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1 Anno 3 Numero Un ragionamento elementare Editoriale di Gian Maria Tosatti I giovani salveranno questo paese. Abbiamo dunque bisogno di molti giovani nella politica. Il dato anagrafico è essenziale, perché un trentenne, ad esempio, si è licenziato dalle scuole elementari solo da vent anni. Un sessantenne, da cinquanta (sono una vita intera!). E via dicendo. Perché dico questo? Il motivo è semplice. Alle scuole elementari si imparano dati elementari. E minore è il tempo che ci separa da quegli apprendimenti, maggiore è la possibilità che abbiamo di ricordarli correttamente ed usarli. Prendiamo la geografia, ad esempio. Quando, in grembiule, studiavamo i paesi e i continenti dovevamo ricordarci con esattezza anche le risorse di cui quei paesi erano ricchi. L allevamento in Argentina, l agricoltura negli Stati Uniti, le coltivazioni di canna da zucchero in diversi paesi sudamericani, i giacimenti auriferi e diamantiferi in certi paesei africani, il petrolio nei paesi del Medio Oriente e il gas in Russia. L Italia, invece non ha niente. Niente. Nessuna risorsa di cui il nostro territorio è ricco e benedetto dal creatore. Senonché sul piccolo suolo italiano, pari ad un cinquecentesimo delle terre emerse, è presente l 88% del patrimonio archelogico mondiale. E solo un dato, ma ecco qui una risorsa. Una di quelle che stanno scritte sui libri di geografia delle elementari e sulle quali ci viene insegnato che gli altri paesi strutturano il loro indotto. Magari quando abbiamo dieci anni quei dati per noi sono solo parole sulla carta da imparare noiosamente a memoria (ed è per questo che non possiamo farci governare da bambini di quinta), però già a vent anni ci accorgiamo quanto i diversi paesi siano capaci di imporre quei loro prodotti sul mercato mondiale producendo ricchezza ed, a volte, anche potere. I paesi arabi sanno valorizzare il loro petrolio determinando spesso dei rallentamenti strategici nello sviluppo di fonti di energia pulita che si traducono nel fatto che continuiamo ad ammalarci di cancro con una certa disinvoltura. La Russia col suo gas tiene in scacco un pezzo intero d Europa. Difetta solo l Africa che con l oro e i diamanti ci fa poco e niente. Il motivo è politico, ça va sans dire. Dove non ci sono governi capaci di saper valorizzare le proprie risorse la ricchezza svanisce e passa nelle mani di altri. E così è in Italia, dove non c è un problema di risorse, ma c è un problema politico. Un ministro dell economia che dice che la cultura non si mangia equivale ad un emiro che dice che il petrolio non si beve. Solo che un emiro questa cosa non la direbbe. E col petrolio ci mangia e ci beve su, champagne di marca. Ora forse sarà vero il luogo comune che gli emiri sono degli ignoranti, che avranno fatto giusto le elementari. Ma allora forse hanno ragione loro. Perché le loro deduzioni elementari, sembra diano risultati assai più sofisticati delle speculazioni filosofico-economiche dei professori universitari che spiegano all aula di Montecitorio e di Palazzo Madama le nuove finanziarie stagione dopo stagione. Quest anno ad esempio possiamo calcolare che la cultura avrà una riduzione di circa l 80% delle sue risorse. I risultati sono stati già diramati da inquietanti trailers, come al cinema, a cominciare dal crollo di Pompei. Ma quello che non abbiamo ancora visto coi nostri occhi è il numero di famiglie che finiranno a far la fame, perché con la cultura ci mangiano. Certo, in tempi in cui non si piange nemmeno sulle famiglie degli operai della Fiat, figuriamoci se verseremo una lacrima per tecnici teatrali, registi, attori, attrici, sceneggiatori, artisti e frikkettoni di questo genere. Certo che no. E gente con la testa per aria e camperà anche d aria. Però c è un altro fatto da tenere in conto. Che l Italia ha i migliori artisti del mondo. Sul serio. Nel teatro ad esempio, parlo per esperienza, per aver girato il mondo dieci anni come critico teatrale e non aver mai incontrato un paese con il peggior sistema di finanziamenti al proprio teatro e con un numero

