Articolo per Economia e politica industriale, gennaio Instabilità e asimmetrie del nuovo paradigma. di Mario Pianta

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1 Articolo per Economia e politica industriale, gennaio 2002 Instabilità e asimmetrie del nuovo paradigma di Mario Pianta A due anni dalla caduta delle quotazioni delle borse internazionali, e un anno dopo l'inizio della recessione internazionale, si può valutare con quanta leggerezza una parte della letteratutura economica, soprattutto americana, abbia considerato le trasformazioni in corso come una novità assoluta, inventando per l'occasione categorie come "new economy", "economia senza peso", teorizzando aumenti di produttività elevatissimi (ma spesso calcolati con prezzi edonici) e perfino la "fine dei cicli economici". Il nuovo paradigma Un primo merito dell'articolo di Enzo Rullani, New/net/knowledge economy: le molte facce del postfordismo, è quello di richiamarci alle rivoluzioni tecnologiche del passato e in particolare ai paradigmi tecno-economici (si veda in particolare Freeman et al., 1982, Freeman e Soete, 1994) e di ancorare ad essi l'emergere di quella che è stata transitoriamente chiamata "new economy". Quel modello spiega che le tecnologie dell'informazione e comunicazione (TIC) affermatesi negli ultimi trent'anni rappresentano un vero e proprio "nuovo sistema tecnologico", alimentato da una serie di innovazioni radicali, capace di disegnare una traiettoria di lungo periodo del cambiamento tecnologico. La forte caduta dei costi e pervasività delle tecnologie dell'informazione e comunicazione portano alla loro rapida diffusione nel sistema economico, con pressoché tutti i settori che le adottano e le adattano, realizzando nuovi prodotti e nuovi processi. Il modello dei paradigmi tecno-economici segnala pure il lungo tempo necessario per questo processo, e la frequente presenza di mismatch, il mancato incontro tra l'affermarsi del paradigma tecno-economico emergente e l'evoluzione delle istituzioni e dei rapporti sociali. La crisi di quella che è stata la "new economy" può essere spiegata in modo soddisfacente proprio da questo modello. Se la causa diretta è stata la fine di un ciclo esasperato di speculazione finanziaria, che ha gonfiato oltremodo aspettative e valori di borsa, l'insostenibilità della "new economy" è legata alle sua base troppo ristretta nelle attività produttive, al mancato radicamento nell'insieme dell'economia, all'assenza di interazione con processi sociali più ampi. In altre parole, il nuovo paradigma ha bisogno di forme di organizzazione sociale che possano valorizzare e diffondere le nuove potenzialità tecnologiche, orientarle verso la realizzazione di nuovi prodotti e servizi capaci di soddisfare meglio bisogni reali, creare nuova occupazione e migliorare la qualità dello sviluppo. Naturalmente, la crisi della "new economy" non rappresenta un arresto delle trasformazioni in corso. E l'articolo di Rullani individua in modo adeguato i tre cerchi concentrici di diffusione degli effetti del nuovo paradigma: il cuore del cambiamento nelle attività che producono le nuove tecnologie dell'informazione e comunicazione, la 1

