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1 Tfr o fondo pensione? Cosa davvero si nasconde dietro questa scelta

2 INDICE PREMESSA IL TFR e LA RIFORMA GLI ELEMENTI DI BASE PER COMPRENDERE Cosa sono le pensioni Cos è un fondo pensione GLI SPETTRI CHE HANNO GIUSTIFICATO LE RIFORME I Conti Previdenziali La famigerata gobba e il Baby-boom: Culle vuote e invecchiamento della popolazione Il fattore trascurato: LA PRODUTTIVITÀ' LA LIQUIDAZIONE DELLA PENSIONE PUBBLICA LA PRIVATIZZAZIONE DELLE PENSIONI Da dove nasce il furto del Tfr TFR e FONDI PENSIONE A CONFRONTO Prestazioni finanziarie a confronto Conflitto generazionale e paradossi dei fondi Al momento di andare in pensione I VANTAGGI PROPAGANDATI DEI FONDI PENSIONE (ribattuti colpo su colpo)...41 Scheda A. I FONDI PENSIONE E LA SPECULAZIONE FINANZIARIA...46 Scheda B. DAL PUNTO DI VISTA DELLE IMPRESE...50 Scheda C. PENSIONE, PRECARIETÀ REDISTRIBUZIONE DEL REDDITO UNA VERTENZA CHE SI PUO VINCERE...56 CHI SIAMO...58

3 PREMESSA Perché, d'improvviso, tutto questo gran parlare di Tfr, fondi pensione, fondi aperti, fondi chiusi, pensione integrativa, complementare, e così via? Quotidiani, pubblicazioni, un gran martellare di spot pubblicitari, trasmissioni televisive dedicate: perché, d'improvviso, tutta questa attenzione su questo argomento? Innanzitutto perché indubbiamente i lavoratori sono posti di fronte ad un bivio, sono chiamati ad una scelta. In secondo luogo perché è stabilito un tempo massimo per scegliere e se entro quel tempo non sceglieranno tra le due strade da imboccare, qualcuno (tendenziosamente?) avrà scelto per loro (silenzio-assenso). Infine perché una di queste due scelte (quella in cui si ricade se si sta in silenzio) è tra l'altro irrevocabile. Che strano: sembra che le regole non siano neutrali, che già di per sé spingano in una direzione! Che strano: anche le informazioni che ci arrivano da tutti i mass media sembrano appartenere tutte allo stesso coro! Viene quanto meno da pensare che si stia muovendo qualcosa di grosso. No? Di cosa si tratta? Una prima risposta potrebbe essere: si tratta di 19 mld di euro l'anno. Tale è il gettito attualmente stimato del TFR. Il ministro del Lavoro Damiano ha dichiarato come obiettivo per il 2007 di spostarne il 40% a favore dei Fondi Pensione: circa 7 miliardi di euro che andranno a nutrire i mercati finanziari. Vero. Eppure non avremmo colto il nocciolo della questione. Noi diciamo: si tratta di un'idea di società o forse, ancora di più, di salvare l'idea stessa di società opposta al suo sgretolamento, all'individualismo che deriva dall'illusione dell'indipendenza. Dichiarazione d'intenti Con la presente pubblicazione ci proponiamo pertanto di informare, non solo i lavoratori, e non solo quelli interessati dalla riforma in 1

4 questione, bensì l'intera popolazione, sul tentativo in atto volto allo smantellamento progressivo dello stato sociale, di cui questo della destinazione del Tfr ai fondi pensione è solo un tassello. Per questo motivo, pur mantenendo l'attenzione anche sugli aspetti tecnici della questione, e pur non trascurando alcuni (presunti?) vantaggi relativi al trasferimento a favore dei fondi pensione, il taglio che proponiamo non sarà quello squisitamente tecnico. Non pretendiamo perciò di essere esaustivi da questo punto di vista. Ci interessa molto di più mantenere un'ottica, per così dire, di sistema, piuttosto che addentrarci nei difficili tecnicismi che sono sì utili ai fini della scelta individuale, ma che rischiano (volutamente?) di far perdere lo sguardo d'insieme. Crediamo che a questo scopo abbiano già adempiuto altre pubblicazioni della cui neutralità ed obiettività invitiamo a diffidare (si faccia caso agli sponsor e alle proprietà editoriali. I sindacati stessi, quelli confederali, hanno difficoltà a mantenersi neutrali, gestendo essi stessi dei fondi pensione). Del resto è sotto gli occhi di tutti come la perdita della coscienza collettiva in favore della ricerca di strategie individuali (fenomeno per altro più indotto che autodeterminato) si sia rivelata perdente conducendo alla progressiva erosione dei diritti e delle conquiste della stagione degli anni '70. Dal nostro punto di vista occorre recuperare la conoscenza dei meccanismi che regolano il nostro mondo e la nostra economia; quella conoscenza che, unica, è in grado di offrire davvero l'opportunità di esercitare la propria libertà di uomini e donne che vivono in un contesto sociale. 2

