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1 Domenica La DOMENICA 27 FEBBRAIO 2005 di Repubblica il racconto Sotto la diga delle Tre Gole FEDERICO RAMPINI i luoghi Persepoli, specchio del cielo PIETRO CITATI Vivere senza smog L inquinamento avvelena l aria del mondo, il clima è ammalato: costruire un futuro più pulito è la nuova sfida dei governi. C è un isola nel mar Baltico che ha trovato la ricetta vincente. Siamo andati a scoprirla La vecchia petroliera continua ad attraccare al solito molo del porto nuovo, a ridosso delle mura medievali della città. Ma fra un viaggio e l altro della Gunnfjaun, adesso, passa ogni volta un po di tempo in più. Il mondo ha una sete inesauribile di petrolio. Ovunque, tranne qui, al centro del Mar Baltico: l Isola del Domani, di petrolio, ha sempre meno bisogno. Goeran Bylund, funzionario dell Agenzia per l Energia di Gotland, sfoglia con orgoglio i dati dei registri della capitaneria di porto: «Ogni anno dice le importazioni di petrolio diminuiscono». A qualche centinaio di metri dal molo, sulle rovine della poderosa cattedrale gotica, c è un velo di neve. Nella precoce sera baltica, la brezza che spira dal mare sulla piazza è gelida. Ma dai comignoli delle case intorno, non esce un filo di fumo. I tre quarti delle case della città si riscalda con un sistema centralizzato, alimentato dai trucioli di legno delle segherie e dai rifiuti agricoli. In tutta l isola di Gotland (60mila abitanti per 100 chilometri di lunghezza) su 14mila famiglie, MAURIZIO RICCI VISBY (Svezia) elenca Bylund, solo continuano a riscaldarsi con il gasolio: il resto provvede con l elettricità o con biocarburanti come i trucioli. Nell Isola del Domani, lo smog è storia di ieri. Èil primo capitolo dell utopia che il comune di Visby e il resto dell isola di Gotland hanno cominciato a disegnare dieci anni fa. Le utopie si fondano su impegni morali e quello messo ai voti e approvato nel 1995 è più di una scommessa. Basta con lo smog, basta con l effetto serra, basta con i discorsi senza conseguenze, recita quella dichiarazione. «Nel giro di una generazione, ci impegnamo a fare di Gotland un isola che funziona con le energie alternative»: mai più una goccia di petrolio. Nel giro di una generazione significa nel 2025, fra vent anni. I primi dieci sono passati mettendo nell utopia abbastanza zavorra concreta da tenerla con i piedi per terra. «Abbiamo imparato dice Bertil Klintbom, l ingegnere capo del Comune che l ecologia, piuttosto che una serie di ricette già pronte, è anzitutto un modo di pensare. Si tratta di guardarsi attorno: oggi i trucioli, domani l acqua del mare». (segue nella pagina successiva) Servizi di LESTER BROWN, ANTONIO CIANCIULLO, BARRY COMMONER, FRANCESCO MERLO, JEREMY RIFKIN ILLUSTRAZIONE TOMEK OLBINSKI/ CORBIS spettacoli Battisti e il meglio di Sanremo EDMONDO BERSELLI e GINO CASTALDO le tendenze Le dive adesso fanno la maglia NATALIA ASPESI l incontro Lady Nokia: ora mi riprendo la vita CINZIA SASSO

2 24 LA DOMENICA DI REPUBBLICA DOMENICA 27 FEBBRAIO 2005 la copertina Futuro senza smog Gotland, tremila chilometri quadrati e sessantamila abitanti al centro del mar Baltico tra Svezia ed Estonia, dieci anni fa ha ideato un piano: farla finita con i combustibili fossili entro il Siamo andati a vedere come, grazie al vento, al sole e all acqua del mare, la scommessa sta diventando vincente La guerra al petrolio nell Isola di Utopia MAURIZIO RICCI (segue dalla copertina) Anche a 27 metri di profondità, l acqua del Baltico, d inverno, è proprio fredda. «Ma è sopra lo zero, questo conta» spiega Klintbom, sprofondato in una poltrona inondata dalla luce di mezzogiorno, che filtra attraverso le grandi vetrate della nuova libreria dell università. «Basta che sia a 3, 4 gradi. Noi la prendiamo e usiamo quel piccolo differenziale termico, moltiplicato da una pompa, per riscaldare tutto questo edificio della libreria». D estate, il sistema funziona al contrario, per fare fresco. La pompa? Alimentata dai pannelli solari sul tetto. «E siamo pronti per applicare lo stesso sistema agli altri edifici pubblici, a cominciare dagli ospedali». Sperando, domani, di arrivare nelle case. Tuttavia, l acqua del mare, magari, porterà lontano, ma sia Klintbom che Bylund sanno che non è accumulando un piccolo progetto dopo l altro che l utopia può decollare. Il riscaldamento, del resto, è solo un pezzo, e nemmeno il più importante, del menu dell energia. Lasciamo da parte, per un momento, auto, camion e autobus che, da soli, rappresentano un quarto della domanda di energia dell isola. Per il resto, il cuore del problema è l elettricità. E qui, Gotland ha una carta decisiva da giocare: l utopia dell Isola del Domani viaggia sulle ali del vento. Come i mulini a vento di una volta, le turbine di oggi sfruttano il movimento delle pale per generare energia che, anziché macinare il grano, viene utilizzata per generare elettricità. Sono in molti, nel mondo, in Germania, in Danimarca, in Nord America, a puntare sul vento come energia «pulita», ma nessuno lo ha fatto con tanta decisione come Gotland: il vento, nel Baltico, non manca quasi mai e Nasudden, nel sud dell isola, è la più grande installazione al mondo di energia dal vento. Nessuno ne sta ricavando di più. Il 20 per cento dell elettricità di Gotland è fornita dalle turbine di Nasudden e dalle altre sparse sulle coste. I permessi di Stoccolma In realtà, i padri fondatori dell utopia dell Isola del Domani erano stati più ottimisti. Nella marcia di avvicinamento al 2025, l obiettivo che, cinque anni fa, era stato posto per il 2005 era un 40 per cento di elettricità fornito dal vento. Da due anni, però, non si parla più di scadenze. Hanno scoperto che costa troppo? Non funziona come previsto? No, gli ostacoli non sono economici e neanche tecnici. «L ostacolo è politico» indica Klintbom. Burocrate in lotta con altri burocrati, l ingegnere capo allarga le braccia: «Aspettiamo i permessi da Stoccolma». La verità, tuttavia, è più sottilmente politica. «Ci sono delle proteste» ammette Helena Andersson, che si occupa dell agenzia per lo sviluppo sostenibile dell isola. «Dicono che fanno rumore e che sono brutte, rovinano il paesaggio: questa è un isola che vive di turismo. A protestare non sono in tanti, ma fanno molto chiasso». Per capire le proteste dei nemici dell utopia, bisogna arrivare fino a Nasudden, ad una settantina di chilometri da Visby, fino ad una serie di baie incorniciate dal mare. Oggi c è neve nell aria e le FOTO CORBIS IN VOLO SUL VERDE Una veduta aerea dell isola di Gotland, tra Svezia ed Estonia. Sopra, la spiaggia svedese che di qui al 2025 potrebbe trasformarsi nel lido più ecologico del mondo anatre dal ciuffo nero punteggiano l acqua bassa vicino riva, galleggiando in silenzio. L unico rumore è il fruscio delle turbine, ma faccio fatica a sentirlo. Sembrano raffiche di vento in una via stretta: probabilmente, quando la brezza è più forte annega anche quel fruscio. Mi basta allontanarmi di qualche centinaio di metri per non sentire più nulla. Ma non è un bello spettacolo. Nell aria velata dalla neve, le turbine muovono lentamente le pale a dieci-venti metri dalla campagna come bianchi spettri lattiginosi, sopra cespugli, alberi, fattorie. Riesco a contarne quasi un centinaio, ma sembrano moltiplicarsi all infinito, dovunque ti volti ce n è una decina, sopraffacendo ogni idea di panorama. Come se i bambini di un gigante, alla fine di una festa, avessero lasciato le loro trottole su tutto il pavimento e non si riuscisse più a capire il disegno sul tappeto. Gli svedesi chiamano queste installazioni «parchi dell arte del vento». Gli americani, «fattorie del vento». Hanno ragione gli americani: le turbine sono sparse per il paesaggio come mucche al pascolo, solo che sono molto più ingombranti. L ostacolo paesaggistico, tuttavia, non sembra scoraggiare gli uomini dell utopia. Il buon senso scandinavo ne assicura il radicamento popolare. In mezzo alle maestose turbine bianche di Nasudden è possibile scorgere più di un traliccio casereccio, su cui il contadino locale ha sistemato delle pale per farsi l elettricità gratis. E l esempio si replica nelle campagne dell isola. L Isola del Domani, anzi, è piena di entusiasti, convinti che l utopia si traduca nel bilancio quotidiano. Non lontano da Nasudden, Jonny Gustafsson, trasformatosi da turista in residente, ha preso una vecchia stalla e, a forza di pannelli solari e di turbine a vento messe insieme nel cortile, l ha resa completamente autosufficiente per luce e riscaldamento. Poco a nord di Visby, Per Gatz si è messo in testa di dimostrare che la vera casa del futuro è quella di duecento anni fa. Materiale base? Le balle di paglia. All interno di una normale gabbia di cemento, Gatz, invece di mattoni, mette balle di paglia compressa, che poi stucca, all interno e all esterno. Balle di paglia nel cemento delle fondamenta. Un doppio strato di balle di paglia, coperto di terra ed erba, come tetto, su cui poggiano i pannelli solari per l energia. «Non c è isolante migliore della paglia» assicura Gatz. Soprattutto, anche nel cuore della socialdemocrazia scandinava, l utopia di Gotland non è una pianificazione che scende dall alto. La municipalità fornisce i progetti tecnici, cura gli aspetti amministrativi e burocratici, ma l utopia del vento ha un motore privato. Le turbine sono proprietà di società private, spesso cooperative. «Almeno duemila famiglie spiega Helena Andersson hanno azioni delle società proprietarie delle turbine». In pratica, il per cento della popolazione ha un interesse economico nell utopia. Questo tipo di pressione popolare ha finito per conquistare anche chi, dall ecologia, ha tutto da perdere. Il miraggio dell isola «pulita» diventa, infatti, più

3 DOMENICA 27 FEBBRAIO 2005 LA DOMENICA DI REPUBBLICA 25 EOLICO È l Unione europea a conservare la leadership del settore con il 72% del totale globale: sono quasi 40mila i megawatt installati nel mondo, oltre 28mila nei paesi della Ue. Al di fuori dell Europa, i paesi con la maggiore diffusione di questa tecnologia sono gli Stati Uniti e l India FOTOVOLTAICO Nel settore fotovoltaico spiccano due grandi mercati: quello giapponese (che copre la metà del totale) e quello tedesco. Seguono gli Usa con il 12,8%, in crescita Australia e Asia. L Italia è al settimo posto, ma rallenta: ci sono 750 posti di lavoro contro i 16mila del Giappone FOTO CORBIS Prigionieri del clima la nuova Apocalisse difficile, se avete, come Gotland, sulle spalle la terza fabbrica di cemento d Europa, che consuma un terzo dell energia dell isola, scarica nell aria anidride solforosa, ha trovato, come mezzo più economico per sostentare i suoi processi quello di bruciare pneumatici, ma, in fin dei conti, con i suoi 250 posti di lavoro, assicura la sopravvivenza di un intera cittadina. Cementa, tuttavia, come si chiama la fabbrica, fa la sua parte. «Collaborano con impegno» assicura Helena Andersson. Le emissioni di anidride solforosa sono state tagliate del 90 per cento, la bruciatura dei pneumatici avviene a ciclo chiuso e la fabbrica ricicla l eccesso di calore nelle sue lavorazioni, così da essere in grado di soddisfare, autonomamente, un terzo del suo bisogno di energia. Strategia del vento Ecco perché Bertil Klintbom, Helena Andersson, Goeran Bylund pensano che il rallentamento di questi mesi sia solo temporaneo e che la marcia verso il 2025 possa riprendere presto, a pieno ritmo. «Abbiamo già identificato una serie di siti isolati, dove piazzare le turbine» dice Bylund. «In più di un caso in mare aperto. Le installazioni off shore sono più costose di quelle a terra, ma più efficienti. Cercheremo di metterle dove non danno troppo fastidio ai pesci, ma sa come sono i pescatori: non vogliono dirci dove vanno a pescare». Il risultato, comunque, dovrebbe essere un raddoppio della produzione di elettricità grazie al vento, raggiungendo, dunque, la soglia del 40 per cento del totale. «E a quel punto dice Klintbom cominceranno i problemi». La strategia del vento, infatti, rischia di essere vittima del proprio successo. «Oltre il 40 per cento spiega Klintbom produrremo troppa elettricità per una rete costruita pensando solo a riceverla. Saremo costretti a spegnere le turbine in eccesso». Naturalmente, Gotland potrebbe esportarla, ma, per farlo, avrebbe bisogno di un collegamento con la terraferma che, oggi, non c è. Nell attesa, tuttavia, c è un idea che a Klintbom piacerebbe molto di più. Niente soddisfa di più un ambientalista che prendere due piccioni (ecologici) con una fava sola. E l energia eolica in eccesso potrebbe consentire di affrontare anche il problema più intrattabile dell isola senza petrolio: i trasporti. «La risposta è l idrogeno» indica, non sorprendentemente, Klintbom. Gotland aveva pensato di dotarsi di una flotta di autobus a celle di combustibile, producendo l idrogeno grazie ai pannelli solari. «Con metri quadri di pannelli, avevamo calcolato di poter garantire 200 chilometri di traffico-bus al giorno». Il progetto, finanziato dall Unione europea, era portato avanti insieme all università di Cambridge. E parecchie imprese si erano fatte avanti. «Anche la Volvo» dice Klintbom. Ma una serie di intoppi burocratici (a Cambridge) lo hanno fatto saltare e, insieme, sono spariti i fondi di Bruxelles per 5 milioni di euro. Ma non tutto il male viene per nuocere, sostiene Klintbom. «E se noi usassimo l elettricità in eccesso dalle turbine per produrre idrogeno? Il cerchio si chiude». Anche con le turbine a tutta forza, il 2025, forse, è troppo vicino per l era dell idrogeno. Ma, nell Isola del Domani, l utopia l hanno presa sul serio. E, come è noto, le utopie si coniugano al futuro. FRANCESCO MERLO L a nuova Apocalisse è il clima, la certezza angosciosa che stiamo tutti lavorando per consegnarci alla zanzara. Quale che sia il disorientato orientamento di ciascuno, nel clima risplende, infatti, il disagio esistenziale di ogni consapevole cittadino del mondo. Abbiamo l ossessione di trasformare questo nostro vecchio mondo nel paradiso caldo e umido dell ingordo anopheles, perché il clima è il Dio bestemmiato che in Marx era la comunità, in Leopardi la finitezza del vivere, in Kierkegaard la coscienza infelice. Il clima è la sicurezza sottosopra che siamo i compagni di strada di un astuto imperialismo zanzaresco e che presto diventeremo, umanità estenuata, il nutrimento immobile dei ditteri culicidi succhiasangue, perché nell idea-clima c è il nuovo valore testimone della razionalità o dell irrazionalità della Storia. Sul clima si scrivono più libri che sulla libertà e si ispirano più film che sull amore. Si vergano protocolli internazionali sull arroventamento del pianeta e sull avvento dell estate eterna perché il clima è il disagio del nostro tempo, imprendibile come fu la nausea di Sartre, aggregante come fu l odio di classe, terzomondista come le utopie dannate di Fanon e Lumumba, antiamericano come De Gaulle, anticomunista perché pone limiti allo sviluppo, anticapitalista ça va sans dire. Ma il clima, l idea-clima è anche letteratura ed è fantasia. E, infatti, a tutti noi sembra quasi di vedere e persino, ad ogni calura estiva, di sentire l irrespirabile desolazione della Terra inaridita, soggiogata da insetti che, dopo essersi spolpata l umanità, cominceranno a mangiarsi tra di loro. Però il clima, come tutte le utopie e tutte le follie, alimenta anche la libertà dello spirito. E infatti ci spiegano che, per effetto paradosso, l arrivo del caldo ci farà morire di freddo e quindi grandi scienziati e profetici sceneggiatori offrono visioni algide, prevedono glaciazioni altrettanto apocalittiche, con i pinguini alla Casa Bianca e le stalattiti nelle moschee del Cairo. E talora ci assegnano un mondo di pioggia senza fine, ma c è anche chi scommette che su quello stesso mondo non pioverà mai più. C è pure chi prevede un insieme di siccità e di alluvioni, l Apocalisse come instabilità, gli umani ridotti a vagabondi impauriti, zingari sempre bagnati e sempre arrostiti, geloni che coabitano con ustioni, deserti di sabbia dentro ghiacciai perenni, pesci che nuotano sui rami degli alberi, piante di terra radicate in cielo, uccelli rettili ma anche dolori piacevoli e acque che disidratano. Il clima, così, è la Natura contro la Storia, ma è anche un dolore individuale, un reumatismo e un luogo comune («una volta c erano le mezze stagioni, signora mia!»). Ed è storicizzabile come tutti i preconcetti; legittima aggregazioni culturali; fonda protocolli e alimenta ideologie; è infinito come le grandi controversie sull esistenza di Dio; è il malessere dello stare al mondo; surroga la sfera fideistico-religiosa. Ed è politica perché il disagio della maggioranza è sempre imputabile a qualcuno che si comporta male, alla globalizzazione, al mercato, agli Stati. Si addossa la colpa agli uomini moderni. Molti se la prendono con se stessi e con tutti gli Occidentali che, facendo industria della Natura, sarebbero gli utili idioti al servizio ora della zanzara ora del pinguino. In tanti si è convinti che davvero ci sarebbe sempre bel tempo se l industria fosse naturale, se non ci fossero operai ma solo contadini, se non ci fossero capitalisti ma solo artigiani; se, insomma, per parlare come i Sapienti di Storia, non ci fosse l età moderna e contemporanea ma ci fosse quella medievale, o giù di lì. Perciò molti giurano e dimostrano, per scienza e per fede, che il profitto è anidride carbonica e che dunque solo colpendo il profitto (il plusvalore espropriato, d antan), e abolendo il modo di produzione industriale la terra non subirebbe gli oltraggi del clima, come in un modello fantascientifico di società fisiocratica. È una passione nostalgica e poetica, come quella di Lucrezio che rimpiangeva «il tempo nel quale la furia del mare non fracassava le navi e i passeggeri contro gli scogli perché si ignorava l arte nefasta della navigazione». Se non navigate il mare, non subirete certo naufragi. Ma contro questa presunzione antropocentrica del clima, altri scienziati, altrettanto autorevoli, ritengono che i cambiamenti climatici notevoli, quelli preoccupanti ed epocali, sono al di là della responsabilità e della capacità dell uomo. C è una storia del clima che racconta i codici della natura e quell imprevedibilità che, diceva il matematico Poincaré, «ci fa trovare del tutto naturale pregare per la pioggia o per il bel tempo, ma del tutto ridicolo chiedere con una preghiera un eclisse». La storia del clima è la storia dell inadeguatezza dell uomo nell Universo. Noi sappiamo che il clima cambia, che le glaciazioni, piccole e grandi, si sono verificate prima dell avvento del modo di produzione industriale, che l eccentricità dell orbita ellittica della Terra non può essere causata dalle bombolette spray. È vero che i cambiamenti del clima, i grandi cataclismi, i terremoti e le inondazioni cambiano la storia degli uomini. Ma nessuno può dimostrare con la stessa evidenza che la storia degli uomini cambia il clima, determina la congiunzione degli astri e i grandi disastri, le tempeste di pietre, i tornado, gli uragani, i cicloni, lo scirocco, i maremoti, la peste, la malaria. Paradossalmente, nonostante le denunce morali, sarebbe meglio, sarebbe una fortuna per tutti trovare in questa terra e negli uomini l agente trasformatore del clima. Fosse davvero colpa del capitalismo, converrebbe a tutti diventare ecocompagni, tranne ovviamente alla zanzara e al pinguino. Il capitalismo si può aggiustare, qualificare, riformare; si può persino abbattere e sostituire con i campi scout o con una infinita scampagnata fuori porta. Abbiamo però il sospetto che anche fuori dal capitalismo nessuno mai dominerà o solo indovinerà come, dove, quando e cosa pioverà sulle nostre teste. L utopia non sopporta la durezza delle cose, si colloca fuori dalla realtà, non ha nessun valore reale. Thomas More costruì la sua Utopia(1516) sull osservazione che le capre avevano superato di numero gli abitanti; prima o poi la caprinità avrebbe soppiantato l umanità. Nel Cinquecento la modernità era l ecologia sovvertita dall avidità, dall eccesso di produzione della lana e dall incremento ovino con l espulsione dalle terre dei contadini. La modernità era allevare le capre per tosarle, e non curarsi dei contadini sradicati e abbandonati al vagabondaggio. Per More dunque il futuro era delle capre. Così per i nostri Thomas More del clima, il futuro è delle zanzare. E tuttavia l orrore meteorologico stimola la creatività, la prossima Apocalisse della tecnologia produce tecnologia. Immaginiamo, infatti, e persino costruiamo, come è accaduto a Montreal, città sotterranee, alimentate da aria condizionata, bolle ermetiche e traslucide dove gli uomini si evolvono in superuomini come nel film Zardoz, immortali finché rimangono lì dentro, nell isola dello sviluppo, ma dove l arrivo di uno sterminatore barbaro con il volto di Sean Connery, un vecchio uomo come noi, che viene dal mondo delle slavine e delle valanghe, farà ripartire la storia. Alla fine, dunque, il clima è anche la vecchia voglia di cambiare il mondo, magari coltivando la fertile illusione di trovare l energia che non sporca, il modello anoressico del consumo senza rifiuto, della vita senza scarti, mangiare ma non digerire, sì alla bocca e no allo sfintere, eolomobili a vela, aerei a remi, eliorazzi diurni, riscaldamento a fiato, con l industria relegata nei musei, nella galleria degli orrori, tra i sacrifici umani degli Aztechi e i campi di concentramento nazisti. Il clima è la nuova frontiera del ribellarsi è giusto, ma è anche il pessimismo storico, la natura matrigna, la consapevolezza della fragilità dell uomo. Per ciò, è solo all inizio la già enorme letteratura sulla tirannia del clima, o sull anarchia del clima o sulla incontrollabilità del clima. Sui disastri, sulle cavallette, sui topi della peste, sul caldo e sul freddo del futuro si possono costruire politiche apocalittiche o ciniche, stati d accusa contro questa o quella classe, il clima può diventare il gioco irresponsabile e pericoloso dei paesi ricchi e industrializzati ma può anche regredire a castigo divino, a diluvio universale, come lo tsunami che punisce l empietà occidentale dei tanga e delle feste pagane sulla spiaggia, l onda purificatrice che sommerge Bacco, tabacco e Venere. Sharon Stone che, oltre alle belle gambe, fa mostra di una bella testa ha sostenuto su Vanity Fair che, inviando lo tsunami, Dio ha voluto ricordarci: «Il capo sono io». Il Dio della Stone non ha la barba, è laico, è un capo di cui nessuno può venire a capo, è il clima. Non solo per galanteria, anche su questo siamo d accordo con la Stone.