2 loro diffusione e applicazione attraverso l'"economia delle reti" e la generalizzazione nell'"economia della conoscenza". Tuttavia, utilizzare il termine "new economy" per il cuore tecnologico dei settori produttori di tecnologie dell'informazione e comunicazione appare improprio. Questo termine è stato associato ad una particolare combinazione di sviluppi nella tecnologia, nell'organizzazione delle imprese, e nella finanza (un aspetto chiave nell'ascesa e declino della "new economy"), nella logica di produzione e distribuzione. Le dinamiche di generazione di innovazioni radicali nei settori manufatturieri e dei servizi legati alle TIC hanno delle specificità ben più concrete della nebulosa della "new economy". Inoltre, la progressione tra "produzione di TIC-diffusione nelle reti-generalizzazione nella conoscenza" non è tanto una sequenza di cause-effetti successivi, ma una distinzione logica. Se questo è il percorso che segna l' espansione degli effetti del nuovo paradigma sull'insieme dell'economia, non vanno dimenticate anche le relazioni inverse. L'economia della conoscenza o meglio, dell'apprendimento (Lundvall, 1996) è una condizione necessaria per l'affermarsi del nuovo paradigma, non una sua conseguenza. E allo stesso modo lo è la presenza di reti complesse che sostituiscono le tradizionali forme di integrazione tra imprese. Ancora una volta, si tratta di processi che evolvono insieme: i legami tra questi aspetti sono un esempio del matching necessario per l'emergere del nuovo paradigma, cioè dello sviluppo parallelo di cambiamenti nelle tecnologie, nelle organizzazioni e nella base sociale di conoscenze che è necessaria per l'affermarsi del nuovo modello. Una verifica indiretta si può avere osservando che le economie in cui il nuovo paradigma è avanzato maggiormente - gli Stati Uniti, la Svezia - sono caratterizzate dalla compresenza di basi tecnologiche forti, da solide organizzazioni d'imprese con flessibili reti transnazionali e locali e da elevati processi di apprendimento e livelli d'istruzione. Le basi tecnologiche giapponesi o tedesche, o la flessiblità italiana, o gli stock di conoscenza di Francia o Regno Unito non sono state sufficienti da sole a far decollare il nuovo paradigma. I motori del cambiamento, secondo l'analisi di Rullani, risiedono nella riduzione dei costi offerta dalla produzione di TIC; nella flessibilità delle relazioni tra imprese e nelle economie di varietà offerte dall'economia delle reti, e dalla valorizzazione dei saperi resa possibile dall'economia della conoscenza. E' indubbio che questi tre processi siano al centro delle trasformazioni attuali, ma può essere utile articolarli maggiormente, allontanandoci da una visione unidirezionale. Quattro modelli di cambiamento La riduzione dei costi nelle TIC (e nei componenti di base, come i microprocessori) è accompagnata da una esplosione di nuove opportunità tecnologiche che possono essere utilizzate (o non utilizzate) in direzioni diverse. I modelli di cambiamento tecnologico che ne conseguono possono essere così schematizzati. 1. Un modello concentrato sulle competenze chiave nelle tecnologie dell'informazione e comunicazione. Siamo qui più vicini alle fonti scientifiche e ingegneristiche delle nuove tecnologie, con l'esigenza di grandi sforzi di ricerca e sviluppo per rinnovare di continuo le competenze esistenti. E' un modello, concentrato tutto dal lato 2

3 dell'"offerta", che riguarda soprattutto le grandi imprese protagoniste delle TIC e le reti di loro fornitori, presente in isole produttive ristrette di pochissimi paesi. I benefici che offre restano fortemente localizzati. 2. Un modello basato sulle innovazioni di prodotto. Quando le TIC si traducono in nuovi prodotti, con mercati in espansione, emerge un modello che mette al centro le potenzialità di mercato, integrando in qualche modo trasformazioni dell'offerta e della domanda. E' il modello che riguarda le imprese in cui le funzioni legate al mercato sono importanti, esteso in molti settori dell'industria e dei servizi, aperto a tutti i paesi e capace di portare maggiori vantaggi in termini di crescita e occupazione, e con la maggior potenzialità di generalizzazione e diffusione dei benefici del nuovo paradigma. 3. Un modello dominato dalle innovazioni di processo. La pervasività delle TIC consente di applicarle agevolmente a un vasto arco di attività produttive, razionalizzando i processi e ottenendo risparmi sui costi, a cominciare da quelli del lavoro. E' questo il canale più diretto che diffonde nell'economia la riduzione dei costi offerta dalle TIC, agendo attraverso la ristrutturazione dell'offerta e senza modificare la composizione della domanda. E' questo il modello che in molti paesi e settori, in Europa in particolare, sembra essersi affermato più rapidamente. In questo caso i benefici sono una maggior competitività dei settori di attività pre-esistenti, anche se al prezzo di registrare una "crescita senza occupazione" e con una limitata realizzazione dei benefici potenziali del nuovo paradigma. 4. Un modello fondato sull'apprendimento. Se guardiamo invece al ruolo chiave che svolgono nel nuovo paradigma le competenze del lavoro, i processi di apprendimento di persone e organizzazioni, la capacità di elaborare contenuti, emerge un modello di cambiamento in cui conoscenze e relazioni sono centrali. L'innalzamento generale del livello di competenze associato al cambiamento tecnologico - l'upskilling riscontrato da una vasta letteratura empirica - mostra il dinamismo di questo modello che tuttavia sembra caratterizzare soprattutto i servizi, e i fenomeni di integrazione tra alcune attività manifatturiere e alcuni servizi, in cui l'evoluzione dell'offerta e della domanda si intrecciano strettamente, dando risposte a nuovi bisogni e ridisegnando spesso i confini e la natura delle attività economiche. E' un modello che presenta ancora una diffusione limitata, ma che contiene le potenzialità maggiori di realizzazione dei benefici offerti dal nuovo paradigma. Questa articolazione dei modelli di cambiamento tecnologico può essere uno strumento concettuale utile a individuare le alternative possibili e i percorsi seguiti da imprese, settori ed economie nazionali nella loro transizione verso il nuovo paradigma tecnoeconomico. Ciascun modello privilegia attività innovative e investimenti di diversa natura - in modo schematico, rispettivamente: l'aumento del numero di scienziati e tecnologi; l'espansione della ricerca, sviluppo e progettazione di nuovi prodotti; l'acquisto di nuovi macchinari; l'innalzamento delle conoscenze e attività di formazione - anche se in ogni modello è necessaria la compresenza di attività innovative differenziate. Un approccio e indicatori di questo tipo possono inoltre permettere di monitorare (come negli esercizi di benchmarking ora così diffusi) l'evoluzione delle 3