5 IL TFR e LA RIFORMA Trattamento di Fine Rapporto (di seguito TFR) è nato nel 1924 con il nome di indennità di licenziamento (poi indennità di anzianità), con uno scopo essenzialmente assicurativo. Dopo diverse riforme ha assunto nel 1982 il nome di TFR ed è diventato una vera e propria retribuzione differita. Per ciascun anno lavorativo, il datore di lavoro, accantona una quota pari all'importo della retribuzione annua divisa per 13,5 (la retribuzione utile per il calcolo del Tfr comprende tutte le voci retributive corrisposte in dipendenza del rapporto di lavoro, salvo diversa previsione dei contratti collettivi). Da tale accantonamento lordo, pari al 7,41% della retribuzione annua, va detratta una trattenuta obbligatoria per legge, pari allo 0,50% calcolato sull'imponibile previdenziale dell'anno in corso, che va a finanziarie un fondo di garanzia dell'inps detto FAP (Fondo Adeguamento Pensioni), per cui l'accantonamneto netto corrisponde in pratica al 6,91% della retribuzione totale annua. Gli importi accantonati sono rivalutati, al 31 dicembre di ogni anno, con l'applicazione di un tasso costituito dall'1,5% in misura fissa e dal 75% dell'aumento dell'indice dei prezzi al consumo rilevato dall'istat. Finché il lavoro subordinato è stato nettamente la forma contrattuale più diffusa e tutta la vita lavorativa si svolgeva presso lo stesso datore di lavoro, il TFR aveva effettivamente un ruolo previdenziale e pensionistico. Allo stato attuale il TFR ha invece assunto un ruolo di vero e proprio ammortizzatore sociale, ovvero è uno strumento che consente a chi perde il lavoro di poter tirare avanti per un certo periodo mentre è in cerca di una nuova occupazione. Questo è diventato sempre più vero negli ultimi anni con l aumento della precarietà e dell insicurezza nel mondo del lavoro. (vedi scheda sulla precarietà) Il decreto Maroni (quello del silenzio/assenso) ha cercato di rendere concorrenziale su questo terreno anche i Fondi pensione con risultati che sarebbero comici se non colpissero direttamente le vite delle persone nei momenti di più grave necessità. Il decreto, infatti, prevede in caso di perdita del lavoro la possibilità di "riscatto" del 50% del capitale accumulato presso il Fondo pensione, 3

6 possibilità però condiziona al fatto che il periodo di disoccupazione sia di almeno 12 mesi. Se non è chiaro, spieghiamo che questo significa che chi viene licenziato senza trovare un nuovo lavoro resterà comunque senza un centesimo - con buona pace di affitti, mutui, rate, bollette, conti al supermercato, ecc. ecc. - per un intero anno. Nulla spetta, ovviamente, in caso di dimissioni. Il decreto prevede anche la possibilità di riscatto del 100% del capitale accumulato, ma in questo caso, a condizione che la disoccupazione non sia inferiore a 4 anni...e che il lavoratore sia sopravvissuto. Con l'ultima legge finanziaria, il presente Governo, su indicazione di cgil-cisl-uil, ha anticipato di un anno, cioè al 1 gennaio 2007, l'entrata in vigore del decreto legislativo 5 dicembre 2002, n.252 (Decreto Maroni), per quanto attiene la destinazione del Tfr. Ma la prima cosa da notare è che, per effetto del Decreto Maroni, il TFR nei fondi non è più TFR. Una volta esercitata la scelta del conferimento del Tfr ad un Fondo Pensione la possibilità di disporne si riduce a poche situazioni. Vediamole in dettaglio: 1. Prima della maturazione del diritto all'erogazone del trattamento pensionistico: (a) possibilità di trasferire il montante accumulato alla nuova forma pensionistica complementare prevista dal nuovo contratto collettivo di lavoro nel quale si rientra in conseguenza di cambio di lavoro; (b) possibilità di trasferire il montante accumulato ad un altro fondo, compatibile con il contratto collettivo di appartenenza, dopo 2 anni di versamenti; (c) riscatto parziale nella misura del 50% del montante accumulato, in caso di: cessazione dell'attività lavorativa che comporti inoccupazione per un periodo superiore ad 1 anno; mobilità; cassa integrazione guadagni ordinaria o straordinaria; (d) riscatto totale del montante accumulato, in caso di: 4