4 26 LA DOMENICA DI REPUBBLICA DOMENICA 27 FEBBRAIO 2005 la copertina Futuro senza smog Scorte in esaurimento, costi crescenti, clima malato: troppe ragioni spingono per una svolta netta nella produzione dell energia che manda avanti il pianeta. Giappone e Germania hanno fiutato l affare e sono all avanguardia per brevetti e capacità industriale. L Italia rischia di andare fuori mercato Vento e sole, il motore di domani L comprende 10 chili di pe- ANTONIO CIANCIULLO ROMA americano medio fa una dieta pesante. Il suo pasto energetico quotidiano Oggi un americano in media consuma ogni giorno 10 chili di petrolio, 6 di carbone, 6 di metano. Nei prossimi vent anni si gioca la partita cruciale: cambiare o far saltare il sistema trolio, 6 di carbone, 6 di metano: un menu a rischio di colesterolo fulminante per l atmosfera, costretta a ingurgitare in pochi decenni una quantità di carbonio che aveva impiegato centinaia di milioni di anni ad accumularsi nelle viscere della Terra. Il nostro obeso energetico sa di essere un consumatore vorace e compulsivo e ogni tanto annuncia l intenzione di adottare un regime alimentare più sano, ma decenni di promesse non mantenute, a partire da quelle dello shock petrolifero degli anni Settanta, hanno generato in molti la convinzione che si possa andare avanti così a tempo indefinito. Eppure questa volta non è più possibile continuare a peccare e a pentirsi di aver peccato. La battaglia si gioca tutta nei prossimi 20 anni; entro un paio di decenni il nuovo modello energetico dovrà essere messo a punto perché tre spinte concentriche rendono inevitabile un cambiamento radicale. La prima è l aumento dei consumi trainato dalla crescita di paesi come la Cina e l India, che stanno per superare i big dell inquinamento: non c è abbastanza petrolio a buon prezzo per saziare una fame del genere. La seconda è la corsa verso il picco di produzione del greggio giunta alle ultime battute: quando la metà delle riserve si saranno trasformate in fumo, i prezzi cominceranno a impennarsi in maniera non sostenibile. La terza pressione è data dall inquinamento prodotto bruciando petrolio e carbone: l incremento dell effetto serra minaccia di far saltare il clima che conosciamo. Per tutte queste ragioni, se il Novecento è stato il secolo dei combustibili fossili, il Duemila non potrà più esserlo. Basta prendere i dati più ufficiali, quelli della Iea (International Energy Agency) per convincersi che, in assenza di correttivi, il debutto del nuovo millennio sarà da incubo. Al 2030 si prevede un aumento delle emissioni di anidride carbonica del 70 per cento. Per la prima volta però la stessa Iea formula uno scenario alternativo radicalmente divergente: puntando sul rilancio delle fonti rinnovabili e sull efficienza energetica trainata dall innovazione tecnologica, l aumento delle emissioni si riduce del 16 per cento. Ma è credibile questa correzione di rotta o si tratta dell ennesimo esercizio virtuoso destinato a restare sulla carta? Vantaggi economici «Èsempre difficile prevedere in astratto se una promessa verrà mantenuta: meglio guardare a quello che sta succedendo oggi», risponde Gianni Silvestrini, direttore del Kyoto Club, il cartello delle industrie italiane ambientalmente impegnate. «Alcuni paesi tirano la volata del nuovo sistema energetico e stanno acquisendo posizioni dominanti che si trasformeranno in un vantaggio economico crescente a danno di chi fino all ultimo momento resta abbarbicato al fronte perdente. La vicenda, su scala enormemente più grande, somiglia a quella delle marmitte catalitiche: l Italia è stata a lungo alla finestra lasciandosi sfuggire brevetti e opportunità commerciali, finché la Germania è entrata in gioco e ha fatto il pieno». Dai dati contenuti nel dossier del Kyoto Club, risulta che la corsa verso l energia del ventunesimo secolo è saldamente guidata da due paesi: Giappone e Germania. Tokyo ha puntato tutte le sue carte sull abbinata solare e idrogeno. Nel 2004 ha realizzato 70mila case fotovoltaiche arrivando a quota 250mila (in Italia il programma 10mila tetti fotovoltaici si è fermato prima di arrivare a metà) e portando il totale del fotovoltaico installato sopra quota 1000 megawatt, l equivalente di una robusta centrale convenzionale. Una performance straordinaria ottenuta con incentivi estremamente modesti: il contributo per il fotovoltaico è sceso al 12 per cento. La percentuale è ridicola rispetto al 65 per cento che, sulla carta, dovrebbe rilanciare il settore in Italia. Ma mentre mille cavilli bloccano le rinnovabili nostrane, in Giappone un incentivo inferiore a uno sconto natalizio basta perché il sistema è affidabile: l energia che la singola casa produce nel- Ora bisogna entrare nell era dell idrogeno FOTO A.G.F. La turbina eolica che ci salverà Entro il 2060, secondo uno scenario di crescita elaborato dalla Shell, la metà dell energia verrà dalle fonti rinnovabili 50% Tra il 1994 e il 2004, l incremento dell eolico nel mondo è stato del 50% più alto di quello del nucleare nello stesso periodo JEREMY RIFKIN L entrata in vigore del protocollo di Kyoto è una pietra miliare nella storia dell umanità. Per la prima volta in assoluto la grande maggioranza degli uomini si sono uniti con l impegno di proteggere il delicato equilibrio della Terra e far fronte alla più grave crisi che sia mai intervenuta in oltre duecentomila anni dacché l Homo Sapiens è sulla Terra: il riscaldamento globale. Ma questo è solo un piccolo passo: ora noi dovremo mobilitare le risorse e i talenti per affrontare il problema del riscaldamento globale, con l obiettivo di garantire la transizione dall era del petrolio a quella di un economia verde, non inquinante, basata sull idrogeno. Sono stato molto lieto, pochi giorni fa, di inaugurare a Sorrento uno dei primi progetti di celle a combustibile alimentate a idrogeno, nell ambito dell Hydrogencities Lighthouse Programme. Mi auguro che migliaia di altri progetti di produzione energetica da idrogeno come quelli delle città di Sorrento e di Orvieto siano inaugurati nei prossimi anni. Provate a immaginare: con il moltiplicarsi di celle a combustibile alimentate ad idrogeno come quelle che illumineranno il Chiostro di San Francesco a Sorrento, con la progressiva introduzione di automobili alimentate a idrogeno, con l idrogeno prodotto da fonti energetiche rinnovabili, tutte le piccole città alla fine potranno raggiungere la loro indipendenza energetica. Alcuni benefici saranno evidenti già prima: nell arco di cinque - dieci anni, a seconda di quanto velocemente si opererà la transizione all energia rinnovabile e all economia a idrogeno, le città saranno più verdi. I cittadini produrranno elettricità a casa propria dall energia solare e dall acqua, migliorando la qualità dell aria, dell acqua, della flora, preservando la biodiversità che consente loro di rivendicare le tradizioni gastronomiche famose nel mondo. Questo sostanziale miglioramento della qualità della vita è l essenza stessa del Sogno Europeo, mentre gli Stati Uniti rischiano di rimanere indietro per la scarsa lungimiranza della loro amministrazione. (Traduzione di Anna Bissanti) LESTER BROWN L Europa è esemplare per lo sviluppo dell energia eolica. Sebbene le sue riserve eoliche siano modeste se paragonate a quelle degli Stati Uniti, il Vecchio Continente sta procedendo molto più velocemente per imbrigliarle e sfruttarle. Tra sedici anni, secondo le proiezioni, l elettricità generata dall energia eolica dovrebbe essere in grado di coprire le necessità della metà degli europei. Oltre a quelle su terra, l Europa sta altresì sfruttando le proprie risorse eoliche off shore: una valutazione del potenziale off shore europeo effettuata nel 2004 dal gruppo di consulenza per l energia eolica Garrad Hassan ha concluso che se i governi si adopereranno con maggior impegno per sfruttare le loro ingenti risorse eoliche off shore, il vento potrebbe di fatto soddisfare tutte le necessità elettriche degli europei entro lo stesso La capacità mondiale di produzione di energia eolica, che cresce ad un ritmo superiore al 30 per cento annuo, è balzata da meno di megawatt del 1995 ai megawatt del 2003, un aumento pari a otto volte circa.

5 DOMENICA 27 FEBBRAIO 2005 LA DOMENICA DI REPUBBLICA 27 BIOMASSE In Europa il 51% dell energia primaria prodotta da fonti rinnovabili viene dalla legna, il cui uso ha avuto un grande progresso negli ultimi 10 anni. Se la Francia è il paese leader del settore, la Germania ha però avuto la crescita maggiore: +70% dal 1999 EFFICIENZA Una parte importante dell energia del futuro verrà dall aumento di efficienza: un frigorifero di nuova generazione permette, grazie ai risparmi sulla bolletta, di ripagare in 4 anni l extra costo; le lampade compatte fluorescenti consumano 5 volte meno e durano 7 volte più delle altre le ore di punta viene immessa in rete e pagata secondo il prezzo di vendita, non quello di produzione. In altre parole per ogni chilowattora prodotto se ne può consumare gratuitamente un altro. Grazie a questo quadro di certezze, ormai una nuova casa su quattro installa un impianto fotovoltaico e Tokyo vuole arrivare a megawatt entro il 2010: un obiettivo ambientalista ma anche estremamente conveniente visto che le industrie giapponesi controllano già più della metà del mercato globale del settore. Inoltre con la Prius, promossa nel 1997, lo stesso anno in cui è stato firmato il protocollo di Kyoto, la Toyota ha fatto un altro passo verso la scalata al vertice del mercato dell auto. Il motore ibrido di questa macchina, bollato come un giocattolo costoso otto anni fa, si sta rivelando un buon affare, capace di ampliare i margini di espansione della casa giapponese anche nel mercato americano e di sfondare in California. Il principale concorrente del Giappone, la Germania, ha scelto una strategia diversa, un approccio a tutto campo. Berlino ha giocato una prima fiche sul fotovoltaico che l anno scorso gli ha fruttato 300 megawatt e un giro d affari da un miliardo di euro; poi ha fatto una seconda scommessa sul solare termico producendo 800mila metri quadri l anno dei pannelli che danno acqua calda. E infine ha conquistato la leadership mondiale dell eolico. «Già oggi il vento in Germania vale un sesto del nucleare e la crescita è velocissima», continua Silvestrini. «Del resto a livello globale nel decennio l incremento dell eolico è stato, in termini assoluti, del 50 per cento più alto di quello del nucleare: il vento sta assumendo il ruolo che ha avuto l idroelettrico all inizio del Novecento». Ma Berlino non si accontenta di eccellere nel duo solare-eolico. La new entry del suo pacchetto energetico sono i biocombustibili, cioè i carburanti che vengono dal mondo vegetale e dunque trasferiscono nella combustione l energia presa dal sole. Anche in questo caso il contrasto con l Italia, già staccata di dodici lunghezze sul solare, non potrebbe essere più netto. L industria nazionale aveva raggiunto il terzo posto in Europa perché aveva avuto fiducia e investito superando quota 200mila tonnellate? Merita una bacchettata: nell ultima Finanziaria il tetto di biocombustibili defiscalizzati è stato portato da 300mila a 200mila tonnellate. In altre parole le industrie più avanzate sono state punite lasciando una parte dei carburanti ecologici senza incentivi. A tutto profitto di Berlino che ha completamente eliminato il limite sulla defiscalizzazione puntando a un forte allargamento del mercato: una scelta strategica che mira a fare dell energia il mercato alternativo di un agricoltura che fatica a reggere la concorrenza dei paesi extraeuropei. Anche in questo caso, con una politica agricola europea che sta spostando sempre più gli incentivi verso il settore energetico, creare industria vuol dire prenotarsi il mercato del futuro. Infine la manovra avvolgente tedesca si chiude con un programma di aumento di efficienza energetica del 50 per cento in 30 anni: stesse prestazioni per consumi dimezzati. Il che vuol dire spingere l acceleratore della ricerca sul fronte degli elettrodomestici (un frigorifero super efficiente permette di ripagare in quattro anni l extra costo), sui trasporti, sull illuminazione (le lampade compatte fluorescenti consumano 5 volte meno e durano 7 volte più delle altre), sui materiali di coibentazione delle case. Il modello Bolzano Sarebbe comunque sbagliato pensare che l Italia resti immobile di fronte a questa sfida. Nonostante l assenza di una regia nazionale capace di dare prospettiva alle imprese, il sistema industriale mantiene una discreta efficienza (è l unico ad avere abbassato le emissioni in linea con il protocollo di Kyoto) e gli enti locali cominciano a muoversi. Lazio, Toscana e Campania hanno deciso di rendere obbligatoria l installazione di pannelli solari sulle nuove case. Le Marche hanno varato un piano energetico che elimina le grandi centrali e assicura la crescita dell offerta solo grazie a un pacchetto formato da efficienza, rinnovabili e mini cogenerazione. E Bolzano, che vanta 300 metri quadrati di pannelli solari contro la media italiana di 8 per mille abitanti, dà la linea sul fronte domestico. «In Alto Adige hanno varato una normativa che offre all industria locale la possibilità di competere con la Germania», osserva Giuseppe Onufrio, direttore del centro studi Issi. «Invece al ministero delle Attività produttive si sta mettendo a punto uno standard di consumi energetici della casa che fotografa l esistente senza introdurre alcun miglioramento: un nuovo edificio in Italia sarà autorizzato a consumare il per cento di energia in più rispetto a un edificio tedesco o austriaco». Nella grande partita del clima la vera incognita restano i paesi di nuova industrializzazione. L impatto del boom cinese sull ambiente e sui prezzi delle materie prime è stato devastante, ma a Shanghai ormai devono estrarre a sorte i numeri delle targhe perché non c è più posto per le auto. Pechino potrebbe essere tentata di saltare il percorso classico in due tempi, inquinamento e disinquinamento, sposando uno sviluppo basato sull efficienza. Sarebbe un colpo d acceleratore formidabile per il nuovo mercato energetico. FOTO IMAGOECONOMICA In confronto, l utilizzo di gas naturale, che guida la classifica dei combustibili fossili, ha avuto un tasso di crescita annuale che ha superato il 2 per cento, seguito dal petrolio con meno del 2 per cento e dal carbone con meno dell uno per cento. La capacità di produrre energia dal nucleare è cresciuta del 2 per cento. L industria moderna di sfruttamento dell energia eolica nacque in California agli inizi degli anni 80, ma nell adozione di questa nuova promettente tecnologia gli Stati Uniti sono stati distanziati dall Europa. La Germania ha sorpassato gli Stati Uniti nel 1997: in Europa è il paese con la massima capacità di produzione di energia eolica, pari a megawatt. La piccola Danimarca, che inaugurò l era dell utilizzo dell energia eolica in Europa, ormai ricava il 20 per cento del proprio fabbisogno di elettricità dal vento ed è il paese leader nella produzione ed esportazione di turbine eoliche. (Copyright W. W. Norton&Company, brano tratto da Outgrowing the Earth... ) Traduzione di Anna Bissanti Ridiamo alla natura la sua ricchezza BARRY COMMONER L a soluzione del problema energetico è a portata di mano: bisogna utilizzare le fonti attivate dal sole. L eolico è già oggi competitivo e continua a crescere a buon ritmo; e così anche il solare termico, quello che viene utilizzato per fornire direttamente il calore alle case per gli usi sanitari. Per il fotovoltaico, che in prospettiva rappresenta la più interessante delle fonti pulite, basterebbe in realtà un atto di volontà politica. Se ad esempio il governo degli Stati Uniti ordinasse la quantità di pannelli fotovoltaici necessaria a soddisfare anche soltanto le sue esigenze dirette, questa decisione costituirebbe un volano capace di far raggiungere il livello della competitività ai prezzi di produzione che già da decenni sono in forte calo. E a quel punto si aprirebbe anche il mercato di paesi in via di sviluppo, dove molte zone sono prive di rete elettrica e l uso delle fonti rinnovabili rappresenta una grande speranza. Finora il percorso verso il nuovo sistema energetico non è stato sufficientemente rapido perché le resistenze sono state molto forti. Credo però che le spinte al cambiamento diventeranno sempre più decise perché la preoccupazione per il global warming cresce di giorno in giorno. Per capire il perché basta vedere quello che sta già succedendo: negli Stati Uniti il record dei tornado viene battuto costantemente anno dopo anno e gli eventi meteorologici estremi aumentano ovunque. I disastri continuano ad accumularsi e la crescita dell effetto serra potrebbe portare da un momento all altro a fenomeni ancora più drammatici di quelli che già stiamo vivendo. Gli esseri umani hanno spezzato il cerchio della vita spinti da un organizzazione sociale che è stata progettata per «conquistare» la natura. Il risultato ultimo è la crisi ambientale, una crisi che minaccia di farci precipitare in un mondo invivibile: per sopravvivere dobbiamo imparare a restituire alla natura la ricchezza che le chiediamo in prestito. Dobbiamo chiudere il cerchio tornando a utilizzare l energia del sole invece di accanirci nello sfruttamento dell ultimo pozzo di petrolio. FOTO CORBIS GLI IMPIANTI Gli impianti con turbine a vento sono l alternativa più valida ai combustibili fossili per produrre energia Germania, Spagna e Danimarca sono oggi i maggiori produttori di energia eolica: insieme coprono l 84% della potenza eolica della Ue 10mld di euro In termini di investimenti, i due settori dell eolico e del fotovoltaico superano ormai i 10 miliardi di euro l anno su scala mondiale 250mila Nel 2004 il Giappone è arrivato a quota 250mila case fotovoltaiche, con 70mila realizzate solo nel corso dell ultimo anno FOTO ZEFA