4 strategie private e delle politiche pubbliche di fronte alle tecnologie dell'informazione e comunicazione. Gli effetti di specializzazione e concentrazione L'analisi di Rullani sottolinea la sequenza che unisce la riduzione dei costi offerta dalle TIC, le "economie di scala legate al processo di standardizzazione" (p. 10), l'aumento dei processi di specializzazione e i benefici economici che ne dovrebbero derivare. Analizzando in parallelo la dinamica delle attività innovative, della produzione e dell'occupazione nei settori al centro della generazione delle nuove tecnologie, il quadro che emerge appare un po' più incerto. La tabella 1 mostra per i settori manifatturieri più legati alle TIC in cinque paesi europei le dinamiche recenti di alcune variabili chiave: - sforzo innovativo, misurato dalla spesa totale per innovazione (che comprende dall'r&s agli investimenti innovativi) per addetto nel 1996; - risultati innovativi in termini di quota del fatturato dovuto a nuovi prodotti nel 1996; - tassi di variazione tra il 1994 e il 1999 di valore aggiunto (in termini reali) e occupazione. Dalla teoria economica e da quella dell'innovazione ci aspettiamo una complessiva coerenza tra le dinamiche di queste variabili: i paesi e i settori che più si impegnano in spesa innovativa, dovrebbero avere migliori risultati in termini di nuovi prodotti introdotti sul mercato, veder crescere di più il proprio valore aggiunto e con questo l'occupazione. Alla radice di questo legame virtuoso ci potrebbe essere proprio la riduzione dei costi e i vantaggi di specializzazione di cui si è parlato. Non stupisce vedere che ciascun paese accentua la propria specializzazione e registra prestazioni migliori in genere nei settori in cui ha già un vantaggio comparato. Tuttavia, nei settori più legati alle tecnologie dell'informazione comunicazione, ci dovremmo aspettare una relazione particolarmente stretta tra queste dinamiche. Invece dai dati della Tabella 1 scopriamo andamenti fortemente irregolari: input e output innovativo procedono raramente insieme e crescita di valore aggiunto e occupazione hanno andamenti a volte imprevedibili, che richiedono spiegazioni più complesse. Innanzi tutto esistono forti specificità dei singoli settori, influenzati spesso dalle alterne fortune di poche grandi imprese multinazionali che dominano alcune industrie nazionali. Ad esempio, la forte crescita della Svezia nelle comunicazioni si spiega con l'impegno della Ericsson, e qui troviamo pure il più alto livello di spesa per l'innovazione per addetto in Europa. Il ristagno dell'italia nei primi due settori è legato al tramonto di imprese come Olivetti, Italtel etc., ma qui compaiono valori stranamente elevati della quota di nuovi prodotti sul fatturato. In Francia il grande sforzo per l'innovazione nelle comunicazioni (Alcatel) e nei trasporti aerei e ferroviari (Aérospatiale e produzione di treni TGV) fa crescere il valore aggiunto ma non l'occupazione, con risultati ancora peggiori negli strumenti di precisione. Il Regno Unito ristagna o perde produzione e occupazione quasi ovunque tranne che nelle comunicazioni, dove sembra non investire quasi in attività innovative. 4