7 invalidità permanente che comporti la riduzione della capacità lavorativa a meno di un terzo di quella ordinaria; cessazione dell'attività lavorativa che comporti disoccupazione per un periodo di tempo superiore a 4 anni; 2. Dopo la maturazione del diritto all'erogazone del trattamento pensionistico: (a) liquidazione parziale fino ad un massimo del 50% del montante accumulato fino a quel momento. (b) liquidazione totale del montante accumulato, solo per i dipendenti che risultano iscritti alla previdenza complementare prima del 29 aprile Pertanto, dal punto di vista della liquidazione: il TFR lasciato in azienda funziona esattamente come prima, sia come liquidazione finale e sia come possibilità di richiedere anticipazioni (è comunque l'azienda a farlo conguagliando poi le somme nei versamenti successivi all Inps) Se si aderisce ad un fondo non c è più la liquidazione: al momento della cessazione del rapporto di lavoro non si prende un centesimo. Il capitale accumulato nei fondi può essere liquidato, a richiesta, per un massimo del 50% al momento in cui maturano i requisiti per andare in pensione. Il resto viene comunque trasformato in una rendita pagata mensilmente. Chi è chiamato in causa La riforma riguarda tutti i lavoratori del settore privato con contratto di lavoro dipendente in forza del quale matura il TFR. Tra questi non figurano i collaboratori coordinati e continuativi, con o senza modalità a progetto, mentre figurano i lavoratori a termine che, se vorranno continuare a percepire la liquidazione come prima alla fine di ogni rapporto di lavoro, dovranno ricordarsi di esprimere la loro volontà in tal senso ad ogni assunzione o rinnovo di contratto. Sono al momento esclusi dal campo di applicazione della riforma le collaboratrici domestiche, oltre ai pubblici dipendenti ai quali, continua ad applicarsi la disciplina previgente (decreto lgs. 124/1993). Tuttavia il tavolo concertativo appena avviato tra governo e parti 5

8 sociali prevede espressamente (visto il memorandum sottoscritto alla fine di novembre 2006) l estensione della previdenza integrativa a tutto il pubblico impiego. Cosa tocca la riforma La scelta riguarda solo il Tfr maturando, cioè il Tfr che matura a partire dal 1 gennaio Il Tfr già accantonato al 31 dicembre 2006 non viene assolutamente toccato: rimarrà in azienda e continuerà ad essere rivalutato di anno in anno con i coefficienti previsti dal Codice Civile fino al momento della cessazione del rapporto di lavoro, allorché verrà erogato sotto forma di liquidazione. La scelta e il silenzio-assenso L adesione al fondo pensione sulla base dell attuale legge delega prevede l obbligatorietà di adesione e di versamento del TFR ai fondi privati dopo il periodo del silenzio/assenso: chi non rifiuta di iscriversi è iscritto d'arbitrio al fondo pensione chiuso predisposto per la propria categoria o settore lavorativo. Solo dopo due anni di adesione è possibile uscire e aderire ad un fondo aperto. Due parole di massima, una volta per tutte, sui criteri che determinano le varie situazioni in cui può venire a trovarsi un lavoratore. Prima e dopo il 29 aprile 1993 Chi è stato assunto prima del 29 aprile 1993, avrà la possibilità di frazionare il Tfr, lasciandone una parte all'impresa e un'altra parte in un fondo pensione. Nell'ipotesi in cui abbia già aderito ad un fondo pensione, potrà mantenere presso il datore di lavoro il Tfr maturando eccedente continuando a contribuire con la stessa quota versata in precedenza, oppure potrà versarlo in toto ai fondi pensione. Se, al contrario, non è ancora iscritto ad alcun fondo pensione, potrà scegliere di trasferire il Tfr futuro anche solo nella misura fissata dagli accordi collettivi o, in assenza di questi, in misura non inferiore al 50%. Chi è stato assunto dopo il 29 aprile 1993 non potrà frazionare la destinazione del Tfr futuro: potrà solo spostare l'intero accantonamento (futuro) a un fondo pensione oppure tenerlo in azienda. 6