2 così impressionanti di artisti di livello altissimo che incantano sempre le platee straniere quando lasciano i nostri strettissimi confini. E poi ci sono giovani direttori italiani di importantissimi musei internazionali. E ancora il cibo che siamo riusciti a far diventare cultura. E il nostro cinema che appena alza un attimo la testa in una congiuntura positiva fa asso piglia tutto a Cannes (parlo del cinema di oggi, ma non ci dimentichiamo che un paese piccolo come l Italia nei soli anni 60 è riuscita a scrivere la Bibbia dei cineasti di ogni dove). Per non parlare poi della bellezza naturale del nostro territorio visto come meta romantica dal cinema e che dobbiamo costantemente difendere dalla cementificazione. Ma dico delle banalità. Insomma tutta roba che io scrivo così, per puro esercizio di compilazione. Roba che non richiede nemmeno un pensiero complesso. Dati elementari appunto. Che però nessuno capisce più. Ma perché dico questo? E semplice. Per ribadire ancora una volta che il problema è politico. Le elementari le abbiamo fatte tutti, però, come diceva il buon Eduardo, gli esami non finoscono mai. E allora facciamo un altra volta l esame di licenza elementare a tutta la nostra classe politica e vediamo chi promuovere e chi bocciare. Il rischio è che le bocciature possano ridurre davvero la classe politica ad un numero estremamente esiguo e a quel punto che faremo? Dovremo assumerci la responsabilità di fare da soli. Di fare politica. Lo scrivo per dirlo ai ragazzi che vanno in piazza a manifestare per la scuola, agli attori che occupano a Roma il cinema Metropolitan, ai nuovi operai che scioperano perché gli viene tolta la possibilità e la dignità del lavoro e del futuro. A loro dico che bisogna invadere la politica. Questa è la democrazia. Bisogna invadere i partiti politici. Costituire gruppi, scalare le maggioranze. Ve lo ricordate D Alema quando dichiarava che bisognava abolire le primarie perché permettevano agli elettori di invadere il partito? Ecco, bisogna fare esattamente quello che D Alema temeva. Con gli strumenti della democrazia. Capisco che gli attori vogliano fare gli attori, gli studenti vogliano fare i ricercatori e gli operai vogliano fare gli operai (non per vocazione certo, ma per necessità di lavorare). Però lo stato non è dei politici di professione e allora i cittadini in questo vuoto politico devono assumersi le proprie responsabilità per far sì che la nostra Repubblica diventi finalmente davvero una Res Publica. Questo paese va rimesso in piedi. Le risorse ci sono. Ora sta ad ognuno di noi capire se vogliamo far valere la bellezza almeno tanto quanto l Arabia Saudita e la Russia fanno valere i loro veleni o se ci piace fare come l Africa e morir di fame in una terra di «cenere e diamanti». Energie rinnovabili nel mondo della cultura Reload, prototipo di intervento urbano per ricaricare l enegia e la produttività di Giovanni Arnólfi Tagli lineari all arte. Crisi economica. Arretratezza strutturale e culturale. Deficit di interlocuzione istituzionale. Tutti questi elementi, che costituiscono una istantanea piuttosto fedele della situazione italiana del 2010 possono mutare il loro segno nel 2011 e, da elementi di debolezza, diventare elementi di forza? La risposta non può ancora essere data, ma le premesse per poter sperare in una soluzione non scontata di questo quesito ci sono tutte e si sintetizzano in una parola: Reload, che in inglese vuol dire ricarica. Vocabolo quanto mai appropriato viste le premesse, questo nome è titolo ad un progetto che nelle settimane in corso sta avendo un impatto decisamente trainante a Roma. In un locale di 3000mq che fino a pochi mesi fa ospitava delle officine automobilistiche si è stabilita una iniziativa temporanea che sta facendo il punto sulle forze in campo nella capitale per quanto riguarda il mondo delle arti visive. Ma in realtà Reload è qualcosa di più ambizioso, la sua natura è quella del prototipo, della struttura modello che possa servire da esempio per iniziare una