5 Emerge insomma una frammentazione delle prestazioni innovative ed economiche in Europa, che mostra da un lato l'attesa crescita della specializzazione, ma dall'altro un'imprevista assenza di coerenza tra attività tecnologiche, produzione e occupazione. Un maggior impegno innovativo e un'accresciuta specializzazione settoriale, in altre parole, non portano necessariamente con sè, nell'incerto, instabile e competitivo mondo delle nuove tecnologie, minori costi, maggior produttività, più crescita e più occupazione. Il prevalere di uno dei quattro modelli di cambiamento sopra delineati potrebbe contribuire molto a illuminare le ragioni di esiti così divaricati tra dinamiche innovative e prestazioni economiche e occupazionali. Un'ultima conseguenza di queste considerazioni è che maggior attenzione dovrebbe essere riservata al cambiamento strutturale delle economie, oggi caratterizzato ovunque da una rapida crescita dei servizi e da un relativo declino dell'industria manifatturiera, ma anche da una rapida evoluzione della composizione della domanda (due aspetti trascurati nell'articolo di Rullani). Buona parte della nuova domanda, dei bisogni emergenti e quindi della nuova produzione e dei nuovi posti di lavoro si trovano oggi nei servizi (alcuni "esternalizzati" dalle imprese industriali, altri strettamente connessi ad esse). Lo sviluppo di nuovi settori e nuove attività avviene in genere fuori dalle "reti" costruite intorno all'attività economica pre-esistente, è un occasione di cambiamento radicale non solo nelle tecnologie usate e nei bisogni soddisfatti, ma anche nelle organizzazioni che producono i nuovi beni e nelle relazioni che si stabiliscono intorno ad esse. Ogni nuovo paradigma ha portato con sè cambiamenti strutturali di grande rilievo, ha ridisegnato il volto delle economie, ha prodotto nuove imprese protagoniste della produzione, ha cambiato la gerarchia tra le economie nazionali. E la transizione attuale non è da meno. Asimmetrie e distribuzione L'esperienza storica ha mostrato che il nuovo paradigma si afferma, realizzando i suoi benerfici potenziali, quando si sviluppa una coerenza generale tra tecnologie, attività economiche, istituzioni e processi sociali. La scala a cui questo è avvenuto in passato è sempre stata quella delle economie nazionali. Oggi, la difficoltà di raggiungere questa coerenza è aggravata dalla natura globale di molti di questi processi. Mentre il "fordismo" si è affermato in contesti largamente nazionali con forti istituzioni legati agli stati che ne hanno accompagnato la crescita, il "capitalismo della conoscenza" si sviluppa a scala globale, con imprese multinazionali che sono la regola e non più l'eccezione nel modo di produrre. Qusto accentua le asimmetrie nelle competenze, nei rapporti di mercato e sociali, nella distribuzione di costi e benefici, e proprio le asimmetrie che accompagnano l'affermarsi delle tecnologie dell'informazione e comunicazione meriterebero di essere indagate più attentamente in quanto finiscono per essere i punti forti su cui si disegna il nuovo profilo dell'economia e della società. Ci sono le asimmetrie tra un'offerta che produce tecnologie e beni e una domanda che spesso non emerge, lasciando bisogni insoddisfatti. Ci sono le asimmetrie nella produzione, tra grandi e piccole imprese, tra reti globali e reti locali, che spostano potere contrattuale e quote di mercato con effetti di grande rilievo sulle strutture produttive. Ci sono le asimmetrie nella distribuzione tra i profitti realizzati da imprese 5

6 che operano a scala globale, che cambiano produzioni e mercati, e i redditi di lavoratori "fermi" nelle loro competenze, strutture sociali e luoghi di residenza. Ci sono le asimmetrie nel potere di prendere decisioni su produzione e distribuzione. Un problema chiave qui appare la capacità del nuovo modello di compensare gli effetti più gravi di queste crescenti asimmetrie, trovando meccanismi che generalizzino i benefici offerti dalle tecnologie dell'informazione e comunicazione. Una delle caratteristiche più estreme della meteora della "new economy" è stata proprio la sua ristrettissima "base sociale", il gruppo di protagonisti, utenti e beneficiari delle attività realizzate. Una ben più ampia diffusione di questi benefici è necessaria per costruire un consenso intorno a un nuovo modello che possa offrire opportunità di lavoro, di reddito, di sicurezza a gruppi sociali estesi e possa trasferire risorse anche alla società nel suo insieme. Non sono sufficienti qui i prezzi decrescenti dei nuovi beni. C'è un problema di distribuzione classico, tra salari, profitti e rendite (finanziarie in questo caso). C'è un problema di ridefinire il ruolo tecnico e sociale del lavoro nella produzione basata sulla conoscenza. E sono poi necessarie innovazioni sociali e istituzionali che sappiano redistribuire socialmente i benefici del cambiamento, com'è stato il welfare state ai tempi dell'affermarsi del "fordismo". Bibliografia Accademia Nazionale dei Lincei (2001), Tecnologia e società. Tecnologia, produttività, sviluppo. Atti del convegno dell'11-12 dicembre 2000, Roma, Accademia Nazionale dei Lincei. Freeman C., Clark J., Soete L. (1982), Unemployment and technical innovation, Pinter, Londra Freeman C., Soete L. (1994), Lavoro per tutti o disoccupazione di massa?, Etas, Milano. Lundvall, B.A. (1996), L'economia dell'apprendimento, Economia e Politica Industriale. OECD (2001), The new economy: beyond the hype. Parigi, OECD. Pianta M. (1996), L'innovazione nell'industria italiana e gli effetti economici e occupazionali, 'Economia e politica industriale, n.89. Pini P. (1992), Cambiamento tecnologico e occupazione. Recenti modelli di disoccupazione tecnologica, Il Mulino, Bologna. Rullani, E. (2002) New/net/knowledge economy: le molte facce del postfordismo, in questo volume. 6