9 Più o meno di 50 dipendenti Questo discrimine è stato previsto per proteggere, almeno parzialmente, le piccole imprese, le quali con il conferimento del Tfr ai fondi perdono un'importante forma di finanziamento (vedi oltre la scheda dedicata al punto di vista delle imprese). Se nel semestre il lavoratore dichiara espressamente di non aderire ad un fondo pensione, si possono verificare due possibilità distinte, ma in ogni caso per il lavoratore non cambierà assolutamente niente rispetto al passato. Se il lavoratore è dipendente di un'azienda: con meno di 50 dipendenti: in questo caso il Tfr futuro rimarrà effettivamente in gestione alla stessa rappresentando una forma di finanziamento a costo sicuramente inferiore rispetto a quello ottenibile dal sistema di credito ordinario. Niente cambierà per il lavoratore rispetto al passato. con almeno 50 dipendenti: In questo caso il TFR viene materialmente versato dall'azienda in un conto dell Inps che lo gestisce per conto dello Stato (il quale, nel frattempo, ha pensato bene di utilizzarlo per finanziare le cosiddette grandi opere e le spese militari). Cambia soltanto il soggetto che gestisce il Tfr. Sarà comunque il datore di lavoro a consegnare il TFR al dipedente al momento della cessazione del rapporto di lavoro, portandolo poi in detrazione dai successivi versamenti all INPS la somma anticipata. Anche per quanto riguarda le eventuali anticipazioni sulla liquidazione vale lo stesso principio: sarà il datore di lavoro a liquidare l anticipo, conguagliandolo nei versamenti successivi al fondo detenuto dall Inps. Il TFR va all Inps anche in un altro caso, ovvero nel caso in cui, nel semestre, il lavoratore non si esprima e la sua azienda sia di un comparto che non ha ancora un fondo negoziale. In questo caso si dice che il TFR rimane inoptato e finisce in un Fondo residuale dell Inps denominato Fondinps (diverso dal precedente) che terrà in custodia i soldi del lavoratore fino a che non sarà istituito il fondo negoziale del comparto di appartenenza. A quel punto i suoi soldi saranno trasferiti a quel fondo, costituito e gestito come tutti gli altri fondi pensione. Questa è, ad oggi, la fattispecie dei 7

10 lavoratori della sanità privata. Per inciso: per chi nutre timori riguardo la garanzia di ottenere la liquidazione nel caso in cui a gestire i versamenti siano l'azienda o l'inps per essa, vale la pena di ricordare che è proprio l Inps a garantire al lavoratore la restituzione del TFR accantonato quando le aziende falliscono, grazie ad un fondo di garanzia previsto per legge e alimentato dalle aziende stesse con un contributo mensile pari allo 0,2% dell imponibile contributivo. Un indebolimento di questa garanzia viene dalla circolare INPS 70 del 3 aprile 2007, la quale ha chiarito che, come misura compensativa, le aziende con più di 50 dipendenti non sono tenute a versare il contributo al fondo di garanzia, per tutti quei lavoratori che lasciano il TFR in azienda. La conseguenza è che il fondo di Garanzia avrà meno soldi per tutelare i lavoratori nel caso di fallimento aziendale, e quindi subiscono un danno. Diverso è il caso in cui l'azienda versi in condizioni di crisi, o per qualsiasi motivo (vedi caso del Teatro Carlo Felice di Genova) decida di sospendere i versamenti al Fondo Pensione della categoria di appartenenza. L'articolo 16 del decreto 252/05 ha disposto che il contributo di solidarietà che il datore di lavoro è tenuto a versare all'inps (pari al 10% delle contribuzioni a suo carico finalizzate alla previdenza complementare) sia destinato nella misura dell'1% a un apposito fondo di garanzia istituito presso l'inps per fronteggiare l'evenienza dei rischi derivanti dall'omesso o insufficiente versamento da parte dei datori di lavoro sottoposti a procedure di fallimento, concordato preventivo, liquidazione coatta amministrativa o amministrazione controllata. Qualora il credito derivante dagli omessi versamenti del datore di lavoro al fondo di previdenza complementare (considerato come credito chirografaro, ovvero a bassa priorità di recupero) non venga, in tutto o in parte, soddisfatto dalla procedura fallimentare o dalle altre procedure, il lavoratore potrà chiedere al fondo di garanzia di integrare i contributi mancanti versandoli direttamente al fondo di previdenza complementare. Non è inoltre da sottovalutare il fatto che, per coloro che lavorano in aziende con meno di 50 dipendenti, trasferire il TFR in un fondo rende più facile i licenziamenti. Oggi, quando un datore di lavoro licenzia uno o più lavoratori deve pagare il TFR che è salario dei lavoratori accantonato. Ma nessun datore di lavoro accantona realmente quelle somme. Tutti le impiegano 8

