qualcuno parla di ossessione nelle opere zottiane. In questo olio mi sembra presente più il senso dell enigma che dell ossessione. Edipo che interpella la Sfinge o l Androgino con il Palmizio parlante o l Agave sempiterna e immarcescibile, cui ruba il flusso dell eterna giovinezza? I corpi distesi ai suoi piedi, sono le sirene atterrate, urlanti e precanti, ma non ci sono padiglioni uditivi per le loro grida. Pierduilio Pizzolon 17

18 18

19 OPERE MAESTRI STORICI 19

20 Gianni AMBROGIO (Treviso, 1928) Modus vivendi, 2008, tecnica mista su carta impannellata, 100x120 cm. (Collezione privata) 20

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