pratica che in Europa è un patrimonio della società da decenni e che negli Stati Uniti post-crisi economica ha avuto una netta impennata. Si parla di uso temporaneo di spazi improduttivi, e con ciò s intende tutti quei luoghi che per un periodo non particolarmente lungo, restano vuoti e non utilizzati. Sono proprietà immobiliari acquistate da società che si occupamo di real estate e che attendono di essere ristrutturate per alcuni mesi in funzione del piano aziendale di quella particolare società, sono spazi delle istituzioni che attendono di essere assegnati ad una certa attività, ma che per mancanza di liquidità restano in attesa dei necessari lavori, oppure, come nel caso presente, sono spazi di privati che per via della crisi economica non riescono ad essere facilmente affittati e che restano inutilizzati fintanto che non si riesce a chiudere un accordo o a trovare un nuovo imprenditore interessato. Queste circostanze creano dei punti ciechi all interno dei piani urbani della città e dei gap nell ottimizzazione delle risorse economiche di un territorio. Reload nasce per riempire questi vuoti e non solo, ma anche per accorciarne la durata. Negli Stati Uniti, infatti, i grandi megastore di Manhattan, rimasti sfitti a causa della crisi e che hanno ospitato temporaneamente al loro interno l attività di gruppi di curatori e di artisti che ne hanno ricaricato il vuoto dandogli visibilità hanno avuto la capacità di trovare più rapidamente di altri una destinazione stabile. Si viene dunque a creare una dinamica di interconnessione e di reciprocità di vantaggi, in cui l investimento di una parte ricade sull altra dimostrando concretamente come la cultura non sia solo la grande questuante ma sia effettivamente un investimento. Di contro per gli operatori della del

3 settore artistico questi progetti superano la concezione (purtroppo inattuale) degli interventi dovuti e calano il loro operato in una dimensione di mercato che per quel che concerne l arte contemporanea non è poi tanto estranea (ed è forse la cosa che in Italia è riuscita a preservare questo settore in modo migliore rispetto agli altri comparti - teatro, danza, cinema, ecc...). Tutto questo, dunque, ha due punti d osservazione, il primo è quello del business, che ci dimostra come visibilità e sostenibilità delle iniziative culturali a livello di opinione pubblica abbiano una ricaduta diretta sulla valorizzazione immobiliare degli spazi. Il secondo punto d osservazione è quello della cultura e sintetizza le motivazioni per le quali un tipo di operazone del genere possa essere vantaggiosa per il tessuto artistico di un determinato territorio. Qui la risposta è più scontata: in un momento in cui le istituzioni non hanno le risorse per riuscire a soddisfare in ambito culturale domanda (dei cittadini) ed offerta (potenziale degli operatori), la nascita di nuove pratiche e nuovi spazi può andare a riempire quei vuoti d intervento che anche le realtà private fanno sempre più fatica a coprire in tempi di magra. mondo istituzionale o culturale, inoltre ha avuto come finalità quella di presentare il progetto come una sorta di software open-source da installare nel sistema operativo della città e che poi potesse essere sviluppato da chiunque senza diritti intellettuali, una vera pratica di condivisione, una operazione in totale copyleft. L interesse da parte di privati e istituzioni, testimoni invitati dall organizzazione ad osservare per poi, in caso, ripetere, sembra essere attualmente assai incoraggiante e partecipe e in questo senso la scommessa sembra essere sulla buona strada per esser vinta. Ma a parte una contestualizzazione generica vediamo come questo modello si è andato traducendo e strutturando a Roma. Reload, è nato da una proposta arrivata direttamente dalla proprietà degli spazi, il gruppo Rosati, a Gian Maria Tosatti, artista romano che in questi anni fa la spola fra la capitale e New York. Proprio nella Grande Mela e dall incontro con realtà quali No Longer Empty, Tosatti ha mutuato l idea di un dispositivo simile da innestare