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1 INSEGNAMENTO DI LEGISLAZIONE MINORILE LEZIONE II LE FONTI DEL DIRITTO MINORILE PROF. GUIDA GIANLUCA

2 Indice 1 Le fonti internazionali Le fonti interne Le linee evolutive della legislazione sull assistenza La legge di riforma dell Assistenza 328 del 8 novembre di 10

3 1 Le fonti internazionali Le Convenzioni internazionali si sono Ispirate alle esigenze di tutela dei diritti del Minore. In questa prospettiva si pose già la Carta dell Unione internazionale di protezione dell Infanzia, firmata a Ginevra nel Così anche la Dichiarazione dei Diritti dell uomo del 1948 (ONU) sancisce il diritto alla tutela dell infanzia. A seguito delle sollecitazioni provenienti dagli ambienti internazionali e che avevano portato alla solenne promulgazione all ONU della Dichiarazione dei Diritti del Fanciullo nel 1959 ( alla quale seguirono la Convenzione dei Diritti del fanciullo nel 1989 e la Carta di Pechino ), si arriva all affermazione del riconoscimento di un diritto del minore e si avvia anche in Italia un ricco dibattito che portò nel 1965 alla pubblicazione del primo manuale di Diritto Minorile e ad una netta inversione di tendenza nei principi ispiratori della legislazione ordinaria. La comunità internazionale, quindi, attraverso la stipula di patti e convenzioni, ha riconosciuto, per prima, il minore come soggetto di diritti ed ha imposto ai singoli Stati l adozione di adeguati strumenti di garanzia e tutela. Le dichiarazioni internazionali, ed in particolare le Dichiarazioni Universale dei diritti del fanciullo del 1929; il Patto sui diritti politici e civili ed il patto sui diritti sociali del 1966, l Atto finale di Helsinki del 1975; la Dichiarazione sui diritti del fanciullo del 1959, sebbene prive del carattere della vincolatività affermavano principi ed esplicitavano valori ai quali il legislatore dei singoli stati doveva necessariamente adeguarsi. Dette dichiarazioni hanno aperto la strada alla stipula di importati Convenzioni internazionali, quale quella sui diritti del fanciullo del 1989 e le Regole minime per l amministrazione della Giustizia Minorile (regole di Pechino) del 1985, che attraverso le leggi di ratifica hanno esplicato una diretta incidenza sull ordinamento interno dei singoli Stati. In particolare le Regole di Pechino dettano un nucleo di protezione che deve essere assicurato al fanciullo autore di reato. La Convenzione in parola, nel dedicare ampio spazio al rapporto famiglia-bambino, sottolinea come la comunità familiare debba essere tutelata e riconosciuta come ambito privilegiato per la crescita armonica del bambino e per la trasmissione dei valori di civiltà (tolleranza, uguaglianza, solidarietà). La convenzione individua formalmente il minore come titolare di tutti i diritti civili riconosciuti ad ogni uomo ed in particolare dei diritti sociali (all istruzione, alla formazione, allo 3 di 10

4 sviluppo fisico e morale). In particolare prevede forme di tutela del minore da ogni forma di sfruttamento fisico ed economico. La Convenzione detta anche una serie di norme a tutela del minore autore di reato, che deve essere sottoposto ad una tipologia di intervento che comunque ne assicuri il recupero sociale. Il valore del documento, tuttavia, non è tanto da individuarsi nel suo essere una carta di diritti del minore, quanto nel contenere un articolato e ricco programma pedagogico di sviluppo umano dell adolescente e del bambino. Sulla scorta, proprio, di quelle indicazioni internazionali, che si ponevano come vero e proprio programma d intervento pedagogico per lo sviluppo umano del minore, si cominciò ad abbandonare l uso di quelle forme di tutela del minore che passavano attraverso il riconoscimento di specifici doveri di assistenza e di tutela del minore in capo agli adulti, a favore di un pieno riconoscimento di Diritti Soggettivi del minore. A questo mutamento concettuale a fatto seguito anche un mutamento della tecnica legislativa, che ha portato al definitivo abbandono (si spera) delle tendenze puericocentriche ed emergenziali. 4 di 10