6 28 LA DOMENICA DI REPUBBLICA DOMENICA 27 FEBBRAIO 2005 il racconto Progetti titanici Quattro giorni di barca, tra canyon e paesaggi che sembrano dipinti dagli antichi acquarellisti, per arrivare alla Madre di tutte le dighe. Alta come la Tour Eiffel, lunga due miglia, crea sullo Yangtze un lago lungo come la Milano-Roma e produrrà più energia di dieci centrali nucleari. Ma ha fatto nascere la prima contestazione verde nella Cina comunista Sotto la diga delle Tre Gole FEDERICO RAMPINI N Sullo YANGTZE onostante la vegetazione fitta abbarbicata alle due pareti scoscese sui bordi del fiume, siamo avvolti in un silenzio spettrale, anormale. Non un canto di uccello. «È come se loro sapessero quello che sta per succedere dice la mia guida Zhou Zhigang perché in effetti sono scomparsi già da tempo. Gli uccelli, le scimmie, tutti gli animali che popolavano queste valli sono fuggiti. Dove saranno andati?». Abbiamo lasciato il vaporetto al porticciolo di Dachang, solo una barca piccola può portarci fino sul Daning, affluente dello Yangtze. Siamo nelle Tre Gole Minori, un angolo di natura ancora selvaggia nel centro della Cina. Scivoliamo sull acqua che qui è miracolosamente verde, in mezzo a rocce ripide, strani picchi a forma di funghi, un canyon rivestito di boschi lussureggianti. Lo spettacolo ricorda l Ardeche o le Gorges du Tarn nel Massiccio Centrale francese. Altrove la montagna scopre un bel colore rosso, ti regala la sensazione irreale di essere finito in mezzo alle Dolomiti allagate. Caverne di stalattiti appaiono all improvviso dietro una sinuosità del fiume. Qualche nuvola si infila tra le cime strette e compone i paesaggi incantati degli antichi acquarellisti cinesi. I villaggi sulle rive sono primitivi, case di pietra e fango e paglia ma con qualche tocco di eleganza: per tradizione i tetti di tegole nere hanno grondaie scolpite a forma di testa di drago. Duecento metri sopra di noi una sorgente diventa cascata e si getta a precipizio sul fiume. Chissà come, lassù al suo fianco sta Un intera regione è stata sconvolta: due milioni di abitanti spostati, 150 città grandi e piccole e 1300 villaggi inghiottiti dalle acque, 8000 siti archeologici distrutti IL FIUME Nella foto qui sotto una panoramica della Gola Qutang, la prima delle tre attraversate dal fiume Yangtze: è lunga solo otto chilometri ma dal punto di vista paesaggistico è la più bella. Nella pagina accanto: una baracca-ristorante lungo le rive appollaiato un tempio buddhista col tetto a pagoda: opera d arte e di sbalorditiva audacia. Sopra ciascun villaggio vediamo apparire dei cartelloni voltati verso noi naviganti. Indicano sempre gli stessi due numeri. Un anno, il 2005, e un altitudine, 156 metri. È la data in cui l acqua arriverà fin là, molto più in alto delle case. È l anno prestabilito per la loro morte. Anche loro spariranno inghiottite sotto l acqua. Nelle Tre Gole Minori oggi restano da evacuare abitanti. Altri non hanno voluto aspettare fino all ultimo e sono già partiti. Sono piccoli numeri in confronto ai due milioni di persone spostate negli ultimi otto anni dalle valli vicine, in questa regione inondata e sconvolta dalla più immane opera di ingegneria mai realizzata dall uomo, la diga delle Tre Gole. Ma qualche lacrima merita di essere versata anche per questi ultimi sfrattati, poveri discendenti di una civiltà millenaria; per i templi della dinastia Song sepolti in queste foreste dal 300 dopo Cristo; per la storia segreta dei Ba, il misterioso popolo di aborigeni che dal 1600 avanti Cristo vissero di commercio del sale e votarono sacrifici umani ai loro dei. Ancora pochi anni fa queste gole apparivano molto più alte, la roccia era all asciutto fino in fondo, il corso d acqua era così magro che lunghi tratti del Daning non erano quasi navigabili. Perciò un lavoro per gli uomini di qui era tirare con le funi le barche dei mercanti e viaggiatori diretti allo Yangtze. Adesso che finalmente si naviga, l acqua che sale caccia la gente e i suoi mestieri antichi. «In queste zone un rito ancestrale dice Zhou esigeva che le spose piangessero il giorno del matrimonio, e quelle piangevano di disperazione sincera, perché le gole sono così impervie e irraggiungibili che non sarebbero mai più tornate a vedere le loro famiglie». Vuole mettermi in guardia: non idealizzare il passato, che era fatto di miseria e sofferenza. Il presente lo ritroviamo invece non appena tornati al vaporetto, che ci riporta sulle acque più ampie, ma nere di liquame fetido degli scarichi industriali e fognari: sua maestà lo Yangtze. Il suo vero nome è Chang Jiang, che vuol dire fiume lungo, e il maggiore fiume cinese è anche una leggenda, un condensato di storia, geografia ed economia della più grande nazione del mondo. Nasce in paradiso, a metri di altitudine sul monte Tangula in Tibet, percorre chilometri, trasporta 900 miliardi di tonnellate d acqua all anno, fertilizza due milioni di chilometri quadrati di pianure, attraversa undici province abitate da 400 milioni di persone, inghiotte gli scarichi industriali della città più popolosa e inquinata del pianeta Chongqing, 30 milioni di abitanti schiacciati a ridosso dei monti in un inferno dantesco di altiforni e ciminiere prima di gettarsi nel Mar Cinese Orientale vicino a Shanghai. Piene devastanti Simbolo di fecondità, padrone del destino dei contadini dall alba dell umanità, depositario di potere e di prosperità, per secoli lo Yangtze ha trasportato mercanti di riso tè e oppio sulle loro giunche e sampan, prima di assistere alle incursioni delle cannoniere americane o giapponesi. Ha sterminato popolazioni con le sue piene devastanti. È stato il teatro della più celebre nuotata politica della storia, la traversata di Mao Zedong immortalata nel 1956 nei documentari in bianco e nero. Fu scoperto dal turismo colto occidentale alla fine dell Ottocento, quando l inglese Archibald John Little scrisse il primo diario di viaggio intitolato Attraverso le Gole dello Yangtze. Il romanziere Somerset Maugham vi navigò per miglia nell inverno del 1919 per consegnare le sue impressioni in Su uno schermo cinese. Da allora è diventato anche un fiumeculto per i viaggiatori, con il business delle crociere. Lussuose e deludenti quelle per gli stranieri, da quando lo smog industriale e le alterazioni climatiche nascondono le cime dei monti in una foschia tenace. Più avventurosa la traversata sulle navi per turisti cinesi: la sveglia da caserma urlata negli altoparlanti alle cinque del mattino, le latrine alla turca (in prima classe), il fetore onnipresente della zuppa di cavolo, i camerieri che lavano le stoviglie e cuociono il riso nell acqua del fiume. Ma il turismo conta poco, oggi lo Yangtze è soprattutto l arteria centrale del boom economico della nuova superpotenza mondiale. L autostrada fluviale che trasporta navi all anno, superpetroliere comprese. La più grande fogna a cielo aperto del pianeta, principale fonte d inquinamento dell intero Oceano Pacifico. Ed è il teatro della più formidabile, inquietante sfida mai lanciata dall uomo alla natura: la Diga. La raggiungiamo dopo quattro giorni di navigazione nelle Tre Gole, quando le valli improvvisamente si allargano a Xiling e il mostro invade l orizzonte a perdita d occhio. Alta come la torre Eiffel, lunga due miglia, è arduo fotografarla e perfino vederla tutta, per le sue dimensioni inconcepibili e anche a causa della nebbia permanente che ha sollevato. L umidità si ficca in gola, eserciti di zanzare ci si appiccicano addosso. «Il clima è cambiato dice Zhou viviamo immersi tutto l anno nelle nuvole create da questo immenso serbatoio». Più che un lago è un mare, lungo quanto l autostrada Milano-Roma, fabbricato dagli uomini e dallo Yangtze nel cuore della Cina per realizzare un sogno titanico. Lo trattiene la madre di tutte le dighe mondiali, due volte più grande di Assuan in Egitto, cinque volte la Hoover Dam americana. È la Grande Muraglia del XXI secolo. Con le sue 26 turbine produce l energia idroelettrica equivalente a dieci centrali nucleari e tutto il paesaggio attorno è ridisegnato dalla sete di energia: dalla diga partono selve di tralicci ad alta tensione, fasci di cavi si incro-

7 DOMENICA 27 FEBBRAIO 2005 LA DOMENICA DI REPUBBLICA 29 FOTO CORBIS/CONTRASTO ciano e si sovrappongono come dei cavalcavia autostradali, invadono le montagne, allungano i tentacoli verso le grandi pianure e in direzione del delta, giù giù fino a illuminare Shanghai perché i suoi cantieri edili possano innalzare grattacieli anche di notte. Il mare artificiale che preme contro la diga sommerge la nuova Atlantide cinese: nella sua implacabile avanzata programmata dagli ingegneri l acqua ha inghiottito in sei anni 13 città da cinquanta-centomila abitanti, 140 cittadine più piccole, villaggi, siti archeologici, un mondo di templi pagode e tombe. Il cantiere della modernizzazione ha braccato e disperso una fauna più antica di noi: gru e leopardi, alligatori e storioni. Il raro delfino d acqua dolce durante millenni di evoluzione si era adattato alle acque fangose dello Yangtze, diventando semi-cieco ma sviluppando un udito più sofisticato del sonar: sparisce anche lui, sfiancato dalle acque tossiche e dallo shock acustico dei motori di vascelli da diecimila tonnellate che risalgono dall oceano attraverso le nuove chiuse. Quest opera temeraria ha avuto tra le sue conseguenze collaterali la nascita del primo movimento verde nella Cina comunista. Tra i suoi pionieri, spesso eroici per i rischi che affrontano, ci sono due donne. Dai Qing, ex-cronista del Guangming Daily, scoprì i rischi per l ambiente negli anni Ottanta seguendo per il suo giornale i dibattiti tra gli scienziati sull impatto della futura diga. Nel 1989 raccolse gli allarmi degli esperti in un libro, Yangtze! Yangtze!: fu messo al bando dalla censura e le valse dieci mesi in prigione. Ma nel 1992, quando l allora primo ministro Li Peng volle un pronunciamento formale del Congresso di Pechino per avviare la fase preliminare del cantiere delle Tre Gole, a sorpresa un terzo dei deputati gli votò contro. Un dissenso eccezionale per un Assemblea solitamente obbediente e passiva. Da quel momento il potere è stato costretto a dedicare più attenzione ai problemi dell ambiente, fino a tollerare di recente perfino alcune organizzazioni ambientaliste nate spontaneamente nella società civile. Alla testa di uno di questi movimenti ora c è una Erin Brokovich cinese. Wu Zhiling, 29 anni, ebbe un illuminazione guardando «su Dvd pirata», confessa il film in cui Julia Roberts impersona la paladina californiana della lotta alle multinazionali. Con il marito e il figlio di tre anni, Wu vive vicino a Chongqing. Un anno fa ha scoperto che la sua casa è immersa nei veleni industriali cromo e pesticidi che l impresa agrochimica Minfeng scarica illegalmente nello Yangtze. Come Erin Brokovich, Wu si è improvvisata perito chimico e avvocato, da autodidatta ha cominciato ad analizzare campioni di terra e acqua inquinata, ha raccolto firme tra i vicini. Ha creato un associazione ambientalista, la Casa del Futuro. Sta preparando una causa in tribunale, dall esito quasi disperato, contro il colosso industriale. Il lieto fine di Hollywood per lei è lontano. «Non sogno gli indennizzi milionari che riescono a ottenere i consumatori americani mi dice, io vorrei solo riuscire a dimostrare che abbiamo anche noi dei diritti, che esistono gli strumenti per difenderli, che c è una speranza per i nostri figli». Ancora pochi anni fa, quando su Chongqing si formò una nube tossica più letale del solito, le autorità chiamarono l esercito che cercò di smuovere la cappa di gas a cannonate e su tutta la vicenda calò il segreto militare. Oggi il clima è diverso. L informazione sull inquinamento è in prima pagina sui giornali. Il China Daily, controllato dal partito comunista, pubblica un editoriale esplicito: «Al termine di 15 anni di ricerche sullo Yangtze, lo scienziato Zhang Qi ha lanciato l allarme. Il fiume va verso il collasso totale del suo eco-sistema, se non si interviene con urgenza per contrastare l inquinamento». All inizio di febbraio il governo di Mao Zedong Nuotando/ muri di pietra si ergeranno contro corrente, guardando verso Ovest/ Per trattenere le nuvole e le piogge di Wushan/ Finché un lago piatto non sorgerà nelle vicine gole/ La dea della montagna, se ancora esiste/ Si meraviglierà di un mondo così cambiato Versi della poesia Nuotare dedicata alle Tre Gole Wen Jiabao ha preso una misura senza precedenti. Ha bloccato all improvviso 22 cantieri di dighe e centrali elettriche per verificare la loro compatibilità con le leggi sull ambiente. Quattro dei progetti bloccati fanno parte del complesso delle Tre Gole, inclusa una turbina aggiuntiva da megawatt annessa alla diga. Tuttavia è improbabile che quei progetti siano bloccati per sempre. Il perché lo si vede proprio a ridosso della diga, dove a tutte le ore del giorno e della notte lunghe colonne di navi porta-carbone attendono il turno di passare le chiuse: eccola lì, la nera alternativa cinese all energia idroelettrica. Rischio di catastrofe Ma oltre allo sconvolgimento già provocato agli equilibri naturali delle Tre Gole, il futuro nasconde altre incognite. Lo Yangtze non è un fiume ordinario. Trasporta mille volte più terra del Mississippi. Nel suo maestoso incedere dagli altipiani tibetani alle Tre Gole, lo Yangtze trascina ogni anno 530 milioni di tonnellate di fango sabbia e sassi. Ora quella colata invece di scorrere va a cozzare e a depositarsi contro la muraglia artificiale, e infatti gli ingegneri hanno dovuto costruire una seconda diga, sommersa, per reggere l urto. Hanno progettato sistemi speciali per ripulire costantemente i fondali. Ma siamo ancora in fase di rodaggio, non si può dire con certezza quel che accadrà nel lungo periodo. Ai terreni naturali, trasportati da tempi immemorabili dallo Yangtze verso le grandi pianure e fino al Pacifico, negli ultimi anni si è aggiunta una quantità crescente di detriti tossici e non riciclabili, gli scarichi mortali dell industria pesante a Chongqing e in tutto lo Sichuan, a monte della grande diga. Gli scenari più apocalittici riguardano il rischio di un cedimento della diga. In Cina dal 1949 a oggi ne sono crollate tremila. Il disastro più grave, dopo i nubifragi torrenziali del 1975 nello Henan, vide cadere 62 dighe nuove, una dopo l altra come le tessere di un domino. Morirono in , la verità fu nascosta fino al È meglio non immaginare che cosa succederebbe se un terremoto dovesse far franare in acqua il picco instabile di Huangla: 100 milioni di metri cubi a pochi chilometri a Nord della diga. C è chi teme che lo stesso mare artificiale delle Tre Gole possa innescare un sisma, avendo alterato con il suo peso gli equilibri geostatici di tutta la regione. Duemilacinquecento anni fa proprio le dighe furono al centro di una feroce disputa teologica fra i taoisti e i seguaci di Confucio. I taoisti volevano lasciar scorrere i fiumi come li ha disegnati madre natura, per non violentare l ordine del cosmo. I confuciani, più fiduciosi nella potenza del governo degli uomini, invocavano grandi lavori pubblici per deviare i fiumi e moltiplicare le ricchezze della società. Dal 1919, da quando il padre della Repubblica cinese Sun Yatsen si innamorò del progetto delle Tre Gole come simbolo della modernizzazione del suo paese, fino a Mao e Deng Xiaoping e ai loro successori attuali, il potere è in mano ai confuciani. Nella città di Fulin, ancora pochi mesi prima che venisse evacuata e sommersa, un manuale scolastico educava gli allievi delle medie ad affrontare l avvento della diga con lo spirito giusto: «Non possiamo smettere di mangiare solo per paura che un boccone ci vada di traverso». A Pechino oggi comandano il presidente Hu Jintao e il premier Wen Jiabao. Tutti e due da giovani facevano gli ingegneri. La loro passione più recente è un faraonico progetto di diversione idrica, di dimensioni mai viste al mondo: miliardi di tonnellate d acqua da dirottare dallo Yangtze verso l arido settentrione della Cina, la Nuova Frontiera da popolare e industrializzare. Perfino la madre di tutte le dighe impallidisce al confronto di quello che si prepara.

8 DOMENICA 27 FEBBRAIO 2005 le storie Religione e politica Da sei settimane il suo libro è nella classifica dei più venduti del New York Times. È la prima, piccola vittoria, della battaglia che sta combattendo il reverendo Jim Wallis: sottrarre a George Bush e ai suoi teocon il monopolio di Dio e della Bibbia LA DOMENICA DI REPUBBLICA 31 FOTO BEBETO MATTHEWS/AP VITTORIO ZUCCONI I WASHINGTON l profeta del Dio perdente ora vende i propri libri a pacchi, che si sciolgono sui tavoli delle librerie come ghiaccioli nel Sahara. Da sei settimane filate, dal giorno dell uscita, siede fra i dieci piú venduti del New York Times, una cosa mai successa per le altre sue opere, dignitosamente esiliate tra gli scaffali di teologia, quelli che ci vuole la scaletta per raggiungerli. Improvvisamente, e inaspettatamente, una voce americana che gridava flebile nel deserto della teologia della conservazione per dire che il Dio vincente della Destra é una truffa elettorale (la destra, non Dio) ha trovato orecchie per ascoltarla, sotto il frastuono assordante degli organi di Bush. «Ovviamente, Dio è uno solo e non è né di destra né di sinistra» mi dice la voce di colui che non grida più nel deserto. Ovviamente. «E chi mi dà del cristiano evangelico di sinistra non ha capito niente della Bibbia e non ha neppure letto il titolo del mio libro». Leggiamolo: God s politics, la politica di Dio. Sottotilo: Perché la Destra sbaglia e la Sinistra non capisce. Autore, Jim Wallis, 58 anni, pastore, reverendo, best selling author, padre di famiglia, ospite di show televisivi che lo ignoravano. E cavaliere, per ora un po solitario, della crociata per strappare il Signore al calvario della strumentalizzazione elettorale e militante alla quale la destra lo vuole inchiodare. Decenni di preti operai, teologi della liberazione, missionari scarmigliati con il baschetto del Che, vescovi protettori di campesinos con il passamontagna e il mitra hanno magari ingiustamente prodotto sentimenti di idiosincrasia e di stanchezza davanti al forzato sincretismo tra rosari e Kalashnikov. E confesso quindi una qualche diffidenza, frutto di antiche fregature, aspettando il reverendo Jim Wallis in una di quelle rarissime librerie di Washington ancora indipendenti, questa si chiama Politics and Prose, dove i clienti sembrano tutti usciti da un vecchio film di Woody Allen, con le sottane smesse da Diane Keaton e le giacche di velluto con le pezze ai gomiti. Ma il signore di mezza età abbondante perfettamente ravviato, in abito scuro e maglioncino nero, con una vaga e piacevole somiglianza con James Cagney, fuga immediatamente ogni ansia. La sua, è America completamente, confortevolmente mainstream, nel centro del fiume. Soltanto la fuga a destra della propaganda dominante oggi nei media e nella cultura popolare dopo l 11 settembre può raccontarla come estremista. Un patto alla Faust «Nell America scossa e affamata di bussole e di giroscopi spirituali mi dice con voce quieta e bassa molti predicatori e uomini di fede e in buon fede si sono fatti sedurre e hanno venduto il messaggio della Bibbia a un partito. Hanno creduto di fare il lavoro di Dio, affittando il loro pulpito e cedendo le loro mailing list, gli elenchi dei fedeli e dei contribuenti, al partito repubblicano». E ne sono stati ricompensati, lo interrompo, con questo ritorno prepotente di religiosità, di versetti biblici, nei discorsi di Bush imbottiti di salmi e giaculatorie. «Sì, esattamente come Faust fu ricompensato da Satana. Anche noi uomini di fede, uomini che si proclamano di Dio, cadiamo nella più antica e classica delle trappole diaboliche. Dimentichiamo che il potere, senza spiritualità, che è cosa ben diversa dalla ostentazione di religiosità, corrompe. Il successo del mio libro, sorprendente anche per me, segnala che molti americani cominciano a capire che questa appropriazione di Dio da parte un gruppo politico per mantenere il potere e addirittura per giustificare le guerre è sbagliata e Dio deve essere una bussola, non un volante che si manovra per guidare l automobile». Molti americani? E dove erano i molti americani, reverendo, quel due novembre del 2004, quando Bush Se il Predicatore sfida il Presidente PASTORE E SCRITTORE Sopra, il reverendo Jim Wallis, autore del best seller God s Politics. In alto, la processione del Venerdì Santo sul ponte di Brooklyn a New York FOTO ALEX WONG/GETTY /LAURA RONCHI ha vinto? «Erano nelle chiese battiste dei neri, erano nelle chiese cattoliche dove Kerry ha preso più voti di Bush, erano nelle congregazioni protestanti degli stati blu, gli stati democratici, dove 59 milioni di persone, non due o tre liberal ostinati, hanno votato diversamente. Questo non significa che chi ha votato Democratico avesse la giusta visione di Dio e della spiritualità. Guai a pensarlo, perché significherebbe accreditare il disprezzo intellettuale, l arroganza, il senso di superiorità morale che la sinistra americana mostra per chi pensa diversamente e che ha tanto aiutato la demagogia populista e pseudo cristiana dei repubblicani. Significa soltanto che una metà dei cittadini non crede che per essere buoni cristiani si debba votare per chi ha uno strano concetto della carità e della giustizia e continua a negare un assicurazione sanitaria a quasi 50 milioni di americani, per chi manda a letto con la fame milioni di bambini ogni sera, qui nella terra benedetta. I repubblicani, e i predicatori che predicano per loro, preferiscono ignorare che nella Bibbia ci sono tremila versetti, dico tremila, che indicano la povertà come la massima offesa al Signore e solo pochissimi riferimenti ai peccati della carne, al sesso, che invece tanto ossessiona la destra. Quante volte, nel discorso delle beatitudini, Cristo parla di sesso?». Neppure di sesso omologo, se ricordo bene? «Neppure. Io penso che il matrimonio religioso debba essere riservato all unione fra un uomo e una donna, su questo la Bibbia è chiarissima, ma non vedo che cosa c entrino le chiese con un contratto civile, un patto legalizzato da un comune o da uno stato fra persone dello stesso sesso. A meno che l America, la nazione che ha salvato la religione dalla corruzione del potere politico europeo, separando stato e chiesa, non intenda demolire proprio quel muro, come purtroppo sta facendo il patto faustiano tra predicatori alla Jerry Falwell e politici decisi a tutto pur di vincere». Forse lei dimentica un uomo chiamato Bill Clinton e l effetto che i suoi peccatucci, come li chiamavano i sostenitori, hanno avuto? «No, non lo dimentico, e l impatto negativo di quella storia è stato enorme, ancora lo paghiamo carissimo. I valori morali sono importanti, fondamentali, in un leader politico. Il Signore è stato arruolato dai repubblicani nel nome dei valori morali che i democratici e i progressisti sembravano aver dimenticato e irriso, con il loro secolarismo, il relativismo, il permissivismo, la libertà di aborto, soprattutto nella sensazione che essere di sinistra volesse dire avere abbandonato la famiglia, l educazione dei bambini, le distinzioni tra il bene e il male, lo scriva minuscolo per favore», ecco fatto. E non avevano forse ragione, reverendissimo padre? Non è forse vero che, per proteggere le proprie basi elettorali perdenti, i democratici si sono fatti rinchiudere in recinti ideologici che poi la destra ha avuto gioco facile nel descrivere come empi, blasfemi, come cultura di morte di immoralità? «È vero, e per questo scrivo nel mio libro che la sinistra non ha capito che deve tornare a essere quella che fu con Martin Luther King, che era un ministro ordinato, e dire a voce alta che la famiglia si difende prima di tutto mettendo padri e madri in condizione di sopravvivere finanziariamente, di sentirsi abbastanza sicuri per accudire ai propri figli, che l aborto è una tragedia, per la società e per la donna che lo deve subire. E invece di preoccuparsi di quanto colesterolo ci sia in una polpetta o di quante parolacce dicano i comici in televisione, deve creare istituzioni, strumenti educativi, sostegni che evitino alle ragazze di restare incinta e incoraggino le madri che non possono o non vogliono crescere i loro bambini a darli in adozione. Lo sa che ci sono migliaia di neonati nati negli Stati Uniti che nessuno adotta, mentre le coppie americane battono in lungo e in largo l Asia, l Europa Orientale, l Africa e pagano decine di migliaia di dollari per comperare un figlio?». L elogio di Roosevelt Colpa mia, non lo sapevo. «Chi ha fatto di più, per la famiglia americana: un presidente come Roosevelt che ha creato lavoro e qualche sicurezza sociale attorno ai diseredati dalla depressione, o Bush che vuole trasformare le pensioni garantite dallo stato in portafogli privati di obbligazioni e titoli? È facile parlare e predicare di values, di valori morali, e dimenticare che tra i valori morali ordinati da Dio ci sono la giustizia, la pace, anche quando la pace è difficile, soprattutto quando la pace è difficile, la custodia del mondo che da Lui ci è stato affidato non perché lo devastassimo, ma perché lo preservassimo per i nostri figli». Non sarà facile, oltre le mura accoglienti di questa libreria, oltre le migliaia, di americani che comperano questo libro di Jim Wallis spezzare la santa, o empia, alleanza faustiana tra la teologia e i conservatori, con un presidente che pubblicizza a ogni occasione il proprio telefono celeste con il Signore. Specialmente ora che fanatici religiosi hanno attaccato l America provocando il prevedibile effetto speculare di un revival di controfanatismo. «Come cristiano evangelico, io ero e sono contrario alla guerra in Iraq. Se le conseguenze saranno buone per quella gente, ne sarò felice, ma non posso accettare la dottrina della legge del più forte che fa di esso automaticamente il più giusto. Combattere il terrore non può essere una battaglia selettiva, oggi libero il paese A, ma ignoro quello B, altrettanto malvagio, perché non mi conviene invaderlo, come fa questa amministrazione. Le zanzare della malaria si distruggono con le bonifiche, prosciugando la palude dell ignoranza e della disperazione che le nutrono, il resto è politica di potere o, peggio, è il peggiore dei peccati condannati da Cristo, è ipocrisia». E il resto è fede, reverendo. Anzi, per restare nelle virtù, è speranza, che questo universo di valori morali si riequilibri verso il Dio perdente, nell America del Dio vincente di Bush. «Ma appunto, io ho fede. Un giorno ci scuoteremo e diremo, come fece 150 anni or sono un repubblicano, Lincoln, oh my God, come possiamo dirci cristiani e possedere schiavi?».