nel tessuto romano. Tre mesi di attività, nessuno sponsor, nessun patrocinio, nessuna media-partnership (escluse collaborazioni strategiche come quella con la proprietà e con l agenzia di comunicazione Sup3rstudio). Una scelta precisa per dimostrare - in questa fase prototipo della durata di due mesi (dal 10 gennaio al 5 marzo)- che anche senza sponsor, anche con nessun sostegno l operazione potesse essere possibile. Effettivamente Reload è riuscito a macinare un progetto che si è basato su investimenti indiretti (ossia sotto forma di servizi) per un totale di circa euro senza che gli organizzatori abbiano dovuto spendere un solo centesimo. L idea di non avere partnership nel Questo per quel che riguarda il contenitore. Per quel che riguarda i contenuti, invece, Reload ha cercato di intevenire su quattro dei problemi centrali nel mondo dell arte a Roma (e non solo) dedicando ad ognuno di essi un progetto specifico. Share è un progetto di co-gestione di una grande sala dell officina da parte di quattro spazi noprofit della città, in un momento in cui alcuni di essi sono stati messi fuori gioco dalla crisi economica e costretti a chiudere. L idea è stata dunque quella di costruire una sorta di simulatore di quello che potrebbe essere il futuro di questi spazi se si riconvertissero da realtà stanziali (in cui pagano affitti sempre più alti) a realtà nomadi (ospitate temporaneamente da luoghi come quello in cui si sta svolgendo Reload, creando partnership specifiche con i proprietari di turno, siano essi privati o istituzionali). Tunnel è una galleria di 50x5m all interno della quale è stata realizzata una project-room per giovani curatori. In una città che ha molti musei e nessuna project-room l ipotesi di crearne una è stata determinata anche per stimolare un dialogo e un confronto (cose che attualmente difettano alquanto) fra curatori e artisti dell ultima generazione. Perform, programma di performance nei molti spazi delle officine è invece un incrocio forzato fra percorsi paralleli che attualmente si stanno sviluppando fra performers che lavorano nel mondo delle arti visive e quelli che lavorano nel mondo del teatro e della danza contemporanea. Windows, ultimo dei quattro progetti, è invece un programma di tavole rotonde tecniche mirate a creare i collegamenti fra tutti i soggetti che potrebbero unire le energie per migliorare il sistema dell arte in un momento di difficoltà

4 strutturale ed economica attraverso azioni sinergiche. Attualmente si è svolto solo uno dei tre incontri previsti, ma ha già dato risultati estremamente incoraggianti, fotografando per la prima volta una situazione di reciproco interesse fra realtà indipendenti, istituzioni e mondo del collezionismo privato, che negli altri paesi è una risorsa determinante per la galassia no-profit e che invece in Italia non ha mai avuto un ruolo da protagonista in questo senso. Informazioni specifiche sul programma artistico (che non era oggetto principale di questo articolo, ma che inanella alcuni fra i più interessanti eventi di questo periodo), possono essere reperite sul sito che, nella sezione Windows, permette anche di scaricare i report degli incontri svolti e di cui consigliamo attenta lettura. venivano esportati nel mondo per i valori spettacolari superiori a quelli francesi o tedeschi: oggi facciamo molta fatica nel mercato internazionale e ai festival, dovendo accontentarci di budget inferiori allo standard». Il motivo? Nel mirino del regista de La scuola è finita, è «il monopolio, che oggi si chiama Sky: non paga adeguatamente i film italiani, a parità di successo privilegia gli americani, grazie a output deal con le major». Ma il successo della commedia nostrana? Niente di nuovo: «In tutti paesi europei questo genere nazionale va bene, perché gli americani non concorrono«, osserva Jalongo, che sta attualmente scrivendo con Linda Ferri «un film di fantascienza, ma senza astronavi, per parlare con linguaggi e generi diversi del nostro immaginario». 