11 per finanziare le attività dell impresa in maniera assai conveniente. Nessuna banca, infatti, presterebbe quel denaro senza richiedere nessuna garanzia e con interessi così bassi! Quando il lavoratore rinuncia al TFR per iscriversi al Fondo pensione, il datore di lavoro perde fin dall'inizio una vantaggiosa forma di finanziamento ma, al momento di un eventuale licenziamento, non avrà più da reperire le somme che il lavoratore gli ha "prestato", magari ricorrendo al credito e ai normali tassi di mercato, con una "dolorosa" trasfusione di risorse dalle proprie casse alle tasche del lavoratore e potrà quindi licenziarlo... a "cuore più leggero". Irrevocabilità della scelta di destinazione ad un fondo pensione: Nel caso in cui il lavoratore decida di mantenere il Tfr in azienda, questa scelta sarà sempre revocabile. Al contrario, la scelta di trasferire il Tfr ad un fondo pensione è irrevocabile e accompagnerà il lavoratore per tutta la sua carriera lavorativa. Si potrà solo cambiare il fondo pensione scelto dopo due anni, ma le quote future del Tfr dovranno sempre confluire in un fondo pensione e non potranno più ritornare in azienda. Il sistema dei fondi pensione è a senso unico: una volta catturati i lavoratori non hanno la possibilità di tornare indietro....e altre asimmetrie I decreti emanati di concerto dai ministri Damiano e Padoa Schioppa e che dettano le modalità operative di attuazione dell ultima cosiddetta riforma previdenziale entrata in vigore il primo gennaio di quest anno, evidenziano nel concreto se mai ce ne fosse stato il bisogno quali siano i reali obiettivi che si stanno perseguendo. In primo luogo non si può non rilevare come il semestre concesso ai lavoratori per esprimere il loro rifiuto a destinare il proprio Tfr a favore dei fondi si riduce per legge a soli 5 mesi. Infatti, e nonostante quanto erroneamente riportato da autorevoli organi di informazione, il decreto prevede una moratoria per chi avesse espresso la propria volontà su modelli faidatè prima della pubblicazione del decreto, solo nel caso in cui questa volontà fosse consistita nell adesione ad un fondo (ma guarda un po!). In secondo luogo il compito di fornire i moduli ufficiali gli unici utilizzabili per legge è demandato al datore di lavoro. Ma il datore di 9

12 lavoro che omettesse questo obbligo non incorrerebbe in alcuna sanzione. Nella sostanza una scelta fondamentale per la vita e il futuro delle persone è affidata al puro e semplice buoncuore e al senso civico di altri. Ma l aspetto più illuminante è quello che norma l espressione della volontà dei nuovi assunti. Da oggi, il lavoratore che intende tenersi la liquidazione è obbligato ad ogni cambio di lavoro a ribadire questa sua scelta. Le espressioni della sua volontà precedenti verranno azzerate ogni volta. In compenso sarà sufficiente una sola dimenticanza per esempio su un assunzione a termine di quattro mesi - per perdere per sempre il diritto alla liquidazione. Non ultimo dobbiamo assistere al richiamo della Corte dei Conti a mettere mano nuovamente alle pensioni. Richiamo tanto eterodiretto quanto singolare. La spesa previdenziale non incide in alcun modo sul bilancio dello Stato (se non per le fiscalizzazioni ovvero le regalie concesse dallo Stato ai datori di lavoro) e, anzi, sono i soldi dei lavoratori che manlevano il bilancio dello Stato dell intera spesa assistenziale. Se, come è vero, i conti dell Inps non sono mai andati in rosso, questo ossessivo richiamo a ridurre la spesa pensionistica non ha nulla a che vedere con i conti pubblici, ma mira solo a liberare risorse per le imprese, spostandole dal costo del lavoro al profitto. 10

13 GLI ELEMENTI DI BASE PER COMPRENDERE Quando si vuole realmente affrontare un problema è sempre opportuno prendere le mosse dai suoi aspetti più semplici e basilari. Prima di addentrarci nelle valutazioni, vediamo cerchiamo di aver chiaro di cosa stiamo parlando. 1.1 Cosa sono le pensioni Quando una persona conclude la fase della vita nella quale ha contribuito, con la sua attività lavorativa, ad assicurarsi le condizioni dell esistenza sua e della sua famiglia, e qualcun altro produce i mezzi necessari a quell esistenza, diciamo che va in pensione. Dunque la pensione è il peso la parola viene appunto dal latino pendere, che significa dapprima pesare, e in un secondo momento anche pagare che corrisponde alla creazione delle condizioni materiali di vita di qualcuno, nel momento in cui questi non provvede più al proprio mantenimento mediante la sua stessa attività. La pensione di norma non è comunque un regalo, né un dono: coloro che alla fine della loro vita lavorativa vanno in pensione possono godere dei frutti del lavoro di coloro che sono attivi, in quanto hanno, tra l altro fornito i mezzi per l allevamento di questi ultimi se non li hanno addirittura allevati in prima persona quando essi erano ancora incapaci di badare in qualsiasi modo a se stessi. La capacità di produrre di questi ultimi esiste dunque come risultato di un attività pregressa, che è stata svolta da chi poi esce dal mondo della produzione. Non solo; essi hanno creato le condizioni materiali delle quali i nuovi produttori si avvalgono nello svolgimento della loro attività: le ferrovie, gli elettrodotti, gli acquedotti, le autostrade, i ponti radio, le scuole, gli ospedali, le fabbriche, con i loro macchinari etc. per non parlare delle conoscenze acquisite non sono lì per opera della natura, ma come risultato del lavoro pregresso. E, per finire, hanno a loro volta provveduto a mantenere gli anziani delle generazioni precedenti, quando non erano più in grado di lavorare, perché sapevano che questi avevano creato le condizioni dell esistenza dalle quali essi muovevano. La pensione non è un fatto privato bensì un fatto sociale. Se si cercasse di ragionare sulle pensioni come se si trattasse di una 11