9 32 LA DOMENICA DI REPUBBLICA DOMENICA 27 FEBBRAIO 2005 i luoghi Viaggio in Persia Non nacque per raccogliere la corrente dei commerci, non per governare uno Stato, non per elevare preghiere agli dei e nemmeno per essere abitata. È unica al mondo perché mai, prima e dopo di allora, qualcuno concepì una città solo simbolica. E il pretesto della sua nascita va cercato in un eclissi che, 2500 anni fa, sottrasse il sole alla terra Persepoli, specchio del cielo PIETRO CITATI M PERSEPOLI entre ci aggiriamo tra le rovine di Persepoli, non finiamo di chiederci quale città fosse questa. Non era nata per raccogliere nelle sue strade o lungo le rive di un fiume la corrente dei commerci; non era nata per governare e amministrare uno Stato; né perché i suoi templi elevassero preghiere agli dei, e nemmeno per venire abitata. Persepoli è una città unica al mondo, perché mai prima e dopo di allora qualcuno concepì una città esclusivamente simbolica. Le sue colonne, i suoi animali alati, i suoi mostri, i suoi cortei, le sue guardie rappresentano un allegoria nella quale tutto l impero persiano si riconosceva. I simboli tra i quali gli uomini vivono hanno spesso il loro modello nei ricami del cielo. Così ci pare giusto che il pretesto della nascita di Persepoli vada cercato in qualcosa che accadde, duemilacinquecento anni or sono, nelle regioni del cielo. Il 10 giugno del 521 avanti Cristo, la Persia fu colpita da un eclissi di sole. Sopra Persepoli il cielo era coperto da un oscura caligine, e dall alba fino a sera scintillarono continuamente le stelle. Dapprima il sole si assottigliò, assumendo la forma di una lievissima falce di luna. Poi scomparve: ogni luce venne meno. Così il cielo fu nascosto da tenebre sempre più dense, da ombre che si allungavano sinistramente sopra i volti, le mani, le cose di ogni giorno. Possiamo immaginare quali terrori si sparsero quel 10 giugno. Il sole sarebbe tornato a risplendere sopra la Persia? «Quando il sole si scalda, diceva l Avesta, il libro sacro iranico allora i genii celesti si alzano a centinaia e a migliaia: raccolgono la sua Gloria, trasmettono la sua Gloria, distribuiscono la sua Gloria alla terra creata, per accrescere il corpo del bene. La terra si purifica, le acque correnti si purificano, le acque delle sorgenti si purificano, l acqua del mare si purifica, l acqua degli stagni si purifica. Tutta la buona creazione si purifica». Se il sole non si alzasse o tardasse anche un poco, tutti i demoni si abbandonerebbero alla loro opera di morte, distruggendo la creazione, e nessuna delle divinità celesti saprebbe respingerli e resistere loro in questo mondo. Qualche tempo prima, era accaduto un avvenimento analogo: la regalità persiana era stata eclissata. Nel 522, Cambise, figlio di Ciro il Grande, era morto, dopo aver fatto uccidere segretamente il fratello; e un sacerdote della Media usurpò il trono, affermando di essere il fratello del re. Allora come commentò più tardi Dario Primo «la Menzogna si estese sulla terra, nella Persia, nella Media e nelle altre regioni: i santuari vennero distrutti; e al popolo furono sottratti i pascoli, le greggi, i beni domestici, i beni del villaggio». Nel 520, l anno dopo l eclissi, gli architetti, gli astronomi e i sacerdoti di Dario cominciarono a disegnare la pianta di Persepoli: studiarono la posizione degli astri; e una moltitudine di artigiani giunse fino sotto le rocce della «Montagna della Misericordia», vicino alla città. Il significato della costruzione, che cominciò a sorgere da quelle mani industriose, era unico. Il sole aveva ripreso in cielo il suo antico dominio, e tornava a inviare sulla terra i raggi benefici che ci trasmettono la sua Gloria. Quando percorriamo la reggia, ne abbiamo la conferma a ogni passo. Intorno alla figura del re e ai gruppi di guardie, il nostro occhio scorge un grande bassorilievo, ripetuto decine di volte. Un leone assale un toro: gli enormi occhi, il naso schiacciato, la zampa possente del leone, la sua bocca affondata nelle terga del toro ci sembrano incarnare soltanto la forza selvaggia. Ma gli occhi dei persiani sapevano scorgere dietro le apparenze animalesche. Il trionfo del leone sul toro rappresentava un eclissi di luna: era la negazione di ciò che era accaduto il 10 giugno del 521; giacché il leone simboleggia il sole, e un toro luminoso trascina il carro tiepido della luna. Intanto, anche il re aveva trionfato dei suoi avversari. Confidando nel soccorso di Ahura Mazda, il dio supremo. Dario era penetrato nella fortezza dove l usurpatore viveva rinchiuso: l aveva ucciso nel buio, mostrando la sua testa recisa al popolo della Persia. * * * Il trionfo di Dario culminava il 21 giugno d ogni anno, il giorno del solstizio d estate, quando una maggior ricchezza di luce bagna la terra. Quella mattina, il sole si levava verso le cinque dietro la «Montagna della Misericordia»; e i suoi primi raggi illuminavano la vasta pianura di Persepoli, fino alle montagne brune e grigie che limitano l orizzonte. Costruita ai piedi della montagna, la terrazza con le sale d udienza e i palazzi di Dario e di Serse restava coperta dall ombra. Passava circa un ora. Anch essi nascosti dall ombra, i principi medi e persiani, gli inviati di Susa e di Babilonia, di Armenia e di Lidia, i Battriani, gli Arachosii, i Chorasmi, gli Arabi, gli Egiziani, i Cappadoci, i Cilici, gli Indiani, i Drangiani, che erano giunti fino a Persepoli dalle più lontane regioni dell impero persiano, attendevano la piena apparizione della luce. Alle sei e dieci, i raggi del sole toccavano il palazzo di Dario, insinuandosi nella sala centrale. Per sette minuti, tutte le altre parti della costruzione rimanevano avvolte dalle ultime nebbie della notte. Era il momento più alto e significativo dell anno. Dario Primo era solo, chiuso nel suo palazzo, illuminato dal sole: probabilmente stava seduto sul trono, con in mano il bastone e il fiore di loto, e i piedi appoggiati allo sgabello. Intanto, tutti i signori e gli inviati dell impero, raccolti nell ombra del cortile, contemplavano da lontano la sua irradiazione; e si inchinavano a lui in silenzio. In quei sette minuti, mentre i raggi colpivano in volto il re avvolgendo soltanto la sua figura, aveva inizio l Anno Nuovo. Poi quei minuti magici quei minuti fuori del tempo in cui il tempo aveva inizio prendevano fine. I raggi del sole si insinuavano nella sala d udienza ed estendevano sempre più il loro potere, illuminando le colonne, gli archi, le porte, le finestre, le pietre dell immenso edificio. Questo spettacolo, a cui tutto il cosmo partecipava, esprimeva ciò che ogni persiano immaginava del proprio re. La vera natura di Dario era quella luminosa e ardente del fuoco, figlio di Dio e riflesso del sole. Egli era nato in una colonna di fuoco, che collegava la terra e il cielo. Nelle tre notti che ne avevano preceduto la nascita le pareti del palazzo sembrarono di fiamma, e il paese brillava di un fulgore così accecante, che la gente fuggì credendo che un incendio bruciasse ogni cosa. Quando Dario era bambino, il suo sorriso faceva splendere le pareti, le armi, le vesti, gli oggetti di casa. A quindici anni, stava seduto nella stanza più interna del palazzo. Nessuna fiamma la illuminava; eppure, la luce racchiusa nel suo corpo faceva splendere quella stanza molto più del salone dove i servi avevano acceso il fuoco. La luce si concentrava nell occhio di Dario. Egli possedeva la stessa acutissima forza visiva, che dalle alte regioni dell aria fa scoprire all avvoltoio un brandello di carne o la punta luccicante di un ago posati sul suolo; e conduce in salvo i pesci attraverso i vortici pericolosi dei fiumi. Questo acume visivo non era soltanto una qualità passiva. Usciva dalle profondità del corpo, attraversava l occhio, e si congiungeva al fulgore egualmente divino, che discende dagli spazi infiniti. Dario era dunque un veggente. Il 21 giugno, «egli sorgeva simile a un sole, e la luce raggiava da lui, quasi egli fosse il sole». Come ogni luce, quella di Dario emetteva un suono: il suono che costituisce il corpo vibrante delle parole. Tutte le parole, pronunciate dagli uomini, gli appartenevano. Così egli raccoglieva nei vasti arsenali della sua mente le preghiere pronunciate dai sacerdoti persiani, le tradizioni tramandate dalla voce del popolo, tutto ciò che veniva detto e meritava di essere conservato. Egli era insieme un veggente, e la memoria del proprio mondo. * * * Mentre avvenivano le cerimonie dell anno nuovo, sopra il capo di Dario in trono appariva uno strano simbolo. Un uomo barbuto e dai folti capelli ricciuti, con un alto cappello quasi cilindrico, indossava una veste che discendeva a ricche pieghe sino ai polsi: nella mano sinistra teneva l anello della sovranità, mentre la destra si levava benedicendo. Egli assomigliava al re come un padre vecchio, ironico e infinitamente esperto può assomigliare al figlio, che vive ancora nell ingenuo fiore della maturità. Ma la figura del vecchio si interrompeva di colpo. Ecco il suo busto insinuarsi in un anello circolare la sfera del sole, da cui discendevano due linee incurvate, forse fulmini pietrificati. Intorno all anello, si aprivano ali larghissime, quasi rettangolari, folte di penne, che diventavano più grandi allargandosi verso l esterno. Quando Dario appariva al popolo, l immagine scintillava dei più ricchi colori azzurro turchese, azzurro lapislazzuli, scarlatto chiaro, porpora cupo, giallo oro, che spiccavano su un fondo nerissimo. Che significava quest immagine colorata, questo strano uomo-uccello, che allungava sopra Dario la mano benedicente? Le grandi ali dell uccello svelavano a Dario il xvarnah, la «luce di gloria», discesa in terra dalle Luci Infinite del cielo. Essa avvolgeva il re come un nimbo luminoso, o lo seguiva come un animale. Se Dario fissava le ali dal color azzurro chiarissimo o rosso cupo, che brillavano sopra di lui, contemplava nel sasso la propria energia luminosa, che doveva permettergli di raggiungere il fine destinato dal cielo. Anche il vecchio barbuto raffigurava una parte di Dario. Era la sua fravashi, l archetipo celeste, che era stata presente alla creazione del mondo e sarebbe stata presente al rinnovamento del mondo, e dunque aveva vissuto prima della sua nascita e avrebbe continuato a vivere dopo la sua morte. Tutte le fravashi degli dei, degli uomini e degli animali formano insieme il corpo dei giusti. Esse prescrivono le orbite al sole, alla luna e alle stelle; tengono in ordine la terra, le acque guaritrici, le piante e le greggi; fanno soffiare i venti e crescere i semi, spingono le nubi, proteggono il bambino nel seno della madre e l avvolgono in modo che non muoia; vegliano sopra il lago Kasu, dove si nasconde il germe di Zarathustra, dal quale alla fine dei tempi nascerà il Salvatore del mondo. Quando i demoni assalgono la terra, non ci resta che invocarle, levando in alto le mani per domandare soccorso: «Restate quaggiù, buone fravashi dei giusti! Amiche e bene accolte, restate in questa casa, in questi borghi, in questi distretti, in questi paesi!». Allora le agili e robuste fravashiindossano il casco, la corazza, lo scudo e le armi di ferro, come guerrieri cinti dalla loro armatura; a centinaia, a migliaia, a miriadi; e feriscono e mettono in fuga gli eserciti demoniaci. * * * Tutta la reggia di Persepoli, tutto lo sterminato ciclo di bassorilievi che si richiamano l uno con l altro come note di una melodia pietrificata, era lo specchio dove Dario contemplava senza fine se stesso e i suoi compiti di sovrano. Il leone che uccide il toro gli ricordava la sua forza solare; il vecchio con le ali gli richiamava alla memoria il suo xvarnah e la sua fravashi. Se guardava le porte del proprio palazzo, ritrovava nuove immagini del proprio io. Era raffigurato mentre combatteva un toro, un leone e un mostro alato, i quali lottavano come guerrieri contro di lui. Egli estraeva la spada dal fodero. Nel tentativo di difendersi, gli animali gli puntavano le zampe contro il braccio e il ginocchio. Il re sopportava gli artigli, e la sua spada lenta e crudele penetrava nel ventre delle tre belve. Mentre uccideva il toro, Dario rinnovava la fecondità della terra. Se combatteva contro il leone, incontrava un simbolo della propria energia solare; e quando lo uccideva, vinceva sé stesso come l asceta vince sé stesso nei propri esercizi. Purificava la propria forza solare dall eccesso, che avrebbe potuto distruggerla: vinceva l ira, la collera, l orgoglio, e come fece scrivere sulla sua tomba rupestre «le padroneggiava saldamente» dentro il suo animo. Nella terza battaglia, Dario aveva di fronte un mostro alato, con la testa e le zampe anteriori del leone; le zampe posteriori di un uccello da preda; e la coda nodosa di uno scorpione, che si torceva terribilmente intorno a sé stessa. Lo scorpione era una delle creature del dio del male, e i fedeli di Zoroastro dovevano sterminarlo. Dopo aver purificato se stesso, Dario combatteva dunque la battaglia suprema: quella contro i mostri sempre in agguato, contro i demoni tenebrosi che di continuo assaltano la creazione di Dio, così debole e minacciata. Egli difendeva se stesso e il mondo dal pericolo che ogni istante rischia di corromperlo e distruggerlo.