30 milioni di spettatori lasciati sul campo Esce il documentario Di me cosa ne sai in cui Valerio Jalongo racconta la disfatta del grande cinema italiano di Federico Pontiggia «Il prelievo di scopo è la strada più giusta. Da più di 30 anni il nostro cinema è sotto una cappa assistenziale che ha falsato la vita artistica di autori e produttori, dipendenti dall andamento della politica: governi di sinistra più sensibili o la destra che ci guarda con odio, perché ci considera tutti comunisti». Così il regista Valerio Jalongo, di cui sta per uscire in homevideo (CH) Di me cosa ne sai, docu-drama che ritorna agli anni Settanta quando il cinema italiano dominava la scena internazionale, arrivando perfino a fare concorrenza a Hollywood. Poi, nel volgere di pochi anni, la fuga dei nostri maggiori produttori, la crisi dei registi-autori: ma quali le cause e le circostanze di questo declino, che ha lasciato sul campo 30 milioni di spettatori? Alternando testimonianze dei protagonisti di allora e di oggi, Jalongo racconta l Italia da nord a sud, attraverso s a l e c i n e m a t o g r a f i c h e e r a g a z z i n i teledipendenti, Berlusconi e Fellini, centri commerciali e direttori di telegiornale, storie di esercenti appassionati e registi che lottano per i propri film, testimonianze di proiezionisti girovaghi e filmaker europei. «Il 1975 fu l ultimo anno magico del nostro cinema: c erano Ponti, De Laurentiis, Grimaldi, uscì Novecento e purtroppo morì Pasolini», dice Jalongo, che auspica «il ritorno a condizioni mercato trasparenti e stabili: oggi c è il problema dei trust, le risorse vanno e vengono, le società sono sottodimensionate e pure i film. Fino al 75, Ritornando al sistema cinema, la salvezza secondo il regista può venire solo dal prelievo di scopo: «Noi dei 100autori siamo tutti d accordo: è l unica via per sottrarci alla politica. Il nostro movimento non è allineato a un partito, come lo erano le associazioni precedenti, e l idea di un intervento statale volto a egemonizzare la cultura ci è altrettanto estranea. Viceversa, crediamo che lo Stato debba garantire un espressione artistica e culturale florida, il mercato, i film indipendenti e i giovani registi. La diversificazione dell espressione è un presupposto fondamentale della democrazia, soprattutto una fondata sull audiovisivo come

5 la nostra, e il prelievo di scopo riteniamo svincoli da un certo modo di concepire l intervento culturale: da destra o da sinistra, comunque sia, è vecchio». Ma dell attuale situazione politica cosa ne sappiamo? Alla luce dei sondaggi che non crollano nonostante gli scandali, Berlusconi dimostra per Jalongo «la trasformazione di cittadini in sudditi attuata dalla televisione e, secondariamente, il credito, anzi l enorme prestigio, che gode ancora per essere stato importatore della tv privata all americana, nonostante la palese inettitudine nelle vesti di Presidente del Consiglio». Già in anteprima alle Giornate degli Autori veneziane e in sala con Cinecittà Luce, Di me cosa ne sai arriva in homevideo ve lo consigliamo - 30 anni dopo La macchina cinema di Agosti-Bellocchio-Petraglia-Rulli, ultimo tentativo di panoramica sul cinema in Italia: "Un film dalla parte degli spettatori, piuttosto che dell'elite dei registi", dice Jalongo, che non omette l'autocritica: «La colpa di questo declino va suddivisa. Forse, noi registi non abbiamo saputo più raccontare come faceva un Elio Petri il Paese, quell'italia in cui i multiplex sono sbarcati come astronavi sulla Luna». «Mi dai dei soldi?» Gli «Esercizi di rianimazione» di Andrea Cosentino ovvero la lucidità del lastrico di Attilio Scarpellini Il faut imaginer Sisyphe heureux. (Albert Camus) Mi riesce difficile credere che la parola nichilismo possa essere applicata ad Andrea Cosentino, e ancor di più mi riesce difficile credere a un nichilismo vitale come quello che Chiara Pirri (in una recensione su Teatro e Critica) attribuisce ad Esercizi di rianimazione, l ultimo studio dell autore-performer di Angelica e di Primi Passi sulla luna. Ma poi ripenso a una singolare affermazione di Jean Baudrillard, pronunciata in una