14 questione meramente individuale si commetterebbe un idiozia. Una pensione non può infatti essere autoprodotta. Anche se l individuo singolo agisse in modo da accantonare, nel corso della sua vita attiva, una parte elevata del suo reddito, per mantenersi quando non potrà più essere attivo, questo accantonamento risulterebbe del tutto inutile se non trovasse effettivamente delle persone disposte a lavorare per lui nel momento in cui non fosse più in grado di farlo in prima persona. Nessuno può dunque mantenere se stesso creandosi una pensione, perché la pensione è per definizione un peso che grava su altri. Si tratta cioè di uno dei numerosi momenti di manifestazione delle relazioni di reciprocità che si sono susseguite nello svolgimento della storia degli esseri umani. Certo il modo in cui l onere concretamente si instaura e può essere oggetto di discussione e di scelta, ed esprime il tipo di socialità prevalente nel contesto ma nient altro che un illusione può spingere a far ritenere che si possa risolvere il problema badando a se stessi da soli. Per parlare di una pensione fai da te come taluni tifosi del sistema dei soldi sotto al mattone fanno, bisogna dunque aver perso ogni contatto con la realtà. Ciascuno di noi esiste e può continuare a esistere, soprattutto quando non è in grado di agire produttivamente, solo grazie all attività di altri esseri umani. Se questa attività scarseggia, incontra ostacoli a essere erogata, è inefficiente o può evitare di sottomettersi al potere che la evoca, il denaro qualunque sia il suo ammontare e qualunque sia stato il suo valore nel momento in cui è stato accantonato è del tutto inutile o ha un utilità molto limitata. La dipendenza dagli altri, che può essere nascosta dietro all apparente indipendenza garantita dalla disponibilità di denaro diventa allora palese. Un fenomeno, questo, del quale qualche centinaio di migliaia di italiani sta già avendo un anticipazione, essendo stato affidato alle cure dei cosiddetti badanti, cioè di persone che sono a loro disposizione solo perché nel loro paese sarebbero condannati alla miseria, e dunque il denaro può ancora comperare i loro servizi mentre incontra crescenti difficoltà a comperare quello dei propri concittadini. Vale a dire che il loro vitalizio non è in grado di acquistare la cura di cui hanno bisogno se non riversandosi su un segmento del mercato del lavoro alimentato dalla miseria. I sistemi pensionistici si differenziano a seconda di come si finanziano e a seconda del metodo di calcolo. 12

15 Finanziamento a Ripartizione E' stato nel 1969, come grande risultato del movimento dei lavoratori, al punto più alto delle sue conquiste e di rafforzamento dello stato sociale, che in Italia si è adottato il sistema di finanziamento a ripartizione per la pensione pubblica. Con questo metodo in ogni istante si utilizzano i contributi versati dai lavoratori per pagare le pensioni. Vi è quindi un trasferimento di ricchezza da una generazione, quella dei lavoratori attivi, ad un altra, quella dei pensionati. Non vi è accumulo di risparmio, per cui non ci sono i rischi legati all investimento dei capitali e i costi di gestione siano molto contenuti. La ripartizione permette di indicizzare le pensioni ai salari in modo che i pensionati non si trovino con il rischio di vedere la pensione perdere il proprio potere di acquisto. In realtà la Amato del 92 ha tolto l indicizzazione delle pensioni all andamento dei salari, mentre è rimasta unicamente l indicizzazione ai prezzi. Finanziamento a Capitalizzazione I contributi versati da ogni singolo lavoratore serviranno per pagare la pensione dello stesso lavoratore. I contributi vengono investiti anno dopo anno per costruire un capitale che verrà utilizzato, direttamente o come rendita vitalizia, al momento di uscire dal mondo del lavoro. A differenza del regime a ripartizione, basato sulla solidarietà intergenerazionale, in questo secondo regime ogni lavoratore pensa per sé, ovvero si costruisce il proprio schema pensionistico mediante il proprio risparmio. La capitalizzazione comporta tutti i rischi derivanti dai comportamenti dei mercati e costi di gestione molto più alti. Inoltre le crisi finanziarie e le svalutazioni rischiano di volatilizzare in ogni momento il capitale versato. L indicizzazione delle pensioni in questo caso non è pensabile: l investimento dei capitali sui mercati difficilmente permette di garantire un rendimento proporzionale all aumento dei salari o al tasso di inflazione. 13