10 DOMENICA 27 FEBBRAIO 2005 LA DOMENICA DI REPUBBLICA 33 FOTO CORBIS/CONTRASTO LE ROVINE Nella foto grande a fondo pagina, l Apadana, il palazzo dove i re tenevano le udienze e dove si svolgevano le celebrazioni. È uno degli edifici più noti e importanti di Persepoli. Nelle foto qui accanto, il dettaglio di due bassorilievi persiani di particolare bellezza Dario era un uomo come gli altri, che venne sepolto in una tomba fatta a forma di croce. Non conosciamo il suo volto: giacché il volto scolpito a Persepoli, a Bisotun e a Naqsh-i Rustam è l immagine ideale di ogni re della Persia. Possiamo soltanto fantasticare intorno ai suoi gesti. Sopra le pietre, nelle iscrizioni e nei libri, egli conserva la calma sicura e tranquilla di chi porta con sé tutta la regalità che gli dei concedono agli uomini. Quando esce dal palazzo, non posa i piedi sulla terra. Sale a cavallo o sul carro, che l avrebbe portato a migliaia di chilometri dalla sua reggia, nel cuore nevoso della Scizia e nei templi costruiti nei deserti d Egitto. Nessuna scultura ce lo mostra mentre uccide nemici o li fa prigionieri, come un faraone egiziano o un re assiro. Egli non ha bisogno di combattere. Appena si mostra, avvolto dalla luce, i suoi nemici si chinano profondamente davanti a lui, portandolo in alto sul trono, così aereo e leggero, che le punte delle dita bastano a sollevarlo. In una sola notizia, la statua di marmo sembra ammorbidirsi e rivelare una persona umana. Non riguarda Dario, ma Serse, il figlio, che appare come un ombra dietro il suo trono: ce la racconta Erodoto; ed è probabilmente falsa. Quando i persiani giunsero ad Abido, sull Ellesponto, Serse volle vedere tutto il suo esercito. Allora gli abitanti di Abido costruirono sopra la cima di un colle un «alto seggio di marmo bianco», dal quale Serse contemplò le acque dell Ellesponto dove si affollavano le sue navi, e le rive e le pianure coperte dai suoi popoli, ognuno con le vesti e le armi della tradizione. Come dice Erodoto, «Serse si stimò felice; ma poco dopo pianse». E quando lo zio gli chiese perché mai avesse pianto, Serse rispose: «Fui colto da pietà pensando quanto sia breve l intera vita dell uomo: di tutta questa gente non rimarrà nessuno fra cent anni». Seduto là in alto, sopra l inutile trono di marmo, con tutto il potere nelle sue mani, il sovrano comprese la vanità del potere, l inutilità delle sue imprese e della sua gloria, che fra poco l avrebbero condotto in una tomba fatta a forma di croce. Aveva quest unico privilegio sugli altri uomini. Egli stava in alto, da dove gli uomini possono conoscere meglio la verità delle cose. * * * Italo Calvino Forse questa reggia è l utopia dell impero perfetto: una grande scatola vuota per accogliere le ombre del mondo, una sfilata di figure di profilo, piatte, senza spessore, attorno a un trono vuoto e senza peso Da SAGGI a cura di Mario Barenghi - Arnoldo Mondadori Editore Ancora più in alto del re, stava soltanto il Dio supremo, Ahura Mazda. Dario era il suo rappresentante in terra. Tra Ahura Mazda e Dario, correva un rapporto esclusivo e geloso. Il sovrano sapeva di dover tutto al suo Dio. Non diceva: «Ho conquistato da solo il mio impero» ma «questi paesi vennero a me per volontà di Ahura Mazda». Non diceva: «Sono diventato re per mia forza» ma «per volere di Ahura Mazda, io sono re. Ciò che io ho fatto, tutto ho fatto per volere di Ahura Mazda». D altra parte, il Dio aveva scelto lui solo, e approvava quanto egli faceva: «Ahura Mazda mi portò aiuto. Ciò che era deciso da me, questo egli compiva per me». Un cerchio ininterrotto di intenzioni, di opere e di soccorsi saliva dalle mani levate di Dario fino a Dio; e dal cielo ridiscendeva sopra il capo di Dario. Dov era dunque questo Dio? Dove stava Ahura Mazda, di cui leggiamo decine di volte il nome, inciso sulle pietre della montagna? Alla fine del nostro cammino, speriamo di incontrare la sua immagine, nascosta nelle profondità di un tempio, come un dio egiziano. Ma Ahura Mazda non compare mai: nessuna pietra porta incisi i suoi lineamenti terreni; ed egli sembra assente dallo spettacolo che dovrebbe culminare nella sua figura. Nemmeno il segno inciso sulle rocce è il suo nome: Ahura Mazda è soltanto una parola, che nasconde il vero nome, il quale non può venire scritto sulle pietre, né pronunciato dai fedeli. Solo pochi lo conoscono segretamente. Supponiamo allora che tutti questi misteri si rivelino nel cielo, e che là il Dio senza nome splenda a tutti nel proprio nome e nella propria gloria. Nemmeno questo accade. Quando vuole, Ahura Mazda si sottrae alla vista degli altri dei: egli è il più invisibile tra tutti gli spiriti invisibili; e la sua Gloria resta inafferrabile nel cielo come nella terra. Eppure, questo Dio senza immagine e senza nome è la più onnipresente fra le figure divine. Egli abita nella Luce Infinita e Increata, la quale costituisce il suo vero corpo; e da essa trae quella terrestre, che è la sua forma visibile. Il sole è l occhio di Ahura Mazda; il cielo il mantello, di cui nessuno riesce a vedere le ultime frange; le stelle sono le sue spie. I persiani incontravano Dio nella luce che li avvolgeva e li bagnava come una benedizione; nella luce che percorre l aria come una musica, e fa riecheggiare il suono che porta dentro di sé sulle pietre dei monti, sulle acque delle sorgenti e dei fiumi, sulle campagne verdissime estese ai piedi di Persepoli. * * * Tra le rovine di Persepoli, un altro creatore è ugualmente sconosciuto e visibile, ignoto e onnipresente: il grande architetto-astronomo, che costruì gli edifici sopra la terrazza. Ignoriamo quale nome abbia avuto, e persino se sia mai esistito. Tutto è nato col tempo, palazzo dopo palazzo, sala dopo sala, scultura dopo scultura, nel corso dei due secoli tra i regni di Dario I e di Artaserse III. Piani sono stati mutati; bassorilievi cambiati di posto; e artigiani di tutte le parti dell impero hanno portato qui le loro diverse tradizioni nazionali. Quale edificio dovrebbe essere più composito di questo? Eppure la costruzione sembra nata da una mente unica, la quale ha lungamente meditato l insieme, disegnato un ordine, imposto un ritmo, ripetendo e variando i motivi, come se attraverso i secoli stesse scrivendo un solo libro. L ignoto architetto costruì i palazzi sopra una terrazza; e vi raccontò cosa accadeva nello spazio di un giorno, dall alba al tramonto. Era un giorno privilegiato, la festa del Nawruzche iniziava l anno nuovo, e si ripeteva ogni anno, da quel lontano 21 giugno del 520 fino ad altri, sempre uguali, sempre diversi Nawruz. Tutti i popoli dell impero portavano al re i loro doni; i templi del fuoco erano purificati; ognuno si alzava presto, mangiava zucchero e miele, andava al fiume a lavarsi, e si infilava l uno dopo l altro sette vestiti, quasi a indicare che anche lui, come il mondo, «cambiava pelle». Malgrado tutto, era soltanto un qualsiasi giorno della vita, futile e transitorio. Pochi anni dopo, quei corpi sarebbero morti, quei doni al sovrano sarebbero passati ad altri sovrani, e gli alberi della terrazza avrebbero perso il loro verde. Ma l architetto non pensò a questo: incise i corpi, i doni e gli alberi, pietrificò tutti gli attimi di quella giornata, come se fossero eterni. Chi racconta un giorno della vita, non può fare a meno di raccontare la vita dell intero universo. Così l architetto di Persepoli rappresentò le alte montagne dell Iran nella forma simbolica dei merli, sotto i quali sfilano le guardie e le delegazioni; i boschi di palme nascosti nella selva delle colonne, i pini con il tenue fogliame e le tenui scaglie dei tronchi; il leone e il cavallo, lo zebù di Babilonia e il cammello della Battriana, il dromedario e l okapi; e i doni che venivano offerti a un re vasi d oro, braccialetti, coppe, archi, scudi, carri da guerra. Rappresentò tutte le popolazioni dell impero, da quelle che ne occupavano il cuore fino agli Egiziani, agli Etiopi, a chi abitava le valli dell Indo e le steppe lungo il mare d Aral, gli uni accanto agli altri, come membra di un solo corpo vivente; i dignitari di Persia e di Media, che si tengono per mano e discorrono con gesti di una quasi commovente dolcezza; centinaia di guardie con l arco, la faretra e la lancia; e la moltitudine dei servi che porta i cibi per il banchetto. Provenendo da ogni parte, incrociandosi a poco a poco, questa folla sale le scale della terrazza, procedendo verso il luogo dove li attende il re in trono. Mentre scolpiva questa scena di folla, il creatore di Persepoli aveva in mente un ritmo unico: una modulazione lenta, delicata e solenne. Se posiamo il passo sulle ampie scalinate, siamo costretti a salirle dolcemente, senza arrestarci mai, come egli voleva. Le delegazioni dei popoli si muovono ancora più lente di noi, col passo segnato da un segreto metronomo. Nessun dignitario si affretta, e cerca di sciogliersi dalla modulazione che l incanta. Qualcuno è altissimo; qualcuno di statura mediocre; qualcuno è quasi un nano. L architetto ha disposto le persone più alte e quelle più basse su gradini diversi in modo che risultino allo stesso livello, e la salita avvenga secondo un armonia costante, a dolci ondate successive. Come ogni costruttore di sinfonie, l architetto sapeva di aver bisogno di pochi motivi; e diede ordine ai suoi artigiani di ripeterli continuamente. Davanti a ogni scalinata, il volto immane del leone affonda nelle carni del toro, che si rivolta indietro inutilmente, con il suo tenero pelame infantile; il re combatte decine di volte un toro, un leone e un mostro alato, che mostrano ogni volta le stesse fauci e la stessa coda velenosa; decine di guardie tutte eguali impugnano con lo stesso gesto la lancia e portano sulle spalle lo stesso arco; e, da ogni parte, un orafo ha scolpito i rami e le foglie dei pini. Ma questi motivi non sono tutti trattati allo stesso modo. Subito dopo aver raccomandato ai suoi artigiani di obbedire all eterna ripetizione, l architetto ha chiesto loro di insinuare qualche ritocco. Le pieghe di una veste mutano inclinazione in modo quasi inavvertibile: le guardie si volgono ora verso destra ora verso sinistra, chi ha la lancia, chi solo lo scudo. La grande costruzione era un blocco pietrificato di suoni, dove la ripetizione e la variazione intrecciano eternamente i loro giochi. Alla fine del viaggio, i nostri sguardi credono di aver contemplato ogni pietra di Persepoli. Il suo ultimo segreto ci è ancora ignoto. Possiamo comprenderlo solo per analogia, guardando coppe posteriori di qualche secolo, dove il trono di un altro re vola nel cielo, trascinato da tori e guidato da angeli. Forse Persepoli era come quel trono. L immensa reggia, che ci sembra così solida e ancorata alla terra, era una reggia volante, trascinata nel cielo dagli enormi tori che aprono le ali alle sue porte, dai grifoni e dagli altri animali insediati sopra i suoi capitelli. La terrazza, le scalinate, la sala delle udienze, la sala delle cento colonne, i palazzi di Dario, di Serse e di Artaserse non sono qui, dove noi li abbiamo ammirati, ma veleggiano negli spazi del cielo, verso la Luce Infinita dalla quale la loro luce è discesa.

11 34 LA DOMENICA DI REPUBBLICA DOMENICA 27 FEBBRAIO 2005 Si chiama Hungarian Pastry Shop la pasticceria newyorkese diventata un luogo di culto per autori e saggisti che, consumando le specialità ungheresi della casa, hanno formato una comunità intellettuale e trovato l ispirazione per le loro opere. Qui Woody Allen ha girato il film Mariti e mogli qui Nathan Englander ha scritto a mano il libro Per alleviare insopportabili impulsi e Sebastian Junger La tempesta perfetta degli IlCaffè scrittori Harlem, l ultimo rifugio segreto ANTONIO MONDA A NEW YORK vederla da fuori, la pasticceria sembrerebbe un posto come tanti, se non fosse per la qualifica etnica e gastronomica decisamente anomala per il quartiere: storicamente l emigrazione ungherese si è stabilita nella zona detta Yorkville, tra l Upper East Side ed il Barrio, e qui, a pochi passi dalla Columbia University, non c è mai stata traccia di una comunità numerosa al punto da giustificare un luogo di ritrovo. Ma la Hungarian Pastry Shop non deve la propria popolarità alla qualità o all autenticità del cibo, ma al fatto di essere il posto in cui si ritrovano, discutono e scrivono, romanzieri affermati, aspiranti scrittori, intellettuali in erba ed alcuni tra i più importanti docenti della Columbia. Il locale non ha nulla di particolarmente attraente, e sembra cristallizzato nel 1961, l anno in cui fu aperto da un emigrante di nome Joshi Vekony, che lo ha ceduto quindici anni dopo a Peter Binioris, un greco orgoglioso e di poche parole che ne è da allora il proprietario e l anima. All esterno resistono anche d inverno tre tavolini di plastica verde, e nella vetrata è esposta la vecchissima bilancia utilizzata tuttora per pesare i vassoi di paste. Il locale accanto è un ritrovo di studenti chiamato PW Sandwich Shop, che confina a sua volta con Cafè Bengal, un ristorante indiano sospettosamente a buon mercato. La disposizione dei tre locali in fila sembra una dimostrazione accademica delle contraddizioni del melting pot newyorkese: con l eccezione di una parziale interazione tra la pasticceria ed il bar degli studenti, non esiste alcuna forma di comunicazione tra i luoghi di ritrovo, e i clienti abituali non cambierebbero per nulla al mondo la propria scelta quotidiana. Le reciproche influenze culturali ed antropologiche rimangono su un piano puramente parallelo, e un atteggiamento che oscilla tra la tolleranza e l indifferenza prevale sulla reale integrazione. Non c è frequentatore della Hungarian Pastry Shop che non dichiari di prediligere il locale per la tranquillità, ma all interno risuona perennemente un brusio che solo i più romantici riescono a definire creativo. È l esterno semmai ad essere fin troppo tranquillo: l area, al confine tra la zona universitaria della Columbia e la parte meridionale di Harlem non ha mai conosciuto un aggressivo LA CREATIVITÀ SUI MURI Nella foto grande, i graffiti della toilette e varie immagini dell Hungarian Pastry Shop. Qualcuno sopra il lavandino ha scritto Dio è morto, firmato Nietzsche, ma un avventore successivo ha disegnato un eloquente punto interrogativo. Un altro ha ricordato che Gilgamesh è vivo e una penna beffarda ha aggiunto anche Elvis Umberto Saba Caffè Tergeste ai tuoi tavoli bianchi ripete l ubbriaco il suo delirio; ed io ci scrivo i miei più allegri canti Da ANTOLOGIA DEL CANZONIERE Torino, Einaudi, 1987 sviluppo immobiliare, e resiste ancora alla gentrification che sta investendo il quartiere afro-americano: i negozi non sono certamente alla moda, e l unica attrazione turistica è offerta dal cupo neogotico di St. John the Divine, la cattedrale episcopale che ha osato sfidare in grandezza San Pietro e non è ancora terminata dopo centododici anni dall inizio della costruzione, meritandosi l appellativo St. John the incomplete. Fa una certa impressione il contrasto tra un luogo così austero di preghiera e lo spirito da festa mobile della pasticceria, a metà strada tra i caffè parigini di Hemingway ed il vitale disordine newyorkese. Nei primi anni, i trenta tavolini del locale hanno raccolto quasi esclusivamente studenti e giovani scrittori, ma già all inizio degli anni Settanta si è cominciata a formare una sinergia con i docenti. Secondo un signore di mezza età che prende appunti da una versione paperback dell Autunno del Patriarca, il motivo è dovuto «all attrazione provata dai professori nei confronti delle studentesse più disinvolte e procaci». Sarà pure una battuta politicamente scorretta, ma Woody Allen ha scelto di ambientare proprio qui una scena di Mariti e Mogli nella quale accade qualcosa di estremamente simile. Le riprese del film bloccarono la Hungarian Pastry Shop per tre giorni, e gli avventori ricordano l episodio con un senso di profanazione: l arte non veniva creata all interno del locale ma arrivava dall esterno per trasformare la pasticceria in una semplice scenografia realistica. Non solo: quello che per gli scrittori doveva rimanere the best kept secret in town diveniva di dominio pubblico, in un film che avrebbe anche messo in piazza i rapporti adulterini del regista. Negli ultimi anni sono stati molti gli autori che hanno scritto degli interi libri mentre sorbivano i tre differenti tipi di caffè (viennese, ungherese e russo) e mangiavano le specialità della casa, tra le quali sono molto celebrate le ungheresi come il rigo ed il dobos, oltre, ovviamente, allo strudel. Nathan Englander ha scritto a mano su questi tavoli Per alleviare insopportabili impulsi, ed ha appena completato le seicento pagine del suo ultimo libro nella parte più silenziosa e meno illuminata del locale. Considera la pasticceria molto più di una seconda casa ( è l unico posto al mondo dove si ricordano di festeggiare il mio compleanno ) e ritiene assolutamente inconcepibile l idea di scrivere altrove. Prende appunti ed elabora le proprie idee su questi tavolini il saggista Andrew Delbanco, insieme a una lunga serie di scrittori meno celebrati come Caleb Crain, Scott Zwirer, Cynthia Zarn e Julie Otaka. Sul muro alla destra dell ingresso Peter Binioris ha incorniciato le copertine dei libri che ama (c è anche Almost Blue di Carlo Lucarelli) insieme a quelli scritti almeno in parte nel suo locale, tra le quali spiccano anche La tempesta perfetta di Sebastian Junger, A new Protestant Ethic at Work di Ken Estey. Ce n è per

12 DOMENICA 27 FEBBRAIO 2005 LA DOMENICA DI REPUBBLICA 35 GLI ALTRI CIRCOLI PARIGI Le Flore è stato aperto nel 1870 a Saint- Germain-des-Prés. Apollinaire che abitava lì vicino ci invitata tutti i suoi amici il martedì alle 18. È stato frequentato da Cocteau, Prévert, Sartre, Simone de Beauvior, Genet ZURIGO Il movimento dadaista nasce nel 1916 tra le pareti del caffè letterario Cabaret Voltaire. Grandi serate dedicate all arte russa e francese che videro protagonisti Tristan Tzara, Janco, Arp, Picabia, Hugo Ball, Duchamp FIRENZE Le Giubbe Rosse venne aperto all inizio del Novecento nell attuale piazza della Repubblica. Sede fissa dal 1913 del gruppo di Lacerba fu testimone dell aggressione di Marinetti, Boccioni e Carrà ad Ardengo Soffici PRAGA Il Cafe Arco era il luogo d incontro del gruppo di autori di lingua tedesca che si raccoglieva intorno a Franz Werfel. Lo frequentarono anche Milea Jesenská, Max Brod, Oskar Baum, Franz Kafka che qui nel 1912 conobbe Rudolf Fuchs FOTO THEO VOLPATTI/CONTRASTO tutti i gusti, ma gran parte dei testi evidenziano uno sguardo intimista e nello stesso tempo anticonformista. È come se questi autori avessero bisogno di riunirsi in una comunità per riscoprire la propria voce più intima, e quindi differenziare i propri punti di vista nel momento del confronto e della creazione. David Altman, un giovane attore-fotograforomanziere che sfoggia un Borsalino anni 30, spiega che sceglie la pasticceria perchè è il posto di New York più simile all Europa, e poi racconta di passare l intera giornata a discutere della possibile redenzione offerta dall arte. Solo Ozzy s a Brooklyn ha una clientela paragonabile da un punto di vista intellettuale, ma quello che caratterizza la pasticceria è l aspetto prettamente creativo: se gli scrittori della cosiddetta scuola di Brooklyn resistono di fronte all idea di scrivere in pubblico, coloro che frequentano il locale ungherese portano da casa i computer portatili ed i quaderni di appunti, esigendo quotidianamente lo stesso tavolino nel quale sostengono di trovare la concentrazione perfetta. Non c è da stupirsi quindi se raccontano con fastidio la comparsa occasionale di qualche personalità (Al Pacino, Peter Jennings, Caroline Kennedy) attirata dalla fama di cultura e creatività, e c è un evidente tacito accordo tra il gestore e gli avventori affinché lo spirito alternativo e pauperista non subisca alcun tipo di mutazione genetica. Ancora adesso è impossibile ordinare un vero e proprio pranzo (è necessario andare da PW Sandwich Shop e riportare i panini nella pasticceria) e non c è nessuno che osi criticare i quadri, a dir poco discutibili, e l incomprensibile serie di angeli affissa sopra l ingresso, in cui vengono ricordate le virtù della tolleranza, gioia, pazienza e onestà. Sono tutti consapevoli del fatto che ci sia qualcosa di intimamente conservatore in questa strenua cristallizzazione di uno spirito bohemienne, ma è certamente questo l elemento maggiore di fascino di un locale che snobba le regole e le opportunità del mercato, e continua a proporre dolci pesanti e coloratissimi, una illuminazione troppo bassa e una delle ultime toilette in cui non sono stati cancellati i graffiti. Gli scrittori ed i clienti ne sono tutti orgogliosi, e partecipano con divertimento al rito del dialogo murale: qualcuno ha scritto sopra il lavandino Dio è morto a firma di Nietzsche, ma un avventore successivo ha aggiunto un eloquente punto interrogativo. C è un signore che si è esibito in una lunghissima dichiarazione esistenziale che termina con un disperato io esisto!, ed un altro che s i riferisce esplicitamente a Bush quando scrive non in nostro nome, bastardo fascista bugiardo. Un avventore ha sentito la necessità di ricordare a tutti che Gilgamesh è vivo, ma una penna beffarda ha aggiunto anche Elvis. Sono moltissimi gli scambi di battute sulla politica ( la Francia è una nazione insignificante è stato corretto in una nazione magnifica ) ed i giochi di parole ( Buck Fush ), ma colpiscono soprattutto gli epiteti razziali ( che si fottano tutti i gentili, riguardo al quale qualcuno ha aggiunto nessun ebreo scriverebbe mai una cosa del genere ) ed omofobici, tra i quali spicca un let s enjoy some fruit, dove la frutta in questione da godere è una violenta espressione gergale per gay. Non manca la lista delle citazioni dotte, ma l ironia di un commento finisce per ridimensionarle: voi intellettuali avete proprio una brutta calligrafia. Gli scrittori e lo stesso Binioris sanno bene che i graffiti della toilette rappresentano la verità viscerale di un locale che vuole far sentire a proprio agio l avventore al punto da non offrirgli nulla se non l eterna ripetizione dell identico, e sanno ancor meglio che ciò che caratterizza l odierna capitale del mondo rispetto a quelle del passato è un idea di libertà assoluta e contraddittoria, nella quale l atmosfera profondamente retrò che viene rievocata quotidianamente tra i tavolini della pasticceria è il retroterra imprescindibile per le proposte più affascinanti ed innovative dell avanguardia.