delle ultime stazioni del suo pensiero: Essere nichilisti significa negare le cose al loro più alto grado di intensità, non nella versione più bassa Se di nichilismo si tratta, non è quindi un nichilismo del valore, ma un nichilismo della forma. E soprattutto rivedo il malinconico pupazzo di Antonin Artaud che, seduto tra le braccia di un falso mendicante (e falso ventriloquo nonché pseudo-mutilato con quella sua gamba di plastica reduce di altri spettacoli: Francesco Picciotti) nel foyer di un teatro Argot incredibilmente gremito, previene le domande del pubblico, le domande di tutti( sul teatro e sul senso e sul destino dell arte, sulla sua miseria e su quella del mondo) con una petulanza esilarante che dopo ogni scarica verbale ripete in controtempo sempre la stessa solfa: Mi dai dei s o l d i? C r e d i c h e l a r t e d e b b a e s s e r e provocazione? Mi dai dei soldi perché ti provoco? Pagheresti qualcuno per farti provocare? Ma se vieni qui già con l intento di farti provocare, come posso provocarti ( ) Il teatro fa domande, ma non dà risposte. Pagheresti qualcuno per farti delle domande? ( ) E una voce registrata (quella distorta, travestita dello stesso Cosentino) e il suo segreto comico, che poi si rivelerà essere il segreto di tutto lo spettacolo una volta entrati in teatro, è la velocità: la velocità di illusione, l accelerazione delirante che fagocita la risposta nella domanda senza lasciare allo spettatore, come nel gioco delle tre carte, il tempo di reagire, di scegliere, di fissare. Può soltanto ridere, e quanto stia ridendo di se stesso, del patto di seduzione che ha stretto con il performer (e con qualunque altro teatro) e con la continua distruzione di ogni patto, di ogni credibile finzione, lo dice, suonando, il bicchiere di ferro che l uomo-pupazzo smuove con

6 la compiacenza di qualunque mendicante che fa tintinnare il prezzo del suo inganno, il fulgore del suo ricatto. Lo vedi il mio braccio? Vedi la mia gamba? Lo vedi anche lui come è ridotto tale padre quale figlio? Sai che è successo in una guerra lontana che non puoi conoscere? Pensi che sia una guerra che non ti riguarda? Lo sai che le mine antiuomo le fabbricano in Italia? Ora ti riguarda? Ti senti in colpa? Ora mi dai dei soldi? Per volontà o per caso, Cosentino e Picciotti, nel loro introibo, finiscono col riunire due figure in una: il mendicante ingrato di Léon Bloy (dimenticato autore di un Dizionario dei luoghi comuni, ultrà cattolico caro a Kafka e Benjamin per la sua profetica capacità di bestemmiare) e l irrealizzato teatrante di Pour en finir avec le jugement de Dieu che alla fine della vita invocava l a p i a z z a c o m e e s t r e m a r i s o r s a d e l l a scena. Datemi soltanto una casa, del cibo e qualcuno che cucia i vestiti, come si legge su un cartello sistemato accanto al suo corpo, finalmente senza organi, anch esso rianimato, come i pezzi di bambola, i peluche, le gommapiume, tutta l attrezzeria di bibelots lunaires del repertorio cosentiniano ammassata sul palco dell Argot in un immagine apocalittica a metà strada tra la stanza dei giochi e la discarica (la discarica di Toy Story 3 ). Ma il simulacro emaciato di Telemomo (che con la sua sciarpa ricorda anche certe immagini di Ceronetti) non è lo sciamanico fantasma vocale che, a suo tempo, raschiò il solco del disco in Genesi from the museum of sleep della Socìetas Raffaello Sanzio: è l indizio di una poesia frugale che recupera tutta la sua forza dissipata da un abdicazione della potenza ideologica di un tempo, con quello slittamento nel referente ( mi dai dei soldi? : quel che resta di tutte le avanguardie) che è la quintessenza dell umorismo cosentiniano. Bisogna immaginare Sisifo felice, diceva Albert Camus. In Esercizi di rianimazione bisogna immaginare Artaud che raggiunge il suo posto sulla strada accanto al mimo anchilosato del faraone, o al fantasma incipriato del Commendatore, che quando sente la moneta cadere nel bicchiere si inchina con servile ironia davanti ai passanti. E difatti, primo effetto reale del loro accattonaggio