16 Calcolo Retributivo La pensione viene calcolata in base agli anni di vita lavorativa e alla retribuzione percepita dal lavoratore. Per ogni anno di lavoro, e quindi di versamento dei contributi, viene aggiunta una percentuale per il calcolo della pensione. In particolare per ogni anno di contributi si aggiunge un 2% al valore finale della pensione. Con un massimo di 40 anni di contributi si giunge ad una pensione corrispondente all 80% della retribuzione. Questa retribuzione è calcolata sulla media degli stipendi degli ultimi 5 (dipendenti pubblici) o 10 anni (dipendenti privati). Calcolo Contributivo La pensione viene calcolata sommando i contributi versati nel corso della vita lavorativa, capitalizzati secondo un dato tasso di interesse, e si divide la somma ottenuta per il numero di anni di vita attesi sulla base della speranza di vita media, al momento di andare in pensione. Con questo metodo se la speranza di vita media della popolazione aumenta, diminuisce l importo della pensione. Il tasso di interesse utilizzato per rivalutare di anno in anno i contributi è pari alla media dei tassi di crescita del PIL degli ultimi cinque anni. La pensione diminuisce se una persona decide di andare in pensione anticipatamente sia perché somma meno anni di contributi e sia perché ha anche una speranza di vita maggiore, andando in pensione in più giovane età. Tasso di Sostituzione E il rapporto tra la prima pensione e l ultimo stipendio percepito dal lavoratore. Questo parametro indica in quale misura il lavoratore potrà mantenere il suo reddito, e quindi il suo tenore di vita, al momento di andare in pensione. I cosidetti 3 pilastri della previdenza: I PILASTRO: Altro non è che la pensione pubblica, attualmente finanziata con il 14

17 metodo a ripartizione. La pensione viene calcolata applicando: il sistema contributivo per coloro che hanno iniziato l'attività dopo il 31 dicembre 1995; il sistema retributivo per coloro che, al 31 dicembre 1995 avevano un'anzianità pari o superiore a 18 anni; il sistema misto (retributivo per gli anni di contributi versati al 31/12/1995 e contributivo per i contributi versati successivamente) per coloro che, al 31 dicembre 1995 avevano un'anzianità inferiore ai 18 anni; II PILASTRO: E' costituito dalla pensione cosidetta complemetare o integrativa ricavata dalla gestione dei Fondi pensione e finanziata con il sistema a capitalizzazione. Il lavoratore accantona dei contributi in un fondo pensione gestito da un intermediario finanziario, fino al momento di andare in pensione. III PILASTRO: E costituito dalla pensione integrativa individuale: è il risultato degli investimenti dei singoli cittadini destinato a scopi previdenziali. Questo pilastro è del tutto simile al secondo, sia per il sistema di finanziamento (a capitalizzazione) sia nella forma. I contributi volontari vengono dati in gestione ad un intermediario finanziario che si occupa di farli fruttare in attesa che il lavoratore raggiunga la pensione. La differenza essenziale rispetto alla pensione complementare è il carattere assolutamente individuale del terzo pilastro, rispetto ai fondi di categoria che caratterizzano il secondo. 15

18 1.2 Cos è un fondo pensione com'è organizzato, come si articola al suo interno. Un fondo pensione chiuso ha un Consiglio di Amministrazione e un Collegio dei Revisori, eletti dall Assemblea. Quest ultima in teoria include tutti i partecipanti al fondo ma in pratica è composta dai delegati, eletti per metà dai lavoratori e per metà dai datori di lavoro. Tutti gli organi sociali sono eletti in modo paritetico tra lavoratori e imprese. Questi organi redigono lo statuto del fondo che deve precisare gli elementi costitutivi, la scheda informativa, i sistemi di finanziamento del fondo (importo dei contributi) e i sistemi di erogazione delle pensioni, i costi e le modalità per il trasferimento ad altro fondo o in caso di riscatto, ecc... Il fondo nomina la banca depositaria che ha il compito, tra gli altri, di custodire i contributi versati al fondo e i proventi derivanti dalle attività finanziarie. Queste attività sono affidate ad uno o più gestori finanziari, ovvero SIM di gestione, banche, compagnie di assicurazione, che operando sui mercati finanziari devono cercare di fare fruttare i contributi degli aderenti. In realtà la vera e propria compravendita dei titoli sui mercati viene realizzata dalle SIM di negoziazione per conto dei gestori finanziari che, nelle loro scelte, devono attenersi a quanto stabilito nello statuto del fondo in materia di rischio (ad esempio date percentuali di titoli azionari e obbligazionari), benchmark di riferimento, gestione attiva o passiva del fondo, mercati sui quali operare, ecc... Ovviamente nel momento di acquisto e vendita degli strumenti finanziari sui mercati è necessario riconoscere un margine di profitto per la SIM di negoziazione. Per questo motivo i prezzi di acquisto e vendita degli strumenti finanziari per il fondo sono maggiori (e rispettivamente minori) dei reali prezzi di mercato. Il fondo può gestire direttamente fino al 20% del proprio patrimonio, investendolo però esclusivamente in quote di società immobiliari o di fondi mobiliari chiusi. Il gestore amministrativo si occupa degli aspetti contabili del fondo. Alcuni fondi nominano un ente valutatore esterno per monitorare l efficienza e le prestazioni dei gestori finanziari. 16