13 36 LA DOMENICA DI REPUBBLICA DOMENICA 27 FEBBRAIO 2005 Abbiamo chiesto ai lettori di Repubblica.it di scegliere le canzoni, gli interpreti, i presentatori e le vallette che hanno segnato la kermesse più amata dagli italiani. Una rassegna che, soprattutto nel passato, ha portato alla ribalta le star della nostra musica. A partire dal personaggio più popolare: autore, cantante, ed anche eminenza grigia di brani firmati da altri. Ecco la cronaca delle edizioni , sei anni di Lucio sul palco e dietro le quinte dell Ariston Sanremo Il meglio di Il Battisti fantasma del Festival EDMONDO BERSELLI C è Sanremo e Sanremo. C è festival e festival. Ovvero c è la kermesse televisiva lunga una settimana, che produce e riproduce se stessa, e c è il festival dell età di mezzo, nel tempo della maturità festivaliera, allorché il paese aveva smesso di spaccarsi sulla rivalità fra Claudio Villa e Domenico Modugno, ma continuava a guardare Sanremo come un evento irrinunciabile. Quando si poteva ancora pensare che il festival fosse un immagine del paese, del suo costume, e soprattutto della sua musica. Consideriamo per esempio il lungo festival semidimenticato di Lucio Battisti. Cioè del massimo musicista popolare italiano. Che sfiora Sanremo, lo lambisce, una volta addirittura ci gareggia, riesce a non esserne travolto, prima del successo clamoroso e della sparizione dalle scene pubbliche. Bastava poco allora per perdere una carriera, al festival. Nell anno di grazia 1966 erano sbarcati sulla Riviera i complessi, come si diceva allora. Gli Yardbirds, che avevano come chitarrista un futuro mostro sacro, Jeff Beck, e che stavano spopolando con canzoni come For your Love e Heart Full of Soul, e si sarebbero immolati davanti a Mike Bongiorno cantando con Lucio Dalla e Bobby Solo. E poi i Renegades, i Minstrels, e per restare in casa nostra l Équipe 84 e i Ribelli. Tutti massacrati dal gusto reazionario delle giurie, che condividevano il giudizio di Mike Bongiorno sui «gallinacci» e i capelloni. Vedi caso, l anno dopo arrivò un gruppo inglese, in cui suonava la chitarra e cantava un certo Graham Nash. Si chiamavano The Hollies, altrimenti detti anche «i Beatles di Manchester». Li misero in coppia con un giovane cantante italiano, Mino Reitano, alle prese con una canzone intitolata Non prego per me. Autori il già famosissimo Mogol e un semisconosciuto giovane chitarrista, Lucio Battisti. Inutile dire che il brano fu eliminato immediatamente, nonostante ancora oggi la chitarra degli Hollies, nella strofa, risuoni nitida e a suo modo suggestiva, in piena consonanza con il suono dell era beat. Battisti aveva esordito come autore l anno prima, con Per una lira, una canzone affidata ai Ribelli, il complesso del Clan Celentano. Era stato notato dai giornali e dalle riviste di tendenza come Ciao Amici. Qualche box di pubblicità che lo segnalava come il compositore del pezzo indicava che qualcuno, non soltanto Giulio Rapetti in arte Mogol, stava investendo su di lui. Con ogni evidenza, Sanremo non doveva essere il palcoscenico più appropriato per un musicista che stava tentando una miscela singolare, un tocco di rhythm n blues sulla melodia italiana, con arrangiamenti mutuati dai Beatles e da Oltremanica, un orecchio a Otis Redding e a Dylan. E nemmeno lui doveva essere convinto che il festival fosse un trampolino giusto per lui, se è vero che nell edizione del 1968 (ricordata ancora oggi per una stralunata presenza di Louis Armstrong, che rifiutava di uscire di scena dopo avere proposto Mi va di cantare in coppia con Lara Saint Paul) presentò forse la sua canzone più sfortunata, La farfalla impazzita. Un pezzo che forse doveva alludere a qualche sogno allucinato, un effetto da Lsd dei poveri, ma che fu affidato a una star inconsapevole, Paul Anka, e a un crooner nazionalpopolare come Johnny Dorelli, e dopo essere stato sbattuto fuori dalla finale fu dimenticato più o meno per sempre. Eppure l anno dopo, 1969, ci provò di persona, superando scontrosità e timidezze. Come compositore aveva già alle spalle Dolce di giorno, la canzoncina con cui i Dik Dik erano stati ammessi a Bandiera gialla, programma rivoluzionario di Gianni Boncompagni «con la complicità di Renzo Arbore», e soprattutto il successo clamoroso di 29 settembre, prima nella hit parade nella versione dell Équipe 84. Allora il suo look comprendeva i capelli lunghi ed elettrificati, e per qualche tempo anche un paio di baffetti che avevano del posticcio, un segno vagamente machista su un volto da putto. Si presentò sul palcoscenico in una delle numerose versioni del Contadino, o del Provinciale, i personaggi pensati per lui dal talento pubblicitario di Mogol, con la giacchetta strettissima e un maxi-foulard bianco e impossibile, gambotte corte e gluteo pimpante. Era piuttosto chiaro che doveva essere almeno nelle intenzioni una sintesi fra l Italia post-rurale, uscita dal miracolo economico, dall urbanesimo e dalla congiuntura, e un accenno di flower power, spirito country e amore come ideologia. Era il 30 gennaio, di lì a qualche mese sarebbe arrivato un autunno caldissimo, e intanto lui si permetteva di annunciare il verbo mogoliano secondo cui «non può essere soltanto una primavera»: autunno caldo, primavera tiepida. Annunciato da Gabriella Farinon, «accompagnato dal maestro Reverberi», aveva esordito con qualche incertezza di intonazione nell attacco di Un avventura, e poi invece aveva proseguito guadagnando una confidenza crescente, con gesti via via più sicuri, prima facendo schioccare le dita, snap, e poi battendo addirittura le mani a ritmo, e infine concedendosi un tocco appena un po esagerato, come succede ai timidi, di spavalderia beat, roteando a ripetizione l avambraccio nel mezzo del ritornello: «Perché non è una promessa...». Proprio come avrebbe potuto fare con meno remore e un tono più esplicitamente nashvilliano un allegro trucidone alla Little Tony, o un fratello minore di Adriano Celentano, ma anche il suo complice di quella edizione, il tostissimo Wilson Pickett. Eppure l avventura del festi-

14 DOMENICA 27 FEBBRAIO 2005 LA DOMENICA DI REPUBBLICA 37 La classifica su Internet Le hit sono il risultato di una consultazione tra i lettori di Repubblica.it alla quale hanno partecipato oltre utenti unici LE CANZONI CANTANTI VINCITORI CANTANTI VINCITRICI PRESENTATORI VALLETTE Almeno tu nell'universo (Mia Martini) 23% D. Modugno 24% Giorgia 31% Fabio Fazio 38% Laetitia Casta 24% Vita spericolata (Vasco Rossi) 14% Nel blu dipinto di blu (Domenico Modugno) 13% A. Celentano 18% E. Ramazzotti 14% Elisa 22% Alice 14% Pippo Baudo 27% R. Vianello 13% Serena Autieri 17% L. Cuccarini 15% C. Koll 15% Vacanze romane (Matia Bazar) 4 marzo 1943 (Lucio Dalla) Il ragazzo della via Gluck (A.Celentano) Un avventura (Lucio Battisti) Ancora (Eduardo De Crescenzo) Ciao amore ciao (Luigi Tenco) E dimmi che non vuoi morire (Patty Pravo) Con te partirò (Andrea Bocelli) Io che non vivo (Pino Donaggio) Una lacrima sul viso (Bobby Solo) E se domani (Fausto Cigliano) Quando quando quando (Tony Renis) Massimo Ranieri Gianni Morandi Riccardo Cocciante Sergio Endrigo Claudio Villa Renato Rascel Bobby Solo Anna Oxa Gigliola Cinquetti Nada Alexia Nilla Pizzi Iva Zanicchi Carla Boni Simona Ventura Mike Bongiorno Raffaella Carrà Johnny Dorelli Nunzio Filogamo Claudio Cecchetto Miguel Bosé Ines Sastre Sabina Ciuffini Anna Falchi Laura Efrikian Valeria Marini Elisabetta Gardini Il voto premia anche Fazio e Laetitia Casta Modugno, Giorgia, Martini sono loro i magnifici tre GINO CASTALDO Qual è la più bella canzone proposta dal festival nei suoi cinquantacinque anni di vita? Domanda non facile, certo, considerando che a Sanremo sono passate circa canzoni, ma sappiamo anche che non sempre la qualità è stata predominante nelle scelte degli organizzatori. Alla fine di canzoni di indiscutibile bellezza, degne di rimanere nella storia della canzone, non ce ne sono state più di una cinquantina. Tra queste ne abbiamo scelte quindici e su questa lista abbiamo proposto un sondaggio ai lettori di Repubblica.it, che hanno risposto numerosissimi (oltre suffragi raccolti in pochissimi giorni). Grazie a questi risultati, possiamo delineare un immaginario podio. Vince, a sorpresa, Almeno tu nell universo, la splendida canzone firmata da Bruno Lauzi e Maurizio Fabrizio che Mia Martini portò all Ariston nel Arrivò appena nona, ma continuò ad avere una sua vita autonoma negli anni seguenti. Per molti, anzi, incarnava tutta la rabbiosa passione della cantante, un potente inno canoro contro la sfortuna che l aveva perseguitata. Il netto distacco con cui ha vinto (il 23 per cento dei voti) potrebbe avere il sapore di un risarcimento per una cantante che non ha avuto in vita quello che meritava, ma sicuramente il successo lo si deve anche al fatto che un paio d anni fa Elisa, che in italiano non canta quasi mai, ne ha inciso una acclamatissima versione, altrettanto bella, anche se saggiamente lontana dall interpretazione che ne offrì la Martini. Al secondo posto (14 per cento dei voti) si piazza Vita spericolata, che Vasco Rossi portò al festival nel 1983 e che, ventidue anni dopo, canterà nella prossima edizione, nella serata di sabato. Anche Vita spericolata secondo quello che è diventato un ricorrente luogo comune della rassegna, non ebbe fortuna al momento della sua esecuzione. Non arrivò neanche vicino al podio, ma come sanno tutti è diventata nel tempo una delle più importanti canzoni del nostro repertorio, amata soprattutto dal pubblico giovanile che l ha trasformata in una bandiera generazionale. Di misura (col 13 per cento dei voti) si piazza al terzo posto il pezzo-simbolo del festival ovvero Nel blu dipinto di blu di Domenico Modugno, la canzone che nel 1958 spalancò le porte alla modernità della melodia italiana. Seguono con ampio distacco 4 marzo 43 di Lucio Dalla e Un avventura di Lucio Battisti. Modugno si prende una bella rivincita vincendo col 24 per cento dei voti la classifica dei cantanti che hanno vinto almeno una volta il festival, seguito da Adriano Celentano ed Eros Ramazzotti. Tra le donne vince Giorgia con un sonante 31 per cento dei voti raccolti, seguita da Elisa e Alice. In questa votazione ha chiaramente ha avuto il sopravvento il gusto dei più giovani, che raramente trovano nelle proposte del festival qualcosa che gli assomigli. Il dato più singolare casomai è il terzo posto di Alice, che vinse nel 1981 con una canzone di Franco Battiato, e quello fu l anno che segnò l inizio della rinascita del festival dopo anni bui in cui la Rai aveva smesso perfino di trasmettere in diretta le serate. Abbiamo chiesto ai lettori di indicare anche il nome del presentatore preferito e in questa particolare classifica l ha spuntata Fabio Fazio col 38 per cento dei voti a fronte del 27 per cento raccolto da Pippo Baudo e il 13 per cento di Raimondo Vianello. La scelta di Fazio fa riflettere. È in fondo il meno sanremese tra tutti i presentatori, ma il dato coincide col successo che le sue edizioni ebbero sui dati d ascolto. Pochi vogliono ricordarlo ma la sua edizione ha segnato il record degli ultimi dieci anni, segno che alcune innovazioni intelligenti sono possibili senza distruggere il patrimonio popolare accumulato dalla rassegna. Dulcis in fundo, le vallette. Tra le decine di bionde e brune che hanno affiancato i conduttori, con gaffe proverbiali, mutismi, e perfino qualche scena di pianto, i lettori hanno scelto il volto elegante di Laetizia Casta (24 per cento dei voti), seguita con un buon margine di distacco da Serena Autieri (17 per cento) e, pari merito, da Lorella Cuccarini e Claudia Koll, entrambe al 15 per cento. val non era del tutto finita, per il futuro maestro solitario. Nel 1970 infatti partono favoriti proprio Little Tony e Patty Pravo, titolari di una canzone passata perlomeno alla cronaca del festival, se non alla storia. Si intitolava La spada nel cuore. Canzone a effetto, colpi di scena emozionali, un tradimento annunciato: «Quando tu l hai visto sei cambiata, ti sei illuminata È simpatia Non era vero». Il brano portava la firma Mogol- Donida, ma fin da allora si sparse la voce che Battisti era intervenuto almeno sull arrangiamento, forse sulla struttura della canzone, chissà, magari nell inciso, che in effetti mostrava stimmate drammaticamente battistiane (onorevole quinto posto in classifica delle vendite per Little Tony, tornato al ciuffo dopo qualche tentativo di frangetta beatlesiana). Sono sfumature e indizi impagabili per la tribù molto feticista dei battistiani, che ancora oggi rincorrono reliquie del loro idolo e sperano sempre nella pubblicazione di inediti, a dispetto di smentite e di dinieghi degli avvocati di famiglia. E che a distanza di tanti anni trovano sibilline conferme, se è vero che l ultima ciclopica raccolta battistiana, cinquanta canzoni sotto il titolo Le Avventure di Lucio Battisti e Mogol, rende pubblica proprio la versione di quella canzone, La spada nel cuore, eseguita da Lui, un demo che era circolato per anni su nastri pirata e assaporato viziosamente di nascosto dai devoti. Nella nuova antologia è ancora firmata Donida, un musicista tradizionale ma assai stimato da Battisti (che incise due sue canzoni, Prigioniero del mondo, a inizio di carriera, e la struggente La compagnia, con i suoi falsetti strappacuore). L ultimo indizio sanremese di Battisti, la traccia estrema, risale al 1971, allorché sempre Little Tony e la Formula 3, il gruppo che era stato miracolato da alcune canzoni battistiane come Eppur mi son scordato di te, furono in gara con La folle corsa. Un altra canzone composta da Mogol e Donida. Un altro brano di cui circola un bootleg trafugato dallo studio di I PROTAGONISTI Nell immagine, in prima fila da sinistra: Lorella Cuccarini, Vasco Rossi, Alice, Wilson Pickett, Gigliola Cinquetti, Pippo Baudo,Tony Renis, Iva Zanicchi, Adriano Celentano, Anna Falchi, Carla Boni, Gene Pitney, Pino Donaggio, Nada. In seconda fila: Elisa, Domenico Modugno, Ines Sastre, Eros Ramazzotti, Miguel Bosé, Dalida, Antonella Ruggiero, Giorgia, Fausto Cigliano, Edoardo De Crescenzo, Simona Ventura, Johnny Dorelli, Mia Martini, Caludio Villa. In terza fila: Riccardo Cocciante, Raffaella Carrà, Massimo Ranieri, Alexia, Lucio Battisti, Sabina Ciuffini, Renato Rascel, Mike Bongiorno, Nunzio Filogamo, Anna Oxa, Fabio Fazio, Claudia Koll, Gianni Morandi, Patty Pravo. In quarta fila: Elisabetta Gardini, Bobby Solo, Claudio Cecchetto, Laetitia Casta, Lucio Dalla, Andrea Bocelli, Serena Autieri, Nilla Pizzi, Valeria Marini, Sergio Endrigo, Équipe 84, Luigi Tenco, Laura Efrikian, Raimondo Vianello Nella foto a sinistra, Lucio Battisti con Loretta Goggi e Patty Pravo a Sanremo registrazione, che Battisti esegue con allegra vivacità e un buon tiro. Poi le tracce si perdono. Passato qualche anno, accorciati i capelli ed eliminati i baffi, Lucio lo si sarebbe visto come un adulto sobrio e sicuro di sé, consapevole di quello che sta facendo, perfettamente a suo agio nel proprio ruolo, nella propria identità, e certo del proprio valore. A volte con certi maglioni girocollo che gli davano un aria da giovane professional durante il weekend. Niente enfasi, sobrietà assoluta, indimenticabile in una esecuzione intimistica di E penso a te. Sempre meno cantante e sempre più tecnico e gestore dei propri suoni. Stava per piantare tutto. Si sarebbe inoltrato in una ricerca maniacale, pubblicando dischi impossibili, senza Mogol, affidandosi ai giochi verbali di un poeta ermetico, Pasquale Panella. Per lui il festival di Sanremo era diventato una galassia remota, una scheggia di universo da cui era fuggito: ma da cui qualcosa esce sempre a ricordarlo.

15 38 LA DOMENICA DI REPUBBLICA DOMENICA 27 FEBBRAIO 2005 le scienze Esperimenti di frontiera Dopo aver ottenuto il via libera dal comitato etico, gli studiosi dell università di Stanford hanno trapiantato con successo neuroni umani nel cervello di un topo, ottenendo così un organo ibrido. Agli incroci biologici stanno lavorando sempre più ricercatori sperando così di trovare cure alternative per le malattie neurologiche Alla ricerca della nuova chimera EMILIO PIERVINCENZI Il Mito racconta che fu Bellerofonte, eroe dei Corinzi, a uccidere la Chimera, l animale fantastico. Chi sarà a uccidere, oggi, la Chimera che la Scienza non Echidna e Tifone, i genitori dell animale con testa di leone, corpo di capra e coda di serpente hanno iniziato a generare? Se Irving Weissman, biologo dell università di Stanford, oltre a conoscere i mondi della genetica conoscesse i misteri del Mito, avrebbe qualche preoccupazione. Questi animali fantastici, minotauri, draghi o unicorni (per avere quest ultimo, assicurano gli Dei, basta associare un dente di narvalo, un mammifero marino, al corpo del cavallo), non sono certo antenati, neppure lontani, del piccolo topo con cervello di uomo che Weissman è stato pochi giorni fa autorizzato a creare dal Comitato etico della prestigiosa università americana. Ne evocano il fascino dell incertezza dei confini e delle contaminazioni, ma sono distanti per una questione centrale: quelli, gli unicorni e i draghi, erano il frutto della mente immaginifica dell uomo e tutt al più ne potevano occupare gli incubi e agitarne le ansie; questo, il piccolo topumano, invece, ci fa tornare con i piedi per terra, alimenta le speranze mediche di cura per malattie neurologiche finora impossibili da aggredire, al massimo promette di gonfiare l Ego di un ricercatore (forse anche il suo portafoglio) e il suo sogno di coronare con un Nobel una prestigiosa e magari anche spregiudicata carriera. Weissman è in buona compagnia. Nel mondo scientifico, dove non esistono barriere etiche e giuridiche, la ricerca sulle chimere affascina molti altri centri universitari. Sarà perché gli xenotrapianti sono meno popolari di un tempo, per il pericolo virus che l organo animale porta con se quando viene trapiantato sull uomo (nemmeno le valvole con tessuto di maiale si usano più: davano problemi e sono state sostituite da materiali sintetici), sta di fatto che dagli Stati Uniti al Canada alla Cina la caccia alla chimera è aperta. Maiali che vivono e bene con sangue umano, pecore del Nevada che hanno il fegato per l 80 per cento umano, embrioni di uomo-coniglio che hanno resistito alcune settimane in un laboratorio di Shanghai, galline che fanno il verso e muovono la testa come le quaglie perché il professor Balaban, della McGill University di Montreal, ha fatto crescere neuroni di quaglia nel cervello delle galline. L ultima scoperta in ordine di tempo viene da Israele. Spiega il professor Giuseppe Novelli, ordinario di genetica all università Tor Vergata di Roma: «È stato dimostrato che cellule staminali embrionali di maiale, se inserite al momento giusto del loro sviluppo, possono essere utilizzate per produrre organi come fegato, pancreas e polmoni da usare nell uomo. Hanno scoperto il timing esatto, che finora non era noto». Anche l esperimento della Stanford University è molto promettente. Che cosa sta facendo il professor Weissman? Sta trapiantando neuroni umani nel cervello di topi da laboratorio. Il lavoro, condotto in team dalla università californiana e dall azienda biotecnologia Stem Cells di Palo Alto, procede rapidamente. Le linee di ricerca sono essenzialmente due, una prevede l inserimento di cellule umane malate dentro topi in salute, un altra cellule umane sane in topi malati. L ultimo stadio, solo teorico per la profonda diversità dei due cervelli, è la sostituzione totale delle cellule neuronali del topo con quelle umane. Ma difficilmente arriveremo alla situazione immaginata da H. G. Wells nell Isola del dottor Moreau (1896): folli sperimentatori che si divertono a In laboratorio sono stati creati maiali nelle cui vene scorre sangue umano e pecore a cui è stato impiantato il fegato ex novo. E a Shanghai si tentano test con ovociti di coniglio LA STATUA DI AREZZO La statua bronzea della Chimera del IV-V secolo avanti Cristo conservata al museo archeologico nazionale di Firenze unire parti umane con parti animali. Molto più realisticamente la ricerca punta a seguire l evoluzione dei neuroni umani per tentare di capire come questi diventano difettosi. Weissman e il suo team hanno iniettato neuroni umani in feti di topi creando una classica chimera, topi con cervello per circa l uno per cento umano, e questo ha loro consentito di osservare come le cellule umane si aggregano a quelle del topo, come si moltiplicano, quali connessioni fanno. «Ora aggiungeremo cellule di neuroni umani malate di Alzheimer, o della malattia di Lou Gehrig o di altri difetti cerebrali e osserveremo le conseguenze nel cervello del topo. Stiamo imparando una lezione che sarebbe stata impensabile con un bando etico nella ricerca sulle chimere», specifica Weissman. Cogliere dunque l attimo in cui una cellula modifica in peggio la sua esistenza e provoca nel cervello una sorta di tsunami biologico. Ecco l obiettivo delle chimere create a Stanford. In futuro potrebbero essere sostituite regioni malate del cervello del topo con cellule umane sane ottenute dai feti. Ci sono malattie del sistema nervoso di cui non sappiamo ancora nulla. Non sappiamo, ad esempio, come la paralisi che ha colpito l astrofisico Hawking sia emersa, né immaginiamo che cosa l abbia scatenata. Non sappiamo ancora abbastanza del Parkinson e dell Alzheimer, né della schizofrenia o dell autismo o della sclerosi. In fondo, la ricerca della Stanford punta a creare una sorta di provetta da test con i peli. Ian Wilmut, il creatore della pecora Dolly, è stato autorizzato quindici giorni fa a produrre neuroni umani a partire da malati gravi del sistema nervoso attraverso la clonazione, Weissman è andato oltre: Wilmut fa esperimenti in provetta, Weissman li fa su un animale e per questo la sua avventura scientifica si incammina verso il confine sottile che separa la conoscenza dall oblio. Qui si tratta di cervello, dove dovrebbe trovare posto la coscienza, quel che dicono ci differenzia dalle altre specie animali. Gli americani comunque ci credono. Per la prima volta, infatti, è stato posto il problema della creazione delle chimere e il Comitato etico universitario di Stanford ha autorizzato formalmente la ricerca di Weissman. Il via libera è stato motivato così da Henry T. Greely, direttore del Centro per la legge e le scienze biologiche nonché capo del Comitato etico: «Abbiamo deciso che se vedremo un qualche segnale che ci riconduce al cervello umano o se il topo mostra comportamenti simili a quelli dell uomo, del genere di una accresciuta memoria o di una maggiore capacità di risolvere i problemi, ci fermeremo». L università californiana affronta dunque, prima nel mondo non solo negli Stati Uniti, la seguente questione filosofica: quando una chimera smette di essere animale e comincia a diventare uomo? La sindrome di Frankenstein è in agguato. «La biotecnologia sta arrivando al suo limite», accusa Wesley J. Smith, del Discovery Institute. Già lo scorso anno il Canada ha specificamente messo al bando la creazione di chimere a scopo scientifico e Cynthia Cohen, membro del Canada s Stem Cell Oversight Committee, suggerisce: «Anche negli Stati Uniti le chimere dovrebbero essere impedite, mischiare uomo e animale diminuisce la dignità umana». La National Academy of Sciences, cui spetta il compito di consigliare il governo federale sulle decisioni da assumere nelle questioni scientifiche, sta studiando la materia. Il prossimo mese presenteranno un piano agli scienziati con le linee guida da seguire in caso di ricerche