7 Vivarelli, M. e Pianta, M. (a cura di) (2000) The employment impact of innovation. Evidence and policy. Routledge, Londra. 7

8 Note: 1. Perdeterminare i sttori innovativi da quelli non innovativi ho usato: QSE, QSI, QFW. In tutti i casi i setori scelti risultano i più innovativi. Alcune eccezioni: uk 19 e 20 non sono innovativi uk 8 non ha dati no 8 non ha dati no 20 non è innovativo Riporto comunque questi settori nella tabella per permettere i confronti. 2. Per standardizzare divido Vam per 10, Vom per 10 e QSE per 100 in tutti i paesi. Con questi valori puoi fare i grafici Con questo foglio vedi le differenze cross section e cross countries dei soli settori innovativi. Ma non mi sembrano facilmente leggibili i grafici. Fammi sapere su questo punto. 4. Settori settori bart settori ISIC3 settori irae Food products, Beverages and Tobacco Textiles Wearing apparel and Fur (excl. Footwear) Leather; luggage, saddlery, footwear Wood; prod. of wood, cork, straw, plaiting mat Paper and paper products Publishing, printing, repro. of record. media Coke, refines petroleum prod,, nuclear fuel Chemical and chemical products Rubber and plastic products Other non-metallic mineral products Basic metals Fabricated metal prod. (excl. mach. and eq.) Machinery and equipment nec Office, accounting and computing machinery Electrical machinery & apparatus nec Radio, TV & communication equip. & app Medic.,prec.,optic.instr.,watches &clocks Motor vehicles,trailers & semi-trailers Other transport equipment Furniture; manufacturing nec; Recycling 10 Coke, refines petroleum prod,, nuclear fuel Chemical and chemical products Office, accounting and computing machinery Radio, TV & communication equip. & app. Medic.,prec.,optic.instr.,watches &clocks Motor vehicles,trailers & semi-trailers Other transport equipment

9 Dati originali 1. Perdete settori VAM VOM QSE QFW In tutti i cascoke, refines petroleum prod,, nuclear fuel IT9 Chemical and chemical products IT15 Office, accounting and computing machinery IT17 Radio, TV & communication equip. & app IT18 Medic.,prec.,optic.instr.,watches &clocks IT19 Motor vehicles,trailers & semi-trailers IT20 Other transport equipment FR8 Coke, refines petroleum prod,, nuclear fuel FR9 Chemical and chemical products FR15 Office, accounting and computing machinery FR17 Radio, TV & communication equip. & app FR18 Medic.,prec.,optic.instr.,watches &clocks FR19 Motor vehicles,trailers & semi-trailers FR20 Other transport equipment UK8 Coke, refines petroleum prod,, nuclear fuel * * * * UK9 Chemical and chemical products UK15 Office, accounting and computing machinery UK17 Radio, TV & communication equip. & app UK18 Medic.,prec.,optic.instr.,watches &clocks UK19 Motor vehicles,trailers & semi-trailers UK20 Other transport equipment SE8 Coke, refines petroleum prod,, nuclear fuel SE9 Chemical and chemical products SE15 Office, accounting and computing machinery SE17 Radio, TV & communication equip. & app SE18 Medic.,prec.,optic.instr.,watches &clocks SE19 Motor vehicles,trailers & semi-trailers SE20 Other transport equipment NO8 Coke, refines petroleum prod,, nuclear fuel * * * * NO9 Chemical and chemical products NO15 Office, accounting and computing machinery NO17 Radio, TV & communication equip. & app NO18 Medic.,prec.,optic.instr.,watches &clocks NO19 Motor vehicles,trailers & semi-trailers NO20 Other transport equipment