fittizio, il ventriloquo e il suo pupazzo sono stati sgomberati dalla corte del palazzo della romana Via Natale del Grande (nel cuore di Trastevere) dove ha sede l Argot e respinti nel foyer dalle proteste dei condomini: se la borghesia non esistesse, il teatro la dovrebbe reinventare. L arte è accattonaggio? L accattonaggio è una forma di arte? ( )Non pensi che se togliessero tutte le sovvenzioni l'arte tornerebbe sulle strade? Che si potrebbe reinventare l'arte e ricrearsi un popolo? Non pensi che possa essere una strategia culturale illuminata? Lo capisci che di questo processo noi siamo l'avanguardia? Lo hai capito? Ti piace l'avanguardia? Mi dai dei soldi perché siamo l'avanguardia? (Piccola ritorsione del passato recente sul palcoscenico del presente: ci fu un epoca in cui gli artisti non ortodossi della Russia sovietica, come l indimenticabile Vendikt Erofeev, il glossolalico cantore di Mosca sulla Vodka, venivano arrestati, appunto, per accattonaggio. Sempre più spesso il capitalismo iperrealista e il socialismo reale giungono alle stesse conclusioni ) Poi si entra in teatro, dove Andrea Cosentino in persona attende di rianimare uno per uno i suoi oggetti, i relitti della sua arte, dai più figurativi e metonimici (le gambe di plastica delle bambole) ai più informi e astratti. Ma è una lanterna magica laconica e quasi senza piacere, il rewind di un antico montaggio delle attrazioni che entra ed esce, veste e sveste la voce delle cose con una fregola secca, sotto la luce morente della sua stessa leggenda. E il nichilismo delle forme (direbbe Baudrillard) che nella trasparenza di una metamorfosi veloce fa affiorare il segreto drammatico non tanto di questo studio, quanto di tutti gli spettacoli che l hanno preceduto: le cose vivono per un secondo nell illusione dell arte e poi tornano ad ammassarsi nell inerzia del mondo che le circonda. La risata che prima era tonante, ora si fa più breve, più meccanica, più fredda. Maestro della disillusione, clown che si dispone ogni volta a fallire, e a fallire meglio, per dirla con Beckett, Cosentino scopre il lato mortale di ogni rianimazione e, come già in Angelica, la c r u d e l e a n a t o m i a d i o g n i s p e t t a c o l o, l irrisoluzione in cui ogni montaggio è destinato a naufragare. Ma è proprio questa emorragia del senso che, alla fine dei suoi Esercizi, condensa l aria da baraccone ottocentesco in una voce sottile e impossibile: quella di Giuseppina la cantante, la sibilante diva kafkiana che affascinò un popolo di topi con un arte inspiegabile perché, più che la capacità mimetica di variazione di una voce, incarnava il potere stesso del canto ( Chi non l ha sentita non conosce il potere del canto ). E qui, nel ritorno della voce naturale, con una sobrietà di tono che rasenta l indifferenziato, voce piccola che quasi malvolentieri si stacca dal silenzio, Andrea Cosentino ribalta con un invisibile colpo di mano le relazioni tra l arte e il mondo che sono il vero oggetto del suo studio. La lotta di Giuseppina per essere dispensata da ogni lavoro in considerazione del suo canto è la stessa di Artaud

7 che chiede alla società di assicurargli soltanto le condizioni per sopravvivere nell arte (richiesta scandalosa per una società che ammette solo il troppo o il nulla). Entrambe sono perdenti. Perché, restando al paradosso kafkiano, il mondo non riconosce l arte (Giuseppina potrebbe anche essere dimenticata come tutti i suoi fratelli ), e l arte non serve il mondo, tutt al più lo può salvare. Pensiero agonico e asimmetrico. Ma, appunto, bisogna immaginare Sisifo felice. O come sembra indicare l ultima parabola di Andrea Cosentino, avere il coraggio di continuare a praticare quella che due grandi ammiratori dell opera di Kafka definivano una letteratura minore. Timone d Atene ancora in auge (e l epilogo shakespeariano non tranquillizza), ossessionato e insoddisfatto dal sesso, che si costruisce con l ausilio di servi e ruffiani uno squallido harem, manco fosse il sultano del Brunei (o suo fratello, come ne dà conto Jillian Lauren