16 DOMENICA 27 FEBBRAIO 2005 LA DOMENICA DI REPUBBLICA 39 LA CHIMERA Era il mostro d origine divina lion la testa, il petto capra, e drago la coda; e dalla bocca orrende vampe vomitava di foco. E nondimeno col favor degli Dei l eroe la spense Omero da ILIADE Libro VI I TEST IN CORSO MAIALE-UOMO Dopo gli esperimenti sulle scimmie con cuore di maiale, alla Mayo Clinic a Rochester, in Minnesota, Jeffrey Platt ha creato anche maiali con sangue umano nelle vene, aggiungendo il sangue dell uomo a quello del suino sulle chimere. Greely dunque, che ha messo nel conto di trasformarsi nel Bellerofonte del ventunesimo secolo, non è il solo a doversi preoccupare delle chimere scientifiche. Sostiene Thomas Starzl, uno dei massimi sostenitori della chimerizzazione umana: «Assumere lo straniero in corpo ha un obbiettivo preciso: migliorare la specie umana». Roberto Marchesini, direttore dei Quaderni di Bioetica, che sulle chimere ha scritto un bel libro (La fabbrica delle chimere, Bollati Boringhieri), sposta l angolo di osservazione, dal laboratorio di Stanford a quello che definisce «uno dei maggiori movimenti culturali che si affacciano sul XXI secolo, il postumano». Dice: «Non si tratta solo di discutere sulla quallina o sulla caprapecora, ibridi animali realmente ottenuti dai ricercatori alla fine degli anni Novanta, o di dire se si sta dalla parte di Weissman o da quella di chi alza un muro davanti alla ricerca sugli embrioni umani argomenta Marchesini la chimerizzazione della società è sotto gli occhi di tutti, basta riflettere sulla modificazione culturale dell immagine dell uomo. È un epoca, la nostra, in cui i tabù della purezza sono superati, in cui la contaminazione di specie diverse, di organico e inorganico, uomo e animale, è diventata un paradigma culturale affascinante e ormai abbastanza comune. Piacciono gli esseri umani con parti meccaniche, oppure capaci di ospitare cervelli e sensazioni soprannaturali, basti pensare al successo PECORA-UOMO Esmail Sanjani, responsabile del dipartimento biotecnologie animali della Nevada University, aggiungendo cellule staminali umane ai feti delle pecore ha prodotto ovini con fegati composti per l 80 per cento da cellule umane di film come Blade Runner e Matrix. Esiste inoltre la ricerca artistica sulla chimera, come quella che fa Daniel Lee con i suoi grandi quadri, che a New York hanno raggiunto quotazioni inarrivabili, dove i protagonisti sono un po uomini e un po animali. Ma c è anche una tendenza estetica, forse più effimera e commerciale, ma molto in crescita. Sempre più donne, in particolare negli Stati Uniti, si rifanno a modelli animali: si felinizzano il viso, lavorando sul taglio degli occhi, gli zigomi, i padiglioni auricolari. Sì, piace la donna-gatto. Forse una legge può fermare la ricerca scientifica, come accade in Italia che in campi come questi è drammaticamente fuorigioco. Ma certamente nessuno può frenare una tendenza culturale». CONIGLIO-UOMO L uomo coniglio è quasi una realtà. Gli studiosi della Shanghai University hanno creato embrioni ibridi, unendo ovuli di coniglio e Dna umano per vedere se è possibile produrre in questo modo cellule staminali QUAGLIA-GALLINA I MANIMALS DI LEE Quattro Manimals, ovvero creature antropomorfe create dall artista Daniel Lee Le opere sono realizzate con assemblaggi digitali tra foto di uomini e animali. Daniel Lee, che vive e lavora a New York, ha esposto in musei e gallerie di tutto il mondo Trapiantando sezioni di cervello di quaglia nelle galline, all università canadese McGill sono state create le qualline : animali con il corpo di gallina, ma che fanno il verso e i movimenti di testa tipici della piccola quaglia Ma senza la politica è un rischio Quando la tecnica infrange il tabù UMBERTO GALIMBERTI C ome si fa a impedire alla tecnica che può di non fare ciò che può? Questa è la domanda che oggi si pone di fronte ai tentativi, esperiti in diversi laboratori del mondo, di contaminazione tra materiale biologico umano e materiale biologico animale. Dopo la clonazione della pecora Dolly, il suo creatore Jan Wilmut è stato autorizzato a produrre neuroni umani attraverso la clonazione. Alla Stanford University, il professor Weissman sta trapiantando neuroni umani nel cervello dei topi. A Shanghai biologi cinesi studiano gli effetti dell unione di cellule di uomo e ovociti di coniglio. Nel Minnesota sono stati creati animali con sangue umano che scorre nelle loro vene. Nel Nevada si sono ottenute pecore con fegati e cuori formati da cellule umane. E questi sono solo alcuni esempi di sperimentazioni in cui si oltrepassa il confine tra mondo umano e mondo animale. La cosa è allarmante sia per chi pensa, alla maniera degli antichi greci, che le leggi di natura non possono essere violate, sia per chi pensa, come vuole la tradizione giudaico-cristiana, che la natura possa essere dominata e posta al servizio dell uomo, ma nel rispetto delle sue leggi. Queste due concezioni, e le etiche che le difendono, sono entrambi inadeguate nell età della tecnica, perché formulate in epoche in cui la tecnica non era in grado di modificare la natura, e il potere dell uomo sulla natura era praticamente nullo. Oggi non è più così. La natura non è più l immutabile perché è in ogni suo aspetto manipolabile e modificabile dall intervento tecnico. La tecnica, a sua volta, non è più in potere dell uomo perché i risultati che consegue non nascono da indicazioni umane, ma dagli esiti delle sue procedure, in cui è rintracciabile quella che potremmo definire l etica della tecnoscienza che risponde all imperativo: «Si deve conoscere tutto ciò che si può conoscere, e quindi fare tutto ciò che si può fare». Così formulata, l etica della tecnoscienza ha come obiettivo solo il suo autopotenziamento, come è evidente, ad esempio, nelle ricerche sul potenziamento delle armi atomiche, anche se ne disponiamo abbastanza per distruggere la terra almeno diecimila volte. E non collima con l etica antropologica che ha in vista il miglioramento delle condizioni umane. E questo non collimare non è solo un dato di fatto, ma è un contrasto di principio, perché la tecnica non è più uno strumento nelle mani dell uomo, come ostinatamente si continua a credere, ma è diventata il vero soggetto della storia, e come tale esprime non più il potere dell uomo sulla natura, ma il suo potere sull uomo e sulla natura. Oggi si è giunti alle estreme conseguenze di quell intuizione che Bacone aveva avuto alle origini della scienza moderna e che aveva espresso in quella formula «scientia est potentia». Una formula divenuta minacciosamente coerente con se stessa nel momento in cui il sapere si è autonomizzato dall uomo che l ha escogitato, sottraendo a quest ultimo il potere che al sapere è intimamente connesso. In questo scenario, di fronte alla tecnica, l etica diventa pat-etica. Può invocare la tecnica che può di non fare ciò che può. E quando s è mai visto nella storia un autolimitazione della potenza da parte di chi la detiene? Finita l epoca in cui, per insufficienza tecnica, la natura era pensata come l immutabile; finita l epoca in cui l uomo poteva concepire la tecnica come mezzo per agevolare il suo dominio sulla natura, oggi siamo nell epoca in cui la tecnica guarda sia l uomo sia la natura come semplice materia su cui compiere la sua sperimentazione. E se i risultati che la tecnica è in grado di conseguire coincidono con gli interessi economici, sembra non ci sia etica in grado di fermare questa collusione, dal momento che non pare che il mondo sia governato da altri valori che non siano il valore del denaro che la tecnica concorre a potenziare. Ci si chiede a questo punto: che fare? Platone diceva che siccome la tecnica non ha scopi è necessaria quella «tecnica regia», come lui la chiama, che è la politica, in grado di assegnare alla tecnica i suoi scopi. Ma oggi la politica ha in vista il primato dell uomo, il riscatto delle sue condizioni di vita in molte parti del mondo subumane, o, come pare, ha in vista solo l esercizio della sua potenza? In questo caso la sua alleanza, quando non la sua subordinazione alla tecnica sembrano inevitabili. E allora il confronto non è, come sempre si dice, tra etica e tecnica dove non c è partita, ma, all interno della politica, per come la politica pensa se stessa: se come puro esercizio della potenza, o come quella forma di sovranità a servizio dell uomo in grado di assegnare allo sviluppo tecnico, in sé afinalizzato, il suo scopo. La vera domanda allora non è quella che solitamente si pone, ovvero se la tecnica debba essere incoraggiata o arrestata nel suo sviluppo, ma se la politica è in grado di ripensare se stessa e considerare se la sua legittimazione le deriva dall esercizio della potenza, come sembra oggi accada, o dalla difesa della condizione umana che non rientra nelle finalità specifiche della tecnica. Se la politica saprà rispondere a questa domanda, allora anche lo sviluppo imprevedibile della tecnica cesserà di apparirci minaccioso.

17 DOMENICA 27 FEBBRAIO 2005 le tendenze Revival femminili È dai tempi del femminismo che le donne si dividono su ricamo e tricot: lavori imposti dalla società patriarcale o hobby creativi? Adesso le dive di Hollywood riscoprono gli aghi da calza come rimedio anti-stress. E così rinasce una moda LA DOMENICA DI REPUBBLICA 41 Geri Halliwell Audrey Hepburn Maglia Julie Benz Ingrid Bergman Uma Thurman Bettie Davis Kristin Davis NATALIA ASPESI Anche ai tempi del femminismo si discusse sapientemente di uncinetto e di lavoro a maglia: c era una corrente che giudicandoli tipici lavori femminili imposti dalla società patriarcale, li riteneva umilianti per le donne e quindi da cancellare; un altra corrente invece li definiva tra Da Uma le poche possibilità che le donne avevano avuto in passato per manifestare la loro Thurman a creatività. Se arazzi e ricami antichi erano giudicati capolavori (tanto che si attribuivano quasi sempre a mani maschili) di Geri Halliwell quelle che si chiamano arti applicate, perché non le maglie casalinghe e donnesche a Kristin Davis fatte all uncinetto o ai ferri? Nel movimento poi, c era anche la necessità di trovarsi un abbigliamento consono alla rivo- facendo loro stessi dei campioni a maglia. cose che magari prendevano anni: come cercare colori, sfumature, morbidezze, giro già fatta e alla moda, mettersi a fare la mania del luzione in atto, quindi tendente al proletario, all antiestablishment e soprattutto a poco mettersi lì a sferruzzare divenne quadratini che si finiva per piantare a Avendo perso l identità di genere, a poco le famose coperte all uncinetto fatte di knitting dilaga all antichic: ci volevano cose etnicozingaresche, indoperuviane e chi non aveva per le casalinghe che adorando la tivu pone, perché intanto il trend dell arreda- una bizzarria, una perdita di tempo se non metà, un mucchio sporchiccio di presi- anche sul set una nonna paziente e volonterosa che si meridiana, per riscattarsi da ogni senso di mento volgeva ai piumoni e al leopardato. adattava a confezionare maglioni molli ed colpa divennero molto abili a fare maglioni verde marcio al marito. Deve essere sta- Oggi la maggior parte delle ragazze Sembra di essere enormi e gonnellone svolazzanti e colorate, doveva arrangiarsi: farseli da sé, vuoi ai ta la successiva ribellione maschile agli non sa fare niente in casa, neppure tornati agli ferri o all uncinetto, disfando preziosi golf stessi e alle sciarpe pizzicanti, e quella di cucinare, figuriamoci sferruzzare, e altamoda della mamma per usarne la lanati di misura e assolutamente fuori moda, nessuno glielo insegna o impone, tutta la famiglia ai golfetti sempre sbaglia- non per femminismo ma perché anni Sessanta Venne fuori poi che anche gli uomini ad attenuare l alacre laboratorio casalingo. Per un po le riviste femminili conti- intuiscono l assoluta inutilità. o anche perché, saggiamente, ne quando trionfava adoravano tricottare, orrido verbo, o uncinettare, ancor peggio: soprattutto nelle nuarono, come ai tempi del fascismo, ad Eppure non mancano ovunque carceri, dove maschi del tipo bruto si confezionavano avere la pagina del lavoro a maglia, che insegnava negozi che vendono filati, ma l hand made scialletti per tenersi calde le spalle e sciarpe civettuole da regalare a temporanei fidanzati. Dall Inghilterra arrivarono i nuovi giovani stilisti da nascondere sotto le grandi firme, molto abili a punti difficilissimi e orribili da ve- dere. Poi si arresero all evidenza: sempre più donne lavoravano fuori casa, sempre meno donne ritenevano sensato, nel poco tempo libero, e con tutta la maglieria in sinceramente soprattutto sete da ricamo (con modelli di bavaglini e tovaglie), perché il ricamo invece resta l occupazione accanita di una setta Ferri Un diritto e un rovescio passatempo delle star 38 mln Sono le donne americane che oggi si dedicano al lavoro a maglia secondo un recente sondaggio nascosta di signore che ne traggono massimo godimento creativo: ancora oggi ci sono uomini che entrando in una casa, se ci trovano una signora china sul bisso candido, che attraversa ritmicamente, pacificamente, con un ago e un filo colorato, ne rimangono folgorati per sempre, innamorandosi di quell antica immagine di una femminilità silenziosa e laboriosa, molto rimpianta. Più problematico il famoso piccolo punto, che ebbe il suo momento di pericolosa gloria negli anni 70: nervosissime signore facevano a gara a chi ricamava più cuscini o fondi di sedia se non addirittura divani, riducendo le loro case, e quelle dei disgraziati cui venivano donati, delle specie di suk sovraccarichi. Quanto alle dive che si fanno fotografare mentre sferruzzano (sempre senza occhiali), non mi convincono: forse vogliono semplicemente occupare spazio anche nelle riviste popolari, soprattutto americane, di lavori donneschi, forse non sanno più a che santo votarsi per destare un minimo di curiosità. Perché lavorare a maglia o all uncinetto fa parte di quelle occupazioni assolutamente private, di riposo, di relax, in cui seguire coi punti i propri pensieri diventa una specie di autoanalisi solitaria. Sbandierare così le proprie intime propensioni pare più pericoloso che parlare dei propri amanti. E poi inutile pensare che le star lanceranno una moda: loro non solo hanno tanto tempo vuoto fra un film e l altro, ma anche una squadra di domestici. E la giornata va pur riempita, non si può farlo solo con gli spasimanti. Ma poi: chi indosserà davvero le loro uncinettate? Uncinetto GLI STRUMENTI Esistono tre tipi di ferri: a una punta, 2 punte, circolare. Un numero indica la grandezza del ferro, che viene scelto in base allo spessore del filato I PUNTI BASE I due punti fondamentali per il lavoro a maglia sono il diritto e il rovescio: costituiscono la base per l esecuzione dei punti operati Il lavoro a maglia ha origini antichissime I primi esemplari risalgono a anni fa e furono ritrovati nelle tombe dei faraoni egizi 1400 Fin dal 1400 nobildonne, dame, suore ma anche popolane si dedicavano al lavoro all uncinetto, che veniva elencato negli inventari della dote GLI STRUMENTI Gli uncinetti sono simili ad aghi da maglia, ma più corti e con un uncino all estremità Prodotti in diverse misure, indicate da un numero I PUNTI BASE Nell uncinetto il punto basso e il punto alto costituiscono la base di ogni lavoro. Si comincia sempre con l eseguire la catenella I FILATI Sono tanti e diversi per peso, composizione e struttura i filati per il lavoro a maglia: si sceglie in base al capo che si vuole eseguire e all utilizzo 3 mila Le persone riunite, lo scorso anno, al Victoria and Abert Museum per lavorare a maglia XIX sec. È solo a partire dal XIX secolo che l uncinetto comincia ad essere usato per adornare la biancheria intima e di casa Per prime furono le suore ad utilizzarlo per realizzare bordure e accessori dell abbigliamento ecclesiastico I FILATI La scelta è tra lana, cotone o seta: l importante è abbinare al filato il giusto uncinetto Esistono fili sottilissimi per i centrini più delicati

18 42 LA DOMENICA DI REPUBBLICA DOMENICA 27 FEBBRAIO 2005 i sapori Accoglienza e alta cucina Esce in Italia la nuova guida dei Relais&Chateaux È lo spunto per andare in cerca degli hotel che meglio hanno realizzato la ricetta di un ospitalità calda fatta di fascino dei luoghi, ambienti raffinati, piatti eccellenti, attenzione al servizio. Ideali per incorniciare un momento felice o per scappare da stress e malinconie Cogne (Aosta) Uno chalet da cartolina immerso nel parco del Gran Paradiso, dove la montagna dà il meglio di sé, tra ghiacciai e passeggiate super rilassanti. L offerta gastronomica si traduce in due ristoranti, panoramico e gourmand, una brasserie e un irresistibile bar-à-fromage BELLEVUE Via Gran Paradiso 22 Cogne (Ao) Tel Camera doppia da 154 euro Ristorante Le Petit Restaurant Chef Sergio Sesone Menù a partire da 50 euro S.Stefano Belbo (Cuneo) Il bel monastero francescano del 1600, appoggiato sulle colline delle Langhe, è stato ristrutturato con garbo e rispetto Felice la scelta di dislocare il ristorante, gestito dalla famiglia-principe dell alta cucina piemontese, nelle suggestive vecchie cantine RELAIS SAN MAURIZIO Località San Maurizio 39 Santo Stefano Belbo (Cn) Tel Camera doppia da 205 euro Ristorante Guido da Costigliole Chef Andrea e Lidia Alciati Menù a partire da 50 euro Ranco (Varese) Una storia lunga più di 150 anni per questa locanda immersa nel paesaggio magico del lago Maggiore. Una manciata di suadenti camere con vista, la possibilità di cenare, benissimo, in una sala di cristallo d inverno o sotto il pergolato sul lago in estate IL SOLE DI RANCO Piazza Venezia 5 Ranco (Va) Tel Camera doppia da 180 euro Ristorante Il Sole Chef Davide Brovelli Menù a partire da 75 euro Alberghi LA GUIDA La guida R&C stampata in un milione di copie e in quattro lingue Festa o fuga ecco dove andare LICIA GRANELLO a lungo inseguito vi ha finalmente detto di sì. Oppure è in arrivo un bimbo e vi sembra di toccare il cielo L amore con un dito. Il capo ha scoperto che gli siete indispensabili e vi ha dato la promozione tanto sperata. Siete tra quelli che festeggiano degnamente l anniversario di nozze, convivenza, fidanzamento, o semplicemente il compleanno. Esistono svariati motivi, tutti sacrosanti, per organizzare una fuga romantica e golosa, di quelle da segnare sul calendario e non dimenticare fino a che memoria terrà. Da raccontare agli amici e da ripetere (se possibile), variando la destinazione o mantenen- Per rendere più vario e interessante il soggiorno qualcuno propone mini-corsi di cucina tenuti dallo chef della maison dola uguale: a patto di conservare la stessa, impagabile magia, una formula alchemica di charme, coccole, seduzione per occhi e palato. Insomma, decidete di rapire il vostro amore per regalarvi qualche giorno da fiaba. Per portarlo dove? Qualche idea interessante ci sarà svelata domani, quando l associazione dei Relais&Chateaux presenterà la versione italiana della sua guida, ricca di 440 indirizzi vincolati alla regola delle cinque C: charme, calma, carattere, cortesia. E cucina. Perché si può affondare nel letto più accogliente e tentatore, farsi avvolgere dalle bollicine ayurvediche dell idromassaggio e poi infilarsi nell accappatoio candido di superspugna, incantarsi davanti alla vetrata che riflette i bagliori di un ghiacciaio, le onde morbide del mare, l acqua placida del lago. Ma prima o poi, questione di ore o minuti, si comincia ad avvertire un languore poco estinguibile con le noccioline in dotazione nel minibar. Voglia di mettere fuori il naso dall albergo per cercare un buon ristorante, zero: guai a interrompere l incanto irripetibile trovato fuori e dentro la maison che vi ospita. Esistono grandi ristoranti d albergo (dalla Pergola dell Hilton in giù) e grandi ristoranti con belle camere annesse (come Le Calandre). Ma il rapimento amoroso richiede un cocktail più raffinato e particolare. Il fuori quella che le guide americane chiamano location deve essere da mozzafiato. Allo stesso modo, il dentro arredi, accoglienza, dettagli non può che rivelarsi intimo, complice, seducente. E completato da una cena strepitosa. Certo, i prezzi sono alti. Ma questo tipo di albergo Relais& Chateaux, Romantik Hotels, Leading Hotels, Charming Hotels, eccetera sa essere così intrigante e fascinoso da farsi apprezzare sempre più spesso anche fuori dai periodi canonici (la cosiddetta alta stagione), quando le tariffe sono più accessibili, le offerte speciali frequenti, gli chef liberi di sperimentare nuove ricette e di dedicarvi il loro tempo, anche proponendo veri e propri mini-corsi di cucina (preziosissimi). Ma prima di decidere se ritagliarsi S.Cassiano (Bolzano) Paradiso degli sciatori e dei freddolosi, grazie a un centro benessere accogliente e super attrezzato. Rigenerati da un massaggio, o felicemente provati da una giornata sulle piste, la cena sarà comunque l esperienza più entusiasmante del soggiorno ROSA ALPINA Strada Micura de Ru 20 San Cassiano (Bz) Tel Camera doppia da 195 euro Ristorante St. Hubertus Chef Norbert Niederkofler Menù a partire da 60 euro Siena Una struttura del 1400 incantevolmente restaurata, dove l unica fatica è scegliere tra camere con giardino, sale affrescate, biblioteca d antan e la piscina nascosta dietro un roseto. Il chiostro adornato ad arte per le cene estive è un vero luogo di delizie gourmand CERTOSA DI MAGGIANO Strada di Certosa 82 Siena Tel Camera doppia da 300 euro Ristorante Il Canto Chef Paolo Lo Priore Menù a partire da 60 euro Cortona (Arezzo) Una casa di campagna del 1600, dai toni morbidi per arredi e accoglienza, nel cuore di una corposa tenuta, dove la famiglia Baracchi produce due vini rossi e un extravergine biologico. Rituale pre-cena: un buon bicchiere di vino nel giardino d inverno RELAIS IL FALCONIERE Località San Martino 370 Cortona (Ar) Tel Camera doppia da 260 euro Ristorante Il Falconiere Chef Richard Titi Menù a partire da 65 euro