5 2 Le fonti interne Sono fonti del diritto minorile tutte quelle norme giuridiche che riguardano direttamente i minori e che contengono particolari eccezioni alle regole generali. Sono tali quindi sia le leggi formali (Costituzione, leggi costituzionali, leggi ordinarie) sia le leggi materiali (decreti legislativi e decreti legge) emanati da organi diversi dal potere legislativo. Sono fonti di diritto minorile anche le norme internazionali immediatamente applicabili presso ciascuno Stato membro, che abroghino norme interne incompatibili o che colmino una lacuna legislativa dell ordinamento interno. Fonte principale del diritto minorile è già la nostra Carta Costituzionale. La Costituzione nell affermare che la realizzazione della persona umana è il fine ultimo cui tende l esperienza di vita comunitaria, prevede una serie di disposizioni (nel corpo centrale del documento) che non solo realizzano un ampia tutela del minore in quei contesti in cui deve formarsi e crescere, ma afferma un generale favor minoris. Oltre la Costituzione è fonte anche il codice Civile ( norme ed istituti che disciplinano la minore età e la disciplina delle incapacità) il codice di procedura civile (istituti processuali relativi ai minori, agli interdetti, agli inabilitati, ) il codice penale ( le norme che hanno come presupposto o come oggetto di tutela il minore) il codice di procedura penale, l ordinamento penitenziario (per le norme che disciplinano l esecuzione della pena detentiva), l ordinamento giudiziario, la legge istitutiva del Tribunale per i minorenni (RD 1404/34), le norme di modifica al sistema penale (l. 689/81 e l205/99). Dagli anni 60 ad oggi si è pervenuti attraverso alcune importanti tappe normative (la legge istitutiva della scuola dell obbligo e la legge di riforma delle adozioni) alla promulgazione del nuovo codice di procedura penale minorile DPR. 448/88 al quale ha poi fatto seguito a completamento il D.L. 272 del 1989, recante le norme di attuazione. Il D.P.R. 448 viene promulgato nel 1988 realizzando un intervento legislativo in ideale continuità con il nuovo codice di procedura penale DPR 447- al quale rinvia per quanto non espressamente disciplinato. Il rinvio materiale ed ideale al nuovo codice di procedura penale è stato oggetto di acute critiche da parte di alcuni settori dottrinali che avrebbero visto con più favore un intervento legislativo inserito in una più generale riforma del Diritto positivo. Il nuovo codice di procedura penale minorile trae ispirazione dalle regole minime per l amministrazione della giustizia (O.N.U. New York 29 novembre 1985 dette regole di Pechino in 5 di 10

6 quanto elaborate nel corso di una riunione tenutasi in quella città nel 1984) e persegue principalmente due finalità: 1. favorire la rapida fuoriuscita del minore dal circuito penale; 2. deflazionare il ricorso a misure detentive. 6 di 10

7 3 Le linee evolutive della legislazione sull assistenza Per tutta la prima metà del secolo l orientamento del legislatore in materia assistenziale, resta fondamentalmente orientato a salvaguardare esclusivamente il controllo sociale, e non già a favorire processi di crescita autonoma dell individuo. Impianto che resta sostanzialmente inalterato anche nel periodo fascista, sebbene in quegli anni viene dato grande impulso all ampliamento dell intervento dello Stato nei confronti delle categorie a rischio di bisogno. Con la promulgazione del codice civile, tutt oggi in vigore, si pongono le basi di un intervento integrato a favore del minore, attraverso l istituzione del giudice tutelare cui viene attribuita la funzione di difesa degli interessi del minore. La Carta Costituzionale del 1948 prefigura un patto sociale tra i cittadini che, in applicazione del principio solidaristico, punta a favorire l elevazione dei soggetti deboli anche con il sostegno dei soggetti forti. Sebbene nella Carta, i concetti di minore e minore età siano poco presenti, si attribuisce ad essi una pari dignità con gli adulti, affrancandoli dal ruolo di soggezione e controllo. Tuttavia solo con la legislazione sull adozione degli anni 60, il minore passa da soggetto passivo di tutela a soggetto attivo, titolare di diritti soggettivi pieni. A partire dagli anni 70, il legislatore punta a trasferire dalle Regioni agli Enti territoriali, ritenuti maggiormente vicini ai bisogni dei cittadini, le competenza in materia di assistenza al minore. Il definitivo trasferimento delle competenze in materia di assistenza agli Enti Locali si ebbe con la legge 616/77, con la quale cessa altresì la competenza del Ministero di Grazia e Giustizia in ordine all esecuzione dei provvedimenti emessi dal Tribunale per i minori in materia amministrativa, a favore di una ipotizzata sinergia tra Tribunale ed Ente locale. del 78. Un ulteriore passo in avanti, nel senso del decentramento, è operato con la riforma sanitaria 7 di 10