nella sua biografia Le mie notti nell harem, appena uscita in Italia per Sperling & Kupfer). Siamo tornati indietro di secoli con un dolore grande, solo un poco lenito da sketch comici e commenti internazionali, il più innocuo e ipocrita dei quali ci conduce nel Sudafrica che tollera la poligamia del suo presidente Zuma, certo, per rispetto della tradizione della sua etnia zulu. Ma da noi l inquilino di Palazzo Chigi non è cattolico? L Africa rosa Il ruolo delle donne nella rinascita del continente nero di Mariateresa Surianello Che siano le donne ad alzare la voce e a indignarsi, davanti alla decadenza sociale e culturale in cui è scivolato il nostro paese, è un pensiero rincuorante. E dopo anni di silenzio c è grande speranza di godersi il prossimo 13 febbraio le vie e le piazze italiane piene di donne che, al grido di se non ora quando?, non vogliamo, insieme ai nostri uomini, arretrare di un passo dalle posizioni guadagnate con anni di lotte per una emancipazione evidentemente ancora però troppo fragile. Non bastano una presidente di Confindustria e una segretaria generale della Cgil a rompere il tetto di cristallo. Del resto l occasione per rialzare la testa non è delle più ordinarie, il teatrino messo in piedi dalle comparsate video di Berlusconi che si alternano a squallide intercettazioni telefoniche e alle memorie difensive dei legali dello stesso capo del governo forniscono elementi per una narrazione aberrante della società italiana che rimbalza sui media di tutto il mondo, collocandoci non solo per vicinanza geografica a quell Nord-Africa che in questi stessi giorni si sta liberando degli ottuagenari presidenti. Le partite al ribasso giocate da oltre un quindicennio dal nostrano quasi ottuagenario presidente del consiglio e dalla destra italiana sul fronte esterno (vedi le sentenze di morte per migliaia di immigrati, siglate dall accordo con Gheddafi) e interno, per smantellare lo stato sociale e una a una le regole democratiche, hanno dato i loro frutti. Ne va di conseguenza che le prime a pagare siano le fasce più deboli e tra queste le donne, in guerra come in pace. Con la loro Carta Costituzionale calpestata, le donne italiane escono con le ossa rotte da quei festini di Arcore, dove il modus vivendi di un uomo disperato, con pochi anni ancora davanti a sé, si manifesta impunemente come maître à penser di giovani poco più che adolescenti. Un Spinti sempre più ai margini dell Europa dalle p o l i t i c h e b e r l u s c o n i a n e, n o n s o l o d a comportamenti immorali, ci ritroviamo con tutte e due i piedi nel Maghreb. Qui, intanto in Tunisia, Ben Alì ha mollato il potere e le donne tunisine si inventano provocazioni giocose, ma di particolare impatto sull immaginario collettivo iconoclasta del loro paese. Nei giorni scorsi avevano minacciato su facebook di andare all aeroporto ad accogliere in bikini il leader del partito islamico, Ennhanda (Rinascita), Rachid Gannouchi. E stanno lottando per vedersi riconoscere il ruolo che rivestono nel proprio paese anche all estero (come scrive Franco La Cecla sul Sole 24Ore del 30 gennaio, riportando le parole di Raja El Fani, artista, figlia di uno dei fondatori del Partito Comunista Tunisino). In primis in Italia affetta da manie di grandezza nei confronti di questa regione a noi sempre più vicina. Ma non solo le nordafricane anche nell Africa sub-sahariana, a l m e n o n e l l e i n t e n z i o n i, i p r o c e s s i d i democratizzazione non prescindono dalla condizione della donna e dalla considerazione che il potere ha di essa. Si può partire alla stregua dell Italia dalle quote rosa, previste in diversi paesi che hanno avviato, ovviamente con enormi differenze gli uni dagli altri, cambiamenti dei propri assetti socio economici. In Uganda, Sudan, Sudafrica e finanche in Rwanda le donne in parlamento sono cresciute negli ultimi dieci anni fino a sedere in un quarto dei seggi. In questo modo, anche chi è fuori dalla politica e dalle istituzioni, vedendosi rappresentata può

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