19 Vi è poi la compagnia di assicurazione alla quale devono essere versati i capitali accumulati dai lavoratori che vanno in pensione e che deve occuparsi di erogare le rendite. Funzionamento del Fondo Il patrimonio del fondo è suddiviso in quote. Ogni lavoratore versando i propri contributi acquista periodicamente delle quote del fondo. Il valore del patrimonio netto del fondo dipende dai risultati conseguiti dal gestore sui mercati finanziari e con le altre forme di investimento. Il valore di una quota è quindi pari al patrimonio del fondo diviso per il numero di quote. Linee di investimento In genere ogni fondo propone diverse linee di investimento, dalle più prudenti alle più aggressive. Il lavoratore che si iscrive sceglie in quel momento, o in un momento successivo, a quale linea aderire. Con il silenzio/assenso si vieni iscritti per legge alla linea più prudente. In genere però non vi sono linee esclusivamente obbligazionarie perché le speranze di rendimento sarebbero troppo basse. Stabilito che il lavoratore ha la facoltà di scegliere la linea di investimento che preferisce tra quelle proposte, la sua voce in capitolo termina lì. Gli investimenti concreti (quali azioni, di quali società, quali bond, quali titoli, quando acquistarli o rivenderli) è deciso esclusivamente dall operatore finanziario incaricato di operare sul mercato (ad esempio Generali, Ras, San Paolo IMI, Mediolanum). Neanche chi amministra i fondi chiusi (parte datoriale o sindacale che sia) ha su questo alcuna voce in capitolo. Costi di gestione L iscrizione al fondo prevede diversi costi. Ci sono le commissioni di ingresso da versare al momento dell iscrizione. Al momento di uscire dal fondo ci saranno le commissioni di uscita. E inoltre previsto il versamento di una quota associativa annua che copre le spese sostenute dal gestore amministrativo. Ogni anno inoltre, parte dei contributi vanno a pagare le commissioni di gestione sostenute dal gestore finanziario, che sono misurate in percentuale del patrimonio del fondo e possono variare notevolmente a seconda del tipo di strumenti finanziari e della gestione del fondo. In 17

20 particolare la gestione può essere passiva, nel qual caso il gestore finanziario si limita a seguire le indicazioni e il benchmark prefissato, o attiva. In questo secondo caso il gestore cerca di battere il benchmark, e le commissioni saranno più elevate. Inoltre le commissioni variano a seconda della natura degli strumenti trattati. Le commissioni sono più basse per i fondi a prevalenza obbligazionaria mentre crescono per fondi che investono principalmente in azioni. % dopo 3 anni dopo 30 anni Fondi Chiusi 0,5 0,5 Fondi Aperti 1,9 1,2 PPI 8 2,3 Costi di gestione in % calcolata sul capitale versato a fine esercizio. Queste commissioni sono dovute a prescindere dai risultati conseguiti: anche in caso di perdita il fondo e quindi gli aderenti sono tenuti a pagare le commissioni di gestione. Nel caso che il gestore finanziario riesca poi a superare il benchmark prestabilito gli viene sovente riconosciuta una commissione di over performance. Il lavoratore può dovere affrontare ulteriori spese e commissioni in caso di uscita anticipata dal fondo, in caso di riscatto, o nel momento in cui decidesse di cambiare fondo per passare ad un fondo aperto. Molti fondi pensione prevedono anche delle spese per passare all interno del fondo stesso da una linea di investimento ad un'altra. FONDI CHIUSI O NEGOZIALI Sono dei fondi riservati a determinate categorie di lavoratori. In generale i fondi negoziali sono soggetti generalmente dotati di personalità giuridica e destinati a lavoratori dipendenti di una stessa categoria, territorio, impresa, ecc ; soci lavoratori di cooperative di produzione e lavoro; lavoratori autonomi e liberi professionisti di aree professionali simili e/o di una stessa regione. I fondi chiusi sono istituiti sulla base di contratti nazionali promossi dai sindacati e dai datori di lavoro, dalle associazioni nazionali del movimento cooperativo o da associazioni di categoria almeno regionali per i lavoratori autonomi. 18

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