8 La riforma punta a dare un assetto organico alla materia assistenziale, ripartendo le competenze tra le diverse Istituzioni comunali, provinciali, regionali. Nel merito è stato osservato che la riforma ha funzionato solo là dove si è realizzata una reale integrazione tra le competenze e non già una duplicazione degli interventi; altresì la riforma ha evidentemente privilegiato gli interventi nel campo sanitario a danno del settore assistenziale. Gli eccessivi costi dell impianto previsto dalla legge del 78 e la crisi generale dello stato sociale, imposero negli anni 80 una riforma della riforma. Si afferma il principio della economicità della gestione che troverà la sua consacrazione con la legge 502/92 istitutiva delle Aziende Sanitarie Locali. La gestione del momento assistenziale viene scorporato dalla struttura sanitaria e restituito agli Enti locali. A seguito della legge Bassanini nr. 59/97, si è dato definitivamente inizio all opera di riordino della P.A., attraverso un riassetto complessivo delle competenze dello Stato centrale e degli enti locali, al fine di attuare un reale decentramento. La finalità è quella di avvicinare la P.A. ai cittadini, rendendola più attenta ai reali bisogni della società e sburocratizzando le procedure. Il Dl 112/98 attuativo della legge oltre a dare una esaustiva definizione del servizio sociale (art. 128 co.2) definisce le materie di assistenza riservate allo stato centrale (art. 129) e quelle demandate agli enti locali (art. 131). In particolare alla Regione vengono attribuiti rilevanti compiti di coordinamento degli interventi, in sede locale, a vantaggio dei minori e dei giovani. La crisi dello stato sociale ha investito naturalmente anche la tutela dei minori e gli interventi di prevenzione del disagio. Solo alla fine degli anni 90 si riesce a concretizzare un progetto di riordino dei servizi minorili con la legge 285/97. La legge prevede un generale piano d azione che punta essenzialmente a realizzare un miglior coordinamento tra organi giudiziari e servizi territoriali, ed una migliore disciplina legislativa dei servizi alla famiglia ed ai minori; al fine di assicurare ai minori uno sviluppo armonico della propria personalità superando al contempo l ottica emergenzialista di interventi operati esclusivamente nelle situazioni di disagio e devianza. 8 di 10

9 Il minore, ormai considerato cittadino titolare di diritti soggettivi, vede oggi realizzato un assetto di strumenti che dovrebbero concretizzare risposte adeguate alle sue esigenze di crescita. L elemento di maggiore novità è costituito dal ruolo attribuito all ente locale, al quale compete la progettazione di un piano annuale d intervento, e del relativo programma economico, avvalendosi della collaborazione delle ASL dei Provveditorati agli studi, dei Centri per la Giustizia Minorile e soprattutto delle organizzazioni non lucrative di utilità sociale. Viene così delineato un sistema di Welfar fondato su di uno stretto collegamento pubblicoprivato. L articolo 3 indica le finalità dei progetti, mentre l articolo 4 i servizi di attuazione dei predetti progetti, facendo in particolare riferimento a quello della mediazione familiare. La legge pone particolarmente l accento su due momenti: La famiglia sistema sociale primario, non più somma di individui, viene tutelata attraverso interventi sempre meno standardizzati e sempre più diretti alla tutela dei singoli. In particolare la famiglia esalta la necessità di benessere del minore favorendo la sua partecipazione e la formazione della sua identità. La strada, in quanto il territorio diviene luogo di accoglienza e d incontro, dove superare le ragioni del disagio e della violenza. La legge, affermando la centralità della promozione dei diritti dell infanzia, mira a sviluppare una politica sociale intesa come investimento per lo sviluppo della persona, attraverso interventi che favoriscano l attuazione dei diritti di cittadinanza. 9 di 10

10 4 La legge di riforma dell Assistenza 328 del 8 novembre 2000 Con la legge di riforma dell assistenza nr.328/2000 i servizi alla persona ed alla famiglia vengono assunti come occasione di sviluppo e di innovazione, e come opportunità di creazione di posti di lavoro, alla luce di studi di settore che hanno evidenziato come in Italia più del 30% del lavoro di cura alla persona è svolto in nero. L obiettivo è quello di passare da interventi centrati su categorie, ad interventi rivolti alle persone ed alle famiglie; da interventi di carattere prevalentemente economico ad interventi di sostegno economico frammisti all erogazione di servizi realizzati in rete, con carattere formativo, sanitario, di avvio al lavoro ecc.; da interventi preconfezionati ad interventi flessibili in relazione a progetti personalizzati; da interventi pubblici ad interventi in rete capaci di coinvolgere più attori sociali. Il tutto garantendo comunque una omogeneità degli interventi su tutto il territorio nazionale. La legge delinea il così detto welfar plurale con poteri e responsabilità condivisi tra pubblico e privato sociale, secondo le nuove linee promosse dall Unione europea, che passi attraverso un qualificazione dei soggetti del terzo settore affinchè coniughino al sapere sociale con il sapere professionale. Finalmente il sistema assistenziale viene a rivestire pari dignità rispetto al sistema sanitario. Accelerando ancor più il processo di devoluzione di competenze agli enti locali nell ottica federalista, viene riconosciuto un ruolo centrale alle Regioni che vengono investite di precise responsabilità e competenze Naturalmente, è opinione condivisa, la riforma potrà realizzarsi solo se si riuscirà a realizzare una effettiva integrazione sui programmi tra i diversi attori sociali coinvolti. 10 di 10

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