10 paesi settori paesi VAM VOM QSE QFW 1. PerdeterCoke, refines petroleum prod,, nuclear fuel IT In tutti i caschemical and chemical products IT IT15 Office, accounting and computing machinery IT IT17 Radio, TV & communication equip. & app. IT IT18 Medic.,prec.,optic.instr.,watches &clocks IT IT19 Motor vehicles,trailers & semi-trailers IT IT20 Other transport equipment IT FR8 Coke, refines petroleum prod,, nuclear fuel FR FR9 Chemical and chemical products FR FR15 Office, accounting and computing machinery FR FR17 Radio, TV & communication equip. & app. FR FR18 Medic.,prec.,optic.instr.,watches &clocks FR FR19 Motor vehicles,trailers & semi-trailers FR FR20 Other transport equipment FR UK8 Coke, refines petroleum prod,, nuclear fuel UK8 * * * UK9 Chemical and chemical products UK UK15 Office, accounting and computing machinery UK UK17 Radio, TV & communication equip. & app. UK UK18 Medic.,prec.,optic.instr.,watches &clocks UK UK19 Motor vehicles,trailers & semi-trailers UK UK20 Other transport equipment UK SE8 Coke, refines petroleum prod,, nuclear fuel SE SE9 Chemical and chemical products SE SE15 Office, accounting and computing machinery SE SE17 Radio, TV & communication equip. & app. SE SE18 Medic.,prec.,optic.instr.,watches &clocks SE SE19 Motor vehicles,trailers & semi-trailers SE SE20 Other transport equipment SE NO8 Coke, refines petroleum prod,, nuclear fuel NO8 * * * * NO9 Chemical and chemical products NO NO15 Office, accounting and computing machinery NO NO17 Radio, TV & communication equip. & app. NO NO18 Medic.,prec.,optic.instr.,watches &clocks NO NO19 Motor vehicles,trailers & semi-trailers NO NO20 Other transport equipment NO

11 Tabella 1. La dinamica dei settori dell'informazione e comunicazione in Europa 1. Perdeterminare i sttori innovativi da quelli non innovativi ho usato: QSE, QSI, QFW. In tutti i casi i setori scelti risultano i più innovativi. Alcune eccezioni: Settori Paesi Valore aggiunto Occupazione Spesa totale Quota di fatturato per l'innovazione dovuta a nuovi prodotti Tassi medi annui di variaz , migl. $ per addetto 1996 Macchine Italia % per ufficio Francia % Regno Unito % Svezia % Norvegia % Attrezz. per Italia % comunicaz., Francia % radio e tv Regno Unito % Svezia % Norvegia % Strumenti Italia % di precisione Francia % Regno Unito % Svezia % Norvegia % Altri mezzi Italia % di trasporto Francia % (ferr., aeron.) Regno Unito % Svezia % Norvegia % Fonte: elaborazioni su dati OECD, STAN 2001 e Eurostat, CIS 2.

12 ITALY 1. Perdeterminare i sttori innovativi da quelli non innovativi ho usato: QSE, QSI, QFW. une eccezioni: TURN RTOT rtotppp emp ,287,537 2,667, , ,161, , , ,839, , , ,624, , , ,151, , , ,494, , , ,341, , , ,263, , , ,291,912 3,160, , ,259, , , ,772, , , ,510, , , ,003,319 1,727, , ,223,118 3,230, , ,898, , , ,931,923 1,092, , ,368,230 2,050, , ,654, , , ,055,562 2,538, , ,153,853 1,896, , ,365, , ,647 france Isic Rev. 3 turn96 emp96 RTOT$ RTOT , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , UK SIC_CODE TURN_96 EMP_96 PPP EXPTOTAL

13 NO NACE TURN EMP RTOT$ RTOT 15,16 94,623, , ,125, ,251, , , ,178, , , , , ,575, , , ,280, , , ,404, , , , , ,449, , ,150, ,755, , , ,822, , , ,627, , , ,243, , , ,856, , , ,591, , ,163, , , ,747, , , ,602, , , ,081, , , ,616, , , ,650, , , SE NACE TURN EMP PPP RTOT

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