19 DOMENICA 27 FEBBRAIO 2005 Marcel LA MEMORIA Allora, l Hotel Jaragua guardava il Malecón... Li avevano sistemati a un tavolo vicino alla finestra e Uranita poteva vedere l ampio giardino e la piscina... Mario Vargas Llosa da LA FESTA DEL CAPRONE Madrid 2000 L IMMAGINE Tra le camere di cui più spesso rievoco l immagine quelle del Grand Hotel de la Plage, a Balbec, i cui muri riverniciati contenevano, come le pareti levigate d una piscina, un aria pura, azzurrina Proust da LA STRADA DI SWANN Parigi 1919 LA DOMENICA DI REPUBBLICA 43 Erbusco (Brescia) Una famiglia di imprenditori edili, i Moretti, appassionati bon vivant, vocazione tradotta in produzioni di vini d alta gamma e nell attività di albergatori Il relais dell Albereta, il loro gioiello-simbolo, ospita al suo interno uno dei ristoranti-culto italiani L ALBERETA Via Vittorio Emanuele 25 Erbusco (Bs) Tel Camera doppia da 245 euro Ristorante Gualtiero Marchesi Chef Gualtiero Marchesi Menù a partire da 90 euro S.Pietro in Cariano (Verona) Una villa patrizia del 1500 affondata tra i vigneti della Valpolicella, ristrutturata privilegiando spazi ampi e mobili d epoca Verde, silenzio, una piscina maestosa, un bellissimo giardino d inverno. E un ristorante dove la cena è un lungo rito appagante VILLA DEL QUAR Via Quar 12 San Pietro in Cariano (Vr) Tel Camera doppia da 260 euro Ristorante L Arquade Chef Bruno Barbieri Menù a partire da 70 euro Gardone Riviera (Verona) Una grande villa liberty, buen retiro di D Annunzio, posizionata pieds dans l eau: si esce dalla camera e ci si immerge nelle acque verdi del lago di Garda La cucina è all altezza del luogo. Dopo cena musicale nell affascinante torretta a fianco, tra pini e ulivi VILLA FIORDALISO Corso Zanardelli 150 Gardone Riviera (Vr) Tel Camera doppia da 200 euro Ristorante Villa Fiordaliso Chef Riccardo Camanini Menù a partire da 65 euro Il proprietario del San Pietro di Positano Tratta il cliente come te stesso una parentesi di un paio d ore per imparare i trucchi del mestiere dei fornelli, godetevi il piacere di una serata gourmand. Sprofondatevi nella poltrona accanto al camino, uscite nel patio che domina la valle, accoccolatevi a bordo piscina, e fatevi servire un aperitivo con adeguati stuzzichini (molto meglio delle noccioline). Mentre lo sorseggiate, vi porteranno il menù e la carta dei vini. Se siete curiosi, lanciatevi nel menu degustazione, che racchiude il meglio del sapere gastronomico degli chef, quasi sempre piuttosto giovani, entusiasti, scelti fra i migliori in circolazione, capaci di regalarvi due ore di godimento assoluto per il palato, senza costringervi a coricarvi con la bottiglia d acqua sul comodino. Anzi, quando il mattino dopo, dopo una notte meravigliosa, vi alzarete con la sensazione netta di non volervi accontentare del solito caffè, sappiate che questi sono i luoghi della Grande Colazione. Lo stesso chef che vi ha deliziato a cena, vi tenterà con le irresistibili brioches farcite di crema inglese, il vero yogurt naturale, la torta di mele più buona del mondo, le miniquiches di verdura e le marmellate preparate con i prodotti dell orto di casa, coltivato con passione certosina. Facilmente, vi regaleranno un vasetto di squisitezze per svegliarvi con il buon umore anche nei giorni a seguire. E voi tornerete a casa con addosso una tale allegria che nemmeno il saldo della carta di credito riuscirà a scalfire. 440 Sono 440 in tutto il mondo gli esercizi associati alla catena Relais & Chateaux 1.300mln È di un miliardo e 300mila euro il fatturato mondiale dei Relais & Chateaux nel Sono 50 nel mondo i Paesi in cui è possibile trovare un hotel della catena Relais & Chateaux 33Sono 33 gli hotel che appartengono alla catena Relais & Chateaux presenti in Italia VITO CINQUE S iamo sinceri: fare l albergatore sulla costiera amalfitana è quasi facile. Ti guardi in giro e trasecoli: la bellezza naturale di questi luoghi è assoluta, a volte perfino dolente nella sua semplicità. L Italia è piena di posti incantevoli, non è una questione di classifiche. Però qui non abbiamo nemmeno bisogno che arrivi la bella stagione. I colori, gli scorci, i paesaggi sono così coinvolgenti da farsi beffe delle previsioni del tempo. Chi ha visto Positano sotto la pioggia sa di che cosa parlo. Però la bellezza non basta. Il nostro registro degli ospiti dice in maniera incontrovertibile che molti di loro, una volta scoperto il San Pietro, ci tornano ancora e ancora: abbiamo coppie e famiglie che hanno fatto del soggiorno qui un appuntamento fisso nella loro agenda annuale. Un po come quando si pianifica la visita ai parenti: lo dai per scontato, se non lo facessi ti mancherebbe da morire. Del tipo: ogni anno andiamo a trovare zia Alda. Ogni anno passiamo una settimana al San Pietro. Ripeto, la bellezza dei luoghi fa sicuramente la sua parte. Ma noi sappiamo bene che quanto si trova dentro l albergo è altrettanto importante per determinare il successo. In ogni pozione vi è un qualcosa che scatena la magia: il nostro ingrediente è un ospitalità attenta, ricercata ma sempre discreta. Il segreto? Tanto semplice quanto sorprendentemente efficace: l empatia. A ogni inizio di stagione ci mettiamo nei panni dei nostri clienti. Detto così sembra scontato, ma nella sostanza sono convinto che non sia una pratica molto diffusa. Altrimenti il livello della nostra offerta alberghiera sarebbe più alto e diffuso di quanto è oggi nel nostro paese. Ci chiediamo: come dovrebbe essere Vito Cinque l accoglienza se fossimo noi ad arrivare in albergo? Che atmosfera vorremmo trovare? Con chi ci piacerebbe parlare? Cosa vorremmo trovare nel menu o nella lista dei vini? Discutiamo con mia madre, mio fratello, i nostri collaboratori. E adeguiamo l ospitalità ai suggerimenti e alle esigenze che emergono. Questo atteggiamento empatico crea un atmosfera cordiale che rilassa l ospite. L ambiente è di classe ma senza l austerità che un luogo raffinato comporta. Il personale del Ricevimento indossa la giacca di sera, quando lo richiedono le luci soffuse e la musica di sottofondo nei saloni, ma non di giorno, quando le ampie vetrate inondano di luce naturale la hall e gli ospiti si sentono a proprio agio sui divani come nel salone di casa. Le tovaglie sono allegre, i toni professionali ma amichevoli, la disponibilità ad aderire ai desideri degli ospiti totale. L unica vera regola è che non si rincorrono regole. Nessuna tecnica ardita di marketing o strategie di vendita, nessun rigido schema imprenditoriale, pur essendo un azienda considerevole, con un organico che supera il centinaio di dipendenti e un rapporto di personale ad ospite di due a uno. Nient altro che semplicità unita all incanto dei luoghi. Così da far dire a Luciano De Crescenzo: «Il San Pietro di Positano? Più o meno il paradiso me lo immagino così». L autore è proprietario del San Pietro di Positano Porto Ercole (Grosseto) Affacciato sul promontorio dell Argentario, un relais frammentato tra la costruzione centrale e delle piccole ville nascoste nel verde di un grande, delizioso giardino con piante mediterranee. Quando il tempo lo permette, si mangia in terrazza dove la vista è strepitosa SBARCATELLO Porto Ercole (Gr) Tel Camera doppia da 328 euro Ristorante Il Pellicano Chef Antonio Guida Menù a partire da 82 euro Ravello (Salerno) Un palazzo di mille anni fa arrampicato sulla collina più alta di Ravello, il magnifico borgo che domina dall alto la costiera amalfitana. Piscine, terrazze con vista mozzafiato, e un ristorante che coniuga con eleganza cucina regionale e internazionale PALAZZO SASSO Via San Giovanni del Toro 28 Ravello (Sa) Tel Camera doppia da 300 euro Ristorante Rossellinis Chef Pino Lavarra Menù a partire da 70 euro Positano (Salerno) Il luogo è di straordinaria bellezza, la struttura senza offese per il paesaggio, il servizio cordiale e personalizzato. Per guadagnarsi aperitivo in terrazza e cena, si può percorrere a ritroso la vertiginosa discesa di gradini di pietra che porta al mare IL SAN PIETRO Via Laurito 2 Positano (Sa) Tel Camera doppia da 380 euro Ristorante San Pietro Chef Alois Vanlangenaeker Menù a partire da 65 euro

20 44 LA DOMENICA DI REPUBBLICA DOMENICA 27 FEBBRAIO 2005 l incontro Donne e potere Lady Nokia A 49 anni, con uno stipendio da 900mila euro e un ruolo chiave nel colosso europeo dei telefonini, ha scritto una lettera: Caro presidente, vi lascio. E si è ripresa la vita Adesso Sari Baldauf ci racconta le sue nuove giornate, ci descrive l impegno sociale a favore dei giovani dei paesi poveri, e ci rivela il motivo del suo gesto: Amo le cose semplici, andare a funghi nei boschi, per esempio. E nell utilizzo del tempo ci sono dei limiti CINZIA SASSO L HELSINKI annuncio è il tictic di un paio di scarpette col tacco, qui, dove le strade sono sempre coperte di neve e dove oggi il termometro, mite, a mezzogiorno segna meno sei. Il passo è leggero ma non perché Sari Baldauf, cinquant anni il prossimo dieci di agosto, da un paio di settimane è una donna libera: era leggero anche prima, quando era la signora della Nokia, il colosso europeo delle telecomunicazioni, membro del board di un azienda da 55mila dipendenti, il vice presidente esecutivo e general manager delle reti, le infrastrutture sulle quali corrono da un capo all altro del mondo le informazioni. Ora, la signora che il Financial Times ha eletto come la donna più influente del business europeo e che era orgogliosa di esserlo, quella che alcuni nella comunità degli affari si aspettavano di vedere prendere il posto di Jorma Ollila, il Ceo con contratto in scadenza, non è più nessuno. È tornata ad essere solo quello cui tiene davvero: Sari, una persona, non più un ruolo; un nome semplice da rintracciare alla B sull elenco del telefono, non l unico nome femminile nel consiglio di amministrazione dell azienda; una che passa il tempo a leggere, andare in palestra, sciare con i nipoti, non l infaticabile business woman che salta su e giù dagli aerei a firmare contratti da una parte all altra di questo inquieto mondo. Stringe la mano con il massimo calore possibile per un finlandese, sorride solo con gli occhi, occhi azzurrissimi e un poco taglienti; sfila la pelliccia di visone a cappa, con il cappuccio, sistema la sciarpa di un rosso vermiglio proprio come il rossetto e si scusa: «Ho una fame terribile, devo chiedere un sandwich». Ha capelli neri cortissimi, è piccolina minuta e piuttosto elegante per una tarda mattina: pantaloni e giacca nera, scarpe, appunto, col tacco. Questo non è più il suo posto di lavoro; non ama, ma capisce, la curiosità sulla sua scelta e dunque eccola di nuovo, per una breve parentesi, in quella che per vent anni è stata la sua sala riunioni divani bianchi, tavolo di cristallo, un tappeto di piccole orchidee bianche, dalle vetrate il golfo di Finlandia ghiacciato con i traghetti che sembrano di cartone, sospesi disposta a rispondere alla domanda: perché mai una persona nel pieno della carriera, destinata a mete ancora più alte, potente, uno stipendio da oltre 900mila euro l anno, influente, in buona salute, giovane ancora, amata dai suoi azionisti, decide di lasciare tutto? Forse perché, dopo vent anni di lavoro, è sopraffatta dalla stanchezza? Sari, stavolta, sorride davvero: «O no, non sono affatto stanca. Ho dormito abbastanza in questi dieci giorni». Poi torna seria: «Quando fai qualcosa di molto interessante, che ti prende tanto, è davvero difficile capire quando fermarsi. Quando ho cominciato, ventuno anni fa, a lavorare in Nokia, pensavo di restarci tre anni e poi di mettermi a fare ricerca. Invece ho scoperto che era molto più bello fare le cose nella pratica che studiarle nella teoria. Ma essere in cima e avere il potere non è mai stato il mio obiettivo: mi ha sempre mosso il gusto di far funzionare le cose. E così mi sono ritrovata in un meccanismo che andava veloce, sempre più veloce. Lavoravo dalle dodici alle quattordici ore al giorno, e quando viaggi molto le ore sono molte di più: finisci le riunioni, la cena d affari, vai in albergo e ti colleghi col tuo pc per leggere la posta che nel frattempo hai ricevuto in Finlandia. Quando sei in un ruolo globale, senza confini, quando oggi sei in Cina e domani a Parigi, stai in servizio ventiquattro ore al giorno per sette giorni su sette. Non ho rimpianti, è stato entusiasmante. Ma arriva un momento in cui invece vuoi molto più tempo per i tuoi interessi personali, per te. Io amo le cose semplici andare a funghi nei boschi per esempio e nell utilizzo del tempo ci sono dei limiti». Hanno scritto che Sari si darà anima e corpo all International Youth Foundation, che si occupa del futuro dei giovani, di preparare, per i ragazzi, un futuro. Ma è vero solo in parte: già da cinque anni è nel direttivo dell associazione e Nokia con loro ha lanciato un progetto per consentire alle comunità più periferiche di connettersi con il resto del mondo. Non è come la Irene del Cuore Sacro di Ozpetek, non ha lasciato perché ha scoperto il volontariato. I bisogni degli altri, Sari, li conosceva da tempo. In uno dei suoi ultimi discorsi da lady Nokia, imbarazzata per essere chiamata a parlare come super donna, si è quasi scusata della sua condizione di privilegio: «La nostra educazione, il diritto che ci è riconosciuto di occuparci di noi stessi, la possibilità di avere un lavoro, ci rendono molto diversi da altre persone che pure sono come noi; rendono diversa me da altre donne come base di partenza e dunque, è ovvio, anche come meta di arrivo. Metà della popolazione mondiale vive con meno di due dollari al giorno; metà della popolazione ha meno di 25 anni e l 85 per cento dei giovani vive in un Paese povero; il 40 per cento dei disoccupati sono ragazzi». A loro Sari Baldauf ha pensato anche nei suoi anni ai vertici. Dunque: «Adesso, per sei mesi, non farò nulla. Ho deciso di prendermi un periodo di stacco, e poi di vedere. Non vorrei ritrovarmi di nuovo con l agenda Il successo non lo raggiungi una volta per tutte, te lo devi guadagnare ogni giorno. E se ti lasci trasportare finisci per diventare arrogante: non ascolti più, diventi pigro piena dalla mattina alla sera, e questo è un pericolo, perché sono una persona che tende a farsi tirare dentro alle cose; non vorrei sentirmi ancora rimproverare da mia madre, che si lamenta perché sono sempre in volo». La decisione di oggi, dice, era già presa da tempo «bisogna fare delle pianificazioni, perché sennò la vita fa i suoi piani che si antepongono ai tuoi e ti tiene dentro». Tre anni fa lo aveva comunicato al suo presidente, e dieci anni fa aveva fatto un primo passo, «una mossa legata logicamente a quello che ho deciso adesso»: sei mesi di aspettativa per andare sugli sci e per studiare la storia dell Europa e la cultura dell Asia. «Davvero, non è stanchezza. Io voglio lavorare ancora e non sarei capace di non farlo. Ma ci saranno altri modi. Ho sempre pensato che non voglio perdere la mia identità, che non voglio confondere la mia persona con il ruolo che esercito. Io voglio essere me stessa. Nokia è un ottimo posto dove lavorare, c è molto rispetto, ma io dovevo ritrovarmi». Continua ad alzarsi tra le sei e del sette del mattino perché «è bello avere una lunga giornata davanti»; gioca a tennis, va in montagna, nella sua bellissima villa sulla costa meridionale della Finlandia; verrà presto in Italia «a Siena, la Toscana è così dolce», a studiare una delle poche lingue che non conosce, l italiano. E ora, finito il sandwich di pane nero, ha un po fretta: deve andare in palestra. L americana Gail Sheehy direbbe che, entrata «nella seconda età adulta», quella della maturità piena che però oggi è ancora giovinezza, ha raggiunto «la padronanza»: il momento in cui una persona prende in mano le redini della propria vita, libera finalmente dai condizionamenti. «Per una donna dice Sari è più semplice scegliere se lavorare o stare a casa. Gli uomini sono meno liberi, devono subire una pressione sociale più forte. Se un uomo avesse preso la mia decisione, se ne parlerebbe di più, e forse non avrebbe avuto la mia stessa libertà di farlo». Ma è l unica differenza di genere che concede: «Quando lavori sei te stesso. Non credo che esista un modo femminile o uno maschile di esercitare il potere. È uno stereotipo, un opinione datata, vecchia, superata: io non mi sono mai sentita di dover essere come un uomo, né ho mai percepito che questo fosse ciò che gli altri si aspettavano da me. Le differenze sono solo culturali, e personali. Forse per le donne è solo più facile essere aperte alle emozioni, attente ai bisogni degli altri, capaci di ascoltare. Forse hanno soprattutto dei vantaggi». Differenze sfumate, certo, in un Paese nordico: in Finlandia le donne hanno avuto il diritto di voto nel 1906, quarant anni prima che in Italia. Il presidente della Repubblica è una donna e così la metà dei ministri al governo; al Parlamento le donne deputato sono 75 e 125 gli uomini; se in Italia le laureate sono il 10 per cento, in Finlandia sono il 36. Sari Baldauf non ama parlare di se stessa. «La mia è una famiglia ordinaria, non c è niente da raccontare». È nata in un paesino al confine con la Russia ma a tre anni si è trasferita sulla costa meridionale, a Kotka. Suo padre era un uomo d affari, lei la maggiore di quattro fratelli; voleva diventare un medico, poi, però, influenzata da quel che aveva sempre respirato in famiglia, si è iscritta a economia. La laurea, il matrimonio, il primo lavoro come marketing manager ad Abu Dhabi, dove aveva seguito il marito. Più tardi un dottorato onorario alla Helsinki University of Tecnology. Nel 1983 l incontro con Nokia. E da allora un successo sempre crescente. Ma anche un distacco crescente: «Il successo non è qualcosa di garantito, che raggiungi una volta per tutte. Lo devi guadagnare giorno per giorno. E se ti lasci trasportare puoi finire nell arroganza o nell autocompiacimento: non ascolti più, o diventi pigro. E comunque il successo non è mai di una persona, è di un gruppo. Non esiste l uomo di successo, il mago del business; esiste un buon team, allenato a rendere al massimo, ognuno con il proprio potenziale». Non per forza cosa buona : «Il successo è pericoloso per i singoli, ma anche per i Paesi, le società. E bisogna stare attenti perché è sempre relativo». E il denaro? «C è chi ne ha molto e pensa di non averne mai abbastanza. I soldi sono un privilegio perché ti danno la libertà di scelta: se non devi preoccuparti delle cose di tutti i giorni, puoi davvero pensare a cosa è meglio per te». E così a 49 anni, dopo aver passato in azienda gli anni d oro dei trionfi e delle stock option, lady Nokia ha deciso di approfittare del suo vero, concreto privilegio. Ha scritto una lettera, «Caro presidente, vi lascio», e si è ripresa la vita. Come dice un vecchio proverbio cinese: «Anche il viaggio più lungo inizia con il primo passo».

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